mercoledì 22 luglio 2026

GIULIA MEI - DEDICATO ALL'ERRORE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA DAL FLOWERS FESTIVAL DI COLLEGNO (TO)


“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Mettere in discussione le certezze. È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo”. Le parole del Professor Keating nella famosa scena del film “L’attimo fuggente” in cui sale sulla cattedra rimandano a quello che fa con la propria musica Giulia Mei, cantautrice siciliana di talento che insegnante lo è stata veramente. Il cambio di prospettiva, il colorare fuori dai bordi seguendo solo le traiettorie dettate dalla libertà espressiva diventano la musica e i testi nel suo ultimo album “Io della musica non ci ho capito niente”, uscito nel 2025. Il disco si compone di 13 pezzi in cui il cantautorato pianistico della musicista, che ha una formazione classica, sposa l’elettronica ibridandosi per dar vita a una diversità non incasellabile. La title track è il primo dei due movimenti, cui ha collaborato il noto violinista Rodrigo D’Erasmo, membro degli Afterhours, che aprono e chiudono il lavoro e ne destrutturano il titolo. L’ultimo granello di anarchia blocca le meccaniche dell’orologio freddo e metallico della nostra quotidianità consentendoci di evadere, almeno per la durata di un disco. A seguire “Bandiera”, un pezzo che, a partire dall’esposizione mediatica con X Factor, è cresciuto fino a conquistare il grande pubblico. Il brano ha il merito di portare al centro dell’attenzione, senza alcuna retorica, il diritto di tutte le donne alla completa autodeterminazione. Dovendolo riassumere in una sola parola quella parola sarebbe “LIBERA”. “Drammaturgia” mette in scena l’addio ad un amore tossico. Il pathos è sottolineato dall’arrangiamento d’archi profondamente emotivo. “Un tu scuiddari”, con il featuring della cantautrice Anna Castiglia, conterranea di Giulia Mei, esprime fin dal titolo il legame profondo con la Sicilia ed è un monito rivolto a chi viene lapidato dalle malelingue a non scordarsi che quando la ruota gira lo fa bene e può dare a tutti un’occasione di riscatto. “H&M” pensa con un velo di tristezza su ciò non funziona, a cosa occorrerebbe fare e, proprio per questo, non verrà mai fatto. Un arrangiamento delicato di chitarra accompagna “Genitori”, una riflessione che raramente facciamo, ovvero che anche i nostri genitori sono figli di qualcuno e dei loro sbagli. Troppo spesso si dice “non farò mai come loro” per poi, a distanza di tempo, accorgersi di essere caduti nelle stesse trappole. “A casa mi veniva” è un pezzo strumentale al pianoforte che permette alla cantautrice di mostrare le proprie doti di compositrice classica. "“La vita è brutta” ha un andamento vocale quasi da musica popolare, specie nel ritornello e sfocia in una coda elettronica all’insegna di quella commistione che è uno dei pregi maggiori del disco. “Mio padre che non esiste” è una dedica struggente a chi non potrà mai essere dimenticato. A seguire “MOZRAT” è una canzone anticlassica per eccellenza in cui la voce filtrata si fa essa stessa strumento. “ Cara Allegria”, alla cui creazione ha contribuito la cantautrice Mille è un brano giocato su due livelli di percezione, quello della cantautrice di se stessa e quello del pubblico che giudica superficialmente “La gente mi dice che sono cambiata ma sono la stessa”. In chiusura dell’album l’ultimo pezzo vero e proprio, “Â picciridda mia”, scritta interamente in siciliano, vede Giulia Mei tornare per un attimo a rannicchiarsi in grembo alla madre per trovare consolazione e protezione da un mondo cattivo che non le appartiene. La dolcezza del dialetto accarezza lieve la sua testa bambina. “Io della musica non ci ho capito niente II” è il perfetto finale tra violino e techno di un album che se fosse un compito in classe sarebbe orgogliosamente “Non classificabile”.
Il 16 luglio 2026 Giulia Mei ha tenuto un concerto molto viscerale al Flowers Festival di Collegno (Torino) e nell’occasione mi ha concesso un’intervista in cui si è raccontata ed ha parlato del rapporto con la sua musica, ma anche di diritti e autodeterminazione. 


- Quando eri ragazzina la tua camera da letto era ordinatissima o c’erano vestiti sparsi ovunque, con tutti i cassetti aperti?
- Disordinatissima. Sono una persona molto disordinata. Pulita, ci tengo a tenere la casa pulita però sono disordinata. Sono due cose che sembrano opposte, però diciamo che ho un mio ordine, che da ragazzina era più un mio disordine.
- Un disordine organizzato diciamo.
- A volte un disordine organizzato ma a volte disorganizzato. 
- Il tuo ultimo album si intitola “Io della musica non ci ho capito niente”. Non pensi che forse il non aver capito sia il tuo maggior talento?
- Sì lo spero, accettare, rendermi conto di non averci capito mi ha dato la possibilità di sperimentare di più, di fare pace con il fatto che non posso seguire sempre le regole e che a volte non seguirle è ciò che mi permette di scrivere. Più che non seguirle, distruggerle. Quel famoso caos, quel disordine a me è servito tantissimo e a volte il disordine è spezzare la regola, infrangerla o rielaborarla a modo proprio. Il titolo dell’album è una dichiarazione sulla musica, certamente provocatoria però non è una maschera. 
- In vari brani dell’album sono presenti i tuoi genitori. Hai sofferto la famiglia? Com’è il tuo rapporto con essa?
- Sì l’ho sofferta e l’ho amata. Ho vissuto un’infanzia sostanzialmente serena, nel senso che non ho avuto una famiglia eccessivamente tossica, però con delle tossicità molto spesso inconsapevoli. Spesso le tossicità dei nostri genitori sono inconsapevoli perché essendo a loro volta figli di altri genitori immagazzinano modi di vedere le cose, di farcele vedere, di insegnarcele che sono appunto inconsapevolmente sbagliati. E’ proprio questo il senso della canzone, non si tratta di puntare il dito, ma di crescere, diventare adulti, fare pace con i propri demoni riconoscendo che molti derivano dalla nostra infanzia, dal nostro rapporto con i genitori, ma rendendosi conto che anche loro hanno i loro demoni e che oltre che genitori sono stati figli e comunque persone che possono sbagliare. Il genitore non è irreprensibile, è una persona. Non conosco nessuno che non faccia errori. Però bisogna rendersi conto che oggi viviamo dei retaggi culturali, educativi che secondo me vanno abbattuti. 
- A proposito mi viene in mente il discorso che hai fatto in Senato in cui hai chiesto l’educazione sessuo-affettiva già dalle scuole elementari perché alle medie è già tardi. Oltre all’educazione sessuo-affettiva fatta dagli insegnanti a scuola non sarebbe opportuno prevedere anche una rieducazione sessuo-affettiva dei genitori?
- Assolutamente sì. Per me dovrebbe essere, come in ogni aspetto della vita, un lavoro collettivo. La società va avanti in quanto collettività. Dovrebbe essere un lavoro strutturato con una comunicazione scuola-famiglia che molto spesso non c’è. Ci sono dei genitori che sono diseducati e diseducativi, ma anche altri che semplicemente non hanno il tempo di educare i figli. Si dice “allora non li fare i figli”, affermazione riduttiva e assurda. Ci sono persone che per guadagnare una miseria lavorano 12 ore al giorno e al ritorno a casa non hanno neanche tempo di parlare con i figli ed è un dramma in cui non si può puntare il dito contro nessuno, ma, d’altro canto, si può nel senso che quando questo atteggiamento si trasforma in una sorta di immobilismo che porta a trascurare l’educazione dei bambini a partire dalla tenera età ha degli effetti disastrosi sulla crescita. Invece il dialogo deve essere abbastanza analitico a volte, per questo io chiedo proprio a partire dalla musica di analizzare i testi, valutare cosa c’è a livello emotivo, relazionale in essi che possiamo collegare con le nostre vite, le nostre relazioni. E di questo c’è tanto nella musica, perché racconta la vita, in essa ci trovi tutto. Sarebbe bello vedere questa apertura da parte dei genitori, che a volte non c’è o per mancanza di tempo o per mancanza di volontà o ancora per una serie di tabù che continuano ad essere fortissimi. Si evitano certe tematiche senza considerare che “rientrano dalla finestra” triplicate. Ci sono bambine che non sanno che cos’è il papilloma o ragazzine che lo contraggono da giovanissime, ragazzine che non sanno che cos’è l’endometriosi, che non sanno che cos’è un preservativo e questo è grave. Oppure ragazzine con un fidanzatino che dice “oggi tu non esci” e non è normale. Bisogna parlare, abbattere qualsiasi muro.
- Parliamo un attimo della tua canzone più famosa, “Bandiera”. Mi hanno detto che è un meme su TikTok e allora ho pensato: nel momento in cui una canzone che ha un forte significato come questa diventa un meme, come cambia il tuo rapporto con essa quando viene svuotata del suo significato? (ndr. L’informazione è inesatta. Non si tratta di un meme, ma di un frammento mandato in onda dalla trasmissione “Blob”. Mi scuso con l’intervistata e con i lettori).
- Sarei curiosa di vedere com’è questo meme perché non ci sono solo meme che prendono in giro, ma alcuni sono anche dei complimenti, dipende da come è fatto. Nel mondo dei social comunque è inevitabile che quando si parla di qualcosa possa essere decontestualizzata. La canzone lo è stata tante volte e non dai ragazzini, ma dagli adulti che estrapolavano solo quella frase e commentavano “la musica è finita, che schifo” senza considerare tutto quello che dicevo prima. Mi sono capitate persone che avrebbero potuto essere i miei genitori che mi dicevano cose orrende. All’inizio è stato difficile, ma oggi ho fatto pace con quella canzone perché ne so il significato, perché l’ho scritta io e so quanto è importante e lo è anche per altre persone. Lo vedo anche in chi viene ai miei concerti, quando la passano in radio, quando la gente mi dice: “ma lo sai che la tua canzone mi ha salvato, mi ha dato la forza che non avevo?”. Poi la distorsione è fuori dal mio controllo, c’è chi dice “guarda quella femminista del cavolo di Giulia Mei”, ma non ci posso fare niente. Fa parte del gioco.
- Rispetto a “Diventeremo adulti” l’ultimo disco è molto diverso, il primo era più cantautorale classico, mentre in questo hai infranto una barriera includendo l’elettronica. Questo cambiamento totale di stile a cosa è dovuto e dove pensi di andare?
- Non so dove penso di andare, ma adesso sto scrivendo il nuovo album. E’ un cambiamento legato a quello che ti dicevo prima sul trovare una nuova regola. Venendo dal mondo classico, da una canzone un po’ più secondo le regole, cercavo qualcosa che invece mi desse la libertà più assoluta e la musica elettronica per me è libertà assoluta perché è un genere che non ho studiato accademicamente, in cui per me tutto è possibile, esploro come una bambina. Scopro ogni genere, la techno, la dubstep, ho imparato ad usare Ableton (ndr software, ma anche hardware per fare musica) e quindi ad uscire dalla dimensione piano-voce per fare produzioni, pre produzioni. Quindi posso impostare la canzone in maniera meno classica partendo da altri elementi, da un beat, da un synth. Questa è stata per me esplorazione. Usare l’elettronica nasce da una voglia di libertà nella musica che mi sono riconcessa. E poi è bella, mi piace. L’ho scoperta quando al Conservatorio ho studiato la musica concreta, Stockhausen quel mondo. Sonorità che uscivano dalla dimensione dello spartito. Poi ho esplorato tutti i sottogeneri e il legame della musica con il rumore. Il tema del rumore nella musica elettronica è molto presente, ci sono elementi noise, quasi disturbanti che entrano nella musica anche in maniera repentina e che superano la dimensione della musica intesa come tale. Per me il rumore è suono, a volte mi dà tensioni emotive all’interno della canzone che ricerco, quasi in maniera madrigalistica (ndr Il madrigale è una composizione poetico musicale diffusa in Italia tra il Rinascimento e il Barocco). Quindi tutto nasce dalla voglia di sperimentare, trovare una nuova spontaneità. 
- Un’ultima domanda. Com’è nata la tua collaborazione con Rodrigo D’Erasmo? 
- E’ nata perché io lo apprezzavo molto, lo conoscevo e cercavo qualcuno che avesse un approccio allo strumento meno canonico. Lui ha fatto una sorta di orchestrazione in “Io della musica non ci ho capito niente I e II”, ma volevo che fosse anche un po’ borderline diciamo, inaspettata, che non seguisse la regola e andasse un po’ fuori dai bordi, a cercare una dissonanza che ti porta al rumore, quasi come se fosse un errore di percorso. Questo disco è stato pensato quasi come una dedica all’errore, a quello sbagliare strada che invece ti porta a casa molto meglio della strada più dritta. La mia formazione classica naturalmente c’è ed è forte. Nel momento in cui me ne sono allontanata e l’ho rielaborata mi sono riavvicinato a lei, a quel pianismo e ho rifatto mio quel repertorio. Però mi piace anche l’idea di poterla rivisitare e quindi avere anche uno sguardo neoclassico ma sempre contaminato con quello che sta succedendo oggi nel 2026, con quello che nel frattempo esploro. Scoprirò altra musica elettronica, altri progetti, altri produttori e nasceranno delle nuove vibes e quindi i mondi che fanno parte di me si contamineranno ancora di più.


La sera del concerto al Flowers Festival di Giulia Mei all’apertura dei cancelli una ragazza che attendeva già fuori in un angolo è andata a sedersi a gambe incrociate davanti alla transenna proprio al centro del palco. Ed è rimasta lì alzandosi in piedi solo quando Giulia Mei ha iniziato a suonare. Quel gesto dice molto del legame che l’artista sta stabilendo con il pubblico grazie al valore emotivo della propria musica. 

domenica 12 luglio 2026

VARANASI - IMPERMANENZA - NON E' PER SEMPRE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Nelle religioni orientali, in particolare nel buddhismo, l’impermanenza è un concetto legato alla transitorietà e al costante mutamento. E questo mutamento si esprime nella circolarità della vita, la nascita, crescita, morte e rinascita. Gli umbri Varanasi hanno intitolato il loro nuovo album proprio “Impermanenza” per mettere a fuoco fin da subito la loro visione del mondo. I testi procedono per immagini, suggeriscono più che non descrivere. Il disco si apre con la title track, brano solido e possente che contrasta con il testo imperniato sull’impalpabilità. A seguire “L’effetto che fa” è un buon pezzo rock speziato di sintetizzatori in cui per il protagonista è fondamentale la distanza, il rimanere in disparte per sentirsi vivo. “La tentazione di esistere” torna sul tema centrale del disco. “Essere vivi, essere morti è la stessa cosa”. La costruzione melodica curata nei minimi dettagli ne fa uno dei brani cardine dell’intero lavoro. “Per sempre” ha il respiro del rock britannico e torna sul tema della difficoltà di ritrovare sé stessi. “L’assedio” è il primo di due pezzi ispirati alla biografia di Paul Auster sullo scrittore e cronista di guerra bohémien Stephen Crane. Da qui i numerosi riferimenti guerreschi nel testo. “Gli esordi” distilla un pop rock di qualità. La scelta lessicale ripropone termini legati alla guerra come nella significativa lirica “il mestiere di vivere è un campo nemico”. In “La decomposizione dell’anima”, brano sorretto da un’efficace linea di basso, è contenuta una citazione dalla poesia del premio Nobel Thomas Stearns Eliot “Gli uomini vuoti”. La fine del mondo non con uno schianto, ma con un lamento è speculare al trapasso del protagonista, “sarà il silenzio e poi sarò morto”. Con “Canto di quiete e di tempesta” i cieli cupi si rasserenano lasciando filtrare come un raggio di sole una melodia quasi cantautorale. A seguire “Solaris” mette in scena un immaginario spaziale vicino al film omonimo di Andrej Tarkovskij, tratto dal romanzo dell'autore polacco Stanisław Lem. In chiusura dell’album “Ragazzo in fiamme”, nuovamente ispirata all’omonima biografia di Stephen Crane, lavora di sottrazione dando il massimo risalto ai sintetizzatori.
Ho avuto il piacere di parlare con il bassista e compositore dei Varanasi Matteo Luciani.


- La title track in apertura dal punto di vista sonoro direi che è il brano più possente dell’album. Questa solidità sonora contrasta con il senso di precarietà del testo. E’stata una dissonanza emotiva voluta?
- No è venuta per caso. E’ legato al nostro modo di scrivere perché non volevamo fare un album in cui tutti i pezzi avessero la stessa struttura e la stessa potenza. Poi dipende anche da come mi sento quando scrivo.
- Sei tu quindi che scrivi i pezzi?
- La parte musicale sì, mentre i testi sono di Stefano (ndr. Stefano Bellerba, cantante e chitarrista), ma poi ovviamente sono arrangiati da tutti e quindi i brani sono di tutti. 
- Pensando a un verso di “Impermanenza” (“una fiamma oscillante” ndr) suonare ti aiuta a tenere accesa la tua fiamma?
- Sì, per forza. Dopo il nostro album precedente, che ha avuto un’uscita più sottotono rispetto a questo, perché dopo il Covid abbiamo cambiato etichetta varie volte non volevo che fosse l’ultimo album del gruppo. Questo stimolo mi ha portato a scrivere i pezzi per questo nuovo album “Impermanenza”. 
- Avete avuto cambi di formazione in questa fase di passaggio o avete conservato la line up?
- Siamo rimasti sempre gli stessi.
- In “L’effetto che fa” nonostante il muro del suono emerge il gusto per la melodia. Che ruolo ha la costruzione melodica nel vostro modo di fare musica?
- Per noi è importante, una cosa fondamentale. 
- Il verso “Rimani in disparte per sentirti vivo” fa pensare alla massa che oggi si riversa più che altro sulle strade dei social. E’ come uno tzunami che ci travolge. Come siete arrivati ad acquisire questa consapevolezza?
- Ci siamo arrivati in base a quello che vediamo. Siamo sui social perché li usiamo anche per la band, ma questo è ciò che vediamo sempre.
- Nel pezzo “L’assedio” citate i poeti inglesi, descritti come “fiori trasparenti e stanchi”. Qual è i legame tra la vostra estetica e il decadentismo?
- La canzone fa riferimento alla biografia che ha scritto Paul Auster di Stephen Crane, uno scrittore morto giovanissimo che era stato anche in guerra come reporter. L’ispirazione per questo brano viene da lì. 
- “Canto di quiete e tempesta” è l’unico pezzo sull’amore del disco. Anche le sonorità sono più positive, con un ritornello che richiama la canzone italiana anni 70 ed è sicuramente una sorpresa piacevole. L’amore, secondo te, è l’unico modo per fregare la morte?
- Sì potrebbe essere. Comunque l’intento non era tanto quello di fare una canzone d’amore, il testo dice “E’ un vero amore, non è?” quindi per me era qualcosa di autoironico. Quando ho portato agli altri il pezzo non c’era il ritornello, l’abbiamo aggiunto e abbiamo ci abbiamo cantato sopra perché ci faceva un po’ ridere il fatto che non abbiamo mai fatto un testo sull’amore.
- Nella “La decomposizione dell’anima” citate esplicitamente il poeta Thomas Stearns Eliot affermando che “il mondo finisce non già uno schianto, ma con un lamento”. L’anima è ciò che fa di un corpo un essere vivente più che non gli organi?
- Non credo proprio nell’anima perché non sono credente, però l’idea dell’anima come nostra coscienza sì. 
- “Solaris” continua il mood positivo, per citare alcuni versi “tornare a quei giorni perduti e per sempre distanti. E ancora tornare a quei giorni, per esserne salvi”. Il passato è il tempo cui sei più affezionato?
- Sì nei nostri brani si parla spesso del passato, delle occasioni perse, forse perché capiamo che andiamo verso i quarant’anni.
- “Ragazzo in fiamme”, che chiude l’album, è il brano in cui il sintetizzatore di Leonardo (ndr. Leonardo Mori) è più in evidenza. Chiude un po’ il cerchio con l’intro di “Impermanenza”? Mi sembra che dia un senso di circolarità.
- Quando scrivo per un album di dieci canzoni faccio una struttura, nel senso che penso che quella deve essere la prima canzone, quella la seconda. “Impermanenza”, quando l’ho scritta, l’ho pensata come brano di apertura dell’album. Come chiusura no, pensavamo ad un altro pezzo. “Ragazzo in fiamme” inizialmente non era arrangiata così era una sorta di marcia. Abbiamo tolto quasi tutti gli strumenti e aggiunto i sintetizzatori. A quel punto abbiamo capito che poteva essere quella più adatta a chiudere il disco.
- Il testo recita: “Respiri il mondo il male è dentro di te”. Mi sembra che suggerisca che il dolore del protagonista non sia soltanto personale ma anche una metabolizzazione del male esterno. Il ragazzo in fiamme è un capro espiatorio che brucia per tutti?
- Sì potrebbe essere, però è sempre legato alla biografia di Stephen Crane, al tema della guerra.
- La guerra è quindi un tema ricorrente nella vostra produzione?
- Purtroppo sì. Nell’album ci sono due canzoni che parlano di guerra. “Ragazzo in fiamme” indirettamente perché è la testimonianza dello scrittore, poi il brano “L’assedio” parla sempre di guerra, di come noi la viviamo. Ne siamo sia colpiti che anche purtroppo assuefatti, non la prendiamo più con l’importanza che meriterebbe. Sentirne parlare tutti i giorni crea assuefazione, diventa quasi qualcosa di normale. 
Siete nati dalle ceneri dei Japan Suicide evolvendovi in Varanasi. Da dove viene questo legame con l’India?
- Con l’India perché a me è sempre piaciuta la psichedelia e ho suonato per qualche anno in un gruppo che faceva quel genere e l’India è sempre stata associata alla psichedelia. E poi perché cercavo un nome che non fosse italiano, ma al tempo stesso facile da pronunciare. E infine perché richiama il titolo di una delle mie canzoni preferite, che è “Varanasi Baby” degli Afterhours. Quando siamo passati dall’inglese all’italiano lo abbiamo fatto perché in italiano ci esprimiamo molto meglio. Si potrebbe pensare “beh scrivi la struttura della canzone allo stesso modo e poi aggiungi il testo”. Invece, secondo me, doveva cambiare qualcosa anche nella scrittura e gli Afterhours ne sono stati un esempio. Non ascolto molti gruppi italiani, però loro sì. 
- Vorrei farti ancora una domanda su “La tentazione di esistere” e i versi iniziali “Salvare il mondo, nessun legame, l'universo non se ne accorgerà neppure.”. Noi siamo un puntolino minuscolo neanche visibile nella vastità dell’universo. Questo può provocare un senso di smarrimento. Come si può cercare di dimenticarselo almeno per un attimo?
- Il pezzo è ispirato al Dottor Manhattan di “Watchmen” (ndr serie a fumetti). Avendo un enorme potere poteva distruggere la terra e nemmeno accorgersene. Questo è il significato. 
- Torniamo ora su “L’effetto che fa”. Scrivete “Continueranno a spingerti verso la conquista del tuo sentimento di onnipotenza”. Nella contemporaneità ci crediamo ormai quasi immortali e per questo anche superiori. Come si può disinnescare questo senso di onnipotenza?
- Io credo che già la vita lo faccia con le malattie, i problemi, il lavoro, gli amici. Quando si è ragazzi ci si crede invincibili, poi quando si entra veramente nella società dopo gli studi la vita cambia.
- Nel testo di “Solaris” declinate in vari modi la benevolenza: “Benevolenza cosmica, benevolenza karmica, benevolenza atomica, benevolenza indomita”. Perché avete scelto proprio questi aggettivi?
- E’ riferito al film “Solaris” del 1972 di Tarkovskij, tratto dal libro di Stanisław Lem. A noi piace molto citare film o libri. Quando scrivo un pezzo posso prendere ispirazione anche da un film pur non citando il testo. 
- Il fatto di suonare il vostro genere in Italia può essere particolarmente penalizzante dal punto di vista della visibilità. Quali sono le motivazioni che vi fanno tenere duro?
- Sicuramente la caparbietà e il credere nel progetto e in quello che facciamo. Per tutti i gruppi alternativi, indipendenti oggi è molto difficile poter suonare, però ogni volta che facciamo un concerto l’impatto è sempre buono, quello che ci arriva dal pubblico e da chi ascolta l’album ci fa venire voglia di continuare. Bisognerebbe dare a gruppi come il nostro la possibilità di suonare, concedere più spazio. 
- Nell’era della musica liquida li compri ancora i CD o i vinili?
- Assolutamente sì, più che altro vinili. 


I Varanasi si apprestano ad affrontare quello che definiscono il "mestiere di vivere",  un vero e proprio "campo nemico", schierando la propria formazione al completo: Stefano Bellerba, armato di voce e chitarra, Saverio Paiella, armato di chitarra, Matteo Luciani, armato di basso, Leonardo Mori, armato di synth e tastiere e Matteo Bussotti, armato di tamburi, piatti e grancassa. 

sabato 11 luglio 2026

L'IMPROBABILE PIENA DELL'ORETO - DIMARTINO - RECENSIONE A CURA DI IRIS CONTROLUCE PER #GLORYBOX


Oggi voglio farvi una domanda: quante volte vi capita di correre così forte da non concedervi nemmeno un secondo per rallentare?
Poi, all'improvviso, succede. Ci si ferma. Ci si volta indietro e si prova a capire cosa è successo nel frattempo, cosa è rimasto a galla. 
Guardiamo le vecchie foto, pensiamo alle promesse che abbiamo fatto a noi stessi... quelle promesse che non abbiamo mantenuto, e ci scontriamo con le paure tutte nuove della vita adulta.
È proprio da questa sensazione che voglio partire oggi. Perché a sette anni dal suo ultimo lavoro solista, Dimartino è tornato con un album incredibile. Un disco che sembra scritto apposta per questi esatti momenti, per questa nostra strana età.
Il titolo è "L'improbabile piena dell'Oreto" e per questo viaggio, fidatevi, dimenticatevi la classica scaletta dei brani: non siamo di fronte a delle semplici canzoni. 
Siamo dentro a un flusso, a uno scorrere perpetuo. La musica non si ferma mai e i pezzi scivolano l'uno dentro l'altro, proprio come fa l'acqua di un fiume.
Se amate la grande letteratura, questo percorso vi colpirà dritto al cuore. 
Dentro ci trovate un'atmosfera sospesa, magica, che ricorda da vicino le pagine di Gabriel García Márquez o di Italo Calvino. Dimartino prende un luogo reale, il fiume Oreto di Palermo e lo trasforma in uno spazio dell'anima. 


Un posto dove il degrado delle periferie convive con il mito. 
Pensate che nella copertina compare persino "u sugghio", una creatura leggendaria siciliana, metà lucertola e metà uomo.
Ma navigando tra queste tracce, è impossibile non sentire l'eco di un classico immenso come "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad. 
Se per Conrad il fiume era la discesa nei segreti più bui e profondi dell'essere umano, qui le voci di un coro femminile evocano proprio quel tipo di suggestioni. 
Mi riferisco alla disperata ricerca di qualcosa che abbiamo perso lungo la strada.
E non è un caso se nel disco troviamo anche un adattamento musicale di una poesia di Federico García Lorca, "Agua, ¿dónde vas?". 
L'acqua, ancora una volta, come metafora del tempo che fugge via, incurante di tutto ciò che lo circonda.
Anche dal punto di vista del suono, il lavoro del produttore Roberto Cammarata è un piccolo capolavoro fatto per sottrazione. 
Niente rumori inutili, niente canzoni nate per i balletti sui social. Qui domina la chitarra acustica. Ci sono synth analogici che imitano il movimento lento dell'acqua e una piccola orchestra che scalda il petto. 
Molti pezzi sono stati registrati in presa diretta: significa che si sente il respiro della stanza, l'imperfezione che si trasforma in pura bellezza.
Ascoltate con attenzione la traccia di apertura, "L'oro del fiume": racconta di un cercatore d'oro fermo in mezzo alla corrente. 
Parla di tutti noi: sempre di corsa, ossessionati dal lavoro, dalle notifiche, dai post, dagli obiettivi da spuntare su una lista, tanto da dimenticare di vivere il presente.
Alla fine della canzone, però, il protagonista fa un gesto bellissimo, che toglie il fiato: lascia l'oro nel fiume e smette di cercare. 
Un invito potente, quasi rivoluzionario, a lasciar andare.
Riuscirci è un esercizio quotidiano tutt'altro che banale, non siete d'accordo?
D'altronde lo diceva il filosofo Eraclito più di duemila anni fa: "Nessun uomo entra mai nello stesso fiume due volte". Ed Hermann Hesse, nel suo capolavoro Siddhartha, faceva sedere il protagonista sulla riva per imparare l'arte più difficile di tutte: l'attesa. 
Il fiume non ha fretta. Sa che tutto scorre e che tutto, prima o poi, ritorna.


C'è una sottile, dolcissima malinconia in questa consapevolezza. 
Una sensazione che molti di noi conoscono fin troppo bene, divisi tra il ricordo leggero dei vent'anni e il peso del futuro, con tutte le incertezze del caso. Ed è proprio da questa sponda, fatta di attese infinite, che vi ritroverete ad ascoltare questo splendido disco. 
Un album stratificato, profondo, che parla alle nostre inquietudini e che in fondo ci sussurra una domanda precisa: siamo ancora capaci di emozionarci davvero?
Se volete viverlo dal vivo, Dimartino porterà questo progetto in tour con una veste completamente unplugged - solo chitarra e voce - in luoghi intimi e davvero suggestivi. Molte date sono già sold out, e non è difficile capire il perché: abbiamo tutti un disperato bisogno di canzoni nude, fragili ed essenziali.
Il mio consiglio per oggi è questo: prendetevi un'ora di tempo tutta per voi. Lasciatevi trasportare dalla corrente... e poi fatemi sapere dove vi siete fermati.
Che ne dite? Ci ritroviamo tutti lì.

domenica 5 luglio 2026

BANK OF HOPES - DANZARE SULL'ORLO DELL'ABISSO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


In inverno le campagne del ferrarese sono cupe, quasi spettrali, perse nella fitta nebbia della Pianura Padana. E’ da questo humus nero che nascono i pezzi dei Bank Of Hopes, quartetto dark wave e synth composto da Giulia Ambrosini (Voce), Matteo Bizzarri (Chitarra), Renato Chiccoli (Basso) e Giulio Testi (Sintetizzatori). Da poco è uscito il loro nuovo singolo “Larry Love” che prosegue nel segno della continuità il discorso già iniziato con il primo album “Soma”, levigandone le sonorità. Il pezzo trae ispirazione dal musicista e cantante statunitense Tiny Tim e il legame è sottolineato fin dalla copertina su cui campeggia un mazzo di tulipani incastonati in un blocco di ghiaccio in scioglimento, tulipani che rimandano direttamente al brano più famoso di Tiny Tim, ovvero “Tiptoe Through the Tulips”. Dal punto di vista musicale il pezzo è la perfetta fusione tra la carnalità della chitarra e del basso e l’algida austerità dei sintetizzatori. La voce suggestiva e sicura di Giulia Ambrosini si inerpica in cima al ritornello più immediato e riconoscibile della produzione della band fino ad ora. L’album, uscito in gennaio, si compone invece di sei tracce tra cui una cover di “Pet Sematary” dei Ramones. Apre l’album “Somber”, riecheggiante i pezzi synth pop degli anni 80. Nel testo del brano emerge il tema ricorrente della danza, il gran ballo finale che segna il passaggio dal regno dei vivi a quello dei morti. A seguire “Flesh” rapisce con l’ipnotico sintetizzatore di Giulio Testi e si spinge ad esplorare il disagio interiore fino a toccare i muri delle paure che ci intrappolano. “Videodrome” è ispirata al film omonimo di David Cronenberg e affronta il tema della compenetrazione tra essere umano e macchina, nel film rappresentata dalla televisione, ma oggi più che mai attualizzabile in riferimento alle nuove tecnologie. Il rapporto di dipendenza dell’uomo dalla tecnologia spinge a ricreare ciò che odiamo per essere sicuri di non fermare la lotta. La reinterpretazione del classico dei Ramones “Pet Sematary” segna un esperimento coraggioso da parte dei Bank Of Hopes, dato che è inevitabile in casi simili sovrapporre inconsciamente la nuova versione alle sonorità del pezzo originale. In questo caso però la chiave di volta è stata non sfidare l’originale mantenendone intatta l’aura pur in una veste completamente nuova, quindi si può dire che l’esperimento sia pienamente riuscito. In “Chance” il basso di Renato Chiccoli e la chitarra di Matteo Bizzarri si ritagliano con autorevolezza il loro spazio al centro della scena. Il senso di sconfitta per aver perso la propria occasione è una realtà incompiuta come ci ha spiegato la band stessa, una realtà in attesa di riscatto. In chiusura dell’album “Shadows’ Ballet” riassume nella danza degli spiriti femminei portatori di lugubri presagi le tematiche dell’intero lavoro. 
Abbiamo intervistato i Bank Of Hopes in una panoramica a tutto campo che spazia dal loro modo di fare musica ai gusti personali in fatto di film e libri.



- In rete stranamente non sono riuscito a trovare la vostra formazione, quindi direi innanzitutto di presentarvi.
RENATO – Siamo criptici. Io mi chiamo Renato Chiccoli e suono il basso. 
MATTEO – Io sono Matteo e suono la chitarra
GIULIO – Io sono Giulio, scrivo i testi e suono i sintetizzatori.
(ndr all’intervista non ha potuto partecipare Giulia Ambrosini, voce)
- In “Larry Love” chiedete: “Di chi è questa voce nella mia bocca” e poi c’è l’immagine dei nomi che non ci appartengono. Quanto pesa il tema della perdita di identità nella vostra poetica?
- GIULIO – “Larry Love” è un brano non dedica, non elogio, che però si rifà a un musicista a suo modo folkloristico che si faceva chiamare Tiny Tim e che con la sua vita, con  le sue attività, comprese quelle musicali, ha ispirato la composizione lirica di “Larry Love”. Nel pezzo il tema dominante fa riferimento all’individuo, alle personalità, alla destrutturazione del carattere, che è mutevole. C’è qualcosa di nascosto altrettanto metamorfico che ci piace lasciare nel mistero, perché rimane comunque una figura irrisolta. Questo senso di “non finito” del suo personaggio è ciò che ci ha attratti di più e ha dato la spinta creativa per comporre il brano. In “Larry Love” sicuramente l’individuo, con tutto il suo spettro personale, è al centro. Si tratta, come detto, di una figura esistita, dato che Larry Love è stato il primo pseudonimo di Tiny Tim e penso che si rispecchi nell’attualità. Senza andare a toccare tematiche sociali ho trovato comunque contemporanea la sua figura. 
RENATO – Credo che tu abbia individuato i punti importanti trattati nei testi, cioè il tema dell’identità come in questo brano. Il tema del tempo, della perdita, del cambiamento, anche identitario è ricorrente in diversi pezzi. E’ bello pensare che per ogni ascoltatore ci sia un’interpretazione diversa anche per le liriche che rimangono a tratti aperte su questo tema centrale dell’individuo, della persona. Poi ci sono anche riferimenti più o meno didascalici alla sua carriera. Nel 1959 lui si esibisce come Larry Love poi c’è stata un’evoluzione che sicuramente abbraccia il tema dell’individuo. Ribadisco che però il brano non vuole essere un elogio, una canzone biografica su di lui, è uno spunto per discussioni come quella che stiamo facendo riguardo la personalità e l’essere molteplici sul palco e fuori dal palco.
- Sempre nel nuovo singolo compaiono dettagli anatomici quasi chirurgici: il bisturi, «denti d'argento», «mani bianche che contano costola dopo costola». Da dove deriva questa fascinazione per l'estetica del corpo e del suo esame?
GIULIO – In “Larry Love” abbiamo questi riferimenti anatomici smaccati che si rifanno al repertorio anche fisico del cantante in questione. Come dicevo è un mezzo narrativo, la sua persona non rimane congelata e si può a suo modo dissolvere e riprendere forma nell’ascoltatore e comunque in chi ha potuto conoscerlo anche di persona. Purtroppo io non l’ho conosciuto personalmente. 
RENATO – Comunque il tema del corpo effettivamente è trattato molto in un altro brano che è “Flesh” in cui abbiamo voluto giocare su questa pseudo ambivalenza tra quanto percepito dal corpo e quanto percepito dalla psiche. Questo per enfatizzare il fatto che ogni nostra esperienza è sempre mediata dal corpo. Dato che hai chiesto da dove deriva questo aspetto un riferimento è nell’esistenzialismo francese del 900, Merleau-Ponty, Sartre. L’idea è che tutta la nostra esperienza psichica, esistenziale sia sempre mediata dalla nostra esperienza fisica senza la quale noi vivremmo in modo diverso. Si tratta quindi di restituire importanza anche alla dimensione corporea, terrena anche in relazione a quella mentale bilanciando i due aspetti. 
- Musicalmente le vostre caratteristiche più spiccate sono la dark wave e l’intreccio tra chitarre elettriche affilate come lame e i synth. C’è un forte richiamo anni 80. Qual è il vostro rapporto con due band storiche come i Joy Division e i Depeche Mode? 
RENATO – Joy Division e Depeche Mode sono due band fondamentali che hanno posto le basi per l’affermarsi di una miriade di generi e di stili. Sono stati due gruppi molto influenti di fine anni 70 e anni 80. Due punti di riferimento da cui non si può prescindere. Sono un fan dei New New Order e mi piace molto il primo disco “Unknown Pleasures” dei Joy Division e anche i Depeche Mode. Credo che provenendo noi della band da background musicali affini ma non identici riconosciamo comunque tutti queste band come dei riferimenti che ci accomunano. 
MATTEO – Suoniamo insieme da circa un anno e abbiamo ascoltato paradossalmente cose che non c’entrano tanto con la dark wave, però trovandoci tutti insieme è venuto fuori questo sound che richiama un po’ le band degli anni 80. Personalmente ho ascoltato il genere ma non mi sono mai soffermato più di tanto, la passione mi è venuta suonandolo. 
GIULIO – Soprattutto per quanto riguarda i Depeche Mode sono stato un po’ vittima del fenomeno di massa che hanno scatenato e quindi ho una conoscenza superficiale. Non li ho mai approfonditi se non in questi ultimi mesi di lavoro per una questione più che altro di produzione. Per quanto riguarda i Joy Division citati prima la sonorità cupa ha sempre destato la mia attenzione così anche come l’energia del punk, dopodiché non sono mai stato un ascoltatore assiduo di entrambi i gruppi, però ci sono delle venature, delle timbriche sonore che ci hanno unito in questo progetto. Come diceva Matteo il nostro background proviene da altre sorgenti. 
RENATO – Confermo quanto è stato detto e comunque quando ci si vuole interfacciare al genere che facciamo questi gruppi monolitici del passato hanno per forza segnato una via. Un gruppo che ci piace molto e che seguiamo ed è assolutamente contemporaneo sono i Twin Tribes.  Ma chiunque voglia fare questo genere deve per forza fare i conti con i mostri sacri del passato che hanno stabilito dei canoni e hanno influenzato tutta una corrente musicale.
- GIULIO – Siamo stati rapiti in maniera molto epidermica dal sound retrò dei Twin Tribes perché anche loro hanno radici in questi mega monoliti della new wave. E’ stato un approccio leggero inizialmente, qualcosa che ha messo di buonumore e d’accordo un po’ tutti. Era evidentemente destino incontrarci in questa dimensione sonora. 
MATTEO – Per quello che mi riguarda penso che più che la musica il collante sia il riferimento agli anni 80, ai film, a una certa estetica. Siamo molto fan dei film, dei videogiochi e delle altre cose di quegli anni. Anche dal punto di vista grafico e live richiamiamo proprio gli 80. 
- A fine intervista ci sarà una domanda che ti farà piacere Matteo. Ma adesso parliamo di “Soma”, il vostro primo album pubblicato a gennaio. Il titolo del brano di apertura “Somber”, “Cupo” è molto indicativo della vostra identità. Parlate di un «ultimo ballo finale». La vostra musica è un invito a danzare sull'abisso?
RENATO – Non so se il tuo sia un diretto riferimento a Nietzsche. 
- Sì, esatto.
RENATO –L’opera di Nietzsche, i suoi testi li ho letti e straletti, ne sono da sempre molto appassionato e quindi, volente o nolente, quei riferimenti a lui e alla sua opera possono trasparire facilmente quando ci si mette a scrivere i testi. Inevitabilmente tutto il background letterario traspare. La danza finale è la morte. Quindi in un certo senso sì è un’interpretazione che hai dato tu quella della danza sull’abisso, la dimensione dionisiaca di fronte ad un’esperienza tragica, magari non l’avevo pensata direttamente in quel modo, ma è un’interpretazione che può essere corretta. Penso che sia bello poter mettere nei testi dei riferimenti diretti che magari sono espliciti soltanto per l’autore del testo e poi il lettore ha tutta la libertà di potersi immedesimare, anche fraintendere e creare nuovi significati, magari più puntuali del riferimento che aveva in mente chi ha scritto il testo. La dimensione del tragico e del rapporto vita-morte naturalmente è presente. Quello è un riferimento diretto proprio alla morte, un ballo finale finché non ci rincontreremo di nuovo. Dato che il tuo riferimento era a Nietzsche è possibile che sia venuta fuori una sfumatura nietzschiana.
- Invece in Flesh parlate di «bisogni biologici» e di sentire il «suono della propria malattia». La vostra musica nasce come forma di catarsi rispetto alle paure fisiche e psicologiche?
RENATO – Sì assolutamente. Il testo l’ho scritto io e quando sono io a farlo la scrittura diventa sempre una sorta di auto psicoterapia. Credo che l’aspetto catartico nella musica sia un elemento importante anche se non necessario. Ascolto anche altra musica con testi di tutt’altro tenore. Per esempio uno dei miei gruppi preferiti in assoluto sono gli Iron Maiden che hanno testi di carattere storico, filmico mitologico, cinematografico. Però nei testi che ho scritto sicuramente l’aspetto catartico è presente. Si ritrova anche in “Somber” e in un pezzo nuovo che stiamo scrivendo e arrangiando adesso. Credo in ogni caso che la scrittura sia sempre un buon modo per conoscersi, sviscerare certi lati che vengono magati taciuti. E’ in questo senso che io uso la scrittura dei testi come catarsi, tirare fuori qualcosa per oggettivarlo e poterlo affrontare. 
- Ok, parliamo ora di “Videodrome”, brano in cui il tema centrale è ricreare, riprogrammare, resettare. Qual è il vostro rapporto con le dimensioni temporali passato, presente e futuro?
MATTEO – Per quanto mi riguarda sono molto legato al passato, non a livello personale ma nel senso che sono molto presenti in me i ricordi di quando ero più giovane e traspare anche nei miei gusti in generale. Mi piace ricordare i tempi che furono. 
- In “Chance”: si percepisce un senso di fragilità, di perdita: figure fatte di vetro e poi “abbiamo perso la nostra occasione”.  C'è spazio per la speranza nella "Banca delle Speranze" (Bank of Hopes)?
RENATO – Appoggio assolutamente quello che ha detto Matteo essendo una persona abbastanza malinconica e molto legata al passato, anche perché ho avuto la fortuna di avere un’infanzia e un’adolescenza molto felici. Sicuramente una fortuna anche se poi la vita cambia, ma per il fatto di aver avuto un’infanzia e un’adolescenza felici ci si trova spesso a confrontarcisi. La speranza mi auguro che ci sia. “Chance” è una canzone in cui non c’è perché non è riferita ad un avvenimento specifico, ma fa riferimento alla perdita di qualcosa, un’occasione, un momento di gioia, quello che avrebbe potuto essere ma non si è mai realizzato. Non so se ci possa essere speranza in realtà, al momento non lo so.
GIULIO – L’atto di mettere per iscritto la negatività legata alla perdita, piuttosto che altre sensazioni etichettate come socialmente spiacevoli, in forma di auto suggerimento o come bussola per determinati momenti della vita può far emergere qualcosa di curioso sia per l’autore stesso che per chi ascolta la musica. La nostra pretesa in termini di liriche non è certo quella di dare consigli su come gestire la propria quotidianità, ma darsi vicendevolmente degli spunti affinché questi discorsi, più o meno esistenziali che siano, emergano. Credo che sia altamente prezioso. 
RENATO – In “Chance” non c’è spazio per la speranza perché il testo arriva solo a un certo punto di una determinata esperienza, ossia la presa di coscienza che qualcosa poteva essere ma non si è realizzato. La speranza rimane al di fuori del testo e potrebbe essere l’accettazione del presente nonostante tutto. 
GIULIO – Non è una medaglia con due lati, ma qualcosa di più complesso. Credo che se c’è  contrapposizione rispetto a un ottimismo superficiale possano essere presi in considerazione anche sentimenti socialmente etichettati come negativi e si possa trovare una convivenza con essi, soprattutto se vengono riproposti in termini creativi. Abbracciando il progetto e la composizione collettiva l’ho percepito.
- Avete scelto di includere una reinterpretazione di Pet Sematary. Cosa vi lega all'immaginario dei Ramones?
MATTEO – Per quanto mi riguarda i Ramones mi ricordano quando ero più giovane e giravo con una compagnia in cui c’erano amici che li ascoltavano compulsivamente. Volevamo far uscire un singolo per Halloween e abbiamo preso la palla al balzo. Personalmente ero particolarmente carico perché avevo appena finito di leggere il libro “Pet Sematary” e avevo visto il film, quello vecchio. Abbiamo provato a riarrangiarla e ci è piaciuta. 
RENATO – I Ramones sono una band di riferimento di cui siamo stati tutti appassionati, pur provenendo da background diversi. E poi c’è l’aspetto cui faceva riferimento Matteo quello orrorifico, cinematografico, Stephen King, quindi la letteratura horror degli anni 80, il cinema dell’orrore. Quando la eseguiamo dal vivo proiettiamo anche delle parti del film perché cerchiamo di fare nostra questa dimensione. 
- In “Shadows’ ballet il ritornello evoca la danza delle Banshee, note per i loro lamenti come presagi strazianti di morte, allo scoccare della mezzanotte. Cosa rappresenta il "balletto d'ombre" del titolo, tornando al discorso della danza?
RENATO – In questo caso il testo è molto meno catartico e psicanalitico, si tratta di una questione più estetica. Alla base c’è la ricerca di un immaginario orrorifico quasi folk horror. Tra l’altro noi siamo di Ferrara, che è una città molto nebbiosa e la cui provincia è stata teatro degli horror gotici di Pupi Avati, soprattutto “La casa dalle finestre che ridono”. Ferrara è una città che fa percepire un po’ queste sensazioni. La campagna intorno in novembre ha un carattere veramente particolare. Il testo ripeto era una ricerca più estetica, orrorifica, quasi gotica. Poi è bello che tu mi dica che nella danza delle streghe trovi qualcosa di particolare e suggestivo. 
- Per concludere parliamo di libri e di cinema. Quanto hanno contato per voi, se come penso li avete letti, questi tre libri. Primo: il racconto di Franz Kafka “La metamorfosi”. 
MATTEO – Io sono molto legato a quel racconto perché ricordo il viaggio a Praga fatto alle superiori quando abbiamo visto il Museo di Kafka. Quel racconto era uno di quelli che ci facevano leggere a scuola ed è legato a un bel ricordo. 
- Il secondo libro è “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. 
RENATO – “Il ritratto di Dorian Gray” è un libro che ho letto e riletto da adolescente e poi l’ho ancora riletto di recente. Un testo che mi è sempre piaciuto molto e trovo bello perché come tanti grandi testi, compreso “La metamorfosi” di Kafka, ha diversi livelli di lettura e che quando si legge da ragazzi rimane impresso l’aspetto esteticamente più impattante, l’immagine di questo quadro, la maledizione. Poi rileggendolo a distanza di tempo emergono tanti sottotesti che possono essere capiti solo con una maturità e un’esperienza di vita diverse. E’ una critica alla borghesia, questa doppia identità che non è soltanto una maledizione, ma il riflesso di come la società al tempo di Wilde si voleva mostrare. Quindi è un testo che, secondo me, come “La metamorfosi” che resta un capolavoro incredibile è sempre molto attuale. Il bello dei classici è il fatto di poter essere sempre attuali, di poterci trovare sempre nuove sfumature. E’ un testo esteticamente molto bello, figo e  anche molto profondo. 
- Il terzo e ultimo libro è “IT” di Stephen King. 
RENATO – Forse è il romanzo che mi ha segnato di più. Uno dei miei preferiti. Da bambino ero molto affascinato dalla figura di IT perché l’immagine che ne avevo era quella dei due film destinati alla televisione (ndr fa riferimento alla miniserie in due puntate del 1990 con Tim Curry nella parte di IT) che erano quasi una leggenda per noi ragazzi. Non si potevano guardare perché facevano troppa paura e così ce lo raccontavamo, lo immaginavamo, una cosa che adesso si è persa. Il libro di horror in realtà ha poco, ma è uno dei romanzi di formazione più belli che abbia mai letto. La componente orrorifica è quella più sfruttata cinematograficamente, mentre nel libro è minoritaria perché è centrato sulla crescita, sulla paura del mondo adulto e ne è una metafora bellissima. 
MATTEO – Comunque sono riferimenti che stanno tornando ora nel 2026 con uscite come “Stranger Things”, in cui al centro c’è un gruppo di ragazzi che ha avventure legate al paranormale ed è legato da un’amicizia profonda, proprio come in IT. 
- E adesso tre film che penso e spero possiate aver visto. Il primo è “Frankenstein”. Facciamo riferimento al primo del 1931 con Boris Karloff o, in alternativa se non l’aveste visto, a “Frankenstein di Mary Shelley” 
RENATO – Superculto, epocale, faccio anch’io riferimento a quello con Boris Karloff. Imprescindibile per la storia dell’horror. Ma non si deve sottovalutare anche “La moglie di Frankenstein”, capolavoro poco discusso, meno visto ma bellissimo. 
MATTEO – Io purtroppo ho visto anche quello nuovo e mi ha fatto vomitare. 
- Secondo film è “Videodrome” di Cronenberg. 
MATTEO – Non lo conoscevo e quando l’ho scoperto con il pezzo video portato da Renato sono impazzito. Lo metto tra i miei film preferiti anche se fino a quando non abbiamo scritto la canzone non lo conoscevo. 
GIULIO – Ed è un film che contiene una riflessione sulla tecnologia, che all’epoca era quella della televisione, ma è contestualizzabile anche nel presente. Basta sostituire la televisione con i telefoni e resta un film attuale, pungente. La riflessione sulla tecnologia cerchiamo di diffonderla anche noi come band. Nel nostro merchandise facciamo spesso riferimento alle tecnologie, con televisori a tubo catodico, floppy disk, musicassette. Cerchiamo di inserire quella componente estetica soprattutto dal vivo. 
- L’ultimo film è quello che ha un titolo tradotto in italiano che non mi è mai piaciuto, cioè “Nightmare. Dal profondo della notte” che in lingua originale è “A Nightmare on Elm Street”. 
MATTEO – Da piccolo non ci dormivo.
GIULIO? – Io non l’ho visto. Come si chiama che lo recupero?
- “Nightmare. Dal profondo della notte”.


Quelle dei Bank Of Hopes non sono semplici canzoni, ma frammenti di un puzzle molto più grande che raffigura un intero immaginario. Il mosaico sonoro ci proietta in un mondo dove l'identità è un abito che non ci appartiene. 

giovedì 2 luglio 2026

HOT SWEET MASSACRE CHRONICLE! JACK WHITE E THE HIVES ALLA PRIMA ESTATE FESTIVAL - IL RACCONTO DI SILVIA


"Hot Sweet Massacre Chronicle! Jack White+The Hives" 


La temperatura è già calda quando si arriva al Parco Bussola Domani di Lido di Camaiore. Aspettando di assistere allo show di Jack White, ricordo la mia adolescenza e quasi non mi sembra vero di riuscire a vederlo da vivo! 19/6/26 Parco Bussola domani - la performance principale è anticipata con mio grande piacere dalle atmosfere soffuse di Unadasola, spesso ospiti a Riserva Indie, A seguire il garage punk dei milanesi Jagwari e il pop di Lissy Taylor, cantautrice inglese trapiantata in America che ci traghetta fino allo show dei The Hives. Il frontman Pelle Almqvist conquista subito tutto il pubblico, a partire da noi temerari sotto il palco. Dalla prima nota alterniamo contentezza e impegno nel pogo duro, tolleranza all'afa, sudore e polvere che si solleva dal suolo in quella che sembra una sfida di resistenza. Coivolgenti e stratosferici, scatenano un pogo colossale che trova il suo apice in "Hate to say i told you so", brano incluso nell'album "Veni Vidi Vicious" del 2000 e che è invecchiato benissimo. Ma come fanno? E dispiace un po' quando cominciano a salutarci per lasciare il palco allo staff di Jack White. Oltre agli strumenti vediamo una statua bianca, usata spesso nei suoi show, con la testa a forma di teschio blu che preannuncia un'esibizione aliena e fuori dal comune. Jack ha un portamento incrocio tra meticolosità musicale e schizofrenia, ed è questo il genio secondo me: riuscire a far coincidere nevrosi e fantasia, espressione e creatività musicale. In scena con giacca di pelle e capelli corvini, alla sua maniera insomma. Sguardo che non fa trasparire emozioni che riesco a decifrare se non il rapido e controllato bisogno di suonare! Ed è subito magia del caos! Ricomincia il pogo! Sound potente ma soprattutto quelle sonorità da Mr. White tanto uniche quanto sorprendenti. Non importa se lo hai già visto o sentito suonare 100 mila volte, sembra sempre la prima e pare sia così anche per lui che ripropone i classici di TUTTO il suo repertorio. Sforna, mescola, sfuma, scompone e riassembla. Improvvisazione e spontaneità escono tutte da un unico nucleo, un centro stabile  e immobile di creatività. Le note ogni volta esprimono cambiamento, esplosione, imprevedibilità. Tutto questo è Rock n Roll! È punk! È blues! È garage! Nonostante le botte da pogo siamo tutti gasati! Perché è qualcosa di indefinito ma ben preciso e netto. Pungente come le gomitate dei fusti alti uno e ottanta che mi stanno arrivando sui fianchi. La vita è fatta anche di sofferenza e resistenza. E noi resistiamo perché c'è Jack che ci sostiene e ci ispira, perché siamo qui accettando anche il rovescio della medaglia di questa vita/carneficina. Apre con una jam elettrica introduttiva e incalzante, seguita da "That's how I'm feeling" e immediatamente ci lanciamo all'unisono al pogo esistenziale, già apparecchiato dai The Hives. E poi "Black Math", "Old Scratch Blues", "Broken Boy Soldier" per citarne alcuni. Resistiamo, sempre più sudati, assetati e comunque mai stufi o arrendevoli. Prendiamo tutto ciò che arriva e lo facciamo volentieri, perdendoci nell'ondeggiare, spingere di tutta la folla. 40 mila, chissà se hanno pogato tutti, almeno per qualche, istante sullo strimpellare e il vocalizzare di Jack. Che dire? Ha cominciato a rompere le corde della chitarra appena iniziato lo show e potete ben immaginare andando avanti cosa succede alle chitarre e ai nostri piedi allo scoppio di "Icky Thump" del 2007, con i White Stripes e al tintinnare di "Steady as she goes" con i Raconteurs. Una miscela dei brani che lo distinguono: dagli inizi carriera fino ad ora, giorni caldi e sofferenti ma magicamente rinfrescati da questa ondata di Prima Estate. Una botta di musica che il primo giorno di festival entra a gamba tesa e apre la stagione. Al parco Bussola Domani line-up sempre più acclamate e sublimi, si ospitano quasi sempre grandi nomi e artisti rilevanti e questo lo fa diventare un appuntamento must per noi appassionati. Grazie Prima Estate. Grazie pogo. Grazie Jack! A presto spero!




 

domenica 28 giugno 2026

LIVORE - DISTRUZIONI D'USO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Se esistesse il bugiardino con le istruzioni d’uso della vita saremmo tentati ogni istante di leggerlo per cercare inutilmente una cura al nostro male di vivere. Mentre l’unica cura è in noi e forse, come dice la band milanese Livore, è meglio consultare le distruzioni d’uso che incidiamo sulla nostra pelle ad ogni nuova esperienza. Il gruppo ha pubblicato recentemente l’album di debutto, intitolato proprio “Distruzioni d’uso” e centrato sui rapporti umani e i loro effetti collaterali. Il disco, musicalmente in bilico tra alt rock e pop, si apre con un pezzo dal titolo spiazzante, “Morgan non è cattivo”. In realtà il noto artista conterraneo della band è una pura suggestione nata con l’incisione della prima demo. Il crescendo esplode nel ritornello melodico in cerca di “un’altra vita per me”. A seguire colpisce l’attacco di “Software” con le note corpose del basso e il feeling da registrazione in presa diretta. Scritto anni fa prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale il brano resta tremendamente attuale, dato che parla di un “software infallibile che mi dica come devo vivere”. “Senza rancore” spinge l’acceleratore sul pedale del rock tra rabbia e amore. A tre quarti del brano la tensione si allenta accompagnando un momento di fragilità interiore “E' tutto qua quello che so fare? Come si fa a non impazzire?”. “Bugia”, chitarra acustica e voce con un arrangiamento essenziale è nata in cameretta ed è stata inserita nell’album all’ultimo. A seguire “Ultima volta” dimostra che la qualità più evidente della band è il riuscito amalgama tra gli strumenti, mai in competizione tra loro e coalizzati nel nome della musica. Chiude “Distruzioni d’uso” la sesta traccia “Torta paradiso”, dichiarazione d’amore all’amore molto accattivante, ma non per questo banale, come dimostrano l’attacco alla Vintage Violence e lo stop and go dopo il primo ritornello. 
Abbiamo chiacchierato piacevolmente con il bassista e cantante Davide D’Amore e con il chitarrista Lorenzo Agnesini di “Distruzioni d’uso”, del valore che si deve dare a chi fa musica originale e di concerti bizzarri.


- Partiamo dalla prima traccia, “Morgan non è cattivo”. Il titolo fa inevitabilmente venire in mente il personaggio musicale e televisivo. Perché questo riferimento?
DAVIDE – Diciamo che era il titolo che avevamo dato alla demo, inizialmente per una questione di sonorità. Poi abbiamo costruito anche un significato. E’una canzone che parla del trovare la propria strada, di regole sociali, conflitti, ma per un caso un po’ strano è nato prima il titolo. E’un’unione di cose che sono avvenute, un po’ volute e un po’ no. 
LORENZO – Ho scelto io questo titolo perché nel momento in cui ho registrato la demo la prima cosa che mi è venuta in mente è stato Morgan, ma senza ragionarci troppo su. Ho scritto “Morgan non è cattivo” sul computer e così è rimasto. Ci siamo affezionati al titolo. 
- Il pezzo parla dell’elaborazione del distacco, quando finalmente si riesce a guardare avanti senza voltarsi indietro.
LORENZO – Sì hai riassunto bene il significato della canzone. Il protagonista vuole proseguire il suo percorso con determinazione, ma anche con qualche dubbio, senza dar retta troppo a ciò che viene imposto dalla società, dagli amici, dai parenti. Rappresenta un po’ il salto nel vuoto. In un mondo che non ci soddisfa si prova a trovare la propria strada anche a dispetto delle idee di chi ci circonda e di quello che la società dice. 
- Invece in “Software” cantate “Vorrei un software infallibile che mi dica come vivere”. La difficoltà di vivere questa realtà ci spinge a delegare la conduzione della nostra vita?
DAVIDE – Secondo me lo facciamo già. In realtà è una canzone che avevamo scritto prima dell’esplosione del fenomeno AI e rimane attuale. Parla della difficoltà di saper scegliere, come se si fosse incapaci di farlo.
- In “Senza rancore” è rappresentata un’altra fase dell’elaborazione della fine di una relazione, la fase del risentimento. 
DAVIDE – Sicuramente è una canzone di rottura, parla in maniera profonda dei rapporti in generale, dell’incapacità di riuscire a comunicare veramente bene e della frustrazione che ne deriva. 
- Ascoltando “Bugia” sembra una canzone scritta di getto voce e chitarra acustica in cameretta. E’ nata così?
LORENZO – Sì praticamente è stato così. Davide è arrivato con questa idea che abbiamo messo da parte un attimo perché avevamo già registrato la quasi totalità del disco. Poi è accaduto che siamo dovuti tornare in studio e avevamo tempo per scrivere un’altra canzone. “Bugia” era già pronta ed è stata riarrangiata in maniera molto minimale uscendo così.
DAVIDE – In realtà l’avevamo già registrata, dopo un po’ di concerti siamo andati in studio, una bella spesa per noi e non ce la facevo quel giorno a registrare una delle altre canzoni. Allora ci siamo detti con il produttore “anziché sprecare la giornata cerchiamo di riarrangiare un brano già fatto che avevate” e siamo usciti con questa canzone. 
- Parliamo di “Ultima volta”. Una relazione può diventare una dipendenza come una droga?
DAVIDE – Sì è una canzone che parla di dipendenza affettiva come se fosse una droga. E’ un pretesto per parlare del non riuscire a smettere di fare qualcosa. 
- L’assolo di “Torta paradiso” mi piace molto…
LORENZO – Non lo suono io ma l’altro Lorenzo (ndr Lorenzo Visigalli, chitarrista).
- Stilisticamente mi sembra che sia il vostro pezzo più maturo. E’ quello che vi rispecchia di più o c’è qualche altro brano dell’album a cui siete particolarmente affezionati? 
LORENZO – A livello musicale sì, ma a livello di testo forse non è il più maturo, nel senso che è simpatico e un po’ furbo, non ci rappresenta tantissimo e tende ad essere simpatico. E’ forse la canzone più leggera dell’album. 
- E’ una canzone “da rimorchio”?
(ndr ridono)
DAVIDE – Secondo me anche se è simpatica la canzone gioca abbastanza bene tra le righe. Quando l’avevamo scritta eravamo molto legati a lei perché siamo diventati scemi nel realizzarla. Poi con il tempo abbiamo maturato un mood un po’ diverso e comunque quando la canto live la sento mia, c’è una parte di me. Però non è sicuramente la più rappresentativa.
- Ok e invece qual è la più rappresentativa?
INSIEME – Non lo so…
- Diciamo che le canzoni sono un po’ come figli.
LORO - Esatto!
- Mi devo complimentare per una cosa. Ho visto che avete la vostra pagina su “Musiqua” in cui stabilite anche il vostro cachet. Trovo che sia un’ottima scelta, perché bisogna dare il giusto valore alla musica per tutto l’impegno che porta con sé a livello di composizione, registrazioni, fatica e spese. Allora perché, secondo voi, ci sono tante band, anche molto valide, che si svendono per una consumazione o poco più e alla fine sono magari in perdita?
LORENZO – Per una band che inizia anche se c’è qualità bisogna fare in modo che le persone possano recepire la musica e le strade nel 2026 sono veramente poche, i live e i social. Per i live ci sono occasioni in cui non ha magari senso andare non a pagamento, non ti danno nulla e non ne vale la pena. Però a volte ci capita di suonare in situazioni in cui non c’è un compenso, ma possono dare visibilità o creare connessioni, oppure magari anche per una questione di principi, per una causa nobile.
DAVIDE – Sul sito è indicato un cachet, ovviamente proviamo a farci pagare. L’obiettivo più grande all’inizio è però provare a trovare connessioni con le persone. 
- Scrivete, sempre su quel sito, di aver suonato un po’ ovunque. Mi raccontate il vostro concerto più incredibile, improbabile, magari bizzarro?
LORENZO – Senza parlar male di posti in cui abbiamo suonato c’è stato un concerto che non è stato piacevole fare, ma parlarne è divertente. E’ stato organizzato in un bar con noi e altre band. Fondamentalmente si sa che il rock richiede un certo volume. Abbiamo iniziato a fare il soundcheck e ci hanno abbassato i volumi a livelli da pianobar, da set acustico così ci siamo indispettiti. Abbiamo passato tutto il concerto a combattere contro i gestori del locale che abbassavano il volume. Tutto questo perché c’era anche un convegno del PD e i proprietari non volevano che dessimo fastidio. 
- Invece per te Davide qual è stato il concerto più strano?
DAVIDE – Sicuramente questo è stato molto divertente, sul momento ovviamente no ma a pensare dopo alla situazione sì. C’è stato un locale che era così piccolo che eravamo in tre e poi c’era l’altro Lorenzo che era separato dal resto della band perché doveva lasciare libero il passaggio a quelli che volevano andare in bagno. 
LORENZO – Comunque è bellissimo perché questi posti sono paganti e si sforzano di far suonare i gruppi, mentre capita di suonare in posti più fighi in cui non ti danno niente.


E allora, contagiati dalle buone vibrazioni di giovani che credono ancora nella musica suonata e vera, saliamo sul palco con i Livore presentandoli al pubblico come meritano. Al basso e alla voce Davide D'Amore, alla chitarra e cori Lorenzo Agnesini, alla chitarra solista e cori Lorenzo Visigalli, alla batteria e cori Gabriele Tortora. L’avvertenza è seguire le loro “Distruzioni d’uso” senza badare al dosaggio, perché possono causare allegria e piacere.