Riuscire ad essere sempre sé stessi in ogni situazione è un talento raro, nonché una forma d’arte. Questa peculiarità, infatti, non è solo frutto di una predisposizione innata, ma di una conquista che si rinnova ogni giorno e necessita di una profonda consapevolezza di sé, in un mondo che ci spinge all’omologazione. Maria Antonietta Di Marco, nota come Etta, possedendo questo talento ha deciso di incanalarlo nell’espressione artistica musicale. Fattasi notare già nel 2021 a X Factor e vincitrice, nello stesso anno, di Area Sanremo, nel 2023 ha calcato anche il palco del Concertone del Primo Maggio a Roma affermandosi come una delle realtà indipendenti più interessanti. Per dare la scalata al monte ormai crollante della discografia non ha scelto il sentiero facile dei compromessi, ma con caparbietà, un appiglio dopo l’altro, ha affrontato un’ardua parete di roccia riuscendo, strada facendo, a conquistare il rispetto e la stima di musicisti del calibro di Caparezza e 99 Posse, tra i molti altri. Da poco è uscito il suo nuovo album “Queste cose sono io”, una summa del suo pensiero, declinato musicalmente in chiave rap, metal e elettronica, caratterizzato da testi critici e autocritici che si piantano come frecce al centro del bersaglio emotivo di chi ascolta. L’album si apre con “Overture”, espressione plastica del tentativo dei mass media di omologare la musicista incasellandola in definizioni rassicuranti per il pubblico. Il primo pezzo vero e proprio è “Parapappa” con il featuring del musicista emergente barese Klaus Noir. Etta parla delle pressioni del mercato che si ostina a chiederle di “fare qualcosa di più commerciale” e beffardamente deflagra in un “parapappa” che sembra in apparenza un “eccovi quello che volete”, mentre in realtà è una falsa risposta, l’occasione per mettere in scena un bestiario di addetti ai lavori che danno consigli come un padre pur di trasformare gli artisti in “operai della classifica”, autori di brani usa e getta da consumare alla svelta come prodotti in scadenza sugli scaffali dei supermercati. Il riff tagliente di “Boom” apre la strada ad una critica feroce sulla società egoica totalmente autoriferita di oggi, un mondo in cui siedono uno accanto all’altro chi gioca a Candy Crush e chi non mangia da mesi. “Tutto fake (False flag)”, pone l’accento su una spiccata componente elettronica e vede la partecipazione di Pierpaolo Capovilla, il cui cantato ne sintetizza efficacemente l’essenza, ovvero la mistificazione deliberatamente diretta a manipolarci. Con “Queste cose sono io”, lo sguardo diventa introspettivo, Etta non fa mistero di sentirsi borderline creando empatia con gli ascoltatori, dato che quello che ancora oggi viene definito un disturbo mentale, in realtà una condizione assolutamente normale che ci permette di sopravvivere alla realtà quotidiana. “Non sento niente” richiama a tratti il sound di “Hysteria” dei Muse ed è il brano in cui la cantante offre la miglior prestazione vocale dimostrando una notevole versatilità. “Nobel”, che vede la partecipazione dei Punkreas, è un brano dedicato a Trump, che con la sua sferzante ironia strappa un sorriso amaro. “Siamo il silenzio” ruota attorno all’ambivalenza del concetto di silenzio come non omologazione e al suo ribaltamento come affermazione di sé. “Buon compleanno eppure…” e la successiva “Mi fa schifo tutto oggi” ritornano ad esplorare il lato più introspettivo di Etta. La prima affronta con piglio nu metal le insicurezze, la sensazione di correre restando sempre ferma. “Mi fa schifo tutto oggi” è una powerballad, forse il pezzo più canonico del disco nella struttura ed ha come tematica centrale il passaggio dalla prima giovinezza alla vita adulta, una fase in cui la potenza non diviene mai atto generando un profondo senso di frustrazione. Penultima traccia dell’album “Chi se ne frega” con il featuring della cantante milanese Greta Grida mette a nudo le dinamiche familiari che oggi sono ormai troppo spesso tossiche e ci tolgono l’ultima certezza su cui ci illudevamo ancora di poter contare. “1, 2, 3 Fuck” è il manifesto finale del disco. Etta grida in faccia a chi la giudica superficialmente che queste cose sono lei e non scenderà a compromessi.
Abbiamo intervistato Etta di persona in occasione del live del 10 aprile 2026 al Blah Blah di Torino.
- Il tuo è un album che dice forte e chiaro “Io obietto, disobbedisco. Non sono d’accordo”. Qual è oggi l’importanza di riuscire ad alzare la testa?
- E’ di un’importanza basilare. Nel momento storico e politico in cui ci troviamo non dobbiamo assolutamente abbassare la testa, ma dobbiamo stare in guardia. Quindi occhi in alto e non solo esporci, ma anche appunto stare in guardia perché ci troviamo a gestire un periodo veramente difficile che lascerà dei segni. Con la mia musica faccio questo, cerco di stare attenta, di guardare e filtrare un po’ le cose che mi succedono.
- Parliamo di “Parapappa”, il primo pezzo vero e proprio dopo l’Overture. Dicono “devi essere più commerciale, io ti do consigli come un padre”. L’artista se segue queste direttive, chiamiamole indicazioni, diventa un ingranaggio: produci le tue canzoni, falle consumare in fretta e crepa per citare i CCCP.
- Esatto, una musica proprio usa e getta.
- In “BOOM” canti “metti la coscienza da parte, l’algoritmo ti mostra quello in cui credi”. Siamo ormai svuotati delle nostre personalità?
- In realtà no, io credo che siamo molto speciali, diversi. Il problema è che non mostriamo la nostra diversità, la omettiamo, perché adesso ci vogliono tutti uguali, sui social dobbiamo apparire sempre tutti uguali, avere tutti le stesse cose. Anche nell’essere diversi ci fanno poi risultare tutti uguali. Quindi anche il provare ad essere diversi diventa un essere stereotipati. Quindi no, secondo me noi abbiamo grandi qualità, grandi fragilità, soltanto non dobbiamo avere paura di mostrarle, perché essere diverso non è sinonimo di essere inferiore a qualcosa, ma significa essere speciale e quando capiremo questa cosa riusciremo a costruire un mondo fatto di tanti esseri speciali.
- In “Tutto fake (False flag)”, che vede ospite il grande Pierpaolo Capovilla, parli dei social e delle armi di distrazione di massa. Ormai non basta più confrontare le diverse fonti di informazione per farsi un’idea libera e consapevole della realtà, anche perché le stesse fonti di informazione ormai sono in mano a dei trust, alcuni cartelli che le inglobano tutte. Come riesci a farti comunque una tua idea libera, autonoma?
- Sicuramente con la coscienza critica. Penso all’utilizzo dell’IA o dei social. Comunque sono dei mezzi che però dobbiamo saper utilizzare e quel che ci dà la possibilità di usarli in modo corretto è proprio la nostra coscienza critica. Noi dobbiamo cercare di filtrare tutte le informazioni che ci arrivano e analizzarle con la nostra coscienza, capire cosa effettivamente è il bene e cosa è il male. Quindi, secondo me, parlare di ventimila bambini sterminati è oggettivamente, per la mia coscienza critica, un orrore e quindi come faccio io a non leggere una notizia e dire “ok questa cosa mi fa schifo” e mi vado a documentare. Ognuno lo fa in base appunto alla propria coscienza critica e non significa essere da una parte piuttosto che da un’altra. Io penso che lottare per il bene sia sempre la via più giusta, senza ferire gli altri. Nel momento in cui viene ferito qualcuno si sta sbagliando. Questo che ho spiegato è il mantra che provo ad usare. Il documentarmi mi viene davvero facile, spesso lo faccio anche dai social perché molte volte capita che il giornalista che seguivo dice qualcosa di un po’ più personale, oppure perché faccio parte di questo gruppo in cui mi ha inserito Pierpaolo Capovilla. Lui ogni mattina si sveglia e ci posta tutti i quotidiani che escono in Italia per consentirci di documentarci. Poi sta a noi, una volta che abbiamo raccolto tutte le informazioni sta a noi sapere mettere insieme e capire qual è la strada giusta.
- Nel pezzo che dà il titolo all’album “Queste cose sono io” è contenuta la definizione di borderline. Oggi ormai gli specialisti, medici e psicologi, troppo spesso definiscono “deviante” ogni comportamento che esprima autonomia. Parliamo in definitiva del fenomeno della “psichiatrizzazione della società”, cioè quel processo che medicalizza i disagi esistenziali e sociali trasformando in disturbi mentali da curare ciò che in realtà fa parte della complessità umana.
- Esattamente, torniamo al discorso precedente. Le nostre fragilità sono belle, ci rendono speciali, unici. Io sotto questo aspetto sono stata molto autoironica perché mi fa ridere come l’essere diversa possa poi diventare qualcosa da denigrare. Sentirsi dire “non mi piace come sei fatta”. Ecco la domanda è "perché non ti piace come sono fatta? Io sono io, sono queste cose quindi se non ti fanno stare bene non fa nulla, ma io sono questo”. E quindi, secondo me, dovremmo iniziare a volerci più bene. E’ sicuramente un percorso difficile però adesso abbiamo tanti mezzi per aiutarci. Prima andare da uno psicologo o seguire una terapia era vista come una debolezza, come se non fossi in grado di gestire le tue emozioni. Adesso invece mi piace come la Gen Z ci stia facendo vivere questa cosa come una necessità, una possibilità e seguire quest’onda, secondo me, è una grande liberazione.
- “Nobel”, il pezzo dell’album con il featuring dei Punkreas è dedicata a Trump, un fanfarone galattico che minaccia di azzerare un’intera civiltà in una notte, salvo poi rimangiarsi la parola all’ultimo. Il guaio non è soltanto che gli USA lo abbiano scelto come presidente, quanto il fatto che il resto del mondo gli dia retta e, anzi, penda letteralmente dalle sue labbra dando massima importanza a ogni sua dichiarazione. Un organismo come la NATO secondo te ha ancora un senso?
- Ho visto l’esempio di Sánchez e mi sembra che le persone come lui che hanno avuto polso sono riuscite a mettersi in una posizione sicuramente diversa da tutti gli altri. Quindi io spero che ci sia la possibilità di fermare questa persona e spero soprattutto che possiamo rinsavire, non solo per il bene dei Paesi attaccati, ma anche per il bene degli americani stessi, perché anche loro secondo me sono in un momento di forte crisi perché non si vedono rappresentati in quello che stanno vivendo e stanno guardando. Guardare da impotenti mi ha suscitato una riflessione. Ho pensato “e se mia nonna durante la Seconda Guerra Mondiale avesse avuto i social, cosa avrebbe potuto fare?”. Non lo so cosa avrebbe potuto fare perché in questo momento io ho un mezzo che, nonostante usi tutti i giorni, purtroppo non serve veramente. Ma nel momento in cui le popolazioni si sono mosse, hanno fatto sentire la loro protesta abbiamo iniziato ad ottenere dei risultati. Quindi secondo me l’unica cosa che ci può salvare sono l’unione e la speranza.
- Nella tracklist il nono e il decimo brano dell’album, “Buon compleanno eppure…” e “Mi fa schifo tutto oggi” sono una presa di coscienza e un’autocritica.
- Sì assolutamente, per me il male più grande di me stessa è il mio io, l’essere critica e a volte anche autodistruttiva purtroppo. Però mi fa piacere vedere questo mio difetto anche come una possibilità, qualcosa che mi aiuta a migliorare me stessa e anche quello che faccio.
- Una domanda su “Chi se ne frega”, il pezzo con Greta Grida. Siamo senza dignità ma in realtà a nessuno sembra più importare degli altri. Nemmeno più ai genitori a volte sembra importare dei genitori e viceversa. Se non teniamo preziose le persone che amiamo cosa ci resta?
- Nulla. Dobbiamo amare il nostro prossimo. Sembro forse Gesù Cristo dicendo queste cose, ma forse effettivamente la religione cristiana ci ha dato una lezione di vita importantissima, ovvero “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Con “Queste cose sono io” Etta si pone l’obiettivo di portare il pubblico ad aprirsi a nuovi orizzonti contribuendo a far nascere una migliore coscienza di sé e la voglia di riprendere in mano la propria vita. Solo in questo modo possiamo sabotare chi ci vorrebbe popolo bue, docile e facile da controllare.


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