giovedì 21 gennaio 2021

ASCOLTA LE NOVITA' DELLA SETTIMANA NELLA SPECIALE "FESTIVE TEN" SUL PIATTO DI RISERVA INDIE (E SUL PLAYER DI SPOTIFY) - #PLAYFORTODAY 23-01-21



Secondo appuntamento per la speciale "Festive Ten", in onore di John Peel, con le novità della settimana segnalate dalla nostra redazione ascoltabili sul player di spotify in coda al post. 10 brani da 10 nuove uscite musicali di artisti italiani. Sul piatto, in rigoroso ordine sparso, il valzer lentissimo di Adriano Lenzi da "The calling", l'elettronica contaminata del torinese Vetna con il nuovo singolo "Betelgeuse", l'energia pura dei fiorentini Piqued Jacks con "Elephant", il kraut romagnolo dei San Leo con la lunga suite "MM", il nuovo singolo di Andrea Laszlo De Simone, le sperimentazioni sonore di Furtherset, il cantautorato "aristocratico" di Luigi Impagliazzo e Davide Mastrocinque, in arte Mompracem, l'alt folk dei Campos con "Ruggine" dal nuovo "Latlong", l'electro pop dei romani Medusa's Spite con "Destinations", singolo mixato negli Abbey Road Studios da Paul Pritchard e masterizzato a Exmouth al The Exchange da Mike Marsh e il rock sporchissimo dei napoletani Devils con "Devil whistle don't sing" con l'incredibile featuring di Mark Lanegan.



Per le vostre proposte vi ricordo la mail riservaindie@gmail.com e la nostra pagina facebook (Riserva Indie). Il disegno di copertina è di Francesca Peach Bertellotti.

sabato 9 gennaio 2021

"STO ASCOLTANDO DEI DISCHI" - MAURIZIO BLATTO E IL "CENTRO D'ASCOLTO VINILISTI ANONIMI" - TESTO DI MAURIZIO CASTAGNA


Fare di una passione il proprio lavoro e uno stile di vita. Sono queste le prime parole che mi vengono in mente dopo aver girato l'ultima pagina dello splendido "Sto ascoltando dei dischi", libro di Maurizio Blatto pubblicato per Ass Editore nella collana Incendi - narrazioni combustibili e con la splendida copertina di Alessandro Baronciani. Per chi non lo conoscesse, l'autore, oltre a essere una delle firme storiche di Rumore, è proprietario del Backdoor di Torino, gloriosamente rimasto tra gli ultimi negozi di dischi sulla terra, che era poi uno dei motivi per cui spesso capitavo nel capoluogo piemontese (oltre ovviamente a qualche bel live all' Hiroshima, al Museo del Cinema, al Traffic e alla Fnac). Il libro testimonia quanto la musica possa essere non solo semplice sottofondo per i fatti della vita ma colonna sonora di quello che ci accade quotidianamente. Capire la differenza tra le due cose è la chiave del libro. L'amore per i dischi, possibilmente nella loro versione fisica più che digitale, è per Maurizio soprattutto un rifugio, un luogo dell'anima a forma di copertina aperta di vinile dove un disco riesce a far fluttuare emozioni altrimenti destinate a "marcire" dentro il fiume in piena della quotidianità. Anche nei momenti bui il fruscio della puntina sul piatto ci ricorda quanto è imperfetta la vita, ma è il concentrasi sulla musica che esce dagli altoparlanti o dalle cuffie che rende "da brivido" certe emozioni, o le interpretazioni personali delle cose che ci accadono e che spesso sono realtà "aggiustate" e di parte. Quante volte la musica è stata compagna di serate per cuori spezzati e quante volte abbiamo preso la macchina e fatto il "giro lungo" per non perderci l'assolo di chitarra a metà del brano della nostra band preferita. In questo libro c'è la passione per gli Smiths con il "tributo sul campo" a tutti i brani di "The Queen is dead" e le sere cupe a cercare conforto con il piano di Laura Nyro. C'è il jazz prima non capito e poi amato di Miles Davis e poi, in rigoroso ordine sparso, Stereolab, Graham Parker, Durutti Column e tanti altri. Ma c'è più di ogni altra cosa la vita e quei personaggi pittoreschi che la coloravano con la loro follia al "centro d'ascolto vinilisti anonimi" e che oggi non ricerchiamo più nel mondo reale perchè ci accontentiamo di trovarli preconfezionati su Netflix. Forse più di tutto c'è un universo, quello musicale, che è cambiato troppo in fretta e in cui la facilità di accesso agli artisti e alle loro opere è troppo più veloce del tempo di cui avremmo bisogno per poterci affezionare a un arpeggio, a un accordo, a un testo. Sono contento che Maurizio ancora oggi sia quello che ascolta. E se passate da Torino fate un salto a cercare un'emozione e a continuare  a finanziare il suo sogno, che poi è quello di molti di noi "coccodrilli ammalati di musica", in Via Pinelli 45. 




 

QUELLA VOLTA CHE IL TEATRO DEGLI ORRORI VENNE RISERVA INDIE // FOTOGALLERY A CURA DI SAMUEL FAVA E PODCAST DELL' INTERVISTA REGISTRATA NEL 2016


Ecco la gallery, a cura di Samuel Fava, e lo streaming, sul player di Mixcloud in coda a questo post, della lunga intervista del Teatro degli Orrori a Riserva Indie, andata in onda il 23-05-2016, con Pierpaolo Capovilla, Franz Valente e Marcello Batelli nei nostri studi durante il day off tra le date di Genova e Pisa del tour 2016.


Presenti in studio, ma purtroppo non ai nostri microfoni, anche Giulio Ragno Favero e Kole Laca (assente giustificatissimo Gionata Mirai). Una chiacchierata di circa un'ora e mezza dove non sono mancati stimoli, provocazioni e spunti di discussione, musicali e non. Un doveroso ringraziamento a Clara Calavita e Mattia Bertozzi per aver organizzato l'incontro nei nostri studi e vi rimando alla coda del post per riascoltare in streaming sul player di mixcloud tutta la puntata.











Clicca play sul lettore di Mixcloud qui sotto per riascoltare Il Teatro degli Orrori a Riserva Indie

martedì 5 gennaio 2021

IL PRIVILEGIO DELL' ANALOGICO E LO SQUALLORE DEL DIGITALE // C'ERA UNA VOLTA IL NEGOZIO DI DISCHI - TESTO DI MAURIZIO CASTAGNA



Credo di far parte di quella più o meno ristretta cerchia di persone che devono a "rock e i suoi fratelli" il fatto di averle salvato la vita più o meno diverse volte nel corso della propria esistenza. Il "Negozio di dischi" è stato per anni il punto di riferimento soprattutto per chi viveva la musica dalla provincia, lontano dalle scene e dai locali "importanti". Avere un luogo fisico dove venire a contatto con quel gruppo che era "passato" in radio (quelle poche che non si limitavano a dediche su brani da classifica dalla mattina alla sera) o quel cantante di cui tanto parlavano "Ciao 2001", "Rockstar" o qualche fanzine allora reperibile solo in formato cartaceo, era un piccolo rifugio dallo squallore (allora pensavamo fosse squallore e non ci rendevamo conto del privilegio di vivere in analogico perché ignoravamo le conseguenze del digitale) di una provincia da cui tutti avrebbero voluto scappare. Si andava a letto dopo Carosello, la musica in tv andava la domenica pomeriggio ("Discoring") e le poche radio libere, ma libere veramente, dopo una certa ora iniziavano a diventare il paradiso dei sogni di ogni appassionato ("Stereonotte", Radio Rai, "Il popolo del Blues", Radio Pop, giusto per fare due esempi). Nel frattempo la società è diventata liquida, i rapporti umani liquidi e soprattutto la musica è diventata liquida. Sentire oggi il dj di turno citare gli streaming o le visualizzazioni su youtube per dare valore e "spessore" a un artista è un colpo al cuore per chi ha passato metà della propria esistenza con un vinile in mano. Ma i tempi cambiano e viviamo nell'era della globalizzazione, del populismo becero e ignorante per cui perchè scandalizzarsi del numero di visulizzazioni - followers - like come metro di giudizio per valutare un artista?. Nella musica mi sono sempre posto come ascoltatore, come "allievo" a cui piace imparare da quelli che ne sanno più di lui. Ernesto De Pascale, Carlo Massarini, Rupert, hanno "guidato all'ascolto ragionato" migliaia di persone come me, affamate di musica e emozioni. Ogni volta che apro Facebook penso sempre a quanti si permettono di scrivere, pontificare e dare giudizi su artisti o band ostentando una cultura musicale a base di quantità più che di qualità. E' un fiorire di critici musicali in ciabatte che quasi sempre non riescono a scrivere qualcosa che non sia la somma di due tweet per una platea che non riesce ad andare oltre la terza riga di un articolo. Credo che tornare a saper ascoltare, meno ma meglio, sia l'atteggiamento giusto per continuare a godere dell'arte in tutte le sue forme e per privare il web di quella mole di spazzatura sotto forma di tweet o post prodotta solo con l'intento di riempire la nostra testa di forma e privarla sempre più di sostanza.




lunedì 4 gennaio 2021

"L'ULTIMO DISCO DEI CURE" E LA FINE DEI VENT'ANNI - INTERVISTA A MASSIMILIANO NUZZOLO A CURA DI MAURIZIO CASTAGNA


Questo è un romanzo di musica e passioni che per colonna sonora ha le canzoni di Robert Smith e The Cure, dei Joy Division, dei Jesus and Mary Chain. Un romanzo che parla del difficile passaggio dalla gioventù all’età adulta. Abbiamo intervistato Massimiliano Nuzzolo, autore de "L'ultimo disco dei Cure" per Arcana Edizioni.


Ciao Massimiliano e grazie per la tua disponibilità. Partiamo subito da "L'ultimo disco dei Cure", il tuo romanzo uscito recentemente per Arcana. Il libro affronta la "crisi dei 30 anni" attraverso le storie di alcuni personaggi. Come mai la voglia di affrontare la crisi dei 30 e come hai avuto l'ispirazione per i libro?

Ciao, grazie a te e a voi. È importante precisare che questo è il mio fortunato romanzo d’esordio che torna finalmente in libreria dopo molte traversie grazie alla storica Arcana, casa editrice che ha sempre avuto un’attenzione particolare per la musica. Venendo al tema del libro, la crisi dei trent’anni… sostanzialmente perché quell’età è sociologicamente uno spartiacque. Fior di pubblicazioni scientifiche, studi, ecc. potranno confermarti la cosa. Inoltre a mio avviso in Italia rappresenta una età particolarmente significativa per chi la vive. È una fase di passaggio con i suoi riti (probabilmente i nostri genitori l’hanno vissuta a 20/25, i nostri nonni a 18…). Definendo la cosa con poche essenziali parole: è l’età in cui si dovrebbe definitivamente diventare “grandi”. Anche se sappiamo bene che la scienza e la psicologia, e a volte la vita stessa, spesso inciampano… L’ispirazione è dovuta alla mia grande passione per la musica e in particolare ai Cure, band che amo da quando ero poco più che un bambino. Tanto tempo fa Robert Smith dichiarò in un’intervista che l’album di cui stava parlando sarebbe stato l’ultimo… la frase mi è rimasta impressa. Anche perché il leader dei Cure l’ha ripetuta varie volte negli anni e per altri dischi. Ho iniziato a interrogarmi sulla cosa e a sviluppare un personaggio che come me aveva sentito quelle parole, e insieme a lui la sua “storia” fatta di emozioni, viaggi, incontri, morte, amore, crescita. A farla riecheggiare dentro sulle note dei Cure.

Il libro è anche un piccolo scrigno di un mondo che sembra non esistere più. I poster di "Rockstar" alle pareti della propria cameretta, i cd, il rito del viaggio per andare a vedere un concerto. La musica è in crisi anche perché ha perso i suoi "riti"?

Certamente. Uno scrigno fatto di ricordi e di oggetti “sacri”. Se pensi agli oggetti feticcio come un disco che tutti abbiamo posato sul piatto dell’impianto hi-fi dopo averlo tolto dalla busta, alla copertina che per certo avrai rigirato tra le mani… il rito di leggere fino all’ultima piccolissima parola stampata là sopra o nel foglio che stava dentro, quello con i testi, ascoltando il disco, e poi i cd, stesso rituale anche se con una cover davvero troppo piccola ma con preziosi booklet all’interno e un suono sublime... tutto praticamente sparito. I poster chi li ricorda più? Proprio l’altro giorno sono sceso in garage per cercare delle cose nei miei infiniti scatoloni ed ho ritrovato il famoso poster di Robert Smith con camicia azzurra, quello staccato da Rockstar… che ormai non esiste più e con lui altre testate musicali… I locali chiudono. Oggi la musica live è al collasso (non è stato il coronavirus a bloccare tutto, purtroppo la crisi è iniziata molto prima). Abbiamo perso l’approccio alla musica, il tutto sacrificato a una fruizione orizzontale, puro consumo istantaneo. Alcuni amici che studiano il fenomeno mi hanno raccontato che i ragazzini non suonano più la chitarra, vogliono fare i dj o i trapper… non sono quindi più necessari gli strumenti musicali… follia. Io da bambino volevo pestare sulla batteria e distruggere i timpani di tutti con chitarra e distorsore… Ora ascolti milioni di brani in un dispositivo miniaturizzato: fantastico ma anonimo, spesso non sai e non hai il tempo di scoprire chi li canta, che copertina ha ciò che ascolti, ecc. Una volta, ma nemmeno troppo tempo fa, avevi dei passaggi obbligati: prima ascoltavi un brano in radio o a un concerto, poi cercavi il disco tra gli amici, magari te lo facevi registrare o masterizzare; altrimenti andavi in un negozio di dischi specializzato (ricordi la fatica per reperire i dischi indipendenti?) e spesso eri costretto a ordinarlo. Una vera conquista. Una scelta. Vero amore. Nel mio hard disk in questo momento avrò almeno quattromila lavori di band più o meno famose, vecchie e nuove, e sono semplici file dentro cartelle… dati… numeri… che c’entrano con la Musica?


Qual è secondo te il momento in cui una persona perde l'innocenza e entra nell'età adulta?

Ti ho risposto sopra, ma secondo me non esiste un periodo uguale per tutti. Certo arrivare a una certa età e fare ancora i pischelli suona un po’ stonato, ma se parliamo di rock credo si faccia eccezione: le passioni durano per tutta la vita. Letterariamente parlando non capivo Pavese da bambino perché non avevo ancora fatto l’amore con una donna né mai bevuto un bicchiere di vino… Non so se riesco a rendere l’idea, ma è più o meno questa la perdita dell’innocenza, per ognuno di noi avviene in modo diverso.

Nel libro i personaggi si ritrovano al mitico "Velvet", locale storico che oggi non esiste più. Si è perso un po' anche quel senso di appartenenza esisteva per il solo fatto di frequentare un locale, un centro sociale o una discoteca sul lungomare di Rimini?

Di sicuro. I luoghi erano importantissimi. Non solo per l’appartenenza, ma spesso perché creavano dei veri e propri mondi, delle frequentazioni, degli amori, facevano nascere grandi amicizie, band, ecc. e in certi periodi creavano pure mode e modi. Ora, da quanto mi riportano, i ragazzi si trovano nei centri commerciali… Aggiungo che nel romanzo “L’ultimo disco dei Cure” Rimini è particolarmente importante come luogo deputato alla vacanza della middle class italiana e il Velvet è storia, ho ancora le maglie con il logo inconfondibile. Il tutto poi è un sincero omaggio a Tondelli che ha narrato certi luoghi e ha scritto di musica.

A un certo punto del libro i due protagonisti catalogano la gioventù di Mestre, città da dove partono. Tu a quale "tribù" senti di appartenere?

Magari fosse possibile appartenere a una tribù, mi sarei sentito e mi sentirei meno solo. È difficile avere gusti “indipendenti” in una città sacrificata al commercio e al turismo. Quand’ero piccolo eravamo in pochi a leggere certi autori, ascoltare certa musica, cercare di fare arte, ecc. Proprio ora che le possibilità si sono ampliate, se ci pensi, ai ragazzi pare non interessino più la musica, la lettura, ecc. Se proprio devo inserirmi in una tribù mi metto in quella di chi osserva dal bordo con una certa attenzione, augurandomi di mantenere sempre la calma e di dire cose sensate.



Per quanto mi riguarda ricordo ancora quella emozione forte che ci si portava dentro nei giorni precedenti a un concerto di quel gruppo di cui magari avevo letto la recensione su "Rumore" e guardato il video su Mtv. C'era la voglia di esserci. Quelle emozioni si possono trasferire sulla rete?

Quell’emozione che ti rendeva febbricitante fino all’apertura dei cancelli e ti stampava quello strano sorriso elettrico in faccia… era bellissimo. Io ho iniziato con Rockerilla. Conservo ancora i numeri in garage… Poi Rockstar... Rocksound dell’amico Daniel Marcoccia con le compilation… Sì, penso si possano trasferire tutte queste emozioni, tenendo ben lontano l’aspetto puramente commerciale che pare sia alla base di tutto in questi anni; gli spot hanno sostituito la scoperta e quella sorta di innamoramento dovuto a mille motivi esistenziali, quell’entrare in sintonia... A mio avviso è importante, quasi vitale, il tuo lavoro come conduttore radiofonico e recensore, il mio come scrittore e osservatore e quello di molti altri, giornalisti, musicisti, artisti, che dentro ciò che fanno mettono passione ma pure capacità. Soltanto la passione e la competenza possono coinvolgere realmente e spontaneamente, appassionare a loro volta. Non è una cosa che può essere inculcata come fa la pubblicità (nemmeno se martelli un milione di volte un libro o un disco diventeranno belli… e pare che non se ne rendano conto…). È una trasmissione “chimica”, sensoriale, io stesso l’ho “subita”, come un contagio che avviene, ma non per tutti, solo per chi si lascia toccare da certe emozioni, le assimila, grazie a una scintilla, magari innescata con l’ascolto di un brano alla radio, dalla voce di uno speaker che racconta un aneddoto, di un recensore che coglie l’essenza di una canzone, dalla lettura di un romanzo… Messa in questi termini abbiamo grandi responsabilità per trasmettere ciò che abbiamo imparato e amato.


Il libro ha molte citazioni musicali (Joy Division, Smiths, BluVertigo, Mansun...). Sono tutti artisti, chi più chi meno, che hanno fatto la storia. Ci sono cantanti o band che oggi che secondo te possono avere lo stesso impatto emotivo sulle nuove generazioni?

Domanda assai complessa. Probabilmente siamo troppo vicini e dentro per poter percepire realmente cosa resterà. Di certo sono cambiate tante cose. Proprio per la fruizione immediata e semplificata di cui parlavamo prima molto andrà bruciato all’istante, il tempo di una stagione o due. Inoltre troppi artisti sono totalmente emulativi e non propongono molto di nuovo. In questo periodo sto “riscoprendo” il rock e a mio avviso certe sonorità non moriranno mai. Ma non saprei davvero dirti quali artisti resteranno nella storia… Non so nemmeno se in un futuro avremo ancora la musica, tanto meno la storia (è una provocazione ovviamente).

Sei anche produttore musicale. Parlaci di questa esperienza e dei dischi che hai prodotto.

Intorno al 2003 insieme ai Soluzione e altri amici ideammo la Jost, un’associazione/etichetta/agenzia che faceva interagire le varie discipline tra loro (musica, libri, video, teatro, ecc.). Successivamente firmammo un contratto di distribuzione fisica con Audioglobe e per il digitale con un’altra società. Ho avuto il piacere di lavorare con svariate band indipendenti, a partire dai Soluzione e i Trans passando per i Kyrie, poi Jacopo Gobber, Retrolover, ecc. Probabilmente dimentico qualche artista e me ne scuso. Se cercate Jost Multimedia su Google o su iTunes troverete più o meno tutto il catalogo. Con “L’esperienza segna” dei Soluzione abbiamo fatto un grandissimo lavoro tra produzione, collaborazioni (Federico Fiumani dei Diaframma, Mao e Garbo), video d’autore che hanno partecipato a molti festival internazionali e vinto alcuni premi e molti live. Poi come in ogni vicenda ci sono state defezioni interne dovute a problemi vitali, trasferimenti, difficoltà di varia natura, pacchi clamorosi di major che non hanno onorato la parola, io stesso seriamente affaticato dal lavoro in Arci, libri e nuova vita e tutto è diventato più difficile. Resistiamo. Abbiamo un paio di lavori “pronti” dei Soluzione tra cui uno insieme al fu filosofo Sgalambro. E mi piacerebbe ripartire anche con nuovi artisti. Non è facile considerati i tempi. Ma chi si ferma è perduto.



Inevitabile la domanda su cosa ne pensi dell'ultimo disco dei Cure ("4:13" se non vado errato) e a quale loro disco sei più affezionato e perché?

Parto dai dischi a cui sono sinceramente affezionato. Faith. Perché è il disco che amo sopra tutto, per sonorità, tematiche, e come sai all’inizio del romanzo cito una delle canzoni contenute in questo disco. The head on the door. Che è il disco che ho vissuto maggiormente (mio, nel senso che è uscito e l’ho comprato e l’ho consumato con gli ascolti…). Disintegration. Perché è un disco eccezionale, rimarrà nella storia della musica. Ovviamente ogni disco dei Cure è importante per me. 4.13 Dream… tredicesimo album della band. Sai che per me fan e critica lo rivaluteranno in futuro? È un disco di passaggio, un ritorno alla chitarra più “sporca”, un po’ di elettronica, probabilmente un tentativo di coniugare il passato e un nuovo approccio dovuto all’esperienza Geffen e alle band americane frequentate in quel periodo... Vado a cercarlo. Mi hai fatto venire voglia di riascoltarlo. L’ultimo disco dei Cure? Deve ancora arrivare… Abbiamo tanto tempo ancora per parlarne.

Grazie per la tua attenzione e ovviamente vogliamo sapere come acquistare il libro e come contattarti sui social e dove.

Grazie a te e a voi e di cuore. Purtroppo a causa dell’emergenza coronavirus abbiamo annullato il tour nazionale, quindi nessuna presentazione, ma è possibile trovare il libro sia nelle librerie (che dovrebbero via via riaprire), sia in rete, a partire dal sito di Arcana, Amazon, Lafeltrinelli, Libraccio, eBay, ecc. Nel libro trovate il mio indirizzo mail, ma potete rintracciarmi pure su Fb, Twitter, Linkedin. Maggiori informazioni su di me, i libri, le produzioni a questi indirizzi: jostmultimedia.wordpress.com e lultimodiscodeicure.wordpress.com. Altrimenti, emergenza permettendo, fate un salto a casa mia, vi offrirò un assaggio di buona musica e buoni libri (tra cui mi permetto di ricordare anche il mio recente romanzo “La verità dei topi” pubblicato da Les flaneurs, piccola casa editrice di Bari) e perché no, un calice di buon vino.

PS: Non ti manca Myspace?

Un po’, ma più per l’aspetto “professionale” e per l’estetica (era davvero una bella piattaforma). Ti racconto un aneddoto. Non l’ho più utilizzato quando ho perso la password (tenevo tutto nel vecchio pc, insieme a romanzi, racconti, master, ecc. ed è andato letteralmente a fuoco… ho salvato il salvabile, ma tra le cose perse c’era pure la password di Myspace… l’ho visto come un segno). Quindi lo ricordo come un bel momento della mia storia artistica con tante amicizie e rimane lì tra i miei ricordi. Inoltre in questo periodo non ho quasi tempo per postare su Fb… avrei bisogno di un social manager che lo facesse al posto mio… Così potrei ascoltare un po’ di dischi e leggere un po’ di libri in tutta tranquillità.

Intervista a cura di Maurizio Castagna


sabato 2 gennaio 2021

ANTONIO PELLEGRINI RACCONTA "ITALIAN RHAPSODY" E L' AVVENTURA DEI QUEEN IN ITALIA - INTERVISTA DI MAURIZIO CASTAGNA


Il rapporto tra i Queen e l'Italia nel libro di Antonio Pellegrini ripubblicato in questi giorni in versione aggiornata da Officina di Hank. Ne abbiamo parlato con l'autore.


Ciao Antonio, grazie per la tua disponibilità. Parliamo di "Italian Rhapsody", il tuo libro pubblicato lo scorso anno per Officina di Hank e appena uscito con una nuova ristampa. Presumo che tu sia un grande fan dei Queen per cui la prima domanda che volevo porti è da dove nasce questo amore e quando è scoccata la scintilla per lavorare a questo progetto.
Ciao Maurizio, grazie a voi per l'invito a parlare della musica dei Queen, è un piacere! "Italian Rhapsody" è uscito nel maggio 2019 per Chinaski srl, esaurita la prima tiratura e la prima ristampa, il libro viene ora ripubblicato per Officina di Hank, il nuovo marchio lanciato nel 2020 da Chinaski. Sono nato nel '76, ho conosciuto i Queen nella seconda metà degli anni '80 e ne sono diventato davvero fan solo nel '91, con la morte di Mercury. In un certo senso, è qualcosa di traumatico diventare fan di una band il giorno dopo in cui muore il suo frontman, perché non potrai mai farne un'esperienza diretta. Così, durante la mia adolescenza, ho fatto un percorso "all'indietro" per scoprire di tutto e di più sui Queen. Rimaneva però un grande limite... Il fatto di non essere stato adulto negli anni '70 per vivere la loro storia a pieno... Dopo aver nel 2016 pubblicato il libro "The Who e Roger Daltrey in Italia" (Chinaski Edizioni), che racconta i concerti italiani degli Who, ho iniziato a pensare di poter applicare quell'idea anche alla band del cuore della mia adolescenza, i Queen. E' stato molto importante l'aiuto della Community QueenItalia (www.queenitalia.it), che ha supportato con entusiasmo questo lavoro e ha fornito prezioso materiale.

Come si struttura il libro? Cosa hai deciso di raccontare dei Queen in Italia?
In realtà, sebbene il punto di partenza sia simile, il lavoro fatto per i Queen è metodologicamente molto diverso da quello realizzato per gli Who. Mentre per la band di Townshend ho raccontato "solo" i concerti italiani, per i Queen l'ottica è stata molto più ampia. Ho ricostruito tutta la storia dei Queen, partendo dagli esordi, raccontandola dal punto di vista del fan italiano dell’epoca, che scopriva i dischi della band man mano che uscivano, e leggeva le prime recensioni e i reportage dei concerti a Londra o in giro per il mondo sulle riviste nostrane di allora, come ad esempio “Ciao 2001”, per poi – almeno i più intraprendenti – recarsi fuori dall’Italia per assistere ai live della band nei paesi confinanti. Mi sono concentrato molto sul 1984, che nel libro definisco “l’anno d’oro dei Queen in Italia”, con le uniche apparizioni dei Queen con Freddie nel nostro Paese: due esibizioni a Sanremo e altrettanti concerti a Milano. Il libro prosegue fino ai giorni nostri. Ma la maggior parte del lavoro riguarda la storia dei Queen con Freddie: gli unici e veri Queen.
 
Della loro esibizione a Sanremo nel 1984 ricordiamo "Radio Ga Ga" cantata in playback dietro la grande insegna Totip. I Queen erano consapevoli di quello che li aspettava sul palco dell'Ariston?
Certamente. E' chiaro che, da una parte, per una band nota per le proprie immense qualità live era molto riduttivo esibirsi in playback. Allo stesso tempo, dobbiamo pensare che Sanremo era una vetrina pazzesca per il singolo "Radio Ga Ga": le dirette tv di Raiuno della kermesse, quell'anno sono viste da circa 30 milioni di persone in tutta Europa. Personalmente, trovo anche molto divertente l'ostentazione del mancato utilizzo del microfono da parte di Freddie. Da grande showman quale era, rende quella mancanza un qualcosa di interessante, nel suo giocare con esso ed allontanarlo per rivelare platealmente il playback. A dirla tutta, Sanremo per i Queen non è solo il playback: c'è una conferenza stampa, che è quasi uno show primo dello show, ricostruita nei minimi dettagli nel libro. E poi c'è una lite furibonda tra i Queen nel backsatge... insomma i due video in playback sono solo la punta dell'iceberg.


Nello stesso anno suonarono due concerti al palasport di Milano. Non credo che tu fossi presente per ragioni anagrafiche ma hai testimonianza di quelle date?
Avevo solo 8 anni, sarebbe stato bello ma non c'ero. Per recuperare la mia lacuna anagrafica, ho intervistato diversi fan presenti, che mi hanno raccontato un sacco di cose interessanti. La cosa più importante da dire è che i concerti dei Queen a Milano 1984 furono molto belli, con una scenografia imponente (come quella che vedete nel video di "Hammer To Fall"), una scaletta che affrontava tutta la storia della band, e con un Freddie in forma. Purtroppo l'affluenza fu circa del 50%: una cosa impensabile oggi per un concerto del genere. Nel libro, dopo aver ricostruito entrambi i concerti, riporto le testimonianze dei fan presenti, le interviste dei Queen alle nostre tv, le uscite sulla stampa di quei giorni e i ricordi dei promoter e addetti ai lavori.
 
In Italia spesso la componente politica serve a dare "spessore" a un gruppo. Che rapporto avevano i Queen con la politica e il fatto comunque di non essere apertamente schierati "da una parte o dall'altra" li ha in qualche modo penalizzati nel nostro paese?
I Queen non erano una band politicamente schierata. Hanno avuto tra l'altro una grana non da poco, collegata al loro voler essere "band per tutti", quando si esibirono nel Sud Africa dell'apartheid nel 1984. Loro non erano certo a favore della segregazione razziale, ma non hanno avuto la sensibilità di capire la totale inopportunità di una scelta del genere. Ci sono voluti parecchi anni per recuperare su quell'errore di gioventù. Vendendo in particolare al nostro Paese, tutte le band straniere sono state penalizzate negli anni '70, per quanto riguarda la possibilità di fare concerti in Italia. Le tensioni politiche, il terrorismo, gli anni di piombo e la presenza degli autoriduttori (coloro i quali ritenevano che "la musica è di tutti e il biglietto non si paga"), hanno tenuto lontane le grandi band straniere per la maggior parte della decade.
 
Inevitabile chiederti cosa ne pensi dei tour portati avanti nel corso degli anni con Paul Rodgers e Adam Lambert al posto di Freddie. C'era davvero la voglia di portare avanti un progetto anche senza il proprio leader storico o ha prevalso la necessità di non fermare una potente macchina da soldi?
Questa domanda tocca un nervo scoperto per i fan dei Queen: c'è una netta divisione tra chi apprezza queste reunion e chi le detesta. Per risponderti devo dividermi in due, scindere lo scrittore dal fan. Come fan apprezzo Paul Rodgers perché è un cantante rock blues pazzesco, che poco c'entrava in effetti coi Queen, ma che ha con loro realizzato alcune cose che personalmente apprezzo. Penso alle tournée del 2005 e 2008 e all'album "The Cosmos Rocks" che a me piace. Adam Lambert, bravissimo, niente da dire, non mi procura le stesse emozioni di Freddie. Nonostante ciò, ritengo che Brian e Roger facciano bene a continuare a portare la musica dei Queen in tour perché, così, tanti ragazzi di oggi possono scoprire quella musica. La risposta relativa a "Italian Rhapsody": ho dato nel libro rilevanza molto maggiore ai Queen con Freddie perché sono "i veri Queen", ma ho riassunto anche la storia post Freddie perché desideravo che l'opera fosse completa. Per quanto riguarda i soldi: non ne hanno bisogno. Secondo me è più una questione di voler essere quello che sono stati, fino alla fine. Da musicista, li capisco. Quale musicista non vorrebbe morire sul palco?



Da fan quale album dei Queen preferisci e perchè? Se potessi idealmente essere presente in un momento preciso della loro storia dove ti collocheresti?
Il mio album preferito direi che è "The Game", ma mi piacciono molto anche "Innuendo" e "The Miracle". Ad ogni modo la cosa che più amo dei Queen sono i live: quando vedo i dvd '81-'82 ritorno all'amore immenso per la band che avevo da adolescente. Vorrei essere stato presente a Milton Keynes '82, un live da paura!

Scrivendo il libro hai raccolto qualche aneddoto particolare che ti è rimasto impresso?
Sono tantissimi, ma ora me ne viene in mente uno che mi fa sempre ridere ogni volta che ci penso e non c'entra niente con l'Italia, ma è citato nel libro... riguarda gli show in Sud America nel 1981. A Puebla, in Messico, le persone vengono perquisite prima di entrare nel luogo del concerto e, a chi le ha, vengono confiscate le pile, dando l’idea di voler evitare che la gente registri la performance con apparecchiature amatoriali. Peccato che, subito dopo i controlli, ci sia uno stand della polizia che rivende le stesse batterie a prezzi esorbitanti. Il pubblico è infuriato e tira scarpe sul palco. Un Freddie, stufo ed esasperato ammonisce così i fan: “Non ho mai visto così tante scarpe su un palco! Sembra di essere dal ca##o di Chelsea Cobbler!” Che è un marchio di scarpe da uomo di Londra... Pensare a Freddie, con la sua eleganza innata, oggetto del tiro di scarpe, è una roba delirante...

Il mito di Freddie è stato rinverdito dal film "Bohemian Rhapsody". Cosa ne pensi del film?
Altra domanda che divide i fan. Il mio pensiero è questo: sicuramente nel film ci sono tanti errori storici (come giustamente dice chi non lo ama), ma non è un documentario, è un film. Il suo scopo - ed il suo merito - è quello di trasmettere la musica e il mito dei Queen alle generazioni successive. Pazienza per gli errori.

Antonio, grazie per la tua attenzione, so che oltre a scrivere libri ti occupi di musica anche attraveso blog e riviste. Dove possiamo leggerti?
Grazie a voi. Collaboro regolarmente con la webzine Mat2020, il blog de l'Officina di Hank, e occasionalmente con varie altre realtà cartacee e web. Il mio mondo artistico-musicale si divide fra la scrittura di libri e articoli dedicati ai grandi della musica, le mie canzoni e il teatro. Questa è la mia casa nel web per chi vuole saperne di più: www.antoniopellegrini.blog 

Per chiudere come possiamo acquistare "Italian Rhapsody" e interagire con te?
"Italian Rhapsody" è disponibile in libreria e sugli store digitali, per saperne di più potete consultare il link ufficiale sul sito di Officina di Hank: https://officinadihank.com/prodotto/italian-rhapsody-lavventura-dei-queen-in-italia/ e la pagina facebook ufficiale del libro "Italian Rhapsody". Per interagire con me, potete scrivermi alla pagina facebook del libro, oppure entrare nel gruppo facebook che ne è naturale estensione:  si chiama "Queen in Italia". I Queen sono un mondo di grandi canzoni e incredibili performance live, per chi li conosce superficialmente vale la pena approfondire!

Antonio Pellegrini