martedì 27 giugno 2017

AEROSMITH LIVE A FIRENZE ROCKS 2017 // BOSTON SHOCKS, CARRARA SHAKES, FIRENZE ROCKS // TESTO E GALLERY DI LJUBO UNGHERELLI


Un uomo in là con gli anni è seduto sul sagrato della basilica del Duomo di Firenze. Nessuno lo degna della minima considerazione. Tre anni fa, giorno più giorno meno, quello stesso signore si aggirava sempre per piazza Duomo, però a Milano, circondato dall’adorazione dei fan che lo fermavano per scattargli foto e chiedere autografi. Poco trionfali cartoline da Firenze per un Joe Perry, leggenda vivente del rock’n’roll e chitarrista degli Aerosmith, bellamente ignorato nella città dove quest’anno è stata organizzata (male, ma questa è una triste routine delle kermesse musicali nostrane) la tre giorni denominata Firenze Rocks, inaugurata per l’appunto venerdì 23 giugno dal gruppo di Boston, alle prese con un poco credibile tour d’addio che non a caso si chiama “Aero-vederci baby”. Immancabile l’ammiccamento italiano di cui sopra, stanti le origini calabresi del cantante Steven Tyler, peraltro insignito della cittadinanza onoraria di Cotronei, paese d’origine del nonno. La gente fa la fila per beneficiare di onorificenze similari a quella conseguita da “Stefàno Tallarico”, com’egli stesso si appellerà durante il concerto. Ecco, il concerto. Detto della convincente prova dei Placebo, che snocciolano alcuni dei loro singoli più rappresentativi in circa settanta minuti che celebrano i vent’anni di carriera degli inglesi (chi scrive non ha assistito alle esibizioni in cartellone nel pomeriggio), la tavola è apparecchiata per l’ennesimo spettacolo che il grande circo del rock’n’roll continua a tenere in giro per il mondo, incurante dell’età veneranda, degli acciacchi e dei pensionamenti causa decessi delle sue maestranze.


 Nel caso specifico, la platea radunatasi presso l’Ippodromo del Visarno, sede del galoppo fiorentino, ha la rara opportunità di vedere una ragione sociale illustrissima e soprattutto rappresentata per cinque quinti (più un live session che suona piano e tastiere e fa i cori) dai suoi interpreti originali. Il nucleo classico degli Aerosmith è infatti il medesimo che va in scena a Firenze: oltre ai già menzionati “Toxic Twins” Tyler e Perry, il chitarrista Brad Whitford, il bassista Tom Hamilton e il batterista Joey Kramer.


 Solo gli U2, tra i grossi calibri, possono vantare una line-up più stabile. Autentici reduci di una vita di stravizi ed eccessi, riabilitazioni, infarti, tumori e chi più ne ha più ne metta, e con un’età media che si appropinqua inesorabilmente ai settanta, i rocker della costa est rientrano con pieno merito nel cliché “…e non sentirli”. Dalle ventuno e dieci, e per un’ora e quarantacinque minuti, il circo Aerosmith mette in campo una potenza di fuoco paurosa, che compensa una durata non proprio springsteeniana con un’intensità che non denota alcun cedimento.


Tempi morti e momenti di stanca bisogna andare a cercarli altrove. Il repertorio alterna numeri meno prevedibili (l’iniziale “Let the music do the talking”, la title track di “Nine lives”) a quelli che fanno esplodere l’ippodromo sin dalle prime note. Nella seconda metà degli anni Ottanta, gli Aerosmith seppero non solo riacciuffare il successo perduto, ma addirittura ingigantirlo e diventare superstar interplanetarie come mai erano stati in precedenza. Le inconfondibili note delle scatenate “Rag doll” e “Love in an elevator” e delle struggenti “Janie’s got a gun” e “Livin’ on the edge” sono pezzi di una storia che ha saputo abilmente coniugare qualità esecutiva e compositiva a innegabili derive mainstream.


È quasi pleonastico sottolineare il carisma di Steven Tyler, animale da palco con pochi eguali, nonché capace con gran mestiere di ovviare a qualche affanno vocale (“Cryin’”), nel complesso di una prestazione comunque eccelsa. La prima parte vola via d’un fiato, tra ripescaggi anni Settanta (“Chip away the stone” e la celeberrima “Sweet emotion”), cover di Fleetwod Mac e Beatles e altri blockbuster del livello di “I don’t want to miss a thing” e “Dude (looks like a lady)”. Il bis offre due dei numeri più collaudati, inframmezzati da una cover di James Brown. Sulla passerella che taglia a metà il pit viene posizionato il pianoforte. Tyler accenna svogliatamente un altro pezzo dei Beatles (“If I fell”), dopo di che si addentra in “Dream on”, una delle più belle ballate della storia del rock. Tutto come da copione: la bandiera italiana che con sopra il logo Aerosmith va a somigliare a quella del Messico, Perry e Tyler che a turno salgono in cima al pianoforte, le lingue di fumo che si alzano sul crescendo finale. Un copione da pelle d’oca, per inciso. Caduti nel fango e apparentemente incapaci di rialzarsi, i Toxic Twins furono rilanciati da un trio rap, i Run DMC: il loro duetto in una nuova versione di “Walk this way” dette di fatto la stura alla resurrezione degli Aerosmith che, a trent’anni di distanza, sono sulla breccia senza che il loro seguito accenni a scemare. La risposta del pubblico, accorso da tutto lo stivale e pieno di giovani che cantano a memoria le canzoni, non dà adito a dubbi. Ed è la suddetta “Walk this way” a chiudere l’unica tappa italiana del presunto ultimo tour degli Aerosmith. Che a giudicare dal mirabolante circo inscenato a Firenze Rocks, sembrano tutto fuorché prossimi al ritiro. D’altronde, i coevi Scorpions hanno iniziato i loro concerti di commiato nel 2011… L’invito è a non lasciarsi sfuggire le performance di questi mostri sacri, pur nella consapevolezza che non sarà semplice né immediato liberarsi di loro.


Testo e Gallery di Ljubo Ungherelli

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