domenica 22 febbraio 2026

VINTAGE VIOLENCE - A SENTIMENTO - ARTIFICIERI DEL LORO DESTINO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Quando mi sono approcciato alla musica dei Vintage Violence ed ho poi avuto anche l’occasione di intervistarli, la prima parola che mi è venuta in mente è integrità. Integrità come libertà creativa totale, indipendenza dai suoni à la page, schiettezza nei testi, ricchi di giochi lessicali. Il punk rock della band, formata da Nicolò Caldirola (voce), Rocco Arienti (chitarrista e autore), Roberto Galli (basso) e Beniamino Cefalù (batteria) suona diretto e vero dall’esordio discografico nel 2004 con “Psicodramma (Nove giorni senza dormire)” fino al recente EP “A sentimento”, che raccoglie i singoli pubblicati negli ultimi anni più l’inedito “Guaribili ottimisti”. In apertura dell’EP il brano “Contro la società securitaria” parte dall’assunto per cui “la sicurezza non esiste, esiste solo la nostra paura e del farci sopra dei soldi la vostra fottuta cultura” mettendo subito le carte in tavola, ovvero che quando viene imposto di tacere è il momento migliore per parlare. A seguire “Pora Stella” inquadra il quotidiano trascinarsi di una coppia in cui il silenzio è diventato ormai una stanca consuetudine che li allontana l’uno dall’altro. Molto riuscita l’idea di un blackout sonoro nel pezzo dopo il primo refrain “Il silenzio ci allontana, Il silenzio ci allontana, vedi?”, pochi secondi che sottolineano con un filo di ironia il tema centrale del pezzo. L’inedito “Guaribili ottimisti” è ancora la storia di una coppia totalmente disfunzionale, raccontata con lo stile corrosivo della band, che ribalta il classico finale favolistico “Vissero per sempre felici e contenti” in “Vissero per sempre tristi”. La penultima traccia dell’EP “Sono un casino” si apre con la batteria punk di Ben Cefalù sotto l’occhio di bue che introduce un pezzo il cui protagonista si riflette nello specchio bizzarramente capovolto, “Sono il pompiere venuto in soccorso ma sono anche il gattino”. In chiusura il brano “Il nuovo mare” è una riflessione fatalista sul nostro percorso nella vita, le nostre sfighe viste dall’alto di una montagna. Suonare “A sentimento” è per i Vintage Violence l’unico modo possibile di farlo, con parole che zampillano come sangue dalle vene. A quasi 25 anni dall’esordio, non è certo cosa da poco.   
Nicolò Nico Caldirola, Beniamino Ben Cefalù e Roberto Roby Galli ci hanno raccontato la visione della musica che ha la band e la loro personale visione della vita e del futuro che attende noi e i nostri figli.



- Cominciamo da “Conto la società securitaria”. La compulsione a cercare la massima sicurezza, di fatto ci ha messi in un carcere di massima sicurezza. Sicurezza è diventato sinonimo di manipolazione?
NICO – Più che di manipolazione di auto manipolazione, nel senso che solitamente le persone che incontro si autolimitano all’interno di un ambiente che è già limitante di suo. E quindi più un problema di auto limitazione, nel senso che individualmente ci può essere anche una sorta di disinteresse o anche solo distrazione rispetto a questo ambiente che è così limitante e securitario. 
- Che poi come dite giustamente voi “la sicurezza non esiste”. Quindi può diventare un pretesto.
NICO – Non esiste la sicurezza di nulla. E’ un atteggiamento molto difensivo, più che una scusa. Significa deresponsabilizzarsi nella propria quotidianità rispetto a quello che in realtà ci competerebbe un po’ di più di quanto ci viene venduto. 
- “Pora stella”. Quanto influisce secondo voi l’uso compulsivo dei social network nell’infantilismo di molti adulti, dato che il ritratto che dipingete della coppia protagonista del pezzo è di due adulti bambini, infantili e la loro totale mancanza di dialogo?
NICO – Io ho due figlie che sono native digitali e quindi navigano molto più agevolmente in questo mondo rispetto a noi che siamo nati quando non esisteva e quindi non era un aspetto cui badare. Vedo che per tutti gli under 16 o anche 15 è una cosa abbastanza scontata vivere in questa realtà. Forse la nostra missione è far presente che c’era un mondo diverso, non per forza migliore o peggiore, ma diverso anche nella musica, in come la musica veniva promossa, che non era quello che comunque anche noi dobbiamo rispettare oggi, i tanti contenuti che vanno fatti perché adesso funziona così. E’ un mondo cui ci siamo trovati ad appartenere, anche involontariamente ma per forza.
- Sempre in “Pora stella” ci sono questi versi che recitano “cinque chitarristi, sei analisti, due università, mezzo conto corrente, mezzo cachet”. Non vi so dire bene il collegamento mentale ma mi ha fatto venire in mente il film “Smetto quando voglio”. I dati più recenti sulla disoccupazione dicono che tre laureati su dieci fanno un lavoro che non necessita assolutamente di una laurea. 
NICO – Non ho visto il film, ma è un ottimo aggancio e posso farti diversi esempi anche molto vicini a me nel senso che per esempio mio fratello è laureato in scienze motorie, ma fa il custode e giardiniere ed è probabilmente questo un po’ il senso della tua domanda. E’ l’inganno che noi abbiamo voluto rendere manifesto con un’altra canzone che è “I non frequentanti”. Il percorso universitario di cui parlavamo più di dieci anni fa è in realtà uno specchietto per le allodole, nel senso che non ti porta a livello meritocratico ad arrivare agli obiettivi che ti eri prefissato e, se non era vero più di dieci anni fa, ad oggi è ancora più falso. Vale per quel che io vedo ma penso anche i miei compagni vedono. Il nostro caro chitarrista Frank (Franco Cassinelli che li accompagna in tour come secondo chitarrista) che ho apostrofato oggi a pranzo dicendogli “Tu non puoi leggere Borges perché non hai una laurea”, in realtà è un grande lettore e fa l’operaio, non ha avuto un percorso come il nostro, ma non per questo è meno realizzato di noi. 
BEN – E’ un po’ il martello “studia perché avrai più opportunità”, perché la generazione precedente alla nostra la pensava così e riteneva che sarebbe stata la cosa migliore anche per noi, ma nell’arco di pochissimo tempo si è rivelato un boomerang che ci si è ritorto contro per un sacco di motivi. Tutti noi abbiamo fatto esattamente quel tipo di percorso, quindi come dicevo la massima era “Studia perché avrai più opportunità”, quando in realtà non è vero o almeno non necessariamente.
- In “Guaribili ottimisti “ dipingete il quadro di una coppia totalmente scoppiata, in quanto chiusa in un’esistenza molto triste, anche se rimane legata “come i cadaveri degli alpinisti”. Oggi avere una relazione non disfunzionale è possibile?
NICO – Una domandona. E’ difficile perché hai quotidianamente a che fare con delle richieste estranee alla questione di coppia, alla relazione, alla questione familiare che ti influenzano e non puoi prescindere da quello che ti succede attorno. Non ci si può considerare in una sorta di campana di vetro perché tutto quello che c’è, musica compresa, ti influenza e spesso ti porta a deragliare rispetto al punto da cui sei partito. E ’una sorta di reminder su questioni che riguardano un po’ tutte le famiglie, tutte le persone e non credo che ci sia qualcuno che possa chiamarsi fuori da questa condizione. 
- Musicalmente prendiamo come punto di riferimento l’inizio della vostra carriera discografica con “Psicodramma”, il vostro primo album. Rispetto all’altro estremo temporale che è l’ultimo EP “A sentimento” il vostro suono era molto più scuro, hard rock. Personalmente avverto anche i Verdena come punto di riferimento. Rispetto ad allora come vi sentite, meno acerbi e ingenui?
ROBY – Noi siamo cresciuti, siamo cambiati e di conseguenza lo è anche la nostra musica. Quella musica era ciò che ci veniva naturale in quel momento, non essendo vincolati o forzati da qualcuno esterno. Facevamo e facciamo musica per quello che ci sentivamo e ci sentiamo ora. Quello che usciva fuori era quello che in quel momento eravamo. Quindi poteva essere magari più rock o più punk, ma la cosa essenziale è che era quello che ci rappresentava in quel periodo. Quindi è un’evoluzione nel senso di cambiamento, ma non per forza è qualcosa di tecnico, un cambiamento di gusti o di genere. Non diciamo “facciamo questo perché è di quel genere rispetto a quest’altro”. E’un’evoluzione naturale che riflette quello che, in quel momento, nasce in noi.
NICO – Sì è legato all’approccio, che a 20 anni è di un certo tipo, a 40 è un altro perché sono passati appunto 20 anni. Però io sento, più che penso, che lo spirito è rimasto molto simile, non si discosta tantissimo. Poi ci possono essere differenze estetiche, ma non nelle radici.
BEN – Sì se ci si vuole incanalare in questo tipo di discorso all’inizio si è giocoforza, per una serie di motivi, più vicini ai tuoi ascolti, poi nel tempo diventi più personale. 
NICO -Il lavoro è proprio quello di distanziarsi da quelle che sono state le tue influenze, le tue ispirazioni, da quello che hai cercato di imitare trovando quello che veramente ti rappresenta, quello che sei. Penso che sia il lavoro più difficile cercare di non imitare. Abbiamo fatto il viaggio oggi per arrivare qui a Torino ascoltando un sacco di gruppi e un po’ di echi, di situazioni in cui dici “a volte ho imitato questo, a volte ho imitato quello, oppure è una mia ispirazione, mi sento molto vicino” ci sono. Il vero lavoro è dire “ok quella cosa mi piace così tanto che me ne devo allontanare il più possibile”. 
- Tornando ai “I non frequentanti” c’è un verso che dice: “la mobilità sociale è per chi non ne avrà bisogno”. Infatti riprendendo il discorso di prima, dato che la mobilità sociale oggi procede al contrario, nel senso che i figli hanno meno possibilità di quelle che avevano i genitori, secondo voi non frequentare significa anche costruirsi una strada alternativa? 
NICO – Io ho vissuto l’Università da non frequentante nel senso che all’epoca lavoravo e per questo il mio mondo universitario era esclusivamente quello dell’esame, non dei corsi. Ho intrapreso un percorso di studi in cui la possibilità di non frequentare c’era e io mi ci sono buttato facendolo da lavoratore, impiegando più tempo del necessario e vivendo l’Università un po’ alla finestra piuttosto che non dentro. In questo senso torniamo al discorso che facevamo prima. Per noi che ci siamo passati in mezzo e, con il senno di poi, vediamo che non c’è tutta quella chiarezza nel percorso di studi per arrivare all’età adulta, mi interrogo ogni giorno rispetto al fatto di essere padre di due figlie che tra poco andranno al Liceo chiedendomi “cosa gli vendo come cosa che funziona? Cos’ha un senso?”. La mia risposta è fare quello che ritengono meglio per loro perché non c’è più una via ben delineata verso un obiettivo adulto sostenibile, perlomeno negli ultimi anni. 
- Tutti e tre fate parte della formazione originaria della band. E allora vi faccio questo esperimento. Provate ad immaginare di aver scattato delle foto che immortalano gli attimi più belli del vostro percorso. Ce le raccontate?
BEN- Sono troppi!
ROBY – Per fortuna ci sono tante occasioni di condivisione.
NICO – Se parliamo di momenti topici ad esempio per me è stato salire i gradini del primo palco nel giugno del 2002. Quello è stato il primo scoglio super significativo. Poi ce ne sono stati altri però secondo me la cosa più difficile è essere dopo 25 anni ancora qua insieme.
BEN- Questo è il momento più bello. Essere ancora qui, fare ancora quello che ci piace e farlo insieme. E’ IL momento bello che si ripete, che si reitera.
ROBY – Passando così tanto tempo insieme, dato che quasi tutti i weekend siamo insieme a concerti, per me ogni concerto ha almeno un’opportunità di essere un ricordo indimenticabile. Non sono poi per forza cose legate alla musica in sé, può essere un momento indimenticabile anche il viaggio, la cena, la colazione. Un sacco di perle e anche di cazzate che facciamo insieme.
NICO – Faremo prima o poi il calcolo dei chilometri che abbiamo fatto?
BEN – Ci vuole un mese a prepararlo! 
- Dato che siamo nel periodo giusto, avete fatto un pezzo che si intitola “Raiuno”. Nel testo, soprattutto nelle strofe iniziali, mi sembra di sentire come un riferimento critico a Sanremo quando parlate di 12 arpe sul palco.
BEN – Se non ricordo male non era proprio riferito a Sanremo in sé. 
NICO – Anch’io ho questo ricordo. E’ un brano che ha ormai 15 anni ed era un po’ una sorta di critica punk alla musica che viene suonata da un sacco di strumentisti. Io ogni tanto lancio invettive contro alcuni gruppi, anche dell’alternative, che sono, per esempio, in 8 sul palco. Si è in troppi, magari hai sette strumentisti più un vocalist che suona anche, quindi quasi un’orchestra. Per questo il brano è da intendere come una critica cruda e diretta a quel mondo. Poi ci sono musicisti che suonano l’arpa e magari sono anche apprezzabili, però diciamo che a 20 anni circa lo apprezzi un po’ di meno rispetto ad ora. 


In occasione del loro concerto tutto esaurito allo sPAZIO 211 di Torino dello scorso 13 febbraio i Vintage Violence hanno ricevuto da un pubblico enormemente entusiasta, composto in larga parte da giovani tra i 20 e i 30 anni, un’accoglienza da vera “vintageviolencemania”. Il palco è stato preso letteralmente d’assalto, i più ardimentosi si sono arrampicati per abbracciare il frontman, ballare e fare stage diving, la voce di Nicolò era spesso soverchiata da quella del pubblico che cantava in coro le canzoni. Piccolo evento nell’evento una ragazza ha scelto l’occasione per festeggiare la sua Laurea in Architettura ricevendo un bacio accademico dal vocalist. Concerti come questo fanno sperare in un futuro migliore, di ritorno al contatto umano, alla musica sudata e condivisa, di rinascita come persone.

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