domenica 18 gennaio 2026

LOWINSKY - ALICE INIZIA A CAPIRE - INTERVISTA E RECENSIONE A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


In fondo ascoltare un disco non è poi così diverso da leggere una raccolta di racconti, richiede immaginazione. Musica e testi sono la trama e i personaggi in cui ognuno sente di identificarsi a proprio modo, trovando un legame personale con i pezzi secondo la sensibilità e la percezione individuale. E il nuovo album dei bergamaschi Lowinsky “Alice inizia a capire” è pieno di racconti suggestivi e riflessivi, ora indie rock, ora punk peso piuma, sospesi tra oscurità e qualche goccia di speranza. Sfogliando questo nuovo lavoro della formazione composta da Carlo Pinchetti (voce e chitarra), Linda Gandolfi (voce), Davide Tassetti (chitarra), Elena Ghisleri (basso e violoncello) e Federico Inguscio (batteria) il primo capitolo “Brucia”, storia di tutti quelli che non si rassegnano ad essere condannati ad una vita di giorni tutti uguali come bianche fotocopie, dà già indicazioni precise sulla trama spesso malinconica dell’intero lavoro. L’armonizzazione delle voci di Carlo e Linda è il valore aggiunto non solo di questo brano nello specifico, ma dell’intero album. La traccia che segue “Love gone”, cantata in inglese, volta letteralmente pagina accelerando in direzione “Radio Free Europe” dei R.E.M. e stempera un po’ la cupezza iniziale.  Il terzo racconto “Il trono d’oro” è una ballata che spicca il volo sulle ali del violoncello di Elena. “Respirare” è un altro capitolo di impegno politico sociale che si apre con atmosfere alla De Andrè richiamate dalla voce maschile per poi sfociare in un ritornello influenzato dal brit pop. La title track “Alice inizia a capire” è punk quasi ramonesiano con strofe in italiano e ritornello in inglese. Con “The Symmetry”, scritta in collaborazione con i Fernandhell di Livio Montarese, storica figura del punk italiano anni 90, le atmosfere tornano fosche e rese ancora più maliconiche dal violoncello. “Avanzi” è inconsapevolmente baustelliana e si fregia di un evocativo assolo di chitarra. In “La fortezza” la trama si fa nuovamente più scura e il parlato finale è la spiegazione scientifica dell’infelicità cui è condannato l’uomo. L’album si chiude con l’ultimo capitolo “Beautiful”, ballata in inglese che lascia trapelare un timido raggio di speranza.


Le note a piè pagina di “Alice inizia a capire” sono affidate al racconto degli stessi autori.

- Cominciamo con il vostro nome, Lowinsky. E’un musicologo del 900 conosciuto per i suoi studi sulla polifonia rinascimentale. E’stato scelto perché legato in qualche modo alle sue teorie in campo musicale o perché suonava bene e non risulta essere stato usato da nessuna altra band?
CARLO – Mi piacerebbe risponderti che siamo così colti da aver scelto Edward Lowinsky, ma in realtà ho scoperto solo dopo della sua esistenza. L’origine è un po’ più stupida ma anche divertente. Il primo nucleo dei Lowinsky nel 2016-2017 voleva un nome che facesse un po’ anni 90 e quindi abbiamo provato ad includere Lewinsky come Monica e altre parole per inventarci qualcosa di divertente, ma non ci convinceva fino in fondo. Poi una sera ero in giro con Drew McConnell, il bassista dei Babyshambles che si trovava a Bergamo a mettere dischi, mi ha chiesto del nuovo progetto, gli ho spiegato la questione del nome e lui mi ha suggerito “prendi Lewkinsky, togli la “e” e metti la “o” che così diventa “Lowinsky” e puoi raccontare ai giornalisti che te l’ho detto io e che il nome deriva da “low” perché siete un po’ tristi ma neanche troppo e Lewinsky per gli anni 90 ed è così che è nato il nome. Talmente bizzarro che ho capito che era la soluzione giusta. 

- Premesso che nel disco si va a toccare una varietà molto ampia di generi, vi riconoscereste nella definizione di brit folk pop? 
CARLO – Sì e no, brit inteso come quel mondo legato a certo indie rock o in piccola parte a certo brit pop sicuramente, lo abbiamo dentro, ma mi fa un po’ specie che una band italiana possa mettere “brit” come etichetta, se però parliamo di influenze di cose che ascoltiamo sì assolutamente, da sempre l’influenza è quella, soprattutto UK e anche America chiaramente. 

- “I giorni sono bianche fotocopie” cantate nel pezzo di apertura dell’album “Brucia”, c’è questo senso dell’inutilità di giorni tutti uguali. C’è un colore, un disegno sul foglio, qualcosa che può rendere speciali almeno alcuni di questi giorni?
CARLO – Sì assolutamente, la canzone parla appunto di questa rassegnazione a vivere nella società attuale che ogni tanto ti risucchia un po’ e i giorni passano senza che nemmeno te ne accorgi e non ci trovi niente di bello, qualcosa che possa renderli utili alla tua vita, però lo sforzo è riuscire a trovare qualcosa. Ognuno ha ovviamente una risposta molto personale, io potrei dire che per me con i bambini, mia moglie, qualche libro, qualche canzone e qualche partita di basket sono abbastanza a posto e i miei giorni cominciano ad assumere colore.

- Mi soffermerei un attimo su “Il trono d’oro” perché è un brano in cui emerge nella sua importanza l’arrangiamento di violoncello. Quanto conta l’uso degli strumenti scelti per definire l’atmosfera di un pezzo?
LINDA – Sicuramente molto, nel senso che anche rispetto ai lavori precedenti della band sicuramente l’inserimento di Elena e quindi del violoncello ha portato un colore in più, giusto per rimanere in tema ed ha assolutamente arricchito quella che è la canonicità della classica rock band. Sono convinta che il suo apporto sia assolutamente centrale in questo album e che anzi abbia dato un valore aggiunto che riletto a posteriori e che è un po’ la cifra di questo album rispetto ai precedenti. 

- In “Respirare” il timbro della voce di Carlo richiama De Andrè anche perché canti in una tonalità bassa. Il senso di oppressione da cosa dipende, come si può eliminare o almeno in parte limitare?
CARLO – Innanzitutto la cosa di De Andrè su questo pezzo non sei il primo a farla notare, non era particolarmente voluto ma bella lì, l’accostamento non può che fare piacere. Quella è una canzone non direi politica perché forse è troppo, ma un po’ sociale ed è anche molto semplice come concetto è la difficoltà dell’arrivare alla fine del mese, senza piangere miseria. Chiunque non sia benestante nella società attuale e che quindi ha bisogno di lavorare per vivere sa che arrivare a fine mese non è scontato anche con un lavoro che fino a qualche decennio fa consentiva un tenore di vita diverso e quindi questa canzone vuole cantare un po’ questo aspetto.
LINDA – Anche perché arrivare alla fine del mese non significa solo arrivarci economicamente, ma anche con la sanità mentale preservata, si mescolano un po’ questi due aspetti che vanno di pari passo ma non è scontato che viaggino sempre insieme. 

- La musica per voi è un elemento che può contribuire a stare più su a livello morale anche se non si hanno grandi risorse economiche e stabilità lavorativa?
LINDA – A stare su sicuramente ma anche a stare giù nel senso che è un appiglio nei momenti in cui essere giù è inevitabile. Però oltre al fatto che possa essere un appiglio credo che in generale che per chi la fa e per chi la ascolta usufruendone in modo consapevole possa essere uno strumento non solo per superare, ma anche per indagare certi aspetti di noi stessi e certi stati in cui ci troviamo e quindi assolutamente sì. 
CARLO – Per quanto mi riguarda la musica è sempre la cosa più importante delle cose meno importanti perché devi campare, devi mangiare, devi dormire, avere un tetto sulla testa e devi occuparti della tua famiglia. Fatto questo puoi cominciare a pensare alle cose non fondamentali e la musica è in cima. Questo implica che nella vita quotidiana normale, senza alti e senza bassi è importantissima, vitale, io tutti i giorni ascolto musica e suono musica. Ma quando le cose vanno molto male non ho né tempo né voglia di ascoltarla, sparisce, non è più un appiglio. La musica è fondamentale a colorare la mia vita quando le cose vanno almeno abbastanza bene. 

- Anche perché non hai lo spirito per fare e ascoltare musica se le cose vanno male, la tua mente è concentrata su altro.
CARLO – Sì io la vivo assolutamente come hai detto tu. Però conosco persone che è proprio nei momenti no che trovano ispirazione. Per me non è così, per essere ispirato non devo avere troppi pensieri, devo avere la mente abbastanza sgombra.

- In “Alice inizia a capire” virate verso il punk. Le strofe sono cantate in italiano e il ritornello è in inglese, questa commistione deriva dal fatto che volevate conservare la linea melodica che avevate in mente o è dovuta ad altri motivi?
LINDA – In realtà è stata una condizione indispensabile, abbiamo detto a Carlo che quel pezzo per quanto riguardava il resto della band era okay se avesse avuto una veste linguistica diversa, perché questo brano è nato come una sorta di omaggio o citazione lunga di titoli di canzoni dei Lemonheads. Era una sorta di elenco di titoli che avevano comunque senso ovviamente ed era una cosa molto divertente per noi, però quando ci siamo trovati a lavorare sugli arrangiamenti nell’ottica di registrare il disco l’abbiamo un po’ trasformata e questo è avvenuto anche con la traduzione, non sempre letterale, di questi titoli in italiano. E quindi ha preso questa forma. Abbiamo mantenuto il ritornello perché era bello così e comunque questo è il risultato del confronto che abbiamo avuto nel momento in cui ci siamo messi a lavorare seriamente al disco. 

- In “The Symmetry” la vostra musica si fa più scura. Se doveste dipingere il pezzo cosa raffigurerebbe?
CARLO – Domanda molto difficile che andrebbe fatta non tanto a noi quanto a Livio Montarese che è un amico che suona nei Fernandhell e che ha scritto il testo. Me lo ha mandato, diciamo che me lo ha regalato e io ho iniziato a strimpellare su questo testo molto triste che parla di una persona che scompare, se ne va o forse non c’è già più. Non gli ho chiesto perché, non volevo delle indicazioni molto precise, volevo lasciarmi ispirare e sono venuti fuori accordi minori che aggiunti al violoncello hanno portato a questa atmosfera un po’ funerea. Però secondo me è uno dei pezzi migliori del disco. 

“Avanzi” mi ha richiamato un po’ alla mente i Baustelle così come in tutto l’album in particolare per quanto riguarda l’armonizzazione delle voci. Rientrano tra i vostri ascolti, le vostre influenze?
CARLO – In tutta onestà no. Anche questo ce lo hanno detto già in passato e probabilmente qualcosa c’è effettivamente, ma non per fare lo snob o altro ma l’unico brano che ho sentito in vita mia dei Baustelle è “Charlie fa surf”. Non ho mai sentito nient’altro, ma prima o poi mi deciderò ad ascoltarli perché ci viene fatto notare quanto hai detto tu. 

- Parliamo un po’ della vostra storia come band. Che ricordi avete del primo brano che avete inciso e quali ricordi avete del vostro primo Live?
CARLO – I Lowinsky hanno avuto una storia molto particolare, io sono l’unico che è rimasto in formazione dall’inizio ad oggi, mentre gli altri componenti si sono succeduti a seconda del periodo. I primi quattro pezzi, che poi sono il nostro primo EP, li abbiamo registrati al Bleach studio di Andrea Maglia, che è il chitarrista dei Tre allegri ragazzi morti, nonché mente dei “Manetti!” che consiglio a tutti di andare ad ascoltare. Lo abbiamo registrato in una giornata bellissima in cui abbiamo fatto anche un’ottima grigliata perché c’era il sole. Lui aveva iniziato da relativamente poco con lo studio, poi ha fatto cose belle, anche molto importanti, lo ha ingrandito, ma ai tempi aveva iniziato da poco ed è stato bellissimo perché ha tirato fuori tantissimo da una semplice giornata di registrazioni. L’EP si trova su tutte le piattaforme, lo avevamo anche stampato in CD ai tempi con Moquette Records. Sono quattro pezzi legati a un bellissimo ricordo. Il più importante in realtà, che facciamo ancora molto volentieri in concerto è “Lei”. Il primo concerto è stato da Ink Club a Bergamo, che è ancora il locale dove suoniamo più spesso in assoluto e dove abbiamo presentato gli ultimi due dischi ed è stato bello perché avevamo suonato con un’altra band di amici che non esiste più, gli Echobeach e facevano shoegaze. Avevamo voglia di suonare ai tempi, io ero fermo da un paio d’anni perché la mia esperienza precedente con i Finistère era finita quindi il tempo di formare una nuova band, scrivere i pezzi, registrarli e c’era voglia di presentarli al pubblico. Me la ricordo proprio come una bella data. 

- A proposito di date fatte con altre band ho visto che avete aperto per i Nada Surf e i Babyshambles. Cosa vi ha lasciato come esperienza?
LINDA – Esperienze bellissime, che sono state tra le date più emozionanti, migliori che abbiamo fatto. Molto diverse dal punto di vista gestionale e per come le abbiamo affrontate noi come band, perché la doppia apertura ai Nada Surf è stata magnifica dal punto di vista emotivo, perché loro sono da sempre una band di riferimento per almeno una metà di noi e quindi riuscire a condividere il palco con loro è stato particolarmente emozionante, sono persone molto alla mano, abbiamo anche passato del tempo insieme, insomma ci siamo divertiti. La data in apertura ai Babyshambles ha un altro sapore nel senso che emotivamente ci ha coinvolto ancora di più perché sono una band di riferimento per noi non solo musicale, ma anche a livello affettivo. E’stata una delle band che ha accompagnato la nostra post adolescenza in modo onnipresente. E quindi anche qui aver ricevuto questo invito è stato oltre che un magnifico regalo per noi anche un motivo di orgoglio e di gioia. E anche come band è stato un bellissimo momento che abbiamo vissuto tutti insieme perché è stato un viaggio a 360 gradi, quindi una trasferta che abbiamo molto condiviso, che ci ha lasciato tanto e quindi sono sicura che continueremo a parlarne tra di noi negli anni a venire.

- Tra l’altro ho visto che il video di “Brucia” contiene le immagini del backstage dei concerti con i Nada Surf.
CARLO – Sì il primo singolo del nuovo album è stato girato nella giornata in cui abbiamo aperto per la prima volta per i Nada Surf in Santeria. Questa ragazza che si chiama Carola Mancassola ci ha ripreso dall’inizio quando abbiamo scaricato la strumentazione, il soundcheck, il backstage e poi le chiacchiere con Matthew dei Nada Surf e il live. Tra poco uscirà un video, abbastanza simile anche se più Lo-fi, della gita a Leeds per i Babyshambles. 

- Oggi c’è chi dice che una band indie per aspirare a un minimo di visibilità debba essere organizzata quasi come una piccola impresa, quindi con un ufficio stampa, un’agenzia di booking, un social media manager, un’etichetta cui appoggiarsi. Tutti costi ingenti. Secondo voi è proprio necessario o la vostra esperienza insegna che si può ancora fare affidamento sul “do it yourself”?
CARLO – Noi partendo molti anni fa abbiamo fatto di necessità virtù e ci siamo votati al do it yourself che è diventata un po’ anche la nostra religione, nel senso che comunque anche nell’etichetta, il booking, l’ufficio stampa che abbiamo siamo sempre coinvolti in maniera diretta, ci sono altre persone, ma non sono quei booking o quelle etichette che arrivano, ti prendono, fanno finta di non chiederti soldi mentre poi alla fine te li chiedono e ti danno un servizio. Noi siamo totalmente do it yourself da quel punto di vista. Poi bisogna anche definire cosa si intende per riuscire a farcela, ad andare avanti. Noi ovviamente non viviamo di musica, copriamo le spese, riusciamo ad avere i soldi per andare a registrare il disco e non rimetterci di tasca nostra, ma è una passione. Di fatto è un secondo lavoro perché soprattutto per quanto mi riguarda che sono coinvolto anche con altri booking, etichetta, ufficio stampa è appunto un secondo lavoro non retribuito, superimpegnativo per risultati che arrivano ogni tanto. Per esempio quando abbiamo fatto le due date con i Nada Surf io da solo ho potuto aprire per Evan Dando e poi finalmente con i Babyshambles in due anni sono riuscito a ripagarmi quasi vent’anni di lavoro. Però ci sono voluti vent’anni quindi ci vuole tanta passione. 


Una storia emozionante quella dei Lowinsky. Il racconto di un gruppo di Bergamo che crescendo gradualmente con grande impegno e dedizione è arrivato a salire sugli stessi palchi dei Nada Surf e dei Babyshambles. 

 

domenica 11 gennaio 2026

AROUSAL - UNA STELLA IN FASCE - INTERVISTA E RECENSIONE A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Tre alchimisti in un laboratorio in cui generi musicali come il grunge, il progressive e la psichedelia vengono mischiati sapientemente tra loro per dare vita a brani che, allo stesso tempo, abbagliano e amplificano la luce interiore dell’ascoltatore. I tre alchimisti in questione sono Juan Dario Martin Bohada (chitarra, voce), Jacopo Bonora (tastiere) e Gabriele Bartolini (batteria), ovvero la band emiliano romagnola Arousal. Nel 2025 hanno pubblicato un album, “Chimæra” e a fine anno un EP, “Rota”, lavori entrambi in grado di stabilire un buon feeling tra musicisti e ascoltatori. Le tastiere giocano un ruolo di primissimo piano nella definizione del suono della band, basti pensare al pezzo d’apertura di “Chimæra”, “Crisalide” in cui, se si chiudono gli occhi, sembra di fluttuare persi nello spazio come il Maggiore Tom di David Bowie. “Catarsi ermetica”, secondo brano dell’album, ripercorre una crisi d’identità in cui le fatidiche domande “chi sono io, da dove vengo” sono prive di senso. Qui le chitarre si alternano alle tastiere sotto l’occhio di bue al centro della scena con riff potenti che ricordano a tratti i Soundgarden. Altro pezzo forte del disco è “Brilli”, un’astronave da cui si può ammirare il panorama di una stella che nasce. Il lungo assolo di chitarra che chiude il brano in crescendo è una vera gioia per le nostre orecchie disassuefatte, in un panorama musicale mainstream in cui i pezzi si piegano alla regola del rigoroso rispetto della durata, che non può superare i tre minuti e mezzo, quattro al massimo. Da questo punto di vista gli Arousal in “Chimæra” si prendono la libertà di sfiorare anche i 10 minuti, come avviene in “Dissesta”. “Onironauta”, che chiude il lavoro, è pura autoterapia per sconfiggere i momenti di depressione che tutti nella vita abbiamo prima o poi attraversato. L’EP “Rota” si apre con “Evolvere”, che sposa il rock con un tocco di bossa nova dimostrando l’eclettismo della band. Altro pezzo interessante è “Illudi” che vede la partecipazione di Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi, O.R.k.) e aggiunge alla formula elementi metal come il cantato in growl. 
Abbiamo avuto occasione di parlare con Juan Bohada e Jacopo Bonora in una chiacchierata che ha toccato anche tematiche personali non facili da condividere.



- “Rota” è un viaggio nell’io per liberarsi di tutto quello che si annida dentro?
JUAN – Non è tanto un liberarsi, quanto un interiorizzare e dare un senso a ciò che ci portiamo dietro. Non liberarsi nel senso di dimenticarlo, ma integrarlo nella propria persona per poter evolvere. 
- A proposito di “Evolvere”. Il brano dice “eri dove dovevi essere, eri come dovevi crescere”. L’evoluzione è l’unico modo per sottrarsi al conformismo? 
JACOPO – In un certo senso sì, l’evoluzione nel nostro caso può essere musicale nel senso di reinterpretare alcune influenze rock del passato che ci coinvolgono, però è anche un invito a chi ci ascolta a cercare di superare il conformismo. C’è anche da specificare che il messaggio di “Evolvere” riguarda più il Fato che non il conformismo in sé, però è una lettura possibile. 
- Il brano fonde atmosfere post grunge con momenti più eterei. In tutto questo un ruolo centrale spetta alle tastiere che contribuiscono in modo decisivo alla definizione del suono non solo in questo caso, ma un po’ in tutta la vostra produzione
JACOPO – E’ assolutamente vero. Noi siamo un trio e abbiamo questa prerogativa che le tastiere sono per così dire divise in due, io mi occupo delle frequenze basse e di tutto quello che può fare un tastierista negli alti. E ho influenze che tendenzialmente vanno dal progressive vecchio a quello nuovo che stringe di più l’occhio al metal fino alla musica classica. Io provengo dal mondo della classica, ho un’apertura dovuta soprattutto alla classica per cui la tastiera può ricoprire diversi ruoli, a volte accompagna, a volte è solista, altre volte fa atmosfera come ad esempio nel bridge centrale di “Evolvere”. 
- Invece nel brano “Eludi” c’è questa presenza femminile che vive nei meandri dei ricordi quasi fosse un’ombra. Ma è possibile eludere qualcuno che ci ha lasciato dentro un segno così profondo?
JUAN – Il senso della canzone, di questa presenza che però svanisce è legato al fatto che c’è una ricerca da un lato e invece l’elusività dall’altro e questo rende il tutto ancora più complesso da gestire, come dicevo prima è tutto un processo di interiorizzazione. Per me questa è stata una canzone di addio per una persona, avevo bisogno che esprimesse questa catarsi del lasciare andare. C’è anche una spiegazione legata ai tarocchi perché il pezzo è ispirato alla Papessa, che è una figura femminile nascosta ed è elusiva appunto. 
- Il brano, dopo il verso “non piangere più” si apre in una parte di chitarra che mi ha ricordato come suono i Police.
JUAN – In realtà per noi lì la citazione era più legata all’inizio ai Verdena perché usavo un delay in quattro quarti, non come adesso che è puntato sul ritmo, quindi prima era una citazione dei Verdena poi è diventata una citazione di più dei Contorsionist che è una delle band preferite di Jacopo, infatti quando ho settato male per errore il delay ha detto che preferiva quest’altra modalità. Comunque i Police sono un gran gruppo. 
- “Illudi” ruba degli elementi metal come anche il cantato in growl. Perché avete deciso in questo caso di spingere di più su quel lato?
JACOPO – Sì “Illudi” è il brano in cui la mia influenza compositiva ha prevalso. Ho dei gusti tendenti verso il metal. C’era bisogno nel nostro disco di un brano che fosse un po’ più rabbioso, più cupo degli altri e il genere metal è quello che esprime meglio questi sentimenti dal nostro punto di vista.
Il pezzo ha influenze metal diverse, i Tool sicuramente all’inizio nei suoni di Juan alla chitarra, un pochino anche i Gojira e se pensiamo alla tastiera che apre che è una cosa assolutamente non usuale nel metal potrebbe essere una citazione di una band cui abbiamo parzialmente aperto, dico parzialmente perché non sono quelli di Simonetti, comunque i Goblin. Quindi atmosfere abbastanza cupe, macabre e il testo parla del fenomeno del “ghosting”, quando una persona sparisce improvvisamente e si crea una sorta di buco interiore che noi abbiamo interpretato come il buco nero che risucchia tutto quanto. 
- Com’è nata la collaborazione per questo pezzo con Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi, O.R.k.)?
JACOPO – La collaborazione con Pipitone è nata dal fatto che abbiamo vinto il contest EncodER nel 2025. Si tratta di un contest organizzato dal Centro Musica di Modena che noi ringraziamo sempre per tutto quello che ci ha regalato e che tra le cose che permetteva, tra cui anche la realizzazione di questo EP, dava la possibilità di un master con un artista di nostra scelta e dopo una rosa di nomi e un’attenta riflessione abbiamo convenuto che Pipitone fosse quello che sia a livello umano ci piaceva di più che anche come generi che trattava perché lui è l’attuale chitarrista degli O.R.k. (ndr band tra gli altri di Colin Edwin, Porcupine Tree e Pat Mastelotto, King Crimson) che mischiano anche loro il grunge al progressive e poi è stato nei Marta sui Tubi che avevano un po’ di indie e un po’ di progressive. Ci siamo trovati benissimo a lavorare con lui, ci ha aiutato tantissimo nella produzione dei nostri brani. A un certo punto stavamo suonando il bridge che fa da introduzione alla prima strofa e a un certo punto lui si è messo a improvvisare liberamente dei versi che erano un simil growl e allora abbiamo pensato “ma se lui cantasse realmente qualcosa nei nostri pezzi?” però abbiamo pensato che l’italiano non funzionasse molto in questa occasione e che ci volesse una lingua più sanguigna. E così abbiamo detto “ma se tu cantassi nella tua lingua madre, cioè il siciliano?” che è proprio una lingua a sé ed esprimessi in maniera palese quelli che sono i nostri sentimenti di rabbia, perché in tutto il testo si usa la metafora però quando arriva il growl di Pipitone lì arriva in modo diretto.
- Bene, adesso proviamo a fare un bridge tra l’EP e l’album. C’è un filo che lega l’album all’EP che è la presenza di immagini che richiamano lo spazio. 
JUAN – In realtà se vogliamo parlare dell’immaginario legato al nostro tipo di suono si rifà molto agli anni 90 sotto vari aspetti ed è anche un suono che pesca tanto dalla psichedelia e nella psichedelia lo spazio è un leit motiv. Però lo abbiamo fatto anche a nostro modo, nel senso che si parla di spazio nell’album soprattutto nella traccia “Brilli” in cui andiamo a descrivere come nasce un sole, una stella dal punto di vista anche fisico, dei materiali che servono, delle condizioni che servono. E quello è un po’ il focus come anche in “Illudi” in cui c’è in tutto il brano la stessa metafora. Poi in realtà se parliamo di “Chimæra”, ci sono anche tutti i vari pianeti che rappresentano le tracce perché ci tenevamo che fosse un concept album in cui ogni pianeta ha la sua influenza e questo dà una ragione della diversità, perché certi brani sono molto distanti da altri proprio perché ognuno esprime questa diversa influenza, legata allo spazio, ai pianeti del sistema solare. 
- In “Nucleo” cantate “tu sei la sostanza vera”. Di cosa è fatta questa sostanza?
JUAN – Sostanza vera… si può alludere a vari aspetti, da un lato ci può essere un’interpretazione legata alla sostanza delle cose. Non stiamo parlando di una sostanza materiale, ma più spirituale, cioè ciò che sostanzia la nostra volontà e i nostri desideri. Dall’altro lato sostanza è come se questa persona ci desse una carica fuori dal comune, come se fosse una sostanza stupefacente.
JACOPO – A proposito dello spazio volevo soltanto far notare che “Brilli” parla della nascita di una stella, mentre “Illudi” parla morte di una stella, c’è questa dicotomia che mi piace molto. 
- Parliamo di “Catarsi ermetica”. Una purificazione interiore indecifrabile perché è ermetica. Serve a restituirci la nostra immagine in uno specchio?
JACOPO – Specifico che i testi li scrive tutti Juan ma sono abbastanza condivisi a livello concettuale. “Catarsi ermetica” parla di una purificazione interiore abbastanza violenta perché ci fa confrontare con il nostro ego e ci fa accettare le nostre ombre in senso junghiano, ombre che tutti abbiamo. E quindi l’invito di “Catarsi ermetica” è che una volta che scopriamo la nostra immagine non dobbiamo seguirla pedissequamente e non dobbiamo farci prevaricare dall’assolutismo. A un certo punto il pezzo dice proprio “dissolverai l’ego nell’oscurità”. 
JUAN – Non è però una catarsi ermetica perché è indecifrabile, ma in quanto simbolica. C’è una teoria che mi piace molto di Alejandro Jodorowsky (ndr. regista, attore, compositore e scrittore cileno naturalizzato francese) in cui dice che ogni atto simbolico è un atto magico e la magia avviene dentro il nostro subconscio e quindi parlo anche di questo processo, ovvero che dare questo simbolismo al nostro atto ci permette di compiere “magie” anche dentro di noi. E’ accettare le parti che volevamo rifiutare. 
JACOPO – Nel pezzo comunque è centrale la figura del padre che si rispecchia nel pianeta di Giove pianeta del comando. Infatti noi abbiamo psicologicamente un’impronta a livello di identità che deriva già dai nostri geni e di conseguenza se non conosciamo la nostra identità facciamo fatica a trovare la nostra strada nella vita. Dobbiamo prima capire noi stessi a partire dalle nostre origini. 
- Nel pezzo “Gabbia” il concetto di fuggire dalle gabbie mentali può essere la chiave di lettura giusta?
JUAN – “Gabbia” è uno brani più vecchi che ho scritto per la band. Avevo già iniziato a scriverla durante il Covid, quindi in un momento di chiusura, di quasi clausura. “Gabbia” parla della possibilità che la tua mente ti può dare nel momento in cui il corpo deve rimanere rinchiuso e quindi quella può essere l’unica scappatoia possibile. La nostra testa ci porta fuori dalla noia mortale, da questa gabbia mentale, però bisogna saperci credere e accettare i propri errori e andare oltre arrivando ad essere un fuggitivo come dice proprio la canzone. E questa fuga ci porta a non stare in certi schemi rigidi ma ad avere l’abilità di spaziare come anche noi dimostriamo con la nostra musica. Perché spaziamo da canzoni che hanno un piglio un po’ alternative indie fino al metal. C’è tanta esplorazione. 
- Mi incuriosisce la canzone “Onironauta”. Allude a navigare sull’oceano dei nostri sogni?
JACOPO – “Onironauta” è l’ultima traccia di “Chimæra” ed è un po’ una maledizione in un certo senso, perché è un brano che parla di un’esperienza personale che ha riguardato sia Juan e che me in prima persona, cioè la depressione. L’onironauta è colui che è condannato a vivere la propria vita solo nei sogni e infatti nel ritornello continua a posticipare la sveglia in un certo senso perché non vuole stare nel mondo reale. Il desiderio dell’onironauta è restare sempre nei sogni, dove ci sono i propri desideri e la possibilità di avere una vita felice. E infatti se l’album si conclude così è perché affronta questo percorso di cambiamento che viene un po’ messo in discussione alla fine. “Onironauta” è legato alla luna che non è un pianeta, ma ci siamo ispirati al vitriol del filosofo alchimista Basilius Valentino per cui erano considerati dall’alchimia pianeti sia la luna che il sole. “Onironauta” è legata alla luna che è un pianeta di instabilità. E nel percorso di cambiamento descritto in “Chimæra” il pezzo non conferma, cioè c’è stato veramente questo cambiamento o era un sogno anche questo? Ci lascia con questa domanda. 
- Il brano che apre “Chimæra”, intitolato “Crisalide” dà un po’ il senso dell’evoluzione, la crisalide che diventa farfalla e quindi, in qualche modo, si riallaccia al pezzo che apre “Rota”, ossia “Crisalide”. 
JACOPO – Se ne parliamo dal punto di vista musicale vedo l’una come l’evoluzione dell’altra, nel senso che hanno un carattere molto simile. Sono entrambi brani energici, che parlano della necessità di un cambiamento, ma “Crisalide” è più legato al desiderio del cambiamento generalizzato, al fatto che tu puoi dispiegare le ali. Si parte da una situazione difficile perché legata al pianeta Saturno, ma è molto positivo come brano dal mio punto di vista e ha un piglio quasi adolescenziale. “Evolvere” è invece un brano più maturo che dice “attenzione sì tu puoi cambiare e non puoi evitarlo però sappi che c’è il Fato e puoi agire nei contorni di questa entità che purtroppo non si può gestire del tutto”. C’è secondo me questa maturità in “Evolvere” che magari in “Crisalide” esce meno fuori. Sono comunque due brani molto commerciali, due singoli, però “Crisalide” è un brano da band dai 18 ai 20 anni ed è una cosa di cui vado molto fiero perché non sapevo di essere in grado di scrivere un pezzo del genere e invece lo abbiamo fatto insieme io e Juan. 


Gli Arousal sono una stella in fasce che evolve come una farfalla sbocciata dalla crisalide spiegando le sue ali dai mille colori musicali. Ascoltarli può essere un buon inizio per un percorso di rinascita del gusto per la musica più vera, autentica.

sabato 10 gennaio 2026

#FESTIVETEN 10012026 - AGGIORNATA SU SPOTIFY LA PLAYLIST DI RISERVA INDIE CON UNA SELEZIONE DAL MEGLIO DELLE NUOVE USCITE DEL PANORAMA ITALIANO


Aggiornata su #spotify, nel player in questo post,  la nuova #festiveten di #riservaindie con le novità della settimana, e non solo, selezionate dalla nostra redazione. Un flusso di musica costantemente rinnovato, senza barriere di alcun genere, sotto forma di playlist con gli artisti che sono passati fisicamente nella nostra trasmissione e quelli che vorremmo ospitare, ovviamente tutti rigorosamente del panorama indie italiano. In questa #festiveten ci sono le nuove entrate di #santamante #leatherette #satantango #paolomoreschi #katiacapato #lisabeatandtheliars #noke #micheleviglietti #pettirozzi. Seguiteci sui nostri social facebook, twitter, instagram, e piacete (e magari condividete) la nostra #festiveten su spotify. Nessuna tessera e nessun denaro è richiesto per partecipare ed ascoltare #festiveten. Buon ascolto.

martedì 6 gennaio 2026

10 DISCHI DEL 2025 - ECCO GLI ASCOLTI DELL'ANNO PER IRIS CONTROLUCE DI #GLORYBOX SU RISERVA INDIE


 ANDREA LAZLO DE SIMONE - UNA LUNGHISSIMA OMBRA
Un susseguirsi di canzoni che rapiscono, che fanno riflettere, sprofondare ma anche fluttuare leggeri. Brani senza tempo di grande qualità e spessore che sussurrano una componente visiva fatta di luci ed ombre. Il digitale, l'analogico, il folk, l’elettronica, la psichedelia si incontrano, si innamorano, si mescolano e si fondono in perfetta armonia. L'album imprescindibile di uno chansonnier con un'identità definita dalle proprie radici, che trova nella semplicità della propria coerenza artistica la forza per esprimere se stesso, sia come uomo che come musicista. Un artista a 360°, capace di toccare temi personali facendoli diventare universali, generando emozioni profonde in grado di curare l'anima di chi lo ascolta.


 LUCIO CORSI -  VOLEVO ESSERE UN DURO
Artista rivelazione per qualcuno, cantautore affermato da tempo per altri. Parole chiave: fantasia, poesia, gentilezza. Canzoni da apprezzare ascolto dopo ascolto, assonanze e metafore che raggiungono continuamente l'imprevedibilità, storie e personaggi surreali partoriti da un immaginario del tutto originale. Verità, arte e surrealismo si confondono tra loro per mezzo di un'innata potenza creativa. Ci vogliono le carte in regola per apparire un po' bizzarri quando in realtà si è totalmente geniali. Il contrario sarebbe impossibile. E, a mio parere, Lucio Corsi, di carte ne ha da vendere. 


 UMBERTO MARIA GIARDINI - OLIMPO DIVERSO
Più che un cantautore è ormai una garanzia. Levate gli ormeggi e lasciatevi traghettare da lui. Toccherete gli abissi dell'animo umano e sarete invitati ad un banchetto a base di spleen e malinconia. Un invito a riscoprirsi nuovi, liberati da una purificazione catartica che esorta a riflessioni importanti, pur non imponendo risposte artificiali e preconfezionate. Verrete spronati a guardare dritto in faccia la cruda realtà: la maledirete, la condannerete e soltanto allora potrete accettarla.


 DELTA V - IN FATTI OSTILI
Un grande ritorno, per una band con le valigie stracolme di interrogativi che, senza nascondersi, desidera condividere il proprio punto di vista, anche politico. Parole intente a realizzare dipinti di panorami ora sfocati ora decisamente nitidi per descrivere lo stato d’animo dell’uomo contemporaneo e l'attuale condizione della musica italiana. 
Cercate e trovate il tempo per ascoltare il loro lavoro, con l'attenzione che indubbiamente merita.


 MAESTRO PELLEGRINI - CHI SONO IO
Arrivato quasi in sordina, il suo è un album che non disdegna il lo-fi in favore della sincerità, dell'esternazione di sentimenti autentici, innegabilmente genuini. Vi ritroverete a cantare le canzoni, accorgendovi di quanta verità ci sia dentro e della profonda urgenza di volerla raccontare. Cos'è mai un cantautore se non questo?


Da segnalare sicuramente : lo splendido EP di ANY OTHER (Per te che non ci sarai più) che riesce ad esplorare i sentimenti umani con naturalezza e spontaneità, il disco dei FEMINA RIDENS (Etna calling) che hanno rivisitato in chiave moderna canti in dialetto siciliano con un’emotività che non può lasciare indifferenti e il debutto di un duo molto promettente, quello degli UNADASOLA (Lineagialla) che hanno trasformato le difficoltà esistenziali in un ponte attraverso il quale intraprendere un percorso di crescita personale.
Anche se non sono stati pubblicati nel 2025 (bensì a fine 2024), mi sento assolutamente di consigliare: EMMA NOLDE (Nuovospaziotempo), POST NEBBIA (Pista nera) e LO STRANIERO (Mazapé).


 

domenica 4 gennaio 2026

PERTURBAZIONE - LA RIVOLUZIONE GENTILE DEL ROCK ITALIANO - TESTO A CURA DI LUCA STRA #DIAMANTINASCOSTI


E sono già 55 gli anni de “La Buona Novella” di Fabrizio De André, un traguardo senz’altro importante, ma, a dire il vero, non meramente celebrativo, trattandosi di un disco che, ancora oggi, suona all’avanguardia e sovversivo, osando raccontare Gesù attraverso i Vangeli Apocrifi. Questa è una storia ben nota ai Perturbazione, che, colta al volo l’occasione, ne hanno registrato una loro versione dal vivo a Varallo Sesia nel 2010. La band, che attualmente trova il proprio baricentro artistico e creativo in Tommaso Cerasuolo alla voce, nei fratelli Rossano, batteria, Cristiano Lo Mele, chitarre e tastiere e nel basso di Alex Baracco, ha dato una veste nuova al capolavoro del cantautore genovese conservandone intatto lo spirito ma, allo stesso tempo, arricchendone la brillantezza con alcune collaborazioni di peso, come Alessandro Raina – prima nei Giardini di Mirò, poi negli Amour Fou e ora autore per alcuni interpreti di primo piano come Malika Ayane- il fisarmonicista Dario Mimmo e l'attrice Paola Roman. Abbiamo avuto l’occasione di conversare con Tommaso Cerasuolo e, quindi, di approfondire, oltre alla versione perturbata de “La Buona Novella”, anche l’intera carriera della band rivolese. Tommaso ci ha infatti spiegato che la scintilla che ha dato vita a “La Buona Novella (Live)”, pubblicato a marzo 2024, è stata la collaborazione con la Scuola di scrittura Holden di Alessandro Baricco. Dal lavoro preparatorio in vista del concerto di Varallo nacque poi l’idea di inserire interventi di altri artisti quali appunto Alessandro Raina, Dario Mimmo e Paola Roman. A livello sonoro colpisce come la versatilità della voce di Tommaso gli consenta di cantare in un registro più basso rispetto alla sua “confort zone”. Inoltre i molti strati ed intarsi musicali dell’opera originale di De André sono stati esaltati nel pieno rispetto dell’originale. Ma la lunga carriera dei Perturbazione merita un discorso molto più vasto che cerchi, almeno in piccola parte, di dipanare quel lungo filo, prima sottile come un capello, poi via via più solido che ha portato il gruppo da una cittadina della cintura di Torino al palco di Sanremo e allo status di stelle di prima grandezza nel panorama della musica italiana. E allora partiamo dall’inizio, come in ogni libro. Dopo dieci anni di prove, sudore, frustrazione e piccoli spunti su cui costruire, felici di aver trovato una piccola vena d’oro nel 1998 i Perturbazione autoproducono la loro opera prima, cantata interamente in inglese. Il pezzo da cui partì quell’avventura chiamata “Waiting to happen” fu “Violet”, composta nel 1992. Ascoltandola oggi colpisce come già fosse presente e a fuoco la complessa semplicità nella costruzione delle canzoni. L’iniziale “See the sky above” risente, come ci ha confermato lo stesso Tommaso, dei ripetuti ascolti dei R.E.M. In effetti la voce di Tommaso Cerasuolo suona molto simile a quella del frontman della band di Athens, sia nella scrittura che nel timbro. Quattro anni più tardi, con la consapevolezza di avere gambe più solide su cui camminare ecco che esce “In circolo”, con Santeria /Audioglobe. E’ l’epoca storica in cui il cantato indie rock in italiano aveva già trovato sponda, per citare due band di grande successo, nei Marlene Kuntz e negli Afterhours e quindi, grazie anche ai Perturbazione, l’esigenza del pubblico di capire i testi accompagnati al rock in voga stava finalmente trovando una risposta. Il brano d’apertura “La rosa dei 20” è una tenera canzone d’amore, non banale, non troppo strafottente, bensì gentile. Quella gentilezza rock che diventerà la cifra stilistica della formazione torinese. A trainare l’album è però “Il senso della vite”, veloce, giovane e sbarazzina. Trovare il verso giusto non sarà tutto nella vita, ma aiuta di sicuro.


“In circolo” permette anche ai Perturbazione di collaborare con altri artisti di pari livello, come gli Zen Circus per il pezzo “Sweet me”, contenuto in “Doctor Seduction” della band pisana. La carriera in ascesa dei Perturbazione trova ulteriore slancio con il passaggio nella scuderia Mescal, etichetta di band come Afterhours, Subsonica e Bluvertigo. E nel 2005 ecco l’album della definitiva consacrazione “Canzoni allo specchio”, prodotto dal compianto Paolo Benvegnù e contenente collaborazioni con Jukka dei Giardini di Mirò e la coppia artistica Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi dei Baustelle. Tra i pezzi più notevoli spicca “Animalia”, con il suo messaggio sferzante quanto vero. Gli animali sono migliori degli esseri umani perché privi del desiderio di autodistruzione. “Se mi scrivi” è invece un brano sui primi amori dell’adolescenza, quei primi amori che restano conficcati nel cuore per la vita. Due anni dopo esce “Pianissimo fortissimo” con la EMI. L’incipit “Un anno in più” oscilla tra la batteria di Rossano Lo Mele in primo piano e la chitarra a disegnare trame sognanti che richiamano alla mente i Belle and Sebastian epoca “The boy with the arab strap”, ma a tratti – le chitarre dei primi 30 secondi di “Nel mio scrigno” – anche il grunge di certi Pearl Jam. A livello compositivo, i testi mantengono la loro autenticità fatta di piccole cose di buon gusto, ossia nessuna metafora ardita studiata a tavolino per stupire, ma piccoli squarci di personali realtà. Con “Del nostro tempo rubato” del 2010 il gruppo cambia pelle indossando un suono pesantemente più rock, come esprime emblematicamente “L’Italia ritagliata”. 


Un album coraggioso, sin dal proporsi come doppio in un mondo in cui l’ultimo lavoro così monumentale a rimanere impresso come capolavoro è, forse, “Mellon Collie and the infinite sadness” degli Smashing Pumpkins, uscito 15 anni prima. I testi restano ottimi, ma la mossa alla lunga un po’ stanca. Se in una produzione complessivamente di alto livello si dovesse trovare un punto debole, questo sarebbe proprio “Del nostro tempo rubato”. Preceduto da collaborazioni particolari come quella con il rapper cantautore Dargen D’Amico, nel 2013 esce Musica X, il gran balzo in avanti. Il disco, prodotto da Max Casacci, vede collaborazioni eclettiche chespaziano da I Cani a Luca Carboni. E diventa il biglietto d’ingresso all’Hotel Ariston di Sanremo per il Festival 2014. Sul palco la band porta in gara “L’unica”, forse la canzone più ruffiana del loro intero repertorio. Molto meglio “L’Italia vista dal bar” accompagnata dal bel video che, nella tradizione del gruppo, racconta una storia di gente comune nella speranza che non sia vero il verso pessimistico “non c’è Governo che tenga, una possibilità che qualche cosa potrà cambiare”. Nella classifica finale i Perturbazione si piazzano sesti, davanti a colleghi come Giusi Ferreri, Cristiano De Andrè, Antonella Ruggero e Ron. Il premio della Sala Stampa va a loro. Il 2014 è un anno di rivoluzioni nella band, infatti, a fine anno, il chitarrista Gigi Giancursi e la violoncellista Elena Diana abbandonano. Due anni più tardi esce l’ottavo album di studio “Le storie che ci raccontiamo”. Un altro album in tono minore, che non aggiunge o toglie nulla di particolarmente significativo nella loro discografia. “Da qualche parte nel mondo” vede il congedo in musica di Elena Diana che torna ad impreziosire il sound con il suo violoncello per un’ultima volta, perché insieme si sta meglio che da soli. Ad oggi l’ultimo atto è rappresentato da “(Dis)amore”, un ritorno a sonorità più familiari e a quella gentilezza pop rock che li ha contraddistinti fin dalla fondazione. Non si sa ancora nulla di eventuali nuove uscite discografiche, anche se, nella nostra chiacchierata torinese, Tommaso Cerasuolo ha fatto cenno in modo molto convinto alla necessità di nuovi stimoli per ridare smalto alla creatività. E lo stimolo principale per lui è viaggiare, vedere altre parti di mondo, usare le proprie risorse economiche investendole in esplorazioni e potenziali canzoni. Noi non possiamo che sperare in un loro ritorno, nel mentre diamo orecchio ai mille suoni che arrivano da questo tempo dissonante, cacofonico, in attesa di quella pulizia, armonia e leggerezza densa di significato che la band rivolese ha rappresentato.



SANTAMANTE - BUONA LA PRIMA PER LA BAND FONDATA DA XABIER IRIONDO E GINO SORGENTE - INTERVISTA E RECENSIONE A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Essere gettati in un mare in tempesta sapendo che l’alternativa è imparare a nuotare o annegare perché non c’è nulla e nessuno cui aggrapparci. Questa è la sensazione che dà l’ascolto dell’esordio eponimo dei Santamante. La band, composta da Paola Micieli, in arte Dalai, alla voce, Xabier Iriondo (Afterhours) alle chitarre, Gino Sorgente alla batteria elettronica e Davide Andreoni al synth basso e organo elettronico è potente nel suono e viscerale nei testi. “Ora mi sono stancata di aspettare e guardare la mia pelle sanguinare” canta Dalai nel pezzo d’apertura “Vivere nella mia testa”. Il pulsare incessante della sezione ritmica elettronica spiana la strada alla discesa nel labirinto della psiche alla ricerca affannosa di un filo d’Arianna che si è ormai spezzato. A seguire deflagra la quasi title track “Amante Santa” con un sound bombastico che culmina nel riff poderoso di Xabier su cui si inerpica la voce che ripete in un crescendo di ossessiva disperazione “dimmi come mi vuoi”. “Facciamo piano” è un pezzo imperniato sulla fragilità che porta a non scegliere restando intrappolati nelle proprie convinzioni. “Corpi su corpi” aumenta i battiti per minuto ed è la traccia più carnale dell’album, una mano che prima sfugge e poi cerca il contatto accarezzando febbrile la nudità emotiva indifesa dell’amante. “Amarti sempre” dirada la trama sonora consentendo di cogliere al meglio le doti canore di Dalai. La traccia è attrazione e paura, desiderio di lasciarsi andare e consapevolezza che l’amore prima o poi appassisce e scompare come il ricordo di una goccia d’acqua sulla sabbia bollente. “Vai o non vai” è un pezzo centrato sulla necessità non più rinviabile di fare una scelta definitiva per non essere come gli altri, un’esitante esortazione a marcare la propria diversità, altra tematica centrale del disco. “Carne nuda” si apre con una mitragliata di batteria elettronica che introduce un brano dall’andamento cadenzato in cui si contrappongono l’immobilità della carne nuda resa inanimata come pietra e l’urlo tenace della vita. In “Sfiori” riemerge l’introspezione psicanalitica che porta all’affermazione autocritica di “essere brava a raccontare solo quello che va male”. “Coperta di vetri” è forse il brano più tagliente dell’album, il suono si fa abrasivo, le parole sono al tempo stesso dolore e presa di coscienza di aver gettato al vento l’occasione per smarcarsi dai propri limiti. A chiudere l’album il brano “Terra bruciata” è un loop elettronico vorticoso in crescendo con un recitato esausto, in cammino sulle macerie del proprio io fino allo sfinito epilogo: “ne ho abbastanza per oggi, sono a casa”. Abbiamo fatto una chiacchierata con Davide Andreoni che, oltre a suonare il sintetizzatore e l’organo elettronico, ha curato anche la produzione dell’album.


- Possiamo dire che “Santamante” sia un disco di resistenza con le unghie e con i denti per sottrarci a chi ci chiede di essere in un certo modo?
- Penso che possa essere letto anche così e ascoltato in questo modo, però il risultato, cioè il disco, non nasce da un sentimento antagonista, è un disco che a prescindere da come vadano le cose, da quale sia il suono in Italia oggi è ciò che è scaturito da noi. E’stato tutto molto naturale, senza dire “sta succedendo questo e allora noi facciamo in quel modo”. 
- La costruzione dei brani non è mai banale, per fare degli esempi “Vivere nella mia testa”, ma anche “Amante Santa”, “Corpi su corpi” sono pezzi che, se il pubblico avesse un briciolo di gusto musicale in più potrebbero anche essere dei successi, hanno dei bei riff, dei bei testi, nel caso di “Vivere nella mia testa” anche un hook non male nel ritornello. Secondo te tornerà prima o poi in auge la buona musica?
- Dici correttamente tornerà in auge e non tornerà perché comunque la buona musica c’è, ci sono molti artisti che la fanno. Il problema è che non ha molta attenzione. Ci vuole un po’ di tempo perché il pubblico possa essere rieducato e possa dare un po’ di ascolto in più. Le cose non succedono da un momento all’altro, staremo a vedere. Non possiamo che essere spettatori di questo e cercare di fare del nostro meglio per proporre buona musica. 
- Le musiche e i testi sono frutto dello spirito creativo di tutta la band o c’è un autore o più autori in particolare?
- Per quanto riguarda i testi è tutta farina del sacco di Paola, mentre invece dal punto di vista musicale Xabier, Gino ed io ci siamo occupati della composizione dei brani.
- E la produzione di chi è stata?
- La produzione è stata mia, oltre a produrre il disco ho curato gli arrangiamenti e l’ho mixato, poi il master è stato fatto da Giovanni Versari, unica persona esterna che ha contribuito alla realizzazione dell’album. 
- In “Amante Santa”, la quasi title track, il “dimmi come mi vuoi” ripetuto all’infinito, così come in altri brani ad esempio il “facciamo piano” del pezzo omonimo, il “non avvicinarti” di “Corpi su corpi”, queste ripetizioni creano quasi un senso di disperazione causato dal non essere ascoltati.
- E’ vero, hai citato dei brani in cui un filo di disperazione nel contenuto c’è e sono d’accordo che questo ripeterlo più volte amplifica il senso del voler essere ascoltati, assolutamente.
- Essere disfunzionali, anche se è uno stato dell’anima per così dire disarmonico è secondo te è una via di fuga oggi per chi non vuole sottostare alle condizioni che ci vengono imposte?
- Più che una via di fuga è uno stato in cui ti trovi e che non deve essere per forza negativo, soprattutto se poi si riversa sul lato creativo. E’ una sublimazione di tutte le problematiche che possono derivare da uno stato d’essere così e tramite l’arte, che sia musica o quant’altro, nel tempo ha generato cose molto belle.
- In “Carne nuda” c’è una sorta di tentativo di schiacciare la protagonista del pezzo che a un certo punto dice “nonostante tutto sono viva”, quindi riesce a sgusciare fuori lo stesso?
- Sì esatto. Infatti anche dal punto di vista musicale questa cosa è stata accentuata e poi questa frase ricorre sul finale in cui il pezzo è molto claustrofobico con quel riff estremamente pesante. Siamo contenti di essere riusciti a trovare l’incastro tra la parte musicale e quella testuale, che si vanno a sorreggere a vicenda a volte autorinforzandosi o in altri casi andando in contrasto. Il bilanciamento è comunque qualcosa che abbiamo cercato e ne siamo contenti. 
- Ti cito questo verso che credo sia significativo: “Appena trovi le risposte ti cambiano le domande”. Esprime il nostro cercare di capire una vita che, in realtà, ha un alto tasso di incomprensibilità?
- Secondo me quella frase di Paola in quel contesto è più che altro il fatto di trovarsi in una continua ricerca. Quando ti poni un obiettivo, nel momento in cui lo hai afferrato ti rendi conto che in realtà era un’altra la cosa di cui avevi bisogno. E’un eterno inseguimento di qualcosa che stai cercando e nel momento in cui lo hai raggiunto si trasforma sempre in qualcos’altro e il ciclo continua.
- Il loop elettronico ossessivo su cui si basa “Terra bruciata” con quel recitato mi sembra un po’ la sintesi dell’album, il non riuscire più a contenere l’esplosione. 
- “Terra bruciata” è un pezzo che dà sfogo a una componente che è presente in tutto il disco, la matrice ritmica, basso e batteria, è sempre elettronica e poi cambia direzione grazie alle chitarre di Xabier. In “Terra bruciata” la componente elettronica prende il suo respiro. E’una parte del tutto negli altri brani, mentre nell’ultimo pezzo si sfoga e anche il recitato di Paola è un po’ una summa totale. Per chi verrà ai nostri live quel brano non sarà più la coda come nel disco, ma sarà invece l’intro del concerto, perché appunto è una chiave di lettura di tutto il disco. 
- Ultima cosa. Com’è nata la collaborazione con Xabier Iriondo?
- Io personalmente lo conoscevo già da un bel po’, avevamo collaborato insieme per un altro progetto quindi i nostri percorsi si erano già intrecciati, poi invece questo specifico progetto è nato dalla collaborazione tra Xabier e Gino Sorgente. A loro due si è poi aggiunta Paola e alla fine mi sono aggiunto io che ho introdotto la parte di tastiere e curato la produzione. Ho suonato anche un organo a transistor come se fosse una chitarra elettrica con pedali per chitarra, amplificatori. Diciamo un alter ego della chitarra di Xabier, una quasi chitarra, solo che anziché avere corde ha tasti.  


L’album d’esordio dei Santamante è in definitiva una pellicola da 35 millimetri dai colori saturi che racconta in modo cinematografico una storia ciclica di passione, morte e resurrezione. Un ottimo inizio per una band che trova nell’incastro tra le capacità e la creatività dei singoli il proprio punto di forza.