domenica 24 giugno 2018

IO VIRGINIA E IL LUPO E CAVEIRAS A RISERVA INDIE // SCOPRI GLI OSPITI DELLA SETTIMANA SULLE FREQUENZE DI CONTATTO RADIO POPOLARE NETWORK


Questa settimana a Riserva Indie arrivail synth rock di Io Virginia e il Lupo con i brani del loro ep di "Domenica",. Opening act della serata le sperimentazioni di UR suoni con i Caveiras e il loro disco "Cidade Oculta". Appuntamento in diretta Lunedì 25 Giugno dalle 21 alle 22,30 e in replica Sabato 30 dalle 16 alle 17,30 sulle frequenze di Contatto Radio Popolare Network (89,80 Fm) e in streaming su www.contattoradio.it. E dalle 20,40 in diretta video sulla pagina facebook di Riserva Indie l'anteprima a cura di Giuliano Faggioni.



Re-inventare la musica rock eliminando le chitarre e sostituendole con sintetizzatori e pianoforti. Re-interpretare il genere Synth-Rock. Questa la missione (compiuta) di Io, Virginia e il Lupo. La band, formata da (Giovanni Pontoni - tastiere e voce; Francesco Nesi - live electronics e voce; Giacomo Pierucci - batteria), sta conquistando tutti tanto che sabato 19 maggio sono risultati vincitori dell'edizione 2018 di Arezzo Wave Toscana. http://www.fattitaliani.it/2018/05/io-virginia-e-il-lupo-il-28-maggio-esce.html


I Caveiras trafficano illegalmente in ritmi ossessivi e basse frequenze, mirando a infiltrare vibrazioni afro-brasiliane dietro le linee del punk. Nascono spiritualmente durante un pellegrinaggio a Rocinha: dopo aver osservato due ragazzini improvvisare una batucada con un secchio e un bidone, realizzano che la distanza fra Rio De Janeiro e la Berlino degli Einstürzende Neubauten è solo apparentemente incolmabile. Tornati in patria, i nostri stringono un patto di sangue e si ripromettono di mostrare al mondo il lato oscuro del samba. Servendosi di basso elettrico, percussioni di scarto e campionamenti alla stregua di armi semi-automatiche, cominciano a brutalizzare la tradizione brasiliana con impeto selvaggio e iconoclasta. I brani vengono smembrati, contaminati e ricomposti in un cortocircuito culturale continuo: claves e standard ritmici subiscono trattamenti elettro-acustici al limite dell’industrial, il basso di estrazione dub riduce l’impalcatura melodica ai minimi termini, mentre le urla creano un ponte tra l’invettiva punk e le maledizioni Quimbanda. Cidade Oculta (titolo che omaggia l’omonima pellicola di Chico Botelho, manifesto noir brasiliano di metà anni ’80) si pone quindi come una scorribanda notturna attraverso le aree meno battute delle metropoli brasiliane, dalle favelas che sovrastano la spiaggia di Ipanema ai vicoli della Boca do Lixo. Questi sono i luoghi che offrono rifugio a una comunità marginale, rappresentativa di un Brasile altro. Un Brasile violento, eppure estremamente vitale. Un Brasile che reclama legittimazione al pari delle immagini da cartolina fatte di corpi abbronzati, carnevale e caipirinhas. Questi sono i luoghi che ospitano la Città Occulta.


SCREAM FOR ME FIRENZE // LJUBO UNGHERELLI RACCONTA TERZO E QUARTO GIORNO DI FIRENZE ROCKS 2018 (CON IRON MAIDEN, OZZY...)



Doppiata la boa di metà festival, “il Rock” si ripresenta ai blocchi di partenza sabato 16 giugno per la terza giornata. Torna anche uno dei protagonisti assoluti della manifestazione: il sole, che per fortuna ha tenuto a debita distanza i rischi di precipitazioni, producendo una calura costante ma abbastanza sopportabile con la collaborazione di correnti d’aria ventosa che hanno mitigato la canicola. Per quella che si rivelerà la giornata con il minore afflusso di pubblico, circa quarantamila unità, le file per i controlli sono di una lunghezza e di una pedanteria inconcepibili. La card è heavy metal oriented e, si sa, i metallari sono brutti, sporchi e cattivi e bisogna essere scrupolosi per impedirgli di nuocere allo scibile umano. Tutto ciò mentre, all’interno, gli Shinedown stanno intrattenendo coloro che sono riusciti a superare indenni e in tempo utile le procedure di accesso alla Visarno Arena. Orecchiando da fuori, ci sarebbe solo da ringraziare lo zelo degli addetti alla sicurezza per aver dilatato le tempistiche, impedendo di testificare appieno quello che musicalmente pare avere le sembianze di uno strazio. Viceversa, testimonianze raccolte sul campo raccontano di un live divertente e coinvolgente, merito anche di un frontman che sa il fatto suo. Tocca quindi alla band di un Jonathan Davis in libera uscita dai Korn. Spiace infierire su un personaggio della sua levatura, ma il materiale solista del cantante californiano risulta una miscela piuttosto indigesta di technopop, trip hop e alcune soluzioni più vicine al sound alternativo della band di origine. Due–tre canzoni si elevano oltre la sufficienza, ma non risollevano più di tanto la situazione. Apprezzabile il tentativo di esplorare nuove vie artistiche, anche con l’ausilio di violino e contrabbasso che vanno ad affiancarsi alla strumentazione più tradizionalmente ancorata al rock, ma non vi è granché di cui bearsi. Giocano invece sul campo a loro più congeniale gli Helloween in versione “Pumpkins United”, tour nel quale l’attuale organico del gruppo tedesco è coadiuvato dai due figlioli prodighi Michael Kiske e Kai Hansen.


Tralasciando le considerazioni sulla natura di questa reunion, che bene o male si possono applicare a gran parte delle analoghe operazioni che spopolano nel business musicale, meglio limitarsi a quanto visto nei settantacinque minuti di concerto. Kiske, lo storico cantante degli Helloween di fine Ottanta, pare uno che passa di lì per caso: si muove con aria spaesata, canta un paio di mezze strofe, volge il microfono in direzione del pubblico durante i ritornelli e sparisce dietro le quinte, demandando il grosso del lavoro al titolare Andi Deris, frontman con maggior presenza scenica e padronanza del palco nonché, ad oggi, in una forma vocale nettamente superiore. Più a suo agio Hansen, uno dei personaggi più amati e carismatici del metal europeo. Il leader dei Gamma Ray si ritaglia il suo spazio con un gran bel medley di canzoni risalenti agli albori degli Helloween, quando ne era il chitarrista ma anche il cantante: schegge di power–speed metal che portano i nomi altisonanti di “Starlight”, “Ride the sky”, “Judas” e “Heavy metal is the law”. Presenza/assenza di Kiske a parte, lo spettacolo è godibile e include tutti i classici dell’epoca d’oro, e in aggiunta due singoli dell’era Deris, “If I could fly” e soprattutto la squisita “Power”. 


Se gli Helloween sono da sempre considerati epigoni degli Iron Maiden, ecco che “il Rock” li ha infilati in apertura ai loro padrini, che con il “Legacy of the beast tour” segnano a Firenze la prima delle tre tappe italiane dell’estate 2018. Inutile cercare artifizi retorici: i Maiden si guadagnano a mani basse il titolo di dominatori del festival con un concerto che rasenta la perfezione. Due ore scarse di heavy metal suonato senza pause né cedimenti, vissuto sul palco ostentando l’entusiasmo di un gruppo di ventenni (quando il più giovane di questi sei gentlemen inglesi è in procinto di compierne sessanta) e condito da scenografie opulente. Se poi qualcuno fosse interessato a voler applicare il concetto di “mattatore” al frontman di un gruppo rock, basta osservare Bruce Dickinson in azione. Smessi i sobri panni di uomo d’affari e pilota di aerei e, per fortuna, anche quelli da docker cassintegrato indossati nel precedente tour e che sarebbero stati più adatti a qualche sfigato che suona post rock, Dickinson sfodera una prestazione da manuale, fatta di corse, salti, cambi d’abito, costante interazione col pubblico (a colpi di “Scream for me Firenze”) e con gli elementi di scena. E che dire di una voce cristallina e potentissima, in barba al correre inesorabile del tempo e al tumore alla gola sconfitto non molti anni fa. E il contorno non è certo da meno. Dave Murray e Adrian Smith, in particolare quest’ultimo, tessono le inconfondibili trame chitarristiche del gruppo, laddove Janick Gers indulge nei suoi numeri da giocoliere. Ultimo ma non ultimo, il lider maximo Steve Harris non lesina le sue caratteristiche pose, col piede sinistro poggiato sulla spia e la paletta del basso rivolta verso il pubblico come fosse la canna di un fucile in posizione di sparo. “Il Rock”, che nelle precedenti giornate, specie nella seconda, aveva visto un pit piuttosto abulico, già sulle note preregistrate di “Doctor Doctor” degli UFO, intro di lungo corso dei concerti degli Iron, fa presagire che sarà tutta un’altra musica.


Sono sufficienti i primi istanti di “Aces high”, preceduti dall’altrettanto familiare “Churchill’s speech”, l’arringa con cui il primo ministro britannico esorta il suo popolo alla resistenza contro i nazisti, a scatenare una bolgia infernale sottopalco, che non andrà a smorzarsi se non in concomitanza con le amene melodie di “Always look on the bright side of your life” dei Monty Python, usuale chiusa per una band che non difetta nemmeno dello humour necessario per affrontare le cose della vita. La scaletta di questo tour pare realizzata con una sorta di manuale Cencelli in versione heavy metal. Ben dieci gli album da cui vengono attinti i pezzi da proporre, e uno scarto temporale di ventisei anni tra il più antico (1980) e il più recente (2006), con prevalenza accordata a “Piece of mind” (quattro) e “The number of the beast” (tre). Poco altro da aggiungere, se non ulteriori parole di sconfinata ammirazione. Niente artifizi retorici, si era detto. Si passa dunque oltre, con la consapevolezza che, vi fosse un concorso come nei vari Sanremo, “il Rock” avrebbe il suo vincitore con largo anticipo. Resta l’ultima giornata. Domenica 17 giugno prevede una card sempre grama ma quantomeno variegata. Alle 16 è tempo dei Tremonti. Il chitarrista degli Alter Bridge, anche voce principale in questo progetto solista giunto alla quarta prova discografica, si disimpegna in sonorità più aggressive e legate alla scuola power–thrash metal made in Usa, specie per quanto riguarda ritmiche e strofe, mentre i ritornelli si aprono similmente a quelli del gruppo da cui proviene. Il tutto, mentre sul fondale già si staglia l’enorme croce su cui sarà imperniata la scenografia di Ozzy Osbourne. Un po’ statici e troppo raccolti nell’enorme palco che consentirebbe maggior dinamismo, ma comunque efficaci, guidati da un guitar hero e compositore di primo piano dell’hard rock–metal del terzo millennio. Altro che “Living after midnight”… I Judas Priest si presentano sul palco a metà pomeriggio, con un set giocoforza ridotto a circa sessanta minuti. Un bignami dei metal gods inglesi, che partendo dal recente “Firepower” spaziano nel loro vasto repertorio, che li ha visti in transizione dall’hard rock sabbathiano degli esordi al sound dell’acciaio britannico che li ha resi celebri (“Grinder”, “Sinner”, “Hell bent for leather”…), passando per le soluzioni più rileccate di metà anni Ottanta (qui rappresentate da “Turbo lover”), tornando poi a essere veloci e aggressivi in “Painkiller”, la cui title track chiuderà il concerto. Con l’assenza dei due storici chitarristi K.K. Downing e Glen Tipton, è l’immarcescibile Rob Halford a gestire le operazioni con la sua tipica e incessante marcia avanti e indietro da un lato all’altro del palco e uno screaming che per un uomo di quasi settant’anni è più che soddisfacente. Momento fantozziano quando irrompe sulla scena a bordo della moto, rombante ma palesemente spinta da un roadie che sullo slancio sbuca dal separé dietro al quale avrebbe dovuto rimanere celato. 


Dal metal classico dei Judas Priest si passa a quello moderno degli Avenged Sevenfold, che trovano ad accoglierli un pit gremito di loro sostenitori, pronti a unirsi ai ritornelli e scatenarsi nel mosh. Il cantante M.Shadows, con indosso una maglia di “Jar of flies” degli Alice in Chains, ha voce, eventualità non così scontata per chi è familiare con i live degli A7X. Difficile condividere l’ostracismo dei metallari più oltranzisti, cui non è andato giù lo slot di supporto diretto che ha relegato i Judas Priest nel midcarding. Il gruppo di provenienza SoCal è heavy metal a tutti gli effetti, con Metallica e Iron Maiden tra le influenze più palpabili, seppure rielaborate e affiancate da input provenienti da altri generi. In ogni caso, il concerto è di indiscutibile qualità. Un’ora e un quarto che alterna brani rocciosi e sfrenati a power ballad, con il consueto tributo al batterista The Rev, stroncato da un’overdose a soli ventotto anni nel 2009. Impegnato nell’ennesimo tour d’addio, e c’è da scommettere che anche stavolta s’inventerà qualche magheggio per ripresentarsi in grande stile nel prossimo futuro, il principe delle tenebre Ozzy Osbourne ricorda un po’ il Principe Carlo d’Inghilterra: a settant’anni, non si vedono spiragli affinché possa elevarsi al rango di Re, quindi perché ritirarsi proprio adesso? Fatti i doverosi complimenti al suo staff di chirurgia estetica e consulenza d’immagine (almeno visto dai maxischermi, dimostra una ventina d’anni in meno), il cantante di Birmingham, trasformatosi in personaggio mainstream a tutto tondo con le sue famigerate scorribande televisive, si presenta da solo sul palco per ricevere la prima di una lunga serie di ovazioni. La band che lo supporta è un quartetto che include anche il figlio di Rick Wakeman alle tastiere e alla chitarra ritmica. Curiosità: il padre, tastierista degli Yes, aveva collaborato in studio con i Black Sabbath ai tempi che furono. Sugli scudi, naturalmente, il chitarrista Zakk Wylde, lanciato giovanissimo dallo stesso Ozzy e da poco rientrato in organico dopo qualche anno di assenza. Spesso invasivo con la sua prosopopea da guitar hero, è comunque il pilastro del gruppo e gli si può perdonare uno sfiancante assolo che è pur sempre meno tedioso di quello che, a ruota, intraprende il batterista Tommy Clufetos. Il repertorio è un’antologia live dei principali successi di Ozzy, dall’iniziale “Bark at the moon” a “Mama, I’m coming home”, eseguita nel bis. Spazio anche per tre cover dei Black Sabbath: “Fairies wear boots” e le arcinote “War pigs” e “Paranoid”, quest’ultima a suggello del concerto. Spettacolo circense di puro intrattenimento multigenerazionale. Ozzy che vaga ingobbito per il palco, con un’espressione a metà tra stupefazione fanciullesca e perenne irrequietudine, aizza la folla e fa ascoltare quella voce che migliaia di cantanti hanno cercato di emulare nell’ultimo mezzo secolo, vale in ogni caso il prezzo (esoso) del biglietto. “Il Rock” si conclude con un’ultima fiumana di gente che migra verso le uscite. Notevoli i concerti degli headliner, da dimenticare quasi tutto il resto. Monito, questo, che va tenuto bene in mente se e quando sarà annunciata la prossima edizione del festival.

Testo e foto di Ljubo Ungherelli


sabato 23 giugno 2018

AGENDONA LIVE CONTRO LA DIPENDENZA DA YOUTUBE // CONCERTI, EVENTI, APPUNTAMENTI - INVIATECI LE VOSTRE SEGNALAZIONI E SOSTENETE LA MUSICA DAL VIVO




Stanco delle serate passate in casa a guardare incipit di video su YouTube o Youporn? Stufo di pomeriggi a guardare serie tv su Netflix pagate col reddito di cittadinanza? L'alternativa alla pigrizia piccolo borghese populista è sempre quella: uscire. Riconquistiamo gli spazi, le arene, i locali, ogni posto dove si suona e lasciamo le piazze, virtuali, vuote. Una piccola guida dedicata a quelli che "non c'è mai un cazzo da fare".








Ganz of Bicchio - Viareggio








Shake Club - La Spezia


Reality Bites Festival 2018 - Massarella (Fi)






SHERWOOD FESTIVAL - PADOVA


Mojotic Festival 2018 - Sestri Levante





Pistoia Blues 2018



LUCCA SUMMER FESTIVAL



Blues Festival - Seravezza (LU)


BEAT FESTIVAL EMPOLI




HOME FESTIVAL
Line Up finora annunciata (WORK IN PROGRESS)
DAY1 Giovedì 30 agosto: Alt-J – White Lies – The Wombats – Django Django
DAY2  Venerdì 31 agosto: The Prodigy – Incubus – Prozac+ – Roni Size feat Dynamite MC





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L'AGENDONA SARA' PERIODICAMENTE AGGIORNATA: SEGNALACI IL TUO EVENTO, INVIACI UNA MAIL O UN MESSAGGIO SU FB!

mercoledì 20 giugno 2018

FIRENZE ROCKS 2018: IT'S SO EASY (O QUASI) PARTE 1 // REPORT SENZA FILTRI E IMMAGINI DI LJUBO UNGHERELLI



Il concerto dei Foo Fighters è nella sua fase centrale. È in corso un francamente non troppo eccitante siparietto che Dave Grohl chiama “solo sections”: ogni membro della band viene presentato e dà l’abbrivio a una cover. Dopo perle inestimabili quali un mash-up tra la musica di “Imagine” di Lennon e il testo di “Jump” dei Van Halen, oltre a rifacimenti più standard di pezzi come “Under pressure” dei Queen e “Blitzkrieg bop” dei Ramones, è il turno del bassista Nate Mendel, che per fortuna fa obiezione di coscienza e si rifiuta di aderire alla sarabanda. Grohl allora domanda se vi sia qualcuno che voglia sostituirlo. Si pensa subito a una delle sue gag, che nelle precedenti date hanno portato sul palco bambini o altri personaggi improbabili. Invece si presenta nientemeno che Duff McKagan dei Guns N’Roses. “Sai fare un assolo di basso?”, gli domanda Grohl. Per tutta risposta, l’allampanato rocker di Seattle attacca il giro di “It’s so easy”. Questione di pochi istanti, e fanno la loro comparsa (da lati opposti del palco, ça va sans dire) anche Axl Rose e Slash, per un esplosivo featuring che segna il momento più significativo di questi quattro giorni, tanto da essere rilanciato su siti musicali e non di tutto il mondo. 


Da quando l’autore di questo articolo frequenta i festival estivi italiani (vent’anni), essi a grandi linee si possono così caratterizzare: organizzazione non sempre impeccabile, location non sempre all’altezza e cast musicale quasi sempre di buon livello. La nascita del Firenze Rocks (che d’ora innanzi per amor di semplificazione sarà chiamato “il Rock”) già dalla sua prima edizione lo scorso anno ha cambiato le carte in tavola: organizzazione non sempre impeccabile (questo giro invero un po’ migliorata), location non sempre all’altezza (questo giro invero un po’ migliorata) e cast musicale di scarso livello. Non serve guardare ai festival europei, con i quali il confronto è impietoso. Basta scorrere le card dei vecchi e spesso bistrattati Gods of Metal, Jammin’ Festival, Independent Days e via discorrendo per rendere evidente la mediocrità e la povertà dell’offerta che “il Rock” serve a un pubblico pagante, e non poco, che al di là degli headliner non può che provare sconforto nell’approcciarsi alla kermesse fiorentina. 


Per lo sventurato acquirente che a fine 2017 si è salassato per l’abbonamento nel pit a tutte le giornate, allorquando erano stati annunciati solo i quattro nomi principali più altri due, scoprire che a giugno 2018 non è stato aggiunto nulla di nulla fa decisamente scemare l’entusiasmo. Anzi, fa incazzare di brutto! Ad ogni modo, “il Rock” si apre giovedì 14 giugno. La Visarno Arena, in pratica il vecchio ippodromo del galoppo, vede alcune migliorie nell’allestimento di stand e servizi vari, o così almeno narrano le testimonianze raccolte sul campo. Chi scrive infatti ha impiegato la quasi totalità del tempo “recluso” nel pit, senza usufruire di bagni, casse per l’acquisto di cibo e bevande, merchandise e quant’altro. Riportare notizie di seconda mano non è il massimo della vita, dunque avanti con la cronaca. Il tempo d’incolonnarsi per i controlli di rito e, all’ingresso nel pit, i Wolf Alice stanno concludendo il loro concerto, che infrasentito da fuori e poi per pochi minuti effettivi lascia un pur minimo rimpianto per non aver anticipato l’arrivo in loco. 


Il rimpianto, ben presto, si acuisce per non aver ritardato ulteriormente l’arrivo in loco. The Kills. Visti nel 2003 al Flippaut Festival di Bologna. Suonavano dopopranzo. A seguire, vi erano nomi del calibro di Turbonegro, The White Stripes, Queens of the Stone Age e Audioslave. Giusto per dare un’idea di cosa offrissero i festival all’epoca. Adesso, “il Rock” li promuove a ridosso degli headliner, senza che in questi tre lustri abbiano accresciuto di chissà quanto la loro notorietà in Italia. Rispetto alla predetta esibizione, hanno raddoppiato tutto quanto (oltre al prezzo del biglietto). Erano in due, sono in quattro, avevano un set di circa mezzora, qui ne hanno uno di sessanta minuti, e la rottura di palle è doppia. Giudizi tranchant a parte, non è questo il contesto ideale per cercare d’apprezzare la musica dell’ex duo. Molto più festival–oriented il circo rock’n’roll inscenato per due ore e mezzo dai Foo Fighters. Il sestetto nordamericano manda in visibilio i sessantamila della Visarno Arena. Il pit ribolle in un tripudio incessante, e presumibilmente anche nelle retrovie ci si diverte (sulla fiducia, essendo visibilità e potenza del segnale audio alquanto chimeriche a quelle distanze). Dave Grohl pare aver superato i problemi alla voce che lo avevano afflitto fino a pochi giorni addietro e dispensa in gran copia i suoi proverbiali strilli. Chitarra a tracolla, corre avanti e indietro e gigioneggia nelle pause tra un pezzo e l’altro, spesso con la complicità del batterista Taylor Hawkins. La scaletta combina una sorta di greatest hits degli oltre vent’anni di carriera del progetto “alieno” di Grohl con diversi estratti dall’ultimo album “Concrete and gold”, eseguiti col supporto di un trio di coriste. Giova sottolineare che un simile live set è perfettamente consona a una formidabile “macchina da singoli” che non sempre ha trovato continuità sulla lunga distanza del disco. La miscela tra hard rock anni Settanta, power pop e indie rock americano, con qualche residua scheggia punk hardcore funziona alla stragrande in sede di concerto, ed è difficile non farsi coinvolgere e negare che i Foo Fighters ricoprano con pieno merito un ruolo di primo piano nel rock di oggidì. Grazie anche, inutile nasconderlo, alla figura di Grohl, che da oscuro comprimario della dolente generazione X del grunge e dintorni ha saputo assurgere a icona, cucendosi addosso il personaggio della rockstar “buonista” che miete consensi tanto tra i fan quanto tra i colleghi. Frizzi e lazzi, finanche rutti, inframmezzano, e talvolta interrompono le varie canzoni, che comunque restano il fulcro dello show. “All my life”, “The pretender”, “Learn to fly”, “Monkey wrench”, “Breakout”, “Best of you” e “Times like these” sono classici ampiamente riconosciuti e celebrati da ovazioni che si levano già sulle note iniziali di ognuno di questi brani. A livello personale, è sempre un’emozione riascoltare, secondo e penultimo pezzo del bis, “This is a call”, che nel 1995 sancì l’incontro con la musica dei Foo Fighters. “Everlong” fa calare il sipario sulla giornata d’esordio del festival. Venerdì 15 giugno, “il Rock” non prevede grossi progressi a livello di midcarding. 


Intorno alle 17 sono i Baroness a scaldare i presenti, peraltro già abbastanza grigliati dal sole cocente. Il combo stoner, la cui proposta si può assimilare, nei suoi episodi più immediati e d’impatto, a gruppi coevi quali Red Fang, soffre purtroppo di una resa sonora ai limiti della decenza e risulta pressoché impossibile godersi le rocciose cavalcate che tenta di sciorinare sulla platea. I Baroness senz’altro non si scompongono, avendo vissuto vicissitudini ben più tragiche di un impianto deficitario (qualche anno fa, un grave incidente stradale ha decimato la band e il suo entourage). Va un po’ meglio, con l’audio, ai danesi Volbeat, insigniti dello slot di diretto supporto agli headliner. 


E va beh… Positiva l’oretta loro concessa, all’insegna di un rock alternativo che accorpa reminiscenze che si muovono su un asse che dal rockabilly/psychobilly anni Cinquanta si sposta verso il pop bubblegum del decennio successivo, rivisitato secondo i canoni dei suoi figli più degeneri come Ramones e Misfits. In formazione anche l’ex chitarrista degli Anthrax Rob Caggiano, il quale da buon italoamericano si esibisce con coppola in testa. “Italiani sempre rumore, sempre cantare chitarra e mandolino” (cit.). Qui niente mandolino, solo chitarra elettrica per il paisà. Cinque minuti dopo le venti, inizia a rombare una lunghissima intro che condurrà infine sul palco i Guns N’Roses. La rock’n’roll band più famigerata e selvaggia della sua era, e una delle più celebri di sempre, riporta in Italia il suo “Not in this lifetime tour” a un anno di distanza dal concerto di Imola. Di cui è stato scritto su questo blog, pertanto l’invito è a ripescare il report per le considerazioni generali che restano valide anche riguardo questa nuova calata nel belpaese. Rispetto a Imola 2017, da registrare una durata ancor più corposa, circa duecento minuti di concerto. Detta scelta comporta inevitabili risvolti negativi, quali i non sporadici fraseggi interlocutori che creano momenti di stanca non indifferenti. In particolare, un segmento di tre quarti d’ora o giù di lì, che tra cover, assoli, duetti chitarristici, senza contare l’esecuzione dell’interminabile “Coma”, rischia di sfiancare anche il sostenitore più accanito (e chi scrive è estremamente ben disposto nei confronti della band che a fine anni Ottanta lo ha iniziato al rock’n’roll). 


Pesa inoltre sul risultato finale la prova canora di un W.Axl Rose pressoché afono, mentre a Imola aveva offerto interpretazioni degne della sua fama. Poco da dire, altresì, sulla qualità del repertorio e dell’esecuzione musicale e sull’efficienza di una band che appare anche un po’ meno “scollata” rispetto alle prime uscite di questa redditizia reunion a ranghi ridotti. Per il resto, da segnalare il ripescaggio di “Shadow of your love”, titolo incluso nel demo degli Hollywood Rose, antesignani di quelli che sarebbero divenuti i Guns, scelto come singolo promozionale della monumentale ristampa per il trentennale di “Appetite for destruction” e, sempre in tema di singoli, la cover di “Slither”, che a inizio millennio funse da apripista al debutto dei Velvet Revolver, supergruppo che includeva Slash e Duff, oltre all’altro ex Guns Matt Sorum, ed era completato dal carneade Dave Kushner e dall’indimenticato Scott Weiland (pure su questi temi trovate materiale nel blog di Riserva Indie). 


I botti e i coriandoli di “Paradise City” concludono la festa. Ennesimo bagno di folla per i Gunners, secondo per “il Rock”. Ed è solo l’inizio. Anzi no! È solo metà…

Testo e Foto di Ljubo Ungherelli


sabato 16 giugno 2018

WE LOVE SURF, ISOTTA FRANCI STURLESE E BALM A RISERVA INDIE // SCOPRI GLI OSPITI DELLA SETTIMANA SULLE FREQUENZE DI CONTATTO RADIO POPOLARE NETWORK


Questa settimana a Riserva Indie tornano i We love surf con l'anteprima del loro nuovo album "Jellyfish". Opening act della serata i BÄLM con un minilive in studio e Isotta Franci Sturlese con la presentazione del libro "L'unicorno, la saga della profezia". Appuntamento in diretta Lunedì 18 Giugno dalle 21 alle 22,30 e in replica Sabato 23 dalle 16 alle 17,30 sulle frequenze di Contatto Radio Popolare Network (89,80 Fm) e in streaming su www.contattoradio.it


We Love Surf è un progetto che nasce un po' per gioco nel 2010 grazie ad Andrea Marcori (Kobayashi/CuraroDischi) e alla sua voglia di connettere il surf praticato e la musica. Nel 2011 ha prestato i brani di “Holiday Ep” per il “Bear Pro Longboard World Title”, finale del Campionato Del Mondo di Surf, disputato a Levanto (Sp). Nel 2012 esce per Curaro Dischi il primo album 'Go!', anticipato dal video del singolo “Turn Off Television” girato da Nicola Bresciani (Surf Culture Group) con la partecipazione dei migliori surfisti italiani del momento (Angelo Bonomelli, Roberto D’amico, Thomas Cravarezza…). Nel 2014, esce 'Up and Riding' che segna importanti cambiamenti a livello musicale portando la band verso un sound più rock'n'roll, grazie anche al nuovo assetto live in trio (chitarra-basso-batteria). 70 concerti in giro per l'Italia, anteprima video di 'Do You' in esclusiva su RollingStone, streaming su Rockit.it, partecipazione ad OCCUPY DJ e a RADIORAI Music Club e sponsorizzazione dal prestigioso marchio HURLEY. Nel 2015 la band rivisita in chiave surf ‘Dune Buggy’ degli Oliver Onions, da lì partirà il tour estivo per tutta la penisola. Un tour estivo caratterizzato da numeroso concerti in duo, voce/chitarra e batteria. Il nuovo assetto in duo ha caratterizzato anche il nuovo album, Peachy Keen, uscito per Curaro Dischi il 27 maggio 2016. Alla fine dell'estate 2017, dopo un'intensa attività live, la band registra il nuovo album. Il 23.03.2018 esce 'Feel So Good, Rock'n'roll!' il nuovo singolo.


L'unicorno è un romanzo fantasy, primo capitolo della saga della Profezia composta da quattro volumi. È incentrato su sentimenti positivi e buoni, quali l'amicizia e l'amore dove, alla fine, nonostante le drammaticità dei fatti, il bene e la luce riescono a trionfare. La protagonista è Luka, una ragazza come tante altre. Meticolosa, piena di voglia di vivere, appassionata di danza. Scoprirà tuttavia che la sua vita ordinata e ordinaria è solo apparenza: appartiene infatti a un mondo segreto, popolato di creature leggendarie, e che lei è uno degli esseri più puri mai esistiti. Grazie all'aiuto dell'amico Sloan e di Litroint, un mago dall'oscuro passato, al servizio della magia bianca, riuscirà ad adempiere ad un'antica profezia e a deporre Fallon, re spietato e potentissimo che non esiterà a scatenare una guerra sanguinaria, pur di non veder scomparire il suo potere.

Balm è il progetto musicale di Giacomo Consoloni e Carlotta Corsi

mercoledì 13 giugno 2018

RIASCOLTA (E GUARDA) DANIELE BARSANTI A RISERVA INDIE PER PRESENTARE "TU CHE NE SAI" // GALLERY A CURA DI SAMUEL FAVA


Ecco una piccola gallery, a cura di Samuel Fava, e lo streaming, in coda al post sul player di Mixcloud, della puntata di Riserva Indie con Daniele Barsanti negli studi di Contatto Radio Popolare Network per presentare "Tu che ne sai", il suo nuovo singolo, e suonare un minilive in studio.



Qui sotto il video di "Tu che ne sai"


Clicca play sul lettore di Mixcloud per riascoltare Daniele Barsanti a Riserva Indie