Ciao Federica, è un piacere ritrovarti
dopo qualche anno e in questo contesto. Quando nel 2008 ci siamo
conosciuti al CLORO ROSSO di Taranto non avrei mai pensato di avere
tra le mani il tuo libro....e tanto meno di intervistarti!
E' sempre un
piacere ritrovarsi dopo tanto tempo.Ti ho sorpreso vero?Le vie
dell'Oi sono infinite!!
Ho 29 anni e sono
tarantina. Da meno di un anno sono tornata a vivere nella mia città
natale dopo aver vissuto a Bologna dal 2010. Sono un'autonoma,
impegnata politicamente sin da piccola, in passato occupante di un
centro sociale. Una laurea alle spalle, una seconda in realizzazione.
In mezzo a mille lavori ho trovato il tempo per scrivere questo libro
e la voglia di parlare delle scene sottoculturali.
Le Radici della Rabbia non è certo il primo libro sulla storia della scena skinhead ma, credo, sia il primo scritto da una donna, una donna che la scena la conosce bene, non per sentito dire, ma perchè l'ha vissuta in prima persona: com'è nata l'idea del libro?
C'è una buona letteratura riguardante l'argomento. Valerio Marchi ne è stato il massimo esponente, Riccardo Pedrini lo segue a ruota. Questo libro è stato scritto nel 2011. E' nato come tesi di laurea. Non ho voluto vagliare tra mille argomenti, uno solo era quello giusto: parlare di skinheads. Dalla mia avevo l'esperienza di vivere la scena ma sentivo che potevo raccontare molto di più, andare oltre l'aspetto storico e musicale. Le radici della rabbia sono state una scoperta anche per me. Che sia anche la prima donna che scrive sull'argomento mi lusinga ma è certamente un caso...
Ricordo una bellissima foto di gruppo con 30 o forse più skinhead...e la cosa che mi aveva folgorato era l'età media (tutti giovanissimi) e che in quella crew ci fossero tantissime ragazze. Non era l'East London o qualche altro sobborgo inglese...ma TARDENUEST! Gli anni RASH e l'esperienza del Cloro Rosso: cosa ti è rimasto di queste esperienze?
Era un post concerto nel 2008 al Cloro Rosso ed eravamo proprio degli sbarbi. Sono stati anni intensi, di profonda rabbia per il sistema, di massima ribellione. Avevamo una crew: la terra jonica skinheads. Ragazze (in effetti eravamo tante) e ragazzi di Taranto e provincia. Il tempo per chi vive al sud però cambia molto le carte in tavola. La disoccupazione ha spinto molti di noi a cercare fortuna al nord, gli altri che sono rimasti hanno portato avanti le idee e i valori da sempre praticati in città, in primis l'antifascismo. Quegli anni mi hanno formata molto, mi hanno preparata ad affrontare sfide di ogni tipo e hanno consolidato le vecchie amicizie.
I tuoi legami con Taranto come sono rimasti? C'è più nostalgia o
rancore?
Ogni
volta che passo davanti al Cloro Rosso, ormai chiuso, brillano gli
occhi ma rimane un retrogusto amaro fatto di tanti "se..."
Come vedi attualmente la scena
bolognese? E quella italiana?
Bologna è la mia
seconda casa. Grazie a molti amici e compagni ho potuto vivere delle
esperienze strabilianti. Lo Ska festival mi ha dato l'opportunità di
condividere la passione per la musica con ragazzi e ragazze che oggi
sono come fratelli. Ho conosciuto meglio tanti altri skinheads che
stimo per il loro impegno nelle loro città. Confrontandomi con
questa realtà tanto diversa dalla mia e conoscendone tante altre,
posso solo dire che a livello nazionale sopravviviamo discretamente.
C'è una buonissima coesione sui temi dell'antifascismo e sulle lotte
territoriali come quella no Tav. Molti skinhead partecipano a questi
temi in svariati modi, dalla lotta nelle strade, nelle fabbriche o
semplicemente supportando gli eventi.
Parliamo del tuo libro: la scena skinhead ha vissuto tanti alti
e bassi e tante mutazioni....lo spirito “original”
nell'immaginario collettivo attuale è praticamente sconosciuto, il
“popolino” crede che gli skinhead siano solo la componente Nazi
che (look a parte) non ha nulla da spartire con lo spirito originario
del movimento: che idea ti sei fatta in proposito?
Il mio libro cerca
di pulire la figura dello skinhead dai comuni stereotipi e lo fa
puntando il dito contro chi ha contribuito a rendere sporco questo
stile di vita. Il linguaggio è il filo conduttore di tutta
l'analisi, abbraccia vari punti di vista, da chi la osserva a chi la
vive a chi la chiacchiera.
Come ti sei avvicinata a questa
cultura/subcultura? Io quando ero un ragazzino e frequentavo le
scuole medie al mio paesino nella periferia industriale-rurale di
Treviso nord avevo come bidello Tony, il chitarrista degli Hope and
Glory, leggendaria Oi! Band dei primi anni 80...e così inizio
tutto... mi chiedo se al suo posto ci fosse stato un cantante neomelodico... Brrr!!!
In adolescenza ero
solo ribelle e irrequieta, tendevo a fare il contrario rispetto agli
altri. Mi sono avvicinata alla scena durante la fine delle superiori.
Un caro amico che oggi non c'è più mi faceva ascoltare i testi
della Banda del Rione, Nabat, Youngang e poi una cosa tira l'altra,
tra una manifestazione e l'altra, una partita di pallone allo stadio
e tanto antifascismo consumato nelle strade ero già quello che
sono...ho solo rasato la testa!!!
Ovviamente non
ascolto solo Oi... Francamente in
adolescenza avevo dei gusti confusi ed eterogenei. Ho ascoltato di
tutto e tanta spazzatura ma a casa ho avuto un grande maestro. Mio
padre è un amante del prog, del jazz e del blues e io ho sempre
“giocato” con i suoi vinili sin da bambina...chiaramente con il
tempo e con le buone amicizie sono approdata ad altri generi che
ascolto sempre con tanto piacere. Alcuni classici come i Led
Zeppelin, Creedence Clearwater Revival, Rolling
Stones sino ad arrivare a Bowie sono i miei prediletti. Adoro il
punk 77 ma anche ballare Northern Soul, Ska reggae,
Rocksteady...Ma niente si avvicina all'emozione di cantare a
squarciagola sotto il palco durante un bel concerto oi!!! L'oi è
rabbioso, ruspante, diretto, e quello italiano ha una potenza
comunicativa non indifferente perchè è più politicizzato.
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