Nelle religioni orientali, in particolare nel buddhismo, l’impermanenza è un concetto legato alla transitorietà e al costante mutamento. E questo mutamento si esprime nella circolarità della vita, la nascita, crescita, morte e rinascita. Gli umbri Varanasi hanno intitolato il loro nuovo album proprio “Impermanenza” per mettere a fuoco fin da subito la loro visione del mondo. I testi procedono per immagini, suggeriscono più che non descrivere. Il disco si apre con la title track, brano solido e possente che contrasta con il testo imperniato sull’impalpabilità. A seguire “L’effetto che fa” è un buon pezzo rock speziato di sintetizzatori in cui per il protagonista è fondamentale la distanza, il rimanere in disparte per sentirsi vivo. “La tentazione di esistere” torna sul tema centrale del disco. “Essere vivi, essere morti è la stessa cosa”. La costruzione melodica curata nei minimi dettagli ne fa uno dei brani cardine dell’intero lavoro. “Per sempre” ha il respiro del rock britannico e torna sul tema della difficoltà di ritrovare sé stessi. “L’assedio” è il primo di due pezzi ispirati alla biografia di Paul Auster sullo scrittore e cronista di guerra bohémien Stephen Crane. Da qui i numerosi riferimenti guerreschi nel testo. “Gli esordi” distilla un pop rock di qualità. La scelta lessicale ripropone termini legati alla guerra come nella significativa lirica “il mestiere di vivere è un campo nemico”. In “La decomposizione dell’anima”, brano sorretto da un’efficace linea di basso, è contenuta una citazione dalla poesia del premio Nobel Thomas Stearns Eliot “Gli uomini vuoti”. La fine del mondo non con uno schianto, ma con un lamento è speculare al trapasso del protagonista, “sarà il silenzio e poi sarò morto”. Con “Canto di quiete e di tempesta” i cieli cupi si rasserenano lasciando filtrare come un raggio di sole una melodia quasi cantautorale. A seguire “Solaris” mette in scena un immaginario spaziale vicino al film omonimo di Andrej Tarkovskij, tratto dal romanzo dell'autore polacco Stanisław Lem. In chiusura dell’album “Ragazzo in fiamme”, nuovamente ispirata all’omonima biografia di Stephen Crane, lavora di sottrazione dando il massimo risalto ai sintetizzatori.
Ho avuto il piacere di parlare con il bassista e compositore dei Varanasi Matteo Luciani.
- La title track in apertura dal punto di vista sonoro direi che è il brano più possente dell’album. Questa solidità sonora contrasta con il senso di precarietà del testo. E’stata una dissonanza emotiva voluta?
- No è venuta per caso. E’ legato al nostro modo di scrivere perché non volevamo fare un album in cui tutti i pezzi avessero la stessa struttura e la stessa potenza. Poi dipende anche da come mi sento quando scrivo.
- Sei tu quindi che scrivi i pezzi?
- La parte musicale sì, mentre i testi sono di Stefano (ndr. Stefano Bellerba, cantante e chitarrista), ma poi ovviamente sono arrangiati da tutti e quindi i brani sono di tutti.
- Pensando a un verso di “Impermanenza” (“una fiamma oscillante” ndr) suonare ti aiuta a tenere accesa la tua fiamma?
- Sì, per forza. Dopo il nostro album precedente, che ha avuto un’uscita più sottotono rispetto a questo, perché dopo il Covid abbiamo cambiato etichetta varie volte non volevo che fosse l’ultimo album del gruppo. Questo stimolo mi ha portato a scrivere i pezzi per questo nuovo album “Impermanenza”.
- Avete avuto cambi di formazione in questa fase di passaggio o avete conservato la line up?
- Siamo rimasti sempre gli stessi.
- In “L’effetto che fa” nonostante il muro del suono emerge il gusto per la melodia. Che ruolo ha la costruzione melodica nel vostro modo di fare musica?
- Per noi è importante, una cosa fondamentale.
- Il verso “Rimani in disparte per sentirti vivo” fa pensare alla massa che oggi si riversa più che altro sulle strade dei social. E’ come uno tzunami che ci travolge. Come siete arrivati ad acquisire questa consapevolezza?
- Ci siamo arrivati in base a quello che vediamo. Siamo sui social perché li usiamo anche per la band, ma questo è ciò che vediamo sempre.
- Nel pezzo “L’assedio” citate i poeti inglesi, descritti come “fiori trasparenti e stanchi”. Qual è i legame tra la vostra estetica e il decadentismo?
- La canzone fa riferimento alla biografia che ha scritto Paul Auster di Stephen Crane, uno scrittore morto giovanissimo che era stato anche in guerra come reporter. L’ispirazione per questo brano viene da lì.
- “Canto di quiete e tempesta” è l’unico pezzo sull’amore del disco. Anche le sonorità sono più positive, con un ritornello che richiama la canzone italiana anni 70 ed è sicuramente una sorpresa piacevole. L’amore, secondo te, è l’unico modo per fregare la morte?
- Sì potrebbe essere. Comunque l’intento non era tanto quello di fare una canzone d’amore, il testo dice “E’ un vero amore, non è?” quindi per me era qualcosa di autoironico. Quando ho portato agli altri il pezzo non c’era il ritornello, l’abbiamo aggiunto e abbiamo ci abbiamo cantato sopra perché ci faceva un po’ ridere il fatto che non abbiamo mai fatto un testo sull’amore.
- Nella “La decomposizione dell’anima” citate esplicitamente il poeta Thomas Stearns Eliot affermando che “il mondo finisce non già uno schianto, ma con un lamento”. L’anima è ciò che fa di un corpo un essere vivente più che non gli organi?
- Non credo proprio nell’anima perché non sono credente, però l’idea dell’anima come nostra coscienza sì.
- “Solaris” continua il mood positivo, per citare alcuni versi “tornare a quei giorni perduti e per sempre distanti. E ancora tornare a quei giorni, per esserne salvi”. Il passato è il tempo cui sei più affezionato?
- Sì nei nostri brani si parla spesso del passato, delle occasioni perse, forse perché capiamo che andiamo verso i quarant’anni.
- “Ragazzo in fiamme”, che chiude l’album, è il brano in cui il sintetizzatore di Leonardo (ndr. Leonardo Mori) è più in evidenza. Chiude un po’ il cerchio con l’intro di “Impermanenza”? Mi sembra che dia un senso di circolarità.
- Quando scrivo per un album di dieci canzoni faccio una struttura, nel senso che penso che quella deve essere la prima canzone, quella la seconda. “Impermanenza”, quando l’ho scritta, l’ho pensata come brano di apertura dell’album. Come chiusura no, pensavamo ad un altro pezzo. “Ragazzo in fiamme” inizialmente non era arrangiata così era una sorta di marcia. Abbiamo tolto quasi tutti gli strumenti e aggiunto i sintetizzatori. A quel punto abbiamo capito che poteva essere quella più adatta a chiudere il disco.
- Il testo recita: “Respiri il mondo il male è dentro di te”. Mi sembra che suggerisca che il dolore del protagonista non sia soltanto personale ma anche una metabolizzazione del male esterno. Il ragazzo in fiamme è un capro espiatorio che brucia per tutti?
- Sì potrebbe essere, però è sempre legato alla biografia di Stephen Crane, al tema della guerra.
- La guerra è quindi un tema ricorrente nella vostra produzione?
- Purtroppo sì. Nell’album ci sono due canzoni che parlano di guerra. “Ragazzo in fiamme” indirettamente perché è la testimonianza dello scrittore, poi il brano “L’assedio” parla sempre di guerra, di come noi la viviamo. Ne siamo sia colpiti che anche purtroppo assuefatti, non la prendiamo più con l’importanza che meriterebbe. Sentirne parlare tutti i giorni crea assuefazione, diventa quasi qualcosa di normale.
- Siete nati dalle ceneri dei Japan Suicide evolvendovi in Varanasi. Da dove viene questo legame con l’India?
- Con l’India perché a me è sempre piaciuta la psichedelia e ho suonato per qualche anno in un gruppo che faceva quel genere e l’India è sempre stata associata alla psichedelia. E poi perché cercavo un nome che non fosse italiano, ma al tempo stesso facile da pronunciare. E infine perché richiama il titolo di una delle mie canzoni preferite, che è “Varanasi Baby” degli Afterhours. Quando siamo passati dall’inglese all’italiano lo abbiamo fatto perché in italiano ci esprimiamo molto meglio. Si potrebbe pensare “beh scrivi la struttura della canzone allo stesso modo e poi aggiungi il testo”. Invece, secondo me, doveva cambiare qualcosa anche nella scrittura e gli Afterhours ne sono stati un esempio. Non ascolto molti gruppi italiani, però loro sì.
- Vorrei farti ancora una domanda su “La tentazione di esistere” e i versi iniziali “Salvare il mondo, nessun legame, l'universo non se ne accorgerà neppure.”. Noi siamo un puntolino minuscolo neanche visibile nella vastità dell’universo. Questo può provocare un senso di smarrimento. Come si può cercare di dimenticarselo almeno per un attimo?
- Il pezzo è ispirato al Dottor Manhattan di “Watchmen” (ndr serie a fumetti). Avendo un enorme potere poteva distruggere la terra e nemmeno accorgersene. Questo è il significato.
- Torniamo ora su “L’effetto che fa”. Scrivete “Continueranno a spingerti verso la conquista del tuo sentimento di onnipotenza”. Nella contemporaneità ci crediamo ormai quasi immortali e per questo anche superiori. Come si può disinnescare questo senso di onnipotenza?
- Io credo che già la vita lo faccia con le malattie, i problemi, il lavoro, gli amici. Quando si è ragazzi ci si crede invincibili, poi quando si entra veramente nella società dopo gli studi la vita cambia.
- Nel testo di “Solaris” declinate in vari modi la benevolenza: “Benevolenza cosmica, benevolenza karmica, benevolenza atomica, benevolenza indomita”. Perché avete scelto proprio questi aggettivi?
- E’ riferito al film “Solaris” del 1972 di Tarkovskij, tratto dal libro di Stanisław Lem. A noi piace molto citare film o libri. Quando scrivo un pezzo posso prendere ispirazione anche da un film pur non citando il testo.
- Il fatto di suonare il vostro genere in Italia può essere particolarmente penalizzante dal punto di vista della visibilità. Quali sono le motivazioni che vi fanno tenere duro?
- Sicuramente la caparbietà e il credere nel progetto e in quello che facciamo. Per tutti i gruppi alternativi, indipendenti oggi è molto difficile poter suonare, però ogni volta che facciamo un concerto l’impatto è sempre buono, quello che ci arriva dal pubblico e da chi ascolta l’album ci fa venire voglia di continuare. Bisognerebbe dare a gruppi come il nostro la possibilità di suonare, concedere più spazio.
- Nell’era della musica liquida li compri ancora i CD o i vinili?
- Assolutamente sì, più che altro vinili.
I Varanasi si apprestano ad affrontare quello che definiscono il "mestiere di vivere", un vero e proprio "campo nemico", schierando la propria formazione al completo: Stefano Bellerba, armato di voce e chitarra, Saverio Paiella, armato di chitarra, Matteo Luciani, armato di basso, Leonardo Mori, armato di synth e tastiere e Matteo Bussotti, armato di tamburi, piatti e grancassa.


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