E’ il 2005 e in una frazione di un piccolo paese sull’Appennino tosco emiliano, abitata da una ventina di persone, un gruppo di amici accomunati dall’amore per la musica decide di formare una band, un po’ per passione e un po’ per vincere la noia. Sono vicini di casa, tutti abitano in una strada lunga non più di cento metri e quella band diventa per loro una sfida che cresce pian piano fino a trasformarsi in una scommessa vinta. La storia dei futuri Hotel Monroe, nella loro prima versione che si è man mano evoluta in quella odierna, è iniziata proprio così. Il gruppo, formato attualmente da Roberto Mori (voce), Nicola Pellinghelli (synth, programmazione, basso), Enrico Manini (chitarre) e Marco Barili (batteria) ha ora deciso di cambiare pelle e saluta l’inizio di una nuova fase condensando in un album di svolta tutto quello che è stato per loro più importante. Le otto tracce originali che lo compongono, cui va aggiunta una reinterpretazione di “Fiume Sand Creek” di Fabrizio De André, sono state scritte nell’arco di molti anni, ma si amalgamano bene tra loro in un racconto musicale imperniato su un rock melodico classico ben fatto. Il disco si apre con il singolo “Non sei”, un up tempo rappresentativo dello stile della band, guidato da chitarre nervose, sintetizzatori in primo piano e una sezione ritmica solida e funzionale. Nel testo l’incedere narrativo presenta un continuo cambio di prospettiva. Sul finale i due contrapposti si “incontrano”, si ritrovano e si svelano come due facce di una stessa medaglia. A seguire “Africa” è un pezzo incentrato sul Continente che, almeno per chi non ha mai avuto l’opportunità di visitarlo, ha sempre rappresentato un luogo quasi immaginifico in cui gli estremi si abbracciano. Bellissimo e terribile, ricchissimo e poverissimo, generoso e insanguinato. Un luogo troppo grande con infiniti spazi vuoti attraversati da poche strade che non sono strade, percorse per lo più da uomini scalzi, schiacciati e isolati da questa immensità. Viaggiando con l’immaginazione la band ha provato a catturare qualcosa di questa grande anima, anche se, forse, non era davvero possibile. Altro brano degno di nota è sicuramente “Il futuro”, ultimo singolo uscito prima dell’album, che descrive un’apocalissi in cui il mondo è un luogo ormai invivibile e gli esseri umani vagano come “anime perdute senza un domani” perché il futuro è rimasto alle spalle. Come accennato, ai pezzi originali scritti dagli Hotel Monroe si affianca in scaletta una reinterpretazione piuttosto coraggiosa di "Fiume Sand Creek” di Fabrizio De André. Rivisitare un pezzo di tale calibro può rischiare di trasformarsi in una mossa azzardata. In questo caso la reinterpretazione in chiave Hotel Monroe presenta luci e ombre. E’ senz’altro positiva la decisione di adattarlo perfettamente allo stile della band, ma, d’altro canto, a livello di subconscio è inevitabile una sovrapposizione con le sonorità dell’originale e sotto questo aspetto, a mio personale parere, reggere il confronto è un’impresa troppo ardua.
Abbiamo parlato con Nicola della storia degli Hotel Monroe e delle tematiche dei pezzi dell’album.
- Questo è il vostro ultimo album in ogni senso. Quel punto in copertina dopo il nome della band dice già molto. Perché avete deciso di andare “punto e a capo” proprio ora?
- Hotel Monroe nasce da un gruppo di amici in un piccolo paese dell’Appennino tosco-emiliano, Tizzano Val Parma, a 800 metri sul livello del mare. In una frazione di poco più di venti anime, in una via lunga un centinaio di metri si sono ritrovati tutti i membri della band, quindi siamo innanzitutto amici. Dopodiché si può ben capire che in un piccolo paese sperduto sui monti dovevamo trovare per forza qualcosa da fare e da lì ci siamo messi a suonare insieme nel lontano 2005. In realtà siamo “Hotel Monroe” dal 2015-2016 con il nostro primo EP autoprodotto. Nel 2026 a dieci anni da quel primo sussulto creativo abbiamo capito che era arrivato il momento di un giro di boa. Ovviamente la musica non si ferma perché la band sta lavorando, ma come “Hotel Monroe” pensiamo di essere arrivati al termine, a un punto.
- Quindi non sarà ora “ognuno per la propria strada”, continuerete come band con un altro nome, magari un altro stile.
- Probabilmente con un altro nome, in realtà questo ancora non lo sappiamo, però non avremo più con noi il cofondatore insieme a me, Marco Barili che è il batterista. Probabilmente è stata quella la circostanza che ci ha fatto dire “senza Marco è giusto che si interrompa”. Però andremo avanti e vedremo questa strada dove ci porterà.
- Risulta che l’album sia frutto di quattro anni di scrittura e registrazioni. Gli otto pezzi originali più la cover di “Fiume Sand Creek” di De André mi farebbero pensare che abbiate fatto una selezione feroce dei brani da inserire perché presumibilmente ne avevate composti di più. L’avete messa ai voti la scelta?
- Non è stata messa ai voti, diciamo che, come spesso è successo nella nostra storia come band, le canzoni si sono scelte da sole. Accade che avvengano delle dinamiche talvolta poco spiegabili, come è successo per l’ultimo singolo “Il futuro”, che abbiamo registrato ad agosto ed è stata inclusa insieme a brani che invece abbiamo registrato quattro anni fa. Quando abbiamo visto il titolo e abbiamo riascoltato il testo abbiamo pensato “qui ci siamo noi oggi”. Quindi per l’ultimo brano che abbiamo registrato, in cui c’era questa collaborazione con Damiano Ferrari che è stato il produttore, abbiamo detto mettiamolo lì e poi vediamo. Quando lo abbiamo terminato abbiamo detto “si chiama Il futuro” e abbiamo deciso che sarebbe stato il singolo di lancio dell’album proprio perché parla di noi oggi. Il fatto che i brani vengano scelti fa parte del corso naturale delle cose. Con questo hai ragione a dire che tanti pezzi sono rimasti fuori, ma sicuramente vedranno la luce in questo nuovo progetto.
- “Non sei” è uscita anche come singolo. Un singolo talmente perfetto che mi viene da domandare quanto ci sia di studiato a tavolino per farne una hit e quanto di spontaneo.
- Ti dico la verità. “Non sei” è uno dei pochi brani insieme ad “Aria” che è nato da una session di prove quando si suona tutti insieme. C’è solo qualche arrangiamento di sintetizzatore, ma il minimo indispensabile, di abbellimento, non il riff principale che è nato invece in sala prove mentre si registrava la “versione 1”. Qualche edit con alcuni cut da parte del produttore, che in questo caso è Daniele Cavalca, ma “Non sei” e “Aria” sono gli unici due brani di tutto l’album in cui a tavolino abbiamo deciso poco o niente. Se tu mi chiedessi perché l’abbiamo scritta diventerebbe difficile raccontartelo, però ti posso dire cosa racconta il brano così che poi capiamo anche perché l’abbiamo scritta (ndr ride).
- E allora la domanda te la devo fare: cosa racconta il brano?
- “Non sei” fa riferimento un po’ allo “Yin e Yang”, non si è per essere in massima sintesi. Abbiamo fatto esperienza come band che tu inizi ad essere quando effettivamente non sei. Nel pezzo non c’è mai un soggetto unico, a volte parlo di me, a volte di te e a volte sei tu che parli di me e quindi c’è un continuo rincorrersi del protagonista che non capisce mai chi è. Questo gioco di frasi lo abbiamo costruito proprio per dare una sensazione di movimento, dire “tu ti scopri in funzione di qualcun altro che sta davanti a te”. Se tu inizi a scoprirti nell’altro fai chiarezza anche su te stesso.
- “Africa” è una descrizione accurata dei mali che affliggono quel Continente. Tra l’altro bello l’intermezzo con le voci dei bambini. Quanto conta per voi esprimere impegno nella vostra musica?
- Noi storicamente, non per scelta ma perché ci sono capitate occasioni, abbiamo sempre fatto musica con il fine di parlare degli ultimi, gli scartati dalla società. Questo è culminato nel “Nuovi Mondi – Prison Tour”, un tour di diverse date nei penitenziari. “Africa” è nata dal nostro autore, che è Lorenzo Manini, fratello di Enrico il chitarrista. Sono loro che portano in saletta la prima preproduzione, tranne nel caso di “Non sei” e “Aria”. Nello specifico “Africa” è nato dalla lettura di due libri. Non siamo mai stati in Africa, però tramite il nostro immaginario e la lettura abbiamo trovato questo mondo così lontano da noi, ma così ricco di immaginario. Nella nostra musica usiamo spesso figure immaginifiche per raccontare una situazione. Non ci piace essere troppo didascalici. L’Africa diventa il simbolo delle tante “Africa” che abbiamo dentro di noi.
- Passiamo all’ultimo singolo “Il futuro”, che hai già citato. Descrive un domani molto cupo, disperato. Infatti nel ritornello il testo è “Il futuro era dietro di noi”. Se dovesse accadere davvero un’apocalisse di questo tipo secondo te quale sarebbe la via di fuga che ci detterebbe il nostro spirito di sopravvivenza?
- Io ripartirei da quanto dicevo prima, iniziare a non essere. Oggi abbiamo proprio una tendenza come umanità a primeggiare, ognuno deve dimostrare sempre qualcosa in più di qualcun altro. Ognuno di noi deve fare un passo indietro. Come quando siamo in fase creativa se ognuno di noi non è disposto a lasciar da parte la propria idea in funzione di quella canzone non se ne fa niente. Questo dovrebbe essere anche lo spirito che guida chi ci governa. Sempre un passo indietro e non voler per forza primeggiare sempre con la propria idea. Questa sarebbe l’unica via di salvezza prima che l’apocalisse avvenga, anche se temo che non ci sia una grande alternativa, ma la speranza è sempre l’ultima a morire.
- In “A piedi nudi” si sente l’eco dello stile chitarristico di David Gilmour, specialmente nel lungo assolo finale che mi ha fatto venire in mente “Time”. Gilmour è un punto di riferimento per il vostro chitarrista come tecnica e come uso degli effetti?
- Assolutamente. Era stata comprata a suo tempo una Custom Shop di David Gilmour perché diciamo che i Pink Floyd sono sempre stati una musa ispiratrice. L’unica band che incontra i gusti di tutti gli elementi. Ascoltiamo i generi più disparati, ma quando ci incontriamo sui Pink Floyd tutto si appiana perché tutti li abbiamo studiati, abbiamo goduto della loro musica. “A piedi nudi” è quel brano, che poi è stato anche l’ultimo video live caricato sul nostro canale YouTube, un po’ liberatorio, fuori da ogni schema, da ogni idea del singolo per dare libertà a quello che solitamente ci piace fare.
- Parliamo un attimo della vostra versione di “Fiume Sand Creek”, riarrangiata in modo coraggioso perché il pezzo risulta completamente destrutturato pur mantenendo gli elementi fondamentali. Oggi scegliere proprio un brano di questo tipo può essere una metafora degli stermini che stanno colpendo interi popoli?
- Assolutamente sì. Anche in questo caso, a dire la verità, è successo un po’ per caso, non lo abbiamo pensato prima. Quando l’abbiamo realizzata e il nostro chitarrista Enrico Manini è stato lui l’autore della preproduzione di questo nuovo arrangiamento ci siamo detti perché proprio questo brano? Forse perché non è cambiato molto rispetto agli anni in cui De André scriveva questo brano o forse agli anni a cui De André si rifaceva, dato che parla dello sterminio dei pellerossa. Andiamo veramente indietro nel tempo. La storia un po’ si ripete e allora l’abbiamo trovata una cover abbastanza azzeccata rispetto al contesto dell’album e ai tempi che stiamo cercando di affrontare.
- Il rock in italiano ha avuto il suo ultimo momento di popolarità di massa negli anni 90. Ormai sono passati oltre trent’anni. Ci sarà mai secondo te un nuovo rifiorire del genere?
- In realtà non ho una grande speranza perché fare rock non è solo fare musica rock, secondo me è un’attitudine, lo devi sentire dentro. Siamo in un mondo in cui tutto è abbastanza standardizzato, non c’è mai nessuno che prova a uscire dal coro e dire con coraggio “no guardate che non funziona così”. Però seguendo tanti artisti e guardando tante interviste a artisti sembra emergere un po’ un’idea contraria. Il rock è morto e risorto molte volte nella storia. La risposta non ce l’ho, ma sicuramente anche noi stiamo virando verso sonorità più asettiche, più elettroniche. Chissà forse perché quello che vediamo intorno ci sta portando lì.
- Nell’album avete inserito due versioni di “Aria” con arrangiamenti diversi. Da cosa nasce questa scelta?
- La versione di “Aria (Brucia insieme a me)” l’abbiamo registrata quattro anni fa ed è l’unico brano veramente autoprodotto e realizzato solo con l’aiuto di un grande fonico che è Amek Ferrari, attuale fonico dei Negramaro ed era un brano cui eravamo particolarmente legati per il ricordo di quel weekend in cui Amek venne nella nostra sala prove. Fuori c’era la neve, dentro c’era la stufa a pellet accesa e con pochi elementi giusti avevamo costruito insieme questo pezzo. “Aria (Radio edit)” era un singolo, uscito ormai tre anni fa, che era andato abbastanza bene e quindi ci sembrava bello riproporre la sua versione originale.
- In chiusura parliamo di quel tour cui hai già accennato tu, il “Nuovi Mondi Prison Tour”. Raccontaci a tutto campo questa esperienza che deve essere stata molto importante nella vostra storia di band.
- E’ nata perché sempre in quella via di ottanta-cento metri in cui è nata la band abita anche una persona che lavora in carcere e quando è uscito il nostro primo album “Corpi fragili” incuriosito dal titolo lo ha ascoltato e ha proposto di portarlo negli istituti penitenziari. Abbiamo visto molto favorevolmente la cosa anche perché in passato l’ha fatto Johnny Cash, l’hanno fatto i Metallica. L’abbiamo vista molto rock come sfida anche perché quando andiamo in giro a suonare siamo abbastanza invadenti e abbiamo pensato “come faremo a portare dentro tutto l’armamentario per realizzare uno show rock a tutto tondo?”. Insomma ci siamo riusciti non con poche fatiche perché comunque ci sono normative molto restrittive, ad esempio abbiamo dovuto smontare i nostri Pc che poi portavamo sul palco prima di entrare. E’ stato impegnativo, però quello che ci ha restituito è difficile spiegarlo a parole e lo abbiamo fatto con una canzone che è “Aspettando il blu”, presente nel disco nella sua versione “Naked”, un poco più acustica. Da alcuni scritti che i detenuti ci hanno fatto avere perché comunque tutti vogliono esprimere a loro modo un “grazie”, da alcune poesie, frasi abbiamo scritto questo brano che è immaginario ma, secondo noi, racconta bene i volti che abbiamo scoperto. Le prigioni sono il luogo più desolante che io abbia mai visto e penso di poterlo dire a nome di tutta la band.
- Vi lasciavano avere dei contatti con i detenuti, cioè parlarci dopo il concerto ad esempio?
- E’ successo a Rimini, in parte a Parma la prima volta, quando siamo tornati purtroppo no. C’è stata la possibilità di un breve saluto a Reggio. Gli scritti dei detenuti ci sono poi arrivati tramite Giuseppe il promoter che ha realizzato questo progetto. Abbiamo trovato persone che hanno sbagliato e stanno pagando il prezzo dei loro errori, ma anche persone che in qualche misura ci hanno insegnato qualcosa. Un’esperienza sicuramente positiva.
Come rappresentato sulla copertina dell’album in cui il nome della band è seguito da un punto, gli Hotel Monroe hanno quindi deciso di andare punto e a capo. Aspettiamo con curiosità di vedere quali spazi musicali esploreranno in futuro.


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