Fare musica esclusivamente per passione, per fissare un’emozione, dare concretezza tangibile a un sentimento. Questo è l’approccio dei Johnny Freak, band di Frosinone che, dopo un lungo silenzio, si è riaffacciata sul mercato discografico con “In Vita”, nuovo album uscito nel marzo scorso. Le undici tracce che lo compongono tratteggiano un universo sonoro fatto di tante stelle diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa luce. Il disco si apre con “Suona”, pezzo emblematico dell’intero lavoro, imperniato su un alt rock non banale, in cui il gioco delle armonizzazioni vocali e i continui cambi di atmosfere tengono desta la curiosità dell’ascoltatore superando brillantemente la “prova dello skip”. “Si era detto un altro disco e poi mollare” evoca la voce di Luca Spisani tratteggiando il passaggio dalla fase A della band alla fase B imperniata sull’imperativo automotivazionale “suona amico mio, zitto suona!”. “Grida” si apre nei primi secondi con un’eco delle tastiere del classico di Eugenio Finardi “Extraterrestre” per poi virare in direzione di un ritornello epico in stile Timoria era Renga. La sezione ritmica, formata da Simone Ausoni (basso) e Alessio Di Raimo (batteria) qui come in altri brani ha guizzi interessanti. A seguire “Pupazzo” è uno se non il brano più vibrante dell’intero lavoro. Il simbolico pupazzo appeso al muro che si chiama futuro è il feticcio di cui liberarsi per ripartire “via da qui”. Musicalmente radicato nelle chitarre di Davide Ausoni e Pietro Macario, dopo il secondo ritornello esplode in un assolo acido al punto giusto. “Ora cadrai” è una ballata guidata dalle note morbide e malinconiche del pianoforte che dà modo alla voce di mettere in risalto una buona estensione. A metà del lavoro “Clessidra”, venata di echi rock anni 90, è una lettera d’amore alla propria anima. A seguire “Tommy” nasce dalla perdita di un amico fraterno, uno di quei pezzi che provano invano a ricucire un cuore squarciato. Musicalmente è una vetrina delle capacità tecniche della band e, nel testo, si riallaccia al pezzo di apertura. “Salta giù” è un brano guitar-driven sul passaggio dalla vita più o meno spensierata da studente alle prove della vita adulta. “Salvami” sboccia da una chitarra acustica che riflette su questo “mondo reso inodore”. Il contesto cantautorale esalta la voce e le liriche. “Ultimo Ballo” gode di un testo ricco di immagini evocative e aggiunge mattoni al muro delle chitarre alzandolo verso il cielo. A seguire la quasi title track “Vita” è un dialogo con la vita speziato di sapori della tradizione musicale italiana. A chiudere l’album una reinterpretazione de “La donna cannone” di Gregori, quindi già di per sè stessa pericolosa per gli inevitabili raffronti, impossibili da ignorare. Avvicinandosi con rispetto al grande classico i Johnny Freak ne mantengono intatto lo spirito pur trasformandolo in un pezzo nel loro stile. Una sfida incredibilmente vinta, degna chiusura di un album di buon livello che sa ritagliarsi il suo spazio rivolgendosi ad un pubblico certamente di nicchia ma realmente appassionato della musica non come puro passatempo. Luca Spisani ha chiacchierato con noi per Riserva Indie dell’album e della storia della band.
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lunedì 18 maggio 2026
JOHNNY FREAK - IN VITA - AMICO MIO SUONA, ZITTO SUONA! - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI
- Partiamo dal nome della band. Si sa che vi siete ispirati a un personaggio dell’universo di Dylan Dog che è particolarmente profondo e tormentato. Quali sono gli aspetti di questo personaggio in cui vi riconoscete così tanto da averlo scelto come nome?
- E’ l’attenzione verso i Freak, i cosiddetti mostri, persone alle volte anche deboli e indifese. Siamo sempre stati attenti a queste tematiche. Leggere quel fumetto tanti anni fa ci ha scosso particolarmente e non solo noi ma anche molti altri lettori di Dylan Dog, tanto che è a tutti gli effetti uno degli albi più amati. Ci sentiamo affini a queste tematiche e ci siamo detti “perché no, proviamo ad utilizzare questo nome, potrebbe essere interessante”. E infatti per tanti anni è stata anche una marcia in più, perché c’erano persone attente come noi ad alcune tematiche nonostante non siamo poi così frequenti. Quell’albo di Dylan Dog è stato molto particolare, un connubio tra il modo di scrivere che abbiamo e questo numero così particolare.
- “In Vita” è un album che parla del potere della musica come cura, sostegno quando cadi, ricerca di libertà. Come si sono trasmessi questi concetti dalla vostra vita al vostro mondo musicale?
- Questo disco è la nostra realtà. Abbiamo avuto un lungo periodo di pausa, ma non c’è stato un solo giorno in cui non abbiamo pensato al nostro progetto e alla musica. Anche essere qui in questo momento con te e in altre situazioni mediatiche, radiofoniche. La nostra vita è questa. Per molti motivi non lo facciamo come lavoro primario, ma la nostra attitudine è questa, pensiamo a 360° tutto il giorno alla musica. “In Vita” è a tutti gli effetti la nostra quotidianità, la nostra realtà, la nostra vita. Il desiderio di rialzarsi dopo questo periodo così lungo è culminato in un disco che racchiude questi 12 anni, quella che è stata la nostra vita prima e quella che speriamo sarà per i prossimi anni, perché speriamo di fare questo mestiere ancora per molto tempo.
- In continuità con ciò che hai detto parliamo di “Suona”, il pezzo di apertura, che è stato anche un singolo. E’ un’autoanalisi come band, partite da una fase di ripiegamento, si era detto “provare un altro disco e poi mollare” e poi ecco la reazione “troppe storie amico suona”. Considerando anche, come dicevi tu, che sono passati tanti anni dal vostro album precedente, se non ho letto male circa 10 anni.
- 12 in realtà.
- Ecco, cos’è che vi fa dire ogni volta “non mollare, suona?”
- Ce lo fanno dire certe cose. La musica è quel qualcosa in più che ti gratifica, almeno per quanto riguarda noi musicisti. Qualcosa che ti fa dire “cavolo io sono contento di passare le mie giornate così. Ho uno scopo e qualcosa che mi rende felice, qualcosa in cui metto tutto me stesso”. Il verso che tu hai citato è legato al fatto che 12 anni fa, quando le cose stavano andando abbastanza bene, si era perso in realtà il fulcro. Si pensava a cosa fare, come fare per arrivare chissà dove. In realtà quello che stava venendo meno era proprio il significato della bellezza della musica in sé. Quindi “Non mollare, suona” vuol dire proprio questo. Concentriamoci su quella che è la vera essenza della musica, al di là di ciò che può succedere e che non è successo. Quindi suoniamo e basta. Facciamo solo quello perché ci fa stare bene.
- Giusto, anche perché guardare la musica come un mestiere è ormai un’utopia. Chi è diventato superstar decenni fa ha ancora la possibilità di fare l’artista a tempo pieno, ma chiunque altro non abbia le spalle coperte da contratti discografici importanti e il sostegno mediatico non ce la può fare. La domanda che mi viene spontaneo porti è cosa distingue chi ha fatto la gavetta andando a suonare ovunque nei piccoli locali non pagato o magari pagato in consumazioni da chi passa per i Talent Show?
- Vorrei citare il film “Mississipi Adventure”. Nella pellicola c’è un ragazzo che voleva una canzone perduta di Robert Johnson e sapeva che un vecchio, essendo stato suo amico, la custodiva, ma il vecchio gli dice “tu non hai i chilometri, non posso dartela”. Secondo me a questi ragazzi dei talent mancano proprio i chilometri, perché la gavetta è importantissima e loro, magari, vanno avanti un paio d’anni e poi si bruciano, perché non hanno la base che renderà loro la vita più semplice in questo mestiere. Fare quindici, vent’anni di palchi anche nei posti più assurdi e farsi le ossa secondo me è fondamentale, a meno che tu non sia un fenomeno che si trova perfettamente a suo agio in qualsiasi situazione, ma si tratta di casi rari. Secondo me i chilometri vanno accumulati proprio in questo modo, suonare nei posti più assurdi senza farti troppe domande.
- La canzone “Pupazzo” ha al centro questa sorta di bambolina voodoo di cui bisogna sbarazzarsi per ripartire. Si può leggere come un inno al liberarsi dalle catene?
- Esatto. Catene e pupazzi, che possono prendere qualsiasi tipo di forma. Simboleggiano ciò che ognuno ha di sbagliato e viene rappresentato nella canzone come un pupazzo con le catene. E’ un’immagine evocativa di qualcosa di cui sbarazzarsi.
- In “Clessidra” trovo molto bella la dinamica basso batteria. Come funziona il processo di creazione delle vostre canzoni? Sono spunti collettivi che sviluppate insieme o sono delle idee che tu porti già strutturate e poi vengono solo eseguite dagli altri?
- La bellezza del progetto Johnny Freak sta nella sua versatilità. Fondamentalmente ci sono io che ho un’anima un po’ più evocativa, meno aggressiva degli altri. La band è composta da cinque persone. Due elementi sono abbastanza “spinti” come gusti, anche se non troppo, infatti suoniamo un rock molto tranquillo. E altri tre membri sono incantati dal cantautorato. Personalmente provengo da studi classici. Di conseguenza ci sono tante variabili all’interno della band che danno vita ad un’offerta molto variegata. I pezzi creati da me sono quelli più soft del disco. Li porto già completi e chiedo a loro di riarrangiarli. Nascono a volte pianoforte e voce, altre volte chitarra e voce e prendono forma nel progetto Johnny Freak. I pezzi più duri invece nascono da riff di chitarra solitamente opera di Davide, chitarrista, cui poi io aggiungo la melodia oltre a comporre il testo. Tutto ciò rende il progetto molto vario, si rivolge a diversi generi di ascoltatori, non a un pubblico settoriale. I nostri ascoltatori sono molto diversi tra loro, alcuni non penseresti possano ascoltare i Johnny Freak, mentre poi invece lo fanno.
- Nel momento in cui tu passi dal riff di chitarra alla voce parti dal testo o dalla linea melodica, cui poi adatti il testo?
- Quando parto da riff già fatti mi trovo un po’ più a mio agio perché ho dei paletti ben definiti entro cui cerco di rimanere, perché il brano nasce da qualcun altro e quindi non voglio distaccarmi troppo da ciò che ha fatto. Però non c’è una regola ben precisa, solitamente ho dei testi che vorrei un giorno musicare e poi, proprio in un preciso momento grazie a quel riff dico “accidenti come ci sta bene”. Altre volte, invece, parto dal nulla e magari quel genere di riff riesce ad ispirarmi a tal punto da costruire una canzone da zero. Quando sono al pianoforte le strade che mi si aprono sono infinite, soprattutto riguardo al possibile arrangiamento finale cui daranno forma i Johnny Freak. Lo sto giudicando dall’interno, ma secondo me siamo un gruppo interessante sotto tale punto di vista. Dopo tutti questi anni di esperienza lo posso dire con tranquillità. E’un gruppo che ha molte potenzialità.
- E’un peccato che per un lungo periodo non abbiate pubblicato nulla, sarebbe stato interessante vedere la vostra evoluzione in un arco di tempo più breve.
- In realtà c’è stato solo un brano che è uscito nel 2012 che ha fatto parte di una compilation e si intitola “Sconfinato”, che tra l’altro è uno dei brani che preferiamo. E’stato il nostro unico pezzo in questi lunghi anni. E poi fortunatamente c’è “In Vita”, che è appena uscito ma è vecchio (ride).
- Cioè avete composto i pezzi molti anni fa?
- Finito il nostro secondo disco, che abbiamo realizzato al Red House di Senigallia con David Lenci siamo stati in tour praticamente per tre anni, abbiamo fatto circa 100 concerti era un periodo in cui si poteva suonare tantissimo. Io però avevo ancora un sacco di canzoni, nascevano tanti riff, insomma eravamo molto attivi. I pezzi cominciavamo già a scriverli e prendevano forma. Poi ho avuto la fortuna di poter usufruire del mio studio di registrazione, perché poi nel frattempo sono diventato un fonico, ho aperto uno studio e quindi, appena possibile ci siamo chiusi in studio. Siamo perfezionisti a tal punto che forse in realtà il disco era pronto già dieci anni fa. Appena entrati in studio abbiamo registrato 14 tracce. “In Vita” ne contiene 11, le altre 3 compariranno nel quarto disco, che uscirà a breve. Questo album è fermo da 10 anni, abbiamo cercato la perfezione quando, in realtà, l’avevamo già raggiunta. Poi abbiamo avuto problemi interni, nulla di grave però qualcuno di noi non poteva essere al cento per cento attivo nel progetto ed essendo fondamentalmente cinque fratelli veri ci siamo attesi. Sommiamo la pandemia al fatto di cercare la perfezione perché nessuno ci dettava i tempi, cioè avevamo la casa discografica che aspettava e avevamo anche lo studio a disposizione e si arriva a capire il perché. Quando abbiamo finito “Tra il silenzio e il sole” tra l’altro eravamo arrivati a un ottimo livello nell’ambito underground, abbiamo sbagliato a far passare tutti questi anni perché ovviamente la gente ha dimenticato, tanti dei nostri fan affezionati oggi magari non hanno più l’abitudine di ascoltare musica, non è al centro delle loro vite, sono diventati grandi, hanno avuto figli, insomma non tutti restano come noi. Andava battuto il ferro finché era caldo, perché appunto avevamo il nostro zoccolo duro di fan, molti li abbiamo persi per strada e quindi adesso in un’epoca come la nostra diventa molto difficile tornare a quei numeri. Ce la stiamo mettendo tutta.
- A proposito del brano “Tommy”, che è un tributo alle persone che hanno lasciato un segno nella tua vita, ho una curiosità. Abbiamo detto che il vostro nome si rifà al personaggio della saga di Dylan Dog, mentre Tommy è anche la celebre rock opera dei The Who, che ha per protagonista un ragazzo sordo, cieco e muto. La scelta del titolo del brano è un rimando a quello stesso tema a voi caro?
- No assolutamente, ma comunque è bello che tu me l’abbia fatto ricordare. Tommy è una persona realmente esistita, un mio amico che è venuto a mancare una decina di anni fa. Si rifà a tutte le persone che purtroppo abbiamo la sfortuna di perdere lungo il nostro cammino. Quindi è un riferimento ad una persona assolutamente reale. Anzi in questo momento è qui davanti a me, sono in studio e c’è una sua foto. E’stato uno dei miei più grandi amici e l’ho voluto omaggiare. Era un musicista anche lui, fantastico. Ed è anche il messaggio di “Suona”, non smettere mai di suonare. Avevo questa canzone ferma da dieci anni, che non vedevo l’ora di far uscire, proprio perché era legata a lui. Passavano gli anni, non riuscivamo a pubblicare il disco e ora siamo strafelici di avercela finalmente fatta, anche se con netto ritardo.
- In “Salvami” sento un forte eco dei Timoria di Renga, quelli che reputo essere i migliori. Il bel canto naturale può essere ancora un valore per un progetto musicale oggi, in un mondo in cui la voce naturale rischia di sparire?
- Assolutamente. Deve esserlo ancora. E soprattutto oggi che constatiamo che la voce è spesso un artifizio. Per esempio pensiamo al Concerto del 1° Maggio di quest’anno o a Sanremo. Al Festival sono certo che sul totale delle canzoni in gara in molti casi è stato usato l’autotune. Il bel canto, come insegna il grande Francesco Renga che hai nominato, deve essere ancora un fattore determinante nella musica, anche nel rock. Il pubblico mainstream si è accorto che Francesco Renga era un grande cantante quando si è messo a fare pop, ma anche nel rock deve predominare il bel canto. Siamo dei musicisti e dobbiamo esserlo al meglio. Il canto è il fattore principale, deve invogliare l’ascoltatore, magari anche solo a sentire in sottofondo un brano o comunque a capire ogni volta qualcosa in più del testo e quindi il canto è fondamentale.
- La quasi title track “Vita” è un dialogo con la vita. C’è un modo di vivere al meglio la propria vita e non solo sopravvivere per te?
- Per me è proprio la musica, continuare ad avere questa missione fa sì che tu stia vivendo e non sopravvivendo. Cerchi di portare a termine la tua missione nel migliore dei modi, vivi per quello scopo, come faccio io tuttora. Sono felice di ciò che abbiamo ottenuto, per me è già tantissimo, anche se non siamo arrivati a calcare palchi che auspicavamo. E’bello così perché abbiamo vissuto un sogno.
- Soffermiamoci un attimo su “La donna cannone”. Misurarsi con un classico come questo è una sfida molto rischiosa. Qual è il legame speciale con questa canzone che vi ha portato a reinterpretarla?
- Parlare di legame speciale mi fa pensare a mio padre, ha fatto i complimenti per quel brano e ha detto che “La donna cannone” è sempre stata la mia canzone preferita da quando ero piccolo. Papà è un musicista, siamo cresciuti circondati di musica, ascoltavamo De André, i Pink Floyd e tanto altro, abbiamo avuto questo privilegio, questa fortuna. In effetti “La donna cannone” è sempre stata una delle mie canzoni preferite in assoluto. Quando la proposi alla band rimasero tutti un po’ sbalorditi perché è facile farsi male con un capolavoro di quel genere, vai a toccare qualcosa di veramente sacro. Ci siamo avvicinati a questo capolavoro con il massimo rispetto cercando di renderla più rock, visto il contesto, ma lasciandone intatta la sua spiritualità. Il nostro legame è proprio questo, ci siamo messi in un cannone e non sapevamo dove ci avrebbe sparato. Suonandola dal vivo ci siamo convinti che la nostra versione piaceva. Le persone che ci avevano visti venivano ai concerti successivi chiedendoci di farla. Al momento di inciderla eravamo un po’ titubanti, ma poi abbiamo visto che il risultato era buono. Le persone cui facevamo ascoltare i provini erano un po’ spiazzate dalla nuova veste che le avevamo dato, quindi ci siamo detti di non pensarci più del dovuto. Penso che le canzoni-monumenti come questa necessitino di più vesti, essere sempre vive reinterpretate da altri artisti. Proprio perché sono così belle è impossibile che non ci siano altre versioni. De “La donna cannone” in realtà ce ne sono davvero pochissime, tra cui la nostra. Siamo stati molto azzardati però è piaciuta molto e, al momento, non abbiamo avuto nessuna critica né recensioni negative e siamo felicissimi per come è stata accolta.
- Perché se De Gregori ha scritto “La donna cannone” che non è diciamo un’immagine solo attribuibile a lui, cioè intendo non è come intitolare un pezzo “Coca cola”, allora come mai è un tabù scrivere un brano originale con lo stesso titolo?
- Nessuno si azzarda perché De Gregori ha avuto la forza di scrivere probabilmente uno dei brani italiani più belli mai scritti, quindi ci vuole un po’ di faccia tosta. Noi cinque in realtà nella vita quotidiana siamo persone umili, senza presunzione, ma in questo caso abbiamo osato. Avendolo fatto con rispetto secondo me abbiamo fatto la cosa giusta, l’abbiamo portata nel nostro mondo musicale e le abbiamo reso omaggio. Ci vorrebbero più versioni di questo classico.
Nella storia dei Johnny Freak c’è un altro brano cui la band tiene molto, che non fa parte di un album, ma è inserito nella compilation “B-Kaos” del 2021, che raccoglie gli artisti della famiglia del Kaos Studio Recording. Il pezzo, intitolato “Sconfinato”, è un alt rock energico e riconoscibile con un buon crescendo che sfocia in un ritornello in puro stile Johnny Freak. Il testo per immagini poetiche risulta efficace ed è vocalmente difficile da interpretare, ma il risultato finale è convincente.
Come ha detto Luca Spisani nell’intervista che ci ha concesso non passerà molto tempo prima dell’uscita di un nuovo lavoro che, date le premesse, si preannuncia decisamente interessante.
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