domenica 29 marzo 2026

DISTORCE - QUANDO ARRIVA L'ALBA - LA MIA GENERAZIONE NON PERDERA' - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Un piccolo tesoro emotivo dimenticato. “Quando arriva l’alba”, secondo album del cantautore bergamasco Distorce è un disco nato un po’ per caso. Il suo autore infatti aveva registrato 7 brani di getto nel giro di pochi giorni, voce e chitarra in presa diretta a tracciare la rotta di un folk minimalista e l’urgenza di fissare pensieri e emozioni. Quei pezzi erano poi rimasti sepolti nella mole di dati di un hard disk fino a quando, facendo pulizia informatica, l’autore e le sue canzoni si sono ritrovati. Riascoltandole Distorce si è reso conto di quanto fossero ancora attuali ed ha deciso di pubblicarle praticamente così com’erano nate, perfette nelle loro imperfezioni. L’incipit dell’album “1800 m slm.” è l’unica traccia del lavoro in cui compare una batteria ad accompagnare il suono acustico carezzevole della chitarra. La vita, anche se di merda, si vive meglio se si è in due perché “siamo perfetti e te sei bellissima”. In seconda posizione “Cresta punk” è amore sulle soglie della guerra e contiene una citazione quasi involontaria, come ci ha spiegato l’autore, di “Anna e Marco” di Lucio Dalla, che è tra le sue maggiori fonti di ispirazione. “La mia generazione” si apre con il piede che batte il tempo di un pezzo cantautorale impegnato sulla necessità di non arrendersi mai alle cadute rialzandosi per continuare sempre a cercare qualcosa che vada al di là del puro interesse economico. “Lo rifarai” gioca sul contrasto tra una forma canzone melodico malinconica e la vibrante denuncia di un mondo ormai perso nella propria fredda insensatezza. “Per superare l’inverno" è un dialogo ermetico da cui affiorano demoni interiori “e altri danni irreparabili”. “Spam” rivendica il proprio riscatto emotivo come percorso di consapevolezza interiore. A chiudere l’album, “Vetro” poggia su una chitarra lievemente distorta che accompagna un testo grondante di immagini dolenti e pentimenti.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Distorce per mettere meglio a fuoco i contenuti di “Quando arriva l’alba”.



- Sulla copertina dell’album sono ritratte le montagne e quello che sembra essere un amplificatore. In più il titolo del brano di apertura dell’album è “1800 m slm.”. Qual è il legame tra il disco e la montagna?
- Il legame c'è ed è forte. Sulla copertina in sé con la mia grafica abbiamo lavorato sostanzialmente per rappresentare ogni brano con un’immagine. Quindi c’è questa dualità tra immagine e brano in cui ci si può in qualche modo rispecchiare. Con la montagna ho un rapporto profondo e intimo è sempre stata parte della mia vita, di me sia a livello ludico come passione, sono una persona cui piace molto stare all’aria aperta, arrampico, mi piace proprio muovermi in questi ambienti. E poi mi ci ritrovo anche come metafora. Alcune cose accadono solo lì, in montagna, lontano da alcune cose che evidentemente non mi si addicono troppo giù in città. Pur abitando in città, a Bergamo, la montagna ha sempre avuto un grande legame con me. In un certo senso è un rifugio.
- L’album per curiosità è stato registrato in montagna o a Bergamo o comunque in un altro contesto?
- No l’album non è stato registrato in montagna e anzi ha avuto una genesi molto particolare perché ero impossibilitato ad uscire e quindi per tre o quattro giorni mi sono rintanato in casa e guardando un po’ fuori dalla finestra a cercare ispirazione. Ho buttato giù queste bozze di brani che sono rimaste più o meno quelle che si sentono nel lavoro. 
- Quindi non hanno avuto un’evoluzione, non sono state necessarie molte take, è stata “buona la prima”.
- Sì perché in realtà non avevo nemmeno l’idea di farlo uscire, di lavorare su questi pezzi in modo definito, preciso, anzi era una situazione in cui ero in casa, avevo questa esigenza di fissare non solo sul telefono, dato che le registrazioni non sono mai perfette, ma su un dispositivo più congruo e ho registrato praticamente in 2 o 3 giorni tutti i pezzi. Ho fatto tutto con calma, ho registrato e poi, in realtà, i pezzi sono rimasti lì, non li ho praticamente più ascoltati per un anno. Poi è successo che sistemando un po’ di lavori, di cose nel mio hard disk sono saltati fuori, li ho riascoltati e ho capito che a distanza di un anno volevano ancora dire qualcosa, erano successe cose nel frattempo che mi hanno dato ancora di più la voglia di farli uscire, buttarli fuori. Ho fatto pochi ritocchi, ho aggiustato un po’ il master, pulito due cose.
- In “1800 m slm.” c’è un verso che si riallaccia al primo brano del tuo album precedente del 2024, ovvero in entrambi i casi canti la strofa “la vita è una merda”. Quali sono, secondo te, gli aspetti più merdosi della vita, quelli su cui non ci si può proprio trattenere? 
- Ci sono tanti aspetti merdosi, poi ovviamente ognuno ha i suoi. Penso che sia lampante consultando una testata giornalistica, accedendo a Instagram, guardando qualche contenuto di pseudo informazione quello che accade nel mondo e come stiamo sostanzialmente chiudendo gli occhi su tutto. Non parlo solo di guerre, ma più in generale. C’è una decadenza culturale, sociale a mio giudizio veramente preoccupante. Questo comunque non vuole essere disfattismo, una presa di coscienza pessimistica della vita in sé. Vuole essere un punto di partenza, dire “ok la vita è questa, ci sono queste cose che non vanno”, ma ci possono essere altri modi per evolvere, per far andare meglio le cose, per avere più consapevolezza, un po’ più di attenzione, di gentilezza. Cercare di essere persone migliori. Secondo me il modo per migliorare c’è, il modo per cambiare le cose c’è.
- Il tuo stile di scrittura è caratterizzato da versi spesso diretti, di denuncia del modo in cui viviamo. Possiamo definire il tuo come un album “politico”, tra virgolette, non nel senso di schierato da una parte o dall’altra, ma di partecipazione alla vita della polis, della città, della società?
- Assolutamente sì, nel senso che personalmente penso che l’arte se così vogliamo chiamarla, il contenuto che uno porta, che si tratti di musica, di letteratura, di pittura sia un atto politico, in qualche modo bisogna prender posizione, è inevitabile secondo me, altrimenti si racconta il nulla, si fa solo tanto rumore, tanto suono che esce da una cassa ma che poi non dice niente. Quindi sì sicuramente ho scritto sempre cose che sentivo, che avevo l’urgenza di dire. Questo potrebbe essere anche un limite perché si avverte, non è sicuramente musica per far ballare, però credo anche che ci possa essere una lettura, una profondità nelle cose che si fanno che vada un po’ oltre il rumore.
- Andiamo ad analizzare un po’ i singoli brani. “Cresta punk” con la citazione di “Anna e Marco” di Lucio Dalla. Quindi esce fuori un punto di riferimento penso importante nel tuo universo musicale. Quali sono i cantautori che ti hanno fatto dire “voglio diventarlo anch’io”?
- Sicuramente Dalla è tra i miei preferiti. Tra l’altro questa citazione è uscita fuori di getto, l’ho scritta in una frazione di secondo e non mi sono neanche accorto che era sua, poi riascoltando il demo mi sono accorto che questa frase l’avevo già sentita da qualcuno più importante di me (ndr ride). Quindi è una cosa che mi è rimasta attaccata dentro, questo verso di una canzone pazzesca, secondo me bellissima. Dalla aveva la capacità di raccontare delle storie con un filo narrativo lucidissimo senza però tralasciare le metafore, l’uso della parola ricercata, poetica. Trai i cantautori che mi sono sempre piaciuti c’è per esempio Rino Gaetano, che anche lui trovava sempre un’urgenza espressiva, politica fortissima. Ultimamente sto anche rivalutando qualcosa di De Gregori e poi sono molto appassionato della scrittura di tutto quel mondo che riguarda il Consorzio Suonatori Indipendenti, loro sono anche sicuramente una grande influenza, un importante riferimento cui ogni tanto butto un occhio, un orecchio. 
- Nel caso dei C.S.I. direi forse più dal punto di vista del pensiero più che non del suono.
- Certo sicuramente. 
- Invece “La mia generazione” è un ritratto sulla capacità di cadere e di rialzarsi, di guardare oltre le cose materiali. Innanzitutto la tua generazione è quella dei…?
- La mia generazione è quella dei 26 anni. 
- Pensi che per la tua generazione sia il momento di dire basta a quello che deturpa la nostra povera patria?
- Penso che non sia semplicemente il momento, ma che sia doveroso. Torniamo sempre al concetto di presa di posizione, vedo come vanno le cose in questo mondo, in questa vita di merda però faccio anche in modo che le cose cambino. Cerco di rendermi voce, mi espongo sicuramente. Quindi direi se non noi chi altri? Quelli più giovani arrivano da un altro contesto e sono forse in qualche modo ancora più rassegnati, mentre quelli più vecchi della mia generazione vanno inevitabilmente verso un’altra fase di vita, hanno meno energie, anche meno possibilità. Noi nel mezzo ci troviamo in questa fase di età particolare per tanti aspetti, che penso coincida meglio con una maturità di pensiero, elasticità e anche forza fisica e di intenzioni. Quindi sì auspico che possa esserci una generazione promotrice di un cambiamento. 
- Invece in “Lo rifarai”, che è anche qui un brano che riassume molti temi dell’album, ci sono dei versi che mi hanno fatto venire in mente delle inchieste giornalistiche lette nel passato. I versi che dicono: “i bimbi ribelli sono casi difficili da addomesticare”. Volevo riflettere con te su questo. Mi sono venuti in mente i bambini della cosiddetta “generazione Ritalin”, quei bambini che, soprattutto negli Stati Uniti, venivano trattati con un farmaco nato per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) per essere sedati indiscriminatamente in modo da renderli più docili e in qualche modo addomesticati. Perché l’essere umano è così egocentrico da non rispettare nemmeno i bambini?
- Perché l’essere umano sia così egocentrico non te lo so dire, nel senso che se non lo fosse forse tanti dei problemi che ci sono nel mondo non ci sarebbero, forse a parte il male, l’egoismo, la povertà culturale che penso siano proprio parti intrinseche della nostra anima, del nostro subconscio più oscuro. Sicuramente queste casistiche, questi bambini ribelli, persone ancora non persone, questi giovani sono poi sostanzialmente i primi a subire tutte le ingiustizie, le angherie di una generazione più vecchia, dei genitori, dei nonni, di retaggi antichi che si ripercuotono su di loro. Forse manca spesso anche un filo conduttore tra le generazioni che le faccia mettere a un tavolo e parlare, dialogare. Questo perché se i bambini sono così c’è da chiedersi perché lo siano diventati. E’troppo facile appunto zittirli, addomesticarli. E’un modo per fuggire dalle proprie responsabilità. 
- Il disco si chiude con “Vetro”. Qual è il rapporto tra amore e tempo?
- In realtà non lo so, nel senso che sono sempre più convinto che l’amore non esista e si costruisca. Esistono sicuramente il sentimento, l’amore iniziale ma poi è tutto una costruzione, senza la costruzione non esiste l’amore e la costruzione avviene per forza nel tempo. Quindi la costruzione è fatta sicuramente di profondità, di approfondimento e di tempo dilatato. Nel breve tempo, in una prospettiva superficiale credo che il termine amore sia sbagliato. Penso che l’amore si allacci, che abbia un legame profondo con il tempo, che in questo senso possa esserci un tratto di unione tra i due temi. 
- “Spam” è un brano con un titolo curioso. Riflettendo su cosa intendessi dire ho pensato che forse è perché dietro le mail di spam non c’è nessun contatto umano reale, si tratta di invii automatici, generati artificialmente. E’una canzone per denunciare il lato inesistente della realtà?
- In qualche modo sì. Le canzoni faccio sempre fatica a spiegarle perché spesso sono più che altro immagini che si uniscono, si incastrano e poi alla fine danno vita ad un pezzo intero. Effettivamente come dici è una presa di coscienza, una disillusione su quello che c’è e forse anche qualche sogno che si modifica rispetto a quello che avevo immaginato. I titoli dei brani, degli album faccio abbastanza fatica a darli, ci medito tantissimo tempo, poi magari invece impiego due minuti a scrivere la canzone. Questo titolo in particolare è venuto invece spontaneo perché è nato dalla prima strofa del brano in cui dico “me ne vado in cerca di qualcuno che risponda alle mail”, perché rispecchiava e ancora in parte rispecchia una fase di vita, di lavoro, professionale e anche di musica in cui ero come imbottigliato in mille mail cui nessuno rispondeva, nessuno come si dice comunemente mi cagava. Da quella prima strofa è poi nato tutto il pezzo. 
- Trovo affinità, fatte le debite proporzioni, dato che il tuo album è stato registrato completamente in presa diretta, tanto che hai lasciato ad esempio il rumore del piede che batte il tempo, tra questo disco e “Canzoni da spiaggia deturpata” di Vasco Brondi Le luci della centrale elettrica. Ti riconosci in questo parallelismo?
- E’un paragone che anche in passato mi è stato proposto e devo dire che per la verità non mi riconosco totalmente nel senso che capisco che possa essere un facile raffronto in quanto le canzoni le scrivo chitarra e voce, mi piace molto la sporcizia delle musiche, le cose storte e questa può essere un’associazione rispetto ai lavori di Vasco Brondi con le Luci e il loro essere molto viscerali, crudi, senza fronzoli, una caratteristica che riconosco anche in me. Come scrittura però penso che abbiamo due modi di scrivere molto diversi e siamo generazioni molto differenti, quindi arriviamo da passati che non si assomigliano per niente. C’è una parte di scrittura di getto, questa forma canzone che non punta a farsi piacere. Me ne rendo anche conto quando faccio ascoltare i demo che possano risultare magari un po’ ostici, ma è il modo in cui i brani mi fanno stare bene quindi penso che andrò avanti così. 



Distorce crede veramente nel proprio progetto ed è già riuscito a portarlo, un anno fa, all’interno della rassegna “Carne fresca” di “GERMI Luogo di Contaminazione”, spazio creativo polivalente ideato a Milano da Manuel Agnelli degli Afterhours. Ora speriamo che contamini sempre più persone perché c’è tanta fame di bellezza artistica.

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