domenica 18 novembre 2018

LUCCA COMICS 2018 - IL CAMPIONATO NAZIONALE COSPLAY CONTEST // GALLERY DI SAMUEL FAVA


Un po' in ritardo ma finalmente eccoci! Abbiamo voluto far calmare un po' il polverone post-festival in modo da non mettere troppa carne sul fuoco! Come di consueto anche quest'anno siamo stati invitati come reporter al LUCCA COMICS AND GAMES, abbiamo girato per i padiglioni ma la nostra postazione consueta preferita è nel Pit sottopalco, solo che, a causa di qualche piccola incompresione con la Sicurezza del Main stage, abbiamo avuto il nulla osta per operare un po' in ritardo; nulla di grave, cose che capitano, in una organizzazione così complessa e articolata può succedere! Sta di fatto che ci siamo persi i concerti di Nanowar of Steel, Lacuna Coil e Ruggero dei Timidi e non abbiamo praticamente documentato la selezione (peraltro di altissimo livello) per l'ECG di Parigi, in compenso siamo riusciti ad assistere al C.N.C., manifestazione che raccoglie i vincitori degli eventi targati EPICOS nelle manifestazioni di tutto lo Stivale, da Verona a Palermo passando per La Spezia e Cosenza.
Di seguito la Gallery del contest; se volete segnalarci i vincitori, i nomi dei concorrenti (e il personaggio ecc.) fatelo pure e noi aggiorneremo il post!
La vostra collaborazione è un prezioso aiuto!

SARA MARTIN, vincitrice dell'edizione 2017















AGENDONA LIVE CONTRO LA DIPENDENZA DA YOUTUBE // CONCERTI, EVENTI, APPUNTAMENTI - INVIATECI LE VOSTRE SEGNALAZIONI E SOSTENETE LA MUSICA DAL VIVO




Stanco delle serate passate in casa a guardare incipit di video su YouTube o Youporn? Stufo di pomeriggi a guardare serie tv su Netflix pagate col reddito di cittadinanza? L'alternativa alla pigrizia piccolo borghese populista è sempre quella: uscire. Riconquistiamo gli spazi, le arene, i locali, ogni posto dove si suona e lasciamo le piazze, virtuali, vuote. Una piccola guida dedicata a quelli che "non c'è mai un cazzo da fare".





Eventi Skaletta - La Spezia


Eventi Shake Club - La Spezia 

















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L'AGENDONA SARA' PERIODICAMENTE AGGIORNATA: SEGNALACI IL TUO EVENTO, INVIACI UNA MAIL A RISERVAINDIE@GMAIL.COM O UN MESSAGGIO SU FB!

sabato 17 novembre 2018

LA MALEDIZIONE? CHE RIPOSI IN PACE! - "SPORTIVAMENTE INDIE" di GIULIANO FAGGIONI

Non è raro nelle cronache sportive leggere di presunte "maledizioni", termine con il quale ci si riferisce a ripetute serie di risultati negativi che accompagnano per periodi di tempo più o meno lunghi atleti e squadre di diverse discipline. Per fare un paio di esempi riguardanti il gioco più amato dagli italiani, il calcio, si è parlato di maledizione riguardo l'incapacità del Brasile, la nazionale più titolata del globo, pentacampeão do mundo e otto volte vincitrice della Copa América, di portare a casa l'unico titolo mancante, l'oro olimpico, che i verdeoro sono riusciti finalmente a conseguire durante i Giochi casalinghi di Rio del 2016, oppure riguardo la curiosa statistica che vede, a partire dai Campionati del Mondo del 2002, le nazionali campioni in carica ottenere pessimi risultati nelle successive edizioni del torneo, uscendo sempre dai giochi già nel girone d'apertura (statistica a cui non sfuggì l'Italia nel mondiale sudafricano del 2010, con gli azzurri fuori al primo turno quattro anni dopo il trionfo di Berlino del 2006).

Ma la "maledizione" più famosa del mondo sportivo, specie per gli appassionati d'oltreoceano, è stata e probabilmente rimane quella che per ben 86 anni, fra il 1918 ed il 2004, avrebbe impedito a una delle più celebri e titolate franchigie della Major League Baseball, i Boston Red Sox, di vincere le World Series, ossia l'atto conclusivo del più prestigioso campionato professionistico di baseball al mondo.
Questa "iattura" prese il nome di "Maledizione del Bambino", dal soprannome (dovuto, pare, o alla precocità del suo talento o a certi suoi atteggiamenti infantili) di uno dei maggiori fuoriclasse della storia di questo sport, George Herman "Babe" Ruth.


Il "Bambino" Babe Ruth con le divise dei Boston Red Sox (sopra) e dei New York Yankees (sotto)


Ruth, originario di Baltimora, dopo aver militato nei locali Orioles venne ingaggiato dai Red Sox con cui fra il 1914 ed il 1919 vinse per ben tre volte le World Series, ricoprendo principalmente il ruolo di di pitcher (lanciatore, ma nella sua carriera Ruth divenne eccellente anche e soprattutto alla battuta, stabilendo record su record). All'epoca la franchigia bostoniana era la più titolata del baseball a stelle e strisce, potendo già vantare nel proprio palmarès cinque World Series (le prime, nel 1903, vinte col nome di Boston Americans), comprese le tre conquistate con Babe Ruth nel roster.
Tuttavia, i trionfi conquistati agli albori della loro storia dalle "Calze Rosse" si interruppero all'improvviso quando il 3 gennaio del 1920 l'allora proprietario della franchigia, l'impresario teatrale Harry Frazee, a causa di alcune difficoltà economiche cedette diversi fra i suoi migliori giocatori, e in particolare proprio Babe Ruth, a quelli che sarebbero poi diventati gli acerrimi rivali dei Red Sox, i New York Yankees, che a partire da quel momento cominciarono la loro ascesa a squadra più titolata della Major League, conquistando le loro prime World Series nel 1923 e continuando a inanellare titoli su titoli fino a raggiungere l'attuale quota 27 (ultimo successo nel 2009), ben 16 in più rispetto ai loro diretti inseguitori nell'albo d'oro, i Saint Louis Cardinals.


Il "baseball cap" dei New York Yankees, probabilmente uno dei gadget sportivi più venduti al mondo

Durante il periodo di militanza di Babe Ruth con gli Yankees i newyorchesi vinsero per quattro volte le World Series, mentre i Red Sox non riuscirono mai neppure a qualificarsi per le stesse. All'epoca però nessuno parlò di maledizioni. I motivi dei diversi destini delle due franchigie potevano essere spiegati molto più semplicemente così: Boston aveva perso il suo miglior giocatore, che era andato lecitamente a mettere il suo eccezionale talento al servizio di una squadra rivale. La rabbia di vederlo divenire il simbolo di un'altra franchigia, che stava diventando la più prestigiosa e vincente della Lega a spese degli stessi Red Sox, senza riuscire a rimpiazzarlo a dovere (impresa difficile, considerato il valore tecnico e di immagine di Ruth) impedirono probabilmente al team del Massachusetts di risollevarsi al più presto.
Ma anche a seguito della fine dell'esperienza da Yankee del "Bambino" nel 1934 e del suo ritiro l'anno successivo, dopo una stagione trascorsa nuovamente a Boston, ma con la divisa dei Braves, i Red Sox non tornarono ai fasti di qualche anno prima e il loro nome ricomparve alle World Series solamente nel 1946, quando furono sconfitti dai Saint Louis Cardinals in una serie terminata col punteggio di 4-3.

Nel 1948 Babe Ruth si spense appena cinquantatreenne per un cancro alla gola a New York, città dove è sepolto. Forse è proprio a seguito di questo tragico evento che qualcuno particolarmente superstizioso iniziò a pensare che il "Bambino" avesse come scatenato l'ira degli "dei del baseball" contro la squadra che lo aveva in un certo senso "rinnegato". La suggestione che ci fosse un qualcosa di ultraterreno e ultrasportivo dietro le continue delusioni dei gloriosi Red Sox si fece ancor più strada dopo che gli stessi persero l'ennesima serie finale nel 1986 (4-3 contro gli altri newyorchesi, i Mets), dopo aver perso anche quelle del 1967 e del 1975 (contro Saint Louis e Cincinnati).

Con ogni probabilità il povero Ruth, che ormai era andato via da questo mondo da molti anni, non c'entrava nulla in tutto ciò. Al massimo, lui che era diventato in Terra l'uomo simbolo degli Yankees, da qualsiasi luogo celeste si trovasse avrà al massimo sogghignato di fronte agli insuccessi della sua vecchia squadra. O forse neppure se ne è mai interessato, chissà. Se invece si vuol credere alla diceria della "Maledizione del Bambino", evidentemente Babe si sarà stancato di concentrarsi sulle vicende dei Red Sox, per concedersi finalmente il meritato riposo, il 27 ottobre del 2004. Quel giorno, infatti, dopo 86 lunghi anni di attesa i bostoniani tornarono sul tetto del mondo, battendo i soliti Cardinals al Busch Stadium di Saint Louis per 3-0 e vincendo finalmente le World Series.




Il tanto sospirato momento che ormai a Boston non sperava più nessuno di vivere era arrivato. I Red Sox di Manny Ramirez, Bronson Arroyo e David Ortiz (clicca qui per il roster completo) avevano sconfitto non solo gli avversari sul campo ma anche il soprannaturale, riportando il titolo a Fenway Park (lo storico "diamante" di Boston). Ne parlarono in tutto il mondo, anche molti di coloro che al baseball probabilmente non si erano mai interessati. La maledizione era finalmente svanita, e a riprova del fatto i Red Sox ripeterono l'impresa successivamente, vincendo le World Series del 2007 (vs Colorado Rockies), del 2013 (vs Cardinals) ed infine quelle di quest'anno, concluse il 28 ottobre al Dodger Stadium di Los Angeles col decisivo punto del 4-1 a favore di Boston sui Dodgers.


E quindi, se il ritorno alle antiche e gloriose gesta della franchigia di Boston si è ormai da tempo realizzato, perché parlare ancora di questa, perdonate il gioco di parole, "maledetta maledizione"? Perché nel corso di queste ultime World Series, e qui parlo per sensazioni personali quindi occorre l'utilizzo della prima persona, ho come avuto l'impressione che i Red Sox ed i loro sostenitori ancora non se ne siano liberati completamente. Mi spiego meglio: sembra quasi che le "Calze Rosse", pur nettamente superiori agli avversari ed infine vincenti, debbano comunque soffrire più del dovuto rispetto a tutti gli altri team della MLB per portare a casa risultati. Come se gli antichi fantasmi non fossero mai stati cacciati del tutto, come se il compianto Babe Ruth ogni tanto tornasse a fare qualche scherzetto, perché "va bene che torniate a vincere anche senza di me, però non così facilmente!".


In questo 2018, dopo una regular-season impressionante, chiusa col record di 108 vittorie a fronte di sole 54 sconfitte e il primo posto indiscusso nella American League, i Red Sox nei play-off di post-season si sono pure tolti lo sfizio di eliminare i "nemici" Yankees prima di ottenere il pass per le World Series sconfiggendo nettamente gli Houston Astros col punteggio di 4-1. Tutto perfetto anche in apertura di atto finale, con due vittorie nelle prime due gare contro i Dodgers disputate a Fenway Park. 
Ma il perfetto copione della stagione 2018 dei Red Sox ha un imprevisto e forse inaspettato colpo di scena quando la serie si sposta a Los Angeles. Gara-3, disputata al Dodger Stadium il 27 ottobre scorso, si rivelerà infatti come una delle più incredibili della secolare storia delle World Series e si concluderà addirittura dopo 18 inning e 7 ore e 20 minuti di gioco (!) con la vittoria dei padroni di casa grazie a un fuoricampo del prima base Max Muncy. Mai nessuna gara di play-off era durata così tanto. La vittoria dei Dodgers, giunta al termine di una partita dai connotati epici, avrà i suoi effetti anche il giorno dopo in gara-4, quando i losangelini si porteranno avanti 4-0 al sesto inning, lasciando poco spazio a possibili rimonte dei rivali nei restanti 3. "Oh my God, vuoi vedere che quella Maledizione...", avrà forse pensato a quel punto qualcuno dalle parti di Boston, ormai rassegnato a vedere la serie in parità coi Red Sox costretti a doversi giocare il titolo fino all'ultimo pitch.

E invece, così non è stato. Il team dei record dell'amatissimo manager portoricano Alex Cora è stato capace di spazzare via ogni dubbio riguardo il proprio trionfo nelle World Series 2018 nell'arco di pochissimo tempo, piazzando una perfetta rimonta fra il settimo e l'ottavo inning prima di completare l'impresa nel nono, chiudendo i conti sul 9-6 finale grazie soprattutto alla superba prestazione e ai due fuoricampo messi a referto dall'esterno prima base Steve Pearce, che successivamente verrà proclamato Most Valuable Player delle World Series. Evitando di essere raggiunti dai rivali sul 2-2 e portandosi invece sul 3-1 nella serie, Boston aveva a quel punto allontanato ogni possibile paura di eventuali delusioni. Gara-5 verrà infatti vinta in modo quasi agevole dai Red Sox, con un netto 5-1 che varrà anche il nono alloro mondiale della franchigia. In barba alla "Maledizione", se mai c'è stata. Quindi, che non se ne parli più, che riposi in pace. Lo dico anche a me stesso, basta suggestioni, per piacere. E soprattutto che riposi in pace finalmente anche il "Bambino" Ruth, divenuto leggenda quasi più per questa bizzarra storia che per le tante imprese sul diamante.


I Boston Red Sox campioni delle World Series 2018


venerdì 16 novembre 2018

LYDIA LUNCH, BIG SEXY NOISE LIVE ALLO SHAKE ROCK CLUB DI LA SPEZIA // TESTO E GALLERY DI SAMUEL FAVA


La Spezia 10 novembre 2018, in un freddo giovedi notte Lydia Lunch ritorna in quel di La Spezia con il suo progetto BIG SEXY NOISE accompagnata da James Johnston alla chitarra e Ian White alla batteria. Sono occasioni che non capitano spesso da queste parti e mi sembra doveroso partecipare, anche perché non ho mai visto la tenebrosa performer dal vivo e sono molto curioso.



In apertura i nostri WHITE ROOM, una delle band che preferisco vedere dal vivo, ogni loro esibizione è unica e regala sempre qualcosa di memorabile. Anche questa volta credo lo sia stato ma arrivo clamorosamente tardi (considerando gli standard orari medi dello Shake, incredibilmente puntuale per una volta!) faccio solo in tempo per vedere un paio di canzoni e ad essere "molestato" ed unto con una sostanza nera dalla performer dei White Room che, da come è ridotta, sembra abbia fatto il cambio d'olio a un motore navale abbigliata con un abito da sposa. Non ho fatto foto pubblicabili ahimè, buio totale in sala e il mio flash dava qualche problema. Oltretutto FB mi ha appena censurato 24h per la pubblicazione di un video dei White Room, giudicato osceno, così vanno le cose!

 

'If it's for the money, you're not doing art. You're doing commerce'

Partendo da questo concetto immaginatevi lo show. Ecco, sul palco sale Lei, la Sacerdotessa della No WAVE ed io, per onestà intellettuale non mi sento di dirvi molto, per rispetto di un'Icona e per la mia poca conoscenza dell'artista. Giusto qualche sensazione: Lydia è davvero inquietante e carismatica, la sua voce roca e graffiante, forgiata dal tempo (e dalla cura a base di sigarette ed alcool) ti penetra nell'anima, i suoi occhi glaciali ti scavano nel profondo delle viscere e se stai in prima fila rischi pure qualche sputacchiata d'artista o delle chitarrate in testa. Se volete rilassarvi e sentirvi a vostro agio forse siete nel posto sbagliato amici.

No positive vibrations sorry! Quelle ci sono ai concerti reggae sulla spiaggia ma qui l'atmosfera è fredda, cupa e disturbata, sembra di essere dentro la scena del crimine in un manicomio criminale. Se vi va bene danzerete con i vostri Demoni.

Ringraziamo Btomic Ghost che ha realizzato tutto questo (il Btomic, lo dico per quei pochi che non lo sapessero, era una piccola ambasciata Berlinese a La Spezia, non esiste più da tempo ma il suo Spirito non riposa in pace e fortunatamente ogni tanto torna prepotentemente dall'oltretomba per darci un Brivido!).

Vi lasciamo alle foto e video della serata, a voi tutte le considerazioni del caso!



giovedì 15 novembre 2018

I MOTORHEAD,PINO SCOTTO,SLASH E QUELLA VOLTA A BOLOGNA NE 1986 // PICCOLO RICORDO DI LEMMY KILMISTER DI MAURIZIO


Di Lemmy e della sua morte è stato detto (di) tutto.Per quanto mi riguarda ho due ricordi legati ai Motorhead e ne posso parlare tranquillamente da "non fan" della band. Il primo risale al 23 Giugno 1986 ("avevo solo 20 anni" direbbe Appno) e riguarda il primo Festival "Heavy Metal" a Bologna. Per intenderci, in Italia il fenomeno della diffusione di massa del Metal è legato a un programma della defunta "vecchia" Videomusic (oggi risorta sul canale 813 del digitale terrestre) dal titolo "Heavy con Kleever", di cui qua sotto potete vedere una clip che vale più di mille parole e tremila commenti.


La line up del Festival era composta dai "local heroes" Crying Steel e dai tedeschi Scanners a cui toccò il difficile compito di aprire le danze. Ma all'epoca bastava davvero poco per incendiare un palazzetto dello sport stipato di appassionati del genere. Terza band sul palco i mitici Vanadium , punta di diamante del metal del Belpaese e con un frontman come Pino Scotto che restava ancora un'icona in ambito musicale prima che RockTv ( probabilmente la peggior televisione musicale del mondo dopo MTV Rocks) ne tirasse fuori la vena "caciaron popolare" e ne distruggesse mito e reputazione. Ma l'epoca c'era gente che avrebbe venduto i "giolielli di famiglia" per un autografo di Pino come questo che ottenni quella sera e che conservo più o meno gelosamente nel mio cassetto dei ricordi.


Dopo i Vanadium, causa defezione delle mitiche Girlschool, arrivarono on stage i Motorhead. 45 minuti circa di delirio senza se e senza ma. Un brano dietro l'altro senza pausa, senza tregua, senza respiro. "Lui" immobile di fronte al microfono e tutto il resto del mondo a pogare sotto al palco. Non ricordo brani e scaletta nel dettaglio, non ricordo neppure se suonassero bene o male perchè ho passato 45 minuti a cercare (spesso invano) di difendermi da spinte, botte, colpi più o meno proibiti. Ma non è forse tutto questo che rende un live memorabile? Il Festival si chiuse con i Twisted Sister che impiegarono mezzo set a far cantare "I wanna Rock" al pubblico e l'altra metà a rifarsi il trucco in camerino. Mi portai per giorni a casa le orecchie che fischiavano per il set di Kilmister e band. 


Arriviamo ai giorni nostri e pur "sfiorando" un paio di volte Lemmy a Berlino non ho più avuto il piacere di testare l'invecchiamento di miei padiglioni auricolari a un loro concerto. Però mi addentrai nel loro sito con curiosità qualche mese prima del tragico evento (e qui il secondo ricordo di loro). Da eroi della strada erano in fondo diventati pedine neppure troppo velate del music business e dal loro sito ufficiale si poteva addirittura prenotare un posto su un lussuosissimo yacht (di quelli in cui non mancano caviale e mignotte) dove tra i benefits c'era  anche un loro live su un palco placcato d'oro. Resta la musica, quella che non ha bisogno di caviale e mignotte per essere apprezzata, e, tra i tanti, un brano immortale come "Ace of Spades" che Slash, con Myles Kennedy and the Conspirators, ha coverizzato alla House of Blues di Las Vegas. Riposa in Pace Lemmy Kilmister e spero lassù non ci siano yacht ad aspettarti ma solo motociclette e strade polverose.

SOCIAL NETWORK E NUOVI FASCISMI NELL'ERA DEL 2.0 // ECCO UN ESTRATTO DAL NUOVO LIBRO DI LEONARDO PIERRI


Ecco un estratto da "Social Fascismo nazionale", il nuovo libro di Leonardo Pierri (già a Riserva Indie con I Carnival e La Clinica Dischi) disponibile in digitale cliccando qui. Il libro è un piccolo saggio sui "nuovi fascismi" dell'era digitale e sulle loro possibili soluzioni.


IL mondo dei Social Network ha consentito a
chiunque di poter esprimere ed esternare pensieri
ed idee di ogni sorta e tipologia.
In un momento di prosperità economia questo
meccanismo, questa libertà, può fungere da
propellente per lo sviluppo di nuove idee e per
l'avviamento di processi di evoluzione del pensiero.
Ma cosa accade quando le contingenze ci
costringono a fare i conti con la povertà, con la
precarietà, con un modello di società che si sgretola
sotto i nostri piedi e che sentiamo non appartenerci più?
Possono i social network fungere da canali di sfogo
per la rabbia repressa della popolazione?
Tutto sembra confermare la possibilità, alla luce dei
fatti, che l'assenza di una autorità in grado di
regolare in modo intransigente le attività degli
utenti sulle piattaforme social porti inevitabilmente
all'abbattimento di parametri di buon senso che a
fatica le generazioni passate costruirono, in taluni
casi pagando con la vita.
Immaginate un mondo in cui tutti, nessuno escluso,
vaghino per le strade ad esternare il proprio
pensiero senza più freni o limiti.
Ecco come funzionano i social network.
Avete mai visto qualcuno girare per la strada con in
fronte appeso un cartellone su cui scrivere il proprio
pensiero? Beh, in questo caso si, l'avrete visto, e l'avrete
sicuramente considerato non proprio mentalmente
lucido, vero? E allora perché se questo accade su una piattaforma
come Facebook risulta ai nostri occhi tollerabile?
Semplicemente perché questo modo virtuale di
vivere la vita ci dona la possibilità di farlo senza
porci limiti perché è come se non fossimo poi noi,
individui in carne ed ossa, a rispondere dei nostri
pensieri e delle nostre azioni.
Le condizioni economiche e soci
Avete mai visto qualcuno vagare per strada
sbraitando qualunque pensiero gli passi per la testa?
Beh, in questo caso si, l'avrete visto, e l'avrete
sicuramente considerato non proprio mentalmente
lucido, vero?
E allora perché se questo accade su una piattaforma
come Facebook risulta ai nostri occhi tollerabile?
Semplicemente perché questo modo virtuale di
vivere la vita ci dona la possibilità di farlo senza
porci limiti perché è come se non fossimo poi noi,
individui in carne ed ossa, a rispondere dei nostri
pensieri e delle nostre azioni.
Le condizioni economiche e sociali del nostro paese
non corrispondono esattamente a quello che si
definirebbe un “ottimo stato di salute”, dunque se un
tempo il malcontento diffuso poteva trovare sbocchi
diversi e più equilibrati, sotto forma di dialogo
democratico e rispettoso da un lato e, dall'altro,
tramite sporadiche azioni di natura più o meno
criminosa che però venivano additate come
“anacronistiche” e “esagerate” anche da coloro che
magari intimamente potevano condividerne i
moventi, ad oggi la totale libertà di esprimere odio e
la continua gara alla prevaricazione nei confronti
dell'altro, porta inevitabilmente all'utilizzo di un
linguaggio che di base risulta essere molto più
pericoloso di una singola azione “folle”.