mercoledì 31 dicembre 2025

10 #DIAMANTINASCOSTI DEL 2025 - ECCO GLI ASCOLTI DELL' ANNO DI LUCA STRA PER RISERVA INDIE


Come tutte le classifiche, anche quella dei 10 album indie del 2025 che propongo è più che altro una serie di suggerimenti d’ascolto essendo basata, com’è ovvio, su gusti personali. Le scelte che sono state fatte hanno portato ad escludere, spesso a malincuore, dischi che contengono singoli brani anche molto validi, ma che, a giudizio di scrive, non mantengono lo stesso livello di qualità per l’intero lavoro. Di molti troverete già su questo blog una recensione più approfondita accompagnata da un’intervista, altri invece per vari motivi non sono mai stati recensiti, ma meritano comunque una menzione. E allora ecco i dieci dischi, a mio giudizio, più rappresentativi dell’anno che volge al termine.


Còlgate – “Orrido”
Dalla scuderia “La Tempesta Dischi” dei Tre Allegri Ragazzi Morti ecco i Còlgate, autori di un esordio eccellente. Il suono in bilico tra i nostrani Verdena, gli Smashing Pumpkins e l’ondata post grunge, è stato assimilato alla perfezione e viene restituito con personalità. “Orrido” è frutto di tre anni di prove e limature che lo hanno plasmato come un’opera già matura. In un mondo migliore un pezzo come la ballatona rock “Asteria”, perfetta per costruzione sonora, testo e ritornello, sarebbe una super hit.
Da ascoltare: “Asteria”, “Crisma”. 


Grandi Raga – “Morfeo Morfina”
Giovanissimi funamboli, introspettivi e incoscienti allo stesso tempo, i Grandi Raga con “Morfeo Morfina” sono riusciti nell’impresa tutt’altro che facile di farsi notare in un mare affollato come quello del pop. Tra sbalzi d’umore post adolescenziali, malinconie sconfinate e fantasie interstellari, l’album sembra sempre sul punto di cadere rovinosamente, ma ogni volta i Grandi Raga sanno come tenerlo in equilibrio sul filo dei loro pensieri di ragazzi poco più che ventenni.
Da ascoltare: “Introspettica”, “Gestire La Rabbia”.


Heute Nebel – Vino, sangue e santità
Il grande eclettismo sonoro cui si accompagnano testi che sputano senza filtri la realtà in faccia all’ascoltatore sono gli elementi che fanno dell’album di esordio degli Heute Nebel un disco di cui è necessario tenere conto. I Nirvana più caotici condividono la scena con i CCCP in un connubio fieramente controcorrente rispetto alla muzak imperante. 
Da ascoltare: “Deserto”, “Ti Seguirò Ovunque”.


LeLe Battista – Iscream
Frutto di un lavoro di disciplinata introspezione, “Iscream”, il nuovo lavoro del cantautore LeLe Battista è un album nato pianoforte e voce in modo atipicamente ritmico e prodotto con l’oculatezza necessaria a non snaturarlo. Il tema centrale degli otto brani che compongono il disco è il nostro essere imprigionati in una realtà ingannevole in cui l’espressione verbale ci tradisce portando a una distorsione del vivere quotidiano. 
Da ascoltare: “Frammenti” feat. Andy dei Bluvertigo, “Splendidi perdenti”.


Laguna Bollente – Fanta Sbocco
Il duo veneziano, che prende il nome da un locale per scambisti della Laguna, è quanto di più lontano sia concepibile rispetto al lato patinato di una Venezia a misura di turista. Le canzoni dei Laguna Bollente nascono nei calli più nascosti con i muri sporchi e maleodoranti di urina. A livello sonoro l’album veste un calzante lo-fi in cui i difetti diventano la maggior qualità, come la scarsa dinamica che impasta voce e strumenti costringendo l’ascoltatore ad uno sforzo supplementare per cogliere l’essenza dei brani. 
Da ascoltare: “Facciamo basta”, “Campari noia”.


Alessandro Zappulli – Fuori tempo massimo
Testi che richiamano nell’uso del lessico e nelle immagini evocate lo stile di scrittura di De Andrè. Cantautorato pop rock di grande qualità che sfugge all’effetto nostalgia grazie alla freschezza di arrangiamenti che inglobano synth e batteria elettronica.
Da ascoltare: “La più grande tentazione”, “La maggioranza”.


Le Feste Antonacci – Uomini, cani, gabbiani
Originali al limite della bizzarria i Le Feste Antonacci, musicisti italiani trapiantati a Parigi, hanno pubblicato un album d’esordio ricco di calembour sia sonori che testuali. Elettropop, dance e funk si mescolano in un not easy listening che cattura e fa venire voglia di ballare. L’uno-due iniziale di “Uomini nudi” e “P.U.L.P.” manda al tappeto qualsiasi dubbio sulla qualità complessiva del lavoro. Il pezzo finale che dà il titolo all’album è una registrazione alticcia in presa diretta con tanto di risate irrefrenabili che rende l’idea di quanto sia stato divertente dare vita a un disco così e dell’alchimia che si è stabilita tra i due componenti della band.
Da ascoltare: “Uomini nudi”, “P.U.L.P.”


Irossa – La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti
La formazione piemontese sforna un lavoro maturo, ricco di suggestioni sonore tra chitarre alternative rock di marca britannica e fiati. Atmosfere sognanti, vedasi l’incipit di “Fango”, si alternano ad accelerazioni post punk (“Fiori, fiori”). A testimonianza che, qualche volta, la qualità paga ancora, la band è stata scelta per far parte della line up del tradizionale Concerto di Capodanno al Palazzetto Inalpi di Torino. Un’occasione imperdibile per contagiare un pubblico più vasto.
Da ascoltare: “Fiori, fiori”, “Storia di un corpo che cade”.


The Kollege – Sensibility
Giovanissimi con una lunga esperienza. I tre ragazzi che compongono i The Kollege sono figli d’arte ma non certo figli di papà. Allevati fin da bambini a pane e busking sono polistrumentisti di talento. Il loro album d’esordio “Sensibility” si compone di 12 brani impeccabili scritti in inglese. Il disco mette a nudo la perizia tecnica ma non manca di trasmettere emozioni. Emblematiche da questo punto di vista l’apertura affidata a “Nihilism” e la perla “Paige” arricchita dal sax suonato dal bassista. 
Da ascoltare: “Fuck the fame”, “Paige”.


DOR – The Dream In Which I Die
La formazione torinese ha dato alle stampe quest’anno l’album “The dream in Which I Die”, disco post folk dalle atmosfere cupamente oniriche. Si tratta di un concept album basato sul “Pinocchio” di Giorgio Manganelli, libro in cui emerge il lato più dark del celebre personaggio di Collodi, chiamato ad attraversare il Regno dei Morti. L’album segue fedelmente il viaggio iniziatico che si conclude con la morte del burattino divenuto semplice oggetto inanimato e sostituito dal bambino in carne ed ossa, a simboleggiare la fine dell’infanzia.
Da ascoltare: “When My life Was Ebbing Away”, “Nobody Knows”.


 

UMBERTO MARIA GIARDINI RACCONTA "OLIMPO DIVERSO" A RISERVA INDIE - INTERVISTA A CURA DI IRIS CONTROLUCE PER #GLORYBOX


Ho intervistato UMBERTO MARIA GIARDINI che a fine 2025 ha pubblicato il suo nuovo album Olimpo diverso. Ne ho approfittato per indagare sulla sua opinione rispetto al futuro della scena musicale ed artistica in Italia, del suo rapporto con creatività, sofferenza e in generale a cosa ha scelto di attingere per mitigare il suo sguardo sul mondo che lo circonda. A voi scoprirlo, buona lettura!


Il tuo ultimo disco "Olimpo diverso" mi ha colpito particolarmente per la schiettezza delle liriche e per gli argomenti trattati. Mi è sembrato che tu abbia cercato dentro te il coraggio di attraversare le sofferenze trasformandole in una scrittura dalle connotazioni catartiche. Sei d'accordo? Che ruolo ha la creatività in una tua giornata tipo?
Non so, sono una persona che caratterialmente soffre poco per ciò che mi circonda o mi accade. La sofferenza è un aspetto che col passare degli anni ti lascia, mentre l'età avanza. Nel mio caso specifico viene con molta naturalezza buttarsi dietro alle spalle molto ciò di quello che mi accade di spiacevole, ma ciò non significa che ci sia da parte mia leggerezza o inconsapevolezza del senso della vita. La sofferenza legata a molteplici aspetti, è per me qualcosa di molto intimo e non sempre riesco a trascriverlo nei miei testi. Forse un aspetto spesso toccato e rilevabile in ciò che scrivo, è piuttosto il disappunto. Fatto sta che ognuno di noi deve tradurre quello che ascolta e che percepisce, quindi va bene anche così. Le mie giornate tipo sono completamente slegate dalla musica, da sempre. La cosa che faccio con una regolarità oramai ultra ventennale è occuparmi del mio lavoro principale, pulire casa, guidare, fare la spesa, fare il casalingo concedendomi momenti di solitudine e di relax leggendo qualsiasi cosa (o quasi). La creatività mi viene perlopiù quando sono in sala prove, infatti negli ultimi anni abbandonando quasi totalmente la chitarra, trovo maggior impegno e gusto nello scrivere sopra qualcosa musicalmente già definito, già scritto.

In "Frustapopolo" parli della distanza tra la sofferenza degli operai di oggi e il modo in cui i giovani osservano il presente e immaginano il proprio futuro. Descrivi la rassegnazione di intere generazioni che si lasciano vivere soffocando le proprie emozioni, sopraffatte dal senso del dovere. Secondo te la scrittura e l’arte possono rivelarsi un riparo in cui rifugiarsi?
Assolutamente no, se non altro non oggi. Il cambiamento della società, dei costumi, dei sentimenti e di tutto ciò che ci circonda, credo abbia dato all'essere umano una direzione oramai difficilmente invertibile. Ci sono cose dalle quali non sarà più possibile tornare indietro, un po' come il tempo. Contrariamente a quanto si possa pensare, la mia non è affatto una visione pessimistica, apocalittica o irreale, bensì oggettiva ed estremamente serena, ciò che deve risaltare è la consapevolezza, esattamente quella che a molti manca. Confesso che caratterialmente fin da bambino sono sempre stato un po disilluso, diffidente anche nei confronti delle persone a me care, pertanto penso che oggi nessuno può, né di fatto deve aspirare, a dare insegnamenti a nessuno. Chi vuole recepire da qualsiasi fonte può farlo, fatto sta che è tutto estremamente relativo, come dire... tutto serve, tutto no; dipende da ognuno di noi essere come si è e agire come si agisce.

Mi è capitato di guardare un'intervista in cui Jeff Buckley affermava che viviamo in una società che uccide gli artisti, soffocandone le intuizioni creative e poetiche. Quello che amava delle persone era la grazia, la stessa che le mantiene aperte alla comprensione, alla compassione. Sei d'accordo? Cosa significa essere un musicista in Italia in questa epoca storica? Credi che la musica e i messaggi degli artisti possano concretamente contribuire ad una diffusione del libero pensiero e di un sano senso critico?
Quando Buckley parlava in questi termini erano ancora i primi anni 90. Storicamente è come se di anni ne fossero passati 100 da allora. Se Buckley fosse ancora vivo probabilmente nella stessa medesima intervista, parlerebbe con altri toni, forse meno romantici, di riflesso all'attuale vita cambiata radicalmente per chiunque. Io personalmente non ho mai fatto parte della musica "indie", se fosse accaduto sono felice di non essermene accorto. A dir la verità non so nemmeno cosa significhi veramente "indie". Mi vien da vomitare al solo tentativo di parlarne, specialmente all'interno della nostra culturina musicale nazional-popolare, dove tutto oramai è indie. Figuriamoci se avverto anche lontanamente la possibilità di presupporre che possa contribuire a far nascere un libero pensiero. Fin da giovane mi sono sempre occupato di musica in maniera più o meno seria e progressiva, lasciando agli altri questa prerogativa di essere o così o cosà. Molti a differenza mia nei numeri ce l'hanno fatta mentre io (causa il mio carattere scontroso) sono rimasto in disparte. Oggi a distanza di molti anni, non so più se esserne contento o dispiaciuto, so solamente di essere sereno. Ognuno deve affrontare e accettare il proprio destino.

Dopo aver scritto un brano, decidi in autonomia che farà parte del tuo futuro disco oppure lo sottoponi al gusto di altri musicisti o addetti ai lavori di fiducia? In quest'ultimo caso, ti è mai capitato di non accettare compromessi o consigli di altri e di aver avuto tu l'intuizione giusta?
Quando lavoro ed entro in pre-produzione di un album (o altro..) mi confronto sempre con i miei collaboratori del momento, è una condizione imprescindibile. La mia personale attitudine è sempre stata quella di concepire i miei progetti non come solista bensì come band. Fin dai tempi di Moltheni, tutto ruotava attorno a tutti, io ero solamente la parte iniziale e conclusiva della sfera produttiva, tutto nasceva da me, ma si sviluppava anche in direzioni differenti, senza di me. Forse per questo motivo ad un certo punto della mia carriera trovai il coraggio di dire basta. Di compromessi ne ho accettati tantissimi, ma onestamente parlando solo nel mio album d'esordio nel 1998, quando l'inesperienza e la fiducia nel mio produttore dell'epoca, mi costrinsero di fatto a dire sempre sì. Nel tempo sono parzialmente riuscito a capire cosa volessi veramente fare, ma raramente ci sono riuscito. Onestamente parlando non ho mai avuto un'intuizione giusta o che nel tempo si sia rivelata tale. Probabilmente conoscendomi non l'ho mai cercata, purtroppo non ho mai avuto questa qualità.

Due dei brani che ho apprezzato di più del tuo ultimo album sono "Paga la vita" e "Vipera". Dal vivo le proponi con gli stessi arrangiamenti o in una versione differente?
Sono brani nati lasciandosi trasportare dall'ispirazione del momento, legata alle tante ore di lavoro in sala prove, per affinare il suono, i cambi di accordi e le scelte di arrangiamento, perlopiù legate alla voce. Il mio maggior lavoro da anni è a casa, in solitudine, quando il brano è già scritto. E' lì che viene fuori il mio "io" essenziale, ovvero il metodo nel saper ricamare su quello che scrivo, sulla musica. Difficilmente ci sono brani delle mie produzioni a cui mi affeziono più di altri. Alcuni amo cantarli dal vivo perché funzionano, altri si prestano maggiormente all'ascolto in cuffia poiché live non rendono. Le scalette sono studiate sempre in maniera maniacale, i brani che escludo solo occasionalmente li ripropongo nei concerti, quando capita mi piace riarrangiarli, aggiungendo o togliendo strumenti presenti nella registrazione originale del disco.

Preferisci di più la dimensione in studio o quella dei live?
Suonare dal vivo è sempre bellissimo e ogni volta straordinariamente diverso, ma è pur vero che sono e resto da sempre un animale da studio. E' quella la mia naturale attitudine. Amo registrare, fare, rifare, improvvisare e correggere fino all'apparente raggiungimento della perfezione.

Ti ha mai affascinato l'idea di dedicarti alla produzione artistica di lavori di altri musicisti?
Ho prodotto svariati progetti in passato, ma nel tempo mi sono accorto che non possiedo né eredi né musicisti attratti dal mio modus operandi, quindi non mi pongo il problema. Sono e rimango disponibile alle produzioni esterne, fatto sta che quasi sempre è tutto decisamente decadente. Budget a disposizione, studi di registrazione papabili nonché giri di amici di merende legati alle produzioni, ecc. Se non rientri in certi giri di amicizie, difficilmente in Italia vieni chiamato o contattato per una produzione. Quando non sei dentro al cerchio magico le tue capacità artistiche e la conoscenza dei metodi e degli strumenti di lavoro in studio, non hanno alcuna rilevanza.


Hai mantenuto viva la tua curiosità nella ricerca di band o artisti "nuovi"? Ti capita spesso di andare a vedere concerti?
Avere dei chiari riferimenti è per me traducibile come rilevare un testimone di qualcosa che non c'è più. E' sempre stato così, basti pensare all'eredità lasciata da Elvis, capace anche dopo la sua morte di condizionare migliaia di musicisti, anche italiani. Detto questo chi mi conosce sa da dove provengo. Musicalmente nasco dai primi anni 80, quando la new wave inglese impattò nell'immaginario di noi ragazzini adolescenti di quegli anni. Io, in particolar modo, fui rapito dal suono di Manchester e Liverpool e dal quell'ossessione per i chorus riverberati e per quei meravigliosi amplificatori che rilasciavano suoni celestiali. Da molti anni non ho più una spiccata vita sociale, specialmente notturna. Vado raramente ai concerti, sia perché ce ne sono troppi (una confusione di band, cantautori, cantautrici, e via dicendo) sia perché mi piace decisamente vivere di più il giorno. La notte mi ha sempre attratto particolarmente, ma vedere gente negli ambienti della musica spesso mi annoia a morte.

Il periodo che stiamo vivendo è caratterizzato da una continua evoluzione (a mio parere, per certi versi, di involuzione). Ti chiedo di immaginare come sarà esibirsi e pubblicare dischi da qui a 5 o 10 anni. Credi che in qualche modo questo processo di cambiamenti si rivelerà inarrestabile? Oppure pensi che in qualche modo si potrà tornare a concepire un disco come un'opera dispensatrice di cultura e non solamente ad un escamotage per far aumentare i consensi sul web? Nella seconda ipotesi, secondo te come bisognerebbe intervenire?
Non ho assolutamente in mente cosa diventerà la discografia nei prossimi anni. L'argomento è talmente riduttivo che davvero non mi interessa più di tanto. Di certo scomparirà tutto, poiché il disaffezionamento alla musica è oramai palpabile ovunque, addirittura implacabile nel riflesso del suo stesso destino. Nel tempo tutto cambia, bisogna farsene una ragione. Tutto nasce, si trasforma e poi muore. Immaginare che la musica possa tornare ad essere una "dispensatrice di cultura" è qualcosa che fa davvero sorridere, poiché non lo è più già da molto tempo. Fare musica sarà indubbiamente sempre più facile, ma l'arte del suono e dei contenuti probabilmente si riavvolgeranno su se stessi, incapaci di evolversi in qualcosa di attraente. Ovviamente questa è solo la mia personalissima visione, che nella sua decadenza ha comunque molto fascino. Dalla merda nasce sempre un diamante. Come intervenire non è davvero possibile chiederlo a me, sono incapace di trovare uno spiraglio di soluzione o un barlume di ipotesi. Manca anche il semplice entusiasmo per immaginare, bisognerebbe chiederlo agli innumerevoli giovani musicisti "indie" italiani. La lista è comicamente interminabile.

Una delle caratteristiche della tua scrittura è il sarcasmo e l'ironia. Quanto contano per te nei momenti di difficoltà? Sono una risorsa a cui attingere per alleggerire il tuo sguardo sul mondo che ti circonda?
Chi mi conosce sa perfettamente quanto ami scherzare su tutto (sorrido). La mia provenienza geografica legata ad un considerevole senso dello humour, fortunatamente mi ha sempre permesso e consentito di ridere e di sorridere anche di me stesso. L'ironia nella vita è un bene imprescindibile dal quale non bisognerebbe mai e poi mai separarsi. Privandosene metteremmo a serio rischio quel poco di buono che rimane della nostra esistenza. Il mondo che ci circonda ha cambiato i suoi connotati molto velocemente, la sua fisionomia è diversa anche già rispetto alla settimana precedente. Avere questa consapevolezza di certo non aiuta, tuttavia bisogna cercare e possibilmente trovare i lati positivi della questione, a costo di immaginarseli. La realtà odierna ha poca voglia di scherzare, ogni giorno ne dà segni tangibili. L'essere umano, dentro ai suoi limiti, deve saper reagire sorridendo il più possibile. Forse è l'unica vera e autentica medicina che ci resta.


Intervista a cura di Iris Controluce


 

domenica 21 dicembre 2025

FATTORE RURALE - EMILIA COWBOY - INTERVISTA E RECENSIONE A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI



Un filo sottile come lo spago, ma affilato come la lama di un coltello collega idealmente la via Emilia con il West, per parafrasare il titolo di un album di Guccini. Su quel filo camminano come funamboli senza rete i brani country folk innervanti di chitarre elettriche dei Fattore Rurale, band emiliana capitanata da Marco Costa (voce, chitarra acustica) con in formazione Riccardo Polledri (chitarra elettrica), Gianluca Ferrari (basso) e Alex Janev (batteria). Il loro ultimo album, “Emilia Cowboy”, è molto esplicativo fin dal titolo di questo legame profondo tra Emilia e West. La voce scorticata ed espressiva di Marco Costa ne è l’elemento caratterizzante, in grado di dare profondità ai testi e filmando, negli otto brani che compongono il lavoro, la cavalcata solitaria di un cowboy ferito in cerca di sé stesso. Registrato in presa diretta, il disco è stato prodotto in modo minimale per esaltarne la spontaneità. In apertura la title track chiarisce subito fin dal primo verso, “benvenuti all’inferno”, che la pista desertica tra i canyon che seguiremo sarà tortuosa e dovremo tenere duro per non affondare. Tra i pezzi più incisivi spiccano anche “Rispetta il dolore”, intrisa di ricordi sanguinanti e “La stagione del veleno”, ballata dei sogni infranti. Negli ultimi due brani “Fulmini” e “Prendi e portami via” si intravvede un raggio di sole nell’amore per una donna. “Emilia Cowboy” è lo specchio sporco in cui si riflette il suo autore, provato dalla vita, ma con quel bagliore negli occhi di chi, grazie al potere taumaturgico della musica, ha saputo capirsi e accettarsi. 




Marco Costa si è prestato ad una chiacchierata che non si limita all’album, ma abbraccia anche ricordi personali importanti.

- “Emilia Cowboy” è un album che mi fa venire in mente, per suggestioni, per associazione di immagini il titolo dell’album di Guccini “Tra la via Emilia e il West”. Possiamo dire che la polvere dei canyon si è depositata sulle vostre canzoni?

- Finalmente qualcuno che mi fa la domanda diretta. Io sono nato con Guccini, quando in prima superiore lo ascoltavo venivo preso in giro. Quindi sì. Tra l’altro c’è un episodio bellissimo successo ultimamente. Stavamo tornando da un live e io dicevo al chitarrista “sai che quando Guccini vedeva…” E lui mi fa: “Ti fermo subito Marco, hai rotto il cazzo”. “Perché?” “Perché lo dici sempre”. Quando Guccini vedeva le ciminiere della centrale a Piacenza si sentiva a casa perché entrava in Emilia. 

- Mi sembra che l’album sia narrativo. E’una mia impressione o c’è un unico protagonista che si evolve? E se sì quanto c’è di te in lui?

- Non lo so in realtà perché ovviamente scrivo quello che vivo e quello che vedo, la realtà, quindi sì è l’evoluzione dell’essere. Detto ciò, come me ho incontrato altri miei simili. Comunque sì è un processo di accettazione. 

- Un elemento distintivo del vostro suono è l’uso dello strumento voce, una voce scorticata quando canti che esce come un soffio, a volte mi è sembrato anche come uno sputo da labbra dalle quali pende una sigaretta spenta. L’espressività per te conta di più delle doti vocali canoniche?

- Io credo che tutte le persone possano cantare. Nel senso che se uno vuole cantare lo può fare e non c’è bisogno di essere intonati, bisogna fare di necessità virtù. Trovare quello che sei capace di fare e esaltarlo. Idem quando uno suona uno strumento, non c’è bisogno di fare gli assoli di Steve Vai, nel senso che a me piace ad esempio molto l’album “Ship arriving too late to save a drowning witch” di Frank Zappa con Steve Vai, ma non c’è bisogno di fare quelle cose, quindi secondo me conta di più quello che comunichi rispetto a come lo comunichi. Un esempio è anche Nick Cave che non fa delle canzoni alla Placido Domingo. Cave è più interprete che cantante. Non è Dio, ma quasi. Quindi voglio dire conta veramente poco la tecnica quando si fa arte e anche in generale nella letteratura.

- “Rispetta il dolore”, pezzo sporco, intriso di desolazione. Il dolore è, come tutti i nostri sentimenti più privati, invaso dal voyeurismo digitale. C’è un modo di sottrarsi secondo te?

- C’è un modo, che però porterà a salvare non tutti, ci salverà singolarmente, nel senso che dipende da come usi i social in questa società che è allo sbando. I social, per quanto mi riguarda, servono per interagire con gli altri, ma non sono usati per questo bensì per mettere in mostra chi siamo ed è sbagliato. A me interessa condividere, non vedere senza avere rapporti e purtroppo invece è diventato così. Ci salviamo se personalmente capiamo che dobbiamo evitare certe dinamiche. Nel senso che se vedo qualcosa di un artista che mi piace e che non sia famoso e riceva migliaia di messaggi, gli scrivo e lui mi deve rispondere. Perché i social sono nati per questo. Posso scrivergli ad esempio “Ma che bella canzone” e lui mi ringrazierà e da lì nascerà un dialogo. Questa situazione però è una mia utopia perché non è quasi mai così. Uscendo da queste dinamiche ti salvi, capisci in che modo vanno usati i social.  

- In “La stagione del vento” c’è un verso che mi ha colpito molto che dice “ormai non è più tempo di difendersi”. Arrendersi di solito è l’ultima opzione possibile e allora cosa spinge il protagonista di questa canzone a farlo?

- Si basa tutto sul concetto di eterno ritorno, perché la morte in realtà non è la fine ma una rinascita. Quindi lui si arrende e poi rinasce. Fallisce, muore, rinasce sempre. E’un concetto che in realtà è difficile da metabolizzare anche per me che lo vivo, un concetto particolare perché c’è sempre una visione pessimistica della vita, ma in realtà il vivere ogni momento ciclicamente all’infinito ti fa capire che i pochi momenti felici che ci sono nella vita vanno vissuti appieno e i momenti brutti, che sono molti di più, ti serviranno per affrontare gli altri che ti capiteranno ciclicamente. “La stagione del veleno” tra l’altro è dedicata a una persona a me molto cara che si chiama Renato e dietro c’è una storia molto particolare che se vuoi ti racconto.

- Certamente, può essere interessante.

- Avevo questo amico che si chiamava Renato. Anni fa quando non c’erano ancora gli smartphone, sarà stato intorno al 2006-2007, io avevo perso il suo numero di telefono e andavo nei posti che frequentava lui nel paesino in cui viveva per vedere se riuscivo ad incontrarlo per strada. L’ho fatto fino al 2024. E pensavo che lui sapeva che volevo fare musica, io ero giovane mentre lui era molto più grande di me e mi chiedevo chissà se anche lui si è fatto i social, se vede gli articoli di giornale. Poi tramite amici in comune che non sapevo di avere e lo conoscevano ho scoperto che, in realtà, nel 2024 lui era morto da 12 anni. E sono rimasto di ghiaccio perché pensavo di poter controllare il tempo, mentre il tempo se ne frega e va avanti. Così di getto è nata questa canzone.

- Sì certo noi ci crediamo eterni. 

- Esatto, anche all’Universo in realtà non frega nulla. Poi quando lo metabolizzi e lo capisci lo accetti però si parte dalla presunzione di essere eterno e dire “no questo lo faccio dopo”. Non ho cercato abbastanza, potevo trovarlo. Andavo anche nel posto in  cui lavorava ma non mi davano il numero di telefono perché dicevano che non si poteva lasciarlo a sconosciuti e avevano ragione. Adesso che so com’è andata lo vado a trovare al cimitero. 

- Tornando all’album, “Emilia Cowboy” è un disco di chitarre e voce in primissimo piano, la produzione mette in risalto il suo essere crudo, diretto. Non è un album di grandi sovraincisioni. E’stato composto di getto o lo avete meditato a lungo?

- Ci abbiamo messo circa un mese per scrivere le canzoni partendo proprio da “La stagione del veleno” e poi ho detto “facciamo un album alla vecchia scuola, in presa diretta”. Quindi c’era l’idea di farlo e ne avevo il tempo. Un altro mese è servito per provare i pezzi e poi tre giorni per registrarli. Fine. Presa diretta, pochissime sovraincisioni. In qualche brano con la cassa la voce è stata sovraincisa, ma tutto il resto è appunto in presa diretta. In realtà tutti i nostri album sono così. Nel senso che se avessimo i soldi per farli subito sarebbero pronti in tre giorni. Se lo facessimo però dovremmo rapinare banche il che è un po’ un problema.

- Invece in “Codardo” come si fa ad accettare un viaggio che ha già un percorso scritto?

- Anche questa canzone ha una storia strana. Mi consigliavano di guardare “Arrival”, un film di Villeneuve. Mi convinco, lo guardo e ci rimango di merda perché un’ora prima avevo scritto “Codardo”. La frase iniziale del brano anche se un po’ modificata è una citazione del film. E allora come si vive sapendo che il percorso è già scritto? E’accettazione, non crediamo nelle favole. Se sai già come va a finire non trattenerti perché tanto la tutela dal dolore è un processo inutile, nel senso che non è che se tuteli dal dolore non soffri. Durante i live dico che oggi i mass media fanno passare questo messaggio per cui se non dici la verità non va bene. In realtà la verità non va sempre detta, questo è il senso di “Codardo”, empatizzare. Tu sei pronto per sentire la verità? Non lo so se lo sei, però io sono pronto a tenermi le mie porcate dentro e a fare i conti con i miei peccati. Anche questo si lega all’eterno ritorno nel senso che tu sai dove stai andando, sai quello che fai nel bene e nel male, basta solo guardarsi dentro e empatizzare. 

- Negli ultimi due pezzi dell’album “Fulmini” e “Prendimi e portami via” un bagliore di luce entra in una stanza buia, si sente che c’è un eco di amore. I due pezzi mi sembrano due facciate di una lettera d’amore.  E’il sentimento per cui vale la pena vivere?

- No. In realtà non vorrei rispondere a questa domanda perché vorrei che il lettore traesse lui le sue conclusioni. L’amore in realtà è un percorso, un processo, cambia, varia, evolve ed è molto complicato. Non è come la morte in cui muori e ricominci. Diciamo che le ultime due canzoni sono, come dici tu, una luce che fa da guida. Chi ascolta l’album rinasce.

- Nell’ultima canzone in particolare c’è una tastiera che dà un tocco di leggerezza finale e risolleva lo spirito alla fine del viaggio. In questo pezzo si intravvede il cielo dietro la nebbia? 

- Il concetto è quello lì e succede una cosa alla fine della canzone a livello compositivo che riassume l’album, ovvero proprio il concetto dell’eterno ritorno. La tastiera è suonata dal nostro fonico e anche qui c’è una storia incredibile. Nel 2018 ci chiama Giovanni Sala, che faceva il produttore, per un incontro. Noi andiamo e gli proponiamo il secondo disco “Raccolgo la notte” e lui ci dice “Guardate ragazzi io butterei via tutto quello che avete fatto”. Io sono rimasto colpito. Mentre tutti ci dicevano “io saprei come fare” lui ci ha detto “tornate quando siete pronti”. E lì ho capito che in un mondo di squali lui ci ha mandato a quel paese. E’stato onesto. Siamo diventati amici, passano gli anni e con “Emilia Cowboy” abbiamo fatto l’album insieme. Dal dolore è nato un fiore.  

- Cioè lo ha prodotto lui?

- No il produttore sono io, la produzione artistica è interamente mia, lui ha fatto il fonico, ha mixato e masterizzato. Io sono un tipo un po’ particolare, ho le mie idee e faccio fatica a spostarmi ma poi, in realtà, ho ascoltato molto i suoi consigli. Abbiamo registrato appunto in presa diretta e ogni volta che lui diceva “va bene” sapevo che andava bene per davvero. Mi ha dato la forza, l’input di farlo. Essendo un po’ particolare decido io però ascolto molto i consigli degli altri. La figura del fonico è molto importante, deve empatizzare con te. Per suggellare il nostro rapporto abbiamo fatto l’album con Giovanni Sala come fonico, ma ho anche un ottimo rapporto con Daniele Mandelli, fonico storico da quando ho iniziato a suonare, che non lascerei per niente al mondo e con cui stiamo facendo un altro album. 



Vita e morte sono l’essenza di “Emilia Cowboy” e il messaggio è chiaro, dobbiamo bere senza risparmio ogni attimo fino all’ultima goccia, perché non sappiamo cosa ci riserva il domani e rinunciare a godere di quello che abbiamo oggi è come abbandonare la nostra anima al vento.


MEGANOIDI LIVE AL JACK RABBIT DI MASSA IL 12-12-2025. REPORT E GALLERY A CURA DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE


Esistono gli animali da palcoscenico, star che con naturalezza cavalcano la scena, e poi ci siamo noi, che dalla platea facciamo di quegli animali degli eroi, i nostri eroi. Questo è Animali da parterre, io sono Denise e stasera vi porto con me al concerto dei Meganoidi.


Ore 23.15, hanno appena finito di suonare i due gruppi di apertura della serata. Direttamente da Piacenza Il Fattore Rurale e La Polveriera da Verona. Oggi si festeggia il compleanno del Jack rabbit, uno dei locali di riferimento della città di Massa. Tra poco si esibiranno i Meganoidi con una formazione ridotta al minimo per questa serata acustica. Lo fanno spesso di intervallare il tour elettrico con alcuni show chitarra e voce. E un’abitudine che hanno preso da quasi cinque anni, quando i tempi di restrizioni obbligavano a reinventarsi diventando poi un modo per riuscire a portare la musica anche dove uno spettacolo elettrico non può arrivare. Certamente una scelta aggregante, per me la prima volta che li vedo in questa forma. C’è parecchio movimento, la gente è ancora sparpagliata; il locale, abbastanza contenuto, si propaga però in un labirinto di scale esterne dove i ragazzi amano prendere posto riuscendo a guardare comunque dentro grazie alle vetrate che lo circondano. Piano piano si avvicinano nel brusio, è quasi il momento. Qualcuno ha appena preso un cocktail e si appresta a gustarlo davanti al palco. C’è chi non li conosce i Meganoidi, forse per età o accompagnati da fan di vecchia data, c’è chi come me li ha seguiti parecchio negli ultimi anni e sorride ricordando i tempi di un’età più spensierata, come se essere lì concedesse il lusso di un illusorio viaggio nel tempo. Due sgabelli alti, due aste, cinque plettri azzurri attaccati con del nastro adesivo, due calici di birra a terra, una chitarra e una sola scaletta. “Tanto non ci vedo” dirà poco dopo nella penombra e strizzando gli occhi il frontman con spiccato accento genovese.



All’anagrafe Davide di Muzio, voce della band, si farà guidare nell’esecuzione della scaletta da Luca Guercio, che questa sera ha abbandonato la tromba per impugnare la chitarra. Si parte tranquilli con “Ora è calmo il mare”, segue “Delirio Experience” la storia divertente e preannunciata di un cocktail venuto male per colpa della violetta, ed è gia l’ora di “Meganoidi”. Mancano le trombe e Luca ci chiede di andargli in soccorso tenendo il ritmo con la voce: la quarta parete è rotta, ci hanno già conquistato al terzo brano. Davide fatica a star seduto, le gambe fremono, si vede che la dimensione acustica gli sta stretta, ma la gestirà a modo suo, cantando in piedi per quasi tutto il resto della serata. Dopo “Condizione” la prima canzone d’amore della serata, una dichiarazione d’affetto per il pubblico, “Mia”. Ci accolgono e abbracciano ad ogni brano, raccontandocelo un po’, presentandolo, dedicandolo. “Accade di la” ci riporta con i piedi per terra a fare i conti con la responsabilità di occuparci anche di ciò che sembra non toccarci. E poi “1982” e si diventa grandi, nel tempo di un ghiacciolo che si scioglie. Ci raccontano di aver fatto pace con la polizia municipale anche se “Supereroi” riesce a infiammare la platea anche in acustica. La scaletta ha ancora in serbo un paio di canzoni prima di arrivare a un brano del 2000, ora cantato in parte in italiano in una versione che ricorda gli Empire of the sun, è “King of ska” che i suoi anni se li porta ancora bene. Dalla platea, sulla scia dell’ amarcord, una voce sovrasta le teste intonando “Mi ricordo di te...”. Al coro si uniscono altre voci.



Davide sorride, arrossisce e si unisce al coro, è “Nazigoliarda” una canzone brevissima dell’album “Into the darkness” del 2000: non è certo un brano da live ma è un segno distintivo di appartenenza “io ti conosco, io c’ero” sembra dire quel coro improvvisato. Arriva “Gocce” colonna sonora del film “Il mio compleanno”, e sulla scia struggente si esibiscono con il penultimo brano, “Zeta reticoli”. “Brucia ancora” dicono. Già, come 25 anni fa, sono sempre gli stessi e noi questa sera ci sentiamo ancora come all’epoca ma sappiamo che se brucia ancora è perché siamo tutti cresciuti e cambiati ma allo stesso modo, dalle stesse radici, seguendo gli stessi valori. “Illuminando ogni brivido, se ti accorgessi che io ti curo” dice l’ultima canzone. Si intitola “Ogni attimo”. “Prendetevi cura delle persone che amate perché è l’unica cosa che conta”. Con questa frase concludono il concerto. 28 anni di musica sulle spalle combattendo contro tutti i nemici del male, ci parlano oggi di amore e di cura. Sembra di esser finiti in cerchio cantando alla festa di un amico testi che non passano mai. Davide allarga le braccia e poi le incrocia al petto come se volesse conservare dentro di se un po’ si quell’energia che dal pubblico gli stavamo rimandando. Ringraziano tutti con la gentilezza delle prime armi e la grandezza di chi sa cosa vuol dire prendersi cura della propria storia, delle parole, della propria crescita e del proprio pubblico. No i Meganoidi non sono nemici dell’uomo e della terra, come diceva il bimbo nell’intro della loro omonima canzone che non voleva diventare come loro. Oggi quel bambino è grande e come loro un po’ ci vuole diventare. Allora grazie Meganoidi, questa sera è stato chiaro: conservate di nascosto sempre lo stesso smalto.



Denise 

Credits

facebook: Denise Vanello

instagram: imdeniseandirock + animalidaparterre



 

mercoledì 17 dicembre 2025

10 PICCOLI INDIANI PER IL 2025 - ECCO GLI ASCOLTI DELL' ANNO DI LJUBO UNGHERELLI E 10 TWEET DI MOTIVAZIONE


Come ogni anni amici e collaboratori di Riserva Indie ci propongono i loro ascolti dell'anno in rigoroso ordine sparso. Ecco le dieci scelte di Ljubo Ungherelli, avamposto indiano nella città di Firenze e tuttora grande scrittore vivente


A PEZZI “TENAGLIE”/“DONNIE”/“NUOVE PARANOIE”
Trittico di singoli per un gruppo che ogniqualvolta torna a farsi sentire propina sempre soddisfazioni ai padiglioni auricolari. #itremoschettieri


FRANCO BAGGIANI “SMILES”
Un disco di inediti sulle orme di Miles Davis ma con una personalità peculiare. #sorrisiecanzoni


CASINO ROYALE “FUMO”
Sempre meno vicino a tutto ciò che fu, lo storico collettivo prosegue coraggiosamente il proprio percorso. #lavitanonsifermatictac


THE DEVILS “DEVIL’S GOT IT”
Una raccolta di standard della musica del demonio per celebrare il primo decennio di attività del mefistofelico duo. #decadeofdecadence


EDDA “MESSE SPORCHE”
Archiviati gli esperimenti da crooner, il cantante milanese torna a usare la Voce nel modo che più gli è consono (pur tra le macerie di una disastrosa strategia di marketing). #messeanacronistiche


MESSA “THE SPIN”
Se la presente lista redatta in ordine alfabetico fosse altresì una graduatoria, risulterebbe difficile scalzare “The Spin” dal gradino più alto del podio. #spinspinspintheblackcircle


NOT MOVING “THAT’S ALL FOLKS”
Un addio (sempre che lo sia realmente) in grande stile per queste leggende del rock’n’roll. #arrivederciegrazie


RITMO TRIBALE “2000 BYE BYE SHOW – LIVE 26 MAGGIO 2000”
Il primo di una lunga serie di concerti d’addio rivive in un disco utile a ricordare qual era e qual è il miglior gruppo rock in Italia. #chemondosarebbesenzaritmotribale


SICK’N’BEAUTIFUL “HORROR VACUI”
Eccellenza italiana da esportazione nel mondo e nello spazio. #astrocreep2025



SMALLTOWN TIGERS “I BREAK FREE”
Nuovo singolo che vira in modo convincente verso certi territori indie rock a stelle e strisce. #somethintodü


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