lunedì 25 maggio 2026

MARLENE KUNTZ LIVE AL VIPER DI FIRENZE - RECENSIONE E GALLERY A CURA DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE


I Marlene Kuntz suonano “Il Vile” al Viper a Firenze. Ma il Viper non c’è più. Ad agosto dello scorso anno un incendio l’ha distrutto e oggi il Viper Theatre continua la sua attività di organizzazione eventi nello spazio Otel della stessa città, in via Generale dalla Chiesa. Il 26 aprile del 1996 usciva “Il Vile”, il secondo album in studio dei Marlene Kuntz, ecco perché oggi il 24 marzo 2026 lo portano in tour. Questo sembra essere un anno ricco di ricorrenze, o forse sono io che sono diventata nostalgica e inizio a rincorrere gli anni novanta. Ma la storia è ciclica e ogni decade siamo tutti curiosi di andare a vedere dove siamo finiti, per ricordarci dove eravamo e cosa desideravamo per quel futuro che ormai si è fatto oggi. Sono 30 anni dall’uscita di un album che si può definire pietra miliare del post grunge italiano, dello scenario alternativo di questo paese e per l’occasione è stato ristampato con una grafica firmata Baronciani. Lo troverò, più tardi, al merchandising.


Nel 1996 erano i Marlene Kuntz ad avere trent’anni e io ero poco più che una ragazzina. Beatles o Rolling Stones? Oasis o Blur? In Italia, nella scena del rock alternativo la scelta era tra i Marlene Kuntz o gli Afterhours. Non faccio mistero della mia predilezione giovanile per i secondi ma l’età adulta porta consapevolezze e sfumature di grigi che dimostrano quanto il bianco e il nero siano più simili di quel che appare.


L’Otel è certamente un bel locale, spazioso e scuro, con una zona esterna e una buona visuale sullo stage con qualche dislivello che permette anche ai più bassi di accaparrarsi posizioni favorevoli. Il parterre già mi piace. Ai concerti si capisce subito se sarà una serata da salti, sudore e contatti stretti o se ognuno riuscirà a raggiungere e mantenere il suo spazio di ascolto. E così è. Sono qui con un amico che curioso era venuto con me al mio secondo concerto di quest’anno dei Ministri a Pistoia all’H2no e che ha voluto rendermi il favore di una piacevole serata con un gruppo che ha segnato la sua di adolescenza. Come si fa con un cocktail, un buon libro, un film, un percorso trekking o una vacanza: anche i concerti possono essere uno scambio di conoscenze e sensazioni, un momento di condivisione e io questa sera ho le antenne particolarmente tirate su. Sono curiosa di vedere un gruppo che non ho mai visto dal vivo, di captare le vibrazioni dei loro fan, di sentire che effetto fa un album vecchio di 30 anni su quella che è la me di oggi. Non è un segreto che per me partecipare a un live è quanto di più simile a una sessione di meditazione e so bene che non sono la sola. Il mio amico ha portato con se un disco del 1999 acquistato al Cencio’s, di Prato, un tempio del rock alternativo italiano negli anni ‘90. Mi racconta che era il dicembre dello stesso anno e era arrivato al locale con due amici che suonavano con lui in una piccola band: avevano comprato i biglietti nell’unico negozio di musica della zona che faceva anche da rivenditore, e che si chiamava “Il Superdisco”. Mi dice che non aveva mai visto il locale così pieno e che gli faceva strano perché era un mercoledì sera. Era la sua prima volta: non aveva mai sentito i Marlene Kuntz dal vivo e ne rimase talmente colpito che a fine concerto acquistò il vinile del live che era stato registrato proprio durante quel tour.


Giro il disco tra le mani, controllo la data, era proprio il 1999, qualcuno vicino ci guarda, capendo di cosa stiamo parlando, ci sorride, e io penso che sarebbe proprio bello se riuscisse a farselo firmare dopo tanto tempo. Mi piace sentire le storie degli altri, mi riesco a immedesimare, capisco che quello che la musica suscita nelle persone è universale e allo stesso tempo per tutti unico. È come un “segnavita”: ogni momento della nostra esistenza ha la sua colonna sonora e mi chiedo se i miei prossimi anni, dopo questa serata, sapranno un po’ di più di Marlene Kuntz.


Il concerto inizia. Loro entrano eleganti e in forma smagliante. Dietro alla band a intermittenza si accendono led con la scritta IL VILE. Qualcuno dice che il rock è morto, beh quest’album sembra uscito ieri e sanguina. E nel corso del concerto penso che la musica italiana degli anni novanta non aveva nulla da invidiare alla scena internazionale di quel periodo. Questo disco ne è la prova. Stasera lo sto ascoltando tutto dopo troppo tempo e penso che per una band toccare un punto tanto alto è quasi un non ritorno, nulla potrà più essere all’altezza e pensare invece che erano solo all’inizio della loro carriera. “Probabilmente io meritavo di più”, dice uno dei loro brani ed è sicuramente vero. Ma in barba ai pronostici hanno retto: lo rammenta anche Cristiano Godano in una pausa della serata: nel 2000 li davano per spacciati, per “bolliti” citandolo. Vi assicuro che questa sera su quel palco è ancora tutto crudo come agli esordi e incredibilmente attuale. “Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore” un verso scritto nel 1996 e che ancora oggi serve a ammettere di fronte al mondo, al pubblico, al parterre di questa sera la propria vulnerabilità. Essere vulnerabili è rock “ma è così dura” perché tanta profondità non è per tutti, non è semplice porsi nudi di fronte alla musica e lasciarsi attraversare dai bassi profondi e dalle voci taglienti, ma è certamente la cosa più affascinante di quest’arte.


“Il vile” è un disco punk, ci ricorda “come stavamo ieri” attraversa perversioni di versi, orgasmiche visioni in distorsioni musicali e ci restituisce sopravvissuti, esausti, sudati, empi e infine svuotati, e leggeri. Suonano tutto il disco tranne “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”, al suo posto “Sonica”, definita valida sostituta. “Questo era il nostro secondo disco del 1996 e ci sono qua facce che all’epoca non c’erano, questo è magnifico, vedere anche tanti giovani è fantastico” dice Godano dopo aver ringraziato e essersi asciugato il sudore. C’è ancora tempo: si abbassano le luci e basta l’attacco: “Pelle,” dice, il resto dell’intro di “Nuotando nell’aria” la cantiamo noi in coro; mi commuovo, anche se la cosa che sentimentalmente rapirà di più la mia attenzione deve ancora arrivare. Cito il frontman che anticipa la scaletta: “Ancora due pezzi che arrivano dal nostro disco del 2000: il primo che suoniamo di questi due è una canzone di particolare intensità, lo è stata per me quando l’ho pensata, estremamente sincera. Questa canzone è una sorta di speranza impossibile e si intitola -La mia promessa-”. Ho passato tutto il brano a guardare la coppia di fronte a me: per tutto il concerto hanno cantato e ballato vicini, protesi verso il palco ma quasi sconosciuti. Le prime note di questo brano li ha attratti invece in un abbraccio magnetico che è durato fino alle ultime note. Lei col capo all’indietro appoggiato al petto di lui ha scandito con le labbra, sussurrando, tutte le parole della canzone come se fossero una preghiera. Lui ha tenuto gli occhi chiusi e il capo chino abbracciandola da dietro, tutto il tempo. La fine del brano è risuonato come un risveglio, loro dal loro sonno e io dal mio incanto. Si sono asciugati una lacrima dal viso e mi sono accorta di averne una anche io.


“Festa mesta” che dal 1994 canta di alienazione e frustrazione criticando il superficiale esplode musicalmente in un materiale scoppio di coriandoli celebrando tutti quelli che negli ultimi decenni si sono ribellati al conformismo e non se ne sono mai pentiti. Arrivano gli ultimissimi brani e quando poi le luci si accendono, ai nostri piedi un colorato tappeto di coriandoli. I Marlene Kuntz si avvicinano al parterre a stringerci le mani. La scaletta è andata, ci accaparriamo una t-shirt borgogna come ricordo e ci dirigiamo al guardaroba. C’è ancora una missione da compiere. L’esperienza mi fa capire subito dove poter avvicinarmi ai membri della band: avviamo una chiacchierata con uno dei ragazzi della sicurezza; ci guardiamo intorno, siamo solo noi. Si può fare. Lo chiediamo. Torniamo alla macchina con i biglietti e un disco del 1999 autografati e no, non importa se non siamo più i ragazzetti di 30 anni fa, per certe cose, grandi, non si diventa mai.





 

Nessun commento:

Posta un commento