mercoledì 27 maggio 2026

CRISTIANO SBOLCI - FUORIMODA - PERCHE' D'AMORE SI PUO' MORIRE - INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


“In una sera fatta di rosa e di mistico azzurro/un lampo solo ci vedrà commisti/come un lungo singhiozzo, carico d’addio”. Versi come questi, tratti da “La morte degli amanti”, uno dei componimenti più celebri di Charles Baudelaire, hanno fatto germogliare la poetica di Cristiano Sbolci, cantautore livornese autore del recente disco “Fuorimoda”. Amore e morte sono i temi portanti di un album dall’andamento di un vecchio film su pellicola, con un’intro, “Fuorimoda (Titoli di testa)”, un intervallo, “Hai avuto paura? (Intermezzo)” e il finale, “Il vizio (Titoli di coda)”. L’immaginario sonoro di riferimento è quello dei film polizieschi degli anni 70 e la collaborazione di Enrico Gabrielli dei Calibro 35 ai tre strumentali ne è il sigillo. L’album entra nel vivo della narrazione con “Rock’n’roll”, il bacio appassionato di un amore finito che esala il suo ultimo respiro sulla pista da ballo. Dal punto di vista della costruzione sonora il pezzo riecheggia i Baustelle ed è dotato di un ritornello accattivante che lo rende un singolo ideale. A seguire “Il pianoforte di Sebastian Bach” si propone come perfetto lento orchestrale, un pezzo che guarda passare la vita con la consapevolezza che bisogna godere fino in fondo di ogni attimo perché noi ridiamo e danziamo, ma il tempo fugge. “Era una serata come tante all’Ortica” si nutre di ebbrezza upbeat raccontando l’incontro con una lei che seduce con innocenza peccaminosa in una notte senza futuro. “Divi morti del pop” è tanto scanzonata quanto arresa, il ricordo struggente di qualcosa che non potrà mai più essere. A seguire “Ti prego lasciati guardare bene” distilla una tristezza che la carezza del pianoforte non potrà mai consolare. In “La morte di una star” Cristiano torna a toccare sonorità baustelliane raccontando la vita sprecata di chi si fa travolgere da quella nevrosi senza uscita che è diventata la nostra vita. “Maledetto amore mio” consuma in fretta un amore che finisce in tragedia, perché d’amore si può morire davvero. A seguire “Cosmetici e veleni” è il cocktail letale preparato per dissetare le ossessioni di un’aspirante starlette. Prima dei titoli di coda “Il rumore di un bacio”, in duetto con il cantautore romano MOX rappresenta l’estremo sforzo di memoria del cuore, che non ricorda più nemmeno cosa sia realmente l’amore. Abbiamo parlato con Cristiano Sbolci dell’album e dell’immaginario cui si ispira.


- Amore e morte sono tempi importanti in “Fuorimoda”. L’oscillazione del pendolo della tua vita tra questi due estremi che nervi scoperti va a toccare dentro di te?
- Sono i punti focali della mia vita. Sono fermamente convinto che siano i due collanti più potenti che ci siano. Del resto noi viviamo per amore e con la convinzione di dover morire, quindi secondo me sono le due parole più importanti che ci “portiamo addosso”. 
- Il tuo album è come un film con i titoli di testa, i titoli di coda e l’intervallo tra i due tempi. Già di per sé questa è una scelta fuorimoda da vecchio cinema con le sedie di legno scomode. La tua musica è la colonna sonora del film della tua esistenza?
- Sì, questo disco l’ho scritto pensando di creare una colonna sonora di quello che stavo raccontando, quindi della mia vita.
- Parliamo di “Rock’n’roll”. Indubbiamente nel pezzo si sente un’eco abbastanza rilevante dei Baustelle. Direi che con “Cosmetici e veleni sono forse i due pezzi che richiamano alla mente la band. Quali sono gli elementi sonori e testuali che ti fanno sentire vicino alla loro poetica?
- I Baustelle li ascolto e mi piacciono da sempre. Si rifanno a quelli che sono i miei ascolti, i grandi compositori degli anni 60 e 70, un certo tipo di musica accostato a colonne sonore di grandi film noir, thriller, horror degli anni 70. Ascoltandoli sono stato molto attratto da un certo tipo di linguaggio, quindi sono andato a cercare libri su quella stessa linea e conseguentemente sono stato influenzato molto dall’unione di quella musica e quell’immaginario. Da lì è nato il mio stile di scrittura, che poi traspare in brani come “Rock’n’roll”, “Cosmetici e veleni”. In realtà non è un aspetto che nascondo. Sono onorato, reputo Francesco Bianconi come uno dei più grandi autori degli ultimi anni quindi se vengo accostato ai Baustelle sono veramente molto felice. 
- “Sentimental blues”, ovvero nella versione pubblicata “Era una sera come tante all’Ortica” secondo te è poesia carnale? 
- Probabilmente sì. Ho voluto semplicemente raccontare uno squarcio di serata quindi ho preso e messo su foglio quello che avevo vissuto, poi inizialmente volevo fare un “talkin’ blues” stile Bob Dylan, quindi due accordi e tante parole. Oltretutto la canzone non doveva neanche essere nel disco, l’ho scritta ad album finito. Però è piaciuta anche ai produttori Francesco Massidda e Federico Nardelli, abbiamo iniziato a lavorarci e accantonata l’idea del “talkin’ blues” è diventato un pezzo più vicino a “Una giornata uggiosa” di Lucio Battisti. Però sì ha un elemento molto carnale.
- Parliamo de “Il pianoforte di Sebastian Bach”. Nel labirinto della vita si è spezzato anche il filo di Arianna. Non potremo più annodarlo per uscire?
- E’ una cosa che mi chiedo spesso, ma non so rispondere per la verità. Sicuramente questa canzone voleva mettere in risalto la difficoltà ad accettare l’esistenza. Ho provato a narrare questa difficoltà nella maniera meno cruda possibile anche se alla fine nel brano un po’ di tristezza c’è.
- Nell’album citi molto la canzone e la poesia francese, per esempio Serge Gainsbourg. Quale ruolo hanno avuto nella tua formazione?
- Un ruolo molto importante. Ho iniziato ad ascoltare musica francese non troppo presto, però poi quando ho scoperto Serge Gainsbourg o Léo Ferré mi sono detto “caspita questa musica ha progressioni armoniche incredibili, melodie pazzesche e una poesia formidabile”. Questi elementi mi hanno affascinato molto, così tanto da approfondirli e cercare di inserirli anche nelle mie composizioni. A livello musicale non è così evidente, infatti è presente più a livello citazionistico. Richiamo ogni tanto qualcosa di quel mondo. 
- “Divi morti del pop” musicalmente è un rock anni 70 molto sbarazzino che contrasta con la constatazione amara del presente che emerge dal testo. Questo gioco di contrasti è il tuo modo per alleviare il dolore che ti porti dentro?
- Sì mi piace molto rendere scanzonato il dolore. Per “Divi morti del pop” io avevo scritto la musica, non avevo il testo. L’idea era quella di fare una sorta di “Penny Lane” italiana perché ha un andamento un po’ beatlesiano con quella modulazione finale. Poi quando mi sono messo a lavorare sul testo inconsapevolmente ho scritto un pezzo in cui c’è molto dolore. Quando ho ascoltato il risultato finale mi sono detto “ok non l’ho cercato ma era quello che volevo”, cioè appunto rendere scanzonato il dolore. 
- In “Ti prego lasciati guardare bene” che se non sbaglio è stato anche un singolo torna il tema dell’amore svanito ma mai dimenticato. Le tue canzoni sono, per citare un verso dei Baustelle, “parole scritte a un destinatario andato via prima di averle ricevute”? 
- Sì probabilmente sì. “Ti prego lasciati guardare bene” la tengo sempre un po’ da parte perché è un pezzo molto vecchio, scritto diversi anni fa e che non avevo neanche idea di inserire nel disco. E’stata registrata per gioco e difatti secondo me si sente perché è l’unica canzone veramente nostalgica. Il resto del disco più che nostalgico è sofferente, un ricordo amaro. Mentre “Ti prego lasciati guardare bene” esprime questa nostalgia che l’ha resa un punto fermo del disco, ma non è stato voluto. 
- In “La morte di una star” compare il tema del vivere oggi che ci obbliga a stare sempre in tiro, sul pezzo. Dov’è il tuo nascondiglio segreto per sottrarti a questa nevrosi?
- Il mio nascondiglio preferito è la solitudine, mi rifugio molto in me stesso e cerco di restarci il più possibile. Alla fine ho trovato un modo per riuscire a restare con me stesso senza lambiccarmi troppo. Però poi non so se è la soluzione giusta, personalmente la vivo bene.
- “Il rumore di un bacio” mi ha fatto venire in mente per contrasto un’installazione luminosa dell’artista torinese Domenico Pannoli che reca la frase “L’amore non fa rumore”. Ti va di parlare un po’ di questa dicotomia tra amore e suono?
- Io in quella canzone volevo in qualche modo narrare il fatto di non ricordare più niente. Si cerca sempre di ricordare gli odori, i sapori, le sensazioni. Io volevo annullare completamente il ricordo scrivendo appunto “non mi ricordo neanche più il rumore di un bacio”, lo schiocco che lascia il bacio. Per quella canzone l’intenzione era semplicemente quella di scrivere una ballata vecchio stile. Citerò dei mostri sacri, ma non mi voglio certo paragonare a loro. L’idea era creare delle atmosfere un po’ in stile Gino Paoli e quindi con l’orchestra, l’armonia studiata a tavolino e sensazioni di un ricordo svanito. 
- In “Titoli di coda” c’è questa battuta “l’unica salvezza sta nel vizio”, tratta dal film “Metti, una sera a cena” di Patroni Griffi. Quella battuta nel contesto del film è una sferzata all’alta borghesia che è imprigionata da convenzioni sociali. Perché hai scelto di chiudere così l’album?
- Ho scelto di chiudere l’album con la citazione di “Metti, una sera a cena”, ma il significato in realtà svia molto, nel senso che io volevo semplicemente raccontare quello che è stato per me il momento dell’addio. Mi ero rifugiato nei miei piccoli vizi, che poi sono vizi normalissimi come ad esempio andare la sera al pub con gli amici, perdermi in notti un po’ più accese, ma non ha nulla a che fare con questioni come puntare il dito contro la borghesia. L’intenzione era quella di raccontare la mia soluzione all’abbandono, un po’ di vizio, che poi comunque fa parte della mia vita. 
- Nell’album vengono citati musicisti molto eterogenei, si passa dai Pink Floyd a compositori come Bach, gli Strokes, Chopin e altri. Qual è il fil rouge, se c’è, che lega questi artisti nel tuo mondo interiore?
- Sicuramente il filo rosso che lega questi artisti è che, come ho provato a fare io sperando di esserci riuscito, hanno sempre trattato la musica popolare in modo colto, stando molto attenti ai dettagli, cercando le armonie giuste, cercando le giuste orchestrazioni, arrangiamenti adeguati. Sono sempre stati i miei ascolti, ho sempre cercato quello, a me piacciono le musiche trattate con molto rispetto. Ho intitolato questo disco “Fuorimoda” proprio per tale motivo, perché volevo essere l’antitesi del mercato, la musica di oggi in cui è tutto molto simile e semplice. Non che la semplicità sia un difetto, io però con la musica voglio rischiare il più possibile, il suo linguaggio è talmente bello e esteso che mi piace fare così.
- Parliamo delle collaborazioni nell’album. In “Titoli di coda” c’è una doppia collaborazione con Enrico Gabrielli e Federico Maria Sardelli. Come sono nate?
- Quella con Enrico Gabrielli, che include tutti e tre gli strumentali, è nata in maniera semplice, nel senso che eravamo in studio Francesco Massidda, Federico Nardelli ed io e ci siamo resi conto del fatto che quegli strumentali avevano una sonorità molto precisa, definita, ovvero quella dei polizieschi degli anni 70. Ci siamo chiesti “chi fa oggi i polizieschi anni 70 in Italia?”. I Calibro 35. Abbiamo sentito Enrico Gabrielli, dato che Federico Nardelli lo conosceva, per sapere se fosse disposto a inserire qualche elemento nei brani, glieli abbiamo fatti sentire, lui ha accettato così ci siamo, per così dire, un po’ ripuliti la coscienza nel senso che quei pezzi hanno un suono da Calibro 35 ed è presente un membro della band. Per quanto riguarda invece Federico Maria Sardelli è un amico di famiglia da sempre, un grande direttore d’orchestra di musica barocca. Desideravo collaborare con lui ad un mio brano e questa mi sembrava l’occasione giusta perché lui è flautista e volevo inserire un flauto traverso in “Il vizio (Titoli di coda)”.  Glielo ho detto e lui, senza aver ascoltato il brano mi ha dato fiducia ed ha suonato. 
- E per il featuring in “Il rumore di un bacio” con MOX, il cantautore romano Marco Santoro?
- Quando scrissi “Il rumore di un bacio”, che ha avuto una gestazione molto breve, riascoltandola mi sono detto “questo brano mi ricorda molto le sonorità di MOX”, cioè lo sentivo giusto per un suo disco, ma volevo fosse nel mio. Gli ho parlato, anche lui è un amico di vecchia data e gli ho spiegato “ho un brano che ha il tuo sapore, ma sarà nel mio disco. Ti va di cantarlo assieme?” Lui lo ha ascoltato, gli è piaciuto tantissimo e quindi ha accettato. 
- Ci sono stati altri collaboratori che hanno realizzato l’album con te?
- Francesco Massidda ha prodotto l’album con Federico Nardelli, ma lo ha anche scritto interamente con me realizzandolo a quattro mani. I testi sono miei però le musiche sono state fatte sempre insieme. Oltre a loro ha collaborato al disco Alessio Masoni, chitarrista che suona con me da moltissimo tempo e che ha contribuito a “Divi morti del pop”, “Rock’n’roll”, “Il rumore di un bacio”. (ndr ha collaborato alla rifinitura dell’album anche Alessandro Di Sciullo). 


L’album di Cristiano Sbolci è talmente fuorimoda da non passare mai di moda, perché chi di noi non ha mai sofferto per amore e cercato di affogare il dolore in un drink? Ma se la vita è un festival bisogna godere l’attimo per non pentirsi di non avere mai vissuto. 

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