“Preferisco credere di far ridere dicendo cose serie, che credere di dire cose serie facendo ridere” è un aforisma attribuito a Groucho Marx che ben si adatta alla concezione del fare musica del Duo Bucolico, formato dai cantautori romagnoli Daniele Maggioli e Antonio Ramberti. Il loro nuovo album “Champagne!” da un lato mette in scena con sferzante ironia un bestiario di varia umanità quasi circense, dall’altro non dimentica l’autoironia nel descriversi. Musicalmente il disco gioca su sonorità folk pop effervescenti proprio come le bollicine di una bottiglia di Champagne di marca, recuperando anche strumenti poco usati come il kazoo. Il disco si apre con “L’eterno ritorno”, lo spaccato di un’Italia intrappolata in una porta girevole di vizi, piccoli e grandi abusi, corsi e ricorsi storici eternamente uguali a sé stessi. A seguire “L’ingorgo” descrive in modo realisticamente surreale un gigantesco ingorgo sull’autostrada in direzione di una Milano vista come terra promessa. L’immobilità diventa occasione per socializzare e giocare a tennis con il guard-rail. In “La transenna” è la transenna stessa a raccontare le proprie peripezie tra concerti, comizi e manifestazioni nobilitando un oggetto cui il più delle volte non prestiamo attenzione in quanto tale percependolo come semplice ostacolo o misura di sicurezza. “Meglio tardi che mai” mette volutamente alla berlina le ambizioni di successo dello stesso Duo Bucolico, un pretesto per mostrare quanto aver successo oggi abbia poco o nulla a che fare con il talento musicale. “Mano Ciao” ironizza sulle contraddizioni di un poseur che fa l’alternativo, ma vola in business class. “I’m Centenario” vira musicalmente su un classico voce pianoforte ritraendo con acutezza il disperato quanto inutile tentativo di ostacolare il declino inesorabile del corpo annaspando alla ricerca della vita eterna. A seguire “Il genio dello Xanax” affronta con il consueto piglio ironico del duo quell’ansia che invade le nostre vite e che cerchiamo di tamponare farmacologicamente senza accettarla in quanto parte integrante di noi. “Il King Del Piano Bar” è dedicata a chi vivacchia di musica come un vecchio attore che riporta in scena sera dopo sera il proprio logoro personaggio per “portare a casa la pagnotta”. La seguente “Il Bluesman” si lega tematicamente alla traccia precedente dando voce ad un bluesman del tutto privo di verve che, se solo sapesse ascoltarsi, annoierebbe anche sé stesso. “Il Condominio” è senza dubbio uno dei pezzi più riusciti dell’album, una telenovela scritta da un regista pazzo, come recita un verso, che ha per protagoniste macchiette archetipiche neanche troppo surreali. Chiude l’album “L’elettrobarista”, voce, chitarra e armonica al servizio di un brano sul frutto della storia d’amore tra una cantante barista e un elettricista folgorato. L’atmosfera si fa malinconica al calare del sipario.
Daniele Maggioli ci ha concesso un’intervista in cui abbiamo dialogato non solo su “Champagne!”, ma anche sulla particolare visione della musica del Duo Bucolico.
- “Champagne” è un album che con pochi tratti dipinge una galleria di personaggi tipizzati. Componendolo avete mai pensato alla Commedia dell’arte?
- Forse non direttamente, però noi siamo nati nei festival di strada. C’erano spesso clown, attori, saltimbanchi. Le prime performance le abbiamo fatte in questi contesti, per cui sicuramente ci è rimasto l’imprinting da cantastorie e fa parte di una tradizione più ampia. Le maschere sono sempre potenti, perché hanno un sacco di significati diversi, a volte anche contraddittori e quindi in musica sono strumenti importanti.
- Oscar Wilde, anche se non c’è certezza che la frase sia sua, pare abbia affermato che “l’ironia è il linguaggio perfetto per dire la verità sorridendo ed evitando di farsi sparare”. Ti riconosci in questa definizione?
- Sì mi ci riconosco moltissimo. Noi siamo orgogliosamente dentro la tradizione dell’ironia anche se in Italia quando si fanno canzoni ironiche sembra sempre che tu sia un po’ cretino o che comunque non sia intelligente, serio. In realtà non è proprio così perché per usare l’ironia ci vuole molta consapevolezza trattandosi di uno strumento delicato, oltre che difficile da usare. Noi cerchiamo sempre di rapportarci con umiltà a questa tradizione della satira, dell’ironia, anche assumendoci il peso di non essere visti con un’aura abbastanza seriosa dagli addetti ai lavori. Il nostro stile è questo.
- Parliamo del pezzo “L’ingorgo”. E’ un imprevisto che diventa l’occasione per uscire dall’abitacolo della nostra vita e fare conoscenza con gli altri alla vecchia maniera, da esseri umani.
- Sì, l’ingorgo autostradale diventa una sorta di “non luogo”. L’autostrada, che di solito è uno spazio che non vivi, ma attraversi soltanto diventa un mondo, uno spazio sociale, un microcosmo dove si ricrea una società diversa addirittura con un torneo di tennis usando il guard rail come rete. Ci piaceva questa immagine estremizzata. Il tema dell’ingorgo autostradale è un classico, penso ai film di Carlo Verdone, Paolo Villaggio. E’ un archetipo narrativo della commedia italiana che probabilmente è riaffiorato nella nostra mente.
- Ascoltandovi mi è venuto in mente Rino Gaetano. Rientra tra i vostri riferimenti in ambito musicale?
- Sicuramente è uno dei cantautori che rispettiamo di più ed è incredibile come abbia avuto una seconda vita, negli ultimi anni è stato riscoperto tantissimo, mentre qualche anno fa non si sentiva molto. Proprio grazie all’ironia ha reso le sue canzoni più longeve. Se non ti appiattisci sulla cronaca riesci a dare più valore alle tue canzoni nel tempo. E’ uno dei cantautori che sicuramente ci ha ispirato.
- Il bar è un luogo che torna in molti brani dell’album. Per voi è un osservatorio privilegiato sul mondo?
- Sì il bar è quel luogo in cui le classi sociali si annullano, ci possono essere un imprenditore e un operaio che si ritrovano ad affogare i loro dispiaceri magari in un bicchiere di vino. Questo aspetto molto provinciale e semplice alla fine è vero. Si tratta di abbandonare ogni tanto i massimi sistemi e cercare un contatto umano, sociale. Qualche tempo fa volevamo addirittura fare un tour di presentazione di un disco in tutti i Bar Sport d’Italia affrontando i peggiori ceffi, le slot. Potrebbe essere ancora valida come idea e forse riusciremo a realizzarla prima o poi.
- Avete un contatto con il vostro pubblico molto diretto, verace, non mediato da grandi effetti speciali.
- Esatto, questa è una cosa di cui siamo orgogliosi, poi anche a livello social gestiamo tutto noi, cerchiamo di rispondere sempre. Quando facciamo i concerti al banchetto andiamo noi perché ci piace creare dei contatti che non siano virtuali. Anche generazionalmente non essendo dei ragazzini rivendichiamo il bisogno di un contatto reale con la gente e vediamo che anche nei giovani comincia ad esserci questo bisogno perché il mondo digitale poi alla fine è pesante. Quindi siamo felici di creare una relazione vera, in 3D.
- “L’eterno ritorno” è forse il pezzo con la critica sociale più esplicita. Ci sono versi come “ancora una volta cuore nero e braccio alzato, te li ritrovi dietro i banchi del Senato”. Se questo è diciamo l’homo italicus, c’è modo di farlo tornare homo sapiens?
- Sarei contento di saperlo. Sicuramente la musica e la cultura sono una strada utile per affrontare la complessità del mondo, mettersi in discussione. La cultura può aiutare a sviluppare nel tempo generazioni più consapevoli e ciò si riverbererebbe anche nella classe politica, dato che è un’emanazione di quel che siamo noi. Non credo tanto nel fatto che la classe politica ci manipoli in quanto più una nostra emanazione. Forse solo tramite la cultura, una scolarizzazione diversa si può arrivare ad una maggiore consapevolezza.
- Anche perché in alcuni casi eleggiamo gente che estremizza i nostri difetti.
- Come dicevamo prima sono delle maschere ancora più enfatizzate, i nostri lati negativi sono ancora più accentuati.
- Un pezzo che mi ha incuriosito molto è “La transenna”, che se non sbaglio è il primo brano scritto in assoluto sulla vita di una transenna da concerto o da evento. Come vi è venuto in mente un pezzo simile?
- Nasce dal fatto che quando è uscito lo scorso disco abbiamo lanciato l’idea su Instagram delle “canzoni su misura” chiedendo di scrivere nei commenti gli argomenti di canzoni che poi noi avremmo potuto eseguire. Ci sono arrivati suggerimenti incredibili, per cui alcuni li abbiamo scelti e abbiamo realizzato delle canzoni. Una di queste era “La transenna”, molto interessante. Ho preferito raccontare la storia dal punto di vista della transenna come se fosse un essere vivente e mi piaceva il fatto che se una transenna avesse potuto parlare avrebbe raccontato esperienze incredibili, dalle manifestazioni del G8 di Genova fino a un concerto di Lucio Dalla. Un testimone silenzioso che attraversa gli eventi pubblici. Un altro pezzo nato da quei suggerimenti dei nostri fan è “Mano Ciao”.
- “Meglio tardi che mai” è la testimonianza, anche qui in chiave ironica, di quanto poco conti oggi la musica e la sua qualità nei meccanismi della discografia. Leggendo il testo sembrerebbe auspicare una vostra conversione al mainstream pur di sfondare, ma in realtà è l’esatto contrario, no?
- Esatto è ironico. Cantiamo “Dai che sfondiamo”, ma non crediamo più che sfonderemo in alcun modo. La canzone è molto pop, ci siamo detti “facciamo una canzone pop perché la sappiamo fare anche noi, però portata nel nostro mondo. Un po’ ci prendiamo in giro da soli, ci diciamo “sfondiamo” quando siamo sempre nella stessa barca. E intanto ci facciamo gioco dei meccanismi finti della discografia mainstream che ben conosciamo. E’ da molto tempo che suoniamo in giro, sappiamo come funzionano le cose. Prendiamo in giro il mondo ma prima di tutto ci prendiamo in giro da soli. Secondo me quando si fa satira per non risultare offensivi bisogna prima sapersi prendere in giro. E’ un modo per creare una “orizzontalità” nella satira.
- Parliamo ora de “Il Condominio”, un’altra canzone che mette in scena una sorta di bestiario di varia umanità. Il verso “la vita è una pernacchia, basta poco per morire” è un invito a cogliere l’attimo?
- Esatto, la vita dura poco e spesso non se ne capisce neanche il senso. Quindi sicuramente c’è l’idea di cogliere l’attimo, ma sottolineiamo anche il fatto che il destino è beffardo. Ci piaceva descrivere questi personaggi non empatici, come se il male si nascondesse anche nei nostri vicini di casa o in noi che siamo vicini di casa di qualcun altro.
- “I’m Centenario” mi ha fatto venire in mente il film “La morte ti fa bella”, ovvero abbiamo l’illusione di essere eterni, giovani per sempre. Perché secondo te non possiamo accettare l’idea che è impossibile fregare la morte?
- Forse perché c’è quella parte di coscienza dell’essere umano che non accetta la fine. Finché ci sarà consapevolezza di sé l’idea della fine sarà inaccettabile. A meno che non si abbia fede nell’Aldilà, che è comunque una risposta alla stessa domanda.
- “L’elettrobarista” è una figura mitologica frutto dell’amore tra una cantante e un attore folgorato. Noi speriamo sempre che i nostri figli possano realizzare i loro sogni, quei sogni che magari noi non siamo riusciti a realizzare. Qual è l’importanza di coltivare i propri sogni?
- Coltivare i propri sogni è importantissimo e proiettare i propri sogni sui figli viene spontaneo, anch’io lo faccio oppure cerco di far fare loro quello che non sono riuscito a fare io, ma i figli dovrebbero realizzare i propri sogni. E’ un percorso difficile scoprire le proprie inclinazioni, le proprie attitudini, il proprio talento o il proprio demonio, nel senso greco del termine, il proprio scopo. Un percorso duro, accidentato ma fondamentale per poter essere felici. Penso anche a quello che io e Antonio abbiamo ottenuto. Veramente non ci sembra di lavorare, siamo molto impegnati a fare concerti, ma non è mai stato lavoro inteso nel senso comune del termine. Questo grazie alla grande fortuna di aver trovato una chiave di espressione dei nostri sogni, del nostro talento. Sarebbe bello se più persone possibili potessero attingere al proprio talento.
- Quel che dici mi fa riflettere sul fatto che noi in Italia abbiamo nella cultura un grandissimo patrimonio che rimane sottoutilizzato. E’ un po’ come avere il petrolio e non estrarlo. Da qui la domanda. Che importanza ha investire nell’orientamento dei ragazzi a scoprire i propri talenti?
- I ragazzi hanno alla fine i loro problemi, come ogni generazione ha avuto i propri. Tuttavia credo che oggi grazie a internet, che pure può diventare qualcosa di mostruoso, i giovani abbiano la possibilità di confrontarsi su molte sfere del sapere, della cultura, della creatività, decisamente di più di quanto potesse fare la mia generazione. Quindi possono avere un contatto più diretto con stimoli che le generazioni precedenti non hanno avuto. Voglio essere ottimista e pensare che abbiano più occasioni di sperimentare i propri sogni, il proprio talento, le proprie inclinazioni.
- Chiudiamo il “cerchio” di questa intervista tornando all’inizio. Dato che nella vita indossiamo sempre una maschera, sotto la maschera chi è Daniele Maggioli?
- Sotto la maschera è una persona molto curiosa ma anche abbastanza timido in certe cose e quindi la maschera in realtà mi serve, non saprei se sarebbe salutare per me toglierla. Anche perché non è possibile farlo.
- Parliamo ancora del vostro suono, antico ma modernissimo allo stesso tempo. Non mi è capitato spesso di sentire anche nelle nuove leve del cantautorato un album in cui faccia capolino ad esempio un kazoo. Il vostro folk cantautorale, che ricorda le sonorità di certi artisti come, ad esempio, Edoardo Bennato è legato anche allo stile di scrittura dei testi?
- Sì noi in realtà scriviamo le canzoni chitarra e piano, senza avere in quel momento bassisti o batteristi. Vengono fuori sonorità che servono a sostenere il ritmo della canzone. Quindi in parte è dovuto agli strumenti che suoniamo e all’equilibrio, non facile da trovare, tra essere aperti al nuovo, accettare la modernità ed essere sé stessi. Cerchiamo di essere noi stessi senza essere nostalgici ed il risultato è questo. Personalmente ascolto praticamente solo i Beatles, ma non vorrei scrivere musica nostalgica, collocata nel passato. Per questo tendo a farmi influenzare anche dal contemporaneo, pur senza diventare il quarantacinquenne che fa trap, che sarebbe imbarazzante. Potremmo fare una canzone sul trapper cinquantenne (ndr ride). Quindi la nostra musica ha un piede nel passato e un piede nella contemporaneità.
Il Duo Bucolico con “Champagne!” conferma la bontà di una proposta musicale che da oltre vent’anni produce con continuità musica di qualità. C’è da augurarsi che l’auspicio “dai che a sto giro svoltiamo” del brano “Meglio tardi che mai” si realizzi perché oggi più che mai c’è bisogno di ascoltare canzoni intelligenti e mai banali capaci di far riflettere con il sorriso sulle labbra.


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