domenica 18 ottobre 2026

MORGAN AL MEI - PICCOLA INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA IN OCCASIONE DELLA CONSEGNA DEL PREMIO "MEI 30 E LODE"


Ecco la piccola intervista a Morgan registrata al Mei in occasione della consegna del premio "Mei 30 e Lode" dal nostro inviato Luca Stra.


- Se dovessi scegliere una canzone, un movimento per spiegare cos’è la musica a un’altra forma di vita che la ignora completamente quale sceglieresti?
- Sicuramente sceglierei Beethoven, andrei sul sicuro per via della perfezione formale di quello che ha scritto e potrei avere a disposizione degli esempi molto chiari. È facile spiegare la musica quando si ha un riferimento così. Certo se dovessi spiegare che cos’è una canzone prima dovrei partire dallo spiegare che cos’è la musica dato che la canzone è una forma di musica. Probabilmente come esempio prenderei una mia canzone che si intitola “Altre forme di vita” e spiegherei cos’è una canzone attraverso una canzone che parla anche di alieni, quindi in modo autoreferenziale. Farei l’operazione che sto facendo, che è descritta anche nella canzone stessa. Mi metterei a ragionare sulla canzone portando come esempio una canzone che parla degli alieni, se devo parlare con un alieno. Poi se l’alieno è la metafora di chi non sa fare la musica va bene lo stesso, perché le canzoni piacciono a tutti, anche a chi non le sa fare. È questo il bello, le canzoni sono universali e vanno in giro per tutto l’universo. E c’è una cosa interessante che nessuno ha mai detto e che ho intuito io, che gli unici a saperle fare sono i terrestri. Questo è il motivo per cui noi piacciamo a tanti tipi diversi di alieni. Loro rosicano perché non sanno scrivere le canzoni. Se non fosse per questo ci massacrerebbero molto più rapidamente. Noi dobbiamo ringraziare chi fa le canzoni se siamo al mondo, perché sono quello che vogliono gli alieni da noi. L’arte in generale. Tu pensa a cosa rimane della storia dell’umanità, l’arte. Ci ricordiamo del Quattrocento per Leonardo, per che cos’altro? Cristoforo Colombo?
- La storia è ciclica, quello che è accaduto negli anni Venti del Novecento sta accadendo di nuovo adesso.
- Perché è ciclica la storia? Non è ciclica perché l’umanità è sempre ferma non perché la storia è ciclica, ma perché non evolve, perché è immobile. Secondo me è perché la terra non gira. Gli esseri umani sono sempre stati allo stesso livello. Un musicista che nel Settecento faceva musica come quella che scriveva Bach, per esempio, se oggi fosse qui farebbe la stessa cosa e sarebbe grandioso ugualmente. L’essere umano ha un limite oltre il quale non può andare. L’uomo intelligente del Milleduecento è uguale all’uomo intelligente di oggi. Non è più o meno evoluto. Secondo me è così sia a livello scientifico che tecnologico, artistico e dei sentimenti, perché altrimenti non ti spiegheresti perché certa poesia del Millequattrocento, del Milleduecento sia così raffinata, elevata. La raffinatezza di Petrarca è una squisitezza, se tu pensi a quanto è evoluto dal punto di vista della psiche quell’uomo, come è educato, che tipo di raffinatezza ha, oggi è la stessa cosa e non è che allora fossero brutali. Questo mi fa pensare che sia vera la teoria degli antichi astronauti (nda Tale teoria sostiene che esseri intelligenti extraterrestri abbiano visitato la Terra in epoche antiche o preistoriche, entrando in contatto con le prime civiltà umane). Io non sono un complottista, ma apprezzo i complottisti. Apprezzo chi studia queste cose, ad esempio David Icke, uno studioso inglese che da trent’anni afferma cose che si stanno rivelando vere. Gli hanno dato tutti del pazzo mentre invece ha completamente ragione. Gli esseri umani in qualche modo sono gestiti da civiltà extraterrestri e il livello scientifico dipende da quello. Queste civiltà hanno un livello scientifico molto elevato, ma non artistico. Non sono in grado di creare arte. Ecco perché non sono umani. La guerra non è umana e allora perché gli uomini la fanno se non lo è? Gli uomini non la fanno spontaneamente ma sotto costrizione perché una caratteristica dell’essere umano è non farla. Quindi c’è qualcosa che non torna. Perché se fosse tipica degli esseri umani la guerra la chiameremmo “cosa umana”. Ci raccontano che da sempre l’essere umano ha in sé una componente di bene e di male, ma non è vero perché se no la guerra sarebbe umana, mentre non lo è. È contraria all’essere umano e allora per quale motivo l’essere umano la fa? Perché da millenni è etero condizionato, condizionato a fare cose disumane contro la sua volontà. È un po’ come quando noi alleviamo le api. Le api sanno chi siamo noi? Non credo. Esattamente come quelli che ci allevano. 




Riprendendo le parole di Morgan il MEI 2026 si è confermato come un Meeting in cui la peculiarità umana di creare arte attraverso la musica ha avuto l’occasione per esprimersi in molti modi. La biodiversità musicale è la prova che la creatività umana non ha confini.




 

VOCI DAL MEI - ZEBRA.SYS E MATILDE MONTANARI - INTERVISTE A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


La biodiversità musicale è la forza trainante del MEI di Faenza. Chiunque ami la musica in tutte le sue sfumature ha l’occasione per cogliere frutti veri, succosi e non gli omogenizzati che ci propina ogni giorno la discografia mainstream. Tra le molte proposte ho assaggiato quelle degli ZEBRA.sys, band romana che fa della contaminazione tra elettronica e ruvidezza rock la propria identità artistica e della cantautrice Matilde Montanari, dal taglio più classico che ha riversato tutta se stessa nel suo EP. 



La chiacchierata con Eugenio Giacomo Maglio e Paolo Castellani degli ZEBRA.sys è stata l’occasione per parlare del loro album “Shutdown Your System”, uscito a giugno. 
- Nel giro di pochi anni l’Italia ospiterà centinaia di data center, che sono estremamente energivori e alimentano l’Intelligenza Artificiale. Secondo voi “Shutdown Your System”, che è il titolo del vostro album, è l’unico modo per arrestare il sistema e fermarci poco prima della catastrofe?
EUGENIO - Per noi “Shutdown Your System” nasce dall’esigenza di mettere in atto una provocazione, tornare alla nostra energia istintiva fuori dallo schema dettato dalle giornate lavorative. Era importante trovare un’espressività ancorata alla realtà di oggi molto informatizzata e da qui è nata la provocazione, che ammicca anche un po’ all’immaginario vintage dell’informatica, per esempio il floppy disk. Torniamo indietro perché stiamo perdendo di vista il nostro lato umano.
PAOLO – Il nostro è metaforicamente un ritorno a un digitale analogico. L’iconografia cui ci rifacciamo è quella del digitale con un umano che ci mette del suo, mentre ora è tutto digitale guidato dal digitale stesso. L’essere umano così diventa schiavo del digitale, mentre invece l’intento è evocare il nostro lato selvaggio.
EUGENIO – Aggiungo che anche il nostro nome “ZEBRA.sys” è stato scelto per questo, perché la zebra è un animale della savana che sembra apparentemente anonimo, non si riconosce una zebra rispetto ad un’altra, invece ogni zebra ha una sua unicità, per esempio nelle striature. Il punto sys invece si riaggancia al digitale analogico ed è anche il trigger del nostro live, l’apertura di un file di sistema che crea confusione. 
PAOLO – È come un virus che anziché distruggere il computer ti libera. Pensi di essere libero mentre, in realtà, sei dentro un sistema. 
- Azzardo una definizione del genere che fate. Potremmo definirlo cybermetal? 
EUGENIO – Sì, ammicchiamo molto all’industrial, diciamo che le nostre principali fonti di ispirazione sono i Rammstein e i Nine Inch Nails. Abbiamo cercato di mescolare il tutto con le nostre radici. In realtà non abbiamo mai fatto questo genere di musica prima degli ZEBRA.sys. Ci siamo trovati a resettare il nostro background ed esplorare. Quindi è sicuramente cyber, ma molto ruvido.
PAOLO – Diciamo che la definizione ufficiale sarebbe techno industrial metal a sfondo cyber. La tua analisi è corretta, però usiamo anche molta techno. Non seguiamo né la strada totalmente metal né quella totalmente techno. Ci collochiamo nel mezzo. 
- L’attacco di “Drop the bomb” dà proprio l’impressione di sentir cadere le bombe. Sono gli incubi del passato che riaffiorano?
PAOLO – Tutto il nostro album è un percorso di liberazione dell’io e “Drop the bomb” è quel momento in cui ti rendi conto di poter fare qualcosa e sei pronto a sganciare la bomba. Pensi “ho tutta questa energia dentro di me, questa voglia di identità, di affermare me stesso e adesso è il momento di liberarla. Sono pronto a sganciare la bomba”. 
EUGENIO – “Drop the bomb” in questo momento storico è un’espressione volontariamente scomoda. Aggancio la tua attenzione, ma se ascolti il brano vorremmo che percepissi che la bomba di cui stiamo parlando ti libera da una struttura che ti ha castrato. Quindi è un’esplosione positiva.
- Parliamo del confine tra uomo e macchina nella creatività. Rischiamo di fare la fine di Jeff Goldblum nel film “La mosca”?
EUGENIO – Secondo me dipende dal punto di vista. Può essere un’occasione di evoluzione o un’occasione persa per fare un salto evolutivo. Il confine è molto sottile perché basta una scelta errata per metterci dal lato sbagliato della parete. In questo momento poi è un tema attualissimo l’intelligenza artificiale che ci sta schiacciando come artisti, ma se viene sfruttata come alleato nel processo creativo diventa un volano per la crescita. È uno strumento, dipende dall’uso che ne facciamo. 
- In “Jailbreak” il protagonista si trasforma in un virus che è capace di infiltrarsi nella rete conquistando la propria libertà. È recente la notizia di quello sviluppatore di Anthropic che si è dimesso spiegando che lui non voleva più fare questo lavoro perché metteva in pericolo la persona umana. 
PAOLO – Effettivamente la canzone tratta questo tema. “Jailbreak” è il finale del disco, quindi dopo essersi accorto di vivere in un sistema che non piace più è giunta l’ora di sganciare la bomba, “Jailbreak” rappresenta proprio il punto finale. Ora che mi sono liberato, proprio come quell’ingegnere, vi dico “adesso correte con me perché vi faccio vedere quanto è bello dall’altra parte”. 
EUGENIO – Vorrei aggiungere che tutti i brani del nostro disco sono come delle stanze sonore. Oltre alla traccia che si ascolta abbiamo sempre cercato di creare un ambiente. All’inizio di “Jailbreak” c’è il suono delle serrature campionate di un carcere che si aprono. L’obiettivo di questo progetto è creare una cage proprio attraverso l’immersività sonora, che si risolve nell’ultimo brano, la rottura di “Jailbreak”. 
- “Shutdown Your System” è stato definito come un campo di battaglia emotivo. Potete spiegarlo meglio?
PAOLO - Come in tutte le battaglie c’è il momento della lotta vera e propria e quello delle conseguenze. È come se si svolgesse una guerra interiore. L’album inizia con “Wild Night”, simbolica del momento in cui mi accorgo che qualcosa non va. Ci siamo immaginati il nostro personaggio di notte che capisce che nel cervello c’è un glitch attraverso cui riesce a trovare uno spiraglio di luce. È quello che gli fa capire che “okay non sto più bene qui, devo cominciare a preparare la mia battaglia”. Quindi è il primo passo. Poi con “Catch me” il protagonista comincia a correre. C’è un filo logico, se lo vedi dall’esterno è proprio come una guerra. Quando la studi a scuola ti dicono le motivazioni, le alleanze, la causa scatenante, i conflitti, che qui sono interiori e le conseguenze di cui abbiamo parlato in “Jailbreak” che è la liberazione, la fine della guerra. 
EUGENIO – E’ un meccanismo narrativo usato anche in ambito letterario, il viaggio dell’eroe, il momento di rottura iniziale che si crea in “Wild night”. Si inceppa qualcosa e inizia una catena di eventi che si risolve in una liberazione, un nuovo stato che ci auguriamo sia migliore del precedente.
- Nello scenario politico attuale segnato dalla presidenza di Donald Trump negli USA, la guerra e le conseguenze drammatiche delle decisioni di Netanyahu, il futuro è minacciato da figure come le loro. Quanta della rabbia che deriva da questo stato di cose è filtrata nei vostri pezzi?
PAOLO – L’inquietudine che provocano questi personaggi politici traspare nell’intenzione. Perché tutto ciò che grava sul nostro inconscio, a partire dalle piccole cose quotidiane, come lo svegliarsi presto per andare al lavoro, fare tardi la sera per colpa del lavoro stesso, le bollette, fino ad arrivare a questioni più grandi come la politica, i genocidi e le guerre mondiali sono tutte cause che nel nostro inconscio pesano e fanno venire voglia di resettare.
EUGENIO – Sicuramente la realtà circostante ci ha influenzato molto anche nella scelta di rafforzare il messaggio identitario di liberazione da ciò che siamo. Il problema è che nel momento in cui siamo soggiogati dalla nostra realtà quotidiana e non tiriamo su la testa siamo più facilmente plasmabili. In questo viaggio proponiamo all’ascoltatore di tornare a ricordarsi di sé stessi prima di tutto. Anche perché le persone di cui abbiamo parlato, i potenti sono esseri umani come noi e sono arrivati a quelle posizioni di potere per effetto di un percorso. Ognuno di noi può scegliere la direzione verso cui andare. Ognuno di noi ha la propria identità e può non essere un soggetto passivo. Noi tutti possiamo lasciare un segno. Il concetto è risvegliare la coscienza politica delle persone, ricordare prima di tutto chi siamo e poi aprirci. Vicino a noi c’è un’altra zebra.
PAOLO – Il nostro messaggio è riconoscerci come parte di un tutto, senza la volontà di prevaricare gli altri. Mi sono svegliato, mi sono riconosciuto come zebra e voglio risvegliare anche chi mi circonda. Siamo tutti uguali e anche diversi nella nostra identità, come le zebre. 
- Nella costruzione dei brani come evitate che la precisione chirurgica della drum machine vada a soffocare la carica viscerale del rock?
EUGENIO – Forse proprio la nostra origine artistica ci sta aiutando. Ci siamo immersi nel mondo dell’elettronica dopo aver raggiunto la maturità come musicisti rock, quindi quella rimane la vena dominante. Abbiamo cercato una sintesi per definire il nostro sound rispettando le nostre origini. Questo ci ha consentito, secondo me, di mantenere un’identità che non è classificabile come pura musica techno o pura musica elettronica, ma nemmeno pura musica rock. Ci piace moltissimo questo ibrido che in realtà non è stato neanche studiato, ma è molto naturale e nasce dall’esplorazione.
PAOLO – Per noi i limiti meccanici, della drum machine, qualsiasi tipo di limite non lo viviamo mai solo ed esclusivamente come tale, ma piuttosto come uno stimolo. Per esempio, i Beatles che avevano un registratore a quattro piste componevano musica che è ancora oggi moderna. Per noi fare musica è uno stimolo continuo, un’esplorazione costante, motivo di studio e di curiosità. 
- Dopo la vostra vittoria a Emergenza Live Italia 2025, le date nei club, l’uscita con l’etichetta Leave Music e la distribuzione Sony e adesso il MEI, in quale direzione state andando? Avete già un’idea del vostro futuro musicale?
EUGENIO – Stiamo già lavorando al prossimo album perché non ce la facciamo a fermarci. In questo momento stiamo puntando molto sul far conoscere la nostra musica con i live, il momento in cui riusciamo ad esprimere meglio le potenzialità del progetto, che ha una doppia veste, sia audio che audio video a seconda della venue. Il nostro obiettivo per il prossimo anno è aumentare la penetrazione più che del mercato, dei club, dei live perché è importante farsi scoprire. È inutile fare musica in cameretta, bisogna prendere la macchina, andare nei posti, conoscere le persone, agganciare gli altri con il nostro messaggio e continuare sempre così perché tanto non basta mai. Sottotraccia poi stiamo già sviluppando il prossimo disco perché il viaggio di questo album finisce con la liberazione, ma poi cosa succede? Abbiamo in mente la traiettoria da prendere, speriamo di poter chiudere la lavorazione il prossimo anno perché abbiamo tanta voglia di proporre la nostra musica a chi ci vorrà ascoltare. 
-Vorrei parlarvi di una realtà che è uscita recentemente, si tratta di una piattaforma di promozione della musica dal basso che si chiama “Subvert”. Nasce dall’esperienza di Bandcamp, ma l’obiettivo è arrivare a dare agli artisti il 100 per cento delle royalties con una struttura basata su una cooperativa di musicisti. Il finanziamento  è degli ascoltatori che fanno donazioni spontanee, investimenti collettivi della community e quote di iscrizione. Come valutate questo modello? Senza arrivare ad uno shutdown di Spotify…
EUGENIO – Ma anche sì perché purtroppo si è creata una sorta di oligarchia distributiva che sta penalizzando progetti molto validi che potrebbero avere un ottimo riscontro. Non parlo degli ZEBRA.sys, ma proprio della musica che gira. Questa realtà che hai citato non la conoscevamo e la approfondiremo, ma il messaggio chiave è che non bisogna calarsi dall’alto ma salire dal basso, così costruisci la tua base. C’è un’altra realtà in Italia con cui abbiamo collaborato che è “Concerti Fuorisede”, una bellissima idea tutta italiana. Si basa su una serie di locali che si agganciano a un circuito di scambio date e ci sono band che girano all’interno di queste venues. Una rete di musicisti che bypassano il meccanismo del booking a livello dei club. Poi sappiamo che la professionalità delle maestranze è fondamentale quando si arriva a un certo livello e ci mancherebbe. Il centro del discorso è toglierci di testa che qualcosa ci arrivi dall’alto o ci arrivi perché ci hanno visti da qualche parte su Instagram. L’opportunità migliore per farsi conoscere è l’esperienza in presenza perché si attivano molti più sensi. Un conto è vederti, un conto è ascoltarti e un altro ancora è sentire il basso nella pancia che spinge. 
PAOLO – Il nostro intento è creare qualcosa di multimediale, sia video che audio. Se potessimo suonare anche altri sensi come il gusto lo suoneremmo. Vogliamo fare esperienze sensoriali a 365 gradi. 
EUGENIO – Sì aggiungiamo anche cinque gradi, quindi un giro e un po’ di più. Abbiamo proposto il nostro progetto anche nei cinema facendo spettacoli come lungometraggi cinematografici con delle grafiche. L’esperienza cinematografica aveva l’obiettivo di aumentare l’immersività ed è stato molto figo perché noi siamo controluce rispetto a uno schermo cinematografico ed abbiamo un look abbastanza caratteristico. Lo spettatore soffre quasi sulla poltrona perché si vorrebbe alzare e pogare però l’idea è anche quella di farti percepire quanto è scomodo dove sei. Io vorrei che al prossimo concerto in un cinema la gente si alzasse, desse di matto e abbandonasse i posti assegnati.
PAOLO – Vorremmo che la gente si liberasse, facesse un jailbreak.
- A livello di una band esordiente come la vostra secondo voi ha ancora un senso il do it yourself? 
EUGENIO – Certamente. Noi facciamo praticamente tutto come do it yourself. Per questo disco abbiamo seguito tutta la filiera, dalla registrazione al missaggio fino al mastering. Poi ci dà una mano la nostra etichetta “Leave Music”, lo staff che siamo riusciti a convincere con il nostro progetto, ma non dimentichiamo che il primo passo lo abbiamo dovuto fare noi, non ci sono state scorciatoie, anzi è stata una grande scommessa perché abbiamo suonato sempre altri generi. La prima serata che siamo saliti insieme su un palco a marzo 2025 abbiamo pensato “adesso vediamo come va a noi sembra una cosa fighissima mentre potrebbe essere una cagata pazzesca”. Eravamo al Traffic di Roma ad una serata di selezione iniziale, una battaglia con il coltello tra i denti…
PAOLO – Selezione di “Emergenza Live”.
EUGENIO – E poi è andata bene, ci hanno richiamato, abbiamo vinto a “Largo Venue”, quindi ai “Magazzini Generali” e non ce l’aspettavamo.
PAOLO – Ci siamo resi conto che il miglior veicolo delle nostre idee siamo noi stessi. Accettiamo sempre i consigli di tutti, ma se abbiamo in mente un suono, una canzone alla fine ci mettiamo noi due fino alle quattro di notte finché non prende forma. Non cerchiamo qualcuno che ci dica cosa fare a livello musicale. Siamo ancora un fiume di idee.
- Chi è tra voi due la mente creativa?
EUGENIO – Siamo una mente alveare perché ognuno ha competenze maggiori in un campo e ci compensiamo a vicenda. Io sono più centrato sulla parte ritmica e sulla promozione del progetto e finché non ottengo quello che voglio faccio il mastino napoletano. Però a livello tecnico Paolo fa veramente la differenza. Tutta la parte di produzione di cui parlavamo è stata seguita da lui. Nella composizione dei pezzi invece ci mescoliamo veramente. Magari arrivo con l’idea di un testo in cui mi manca la parola chiave e la trova lui, oppure ho un riff che non riesco a chiudere e lo fa lui. È anche bello avere questa elasticità e non siamo gelosi uno delle idee dell’altro. L’importante è che abbiamo entrambi la sensazione di aver raggiunto l’obiettivo. 



Il concetto di concept album accomuna gli ZEBRA.sys e la cantautrice forlivese Matilde Montanari. Anche lei ha pubblicato il proprio EP “Grazie per il trauma” come racconto autobiografico delle tappe di un percorso che porta dal dolore per la prima grande delusione d’amore e all’elaborazione del distacco. Dal vivo la sua esibizione dà la misura dell’esperienza già accumulata alla sua giovanissima età, con numerosi premi vinti e l’esibizione a The Voice Generations 2026 che l’ha vista arrivare in finale in coppia con la zia Sara. Appena scesa dal palco l’ho fermata per qualche domanda.



- Mi è piaciuta molto la tua energia live. Hai un modo di stare sul palco che sprigiona la tua voglia di esprimerti. 
- Sono molto contenta che arrivi questa energia, il fatto che ho proprio voglia di portare le persone ad ascoltare la mia musica. 
- Vorresti che diventasse il tuo lavoro.
- Posso dire che nel mio piccolo è già il mio lavoro, non sono più dipendente dai miei da quando avevo quattordici anni e sì voglio che lo diventi a lungo termine. 
- Parliamo del titolo dell’EP, quel “Grazie per il trauma”. L’intro sembra aver assimilato il dolore.
- Sì esatto. L’EP racconta della prima rottura che ho affrontato, il primo amore. L’ho scritto tra i diciassette e i diciotto anni, quindi due anni fa e l’intro è un’esortazione ad ascoltare. Comunque, è un dolore già elaborato perché ne ho scritto dopo averlo superato. Il titolo “Grazie per il trauma” esprime proprio il fatto che è stata la prima esperienza dolorosa che ho passato nella mia vita. Ti dico una curiosità, l’intro è l’anagramma del cognome dell’ex fidanzato che mi ha lasciata. 
- Mi ha incuriosito l’espressione insolita “qualche cicatrice carina”. 
- Sì, è perché cerco di vedere il lato buono anche nel dolore e quindi credo che le cicatrici possano diventare un bel tatuaggio.
- Come mai la scelta di registrare l’EP dal vivo?
- L’EP è stato registrato tutto dal vivo perché avevo bisogno che le parole dette avessero un peso e quando si registra in studio in modo compresso non succede mai. Io sono una super fan della musica dal vivo, credo che non debba sparire, la dimensione dal vivo è fondamentale e mi scoccia quando qualche volta mi devo esibire su una base. Ogni volta che posso voglio avere la mia band e quindi è stato questo il motivo per cui lo abbiamo registrato dal vivo.
- Il problema da questo punto di vista è che tutta la rete dei club che c’era in Italia, soprattutto nelle grandi città sta sparendo.
- Sì, credo sia molto triste perché il mercato musicale propina musica compressa fatta solamente in studio. Credo che invece possano coesistere entrambe le cose. Ho dei pezzi che sono stati fatti in studio e dei pezzi usciti come live. Una cosa non esclude l’altra. La dimensione live però deve sempre essere presente per un artista.
- Il pezzo “Come fanno i gatti” ha un’impostazione blues, anche un po’ jazzata e parla della fine della dipendenza da una storia d’amore e l’inizio del distacco. Una fase di ambiguità, in cui canti “io ti giuro per sempre rimango un po’ tua” ma anche “ti maledirò”. 
- Sì, è il pezzo in cui ti rendi conto di essere stata lasciata, ma con quella persona eri come i gatti che si corrono dietro, che poi alla fine non si riescono più a prendere. A un certo punto della relazione ho vissuto proprio quella fase. Il pezzo ha queste sonorità perché studio jazz al Conservatorio e mi piace contaminare la mia musica con altri generi. 
- Quindi ti diplomerai al Conservatorio.
- Quest’anno mi laureo. 
- In che strumento?
- Canto e basso. 
- Parliamo ancora di “Disordin3” che con quel tre al posto della “e” è un pezzo già un po’ disordinato nel titolo.
- Esatto, l’ho fatto apposta. “Disordin3” è il pezzo che mi racconta meglio ed infatti è quello con cui abbiamo aperto stasera perché parla esattamente di ciò che ho vissuto nella mia testa post rottura e credo fosse la parte più importante da elaborare. Avevo in testa caos estremo e attraverso questa canzone sono riuscita a rimettere un po’ in ordine le idee. 
- La società ci vuole tutti supereroi, ma secondo te non è meglio essere piuttosto super umani?
- Sì per me è meglio essere super umani, super fragili perché ho vissuto un momento in cui le persone credevano che io fossi letteralmente un muro, senza emozioni, una persona antipatica che se la tira. In realtà io avevo bisogno di far vedere agli altri che è meglio essere super fragili che supereroi. 
- Questa super fragilità si esprime in modo struggente in “Ogni goccia”. 
- Sì, è il brano che ho voluto scrivere in modo più emotivo per esprimere l’idea che il dolore c’è ma ogni goccia la puoi trasformare non solo in un pianto, ma in un modo per ripartire. 




DIGGER - IL MONDO FINISCE, INARRITU CONTINUA A SCAVARE - RECENSIONE A CURA DI NICOLA PICE PER #8MM, IL CINEMA DI RISERVA INDIE

Ci sono registi che, dopo aver elaborato un linguaggio filmico, finiscono per esserne prigionieri…e poi c'è Alejandro González Iñárritu che sembra avere bisogno ogni volta di distruggere il proprio cinema per ricominciare da capo. 
“Digger”, il suo nuovo film con Tom Cruise, arriva dopo “Bardo” e dopo una carriera costruita su l'attrito tra spettacolo e tragedia, virtuosismo e colpa, individuo e catastrofe.
Stavolta Iñárritu spinge le sua ossessione su un terreno inedito: quello della farsa apocalittica.
Al centro della narrazione c'è Digger Rockwell, un potentissimo magnate texano del petrolio che si trova improvvisamente davanti alle conseguenze del sistema economico di cui si è nutrito: un disastro ambientale di proporzioni planetarie minaccia di precipitare il mondo nell’emergenza e Digger, anziché assumersi le proprie responsabilità, si convince di poter diventare il salvatore dell'umanità. 
Il carnefice che si presenta come redentore: è questo il paradosso sul quale Iñárritu costruisce una satira nerissima sul potere, sul capitalismo energivoro, sulla politica e soprattutto sulla capacità di trasformare la realtà in spettacolo. 
La prima sorpresa di “Digger” è che il regista di “Amores perros”, “21 grammi”, “Babel” e “The Revenant” sembra, almeno inizialmente, rinunciare a una delle sue caratteristiche più riconoscibili: la macchina da presa in perpetuo movimento.
Dove “Birdman” costruiva l’illusione di un unico, interminabile piano-sequenza e “The Revenant” trasformava il movimento della macchina da presa in un’immersione fisica nella natura, “Digger” preferisce spesso l’immobilità, la composizione frontale, il quadro studiato quasi come una vignetta. 
La cinesi è impiegata con maggiore parsimonia: panoramiche e carrelli adoperati con movimenti controllati come se Iñárritu avesse deciso di imbrigliare il proprio istinto barocco invece di lasciarlo esplodere.
La scelta non è soltanto estetica: il mondo di Digger è un mondo già costruito, rappresentato, in cui gli spazi diventano giganteschi palcoscenici nei quali uomini potentissimi assumono pose grottesche innaturali e poco reali. 
Il film sembra dunque riflettere continuamente sulla propria natura artificiale: ciò che vediamo è realtà, spettacolo, rappresentazione o una combinazione delle tre cose?
È una domanda profondamente iñárrituiana. 
In “Birdman” il confine tra teatro, cinema, identità dell'attore e realtà psicologica si dissolveva progressivamente; in “Bardo” la memoria diventava un territorio instabile nel quale sogno, autobiografia e storia nazionale si confondevano. 
“Digger” porta questa stessa instabilità dentro una satira politica e ambientale, rendendo la forma stessa del film parte del discorso.
A rendere possibile questa nuova grammatica visiva c'è ancora Emmanuel “Chivo” Lubezki, collaboratore fondamentale di Iñárritu in “Birdman” e “The Revenant”. 
I due tornano alla pellicola e al VistaVision, formato che permette un’immagine di straordinaria ampiezza e definizione con un risultato deliberatamente monumentale: i corpi occupano il fotogramma, gli ambienti sembrano sproporzionati e l'architettura del potere diventa quasi fisicamente opprimente.
La vera intuizione di Lubezki, tuttavia, non è semplicemente quella di produrre “belle immagini” ma utilizzare la monumentalità contro i personaggi: Digger è enorme perché enorme è il suo ego; gli ambienti sono sovradimensionati perché sovradimensionata è l’idea del proprio ruolo nel mondo.
La fotografia lavora inoltre su una tavolozza desaturata, sporca, spesso giallastra e livida, lontanissima tanto dalla luminosità artificiale di Birdman quanto dalla spettacolare wilderness di The Revenant. 
La natura non è più lo spazio sublime e straziante nel quale l’uomo lotta per sopravvivere: è una superficie ferita dall'uomo stesso.
E qui emerge un'altra differenza fondamentale perchè se nel cinema precedente di Iñárritu la natura poteva rappresentare un avversario, un'entità indifferente alla presenza umana, in Digger è invece quasi una vittima, contaminata dalla presenza degli esseri umani prima ancora che la catastrofe arrivi.
Il montaggio, affidato a Stephen Mirrione e Conor O’Neill, partecipa a questo cambiamento: Iñárritu non rinuncia alla frammentazione che aveva caratterizzato “21 grammi” e “Babel”, ma la utilizza in modo meno scopertamente virtuosistico.
Il montaggio alterna blocchi narrativi relativamente distesi a improvvise accelerazioni, costruendo una tensione che non deriva soltanto dall’azione ma dalla collisione fra punti di vista, registri e livelli di realtà. 
È un cinema che spesso sembra sul punto di perdere il controllo per poi ricomporsi in una forma rigorosamente geometrica.
Laddove in “21 grammi” il montaggio manipolava il tempo per frantumare la percezione dello spettatore, in “Digger” il montaggio ha la funzione di mettere in crisi la percezione stessa della realtà. 
Non è più soltanto la domanda “quando è successo?”, ma “che cosa sto realmente guardando?”.
Il risultato è deliberatamente destabilizzante e spiega anche una parte delle reazioni controverse al film: la struttura richiede allo spettatore di accettare continui cambiamenti di registro, passando dalla commedia grottesca al disaster movie, dal dramma politico alla riflessione metacinematografica.
La colonna sonora ad opera di Cosmo Sheldrake segue la stessa logica di disorientamento: non cerca il rassicurante tema epico che ci si aspetterebbe da un film apocalittico con Tom Cruise ma, al contrario, costruisce un paesaggio sonoro nervoso, straniante, spesso quasi sgradevole.


È una scelta coerente con il progetto: “Digger” non vuole farci vivere la catastrofe come spettacolo eroico, ma come qualcosa di assurdo, disturbante e fuori asse. 
La musica sembra talvolta anticipare o contraddire le immagini, contribuendo alla sensazione che il film stia costantemente per scivolare fuori dal proprio genere ed in questo senso definisce anche uno degli aspetti più divisivi dell’opera: alcuni recensori hanno apprezzato proprio questa radicalità sonora, mentre altri hanno trovato la partitura eccessivamente aggressiva e distraente.
…e poi c'è Tom Cruise la cui scelta è probabilmente la trovata più intelligente dell'intero progetto. 
L'attore che da decenni interpreta uomini capaci di correre più velocemente della catastrofe, saltare dai grattacieli e salvare il mondo viene qui trasformato nell’uomo che ha contribuito a distruggerlo.
Cruise non interpreta Digger con il distacco dell’attore che sa di essere dentro una satira ma, al contrario, si getta nel personaggio con una ferocia quasi oscena: trucco prostetico, corpo appesantito, postura, voce e mimica che cancellano l’immagine glamour dell’eroe hollywoodiano e la sostituiscono con quella di un uomo arrogante, infantile e mostruosamente convinto della propria indispensabilità.  
La performance di Cruise è rischiosa proprio perché non ha nulla di empatico: l’attore accetta di rendersi ridicolo, sgradevole, persino repellente e, tuttavia, conserva qualcosa dell'energia magnetica della sua figura cinematografica.
Anche quando Digger è un idiota, Cruise è impossibile da ignorare.
Il confronto con la sua carriera è inevitabile: se Top Gun/Maverick aveva trasformato la sua iconografia di star in un monumento al cinema spettacolare, Digger fa l’operazione opposta perché prende a picconate quel monumento.
Non sorprende quindi che la critica sia divisa anche sulla sua interpretazione: per alcuni è una delle migliori prove della sua carriera, per altri l'eccesso caricaturale impedisce al personaggio di acquisire autentica profondità.  
Accanto a lui, Riz Ahmed trova un registro più trattenuto e nervoso, mentre John Goodman sfrutta magnificamente la propria fisicità per trasformare il presidente in una caricatura inquietante del potere istituzionale. 
Sandra Hüller, Jesse Plemons e Michael Stuhlbarg contribuiscono alla definizione di un ensemble volutamente sopra le righe, nel quale ogni interprete sembra consapevole di partecipare ad una gigantesca macchina grottesca.  
Le reazioni a questo film, a tutti gli effetti, costituiscono uno spettacolo nello spettacolo. 
Il film ha ottenuto pareri entusiastici per la sua audacia formale e per la performance di Cruise, ma anche stroncature feroci per la sua presunta pomposità e per l’incapacità di trovare un equilibrio tra satira, dramma e commedia. 
Rotten Tomatoes registra attualmente il 51% di recensioni positive, mentre Metacritic si attesta a 44/100 ed è significativo che persino le recensioni favorevoli lo difendano spesso con l’elemento che quelle negative gli rimproverano: l’eccesso. 
C'è chi vi ha visto una sorta di Dr. Strangelove del XXI secolo e chi, al contrario, lo ha giudicato un'opera che prende in prestito la forma della satira senza possederne la sottigliezza.
La spaccatura della critica riguarda, dunque, non tanto ciò che “Digger” vuole dire, quanto il modo in cui pretende di dirlo. 
Infatti, è difficile negare che il film abbia qualcosa di urgente da raccontare: il rapporto tra potere economico, crisi climatica, propaganda e spettacolarizzazione della politica. 
Più discutibile è la convinzione di Iñárritu che l’accumulo di simboli, metafore e virtuosismi debba necessariamente produrre profondità.
Quindi ha ragione chi afferma che il limite di “Digger” è, paradossalmente, anche la sua qualità più affascinante: la mancanza di misura. 
“Digger” non vuole essere semplicemente una satira sul capitalismo energivoro-fossile: vuole essere una satira sul capitalismo tout-court, sulla politica, sullo spettacolo, sulla responsabilità individuale, sull'industria cinematografica, sull’ego degli artisti e sull’incapacità di distinguere tra realtà e narrazione.
È troppo? Probabilmente sì ma sarebbe un errore liquidare questo film come un semplice esercizio di narcisismo autoriale. 
Iñárritu sta cercando qualcosa di più difficile: dopo aver costruito per vent’anni un cinema fondato sulla sofferenza, sul virtuosismo e sulla monumentalità, il regista sembra chiedersi se anche il cinema d’autore non sia diventato una forma di spettacolo sterile. 
In questo senso “Digger” non è un film sull'apocalisse ma un film sulla rappresentazione dell'apocalisse e Tom Cruise, al centro di questo gigantesco dispositivo, è contemporaneamente il protagonista, la vittima e il bersaglio perfetto di questa rappresentazione, l’ultimo grande eroe hollywoodiano che interpreta un uomo incapace di capire che il mondo non ha più bisogno di essere salvato da lui.
Iñárritu scava, dunque. 
Scava sotto il disaster movie, sotto la satira, sotto il divismo di Cruise e sotto il proprio stesso cinema. 
A volte trova qualcosa di prezioso, altre volte soltanto altra terra ma è difficile uscire dalla sala senza avere l’impressione che, almeno questa volta, la pala abbia colpito qualcosa di solido. 








 

L'ESTRANEA - UN PATTO FAUSTIANO NEL CUORE DELLA BORGHESIA - RECENSIONE A CURA DI NICOLA PICE PER #8MM, ILCINEMA DI RISERVA INDIE


Ci sono mostri che arrivano dall’esterno e mostri che vengono allevati in casa, nutriti con le migliori intenzioni e protetti in nome dell’amore. 
È nella zona opaca che separa queste due possibilità che Paolo Strippoli colloca “L’estranea”, un'opera nella quale l’orrore non rappresenta una deviazione dalla normalità, ma il suo possibile esito estremo. 
La famiglia, istituzione tradizionalmente associata alla protezione, alla continuità e alla trasmissione degli affetti, diventa qui il luogo in cui si consuma una violenza tanto più perturbante quanto meno si lascia ricondurre alla figura rassicurante di un antagonista esterno.
Nelle sale italiane dall’8 ottobre 2026, dopo il passaggio in concorso all’83ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, il film segna un nuovo capitolo nel percorso di un autore che ha progressivamente trasformato l’horror in uno strumento d’indagine sui rapporti umani, sulle contraddizioni della società contemporanea e sulle forme che assume il dolore quando si tenta di sottrarsi alle sue conseguenze. 
Se in “Piove e “La valle dei sorrisi” il perturbante contaminava lo spazio urbano e quello comunitario, in “L’estranea” la minaccia assume una configurazione più intima: si insinua nella genealogia familiare, si deposita nei ricordi, si trasmette attraverso le decisioni degli adulti e finisce per compromettere proprio ciò che avrebbe dovuto salvare. 
Il risultato è un film che si muove sul confine tra dramma psicologico, tragedia domestica e horror soprannaturale, senza lasciarsi esaurire da nessuna di queste definizioni.
Il suo nucleo più inquietante non risiede, infatti, nella domanda su quale entità si nasconda dietro l’apparizione dell’Estranea, ma in un interrogativo più difficile: quanto siamo disposti a sacrificare degli altri pur di non accettare la nostra impotenza davanti al dolore?
La storia prende avvio a Bari, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio.
Anna e Walter Colonna, interpretati rispettivamente da Jasmine Trinca e Adriano Giannini, sembrano aver raggiunto una condizione di piena realizzazione sociale: una casa prestigiosa, una vita agiata, due figli sui quali proiettare aspettative e ambizioni. 
Tobia è destinato, nelle aspirazioni familiari, a un futuro nel calcio, Alice, ancora bambina, sembra avviata verso il mondo dello spettacolo.
Dietro la superficie luminosa di questa esistenza si nasconde, tuttavia, una concezione profondamente proprietaria dell’amore. 
Quando una tragedia mette in pericolo la figlia, Anna incontra una donna misteriosa, l’Estranea, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi e la proposta che riceve apre una frattura irreversibile: la possibilità di salvare ciò che ama è subordinata ad un patto, e il prezzo richiesto finirà per propagarsi attraverso gli anni, investendo l’intera famiglia.
Venticinque anni dopo, durante una notte di pioggia, Anna raggiunge Alice, ormai adulta, interpretata da Romana Maggiora Vergano, nel suo appartamento romano.
È il momento della confessione: il passato ritorna non come un ricordo inerte, ma come una forza ancora attiva, capace di rimettere in discussione identità, responsabilità e legami affettivi. 
Il dispositivo narrativo è quello del segreto familiare, ma Strippoli lo innesta in una struttura di ascendenza faustiana: ogni tentativo di sottrarsi alla casualità dell’esistenza produce un nuovo vincolo, ogni soluzione genera una perdita ulteriore. 
La domanda non è più soltanto se Anna abbia agito bene o male, ma se sia possibile separare l’amore dalla pretesa di decidere il destino di chi si ama.
La famiglia Colonna non è perseguitata semplicemente da una maledizione: è, in un senso più radicale, una famiglia che ha trasformato la propria paura in un sistema di dominio.
Il dato più significativo della regia di Strippoli è la scelta di non costruire un universo autonomamente mostruoso. 
L'orrore nasce invece dalla deformazione di un mondo riconoscibile: le ville borghesi, le feste, le aspirazioni professionali dei figli, le conversazioni tra adulti, le immagini di felicità domestica. 
Non occorre attraversare la soglia di una casa infestata per entrare nell’incubo: basta osservare con attenzione ciò che accade dentro una casa apparentemente perfetta.
È una strategia che richiama una delle intuizioni più fertili del cinema horror: il mostruoso non è necessariamente ciò che interrompe la normalità, ma ciò che rivela la violenza già incorporata nelle sue convenzioni.
In questo senso, “L'estranea” si colloca in una tradizione che comprende il cinema di Roman Polanski, nel quale l’ambiente domestico diventa progressivamente una prigione percettiva, e quello di Michael Haneke, per la capacità di trasformare i rituali della rispettabilità borghese in dispositivi di inquietudine: Strippoli, tuttavia, lavora più esplicitamente con l'iconografia del soprannaturale e con la spettacolarità del genere. 
La similitudine riguarda soprattutto la funzione dello sguardo, chiamato a individuare l’orrore là dove la società preferisce non vederlo.
La regia di Strippoli, dunque, lavora sulla distanza tra ciò che i personaggi mostrano e ciò che realmente sono. 
La casa, gli ambienti sociali e le occasioni conviviali non hanno una funzione puramente illustrativa: organizzano visivamente una gerarchia di valori nella quale il successo è continuamente esibito e la fragilità deve essere nascosta.
Anna è il centro di questa contraddizione: la sua ossessione per il controllo non viene trattata come un tratto psicologico isolato, ma come il risultato estremo di un sistema culturale che identifica la buona genitorialità con la capacità di assicurare ai figli un futuro vincente.
L’affetto si contamina così con l’ambizione, la protezione con la sorveglianza, la cura con la volontà di modellare l'altro.
È importante che Strippoli non riduca questa dinamica ad una semplice condanna morale della maternità perché il bersaglio è più ampio: è l’idea che amare qualcuno significhi sottrarlo a ogni rischio, correggerne il destino, impedirgli di essere esposto all'imprevedibilità del mondo.
Il regista stesso ha ricondotto il film alla propria ossessione per la perdita di controllo, descrivendo i suoi personaggi come persone disposte a sacrificare una parte di sé pur di evitare il dolore.
Da qui deriva la qualità più interessante della sua direzione: l’orrore rende visibile il momento in cui un desiderio comprensibile si trasforma in una pratica distruttiva.
Strippoli alterna l’espansione del racconto familiare alla progressiva contrazione dello spazio narrativo. 
Il passato è associato a una dimensione collettiva, fatta di feste, corpi, musica e ambienti aperti; il presente tende invece verso il confronto ravvicinato, la confessione e la resa dei conti.
La contrapposizione non è soltanto cronologica, è drammaturgica: all'aumentare della conoscenza diminuiscono le possibilità di fuga. 
La verità, invece di liberare immediatamente Alice, la costringe a rientrare in un sistema di relazioni dal quale aveva cercato di allontanarsi.
La scelta di articolare il film in quattro capitoli — Figlia, Figlio, Padre, Madre — seguiti da un epilogo rende esplicita questa operazione di dissezione perchè ogni segmento sposta il punto d'osservazione e ridefinisce il significato di quanto si è visto. 
La famiglia non viene raccontata come un organismo unitario, ma come un insieme di prospettive parziali, di responsabilità distribuite e di ferite che nessun membro riesce a interpretare completamente.
La struttura capitolare ha dunque una funzione quasi processuale: i personaggi vengono convocati, uno dopo l'altro, davanti allo spettatore. 
Il film, però, non offre la rassicurazione di un giudizio semplice. 
L’accusa investe l'intero sistema familiare, compreso il bisogno di trovare un colpevole che permetta agli altri di sentirsi innocenti.


L’Illusione di una felicità apparente in frantumi
Fotografia, montaggio e paesaggi acustici ne L'estranea 


La fotografia di Cristiano Di Nicola è essenziale per comprendere il progetto visivo del film.
La sua cifra più evidente è il contrasto tra due regimi cromatici ed emotivi: da un lato la luminosità satura del passato, dall’altro la freddezza claustrofobica del presente.
Le sequenze ambientate nella Bari della fine degli anni Novanta sono attraversate da una luce che restituisce il fascino superficiale di una stagione di promesse. Le feste, gli abiti, gli ambienti ampi e la presenza dei corpi costruiscono un'immagine di abbondanza. 
Non è una luce semplicemente nostalgica: è una luce che seduce, e proprio per questo rende più violento il successivo collasso dell’ordine familiare.
Il passato non è ancora l’orrore; è la condizione che lo rende possibile. 
L'immagine della felicità funziona come una promessa di durata, mentre il film ne rivela retroattivamente la fragilità.
Nel presente, invece, la pioggia e gli spazi chiusi riducono la possibilità di respirare.
L'appartamento di Alice diventa il luogo di un assedio psicologico, nel quale la conversazione assume progressivamente il carattere di una trappola. 
La meteorologia, quindi, non è più uno sfondo realistico, ma una componente della drammaturgia: l’acqua sembra dare una consistenza fisica alla pressione esercitata dal passato.
La scelta è coerente con il percorso di Strippoli, che ha riconosciuto nella pioggia un elemento ricorrente del proprio cinema. 
Particolarmente significativa è la fotografia familiare associata alla villa e al momento in cui i Colonna sembrano aver raggiunto il proprio ideale di realizzazione. 
L'immagine, riproposta nel corso del film, si trasforma progressivamente da certificato di successo in documento accusatorio: ciò che inizialmente testimonia un traguardo diventa la prova di una costruzione destinata a crollare.
La fotografia di famiglia possiede, per sua natura, una funzione ambigua. 
Fissa un istante e lo sottrae al tempo, ma proprio per questo può occultare le tensioni che lo attraversano: il ritratto conserva i corpi nella posa desiderata, non la verità dei loro rapporti.
In “L'estranea”, questa ambiguità diventa un principio estetico. 
La famiglia vuole vedersi come un’immagine compiuta; il film interviene su quell'immagine per mostrarne le fratture. 
La fotografia, insomma, non si limita a illustrare la dissoluzione della famiglia: mette in scena il conflitto tra l'immagine che i Colonna desiderano lasciare di sé e la realtà che quell'immagine non può più contenere.
La saturazione cromatica, inoltre, allontana il film da un naturalismo strettamente documentario: i colori non aspirano soltanto a riprodurre un ambiente, partecipano alla costruzione di un universo emotivo nel quale il ricordo appare già contaminato dalla sua futura catastrofe.
È una scelta che si presta a una lettura duplice: da una parte conferisce al passato la consistenza di una memoria pop, immediatamente riconoscibile; dall'altra introduce una lieve artificialità, come se la felicità dei Colonna fosse stata fin dall'inizio predisposta per essere esibita.
La bellezza dell'immagine diventa allora una forma di inquietudine: più il mondo sembra ordinato, più risulta percepibile la violenza necessaria a conservarlo tale.
Se la fotografia costruisce la contrapposizione tra l’apparente pienezza del passato e l'oppressione del presente, il montaggio di Federico Palmerini è chiamato a trasformare questa frattura in esperienza narrativa.
Il film non procede semplicemente alternando due epoche: il suo movimento consiste nel modificare continuamente il significato delle immagini precedenti attraverso le informazioni che emergono nel presente. 
Il ricordo, pertanto, non coincide con un ritorno rassicurante a ciò che è stato: è una materia instabile, che si deforma man mano che il racconto ricompone le responsabilità dei personaggi.
La struttura a capitoli favorisce questo procedimento. 
Ogni nuova sezione produce uno slittamento della prospettiva e aggiunge un elemento al quadro complessivo, ma senza cancellare le ambiguità morali, il montaggio diventa così uno strumento di progressiva rivelazione, vicino alla logica del thriller investigativo, pur conservando la componente emotiva del dramma familiare.
Uno degli aspetti più interessanti della costruzione temporale è il rapporto tra anticipazione e scoperta: nel cinema horror classico, la suspense può derivare dall’attesa di un evento minaccioso; nel thriller psicologico, dall'incertezza sulla natura di ciò che stiamo osservando.
“L'estranea” combina entrambe le possibilità: lo spettatore attende di comprendere le conseguenze del patto, ma è anche costretto a interrogarsi sulla natura della donna che lo ha proposto.
Il montaggio non è quindi soltanto un mezzo per accelerare il racconto ma è il dispositivo attraverso cui la certezza viene continuamente rinviata e, insieme, preparata.
In un film costruito attorno alla memoria e alla confessione, la durata delle informazioni conta quanto la loro natura. 
Sapere troppo presto significherebbe ridurre la tensione; sapere troppo tardi rischierebbe di rendere opaca la logica delle azioni: l'equilibrio tra questi due poli è uno dei principali terreni di confronto tra la regia di Strippoli e il lavoro di Palmerini.
È significativo, a questo proposito, che il regista abbia dichiarato di aver eliminato insieme al montatore alcune sequenze concepite originariamente come jump scare, pur riconoscendone l'efficacia immediata. 
La decisione chiarisce una precisa gerarchia stilistica: la reazione fisica dello spettatore non deve necessariamente prevalere sulla coerenza psicologica del film perché un sussulto può essere efficace, ma non sempre approfondisce il terrore; talvolta, al contrario, lo esaurisce in una scarica momentanea.
Strippoli sembra preferire una paura che continui a lavorare anche dopo la conclusione della scena, una sensazione di disagio che non dipenda esclusivamente dall'apparizione improvvisa di qualcosa di mostruoso.
Il titolo internazionale, “The Spiral” offre una chiave interpretativa particolarmente interessante. 
Il movimento del racconto è circolare, ma non coincide con un ritorno esatto al punto di partenza: ogni passaggio riporta i personaggi verso un nucleo traumatico già incontrato, approfondendolo e rendendone più evidenti le conseguenze.
La spirale è, in questo senso, la figura del trauma familiare: ciò che non viene riconosciuto non scompare, ma torna nel presente. 
Il passato non è alle spalle dei Colonna; è una forza che li trascina nuovamente verso il centro della loro colpa.
Il montaggio dà forma a questa ricorsività senza ridurla ad un semplice espediente di sceneggiatura. 
La ripetizione acquista un valore morale: mostra quanto sia difficile spezzare una catena di decisioni quando ciascun tentativo di correggere il danno finisce per perpetuarlo.
Resta, tuttavia, una possibile riserva critica: la scansione in capitoli e l'accumulo delle rivelazioni rendono esplicita la struttura del film, ma rischiano anche di irrigidirla. 
Quando ogni elemento sembra dover trovare una precisa corrispondenza simbolica, la progressione può apparire eccessivamente programmata. 
È il rischio di un'opera che vuole controllare con grande precisione un racconto il cui tema fondamentale è, paradossalmente, l’impossibilità del controllo.
Il paesaggio sonoro di “L'estranea” merita un’attenzione particolare perché partecipa attivamente alla costruzione del significato. 
Le musiche originali sono firmate da ROB, nome d'arte del compositore francese Robin Coudert, mentre il lavoro sul suono comprende il contributo di Marc Bastien, Quentin Collette e Franco Piscopo. 
La distinzione tra colonna sonora e sound design è qui fondamentale. 
La prima organizza la dimensione musicale del racconto; il secondo interviene sulla percezione dello spazio, sulla consistenza degli ambienti e sul rapporto tra ciò che appare visibile e ciò che rimane fuori campo.
In un horror fondato sull'ambiguità, il suono può rivelare una presenza prima che l'immagine la confermi, suggerire una minaccia senza identificarla o alterare la percezione di uno spazio apparentemente ordinario. 
Il fuori campo acustico diventa così una zona di incertezza: lo spettatore è indotto a immaginare ciò che non riesce ancora a vedere.
Nel film, questa funzione assume un significato ulteriore. 
Il suono non è soltanto il segnale di un pericolo imminente, ma una forma della memoria: la musica popolare riconduce il racconto a un periodo storico preciso, mentre il suono ambientale contribuisce a trasformare il presente in uno spazio psicologicamente instabile.
La scelta di Narcotic dei Liquido per accompagnare la dimensione festiva del 1999 è particolarmente significativa. 
Strippoli ha spiegato di aver sostituito nella sceneggiatura iniziale “Baby One More Time” di Britney Spears proprio con il brano dei Liquido, individuando una maggiore capacità di evocare la memoria di quell'estate e l'atmosfera di una festa vissuta come ultimo momento di spensieratezza prima della catastrofe. 
Non è un semplice esercizio di ricostruzione d’epoca, dunque, giacché la canzone agisce come una capsula temporale: restituisce allo spettatore una sensazione di familiarità, riattiva un immaginario collettivo e contribuisce a rendere credibile la felicità dei personaggi.
La sua funzione drammaturgica emerge soprattutto retrospettivamente. 
Quella musica appartiene a un mondo nel quale il futuro sembra ancora disponibile, aperto, governabile ma il film ci ha già mostrato che nessuna abbondanza materiale può garantire la stabilità dell'esistenza.
La nostalgia diventa così un elemento perturbante. 
Il passato non fa paura perché sia intrinsecamente oscuro, ma perché sappiamo che quella felicità non potrà durare nella forma in cui viene celebrata.
Un'altra scelta rilevante è l’impiego di “Nessuno” dei Baustelle, utilizzata in una scena legata alla vittoria dell’Italia ai Mondiali del 2006. 
Anche qui un riferimento culturale condiviso viene sottratto alla sua funzione originaria e inserito in una costellazione di significati più inquietante. 
Il calcio, la festa collettiva e la musica appartengono a un immaginario nazionale riconoscibile, associato alla celebrazione e al senso di appartenenza. 
Il film, tuttavia, non si limita a ricostruire un'epoca: usa quei segni per misurare la distanza tra la felicità pubblica e la catastrofe privata.
Mentre una comunità celebra un momento di trionfo, la famiglia continua a portare il peso delle proprie decisioni, la Storia con la maiuscola procede, offre immagini condivise, produce ricordi collettivi; la tragedia individuale, invece, rimane irriducibile a quella celebrazione.
In questo scarto si trova uno dei gesti più intelligenti del film: la cultura pop non è una decorazione nostalgica, ma una superficie sulla quale l'orrore può proiettare la propria ombra.
La musica, naturalmente, non può sostenere da sola l'intero impianto emotivo. 
Altrettanto importante è la gestione dei rumori e delle pause, cioè la capacità di far percepire l'ambiente come uno spazio dotato di una propria inquietante autonomia.
Il silenzio, nell’horror, non equivale necessariamente all'assenza di suono, può diventare un'attesa attiva, un momento nel quale ogni minima variazione acustica acquista un'importanza sproporzionata. 
Il film sfrutta questa possibilità per accentuare la tensione tra la normalità apparente degli ambienti e ciò che potrebbe celarsi al loro interno.
Il risultato più convincente si produce quando il suono non anticipa meccanicamente la paura, ma la rende incerta, lasciando allo spettatore il compito di stabilire se stia ascoltando un evento reale, un ricordo o la manifestazione di un'angoscia.
È qui che il paesaggio acustico diventa un vero elemento narrativo: non accompagna semplicemente le immagini, ma ne amplia il significato e ne incrina la stabilità.



La recitazione come conflitto di linguaggi

La riuscita di un film che si affida così profondamente ai rapporti interpersonali dipende dalla capacità degli attori di sostenere una doppia tensione: devono rendere credibili i conflitti psicologici e, contemporaneamente, abitare un universo nel quale la realtà può assumere forme apertamente simboliche.
Il cast principale risponde a questa esigenza attraverso quattro interpretazioni differenti, accomunate dalla capacità di non ridurre i personaggi a semplici funzioni narrative.


Jasmine Trinca ovvero la maternità come ossessione.
Anna è il centro morale del film, ma non necessariamente il suo personaggio più facilmente decifrabile. La sua ossessione nasce da un impulso che, considerato in astratto, appare comprensibile: impedire che i figli soffrano, sottrarli alla vulnerabilità, garantire loro un futuro.
La prova di Jasmine Trinca è chiamata a mantenere viva questa ambivalenza. Anna deve risultare una madre capace di amare e, nello stesso tempo, una figura che trasforma l'amore in una forma di coercizione. Se fosse soltanto crudele, il film perderebbe la propria complessità; se fosse soltanto vittima delle circostanze, la responsabilità delle sue scelte verrebbe attenuata.
Anna non vuole semplicemente evitare una tragedia. Vuole impedire che il mondo possa sottrarsi alla sua volontà. La sua è una maternità che non tollera il caso e che, per questo, finisce per trasformare i figli in oggetti di una strategia.


Romana Maggiora Vergano ovvero il diritto di sottrarsi
Alice rappresenta il controcampo generazionale di Anna. Se la madre è legata alla necessità di ricostruire e controllare il passato, la figlia cerca di sottrarsi a una storia che non ha scelto e che continua a determinarla.
Romana Maggiora Vergano interpreta questa distanza senza trasformarla in una semplice opposizione tra ragione e follia. Alice non è una figura completamente esterna alla vicenda: è stata plasmata dal sistema familiare, ne porta le conseguenze e deve affrontare la difficoltà di costruire un'identità autonoma.
L'interpretazione trova qui una funzione decisiva: restituire al personaggio la possibilità di non coincidere con il ruolo che la famiglia gli ha assegnato.
Strippoli ha dichiarato di riconoscersi nella tensione tra Anna e Alice, descrivendole come due differenti modi di rapportarsi all'imprevedibilità della vita. Ha inoltre sottolineato il coraggio dell'attrice e la sua disponibilità ad affrontare situazioni emotivamente estreme.


Adriano Giannini ovvero il padre e la violenza della normalità.


Walter è una figura essenziale per comprendere la distribuzione delle
responsabilità all'interno della famiglia. Il rischio, in un racconto concentrato sull'ossessione materna, sarebbe quello di attribuire a un solo personaggio l'intero peso della catastrofe.
La presenza di Adriano Giannini impedisce, almeno in linea di principio, una lettura così semplificata. Walter appartiene a un sistema di aspettative nel quale il successo dei figli diventa una misura del valore dei genitori e nel quale l'affermazione sociale assume il carattere di una necessità.
Il suo rapporto con Tobia, segnato dalla pressione esercitata sul corpo e sulle aspirazioni del ragazzo, allarga la riflessione oltre la maternità. La violenza familiare non si manifesta soltanto nelle decisioni eccezionali, ma anche nelle richieste quotidiane di conformità: essere più magri, più forti, più competitivi, più vicini all'immagine che gli adulti hanno progettato.
Giannini contribuisce così a delineare una paternità che partecipa alla costruzione di un ambiente nel quale la fragilità non viene accolta, ma vissuta come un difetto da correggere.


Valeria Bruni Tedeschi ovvero l’Estranea tra ironia e minaccia.


È probabilmente il personaggio più delicato sul piano del registro. L'Estranea deve incarnare una presenza perturbante, ma il film evita di ridurla a una figura uniformemente cupa. L'ironia, la leggerezza e l'eleganza diventano parte integrante della minaccia.
La scelta di Valeria Bruni Tedeschi si rivela particolarmente adatta a questa configurazione. La sua interpretazione può sfruttare lo scarto tra una presenza socialmente leggibile e la crudeltà delle proposte che formula. Il personaggio non ha bisogno di manifestarsi costantemente come una creatura demoniaca: è sufficiente che si comporti con una naturalezza incompatibile con la gravità di ciò che sta offrendo.
Il male, in questa prospettiva, non coincide con la perdita del controllo. Può manifestarsi, al contrario, attraverso una padronanza perfetta del linguaggio sociale, una capacità di adattamento e una disinvoltura che rendono il patto quasi ragionevole.
È una scelta che sottrae l'Estranea alla tradizionale iconografia del demone solenne e minaccioso. La sua forza sta nella familiarità: non irrompe necessariamente nel mondo come qualcosa di inconcepibile, ma vi si inserisce con la disinvoltura di chi conosce già le debolezze di coloro che ha davanti.


Il pregio complessivo del cast risiede nella possibilità di far convivere registri diversi: il realismo psicologico di Trinca, la tensione emancipatoria di Maggiora Vergano, la concretezza sociale di Giannini e l'ambiguità performativa di Bruni Tedeschi.
Non si tratta soltanto di quattro personaggi, ma di quattro modi di abitare il racconto. 
Alcuni cercano di ricostruire il mondo secondo un ordine riconoscibile; altri tentano di sottrarsi a quell'ordine; l'Estranea, infine, sembra conoscere perfettamente il punto in cui la razionalità dei primi può essere piegata.
La recitazione diventa così uno degli strumenti attraverso cui il film definisce la propria identità di genere: l'orrore non si sovrappone alla psicologia, ma nasce dal suo progressivo slittamento.

Il sistema dei simboli: spirali, pioggia e corpi.

Se esiste un elemento che permette di leggere “L'estranea” come un’opera di cinema d’autore, anziché come un semplice thriller soprannaturale, è la coerenza del suo immaginario simbolico. 
Strippoli non utilizza gli oggetti, gli ambienti e i fenomeni atmosferici soltanto per creare atmosfera: li trasforma in immagini ricorrenti, capaci di esprimere le contraddizioni interiori dei personaggi.
Il regista ha dichiarato esplicitamente di considerare i simboli elementi fondamentali del cinema di genere, individuando nelle spirali e nella pioggia due degli elementi centrali del film. 

La spirale ovvero il trauma che non smette di tornare.

La spirale è il simbolo più importante dell'opera e il riferimento più diretto al titolo internazionale: “The Spiral”.
A differenza del cerchio, che suggerisce una chiusura e un ritorno al punto iniziale, la spirale introduce un movimento ambiguo: sembra ripetere lo stesso percorso, ma ogni giro modifica la distanza dal centro. 
Il passato ritorna, ma non è mai identico a sé stesso. 
Ogni nuova rivelazione approfondisce il trauma e rende più difficile sottrarsi alla sua influenza.
La spirale rappresenta anzitutto la condizione psicologica di Anna e Alice. Le due donne sono separate da un conflitto generazionale e morale, ma condividono una relazione irrisolta con la propria storia: Anna tenta di governare il passato intervenendo sulle conseguenze degli eventi; Alice tenta di liberarsene, ma è costretta a riconoscere quanto quel passato continui a condizionarla.
La spirale assume inoltre una dimensione temporale: il ricordo non è una linea che procede ordinatamente dal passato al presente, ma un movimento ricorsivo nel quale le immagini si richiamano e si trasformano. È la forma stessa della memoria traumatica, che riporta continuamente il soggetto al punto in cui qualcosa è rimasto irrisolto.

La pioggia ovvero l’impossibilità di contenere il mondo

La pioggia è il secondo grande simbolo del film. La sua funzione non è limitata alla tradizionale associazione tra maltempo e inquietudine: l’acqua diventa la manifestazione sensibile di una pressione che cresce progressivamente fino a travolgere lo spazio domestico.
Nelle sequenze del presente, la pioggia accompagna l'arrivo di Anna e il confronto con Alice. L'esterno sembra riversarsi all'interno, mentre l'appartamento perde gradualmente la propria funzione protettiva. 
La casa, che dovrebbe separare i personaggi dal caos del mondo, si trasforma in un luogo assediato.
Il significato è particolarmente forte se lo si collega alla concezione della genitorialità che attraversa il film. Anna ha cercato di costruire una barriera tra i figli e la sofferenza, come se la vita potesse essere amministrata attraverso una serie di scelte preventive. 
La pioggia rappresenta invece ciò che sfugge a qualsiasi progetto di contenimento.
Non è possibile fermarla con la volontà, così come non è possibile eliminare ogni rischio dall'esistenza dei figli.
In “L'estranea” la pioggia è soprattutto una rappresentazione dell'inevitabilità: ciò che Anna vorrebbe controllare torna a imporsi sotto forma di evento.

Il corpo ovvero il luogo sul quale gli adulti esercitano il potere

Un'altra costellazione simbolica riguarda il corpo, soprattutto quello dei figli.
Tobia è sottoposto alle aspettative paterne sul peso e sulla prestazione fisica; Alice è associata fin da piccola a un possibile futuro nel mondo dello spettacolo: in entrambi i casi, il corpo infantile diventa il supporto di un progetto adulto.
Il figlio deve corrispondere a un ideale atletico; la figlia deve incarnare un'immagine di successo e di riconoscimento pubblico. 
La loro individualità rischia di essere subordinata a un destino deciso in anticipo.
È qui che il film si allontana da una lettura esclusivamente soprannaturale. 
Il patto con l'Estranea costituisce la manifestazione estrema di una logica che è già presente nella vita quotidiana della famiglia: la convinzione che gli altri possano essere modificati, corretti e orientati verso una forma prestabilita di felicità.
Il corpo diventa così il luogo sul quale si inscrive la violenza del controllo.

Il genere horror: dal soprannaturale al dramma sociale

La questione centrale di “L'estranea” riguarda, inevitabilmente, la sua appartenenza al genere horror.
Il film contiene elementi tipici del cinema di paura: una figura misteriosa, un patto che richiama l'immaginario demoniaco, una minaccia che attraversa il tempo, un ambiente progressivamente claustrofobico e una tensione che investe il rapporto tra realtà e soprannaturale.
Eppure Strippoli ha definito l'opera soprattutto un thriller psicologico, precisando che la distinzione tra i due generi dipende anche dal modo in cui lo spettatore interpreta la natura dell' Estranea. 
Se ci si interroga su chi sia, si privilegia la prospettiva del thriller; se ci si domanda che cosa sia, si entra più direttamente nel territorio dell'horror. 
Questa ambivalenza non è un difetto di classificazione. È parte integrante del progetto.
La questione più ampia riguarda la funzione dell'horror nel cinema contemporaneo. Per lungo tempo, almeno nel discorso critico italiano più tradizionale, il genere è stato considerato una forma minore, subordinata al dramma psicologico o al cinema d'autore propriamente detto.
“L’estranea” mette in discussione questa gerarchia non perché rinunci alle convenzioni del genere, ma perché le utilizza per affrontare questioni che appartengono alla sfera sociale e morale.
Il film non si limita a raccontare una storia di paura. 
Utilizza la paura per costruire un discorso sul potere, sulla famiglia e sulla difficoltà di accettare i limiti dell'esistenza.
Nel cinema horror contemporaneo, infatti, la mostruosità non coincide necessariamente con una creatura esterna alla comunità. 
Può essere il risultato di dinamiche sociali, di rapporti di potere o di desideri collettivi che, osservati da vicino, rivelano la propria violenza.
In “L'estranea”, il mostruoso emerge dall'incrocio tra ambizione borghese, paura del fallimento e volontà di controllo: la famiglia non è malvagia perché appartiene a una determinata classe sociale, ma perché interiorizza una concezione della riuscita personale nella quale i figli diventano strumenti di affermazione degli adulti.
Il soprannaturale non cancella la dimensione sociale: la porta al limite, la rende visibile e ne mostra le conseguenze estreme.
Resta, infine, la questione dell'appartenenza di Strippoli al genere horror. 
Il regista ha osservato che in Italia chi realizza horror viene spesso percepito come un autore di nicchia, mentre in altri contesti cinematografici la definizione è considerata una normale indicazione di specializzazione artistica. 
La questione non è puramente terminologica. 
Riguarda il modo in cui il sistema culturale riconosce il valore delle forme popolari e la possibilità che un film di genere possa essere, allo stesso tempo, un'opera d'autore.
L'estranea non ha bisogno di essere sottratto all'horror per essere preso sul serio: al contrario, la sua identità emerge proprio dalla capacità di utilizzare le convenzioni del genere senza rinunciare alla complessità psicologica e sociale.
La sua collocazione tra thriller e horror non è una debolezza da correggere, ma una zona di ricerca nella quale il film trova una parte importante della propria originalità.
“L'estranea”, dunque, è un'opera che trova la propria identità nel punto d'incontro tra il dramma borghese e il cinema di genere. 
Paolo Strippoli prende un ambiente riconoscibile, una famiglia che aspira alla felicità e una madre convinta di poter proteggere i figli, e trasforma progressivamente questi elementi in un dispositivo di paura.
La regia costruisce il perturbante attraverso il contrasto tra familiarità e minaccia; la fotografia di Cristiano Di Nicola oppone la luminosità del passato alla claustrofobia del presente; il montaggio di Federico Palmerini organizza il ritorno del trauma come una spirale di rivelazioni; la musica di ROB e il paesaggio sonoro trasformano la memoria pop in un elemento di inquietudine e il cast, infine, restituisce alla vicenda una complessità che impedisce di ridurre il conflitto a una semplice contrapposizione tra vittime e carnefici.
È una prospettiva che colloca Strippoli in una linea di ricerca particolarmente interessante del cinema italiano contemporaneo: quella di autori che utilizzano il genere non per evadere dalla realtà, ma per renderne visibili le contraddizioni più profonde.
La sua opera non è priva di squilibri, naturalmente: l'insistenza simbolica e la costruzione talvolta troppo controllata possono attenuare la spontaneità di alcune sequenze, mentre la necessità di tenere insieme molteplici livelli interpretativi mette sotto pressione la progressione drammatica, ma sono limiti che non cancellano la coerenza del progetto.
Alla fine, ciò che resta non è soltanto l'immagine di una famiglia perseguitata dal proprio passato: è la consapevolezza che il passato continua a vivere nelle decisioni attraverso cui cerchiamo di correggerlo, e che nessuna forma di amore può sottrarre un essere umano alla necessità di essere libero.
La spirale continua finché qualcuno non accetta di interromperne il movimento. Non attraverso un gesto di onnipotenza, ma riconoscendo ciò che il controllo pretende di negare: che gli altri non ci appartengono, che la felicità non può essere garantita e che il dolore, per quanto temuto, non è un errore da cancellare a ogni costo.
È qui che “L'estranea” supera la dimensione del racconto soprannaturale, il suo mostro più inquietante non è necessariamente quello che si nasconde nell'ombra, ma la convinzione, perfettamente ordinaria, che amare significhi avere il diritto di decidere.
E forse la domanda più scomoda che il film lascia allo spettatore è proprio questa: se ci venisse offerta la possibilità di salvare chi amiamo al prezzo della sua libertà, saremmo davvero certi di saper rifiutare?