Stendhal scrisse che l'amore è un fiore delizioso e che bisogna avere il coraggio di coglierlo anche sul bordo di un precipizio.
Nella recensione di oggi, parleremo di amore, di una passione viscerale che malgrado le avversità resiste al trascorrere del tempo. Questo sentimento riguarda principalmente la musica e a raccontarcene le sfaccettature sono gli Edvige con il loro disco d'esordio "Carogna". L'album è uscito in concomitanza dell'equinozio di primavera, quando giorno e notte hanno quasi la stessa durata. E' un momento di equilibrio cosmico tra luce e oscurità, interiorità ed esteriorità.
La natura si ridesta e la musica è evidentemente il fiore della band milanese: amare profondamente il processo di scrittura e di arrangiamento li ha portati a prendersi cura di una decina di canzoni, i cui testi sono interamente ad opera del cantautore Yuri Beretta.
Si tratta a tutti gli effetti di un collettivo che si è riunito in sala prove per condividere la propria emotività, il proprio bagaglio culturale ed esistenziale al servizio della stesura di brani, dell'improvvisazione strumentale e di nuove forme per esorcizzare solitudine e tormento interiore.
Preparatevi dunque ad un viaggio iniziatico e ad abbandonarvi ai sussulti che l'alternarsi di leggerezza e profondità vi trasmetteranno.
Pur trattandosi del primo album, la band meneghina è composta da musicisti di grande qualità che hanno maturato una lunga esperienza in ambito artistico (Genialando Minimamente, Histoir d'O, Psycho soul).
"Carogna" è il protagonista di tutte le canzoni: si tratta di un ragazzo che riconosce la sua controversa propensione al deterioramento, all'autolesionismo. Diventato adulto sta imparando a conoscersi, a leggere e ad accettare i propri chiaroscuri, nel dolceamaro processo di maturazione che conduce ad imparare che la compassione è un esercizio quotidiano, uno strumento da utilizzare sia nei confronti degli altri che di se stessi.
Con diversi dischi alle spalle, Yuri Beretta, nel corso degli ultimi 20 anni ha dimostrato di saper trasformare e sublimare ogni sua esperienza personale in versi ispirati e sinceri.
La band degli Edvige, lo accompagna in questo cammino adornando i brani con virate intense, oniriche e ricche di inquietudine, inerpicandosi in armonie talvolta tese e dissonanti, votate
principalmente alla creazione di un linguaggio del tutto personale, alla sperimentazione e alle contaminazioni di genere.
Se le nostre anime fossero composte d'acqua, la nostalgia del disco si depositerebbe sul fondo insieme al pop, al rock, alla poesia noir, ad una discreta quantità di (salvifica) ironia, ai testi visionari e intimisti di Yuri Beretta, alle sognanti armonie dei suoi intrecci vocali con Giorgia Olivieri, ai suggestivi arpeggi chitarristici di Massimo Ferrò e Sandro Buzzecchi e alla ritmica trascinante affidata al batterista Lele Perego, al bassista Emiliano Tanzi e al sax di Stefano
Colombani. Partendo sempre dalla nostra ipotesi precedente, dall'insieme di tutte queste componenti riemergerebbe in superficie una materia plasmata e inevitabilmente modificata.
Le canzoni seguono perfettamente l'evolversi altalenante e turbolento dell'emotività degli strumenti e del groviglio di pensieri dell'autore delle liriche.
Un esempio concreto del potenziale di questo processo creativo è il brano "Danza macabra" (ispirata all'affresco di Clusone) in cui si affronta il tema della morte che in più di un'occasione ha pesantemente toccato in prima persona il cantautore milanese.
La canzone ci ricorda che la vita è cambiamento e che è proprio il suo movimento ciclico a dare senso ed importanza all'esistenza.
La ricerca di un comune sentire è evidente: si tratta di una forma per scacciare la paura, per ricordare a noi stessi la caducità della vita, di essere tutti destinati ad una sorte comune e che non ci dovremmo mai dimenticare di dare valore al tempo che abbiamo a disposizione.
"Danzando felici, lasciate l'angoscia fuori da qui. Io sono il passaggio, la porta l'abbraccio solerte, mi chiamano morte. Ogni giorno che passa, anche se non volete, sono io la regina, per ognuno divoi",
In "Datemene ancora", viene introdotto il tema della sregolatezza, della dipendenza e del circolo vizioso che porta alla ripetuta violenza autoinflitta.
La consapevolezza di farsi del male, ci vede impotenti di fronte all'esigenza di soddisfare bisogni immediati (di qualunque natura essi siano).
Nell'album sono presenti anche canzoni pop come "Alienato" che mantengono un approccio ironico pur conservando uno spessore di fondo (si discorre del paradosso del sentirsi combattuti tra il
desiderio di mescolarsi agli altri e il restarne distaccati per non essere travolti dalla propria vulnerabilità).
Tra i brani più riusciti troviamo "La notte", che tratta della ricerca di condivisione con gli altri per poter sfuggire alla solitudine. Ricerca che per l'autore si rivela purtroppo vana.
In "Autobomba" si racconta di quando a volte l'amore possa diventare così esplosivo da farci saltare in aria. Si fa leva su un testo che trasuda allusioni, controsensi, ironia (a partire dal sax che emula
spassosamente il suono del clacson).
Mantenendosi a metà strada tra introspezione, sarcasmo, doppi sensi, follia, istinto e anticonformismo, per mezzo di questo album d'esordio, gli Edvige sono riusciti a fare leva sugliostacoli della propria esistenza per librarsi verso nuovi orizzonti.
Ci auguriamo che questi li conducano a produrre ulteriori dischi.
"Forma e sostanza", citando Giovanni Lindo Ferretti. Assolutamente sì, ma con una squisita attitudine punk, aggiungerei io.
Potrete vederli dal vivo il 1° giugno a Milano al CIQ, Centro Internazionale di Quartiere (zona Corvetto).



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