Quando nel 1980 Martin Scorsese porta sullo schermo “Toro Scatenato” (Raging Bull) il cinema americano attraversa una fase di transizione: la stagione della New Hollywood sta esaurendo la sua spinta più radicale e l’industria guarda con crescente interesse a prodotti diversi, più popolari, meno conflittuali.
In questo contesto, l’opera si impone come un oggetto anomalo, difficilmente catalogabile a dispetto delle apparenze perchè lontano da ogni facile retorica sportiva.
Infatti, “Toro Scatenato” non è un film sulla boxe: è un film sulla colpa, sul cupio dissolvi autodistruttivo, sulla mascolinità ferita e sul peccato.
Basato sulla vita del pugile italo-americano Jake LaMotta e interpretato da un monumentale Robert De Niro, l’opera rappresenta uno dei vertici espressivi della filmografia scorsesiana, accanto a titoli come “Taxi Driver” e “Goodfellas” ma rispetto a questi, l’approccio è ancora più radicale: meno affresco corale, più dissertazione morale.
La messa in scena di Scorsese alterna due registri distinti.
Fuori dal ring, la regia è nervosa ma controllata, fatta di inquadrature serrate, dialoghi incalzanti, ambienti domestici claustrofobici.
Dentro il ring, invece, la boxe diventa teatro astratto: le sequenze degli incontri non cercano la verosimiglianza documentaria, sono allucinazioni stilizzate, sospese in uno spazio quasi metafisico.
La macchina da presa entra nel ring come un combattente, scivola tra le corde, si sporca di sudore e sangue.
I rallenti, le soggettive, il suono amplificato dei colpi costruiscono una dimensione sensoriale che trascende il realismo.
La violenza non è più spettacolo: è rito, espiazione, punizione.
Il montaggio di Thelma Schoonmaker — collaboratrice storica di Scorsese — è essenziale nella costruzione della tensione.
Prendiamo ad esempio le sequenze di combattimento: sono frammentate, ellittiche, scandite da accelerazioni improvvise e sospensioni temporali perché il ritmo non segue quello dell’incontro sportivo, ma quello dell’interiorità del protagonista.
Fuori dal ring, invece, il montaggio assume un andamento più lineare, quasi documentaristico. Questa alternanza crea un contrasto strutturale che riflette la scissione di LaMotta: brutalità pubblica e paranoia privata.
La fotografia di Michael Chapman, interamente in bianco e nero, è una dichiarazione poetica: il contrasto netto tra luce e ombra richiama l’espressionismo e il noir, ma soprattutto costruisce una dimensione morale: il mondo di LaMotta è privo di sfumature, dominato da pulsioni elementari.
Il bianco e nero accentua la fisicità dei corpi, la grana della pelle, la consistenza del sudore e del sangue.
Il ring diventa un palcoscenico quasi sacrificale, dove la carne è materia da martirizzare.
Alcuni fotogrammi, infatti, — LaMotta isolato tra le corde, immerso nel fumo — hanno la forza iconica di immagini sacre rovesciate.
La musica è centellinata con parsimonia: il celebre tema dell’“Intermezzo” dalla Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni accompagna l’apertura e alcune sequenze chiave, creando un contrasto lirico con la brutalità delle immagini.
Questo accostamento tra melodramma italiano e violenza americana sottolinea la matrice culturale del protagonista: un uomo sospeso tra due mondi.
Il resto è fatto di suoni diegetici, rumori amplificati, silenzi improvvisi e i colpi sul corpo diventano percussioni, il ring un tamburo.
La performance di Robert De Niro è una delle più radicali della storia del cinema americano. L’attore non si limita a interpretare LaMotta: lo incarna fisicamente e psicologicamente.
Il celebre aumento di peso per le scene finali non è mero virtuosismo trasformista; è la visualizzazione del degrado morale del personaggio.
De Niro costruisce un LaMotta introverso, sospettoso, incapace di articolare le proprie emozioni se non attraverso la violenza. Il suo sguardo è opaco, chiuso, spesso infantile. Nei momenti di gelosia ossessiva e di furia domestica, l’attore evita ogni compiacimento melodrammatico: la rabbia esplode come un riflesso animale.
La scena dello specchio riecheggia idealmente Taxi Driver, ma qui il monologo è più desolato: segna il punto di non ritorno: l’uomo è rimasto solo con la propria caricatura.
dopoguerra.
Il successo sportivo appare come una delle poche vie di riscatto per le comunità marginali, in particolare per quella italo americana ma è un riscatto ambiguo: il sistema è dominato da compromessi, rapporti opachi con la criminalità organizzata, logiche di sfruttamento.
L’identità italiana emerge nei codici familiari, nell’ossessione per l’onore, nella centralità della virilità.
Tuttavia Scorsese - egli stesso italo americano - non indulge in mitizzazioni.
La famiglia, infatti, non è rifugio, ma campo di battaglia, la cultura dell’onore si trasforma in paranoia, il cattolicesimo in senso di colpa mai redento.
In questo senso, il film dialoga idealmente con “Il padrino” di Francis Ford Coppola, ma ne rovescia la prospettiva: dove Coppola costruiva un’epica tragica e quasi operistica, Scorsese demistifica, sporca, frantuma.
All’interno della filmografia di Scorsese, “Toro Scatenato” rappresenta un punto di svolta.
Dopo il successo critico ma non commerciale di Taxi Driver e il fallimento di New York, New York, il regista attraversava una fase personale e professionale complessa quindi, il film diventa così anche un’opera di rinascita artistica.
Tematicamente, consolida i nuclei centrali del suo cinema: mascolinità tossica, senso di colpa cattolica, violenza come linguaggio primario, impossibilità della redenzione ma rispetto a Goodfellas, dove la seduzione del potere è parte integrante del racconto, qui ogni glamour è assente.
Rimane solo la carne.
Nel panorama dei film dedicati alla boxe, il confronto con Rocky di Sylvester Stallone è inevitabile. Se Rocky è una parabola di riscatto e perseveranza, Toro Scatenato è l’anti-mito: il talento non salva, il successo non redime.
Un altro termine di paragone è Million Dollar Baby di Clint Eastwood, che pure guarda alla boxe come luogo di sacrificio e dolore ma mentre Eastwood conserva una dimensione elegiaca, Scorsese rifiuta ogni consolazione.
Si potrebbe risalire fino a Body and Soul di Robert Rossen, dove già emergeva il legame tra sport e corruzione. Tuttavia, in Toro Scatenato, il conflitto non è soltanto sociale: è ontologico.
Toro Scatenato è un film duro, privo di indulgenza, formalmente rigoroso e emotivamente devastante.
È l’opera di un autore che utilizza il cinema non per celebrare un eroe sportivo, ma per esplorare l’abisso dell’identità maschile e il fallimento dell’integrazione americana.
Nel panorama del cinema sportivo, resta un unicum: non un racconto di vittoria, ma una tragedia moderna in cui il ring è solo il teatro visibile di una guerra interiore e nella carriera di Martin Scorsese, è la prova definitiva della sua capacità di trasformare la materia biografica in un “conte” filosofico, scolpito nella luce cruda del bianco e nero.
Recensione a cura di Nicola Pice



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