Proviamo a immaginare l’emozione che può aver provato il cantautore Gianmatteo Nasca, in arte semplicemente Nasca, quando ha scoperto che suo nonno scriveva poesie d’amore alla moglie. Fino a quel momento nessuno in famiglia sembrava condividere la sua predisposizione per l’arte, ma quel ritrovamento di colpo gli ha permesso di ricostruire la genetica del suo essere musicista. Nonno Renato, che nei suoi componimenti si firmava René, è diventato il protagonista di una canzone cui Nasca tiene molto e che ha pubblicato nel suo recente EP “nelle stazioni una dose d’amore”. Composto di tre pezzi il disco si apre con il riff potente di “lune piene”, brano sul distacco da un amore che è stato importante, ma va lasciato alle spalle. Il pop rock di buona fattura, in questo caso con una componente rock più marcata, fa perno sulla melodia, quella cantabilità in grado di creare empatia con l’ascoltatore. A seguire “sono le quattro di notte (e tutto va bene)” con l’incursione di una piacevole sezione di fiati ha un arrangiamento spensierato come il ricordo un po’ nostalgico di una gioventù in cui le preoccupazioni della vita adulta erano ancora di là da venire e l’unico pensiero era “fumare, mangiare gelati, con il preside in piedi sulle nostre cazzate”. Chiude il lavoro quella “rené” scritta per il nonno. La musica si fa più morbida e riflessiva e il testo è una dedica commovente, quelle parole che sarebbe stato bello dirsi a voce.
Nasca ha accettato di fare quattro chiacchiere per Riserva Indie, di cui è già stato ospite in radio molti anni fa.
- Il tuo precedente EP si intitola “I treni sono rock and roll”, il nuovo “nelle stazioni una dose d’amore”. Tra l’altro curiosità: “nelle stazioni una dose d’amore” è tutto in carattere minuscolo?
- Sì è tutto scritto in minuscolo. Volevo provare, come fanno i giovani oggigiorno, a scrivere in piccolo i titoli dei brani.
- Cosa ti lega a questa costante dell’immaginario del viaggio su rotaia e i suoi luoghi?
- Ho vissuto a Milano per un periodo della mia vita e questo mi ha obbligato a spostarmi molto per tornare a casa. Sono di Poggibonsi, un paesino vicino a Siena, quindi per me la dimensione treno-stazione è una costante molto importante. E poi viaggiare è un’attività che mi è sempre piaciuta e quindi ho voluto inserire questa dimensione nelle canzoni.
- “lune piene” si apre con un riff decisamente rock. La chitarra è il tuo strumento di elezione quando componi?
- Esatto, anche se nel mio progetto suono il basso dal vivo però nasco come chitarrista pianista quindi in realtà la composizione è fatta prevalentemente con chitarra e pianoforte. Però sì le chitarre rock mi piacciono e volevo inserirle in questa canzone anche perché era la prima volta che andavo in questa direzione molto più rock e volevo che si sentissero belle presenti, un pochino più grezze se vogliamo dirlo.
- Quanto è importante il tuo rapporto con la chitarra elettrica e come è cambiato nel tempo?
- Per me la chitarra, che sia elettrica o no, perché io suono prevalentemente la chitarra acustica, è uno strumento importante perché mi sono avvicinato alla musica da bambino, avevo sei anni ed è stata il primo strumento. Ho studiato anche altro ma la chitarra è stata il primo approccio. Quindi non si può non comporre con la chitarra sottobraccio e utilizzarla anche per i live. E’ sempre presente e sempre lo sarà.
- “lune piene” è un dialogo con un amore che è stato importante nella tua vita. Scriverla è stato in qualche modo catartico?
- Sì in realtà è un brano autobiografico che parla di una relazione d’amore finita tra due persone non più così giovani. Mentre nelle canzoni precedenti raccontavo dei miei vent’anni, “lune piene” è una sorta di evoluzione in questo senso. Un brano quindi estremamente autobiografico.
- Segue la tua evoluzione come persona, il tuo crescere.
- Assolutamente. Tutto l’EP in realtà è centrato su questo aspetto. Il brano parla della consapevolezza legata all’età adulta, un passaggio obbligato. Celebra questa nuova visione acquisita a trentatré anni ed essendo tutti richiami autobiografici fanno parte della realtà, della vita vera.
- Parliamo del secondo pezzo “sono le quattro di notte (e tutto va bene)”. Se, per usare i tuoi versi, dovessi fare la partita a dama della tua vita quale aspetto di te giocheresti?
- Ti devo rivelare che io ho un pessimo rapporto con i giochi da tavolo e cose simili e a dama non ho mai giocato in realtà! Però mi piaceva inserire questa immagine anche se è un’attività che non mi è mai piaciuta.
- Scrivi “Ti immagini fosse possibile ricollocarsi nei tempi migliori”. Se fosse davvero possibile ritorneresti, come canti, quattordicenne o ventenne senza esitazioni?
- Assolutamente. Come cantante forse no, ma come libertà nello scrivere cose un po’ più scanzonate assolutamente sì. La libertà che hai in quel momento della tua vita non torna. Racchiuderlo nella canzone mi sembrava il modo migliore per dirlo.
- Un omaggio affettuoso al te stesso che eri.
- Esatto, al me ragazzo.
- Il tuo è un pop rock di buona fattura. Ecco musicalmente quanto è importante per te che un brano sia cantabile?
- E’ fondamentale. La forma canzone con quel ritornello che porti con te. C’è stato un periodo della mia vita in cui scrivevo pezzi strumentali, cercavo un’altra direzione, ma mi sono reso conto che era un linguaggio che non mi apparteneva in nessun modo. Scrivere canzoni cantabili, orecchiabili, senza andare a strizzare l’occhio a qualcosa è una dimensione di enorme importanza.
- Tra tutti gli eroi musicali in questo EP hai scelto di citare Eddie Vedder, mentre nel precedente hai citato Battisti. Questo è legato alla tua doppia natura di cantautore e rocker?
- Eddie Vedder è stato ed è tuttora un pilastro enorme con i Pearl Jam. Il grunge e tutto quel mondo hanno rappresentato la mia adolescenza e Eddie Vedder è una figura importante sia come penna, come scrittura che dal punto di vista canoro. Mi rifaccio molto a quella che è la sua cifra stilistica. Parlando invece di cantautori nostrani Battisti è sicuramente importante, ma lo è in realtà anche Dalla e molti altri. A dir la verità ho scoperto prima il cantautorato americano recuperando dopo tutto il cantautorato nostrano. Sono cresciuto ascoltando Springsteen, Tom Waits, Pearl Jam e tanti altri. Anche i Beatles.
- Te lo chiedo perché è appena accaduto e vorrei raccogliere le tue emozioni. E’ morto Guccini, tu lo hai mai considerato una fonte di ispirazione?
- In realtà non più di tanto. Anche lui è stato una figura che ho scoperto più avanti negli anni, ma l’ho sempre ascoltato poco, non è stato fra gli ascolti della vita. Però sì lo conosco, come è giusto che sia per chi fa questo mestiere.
- Il finale di “sono le quattro di notte (e tutto va bene)” con gli applausi del pubblico mi fa pensare che il brano sia stato registrato in presa diretta. E’così?
- Sì è così. Eravamo con amici in studio ed è venuta in mente questa idea di fare un po’ di casino alla fine della traccia, un po’ di rumore.
- Invece il resto dell’EP come è stato registrato?
- Le tracce sono state registrate sempre in presa diretta, tutti insieme e poi abbiamo fatto le sovraincisioni.
- Alla vecchia maniera.
- Assolutamente sì.
- Il terzo e ultimo pezzo dell’EP “rené”. Ascoltandolo mi è sembrata una lettera scritta a un tuo grande amico che non c’è più. Ti va di parlarmene?
- Tanto per cominciare “rené” è il brano più vecchio dell’EP, non come gli altri che sono stati scritti nell’ultimo periodo. E’ un pezzo che ha almeno 10 anni e finora non ho voluto mai pubblicare perché è una canzone a me molto cara che parla di mio nonno. In un certo senso è una lettera se vuoi e racconta del rapporto fra me e lui. In famiglia non c’è mai stato nessuno che suonasse uno strumento o che cantasse. Mi sono sempre reputato la pecora nera, il primo ad avvicinarmi a questo mondo e per anni ho pensato che fosse così. Poi ho scoperto che mio nonno, in realtà, scriveva poesie. Si chiamava Renato ma si firmava René in ogni sua poesia. Queste poesie le scriveva per mia nonna mentre era sul furgone, perché faceva il camionista. Io queste lettere le ho recuperate molto tardi e mi hanno colpito perché ho capito che in realtà l’antenato più vicino a quello che poteva essere il mondo artistico, la musica, in realtà era lui. Quindi ho scritto questo brano dieci anni fa, non mi sono mai sentito di pubblicarlo perché abbastanza complesso sia da suonare che in fase di scrittura, però poi ho pensato che per chiudere un cerchio fosse giusto farlo uscire.
- Quindi con questo EP senti di aver chiuso un cerchio?
- In un certo senso sì. Con questo brano si va a chiudere un percorso anche come direzione artistica. Sicuramente le prossime cose saranno diverse e mi piaceva che “rené” avesse un ruolo abbastanza centrale.
- Ho visto che la tua produzione è basata al momento solo su EP. Credi che un album tradizionale di dieci pezzi sia ormai troppo impegnativo per l’attenzione degli ascoltatori?
- Purtroppo sì perché viviamo in un modo estremamente veloce. Con i social ti rendi conto che pubblicare una storia che supera il minuto fa sì che la gente non la guardi. E questo succede anche con le canzoni. Per chi ascolta è difficile arrivare al ritornello, deve esserci subito, perché altrimenti il pezzo non è giudicato interessante. Questo lo so bene anche perché sono insegnante di chitarra e lo vedo con i miei allievi più giovani, che fanno un’enorme fatica ad ascoltare qualcosa che duri più di due minuti. Se gli fai ascoltare un brano dei Pink Floyd che dura sette o otto minuti per loro è una follia, ma anche solo un pezzo da quattro minuti per loro è inconcepibile. Quindi per rispondere alla tua domanda se realizzi un disco con dieci canzoni che durano due minuti l’una forse è fattibile, altrimenti è più semplice fare un EP che comunque penso sia una dimensione più intelligente, intelleggibile da parte del pubblico.
L’uscita di “nelle stazioni una dose d’amore” è frutto di un lavoro di squadra. E allora citiamo tutti coloro che hanno dato il loro contributo. Oltre allo stesso Nasca che si è occupato di basso, voce, testi e melodie, hanno collaborato anche Lapo Nencini (batteria) e Giuseppe Galgani (chitarre). La produzione artistica è stata curata da Samuele Cangi e Tommaso Giuliani e le fotografie sono state scattate da Gabriele Civeli.


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