domenica 5 aprile 2026

IACAMPO - PREGHIERE CONTEMPORANEE - RELIGIOSAMENTE LAICO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Religiosamente laico. Il nuovo album “Preghiere contemporanee” di Marco Iacampo, cantautore veneto in arte semplicemente IACAMPO, è punteggiato di espressioni di una religiosità più vissuta che non devozionale. L’album trascende il nostro quotidiano per arrivare a qualcosa che va oltre il campo visivo umano. Il disco si apre con “Mondo parallelo”, pezzo in cui sembra di camminare a piedi nudi sull’erba per godere di una giornata di pieno sole. La chitarra carezzevole si intreccia con gli archi e una voce femminile a sottolineare come il mondo parallelo sia l’amore, quel “paradiso che nasce in questo putiferio”. “F.A.R.O.”, singolo di lancio, è quella luce che ci illumina salvandoci dall’ossessività delle nostre preoccupazioni. “Anima piena” si muove tra un afflato quasi gospel e il bisogno di un po’ d’amore. In “Il regno” la ricerca della mappa per trovare una soluzione ai mille dubbi che lo attanagliano fa del Re una persona comune che vaga come tutti alla ricerca di un senso da dare alla propria vita. Penultima traccia dell’album, “Come due cuori” gode di un arrangiamento più ricco e nel testo esprime il senso di reciprocità perché l’amore è ricambiare, servire chi ci serve, accettare che in petto battano due cuori, lasciando spazio al libero arbitrio, al fatto che uno dica sì e l’altro dica no. Chiude il lavoro “In tutti i miei guai” che riassume molti temi portanti dell’album come la fiducia in una luce che ci possa guidare fuori dalle secche dei nostri guai e una chiave che apra finalmente la nostra porta interiore.
Abbiamo intervistato IACAMPO approfondendo non solo i temi dell’album, ma confrontandoci anche su tematiche alte come l’affrontare la vita.


- Oltre che uno chansonnier ho letto che sei anche un disegnatore e un pittore. Qual è per te il senso di comunicare l’arte?
- Non è proprio un comunicare, ma giocare, nel senso che ha la stessa natura. Durante un gioco il bambino alla fine si perde nel gioco stesso. La comunicazione fa poi parte della persona, acquista un contesto e la persona sa che, in qualche modo sta parlando al mondo. Però direi che la caratteristica principale di entrambe le cose è proprio il gioco che unisce queste due discipline. La parte comunicativa è una parte problematica, per certi versi puri non necessaria, per altri versi legati alla soddisfazione, al lato egoico, di amore, di soldi invece è necessaria. 
- Nel brano “Anima piena” cerchi un po’ d’amore dipingendo il paradiso. In questo verso fai quindi richiamo alla tua espressione artistica come pittore. Hai mai pensato di fondere insieme tutte le tue forme espressive dando vita, anziché a concerti tradizionali, a installazioni multimediali tra arti visive e musica che costituisca un’esperienza diversa per gli spettatori rispetto al classico concerto standard?
- Potrebbe essere divertente, in realtà non ci ho mai pensato anche se le due arti sono spesso fuse, nel senso che un po’ si passano il testimone, quando mi occupo di musica poi difficilmente mi occupo di arte. Però quello che succede tra di loro è che nelle varie espressioni scopro delle cose di me. Magari non sono abituato, quando per esempio faccio musica ad esprimere il mio corpo, la mia persona in certi ambiti. Magari sono in un cerchio chiuso di ispirazioni musicali e altri aspetti che possono essere per esempio sessuali, non vengono espressi. Poi succede che nella pratica della musica queste cose vengano fuori. La parte animale per esempio la frequento molto nel disegno. E queste cose mi ritornano come espressione di me. E in effetti una installazione potrebbe essere una sorta di IACAMPO tour.
- “Preghiere contemporanee” dal punto di vista musicale è un album che dosa attentamente gli strumenti, l’uso delle voci. Per te quanto è importante che la musica non sia invadente, ma amica dell’ascoltatore? 
- Più che dell’ascoltatore deve essere amica della canzone. La canzone, almeno nel mio caso, si regge su pochissimi elementi, ovvero la voce e lo strumento con cui l’ho scritta e con cui armonizzo la melodia vocale. Quindi spesso la scelta è di mettere pochi strumenti e lasciare il più possibile intatto il momento in cui tutte le cose quadrano e dico “ok la canzone è chiusa”. E’difficile che l’arrangiamento sposti la canzone, anzi non succede mai. Per cui ti direi che il modo in cui arriva all’ascoltatore dipende da questo tipo di relazione. Anche in “Preghiere contemporanee” è stato tutto calibrato in modo da non “coprire” la scrittura su chitarra. Questo disco, come alla fine anche gli altri, sono nati su chitarra classica.
- A proposito della tua formazione come chitarrista, tu nasci quindi come chitarrista classico? Hai una formazione di tipo accademico o da autodidatta?
- E’ un aspetto interessante perché amo quello strumento profondamente, però è un percorso tortuoso come è un po’ il mio percorso musicale, è una cosa che viene proprio un po’ da bambino. Anche se ho iniziato con il pianoforte è durato molto poco, qualche mese e poi sono andato dal figlio dell’insegnante di pianoforte per studiare chitarra classica, ma anche lì è durato qualche mese perché in realtà volevo fare le canzoni, che è una cosa che mi prendeva fin da piccolino. Dal mio insegnante ho imparato il fingerpicking che mi sono portato dietro tantissimo. E’raro trovare un insegnante che insegni a un bambino di 10 anni il fingerpicking, ma mi ha aiutato a scoprire tanti tipi di musiche. Poi ho suonato le chitarre acustiche, le elettriche e mentre stavo componendo “Valetudo” ho detto io voglio meno peso possibile, avevo cominciato ad ascoltare moltissima musica con la chitarra classica e ho ancora quella chitarra lì, una Alhambra e sono fisso su quella, mi piace molto.
- La tua Lucille quasi. 
- Sì esatto è un po’ così, oppure un po’ la Trigger di Willie Nelson. 
- Bello. Nella tracklist dell’album ci sono alcuni brani che fanno richiamo alla religiosità, che penso non voglia dire “attenzione aderisco a una certa religione e sono praticante”. Più che altro quali sono secondo te i motivi per cui un uomo ha sempre bisogno di credere in qualche cosa di altro, qualcosa di superiore nel senso di superare, andare oltre?
- Succede che molte volte non ha altra via. Ci sono dei momenti nella vita in cui davvero vedi che non hai risposta su alcune cose ed è automatico affidarsi a un’entità superiore. In quel momento hai una sorta di presentimento di qualcosa che ti contiene e che ha una risposta. Da questo tipo di dialogo che fa parte dell’uomo nasce una relazione e da quella relazione nascono delle necessità, che molte volte sono necessità pratiche, linguistiche, che poi si traducono in pratiche più o meno religiose. Cerco con la poesia e l’arte di sospendere il discorso, di non definire con quelle che sono proprio delle religioni il rapporto, il linguaggio o addirittura i dogmi. Con l’arte si sospende il discorso per far sì che il rapporto sia personale con la divinità.
- Parliamo un po’ di “Mondo parallelo”. L’amore è questo mondo parallelo, un paradiso che nasce in questo putiferio. Dato che siamo oppressi ogni giorno da ansie, preoccupazioni, necessità di essere performanti, qual è per te l’importanza di sapere di poterti rifugiare in questo mondo parallelo?
- E’ fondamentale, anche perché non sempre è un rifugio, però è sempre comunque una cosa necessaria. E’un po’ come stare con un piede da una parte e uno dall’altra. Non sono un bravissimo praticante dell’amore, anzi sono un principiante per cui credo che fare un passo di qua e un passo di là sarebbe già tantissimo. Mi aiuta a muovere entrambe le parti del corpo. 
- Il singolo “F.A.R.O.”. Innanzitutto essendo puntato è un acronimo e quindi ho la curiosità di capire per cosa stia.
- Questo non si può dire, fa parte delle cose che tengo per me. 
- Il Faro invece come luce è quello di cui abbiamo bisogno per affrontare la vita, le paure e le preoccupazioni che abbiamo? Il nostro faro è in noi o sono gli altri cui dobbiamo appoggiarci?
- Un faro quando si accende illumina tante cose, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e cose anche non sempre facili da accettare. Nel testo scrivo “non basta una canzone che consola”, “la mamma ha paura dell’ignoto” e le cose per adesso sono così. Quindi credo che il faro, da qualsiasi parte giunga ha bisogno di un grande livello di accettazione e secondo me se non crediamo che tutto questo che sta succedendo abbia un senso, un valore che non sta nel campo del giusto o dello sbagliato, probabilmente abbiamo paura di tutto quello che il faro può illuminare. Per cui credo che questo faro potrebbe essere una forma di coscienza. 
- Invece nel pezzo “Il regno” ci sono questi personaggi, il Re, Silvia che poi si rivela essere la Regina, che hanno perso la strada. Come possiamo interpretare la mappa del nostro regno?
- Il regno è qualcosa che ci unisce in realtà, come dire che quando arriviamo a una forma di coscienza o di amore è come se riuscissimo a raggiungere una sorta di campo unico, di regno unico, che già nella sua ricerca può manifestare i suoi segni. Infatti dico sempre in un’altra canzone di girarsi verso quella cosa e poi è lei che ti trova. In questa canzone, “Il regno”, ci sono queste due figure che non trovano più la strada e la cercano personalmente. Quindi si riflette un po’ il modo in cui cerchiamo tutti quanti la nostra strada, soprattutto in questa società che ti chiede di trovare te stesso. Invece la soluzione della canzone in realtà è scoprire che il regno è qualcosa che appartiene a chi vi accede. Per cui non c’è più una mappa ma soltanto la condivisione di un posto che è unico. Questo è il senso, anche un po’ sociale di questa canzone, parla di qualcosa che va oltre questo momento di ideologia storica.
- In “Come due cuori” si parla di come dentro di noi convivano molte anime in contraddizione tra loro. E’da queste contraddizioni che, secondo te, nasce la nostra ricchezza interiore?
- Ma certo. Gesù diceva “che i tuoi sì siano sì e i tuoi no siano no” e secondo me è una cosa molto importante, cioè capire quanto nell’amare è bello quando scopriamo davvero l’attinenza dei nostri sì e dei nostri no, per quanto siano in contrasto con l’essere accomodanti, con l’appartenere a qualcosa. Quando appartieni a una cosa di solito devi dire sempre sì o sempre no. La ricchezza sta nei nostri sì e no e anche nel “forse” che mette tanta paura perché alla fine è un “non lo so”.
- Nell’ultimo brano “In tutti i miei guai” canti “c’è una luce in tutti i miei guai”. Nel male alla fine bisogna imparare a vedere sempre la parte buona?
- Non è male tutto il male, non è bene tutto il bene, non arrivano in termini univoci, è univoca la nostra percezione del bene e del male, quindi c’è una possibilità di svuotamento qualsiasi cosa arrivi. Non solo nel male c’è il bene ma anche nel bene c’è una forma di male. Riferendoci alla cultura Zen si dice che successo e disgrazia hanno la stessa importanza per l’uomo, soprattutto se si immedesima negli eventi della vita. Nonostante sappiamo queste cose continuiamo a soffrire. Non c’è modo di uscire da quello che si prova, però credo che sia importante anche definire qual è la verità delle cose.
- Parliamo ancora del pezzo “I tuoi occhi, i miei occhi”. E’ un racconto in terza persona come molte canzoni classiche, penso a un brano come “Alice” di De Gregori. Come cambia la tua prospettiva quando scrivi di te mettendo quindi al centro del brano il tuo io piuttosto che parlare da un punto di vista esterno, in terza persona?
- E’interessante perché poi alla fine le due cose si intersecano. E ti accorgi quanto anche qui quello che cogli di un paesaggio, come in questa canzone, in realtà riguarda una tua selezione, un tuo racconto delle cose. Quindi non c’è un vero confine tra il me e quello che succede al di fuori di me. Questo tema per esempio nel disco “Blood on The Tracks” di Dylan è molto presente. Lui aveva imparato a dipingere dal pittore Norman Raeben e i dipinti di Dylan raffigurano delle città in cui non ci sono dei confini delimitati tra la città stessa, i personaggi, le macchine che passano e Dylan attraverso questa pratica con il suo maestro era riuscito anche ad andare oltre questi confini. In questa canzone ho provato a far vedere come un contesto, raccontato fino in fondo, solo per negazione poteva rappresentare quello che stavo provando. 
- In cosa individui la tua cifra stilistica che ti distingue dai migliaia di cantautori in circolazione?
- Credo di essere il migliore a fare la spaccata. Nel senso che per mia natura e per mia storia credo di essere tra i migliori a mettere un piede nel passato e uno nel futuro. Questa è la spaccata.


“Preghiere contemporanee” è un album che, grazie al potente medium della musica, cerca di avvicinarsi a quella dimensione che va oltre l’umano per ritrovare il senso autentico della vita. E forse questo senso è la vita stessa.

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