venerdì 2 novembre 2018

IL SUICIDIO DELLA RADIO IN ITALIA E LA INEVITABILE SINDROME DI TAFAZZI // INDIETORIALE DI MAURIZIO



Una rilettura della famosa canzone dei Buggles "Video killed the radio star" è assolutamente necessaria perché se è vero che negli anni 80-90 fu la "Tv a uccidere la star della radio" e a segnare una rivoluzione epocale nella fruizione della musica (un approccio maggiormente "etico" veniva sostituito da un approccio fondamentalmente "estetico"), durante gli anni "zero" è stata la radio a demolire e distruggere quel poco che era sopravvissuto allo stritolamento del tubo catodico con un'operazione degna del miglior Tafazzi. Intendiamoci, sono mancati principalmente i soldi che mamma Rai e derivati si spartivano con leggi e leggine ad hoc che lasciavano le briciole a chi stava fuori dal mercato televisivo. La torta pubblicitaria se la "pappa" quasi tutta la tv, anche perché un prodotto lo compri più con gli occhi che sentendone parlare, ma relegare la sparizione di molta dell'offerta radiofonica, soprattutto locale, solo a una questione economica vuol dire affrontare una parte del problema che invece merita un'analisi più ampia. La verità (che come diceva la Caselli "fa male e lo sai") è che la qualità delle emittenti radiofoniche in Italia è crollata in maniera incredibile scendendo a livelli bassissimi, e parlo soprattutto di qualità di proposta musicale, e questo ha provocato ulteriori cali di ascolti (soprattutto in chi non poteva avere ai propri microfoni Fiorello o Zoo e derivati), con conseguente calo di entrate derivanti dalla "reclame", e l'inevitabile chiusura di molte stazioni. Sono lontani i tempi in cui la radio faceva da filtro a tutto quello che proponeva il mercato e imponeva i nomi nelle hit parade. Personaggi come John Peel alla BBC o Ernesto De Pascale (Stereonotte, Il popolo del Blues) non erano intrattenitori cinquantenni con la parlantina e il linguaggio di un ventenne che passa le sue giornate sui social ma appassionati competenti che selezionavano e proponevano solo quello che era davvero di qualità. Potevi farti una discografia e una cultura enorme ascoltandoli e non affollare la mente e la testa col "superfluo" che ingorga l'etere nei giorni nostri. Qualcuno si ricorda uno, dico uno, dei gruppi novità che propone quotidianamente un programma pensato e diretto dai ggiovani per i ggiovani come "Virgin Generation" su Virgin Radio? Oggi il panorama radiofonico è diviso principalmente in due categorie: i grossi network, per cui la musica è solo intervallo tra due pause pubblicitarie, e certi programmi cosiddetti di "nicchia" (relegati in piccole emittenti locali, webradio o network di seconda fascia) in cui i conduttori, troppo spesso, si vantano di aver scoperto un cantautore "seminale" della scena neozelandese in un'assurda gara tra pari a chi scopre la prossima "big thing" che ricorda comicamente le sfide adolescenziali su chi l'aveva più grosso. Quello che accomuna i due gruppi è fondamentalmente il disinteresse quasi assoluto verso ogni fermento musicale che arrivi dall'Italia (esempio classico è Radio Freccia che non trasmette artisti del belpaese), mitigato dalle comparsate di Agnelli ai talent e dall'ascesa dei fenomeni Calcutta e Thegiornalisti, che comunque partono dal web, e l'atteggiamento "da primo della classe" nei confronti dell'ascoltatore che "conta" solo quando avalla le proposte e che diventa una variabile trascurabile quando critica.


John Peel o Ernesto De Pascale (tanto per ripetermi) erano persone che stavano in mezzo alla musica, e non solo dietro a un microfono, andavano ai concerti, respiravano l'odore del live, il sudore dell'artista, e tu sapevi che un gruppo finiva in una certa playlist non solo perché il cd era arrivato "nelle mani giuste" ma perché certi personaggi garantivano la qualità di una scelta fatta prima "sul campo" che sul divano. Oggi i "direttori artistici" di troppe radio stanno reclusi nei loro appartamentini piccolo borghesi, ascoltano mp3 anziché cd, e i live che guardano sono quelli su Youtube, molto più tranquilli e meno impegnativi di un concerto in qualche club cittadino. E' per questo che oggi le novità musicali arrivano dalla tv (e si parla di "Amici", "X Factor", a meno che non si ritenga "Radio Capital Tv" qualcosa di più che una patetica vetrina per chi ha i capelli bianchi) o dal web (tutta la scena indie italiana degli anni zero da Vasco Brondi ai Cani), mentre le radio sono anni che non propongono e impongono un nome.

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