In fondo ascoltare un disco non è poi così diverso da leggere una raccolta di racconti, richiede immaginazione. Musica e testi sono la trama e i personaggi in cui ognuno sente di identificarsi a proprio modo, trovando un legame personale con i pezzi secondo la sensibilità e la percezione individuale. E il nuovo album dei bergamaschi Lowinsky “Alice inizia a capire” è pieno di racconti suggestivi e riflessivi, ora indie rock, ora punk peso piuma, sospesi tra oscurità e qualche goccia di speranza. Sfogliando questo nuovo lavoro della formazione composta da Carlo Pinchetti (voce e chitarra), Linda Gandolfi (voce), Davide Tassetti (chitarra), Elena Ghisleri (basso e violoncello) e Federico Inguscio (batteria) il primo capitolo “Brucia”, storia di tutti quelli che non si rassegnano ad essere condannati ad una vita di giorni tutti uguali come bianche fotocopie, dà già indicazioni precise sulla trama spesso malinconica dell’intero lavoro. L’armonizzazione delle voci di Carlo e Linda è il valore aggiunto non solo di questo brano nello specifico, ma dell’intero album. La traccia che segue “Love gone”, cantata in inglese, volta letteralmente pagina accelerando in direzione “Radio Free Europe” dei R.E.M. e stempera un po’ la cupezza iniziale. Il terzo racconto “Il trono d’oro” è una ballata che spicca il volo sulle ali del violoncello di Elena. “Respirare” è un altro capitolo di impegno politico sociale che si apre con atmosfere alla De Andrè richiamate dalla voce maschile per poi sfociare in un ritornello influenzato dal brit pop. La title track “Alice inizia a capire” è punk quasi ramonesiano con strofe in italiano e ritornello in inglese. Con “The Symmetry”, scritta in collaborazione con i Fernandhell di Livio Montarese, storica figura del punk italiano anni 90, le atmosfere tornano fosche e rese ancora più maliconiche dal violoncello. “Avanzi” è inconsapevolmente baustelliana e si fregia di un evocativo assolo di chitarra. In “La fortezza” la trama si fa nuovamente più scura e il parlato finale è la spiegazione scientifica dell’infelicità cui è condannato l’uomo. L’album si chiude con l’ultimo capitolo “Beautiful”, ballata in inglese che lascia trapelare un timido raggio di speranza.
Le note a piè pagina di “Alice inizia a capire” sono affidate al racconto degli stessi autori.
- Cominciamo con il vostro nome, Lowinsky. E’un musicologo del 900 conosciuto per i suoi studi sulla polifonia rinascimentale. E’stato scelto perché legato in qualche modo alle sue teorie in campo musicale o perché suonava bene e non risulta essere stato usato da nessuna altra band?
CARLO – Mi piacerebbe risponderti che siamo così colti da aver scelto Edward Lowinsky, ma in realtà ho scoperto solo dopo della sua esistenza. L’origine è un po’ più stupida ma anche divertente. Il primo nucleo dei Lowinsky nel 2016-2017 voleva un nome che facesse un po’ anni 90 e quindi abbiamo provato ad includere Lewinsky come Monica e altre parole per inventarci qualcosa di divertente, ma non ci convinceva fino in fondo. Poi una sera ero in giro con Drew McConnell, il bassista dei Babyshambles che si trovava a Bergamo a mettere dischi, mi ha chiesto del nuovo progetto, gli ho spiegato la questione del nome e lui mi ha suggerito “prendi Lewkinsky, togli la “e” e metti la “o” che così diventa “Lowinsky” e puoi raccontare ai giornalisti che te l’ho detto io e che il nome deriva da “low” perché siete un po’ tristi ma neanche troppo e Lewinsky per gli anni 90 ed è così che è nato il nome. Talmente bizzarro che ho capito che era la soluzione giusta.
- Premesso che nel disco si va a toccare una varietà molto ampia di generi, vi riconoscereste nella definizione di brit folk pop?
CARLO – Sì e no, brit inteso come quel mondo legato a certo indie rock o in piccola parte a certo brit pop sicuramente, lo abbiamo dentro, ma mi fa un po’ specie che una band italiana possa mettere “brit” come etichetta, se però parliamo di influenze di cose che ascoltiamo sì assolutamente, da sempre l’influenza è quella, soprattutto UK e anche America chiaramente.
- “I giorni sono bianche fotocopie” cantate nel pezzo di apertura dell’album “Brucia”, c’è questo senso dell’inutilità di giorni tutti uguali. C’è un colore, un disegno sul foglio, qualcosa che può rendere speciali almeno alcuni di questi giorni?
CARLO – Sì assolutamente, la canzone parla appunto di questa rassegnazione a vivere nella società attuale che ogni tanto ti risucchia un po’ e i giorni passano senza che nemmeno te ne accorgi e non ci trovi niente di bello, qualcosa che possa renderli utili alla tua vita, però lo sforzo è riuscire a trovare qualcosa. Ognuno ha ovviamente una risposta molto personale, io potrei dire che per me con i bambini, mia moglie, qualche libro, qualche canzone e qualche partita di basket sono abbastanza a posto e i miei giorni cominciano ad assumere colore.
- Mi soffermerei un attimo su “Il trono d’oro” perché è un brano in cui emerge nella sua importanza l’arrangiamento di violoncello. Quanto conta l’uso degli strumenti scelti per definire l’atmosfera di un pezzo?
LINDA – Sicuramente molto, nel senso che anche rispetto ai lavori precedenti della band sicuramente l’inserimento di Elena e quindi del violoncello ha portato un colore in più, giusto per rimanere in tema ed ha assolutamente arricchito quella che è la canonicità della classica rock band. Sono convinta che il suo apporto sia assolutamente centrale in questo album e che anzi abbia dato un valore aggiunto che riletto a posteriori e che è un po’ la cifra di questo album rispetto ai precedenti.
- In “Respirare” il timbro della voce di Carlo richiama De Andrè anche perché canti in una tonalità bassa. Il senso di oppressione da cosa dipende, come si può eliminare o almeno in parte limitare?
CARLO – Innanzitutto la cosa di De Andrè su questo pezzo non sei il primo a farla notare, non era particolarmente voluto ma bella lì, l’accostamento non può che fare piacere. Quella è una canzone non direi politica perché forse è troppo, ma un po’ sociale ed è anche molto semplice come concetto è la difficoltà dell’arrivare alla fine del mese, senza piangere miseria. Chiunque non sia benestante nella società attuale e che quindi ha bisogno di lavorare per vivere sa che arrivare a fine mese non è scontato anche con un lavoro che fino a qualche decennio fa consentiva un tenore di vita diverso e quindi questa canzone vuole cantare un po’ questo aspetto.
LINDA – Anche perché arrivare alla fine del mese non significa solo arrivarci economicamente, ma anche con la sanità mentale preservata, si mescolano un po’ questi due aspetti che vanno di pari passo ma non è scontato che viaggino sempre insieme.
- La musica per voi è un elemento che può contribuire a stare più su a livello morale anche se non si hanno grandi risorse economiche e stabilità lavorativa?
LINDA – A stare su sicuramente ma anche a stare giù nel senso che è un appiglio nei momenti in cui essere giù è inevitabile. Però oltre al fatto che possa essere un appiglio credo che in generale che per chi la fa e per chi la ascolta usufruendone in modo consapevole possa essere uno strumento non solo per superare, ma anche per indagare certi aspetti di noi stessi e certi stati in cui ci troviamo e quindi assolutamente sì.
CARLO – Per quanto mi riguarda la musica è sempre la cosa più importante delle cose meno importanti perché devi campare, devi mangiare, devi dormire, avere un tetto sulla testa e devi occuparti della tua famiglia. Fatto questo puoi cominciare a pensare alle cose non fondamentali e la musica è in cima. Questo implica che nella vita quotidiana normale, senza alti e senza bassi è importantissima, vitale, io tutti i giorni ascolto musica e suono musica. Ma quando le cose vanno molto male non ho né tempo né voglia di ascoltarla, sparisce, non è più un appiglio. La musica è fondamentale a colorare la mia vita quando le cose vanno almeno abbastanza bene.
- Anche perché non hai lo spirito per fare e ascoltare musica se le cose vanno male, la tua mente è concentrata su altro.
CARLO – Sì io la vivo assolutamente come hai detto tu. Però conosco persone che è proprio nei momenti no che trovano ispirazione. Per me non è così, per essere ispirato non devo avere troppi pensieri, devo avere la mente abbastanza sgombra.
- In “Alice inizia a capire” virate verso il punk. Le strofe sono cantate in italiano e il ritornello è in inglese, questa commistione deriva dal fatto che volevate conservare la linea melodica che avevate in mente o è dovuta ad altri motivi?
LINDA – In realtà è stata una condizione indispensabile, abbiamo detto a Carlo che quel pezzo per quanto riguardava il resto della band era okay se avesse avuto una veste linguistica diversa, perché questo brano è nato come una sorta di omaggio o citazione lunga di titoli di canzoni dei Lemonheads. Era una sorta di elenco di titoli che avevano comunque senso ovviamente ed era una cosa molto divertente per noi, però quando ci siamo trovati a lavorare sugli arrangiamenti nell’ottica di registrare il disco l’abbiamo un po’ trasformata e questo è avvenuto anche con la traduzione, non sempre letterale, di questi titoli in italiano. E quindi ha preso questa forma. Abbiamo mantenuto il ritornello perché era bello così e comunque questo è il risultato del confronto che abbiamo avuto nel momento in cui ci siamo messi a lavorare seriamente al disco.
- In “The Symmetry” la vostra musica si fa più scura. Se doveste dipingere il pezzo cosa raffigurerebbe?
CARLO – Domanda molto difficile che andrebbe fatta non tanto a noi quanto a Livio Montarese che è un amico che suona nei Fernandhell e che ha scritto il testo. Me lo ha mandato, diciamo che me lo ha regalato e io ho iniziato a strimpellare su questo testo molto triste che parla di una persona che scompare, se ne va o forse non c’è già più. Non gli ho chiesto perché, non volevo delle indicazioni molto precise, volevo lasciarmi ispirare e sono venuti fuori accordi minori che aggiunti al violoncello hanno portato a questa atmosfera un po’ funerea. Però secondo me è uno dei pezzi migliori del disco.
- “Avanzi” mi ha richiamato un po’ alla mente i Baustelle così come in tutto l’album in particolare per quanto riguarda l’armonizzazione delle voci. Rientrano tra i vostri ascolti, le vostre influenze?
CARLO – In tutta onestà no. Anche questo ce lo hanno detto già in passato e probabilmente qualcosa c’è effettivamente, ma non per fare lo snob o altro ma l’unico brano che ho sentito in vita mia dei Baustelle è “Charlie fa surf”. Non ho mai sentito nient’altro, ma prima o poi mi deciderò ad ascoltarli perché ci viene fatto notare quanto hai detto tu.
- Parliamo un po’ della vostra storia come band. Che ricordi avete del primo brano che avete inciso e quali ricordi avete del vostro primo Live?
CARLO – I Lowinsky hanno avuto una storia molto particolare, io sono l’unico che è rimasto in formazione dall’inizio ad oggi, mentre gli altri componenti si sono succeduti a seconda del periodo. I primi quattro pezzi, che poi sono il nostro primo EP, li abbiamo registrati al Bleach studio di Andrea Maglia, che è il chitarrista dei Tre allegri ragazzi morti, nonché mente dei “Manetti!” che consiglio a tutti di andare ad ascoltare. Lo abbiamo registrato in una giornata bellissima in cui abbiamo fatto anche un’ottima grigliata perché c’era il sole. Lui aveva iniziato da relativamente poco con lo studio, poi ha fatto cose belle, anche molto importanti, lo ha ingrandito, ma ai tempi aveva iniziato da poco ed è stato bellissimo perché ha tirato fuori tantissimo da una semplice giornata di registrazioni. L’EP si trova su tutte le piattaforme, lo avevamo anche stampato in CD ai tempi con Moquette Records. Sono quattro pezzi legati a un bellissimo ricordo. Il più importante in realtà, che facciamo ancora molto volentieri in concerto è “Lei”. Il primo concerto è stato da Ink Club a Bergamo, che è ancora il locale dove suoniamo più spesso in assoluto e dove abbiamo presentato gli ultimi due dischi ed è stato bello perché avevamo suonato con un’altra band di amici che non esiste più, gli Echobeach e facevano shoegaze. Avevamo voglia di suonare ai tempi, io ero fermo da un paio d’anni perché la mia esperienza precedente con i Finistère era finita quindi il tempo di formare una nuova band, scrivere i pezzi, registrarli e c’era voglia di presentarli al pubblico. Me la ricordo proprio come una bella data.
- A proposito di date fatte con altre band ho visto che avete aperto per i Nada Surf e i Babyshambles. Cosa vi ha lasciato come esperienza?
LINDA – Esperienze bellissime, che sono state tra le date più emozionanti, migliori che abbiamo fatto. Molto diverse dal punto di vista gestionale e per come le abbiamo affrontate noi come band, perché la doppia apertura ai Nada Surf è stata magnifica dal punto di vista emotivo, perché loro sono da sempre una band di riferimento per almeno una metà di noi e quindi riuscire a condividere il palco con loro è stato particolarmente emozionante, sono persone molto alla mano, abbiamo anche passato del tempo insieme, insomma ci siamo divertiti. La data in apertura ai Babyshambles ha un altro sapore nel senso che emotivamente ci ha coinvolto ancora di più perché sono una band di riferimento per noi non solo musicale, ma anche a livello affettivo. E’stata una delle band che ha accompagnato la nostra post adolescenza in modo onnipresente. E quindi anche qui aver ricevuto questo invito è stato oltre che un magnifico regalo per noi anche un motivo di orgoglio e di gioia. E anche come band è stato un bellissimo momento che abbiamo vissuto tutti insieme perché è stato un viaggio a 360 gradi, quindi una trasferta che abbiamo molto condiviso, che ci ha lasciato tanto e quindi sono sicura che continueremo a parlarne tra di noi negli anni a venire.
- Tra l’altro ho visto che il video di “Brucia” contiene le immagini del backstage dei concerti con i Nada Surf.
CARLO – Sì il primo singolo del nuovo album è stato girato nella giornata in cui abbiamo aperto per la prima volta per i Nada Surf in Santeria. Questa ragazza che si chiama Carola Mancassola ci ha ripreso dall’inizio quando abbiamo scaricato la strumentazione, il soundcheck, il backstage e poi le chiacchiere con Matthew dei Nada Surf e il live. Tra poco uscirà un video, abbastanza simile anche se più Lo-fi, della gita a Leeds per i Babyshambles.
- Oggi c’è chi dice che una band indie per aspirare a un minimo di visibilità debba essere organizzata quasi come una piccola impresa, quindi con un ufficio stampa, un’agenzia di booking, un social media manager, un’etichetta cui appoggiarsi. Tutti costi ingenti. Secondo voi è proprio necessario o la vostra esperienza insegna che si può ancora fare affidamento sul “do it yourself”?
CARLO – Noi partendo molti anni fa abbiamo fatto di necessità virtù e ci siamo votati al do it yourself che è diventata un po’ anche la nostra religione, nel senso che comunque anche nell’etichetta, il booking, l’ufficio stampa che abbiamo siamo sempre coinvolti in maniera diretta, ci sono altre persone, ma non sono quei booking o quelle etichette che arrivano, ti prendono, fanno finta di non chiederti soldi mentre poi alla fine te li chiedono e ti danno un servizio. Noi siamo totalmente do it yourself da quel punto di vista. Poi bisogna anche definire cosa si intende per riuscire a farcela, ad andare avanti. Noi ovviamente non viviamo di musica, copriamo le spese, riusciamo ad avere i soldi per andare a registrare il disco e non rimetterci di tasca nostra, ma è una passione. Di fatto è un secondo lavoro perché soprattutto per quanto mi riguarda che sono coinvolto anche con altri booking, etichetta, ufficio stampa è appunto un secondo lavoro non retribuito, superimpegnativo per risultati che arrivano ogni tanto. Per esempio quando abbiamo fatto le due date con i Nada Surf io da solo ho potuto aprire per Evan Dando e poi finalmente con i Babyshambles in due anni sono riuscito a ripagarmi quasi vent’anni di lavoro. Però ci sono voluti vent’anni quindi ci vuole tanta passione.
Una storia emozionante quella dei Lowinsky. Il racconto di un gruppo di Bergamo che crescendo gradualmente con grande impegno e dedizione è arrivato a salire sugli stessi palchi dei Nada Surf e dei Babyshambles.


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