domenica 30 agosto 2026

CHIARA ACCARDI - NUGE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Far leggere al mondo il proprio diario segreto è una scelta coraggiosa e difficile, oltre che un atto di fiducia nei confronti degli altri. L’album “Nuge”, esordio della cantautrice palermitana Chiara Accardi è un po’ il suo diario segreto, in cui le canzoni sono pagine di vita vissuta, storie vere che hanno lasciato in lei un segno importante. La prima pagina del diario è il brano “Promettilo”. Il chiacchiericcio televisivo grondante di promesse regolarmente disattese si apre in un coro che invita a promettere e mantenere sul serio. Il testo è un’invettiva contro questo mondo di “sporche bugie travestite da conforto”. La componente percussiva di questo come di altri brani è stata creata in modo decisamente originale, registrando e campionando i respiri delle persone, come ci ha spiegato la cantautrice stessa. “Stanca di correre” inizia con un arrangiamento minimale che evolve in una ritmica coinvolgente. Il pezzo nasce dalla sua fatica di gestire una quotidianità oberata da impegni che non lasciano spazio ad un solo attimo di riposo. “Mi manchi ma non parlo” è una traccia carica di emozioni in cui la voce della cantautrice mostra tutta la sua espressività. Il testo è un dialogo con un amore tormentato, segnato dal timore di provare sentimenti cui è impossibile resistere. A seguire “Libera” crea un riuscito contrasto tra l’andamento leggero e musicalmente un po’ spensierato e un testo che è lo sfogo per tutte le volte in cui persone in apparenza gentili e amichevoli hanno rivelato una doppia faccia. “Come fosse un film” ha un arrangiamento che ne esalta la scrittura un po’ country ed ha quale arma vincente un ritornello con un hook irresistibile. Il testo riprende la storia d’amore già al centro di “Mi manchi ma non parlo” e ne fotografa la cocente delusione al suo epilogo. Penultimo brano, “Re La Sol” è un gioiellino di ballata struggente in cui il pianoforte e la melodia rapiscono l’anima di chi ascolta. In chiusura “Gatto Randagio” è una ventata di allegria che stempera un po’ la serietà emotiva che caratterizza il resto dell’album. 
Chiara Accardi ha rilasciato un’intervista per Riserva Indie in cui mi ha raccontato capitolo per capitolo il diario personale al centro del disco.



- Quanto è importante nella tua scrittura la ribellione al qualunquismo della normalità?
- Non parlerei di ribellione, ma più di resistenza perché non mi sento in una posizione ribelle rispetto a quello che mi capita. Sono comunque grata anche della mia quotidianità. Le canzoni sono strettamente autobiografiche e parlano di quello, però è il modo in cui le vivo che mi fa parlare appunto di resistenza. Nel disco c’è il brano “Stanca di correre” in cui sembra che si manifesti una ribellione ad una quotidianità monotona, ma in realtà il problema non è la quotidianità, ma come viene affrontata. Essere immersi in essa però saper trovare il tempo per la passione. Viviamo la quotidianità però non ci dobbiamo dimenticare di dedicare tempo anche a ciò che è importante. E’ una cosa in cui non sono pienamente brava perché vengo sempre sommersa da tutto quello che devo fare e anche ritagliarmi il tempo per la musica, capire che avevo bisogno di vivere il tempo per la musica è una lezione che do a me stessa praticamente ogni giorno. Quindi io la chiamo resistenza. 
- Come hai detto quindi il tuo è un album autoritratto. 
- Sì assolutamente, tutte le storie, tutto ciò di cui parla è strettamente autobiografico, anche perché sono canzoni nate in modo molto naturale. E’ stato difficile pubblicarlo perché senti di dire cose che nella normalità non diresti a tutti. Magari ti confidi con un amico, mentre quando ti trovi a pubblicare una canzone di questo tipo hai anche un po’ di riserbo e speri che chi le ascolta possa prendersene cura. 
- Il coro di “Promettilo” mi ha incuriosito perché emerge dalle nebbie televisive e musicalmente mi ricorda un coro africano, data anche la marcata componente percussiva. 
- Forse la componente africana deriva dal fatto che volevo fosse un inno corale veramente arrabbiato. Di fronte alle mille promesse c’è un coro che dice “abbi il coraggio di assumerti delle responsabilità di quello che dici”. Si inserisce dopo le voci di telegiornali che parlano di promesse molto importanti, la fine della guerra da parte di Trump, estratti dei discorsi di Giorgia Meloni, quindi è un coro molto arrabbiato. Per quanto riguarda la componente tribale io volevo che fosse un album vero nei suoni. Molte delle componenti percussive in realtà sono respiri che abbiamo registrato singolarmente e che poi abbiamo appunto utilizzato come parti percussive. Per cui le tante voci registrate più i respiri campionati vanno a creare una pasta sonora molto corale e sì può essere definita anche tribale, anzi è un aggettivo che mi piace molto. 
- L’utilizzo in questo modo dei respiri è qualcosa di davvero particolare. 
- Sì e ritornano in altri brani. In “Come fosse un film”, nel ritornello la parte principale sono due respiri, inspirazione ed espirazione. 
- Parliamo di “Stanca di correre”. Con questa canzone cerchi un modo diverso di stare al mondo?
- Sì è il modo che vorrei imparare, che mi auguro di assimilare nel vivere la mia quotidianità. Mi sono laureata al Conservatorio e sinora ho avuto una vita molto serrata perché ho fatto sia Filosofia che il Conservatorio e tutt’ora sto studiando Filosofia. Quando è nata “Stanca di correre” ero al terzo anno di Filosofia e al secondo di Conservatorio e quindi puoi immaginare come fossero le mie giornate. Mi ritrovavo ad essere un po’ soffocata. Tutto questo carico di studio e di impegni, il fatto di non essere mai a casa, di uscire alle otto del mattino e tornare alle otto di sera faceva sì che non riuscissi a ritagliarmi del tempo per la musica. Con questa esperienza ho imparato che devo imparare a fermarmi ogni tanto e quindi se arrivo in ritardo non succede niente, che posso essere più leggera, meno dura con me stessa. E’ un modo di vivere che non ho ancora imparato ma mi auguro di riuscire ad imparare presto. 
- La filosofia ti aiuta a capire meglio la musica e viceversa?
- Nì, la filosofia va capita Nell’uso quotidiano c’è il detto “prendila con filosofia” ed è il detto più sbagliato che esista. Perché la filosofia richiede un approccio molto pesante ai problemi. E anche il problema semplice in realtà nasconde un mondo, quindi sì la filosofia e la musica nella mia vita sono molto legate anche perché negli ultimi tre quattro anni ho avuto l’anima scissa tra filosofia e musica e quindi convivono in me. Mi sento cambiata da quando ho iniziato a studiare filosofia perché è un modo diverso di vedere le cose, affrontarle, analizzarle. E’ nato dentro di me un sentimento più politico, che non significa per forza partitico, ma capisco le cose e mi arrabbio ancora di più. Da qui  la voglia di cantare le cose perché si pensa a possibili soluzioni. Quindi sì sono legate in me perché cammino con un piede nella scarpa della filosofia e l’altro nella scarpa della musica. 
- “Mi manchi ma non parlo” l’ho interpretata come un’irresistibile attrazione nei confronti di un amore che si è rivelato tossico, ma non si riesce a cancellare. 
- Ti spoilero una cosa che sanno in pochi. “Mi manchi ma non parlo” e “Come fosse un film” sono due facce della stessa medaglia. “Mi manchi ma non parlo” l’ho scritta all’inizio di una relazione che avevo un po’ idealizzato, con il senno di poi. Era una relazione che faceva fatica a partire, non accettavo di provare dei sentimenti e quindi tendevo a tenerla lontana anche se sentivo che c’era qualcosa. Infatti dico “mi manchi ma non te lo voglio dire”. Era rifiutare qualcosa che sapevo di volere. Quando questa relazione è sbocciata si è rivelata una grande utopia e quindi tutta la rabbia per questa utopia l’ho riversata in “Come fosse un film”. 
- Si sente che è una canzone incazzata.
- Eh sì.
- Musicalmente i tuoi pezzi sono dei crescendo emotivi. Come definiresti il tuo stile compositivo, sei più emotiva o più razionale?
- Emotiva. Quando scrivo musica è l’unico momento in cui non sono strettamente razionale, l’unico momento in cui mi lascio andare. Per il resto sono molto concreta. Quando scrivo mi sento invece fuori dalla mia testa, dai miei problemi.
- In “Libera” scrivi “se dobbiamo far finta di essere felici allora sai che c’è? Voglio essere libera”. Quanto hanno pesato nella tua vita i condizionamenti di chi ti ama, ti ha amata o dice di amarti da quando hai iniziato a fare musica?
- “Libera” è una canzone che è nata dopo aver avuto i primi approcci con il mondo musicale, soprattutto nel mio caso il contesto musicale palermitano. Mi sono resa conto che le dinamiche di questo mondo erano un po' più tristi di quel che pensassi. Tendo ad essere a volte ingenua, specialmente lo ero tempo fa. In alcuni contesti mi ritrovavo ad essere come un libro aperto, ma ho imparato che in realtà non tutto quello che vedevo era vero. Persone che avevano nei miei confronti atteggiamenti molto carini, quando erano in contesti diversi avevano un atteggiamento molto diverso. La seconda strofa di “Libera” infatti è dedicata a una cantautrice palermitana e quando ho scoperto questo suo atteggiamento l’ho odiata tantissimo. Da quel momento ho iniziato un po’ a svegliarmi. Quindi la risposta a quanto è pesato è che è stato pesante. Ho capito che dovevo iniziare a restare un po’ più con i piedi per terra. Ho iniziato guardandomi intorno con un entusiasmo vulcanico, tutto mi sembrava bellissimo, però poi ho dovuto fare i conti con dinamiche diverse. 
- Hai già parlato tu del significato di “Come fosse un film”. Vediamola di più dal punto di vista musicale. Ha un sapore country folk di stampo americano, direi quasi da film western guardando anche il bellissimo videoclip che hai fatto che, pur non avendo un’ambientazione strettamente da film western ha però le luci giuste, il poker crea l’effetto saloon. Sei andata a cercare le tue radici musicali anche lì?
- Sì in realtà non ascolto molto country folk americano, l’unica che ho ascoltato è Elle King e anche Lp che però non hanno molto a che fare con il country folk americano. Inizialmente avevo arrangiato la canzone da sola e mi dava queste vibes. E’ nata così e non ti so spiegare nemmeno come. I miei ascolti sono stati questi ultimamente. Ho ascoltato anche Florence and the Machine, ma sono tutte cose molto distanti. Comunque fin da subito questo pezzo ha avuto una cifra un po’ country e quando eravamo in studio e Fabio Rizzo, che è il produttore dell’album, ha sentito il brano con il mio arrangiamento mi ha detto “secondo me la strada che dobbiamo seguire è questa”. Ci ha convinto subito al cento per cento, però volevamo che si integrasse nella sonorità del disco quindi abbiamo aggiunto i respiri come parti percussive, chitarre molto sporche che restituissero un suono reale, i cori con sessantamila voci per riprendere la coralità presente in tutto l’album. Volevo preservare questa cifra che lo ha caratterizzato fin dall’inizio. 
- Sul videoclip ho diverse curiosità, ad un certo punto compare una pagina di giornale datato 2059 con un forte contrasto tra uno stile western del passato e un 2059 ancora molto avanti nel futuro. E poi mi ha colpito un articolo che si intitola “Esponenti del Governo rassicurano i cittadini sulla sicurezza: l’ordine è al sicuro non c’è spazio per il sentimento”. Vuoi dire che la società ci vuole anestetizzare?
- Esatto. Praticamente i videoclip di “Mi manchi ma non parlo” e “Come fosse un film” sono legati tra loro. Ci sono diversi livelli di lettura, chi guarda distrattamente capisce la trama della storia e amen mentre chi si sofferma su questi dettagli, per esempio il giornale, inizia a capire il contesto in cui abbiamo voluto inserire la canzone. Ci siamo immaginati un mondo, il mondo di “Nuge”, dittatoriale in cui i sentimenti sono stati vietati. Da un lato c’è il potere e dall’altro un gruppo di ribelli che è il gruppo “Nuge”. Quelli presenti nel videoclip sono tutti ribelli. La ragazza con cui in “Mi manchi ma non parlo” sembro intrattenere una relazione d’amore tramite questi bigliettini nascosti, nel secondo videoclip mi tradisce perché, in realtà, faceva parte del regime dittatoriale. Mi sono ispirata a “La fanciulla del West” di Puccini, in cui l’amato tradisce e gli si dà la possibilità di salvarsi per mezzo di una partita a poker. Quindi io e lei nel video ci sfidiamo a poker perché le sto dando la possibilità di salvarsi, ma alla fine vinco e lei viene rapita dalla Resistenza. 
- Soffermiamoci su “Re La Sol”. Il titolo è rimasto così perché era il suo working title e non ne trovavi uno adatto a contenere tutte le emozioni che esprime?
- No, si chiama “Re La Sol” perché inizialmente il motivetto di pianoforte era in Re Maggiore, però poi l’ho dovuta adattare alla mia voce dato l’avevo scritta in una tonalità troppo alta e quindi per cantarla più comodamente l’ho abbassata di un semitono. Però ero affezionata a questo titolo ed è rimasto sempre lo stesso. Ho fatto sentire la canzone a un mio amico che, dopo qualche giorno, mi ha detto “Me lo potevi dire che era l’anagramma di sorella”. Mi ha dato i brividi perché non l’avevo pensata così. Erano appunto le note dell’incipit della canzone. Quindi involontariamente ho creato un anagramma che si adatta perfettamente alla canzone, già pensavo a quello come titolo, ma il fatto che potesse essere quell’anagramma mi ha emozionata ed ho deciso che il titolo sarebbe stato questo. 
- Ancora una domanda sull’ultimo brano del disco “Gatto randagio”. La vita ti ha portata a diffidare dei tuoi slanci? 
- Diciamo di no, “Gatto randagio” è forse il brano più vecchio dell’album, uno dei brani che è nato prima di tutto, anche prima di “Stanca di correre”. E’ un pezzo che anche se risale ad anni fa e nonostante io senta più miei i pezzi recenti, ho voluto inserire proprio alla fine dell’album perché dopo tutte queste storie pesanti molto autobiografiche, vissute c’era la voglia di prendermi un po’ meno sul serio. E’ un brano giocoso, che ti fa ridere un po’ delle disgrazie. L’ho scritto tre anni fa quando stavo per mettere fine a una relazione che mi aveva fatta crescere, ma in cui sentivo che c’era distanza ed è un brano che mi pare riderci su. L’ho voluta mettere nel disco perché mi insegna appunto a non prendermi troppo sul serio. Per questo ho voluto chiudere l’album così. Anche l’ultima frase “eppure, per una come me/Strapperei il cielo come fogli di carta” sembra dire che per me farei di tutto mentre in realtà li butterei via. Volevo lasciare l’ascoltatore con un augurio di leggerezza. Imparare a prendere le cose…
- …con più filosofia, nel senso volgare del termine come si diceva.
- Esatto. 
- Ultima domanda sul titolo dell’album. “Nuge” viene dal latino e significa inezie, futilità. Ma nel disco non mi sembra che ci siano cose di poco conto. Innanzitutto ci sono aspetti molto personali e tematiche sociali che emergono ascoltandolo con più attenzione. Diciamo che gli hai voluto dare un titolo timido?
- Non è un titolo timido, il senso è ripreso da Catullo che aveva scritto un libello in cui parlava d’amore ed era schernito da tutti i poeti del tempo anche perché era molto giovane e, mentre gli altri scrivevano per i patroni su commissione, lui veniva deriso. Nella prima pagina del suo libello ha scritto Dea proteggi queste mie nugae. Per lui tutto erano tranne che sciocchezze, c’erano domande, storie vissute. Lui le chiama sciocchezze per rivendicarne in realtà il valore. Allo stesso modo nel mio album quelle che per molti potrebbero sembrare sciocchezze per me sono tutt’altro che tali. Ci sono cose che forse ho anche paura di dire a me stessa. Ho usato il termine sciocchezza in modo provocatorio. 



“Nuge” è un ottimo primo album, senza filler e con pezzi di forte presa emotiva. Un primo capitolo di una storia musicale che può diventare importante e raggiungere un pubblico più vasto basandosi sul valore di pezzi che si distinguono rispetto alla massa di brani fotocopia che troviamo ogni giorno sulle piattaforme. 

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