domenica 25 gennaio 2026

PIT - QUESTO NON E' UN DISCO - POSTMUSICA PER POSTDEMOCRAZIA - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI

 


“Questo non è un disco” non è una frase ad effetto studiata per attrarre l’attenzione, ma la porta d’ingresso di un album di pensieri e parole autentici. Stiamo parlando del pezzo di apertura di “Postmusica per Postdemocrazie”, il nuovo lavoro dell’artista milanese Pit, al secolo Pietro Lisciandrano. Il pregio maggiore di questo disco, che non solo esiste ma ha un suo peso specifico non indifferente, è di essere perfettamente contemporaneo. Pit, nato come rapper e ora in corso di evoluzione verso orizzonti musicali ben più ampi, ha dato vita ad un lavoro musicalmente molto variegato, in cui convivono armonicamente nelle strutture dei brani elementi rap, rock, blues e persino punk e, dal punto di vista dei testi, è ricco di spunti di riflessione. Il rapporto uomo-macchina, esplorato in “Automa” è al centro della narrazione. Il pulsare dell’elettronica introduce atmosfere sinistre in cui l’io narrante è l’automa: “Pensi che io voglia il tuo posto, però sei tu a somigliarmi sempre di più” canta Pit lacerando il velo che copre a stento le nostre contraddizioni, tra paura di essere surrogati e desiderio di usufruire delle mille possibilità che offre oggi l’intelligenza artificiale. La parte rappata centrale strappa dal viso dell’automa la maschera grottesca dell’imitazione della vita per svelare in tutta la sua ferocia il futuro verso cui siamo diretti: “L’hai voluto tu, era tutto già scritto, ora sono perfetto, invece tu sei estinto”. La traccia si chiude con un assolo blues sorprendentemente ben amalgamato con la componente elettronica a testimoniare che uomo e macchina forse possono anche convivere. L’incedere rap di “Un momento” è l’invocazione di chi cerca uno spazio impossibile da trovare per stare da solo con sé stesso. La chitarra elettrica suonata dallo stesso Pit – che ha realizzato l’album in completa autonomia – è un altro esempio di quanto questo disco trovi dal punto di vista musicale la sua maggior forza nel riuscire a fondere stili apparentemente incompatibili. La traccia conclusiva dell’album “La fine dei giochi” è un lento cantautorale che dà la possibilità a Pit di dimostrare le proprie capacità anche come cantante e non solo come rapper. “Non è finita” è la strofa che non a caso chiude l’album, perché un bel gioco ricomincia dopo ogni partita e se non ci arrendiamo a quella che ora sembra una pesante sconfitta forse alla fine di questo campionato che è la vita ci salveremo.
Pit ci ha spiegato come ha lavorato a “Postmusica per Postdemocrazie” e come vede la sua musica in futuro.


- Il pezzo di apertura “Questo non è un disco” inizia con un riff deciso che mi ha ricordato un po’ “Lonely Boy” dei Black Keys e mette subito le cose in chiaro. “Postmusica per Postdemocrazie” può essere definito un album con i piedi per terra e la testa fra le nuvole?
- E’ una definizione interessante perché l’album è fortemente ispirato da quello che sta succedendo nelle nostre società o perlomeno per come io lo percepisco, ma, al tempo stesso, c’è un tentativo di rielaborare tutto in modo emotivo. Più che esporre un discorso politico, diretto come avveniva nel mio disco precedente che era influenzato dalla scrittura rap, in questo caso ho cercato di sviluppare delle emozioni a partire da sensazioni reali, tranne che nel primo brano “Questo non è un disco” che è ancora molto influenzato dallo stile rap. Nel resto dell’album la scrittura si fa diversa e ho cercato di prevedere quello che potrebbe essere il futuro, previsione che mi auguro di sbagliare perché non è molto ottimistica, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra umano e automa. Diciamo che è quello che vedo al momento, la direzione in cui sento che stiamo andando. Ripeto spero di sbagliarmi o spero che ce ne renderemo conto in tempo per poter reagire.
- Come hai già anticipato tu un tema centrale  è il rapporto tra umano e non umano. Ritieni che oggi i nostri peggiori nemici siano i bit? 
- Io penso che i peggiori nemici, come sempre, siamo noi stessi, perché come dico in “Automa”, brano ambientato nel futuro in cui parlo per bocca appunto di un automa che si è sviluppato, “tu hai paura che io possa sostituirti”, ma in realtà sei tu umano che stai iniziando a comportarti come me, che mi somigli sempre di più. Oltre a questa iper tecnologizzazione, che può essere anche sfruttata in modo positivo, quello che io noto è un’automazione dell’essere umano stesso, del pensiero umano, del modo di dialogare, di intervenire, di agire che viene influenzato da questi progressi tecnologici, soprattutto dai social e dall’intelligenza artificiale. Siamo noi che stiamo diventando gli automi che forse, un giorno, costruiremo.
- In “Automa” appunto scrivi “mi hai dato parametri umani, però non provo emozioni”. L’artificiale potrà mai sviluppare una coscienza e emozioni proprie?
- Se l’automa si pone il problema di non provare emozioni probabilmente sta già iniziando a provarle. Anche qui c’è una doppia chiave di lettura. Come ho detto nelle presentazioni del disco è la storia di un umano che diventa un automa o di un automa che diventa un umano. Quindi il testo del brano può essere letto come se un automa iniziasse a interrogarsi sull’avere o non avere emozioni, su questo senso di straniamento che prova perché ha dei parametri umani ma, al tempo stesso, non ha emozioni umane perché è un androide, imita un umano ma non lo è effettivamente. L’altra chiave di lettura è invece che gli umani nell’automatizzarsi stanno iniziando a smarrire le emozioni. Quindi hanno parametri umani perché in partenza erano umani, ma man mano stanno perdendo quello che è più prettamente umano. 
- In che cosa trovi “Un momento” tutto per te, sempre se lo trovi?
- Sicuramente nella musica. Ma penso che in generale attraverso tutte le forme di arte quindi anche cinema e altre, sia da artista che da fruitore, possiamo recuperare le emozioni, ciò che ci rende effettivamente umani e non essere semplicemente travolti da quello che accade come scrivo nel brano. Poi personalmente mi sento veramente vivo stando in acqua, mi piace tanto essere al mare.
- Il cambio di passo inatteso in “Volontà” con quella chitarra dal sapore blues che ad un certo punto si fa spazio mi sembra significativo di questo tuo voler ampliare gli orizzonti musicali andando ben al di là del rap e abbracciando appunto il blues, ma anche il rock e talvolta anche il punk. Da cosa nasce questa volontà di superare i tuoi confini musicali?
- Nasce da vari fattori. Il principale è che io, pur avendo iniziato facendo rap, in realtà nella mia vita i generi e che ho ascoltato di più sono il rock e dintorni, per sintetizzare. Diciamo rock, alternative, blues, metal, punk. Quindi prima di tutto c’è una mia passione per questi generi. In secondo luogo semplicemente ho imparato con il tempo sia come musicista che come produttore a trattare anche questi generi che in partenza mi pareva più difficile approcciare. Avevo già fatto dei tentativi, mai pubblicati perché non all’altezza. Poi in generale le band e gli artisti che ascolto maggiormente sono quelli che riescono ad unire più generi, creare qualcosa di nuovo. Quindi probabilmente questa direzione è stata dettata dai miei ascolti. Mi hanno chiesto in altre occasioni “come hai fatto a tenere insieme così bene generi tanto diversi tra loro?”. La mia risposta è che mi è venuto naturale perché ascolto tanta musica diversa che mi ha influenzato e la direzione, come si capisce anche da alcuni brani, è andare verso una scrittura più creativa, meno diretta e didascalica rispetto ai miei lavori precedenti e in cui anche la parte strumentale abbia un peso, una validità maggiore rispetto a quella che aveva in passato. Questo album è una via di mezzo, ma l’obiettivo è andare in quella direzione. 
- Secondo te in futuro la musica si ridurrà a fare da sottofondo a un balletto di 60 secondi per TikTok e quindi usciranno brani della durata massima di 60 secondi, privi di ogni struttura?
- La risposta secca è sì. Penso che accadrà. Però credo che anche tra le nuove generazioni inizi a manifestarsi un rigetto nei confronti di questo tipo di fruizione musicale. I feedback più positivi su questo disco mi sono arrivati o da persone più giovani di me o da persone molto più grandi di me. Quindi penso che siano le generazioni di mezzo a dover recuperare l’attenzione. Non perché il mio album sia così importante, ma per il tipo di feedback che mi hanno dato, molto attento ai riferimenti, anche a cose che temevo non si cogliessero mentre vedo che poi invece sono arrivate a chi ascolta. Quindi sì da un lato stiamo andando sempre più in direzione di una musica da algoritmo, da social, da balletto su TikTok. Lo notiamo anche perché ci sono canzoni che riconosciamo tutti senza averle mai ascoltate, ne ricordiamo solo 10 secondi e poi, in realtà, non sappiamo come sia il brano per intero e nemmeno se esista per intero. Sono frammenti che ci scorrono davanti quando scrolliamo sui social. Ma al tempo stesso, come dicevo, noto che soprattutto tra le nuove generazioni, almeno in una parte di esse, inizia ad esserci un ritorno ad un ascolto più attento, anche al voler più musica dal vivo, intendo suonata veramente dal vivo. Permettimi di fare un po’ di polemica ma oggi molti live non hanno più solo la base sotto, ma anche la traccia di voce, una situazione che non riuscirei più a definire “live” onestamente perché si finisce per pagare un biglietto per vedere qualcuno che saltella su un palco. E’ iniziato, con mia gioia, il rigetto da parte almeno di alcuni di tutto questo. 
- In “Cinema all’aperto” c’è un’imboscata all’ascoltatore, nel senso che improvvisamente il pezzo diventa punk rock. Dato che ormai la nostra soglia di attenzione è abbondantemente sotto il minuto, come si è detto, questo è un modo anche per evitare lo skip e mantenere vivo l’interesse dell’ascoltatore?
- Penso che la prima parte della canzone possa essere poco alla moda e chi voleva skippare lo abbia già fatto prima di arrivare al cambio di atmosfera. A me piacciono molto i brani che cambiano ad un certo punto e quindi è nato tutto naturalmente giocando, divertendomi con la chitarra. Mi è venuto in mente di fare gli stessi accordi, le stesse note della prima parte, che alcuni hanno definito più chill anche se io la sento psichedelica ed è in ogni caso più lenta, in modo più punk, più irruento e veloce e anche con una voce più aggressiva. Quindi dicevo che questo è un brano che chi ha la soglia di attenzione molto bassa skippa decisamente prima. Mi pare sia il brano con meno ascolti sulle piattaforme. 
- “La fine dei giochi” che è emblematicamente la conclusione dell’album può essere letto come un punto di ripartenza? Cioè se la prima volta è andata male la seconda volta magari può essere quella buona?
- Il messaggio del brano è esattamente quello che hai detto, soprattutto nella parte finale perché per la maggior parte della durata è una canzone con un’atmosfera pessimista, negativa e poi arriva il punto di svolta. Dopo ogni partita si ricomincia da capo. E’ il brano che ho impiegato di più a scrivere, soprattutto a livello musicale per far quadrare le cose. Mentre lo sviluppavo e prendeva la forma che volevo il mio umore è migliorato, quindi probabilmente la parte finale è venuta più positiva perché c’era più positività in me per come era andata la lavorazione del disco in generale e di quel pezzo nello specifico. Quindi sì c’è speranza di ripartenza nelle ultime parole che dico e poi nell’apertura del lungo assolo finale che guarda a orizzonti futuri che si sperano migliori. 
- Vorrei ancora condividere questa riflessione ancora sull’intelligenza artificiale. L’AI può essere manipolata alla fonte perché l’essere umano che carica i dati può scegliere scientemente di includerne alcuni, magari anche sbagliati e omettendo altre fonti. Secondo te quale può essere il modo per cercare di usare l’intelligenza artificiale come strumento utile escludendo tutto quello che può falsare la nostra percezione della realtà?
- Penso che ogni strumento possa essere usato bene o male. Per dire l’energia nucleare era stata pensata per altri usi e poi uno dei primi è stato la bomba atomica. Se ci pensiamo però viene usata anche come fonte di energia. Proprio l’esempio dell’atomica mi fa pensare che quando si crea qualcosa di così potente a livello tecnologico prima o poi si arriva ad impiegarlo in modo sbagliato. D’altro canto però si può utilizzare meglio. Non sono assolutamente contro il progresso tecnologico, anzi penso che l’intelligenza artificiale possa essere utilizzata in modo ottimo soprattutto, per esempio, in campo medico. Il problema in generale riguardo al concetto di automazione è che in teoria lo sviluppo di questa tecnologia dovrebbe liberare l’uomo dalle attività meno piacevoli per dare spazio al potenziale artistico, creativo, intellettuale. Mentre invece l’intelligenza artificiale sta venendo utilizzata al contrario. Prima parlavamo di musica da 30 secondi, ma possiamo parlare anche di musica prodotta interamente dall’AI. Quindi anziché sfruttarla come strumento in grado di permetterci di dedicarci alle cose più prettamente umane come l’arte, la ricerca, il pensiero accade esattamente il contrario. Vengono pubblicate canzoni scritte interamente con l’intelligenza artificiale, articoli fatti con l’AI in cui si dimentica addirittura di rimuovere il prompt.
Da questo punto di vista quindi sono pessimista perché nella storia dell’umanità abbiamo constatato che quando qualcosa si può usare male lo si farà. Ma ad esempio internet, che ha prodotto anche tanto male e lo fa tuttora, in alcune società fortemente autoritarie è stato un mezzo per organizzare proteste, per comunicare tra dissidenti. Sicuramente quindi questi strumenti possono essere utilizzati in modo positivo, il punto è quando inizieremo a prendere coscienza della loro potenza e di come li utilizziamo in modo errato. Parlavamo di soglia dell’attenzione, ci stiamo sabotando sotto questo aspetto. La domanda è “quando ci accorgeremo di questo, quando correremo ai ripari?”. Quando inizieremo a porcela potremo utilizzarli in maniera davvero utile, ma al momento non sta avvenendo. 
- Ultima domanda: nella produzione dell’album hai fatto tutto da solo o ci sono altre persone che ci hanno lavorato e che quindi possiamo citare?
- L’album è completamente realizzato da me come musica, testi, voce, registrazione, mix, master e anche le grafiche. 

“Postmusica per Postdemocrazie” riesce nella doppia impresa di trattare argomenti importanti in modo fruibile e attrarre pubblici molto eterogenei stimolando la curiosità di scoprire qualcosa di diverso. La visione della musica di Pit è che chi la ama deve osare e mettere da parte le proprie solite playlist per andare alla scoperta di nuovi mondi sonori.

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