domenica 4 gennaio 2026

SANTAMANTE - BUONA LA PRIMA PER LA BAND FONDATA DA XABIER IRIONDO E GINO SORGENTE - INTERVISTA E RECENSIONE A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Essere gettati in un mare in tempesta sapendo che l’alternativa è imparare a nuotare o annegare perché non c’è nulla e nessuno cui aggrapparci. Questa è la sensazione che dà l’ascolto dell’esordio eponimo dei Santamante. La band, composta da Paola Micieli, in arte Dalai, alla voce, Xabier Iriondo (Afterhours) alle chitarre, Gino Sorgente alla batteria elettronica e Davide Andreoni al synth basso e organo elettronico è potente nel suono e viscerale nei testi. “Ora mi sono stancata di aspettare e guardare la mia pelle sanguinare” canta Dalai nel pezzo d’apertura “Vivere nella mia testa”. Il pulsare incessante della sezione ritmica elettronica spiana la strada alla discesa nel labirinto della psiche alla ricerca affannosa di un filo d’Arianna che si è ormai spezzato. A seguire deflagra la quasi title track “Amante Santa” con un sound bombastico che culmina nel riff poderoso di Xabier su cui si inerpica la voce che ripete in un crescendo di ossessiva disperazione “dimmi come mi vuoi”. “Facciamo piano” è un pezzo imperniato sulla fragilità che porta a non scegliere restando intrappolati nelle proprie convinzioni. “Corpi su corpi” aumenta i battiti per minuto ed è la traccia più carnale dell’album, una mano che prima sfugge e poi cerca il contatto accarezzando febbrile la nudità emotiva indifesa dell’amante. “Amarti sempre” dirada la trama sonora consentendo di cogliere al meglio le doti canore di Dalai. La traccia è attrazione e paura, desiderio di lasciarsi andare e consapevolezza che l’amore prima o poi appassisce e scompare come il ricordo di una goccia d’acqua sulla sabbia bollente. “Vai o non vai” è un pezzo centrato sulla necessità non più rinviabile di fare una scelta definitiva per non essere come gli altri, un’esitante esortazione a marcare la propria diversità, altra tematica centrale del disco. “Carne nuda” si apre con una mitragliata di batteria elettronica che introduce un brano dall’andamento cadenzato in cui si contrappongono l’immobilità della carne nuda resa inanimata come pietra e l’urlo tenace della vita. In “Sfiori” riemerge l’introspezione psicanalitica che porta all’affermazione autocritica di “essere brava a raccontare solo quello che va male”. “Coperta di vetri” è forse il brano più tagliente dell’album, il suono si fa abrasivo, le parole sono al tempo stesso dolore e presa di coscienza di aver gettato al vento l’occasione per smarcarsi dai propri limiti. A chiudere l’album il brano “Terra bruciata” è un loop elettronico vorticoso in crescendo con un recitato esausto, in cammino sulle macerie del proprio io fino allo sfinito epilogo: “ne ho abbastanza per oggi, sono a casa”. Abbiamo fatto una chiacchierata con Davide Andreoni che, oltre a suonare il sintetizzatore e l’organo elettronico, ha curato anche la produzione dell’album.


- Possiamo dire che “Santamante” sia un disco di resistenza con le unghie e con i denti per sottrarci a chi ci chiede di essere in un certo modo?
- Penso che possa essere letto anche così e ascoltato in questo modo, però il risultato, cioè il disco, non nasce da un sentimento antagonista, è un disco che a prescindere da come vadano le cose, da quale sia il suono in Italia oggi è ciò che è scaturito da noi. E’stato tutto molto naturale, senza dire “sta succedendo questo e allora noi facciamo in quel modo”. 
- La costruzione dei brani non è mai banale, per fare degli esempi “Vivere nella mia testa”, ma anche “Amante Santa”, “Corpi su corpi” sono pezzi che, se il pubblico avesse un briciolo di gusto musicale in più potrebbero anche essere dei successi, hanno dei bei riff, dei bei testi, nel caso di “Vivere nella mia testa” anche un hook non male nel ritornello. Secondo te tornerà prima o poi in auge la buona musica?
- Dici correttamente tornerà in auge e non tornerà perché comunque la buona musica c’è, ci sono molti artisti che la fanno. Il problema è che non ha molta attenzione. Ci vuole un po’ di tempo perché il pubblico possa essere rieducato e possa dare un po’ di ascolto in più. Le cose non succedono da un momento all’altro, staremo a vedere. Non possiamo che essere spettatori di questo e cercare di fare del nostro meglio per proporre buona musica. 
- Le musiche e i testi sono frutto dello spirito creativo di tutta la band o c’è un autore o più autori in particolare?
- Per quanto riguarda i testi è tutta farina del sacco di Paola, mentre invece dal punto di vista musicale Xabier, Gino ed io ci siamo occupati della composizione dei brani.
- E la produzione di chi è stata?
- La produzione è stata mia, oltre a produrre il disco ho curato gli arrangiamenti e l’ho mixato, poi il master è stato fatto da Giovanni Versari, unica persona esterna che ha contribuito alla realizzazione dell’album. 
- In “Amante Santa”, la quasi title track, il “dimmi come mi vuoi” ripetuto all’infinito, così come in altri brani ad esempio il “facciamo piano” del pezzo omonimo, il “non avvicinarti” di “Corpi su corpi”, queste ripetizioni creano quasi un senso di disperazione causato dal non essere ascoltati.
- E’ vero, hai citato dei brani in cui un filo di disperazione nel contenuto c’è e sono d’accordo che questo ripeterlo più volte amplifica il senso del voler essere ascoltati, assolutamente.
- Essere disfunzionali, anche se è uno stato dell’anima per così dire disarmonico è secondo te è una via di fuga oggi per chi non vuole sottostare alle condizioni che ci vengono imposte?
- Più che una via di fuga è uno stato in cui ti trovi e che non deve essere per forza negativo, soprattutto se poi si riversa sul lato creativo. E’ una sublimazione di tutte le problematiche che possono derivare da uno stato d’essere così e tramite l’arte, che sia musica o quant’altro, nel tempo ha generato cose molto belle.
- In “Carne nuda” c’è una sorta di tentativo di schiacciare la protagonista del pezzo che a un certo punto dice “nonostante tutto sono viva”, quindi riesce a sgusciare fuori lo stesso?
- Sì esatto. Infatti anche dal punto di vista musicale questa cosa è stata accentuata e poi questa frase ricorre sul finale in cui il pezzo è molto claustrofobico con quel riff estremamente pesante. Siamo contenti di essere riusciti a trovare l’incastro tra la parte musicale e quella testuale, che si vanno a sorreggere a vicenda a volte autorinforzandosi o in altri casi andando in contrasto. Il bilanciamento è comunque qualcosa che abbiamo cercato e ne siamo contenti. 
- Ti cito questo verso che credo sia significativo: “Appena trovi le risposte ti cambiano le domande”. Esprime il nostro cercare di capire una vita che, in realtà, ha un alto tasso di incomprensibilità?
- Secondo me quella frase di Paola in quel contesto è più che altro il fatto di trovarsi in una continua ricerca. Quando ti poni un obiettivo, nel momento in cui lo hai afferrato ti rendi conto che in realtà era un’altra la cosa di cui avevi bisogno. E’un eterno inseguimento di qualcosa che stai cercando e nel momento in cui lo hai raggiunto si trasforma sempre in qualcos’altro e il ciclo continua.
- Il loop elettronico ossessivo su cui si basa “Terra bruciata” con quel recitato mi sembra un po’ la sintesi dell’album, il non riuscire più a contenere l’esplosione. 
- “Terra bruciata” è un pezzo che dà sfogo a una componente che è presente in tutto il disco, la matrice ritmica, basso e batteria, è sempre elettronica e poi cambia direzione grazie alle chitarre di Xabier. In “Terra bruciata” la componente elettronica prende il suo respiro. E’una parte del tutto negli altri brani, mentre nell’ultimo pezzo si sfoga e anche il recitato di Paola è un po’ una summa totale. Per chi verrà ai nostri live quel brano non sarà più la coda come nel disco, ma sarà invece l’intro del concerto, perché appunto è una chiave di lettura di tutto il disco. 
- Ultima cosa. Com’è nata la collaborazione con Xabier Iriondo?
- Io personalmente lo conoscevo già da un bel po’, avevamo collaborato insieme per un altro progetto quindi i nostri percorsi si erano già intrecciati, poi invece questo specifico progetto è nato dalla collaborazione tra Xabier e Gino Sorgente. A loro due si è poi aggiunta Paola e alla fine mi sono aggiunto io che ho introdotto la parte di tastiere e curato la produzione. Ho suonato anche un organo a transistor come se fosse una chitarra elettrica con pedali per chitarra, amplificatori. Diciamo un alter ego della chitarra di Xabier, una quasi chitarra, solo che anziché avere corde ha tasti.  


L’album d’esordio dei Santamante è in definitiva una pellicola da 35 millimetri dai colori saturi che racconta in modo cinematografico una storia ciclica di passione, morte e resurrezione. Un ottimo inizio per una band che trova nell’incastro tra le capacità e la creatività dei singoli il proprio punto di forza. 

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