Trieste, in quanto città di confine, è da sempre luogo di incontri e contaminazioni tra popoli e culture diversi. La scena musicale triestina è particolarmente vivace e qui sono nate band che fanno della diversità culturale una ricchezza. Tra di esse una delle novità più interessanti sono i Laica Luna, gruppo in bilico tra grunge e alternative rock con qualche spruzzata di psichedelia. La band, formata da Lana Petrovic’ alla voce, Paolo Diviacco, chitarre e produzione, Luca Sollecito bassista e Jaren Diviacco, batteria, ha pubblicato nel mese di luglio 2025 il suo primo EP omonimo, composto da quattro pezzi più un quinto che è, di fatto, una rielaborazione del brano d’apertura. L’incipit “Fascino austero” si apre su un solido riff di chitarra su cui se ne innesta un secondo dal vago sapore mediorientale creando una miscela sonora di grande presa. Il testo racconta di un personaggio dal fascino austero, quasi algido, che tenta di penetrare i pensieri. “Ma io oppongo barriere impenetrabili” canta Lana Petrovic’ dando di fatto le coordinate dell’EP, ovvero l’affermazione individuale, la liberazione da ogni condizionamento esterno. “Stella polare”, seconda traccia dell’EP è un viaggio nell’interiorità dell’io che inizia con una sorta di inutile libretto di istruzioni “scritto in caratteri strani” che stimola l’esigenza di lasciare il giogo di quelle “emozioni malate confuse, un respiro affannato”. Il terzo pezzo in scaletta, “Martirio”, esprime figurativamente una trappola mentale di voci e delirio costruita dalla protagonista stessa che ora lotta per liberarsene. Il quarto brano “Una canzone semplice” è nato dal desiderio iniziale di scrivere qualcosa di più facilmente fruibile dagli ascoltatori, più semplice per l’appunto, ma il finale vorticoso lascia emergere la consueta complessità delle strutture musicali create dai Laica Luna. In chiusura, quasi a voler cambiare atmosfera passando dall’oscurità a un clima più spensierato troviamo “Fascino austereo”, che è una versione da bicchierata in birreria del brano d’apertura. Qui tutto si fa più lieve e, ad un certo punto, fa capolino anche la vocina della figlia della cantante che chiede silenzio per poter ascoltare il pezzo. Un finale imprevisto quanto piacevole ed interessante perché restituisce un’immagine meno cupa della band.
I Laica Luna si sono prestati ad un’intervista in cui abbiamo esplorato i significati che loro stessi danno dei loro brani.
- Il comun denominatore di questo EP sembra essere la ribellione a ciò che ci ingabbia, ci sottomette, quindi ribellione nei confronti della rigidità, delle convenzioni. E’così?
PAOLO – Direi di sì, però non è una ribellione urlata, ma un po’ più sentita dentro, un po’ più accennata diciamo, per metafora. Quindi non una ribellione urlata tipo punk in senso stretto, anche se come estrazione nostra Luca ad esempio Luca canta in un gruppo che fa proprio punk in senso stretto proprio. In questo contesto qua siamo un po’ più intimi.
LANA – Sì una ribellione intima, anche un po’ esplorativa di uno spazio interiore.
- Dato che facevate cenno a gruppi precedenti raccontate un po’ come siete nati, qual è il vostro passato musicale.
JAREN – Cominciamo dal bassista che è anche voce dai.
LUCA – Sono un bassista finto, non so suonare, mi applico però. Sono trent’anni che non suonavo. Lascia stare la mia voce perché è quello che è però la musica che mi piace è lo ska, mi piace un sacco di roba, i Viagra Boys giusto per citare un gruppo attuale senza restare ancorati a robe vecchie e secondo me sono un gruppo fighissimo.
- Passiamo ai pezzi del vostro EP. “Fascino austero” che lo apre ha quel riffone portante su cui poi si innesta un groove quasi marziale e ci sono tante influenze del rock alternativo, americano, suoni grunge, psichedelici, ci si può vedere di tutto. Datemi voi la vostra interpretazione di questo pezzo.
JAREN – Mi assumo la responsabilità di dire da dove parte. Parte da un fastidio verso un certo tipo di persone che tendono un po’ a inquadrarti nelle loro categorie mentali. Quando tu non sei allineato con quello che loro pensano diventa un po’ un problema. Allora ti squadrano, ti “tagliuzzano” ben bene con questi bisturi affilati per capire come sei fatto dentro, ma solo se corrispondi a quello che loro hanno in testa. Le persone che non corrispondono a queste loro categorie, che poi sono generalmente abbastanza standardizzate fra loro, fan sì che di solito se la vivono male. L’idea è un po’ quella di dire che tutto sommato ognuno ha diritto di essere come vuole e se gli altri vogliono incasellarti dentro qualche categoria loro magari anche non ci stiamo a questa cosa. Diciamo che vogliamo essere noi stessi senza finire nelle caselle, nelle categorie arbitrarie degli altri.
- Ascoltate, invece “Stella polare” con quella frase “leggo le mie istruzioni, compendio di tutta una vita in ricordo di poche emozioni”. Sembra il desiderio di volersi distaccare da ciò che si è stati dando una svolta alla propria vita.
LANA – Il pezzo parla in realtà di qualcosa di abbastanza preciso.
PAOLO – Ecco forse è un po’ il contrario di Fascino austero nel senso che quando tu hai una tua personalità magari alle volte cerchi un po’ di trovare dei punti di riferimento, un po’ Battiato il centro di gravità permanente. La stella polare è quel qualcosa che ti consente di sapere, non di orientarti magari ma sai dove è e così prendi dei riferimenti rispetto a tutto quello che ti sta intorno. Non ti dà dico una direzione ma almeno capisci dove sei e dove stai andando. E’ tutto un po’ enigmatico.
LANA – Bisogna dire da dove nasce. Però non so se posso dirlo.
PAOLO – Abbiamo dei segreti…(ridono ndr). “Stella polare” è un po’ una premessa al pezzo successivo che è “Martirio” che è diciamo un po’ deprimente perché nasce da una storia personale, di una persona che conosco e che ho sempre apprezzato e che purtroppo non c’è più, che si è persa in una malattia che intacca sia la memoria che l’identità stessa della persona. Una persona che è andata ad esplorare mondi lontanissimi perché qua non ci stava più. Questa è la storia personale che sta dietro a questa canzone e ogni volta che la suono la trovo molto emozionante. Per fortuna che la canta Lana perché a me viene sempre il magone.
- Invece “Una canzone semplice” che avete fatto uscire come primo singolo diciamo che non tiene molto fede al suo titolo perché è tutt’altro che semplice, soprattutto nel finale dal punto di vista musicale.
PAOLO – Lì era un po’ un gioco perché in qualche modo ci siamo un po’ riconosciuti come pesanti sia nei testi, diciamo nello svolgimento del tema. Siccome riconoscevamo un po’ di pesantezza in quello che facevamo abbiamo detto “Facciamo una canzone divertente”. Poi quello che ci è uscito è una canzone abbastanza divertente, un po’ un tormentone che ti resta in testa, ma in realtà sotto sotto c’è sempre un po’ un dramma, diciamo che è un po’ piovosa, non è un cielo sereno, azzurro e senza nuvole. E’ abbastanza annuvolata, abbastanza piovosa e questo in realtà lo senti perché ci sono delle forti dissonanze a livello armonico rispetto a quello che facciamo per cui diciamo di fare degli accordi maggiori ma in realtà maggiori non sono, è abbastanza incasinata. Per cui ti dà questa sensazione non dico di ansia, ma di qualcosa che non viene raccontato e infatti alla fine si cerca un po’ di esplodere, di far venire fuori la cosa che veramente avevamo in testa. Nel video, non so se hai avuto occasione di vederlo, anche questo era un po’ un gioco perché era girato in una cantina…
JAREN – Il giorno di Ferragosto, 45 gradi in cantina. (ridono ndr).
PAOLO – Insomma eravamo in questa cantina che doveva essere opprimente, mentre in realtà era la parte della canzone che era più divertente, gioiosa. E ti dava invece questa sensazione di costrizione. Che poi alla fine rivela che puoi avere una prospettiva molto più ampia, un cielo nuvoloso. Esci da questo mondo costretto nel quale sei compresso per fare canzoni che si vorrebbero semplici però in realtà ci costringono a suonare in un certo modo, un po’ più commerciale, un po’ più standard, un po’ più canzonetta e però magari forse non è così e il finale dovrebbe un po’ sorprendere perché magari l’idea è quella di dire “ma in realtà non siamo così”.
- Sì le vostre chiavi di lettura sono molte e diverse. Infatti sul finale dell’EP piazzate “Fascino austereo” che è già divertente nel titolo e sembra la versione di “Fascino austero” da birreria.
PAOLO – E’ esattamente così, eravamo ubriachi.
- Quindi è stata registrata diciamo “buona la prima”.
PAOLO – L’idea è proprio quella, anche qua siamo cupi, siamo un po’ pesanti come pensieri, come atteggiamento, però in realtà no perché ci divertiamo e insomma non è cinismo ma è forse una valvola di sfogo. Per non diventare cinici restiamo comunque fedeli a quello che pensiamo, a quello che viviamo, a quello che sentiamo e però cogliamo anche gli aspetti belli di tutto quello che ci circonda. E quindi siamo andati in queste trattorie private (perché poi ci sono invece quelle pubbliche che sono gestite dal Comune) che sono tipiche di qua, del Carso triestino e tra il mangiare e il bere e forse esagerare un po’ nel bere ci si diverte e si fanno delle versioni meno cupe, meno pesanti di quello che sono le canzoni come sono state scritte.
- Ecco, a proposito di trattoria, una curiosità: quella voce di bambina che si sente verso la fine che dice: “Stai zitto che non riesco a sentire” era preparata?
LANA – Quella è mia figlia che, non ricordo bene come è nata questa cosa però sempre giocando volevamo includerla in un certo modo perché è presente nella mia vita e nei miei impegni…” ragazzi sono in ritardo a prove”, “non riesco a venire”, nell’impossibilità a volte di riuscire a mantenere gli impegni e così l’abbiamo inclusa e si è divertita.
- E’ un tocco di innocenza in una canzone che nell’originale è molto più oscura.
PAOLO – Questo è vero, ci sono queste prospettive diverse, molto più ampie rispetto a quelle che cerchiamo di trasmettere noi. E così è importante presentare lo stesso pezzo con due ambientazioni, con due arrangiamenti completamente diversi, quello tirato, un po’ cupo e quello invece rilassato un po’ da ubriachi.
Il fare musica dei Laica Luna è fare un po’ anche i conti con la propria vita, con le esperienze e le prove che ti dà condividendole con i compagni di band. Certe difficoltà, se affrontate così, possono far meno male.
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