mercoledì 27 maggio 2026

CRISTIANO SBOLCI - FUORIMODA - PERCHE' D'AMORE SI PUO' MORIRE - INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


“In una sera fatta di rosa e di mistico azzurro/un lampo solo ci vedrà commisti/come un lungo singhiozzo, carico d’addio”. Versi come questi, tratti da “La morte degli amanti”, uno dei componimenti più celebri di Charles Baudelaire, hanno fatto germogliare la poetica di Cristiano Sbolci, cantautore livornese autore del recente disco “Fuorimoda”. Amore e morte sono i temi portanti di un album dall’andamento di un vecchio film su pellicola, con un’intro, “Fuorimoda (Titoli di testa)”, un intervallo, “Hai avuto paura? (Intermezzo)” e il finale, “Il vizio (Titoli di coda)”. L’immaginario sonoro di riferimento è quello dei film polizieschi degli anni 70 e la collaborazione di Enrico Gabrielli dei Calibro 35 ai tre strumentali ne è il sigillo. L’album entra nel vivo della narrazione con “Rock’n’roll”, il bacio appassionato di un amore finito che esala il suo ultimo respiro sulla pista da ballo. Dal punto di vista della costruzione sonora il pezzo riecheggia i Baustelle ed è dotato di un ritornello accattivante che lo rende un singolo ideale. A seguire “Il pianoforte di Sebastian Bach” si propone come perfetto lento orchestrale, un pezzo che guarda passare la vita con la consapevolezza che bisogna godere fino in fondo di ogni attimo perché noi ridiamo e danziamo, ma il tempo fugge. “Era una serata come tante all’Ortica” si nutre di ebbrezza upbeat raccontando l’incontro con una lei che seduce con innocenza peccaminosa in una notte senza futuro. “Divi morti del pop” è tanto scanzonata quanto arresa, il ricordo struggente di qualcosa che non potrà mai più essere. A seguire “Ti prego lasciati guardare bene” distilla una tristezza che la carezza del pianoforte non potrà mai consolare. In “La morte di una star” Cristiano torna a toccare sonorità baustelliane raccontando la vita sprecata di chi si fa travolgere da quella nevrosi senza uscita che è diventata la nostra vita. “Maledetto amore mio” consuma in fretta un amore che finisce in tragedia, perché d’amore si può morire davvero. A seguire “Cosmetici e veleni” è il cocktail letale preparato per dissetare le ossessioni di un’aspirante starlette. Prima dei titoli di coda “Il rumore di un bacio”, in duetto con il cantautore romano MOX rappresenta l’estremo sforzo di memoria del cuore, che non ricorda più nemmeno cosa sia realmente l’amore. Abbiamo parlato con Cristiano Sbolci dell’album e dell’immaginario cui si ispira.


- Amore e morte sono tempi importanti in “Fuorimoda”. L’oscillazione del pendolo della tua vita tra questi due estremi che nervi scoperti va a toccare dentro di te?
- Sono i punti focali della mia vita. Sono fermamente convinto che siano i due collanti più potenti che ci siano. Del resto noi viviamo per amore e con la convinzione di dover morire, quindi secondo me sono le due parole più importanti che ci “portiamo addosso”. 
- Il tuo album è come un film con i titoli di testa, i titoli di coda e l’intervallo tra i due tempi. Già di per sé questa è una scelta fuorimoda da vecchio cinema con le sedie di legno scomode. La tua musica è la colonna sonora del film della tua esistenza?
- Sì, questo disco l’ho scritto pensando di creare una colonna sonora di quello che stavo raccontando, quindi della mia vita.
- Parliamo di “Rock’n’roll”. Indubbiamente nel pezzo si sente un’eco abbastanza rilevante dei Baustelle. Direi che con “Cosmetici e veleni sono forse i due pezzi che richiamano alla mente la band. Quali sono gli elementi sonori e testuali che ti fanno sentire vicino alla loro poetica?
- I Baustelle li ascolto e mi piacciono da sempre. Si rifanno a quelli che sono i miei ascolti, i grandi compositori degli anni 60 e 70, un certo tipo di musica accostato a colonne sonore di grandi film noir, thriller, horror degli anni 70. Ascoltandoli sono stato molto attratto da un certo tipo di linguaggio, quindi sono andato a cercare libri su quella stessa linea e conseguentemente sono stato influenzato molto dall’unione di quella musica e quell’immaginario. Da lì è nato il mio stile di scrittura, che poi traspare in brani come “Rock’n’roll”, “Cosmetici e veleni”. In realtà non è un aspetto che nascondo. Sono onorato, reputo Francesco Bianconi come uno dei più grandi autori degli ultimi anni quindi se vengo accostato ai Baustelle sono veramente molto felice. 
- “Sentimental blues”, ovvero nella versione pubblicata “Era una sera come tante all’Ortica” secondo te è poesia carnale? 
- Probabilmente sì. Ho voluto semplicemente raccontare uno squarcio di serata quindi ho preso e messo su foglio quello che avevo vissuto, poi inizialmente volevo fare un “talkin’ blues” stile Bob Dylan, quindi due accordi e tante parole. Oltretutto la canzone non doveva neanche essere nel disco, l’ho scritta ad album finito. Però è piaciuta anche ai produttori Francesco Massidda e Federico Nardelli, abbiamo iniziato a lavorarci e accantonata l’idea del “talkin’ blues” è diventato un pezzo più vicino a “Una giornata uggiosa” di Lucio Battisti. Però sì ha un elemento molto carnale.
- Parliamo de “Il pianoforte di Sebastian Bach”. Nel labirinto della vita si è spezzato anche il filo di Arianna. Non potremo più annodarlo per uscire?
- E’ una cosa che mi chiedo spesso, ma non so rispondere per la verità. Sicuramente questa canzone voleva mettere in risalto la difficoltà ad accettare l’esistenza. Ho provato a narrare questa difficoltà nella maniera meno cruda possibile anche se alla fine nel brano un po’ di tristezza c’è.
- Nell’album citi molto la canzone e la poesia francese, per esempio Serge Gainsbourg. Quale ruolo hanno avuto nella tua formazione?
- Un ruolo molto importante. Ho iniziato ad ascoltare musica francese non troppo presto, però poi quando ho scoperto Serge Gainsbourg o Léo Ferré mi sono detto “caspita questa musica ha progressioni armoniche incredibili, melodie pazzesche e una poesia formidabile”. Questi elementi mi hanno affascinato molto, così tanto da approfondirli e cercare di inserirli anche nelle mie composizioni. A livello musicale non è così evidente, infatti è presente più a livello citazionistico. Richiamo ogni tanto qualcosa di quel mondo. 
- “Divi morti del pop” musicalmente è un rock anni 70 molto sbarazzino che contrasta con la constatazione amara del presente che emerge dal testo. Questo gioco di contrasti è il tuo modo per alleviare il dolore che ti porti dentro?
- Sì mi piace molto rendere scanzonato il dolore. Per “Divi morti del pop” io avevo scritto la musica, non avevo il testo. L’idea era quella di fare una sorta di “Penny Lane” italiana perché ha un andamento un po’ beatlesiano con quella modulazione finale. Poi quando mi sono messo a lavorare sul testo inconsapevolmente ho scritto un pezzo in cui c’è molto dolore. Quando ho ascoltato il risultato finale mi sono detto “ok non l’ho cercato ma era quello che volevo”, cioè appunto rendere scanzonato il dolore. 
- In “Ti prego lasciati guardare bene” che se non sbaglio è stato anche un singolo torna il tema dell’amore svanito ma mai dimenticato. Le tue canzoni sono, per citare un verso dei Baustelle, “parole scritte a un destinatario andato via prima di averle ricevute”? 
- Sì probabilmente sì. “Ti prego lasciati guardare bene” la tengo sempre un po’ da parte perché è un pezzo molto vecchio, scritto diversi anni fa e che non avevo neanche idea di inserire nel disco. E’stata registrata per gioco e difatti secondo me si sente perché è l’unica canzone veramente nostalgica. Il resto del disco più che nostalgico è sofferente, un ricordo amaro. Mentre “Ti prego lasciati guardare bene” esprime questa nostalgia che l’ha resa un punto fermo del disco, ma non è stato voluto. 
- In “La morte di una star” compare il tema del vivere oggi che ci obbliga a stare sempre in tiro, sul pezzo. Dov’è il tuo nascondiglio segreto per sottrarti a questa nevrosi?
- Il mio nascondiglio preferito è la solitudine, mi rifugio molto in me stesso e cerco di restarci il più possibile. Alla fine ho trovato un modo per riuscire a restare con me stesso senza lambiccarmi troppo. Però poi non so se è la soluzione giusta, personalmente la vivo bene.
- “Il rumore di un bacio” mi ha fatto venire in mente per contrasto un’installazione luminosa dell’artista torinese Domenico Pannoli che reca la frase “L’amore non fa rumore”. Ti va di parlare un po’ di questa dicotomia tra amore e suono?
- Io in quella canzone volevo in qualche modo narrare il fatto di non ricordare più niente. Si cerca sempre di ricordare gli odori, i sapori, le sensazioni. Io volevo annullare completamente il ricordo scrivendo appunto “non mi ricordo neanche più il rumore di un bacio”, lo schiocco che lascia il bacio. Per quella canzone l’intenzione era semplicemente quella di scrivere una ballata vecchio stile. Citerò dei mostri sacri, ma non mi voglio certo paragonare a loro. L’idea era creare delle atmosfere un po’ in stile Gino Paoli e quindi con l’orchestra, l’armonia studiata a tavolino e sensazioni di un ricordo svanito. 
- In “Titoli di coda” c’è questa battuta “l’unica salvezza sta nel vizio”, tratta dal film “Metti, una sera a cena” di Patroni Griffi. Quella battuta nel contesto del film è una sferzata all’alta borghesia che è imprigionata da convenzioni sociali. Perché hai scelto di chiudere così l’album?
- Ho scelto di chiudere l’album con la citazione di “Metti, una sera a cena”, ma il significato in realtà svia molto, nel senso che io volevo semplicemente raccontare quello che è stato per me il momento dell’addio. Mi ero rifugiato nei miei piccoli vizi, che poi sono vizi normalissimi come ad esempio andare la sera al pub con gli amici, perdermi in notti un po’ più accese, ma non ha nulla a che fare con questioni come puntare il dito contro la borghesia. L’intenzione era quella di raccontare la mia soluzione all’abbandono, un po’ di vizio, che poi comunque fa parte della mia vita. 
- Nell’album vengono citati musicisti molto eterogenei, si passa dai Pink Floyd a compositori come Bach, gli Strokes, Chopin e altri. Qual è il fil rouge, se c’è, che lega questi artisti nel tuo mondo interiore?
- Sicuramente il filo rosso che lega questi artisti è che, come ho provato a fare io sperando di esserci riuscito, hanno sempre trattato la musica popolare in modo colto, stando molto attenti ai dettagli, cercando le armonie giuste, cercando le giuste orchestrazioni, arrangiamenti adeguati. Sono sempre stati i miei ascolti, ho sempre cercato quello, a me piacciono le musiche trattate con molto rispetto. Ho intitolato questo disco “Fuorimoda” proprio per tale motivo, perché volevo essere l’antitesi del mercato, la musica di oggi in cui è tutto molto simile e semplice. Non che la semplicità sia un difetto, io però con la musica voglio rischiare il più possibile, il suo linguaggio è talmente bello e esteso che mi piace fare così.
- Parliamo delle collaborazioni nell’album. In “Titoli di coda” c’è una doppia collaborazione con Enrico Gabrielli e Federico Maria Sardelli. Come sono nate?
- Quella con Enrico Gabrielli, che include tutti e tre gli strumentali, è nata in maniera semplice, nel senso che eravamo in studio Francesco Massidda, Federico Nardelli ed io e ci siamo resi conto del fatto che quegli strumentali avevano una sonorità molto precisa, definita, ovvero quella dei polizieschi degli anni 70. Ci siamo chiesti “chi fa oggi i polizieschi anni 70 in Italia?”. I Calibro 35. Abbiamo sentito Enrico Gabrielli, dato che Federico Nardelli lo conosceva, per sapere se fosse disposto a inserire qualche elemento nei brani, glieli abbiamo fatti sentire, lui ha accettato così ci siamo, per così dire, un po’ ripuliti la coscienza nel senso che quei pezzi hanno un suono da Calibro 35 ed è presente un membro della band. Per quanto riguarda invece Federico Maria Sardelli è un amico di famiglia da sempre, un grande direttore d’orchestra di musica barocca. Desideravo collaborare con lui ad un mio brano e questa mi sembrava l’occasione giusta perché lui è flautista e volevo inserire un flauto traverso in “Il vizio (Titoli di coda)”.  Glielo ho detto e lui, senza aver ascoltato il brano mi ha dato fiducia ed ha suonato. 
- E per il featuring in “Il rumore di un bacio” con MOX, il cantautore romano Marco Santoro?
- Quando scrissi “Il rumore di un bacio”, che ha avuto una gestazione molto breve, riascoltandola mi sono detto “questo brano mi ricorda molto le sonorità di MOX”, cioè lo sentivo giusto per un suo disco, ma volevo fosse nel mio. Gli ho parlato, anche lui è un amico di vecchia data e gli ho spiegato “ho un brano che ha il tuo sapore, ma sarà nel mio disco. Ti va di cantarlo assieme?” Lui lo ha ascoltato, gli è piaciuto tantissimo e quindi ha accettato. 
- Ci sono stati altri collaboratori che hanno realizzato l’album con te?
- Francesco Massidda ha prodotto l’album con Federico Nardelli, ma lo ha anche scritto interamente con me realizzandolo a quattro mani. I testi sono miei però le musiche sono state fatte sempre insieme. Oltre a loro ha collaborato al disco Alessio Masoni, chitarrista che suona con me da moltissimo tempo e che ha contribuito a “Divi morti del pop”, “Rock’n’roll”, “Il rumore di un bacio”. (ndr ha collaborato alla rifinitura dell’album anche Alessandro Di Sciullo). 


L’album di Cristiano Sbolci è talmente fuorimoda da non passare mai di moda, perché chi di noi non ha mai sofferto per amore e cercato di affogare il dolore in un drink? Ma se la vita è un festival bisogna godere l’attimo per non pentirsi di non avere mai vissuto. 

lunedì 25 maggio 2026

MARLENE KUNTZ LIVE AL VIPER DI FIRENZE - RECENSIONE E GALLERY A CURA DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE


I Marlene Kuntz suonano “Il Vile” al Viper a Firenze. Ma il Viper non c’è più. Ad agosto dello scorso anno un incendio l’ha distrutto e oggi il Viper Theatre continua la sua attività di organizzazione eventi nello spazio Otel della stessa città, in via Generale dalla Chiesa. Il 26 aprile del 1996 usciva “Il Vile”, il secondo album in studio dei Marlene Kuntz, ecco perché oggi il 24 marzo 2026 lo portano in tour. Questo sembra essere un anno ricco di ricorrenze, o forse sono io che sono diventata nostalgica e inizio a rincorrere gli anni novanta. Ma la storia è ciclica e ogni decade siamo tutti curiosi di andare a vedere dove siamo finiti, per ricordarci dove eravamo e cosa desideravamo per quel futuro che ormai si è fatto oggi. Sono 30 anni dall’uscita di un album che si può definire pietra miliare del post grunge italiano, dello scenario alternativo di questo paese e per l’occasione è stato ristampato con una grafica firmata Baronciani. Lo troverò, più tardi, al merchandising.


Nel 1996 erano i Marlene Kuntz ad avere trent’anni e io ero poco più che una ragazzina. Beatles o Rolling Stones? Oasis o Blur? In Italia, nella scena del rock alternativo la scelta era tra i Marlene Kuntz o gli Afterhours. Non faccio mistero della mia predilezione giovanile per i secondi ma l’età adulta porta consapevolezze e sfumature di grigi che dimostrano quanto il bianco e il nero siano più simili di quel che appare.


L’Otel è certamente un bel locale, spazioso e scuro, con una zona esterna e una buona visuale sullo stage con qualche dislivello che permette anche ai più bassi di accaparrarsi posizioni favorevoli. Il parterre già mi piace. Ai concerti si capisce subito se sarà una serata da salti, sudore e contatti stretti o se ognuno riuscirà a raggiungere e mantenere il suo spazio di ascolto. E così è. Sono qui con un amico che curioso era venuto con me al mio secondo concerto di quest’anno dei Ministri a Pistoia all’H2no e che ha voluto rendermi il favore di una piacevole serata con un gruppo che ha segnato la sua di adolescenza. Come si fa con un cocktail, un buon libro, un film, un percorso trekking o una vacanza: anche i concerti possono essere uno scambio di conoscenze e sensazioni, un momento di condivisione e io questa sera ho le antenne particolarmente tirate su. Sono curiosa di vedere un gruppo che non ho mai visto dal vivo, di captare le vibrazioni dei loro fan, di sentire che effetto fa un album vecchio di 30 anni su quella che è la me di oggi. Non è un segreto che per me partecipare a un live è quanto di più simile a una sessione di meditazione e so bene che non sono la sola. Il mio amico ha portato con se un disco del 1999 acquistato al Cencio’s, di Prato, un tempio del rock alternativo italiano negli anni ‘90. Mi racconta che era il dicembre dello stesso anno e era arrivato al locale con due amici che suonavano con lui in una piccola band: avevano comprato i biglietti nell’unico negozio di musica della zona che faceva anche da rivenditore, e che si chiamava “Il Superdisco”. Mi dice che non aveva mai visto il locale così pieno e che gli faceva strano perché era un mercoledì sera. Era la sua prima volta: non aveva mai sentito i Marlene Kuntz dal vivo e ne rimase talmente colpito che a fine concerto acquistò il vinile del live che era stato registrato proprio durante quel tour.


Giro il disco tra le mani, controllo la data, era proprio il 1999, qualcuno vicino ci guarda, capendo di cosa stiamo parlando, ci sorride, e io penso che sarebbe proprio bello se riuscisse a farselo firmare dopo tanto tempo. Mi piace sentire le storie degli altri, mi riesco a immedesimare, capisco che quello che la musica suscita nelle persone è universale e allo stesso tempo per tutti unico. È come un “segnavita”: ogni momento della nostra esistenza ha la sua colonna sonora e mi chiedo se i miei prossimi anni, dopo questa serata, sapranno un po’ di più di Marlene Kuntz.


Il concerto inizia. Loro entrano eleganti e in forma smagliante. Dietro alla band a intermittenza si accendono led con la scritta IL VILE. Qualcuno dice che il rock è morto, beh quest’album sembra uscito ieri e sanguina. E nel corso del concerto penso che la musica italiana degli anni novanta non aveva nulla da invidiare alla scena internazionale di quel periodo. Questo disco ne è la prova. Stasera lo sto ascoltando tutto dopo troppo tempo e penso che per una band toccare un punto tanto alto è quasi un non ritorno, nulla potrà più essere all’altezza e pensare invece che erano solo all’inizio della loro carriera. “Probabilmente io meritavo di più”, dice uno dei loro brani ed è sicuramente vero. Ma in barba ai pronostici hanno retto: lo rammenta anche Cristiano Godano in una pausa della serata: nel 2000 li davano per spacciati, per “bolliti” citandolo. Vi assicuro che questa sera su quel palco è ancora tutto crudo come agli esordi e incredibilmente attuale. “Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore” un verso scritto nel 1996 e che ancora oggi serve a ammettere di fronte al mondo, al pubblico, al parterre di questa sera la propria vulnerabilità. Essere vulnerabili è rock “ma è così dura” perché tanta profondità non è per tutti, non è semplice porsi nudi di fronte alla musica e lasciarsi attraversare dai bassi profondi e dalle voci taglienti, ma è certamente la cosa più affascinante di quest’arte.


“Il vile” è un disco punk, ci ricorda “come stavamo ieri” attraversa perversioni di versi, orgasmiche visioni in distorsioni musicali e ci restituisce sopravvissuti, esausti, sudati, empi e infine svuotati, e leggeri. Suonano tutto il disco tranne “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”, al suo posto “Sonica”, definita valida sostituta. “Questo era il nostro secondo disco del 1996 e ci sono qua facce che all’epoca non c’erano, questo è magnifico, vedere anche tanti giovani è fantastico” dice Godano dopo aver ringraziato e essersi asciugato il sudore. C’è ancora tempo: si abbassano le luci e basta l’attacco: “Pelle,” dice, il resto dell’intro di “Nuotando nell’aria” la cantiamo noi in coro; mi commuovo, anche se la cosa che sentimentalmente rapirà di più la mia attenzione deve ancora arrivare. Cito il frontman che anticipa la scaletta: “Ancora due pezzi che arrivano dal nostro disco del 2000: il primo che suoniamo di questi due è una canzone di particolare intensità, lo è stata per me quando l’ho pensata, estremamente sincera. Questa canzone è una sorta di speranza impossibile e si intitola -La mia promessa-”. Ho passato tutto il brano a guardare la coppia di fronte a me: per tutto il concerto hanno cantato e ballato vicini, protesi verso il palco ma quasi sconosciuti. Le prime note di questo brano li ha attratti invece in un abbraccio magnetico che è durato fino alle ultime note. Lei col capo all’indietro appoggiato al petto di lui ha scandito con le labbra, sussurrando, tutte le parole della canzone come se fossero una preghiera. Lui ha tenuto gli occhi chiusi e il capo chino abbracciandola da dietro, tutto il tempo. La fine del brano è risuonato come un risveglio, loro dal loro sonno e io dal mio incanto. Si sono asciugati una lacrima dal viso e mi sono accorta di averne una anche io.


“Festa mesta” che dal 1994 canta di alienazione e frustrazione criticando il superficiale esplode musicalmente in un materiale scoppio di coriandoli celebrando tutti quelli che negli ultimi decenni si sono ribellati al conformismo e non se ne sono mai pentiti. Arrivano gli ultimissimi brani e quando poi le luci si accendono, ai nostri piedi un colorato tappeto di coriandoli. I Marlene Kuntz si avvicinano al parterre a stringerci le mani. La scaletta è andata, ci accaparriamo una t-shirt borgogna come ricordo e ci dirigiamo al guardaroba. C’è ancora una missione da compiere. L’esperienza mi fa capire subito dove poter avvicinarmi ai membri della band: avviamo una chiacchierata con uno dei ragazzi della sicurezza; ci guardiamo intorno, siamo solo noi. Si può fare. Lo chiediamo. Torniamo alla macchina con i biglietti e un disco del 1999 autografati e no, non importa se non siamo più i ragazzetti di 30 anni fa, per certe cose, grandi, non si diventa mai.





 

lunedì 18 maggio 2026

JOHNNY FREAK - IN VITA - AMICO MIO SUONA, ZITTO SUONA! - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Fare musica esclusivamente per passione, per fissare un’emozione, dare concretezza tangibile a un sentimento. Questo è l’approccio dei Johnny Freak, band di Frosinone che, dopo un lungo silenzio, si è riaffacciata sul mercato discografico con “In Vita”, nuovo album uscito nel marzo scorso. Le undici tracce che lo compongono tratteggiano un universo sonoro fatto di tante stelle diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa luce. Il disco si apre con “Suona”, pezzo emblematico dell’intero lavoro, imperniato su un alt rock non banale, in cui il gioco delle armonizzazioni vocali e i continui cambi di atmosfere tengono desta la curiosità dell’ascoltatore superando brillantemente la “prova dello skip”.  “Si era detto un altro disco e poi mollare” evoca la voce di Luca Spisani tratteggiando il passaggio dalla fase A della band alla fase B imperniata sull’imperativo automotivazionale “suona amico mio, zitto suona!”.  “Grida” si apre nei primi secondi con un’eco delle tastiere del classico di Eugenio Finardi “Extraterrestre” per poi virare in direzione di un ritornello epico in stile Timoria era Renga. La sezione ritmica, formata da Simone Ausoni (basso) e Alessio Di Raimo (batteria) qui come in altri brani ha guizzi interessanti. A seguire “Pupazzo” è uno se non il brano più vibrante dell’intero lavoro. Il simbolico pupazzo appeso al muro che si chiama futuro è il feticcio di cui liberarsi per ripartire “via da qui”.  Musicalmente radicato nelle chitarre di Davide Ausoni e Pietro Macario, dopo il secondo ritornello esplode in un assolo acido al punto giusto. “Ora cadrai” è una ballata guidata dalle note morbide e malinconiche del pianoforte che dà modo alla voce di mettere in risalto una buona estensione. A metà del lavoro “Clessidra”, venata di echi rock anni 90, è una lettera d’amore alla propria anima. A seguire “Tommy” nasce dalla perdita di un amico fraterno, uno di quei pezzi che provano invano a ricucire un cuore squarciato. Musicalmente è una vetrina delle capacità tecniche della band e, nel testo, si riallaccia al pezzo di apertura. “Salta giù” è un brano guitar-driven sul passaggio dalla vita più o meno spensierata da studente alle prove della vita adulta. “Salvami” sboccia da una chitarra acustica che riflette su questo “mondo reso inodore”. Il contesto cantautorale esalta la voce e le liriche. “Ultimo Ballo” gode di un testo ricco di immagini evocative e aggiunge mattoni al muro delle chitarre alzandolo verso il cielo. A seguire la quasi title track “Vita” è un dialogo con la vita speziato di sapori della tradizione musicale italiana. A chiudere l’album una reinterpretazione de “La donna cannone” di Gregori, quindi già di per sè stessa pericolosa per gli inevitabili raffronti, impossibili da ignorare. Avvicinandosi con rispetto al grande classico i Johnny Freak ne mantengono intatto lo spirito pur trasformandolo in un pezzo nel loro stile. Una sfida incredibilmente vinta, degna chiusura di un album di buon livello che sa ritagliarsi il suo spazio rivolgendosi ad un pubblico certamente di nicchia ma realmente appassionato della musica non come puro passatempo. Luca Spisani ha chiacchierato con noi per Riserva Indie dell’album e della storia della band.


- Partiamo dal nome della band. Si sa che vi siete ispirati a un personaggio dell’universo di Dylan Dog che è particolarmente profondo e tormentato. Quali sono gli aspetti di questo personaggio in cui vi riconoscete così tanto da averlo scelto come nome?
- E’ l’attenzione verso i Freak, i cosiddetti mostri, persone alle volte anche deboli e indifese. Siamo sempre stati attenti a queste tematiche. Leggere quel fumetto tanti anni fa ci ha scosso particolarmente e non solo noi ma anche molti altri lettori di Dylan Dog, tanto che è a tutti gli effetti uno degli albi più amati. Ci sentiamo affini a queste tematiche e ci siamo detti “perché no, proviamo ad utilizzare questo nome, potrebbe essere interessante”. E infatti per tanti anni è stata anche una marcia in più, perché c’erano persone attente come noi ad alcune tematiche nonostante non siamo poi così frequenti. Quell’albo di Dylan Dog è stato molto particolare, un connubio tra il modo di scrivere che abbiamo e questo numero così particolare. 
- “In Vita” è un album che parla del potere della musica come cura, sostegno quando cadi, ricerca di libertà. Come si sono trasmessi questi concetti dalla vostra vita al vostro mondo musicale?
- Questo disco è la nostra realtà. Abbiamo avuto un lungo periodo di pausa, ma non c’è stato un solo giorno in cui non abbiamo pensato al nostro progetto e alla musica. Anche essere qui in questo momento con te e in altre situazioni mediatiche, radiofoniche. La nostra vita è questa. Per molti motivi non lo facciamo come lavoro primario, ma la nostra attitudine è questa, pensiamo a 360° tutto il giorno alla musica. “In Vita” è a tutti gli effetti la nostra quotidianità, la nostra realtà, la nostra vita. Il desiderio di rialzarsi dopo questo periodo così lungo è culminato in un disco che racchiude questi 12 anni, quella che è stata la nostra vita prima e quella che speriamo sarà per i prossimi anni, perché speriamo di fare questo mestiere ancora per molto tempo.
- In continuità con ciò che hai detto parliamo di “Suona”, il pezzo di apertura, che è stato anche un singolo. E’ un’autoanalisi come band, partite da una fase di ripiegamento, si era detto “provare un altro disco e poi mollare” e poi ecco la reazione “troppe storie amico suona”. Considerando anche, come dicevi tu, che sono passati tanti anni dal vostro album precedente, se non ho letto male circa 10 anni.
- 12 in realtà.
- Ecco, cos’è che vi fa dire ogni volta “non mollare, suona?”
- Ce lo fanno dire certe cose. La musica è quel qualcosa in più che ti gratifica, almeno per quanto riguarda noi musicisti. Qualcosa che ti fa dire “cavolo io sono contento di passare le mie giornate così. Ho uno scopo e qualcosa che mi rende felice, qualcosa in cui metto tutto me stesso”. Il verso  che tu hai citato è legato al fatto che 12 anni fa, quando le cose stavano andando abbastanza bene, si era perso in realtà il fulcro. Si pensava a cosa fare, come fare per arrivare chissà dove. In realtà quello che stava venendo meno era proprio il significato della bellezza della musica in sé. Quindi “Non mollare, suona” vuol dire proprio questo. Concentriamoci su quella che è la vera essenza della musica, al di là di ciò che può succedere e che non è successo. Quindi suoniamo e basta. Facciamo solo quello perché ci fa stare bene. 
- Giusto, anche perché guardare la musica come un mestiere è ormai un’utopia. Chi è diventato superstar decenni fa ha ancora la possibilità di fare l’artista a tempo pieno, ma chiunque altro non abbia le spalle coperte da contratti discografici importanti e il sostegno mediatico non ce la può fare. La domanda che mi viene spontaneo porti è cosa distingue chi ha fatto la gavetta andando a suonare ovunque nei piccoli locali non pagato o magari pagato in consumazioni da chi passa per i Talent Show?
- Vorrei citare il film “Mississipi Adventure”. Nella pellicola c’è un ragazzo che voleva una canzone perduta di Robert Johnson e sapeva che un vecchio, essendo stato suo amico, la custodiva, ma il vecchio gli dice “tu non hai i chilometri, non posso dartela”. Secondo me a questi ragazzi dei talent mancano proprio i chilometri, perché la gavetta è importantissima e loro, magari, vanno avanti un paio d’anni e poi si bruciano, perché non hanno la base che renderà loro la vita più semplice in questo mestiere. Fare quindici, vent’anni di palchi anche nei posti più assurdi e farsi le ossa secondo me è fondamentale, a meno che tu non sia un fenomeno che si trova perfettamente a suo agio in qualsiasi situazione, ma si tratta di casi rari. Secondo me i chilometri vanno accumulati proprio in questo modo, suonare nei posti più assurdi senza farti troppe domande. 
- La canzone “Pupazzo” ha al centro questa sorta di bambolina voodoo di cui bisogna sbarazzarsi per ripartire. Si può leggere come un inno al liberarsi dalle catene?
- Esatto. Catene e pupazzi, che possono prendere qualsiasi tipo di forma. Simboleggiano ciò che ognuno ha di sbagliato e viene rappresentato nella canzone come un pupazzo con le catene. E’ un’immagine evocativa di qualcosa di cui sbarazzarsi. 
- In “Clessidra” trovo molto bella la dinamica basso batteria. Come funziona il processo di creazione delle vostre canzoni? Sono spunti collettivi che sviluppate insieme o sono delle idee che tu porti già strutturate e poi vengono solo eseguite dagli altri?
- La bellezza del progetto Johnny Freak sta nella sua versatilità. Fondamentalmente ci sono io che ho un’anima un po’ più evocativa, meno aggressiva degli altri. La band è composta da cinque persone. Due elementi sono abbastanza “spinti” come gusti, anche se non troppo, infatti suoniamo un rock molto tranquillo. E altri tre membri sono incantati dal cantautorato. Personalmente provengo da studi classici. Di conseguenza ci sono tante variabili all’interno della band che danno vita ad un’offerta molto variegata. I pezzi creati da me sono quelli più soft del disco. Li porto già completi e chiedo a loro di riarrangiarli. Nascono a volte pianoforte e voce, altre volte chitarra e voce e prendono forma nel progetto Johnny Freak. I pezzi più duri invece nascono da riff di chitarra solitamente opera di Davide, chitarrista, cui poi io aggiungo la melodia oltre a comporre il testo. Tutto ciò rende il progetto molto vario, si rivolge a diversi generi di ascoltatori, non a un pubblico settoriale. I nostri ascoltatori sono molto diversi tra loro, alcuni non penseresti possano ascoltare i Johnny Freak, mentre poi invece lo fanno. 
- Nel momento in cui tu passi dal riff di chitarra alla voce parti dal testo o dalla linea melodica, cui poi adatti il testo?
- Quando parto da riff già fatti mi trovo un po’ più a mio agio perché ho dei paletti ben definiti entro cui cerco di rimanere, perché il brano nasce da qualcun altro e quindi non voglio distaccarmi troppo da ciò che ha fatto. Però non c’è una regola ben precisa, solitamente ho dei testi che vorrei un giorno  musicare e poi, proprio in un preciso momento grazie a quel riff dico “accidenti come ci sta bene”. Altre volte, invece, parto dal nulla e magari quel genere di riff riesce ad ispirarmi a tal punto da costruire una canzone da zero. Quando sono al pianoforte le strade che mi si aprono sono infinite, soprattutto riguardo al possibile arrangiamento finale cui daranno forma i Johnny Freak. Lo sto giudicando dall’interno, ma secondo me siamo un gruppo interessante sotto tale punto di vista. Dopo tutti questi anni di esperienza lo posso dire con tranquillità. E’un gruppo che ha molte potenzialità. 
- E’un peccato che per un lungo periodo non abbiate pubblicato nulla, sarebbe stato interessante vedere la vostra evoluzione in un arco di tempo più breve.
- In realtà c’è stato solo un brano che è uscito nel 2012 che ha fatto parte di una compilation e si intitola “Sconfinato”, che tra l’altro è uno dei brani che preferiamo. E’stato il nostro unico pezzo in questi lunghi anni. E poi fortunatamente c’è “In Vita”, che è appena uscito ma è vecchio (ride). 
- Cioè avete composto i pezzi molti anni fa? 
- Finito il nostro secondo disco, che abbiamo realizzato al Red House di Senigallia con David Lenci siamo stati in tour praticamente per tre anni, abbiamo fatto circa 100 concerti era un periodo in cui si poteva suonare tantissimo. Io però avevo ancora un sacco di canzoni, nascevano tanti riff, insomma eravamo molto attivi. I pezzi cominciavamo già a scriverli e prendevano forma. Poi ho avuto la fortuna di poter usufruire del mio studio di registrazione, perché poi nel frattempo sono diventato un fonico, ho aperto uno studio e quindi, appena possibile ci siamo chiusi in studio. Siamo perfezionisti a tal punto che forse in realtà il disco era pronto già dieci anni fa. Appena entrati in studio abbiamo registrato 14 tracce. “In Vita” ne contiene 11, le altre 3 compariranno nel quarto disco, che uscirà a breve. Questo album è fermo da 10 anni, abbiamo cercato la perfezione quando, in realtà, l’avevamo già raggiunta. Poi abbiamo avuto problemi interni, nulla di grave però qualcuno di noi non poteva essere al cento per cento attivo nel progetto ed essendo fondamentalmente cinque fratelli veri ci siamo attesi. Sommiamo la pandemia al fatto di cercare la perfezione perché nessuno ci dettava i tempi, cioè avevamo la casa discografica che aspettava e avevamo anche lo studio a disposizione e si arriva a capire il perché. Quando abbiamo finito “Tra il silenzio e il sole” tra l’altro eravamo arrivati a un ottimo livello nell’ambito underground, abbiamo sbagliato a far passare tutti questi anni perché ovviamente la gente ha dimenticato, tanti dei nostri fan affezionati oggi magari non hanno più l’abitudine di ascoltare musica, non è al centro delle loro vite, sono diventati grandi, hanno avuto figli, insomma non tutti restano come noi. Andava battuto il ferro finché era caldo, perché appunto avevamo il nostro zoccolo duro di fan, molti li abbiamo persi per strada e quindi adesso in un’epoca come la nostra diventa molto difficile tornare a quei numeri. Ce la stiamo mettendo tutta. 
- A proposito del brano “Tommy”, che è un tributo alle persone che hanno lasciato un segno nella tua vita, ho una curiosità. Abbiamo detto che il vostro nome si rifà al personaggio della saga di Dylan Dog, mentre Tommy è anche la celebre rock opera dei The Who, che ha per protagonista un  ragazzo sordo, cieco e muto. La scelta del titolo del brano è un rimando a quello stesso tema a voi caro?
- No assolutamente, ma comunque è bello che tu me l’abbia fatto ricordare. Tommy è una persona realmente esistita, un mio amico che è venuto a mancare una decina di anni fa. Si rifà a tutte le persone che purtroppo abbiamo la sfortuna di perdere lungo il nostro cammino. Quindi è un riferimento ad una persona assolutamente reale. Anzi in questo momento è qui davanti a me, sono in studio e c’è una sua foto. E’stato uno dei miei più grandi amici e l’ho voluto omaggiare. Era un musicista anche lui, fantastico. Ed è anche il messaggio di “Suona”, non smettere mai di suonare. Avevo questa canzone ferma da dieci anni, che non vedevo l’ora di far uscire, proprio perché era legata a lui. Passavano gli anni, non riuscivamo a pubblicare il disco e ora siamo strafelici di avercela finalmente fatta, anche se con netto ritardo. 
- In “Salvami” sento un forte eco dei Timoria di Renga, quelli che reputo essere i migliori. Il bel canto naturale può essere ancora un valore per un progetto musicale oggi, in un mondo in cui la voce naturale rischia di sparire?
- Assolutamente. Deve esserlo ancora. E soprattutto oggi che constatiamo che la voce è spesso un artifizio. Per esempio pensiamo al Concerto del 1° Maggio di quest’anno o a Sanremo. Al Festival sono certo che sul totale delle canzoni in gara in molti casi è stato usato l’autotune. Il bel canto, come insegna il grande Francesco Renga che hai nominato, deve essere ancora un fattore determinante nella musica, anche nel rock. Il pubblico mainstream si è accorto che Francesco Renga era un grande cantante quando si è messo a fare pop, ma anche nel rock deve predominare il bel canto. Siamo dei musicisti e dobbiamo esserlo al meglio. Il canto è il fattore principale, deve invogliare l’ascoltatore, magari anche solo a sentire in sottofondo un brano o comunque a capire ogni volta qualcosa in più del testo e quindi il canto è fondamentale. 
- La quasi title track “Vita” è un dialogo con la vita. C’è un modo di vivere al meglio la propria vita e non solo sopravvivere per te?
- Per me è proprio la musica, continuare ad avere questa missione fa sì che tu stia vivendo e non sopravvivendo. Cerchi di portare a termine la tua missione nel migliore dei modi, vivi per quello scopo, come faccio io tuttora. Sono felice di ciò che abbiamo ottenuto, per me è già tantissimo, anche se non siamo arrivati a calcare palchi che auspicavamo. E’bello così perché abbiamo vissuto un sogno. 
- Soffermiamoci un attimo su “La donna cannone”. Misurarsi con un classico come questo è una sfida molto rischiosa. Qual è il legame speciale con questa canzone che vi ha portato a reinterpretarla?
- Parlare di legame speciale mi fa pensare a mio padre, ha fatto i complimenti per quel brano e ha detto che “La donna cannone” è sempre stata la mia canzone preferita da quando ero piccolo. Papà è un musicista, siamo cresciuti circondati di musica, ascoltavamo De André, i Pink Floyd e tanto altro, abbiamo avuto questo privilegio, questa fortuna. In effetti “La donna cannone” è sempre stata una delle mie canzoni preferite in assoluto. Quando la proposi alla band rimasero tutti un po’ sbalorditi perché è facile farsi male con un capolavoro di quel genere, vai a toccare qualcosa di veramente sacro. Ci siamo avvicinati a questo capolavoro con il massimo rispetto cercando di renderla più rock, visto il contesto, ma lasciandone intatta la sua spiritualità. Il nostro legame è proprio questo, ci siamo messi in un cannone e non sapevamo dove ci avrebbe sparato. Suonandola dal vivo ci siamo convinti che la nostra versione piaceva. Le persone che ci avevano visti venivano ai concerti successivi chiedendoci di farla. Al momento di inciderla eravamo un po’ titubanti, ma poi abbiamo visto che il risultato era buono. Le persone cui facevamo ascoltare i provini erano un po’ spiazzate dalla nuova veste che le avevamo dato, quindi ci siamo detti di non pensarci più del dovuto. Penso che le canzoni-monumenti come questa necessitino di più vesti, essere sempre vive reinterpretate da altri artisti. Proprio perché sono così belle è impossibile che non ci siano altre versioni. De “La donna cannone” in realtà ce ne sono davvero pochissime, tra cui la nostra. Siamo stati molto azzardati però è piaciuta molto e, al momento, non abbiamo avuto nessuna critica né recensioni negative e siamo felicissimi per come è stata accolta. 
- Perché se De Gregori ha scritto “La donna cannone” che non è diciamo un’immagine solo attribuibile a lui, cioè intendo non è come intitolare un pezzo “Coca cola”, allora come mai è un tabù scrivere un brano originale con lo stesso titolo?
- Nessuno si azzarda perché De Gregori ha avuto la forza di scrivere probabilmente uno dei brani italiani più belli mai scritti, quindi ci vuole un po’ di faccia tosta. Noi cinque in realtà nella vita quotidiana siamo persone umili, senza presunzione, ma in questo caso abbiamo osato. Avendolo fatto con rispetto secondo me abbiamo fatto la cosa giusta, l’abbiamo portata nel nostro mondo musicale e le abbiamo reso omaggio. Ci vorrebbero più versioni di questo classico.
Nella storia dei Johnny Freak c’è un altro brano cui la band tiene molto, che non fa parte di un album, ma è inserito nella compilation “B-Kaos” del 2021, che raccoglie gli artisti della famiglia del Kaos Studio Recording. Il pezzo, intitolato “Sconfinato”, è un alt rock energico e riconoscibile con un buon crescendo che sfocia in un ritornello in puro stile Johnny Freak. Il testo per immagini poetiche risulta efficace ed è vocalmente difficile da interpretare, ma il risultato finale è convincente. 


Come ha detto Luca Spisani nell’intervista che ci ha concesso non passerà molto tempo prima dell’uscita di un nuovo lavoro che, date le premesse, si preannuncia decisamente interessante.  

domenica 10 maggio 2026

DISH IS NEIN (EX DISCIPLINATHA) - MI SVEGLIO - PASSATO CONIUGATO AL PRESENTE - INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA


Spazio decontaminato dalla sguaiata aridità del pensiero unico social. Questo è il nucleo concettuale ed emotivo di “Mi sveglio”, nuovo EP dei Dish-Is-Nein, band nata dalle ceneri dei Disciplinatha e formata da Cristiano Santini (voce, chitarre, elettronica, synth e campionamenti), Roberta Vicinelli (basso, voce, synth) e Justin Bennett (batteria). I tre pezzi che lo compongono, l’inedito che dà il titolo al lavoro e la rilettura dei due classici “Crisi di valori” e “Ultima fatica” sono il ritratto verista della visione del mondo che il gruppo esprime. La title track apre il lavoro descrivendo cinematograficamente l’istante del risveglio. Dalle brume elettroniche emerge la voce di Cristiano che apre gli occhi sulla morale intermittente che illumina il presente interrogando direttamente l’ascoltatore: “tu cosa fai?”. Dal punto di vista sonoro la novità è il ritorno delle chitarre, dopo il capitolo doloroso di “Occidente – A funeral party”, pubblicato dopo la scomparsa di Dario Parisini. La sua maglia è stata ritirata e non verrà mai più riassegnata ad un altro player. “I valori della crisi”, ribaltamento concettuale di “Crisi di valori”, rilegge l’originale in chiave più elettronica. Il testo è sempre attuale, basti pensare a versi come “preoccupante, non si sente più pensare”. Il tempo scorre ma l’umanità resta ferma e si azzuffa sul nulla, facendo il gioco di chi manovra i nostri fili da burattini. In chiusura “Ultima fatica” viene rielaborata con il nuovo ritornello “Resti qui non sai più rispondere, ora che è tempo di decidere”, emblematico del nostro immobilismo mimetico, perché decidere significa esporsi e sono sempre meno quelli che hanno il coraggio di farlo. Abbiamo parlato con Cristiano Santini del nuovo EP, ma anche di un po’ di storia dei Disciplinatha.


- I Dish-Is- Nein sono una nuova avventura che ha sì un legame profondo con i Disciplinatha, ma non ne è una mera continuazione. Cosa vi ha spinti, nel 2017, a ripartire in un’altra veste?
- In realtà la voglia di ripartire nasce un po’ prima del 2017. Intorno al 2011 a Dario (n.d.r. Dario Parisini), Marco (n.d.r. Marco Maiani) e me venne l’idea di lavorare ad un’opera che racchiudesse tutto il materiale prodotto dai Disciplinatha, con l’aggiunta di alcune rarità. Da questo spunto nacque “Tesori della Patria”, un cofanetto comprendente tutti i brani editi e, in aggiunta, demo, rarità e un documentario curato da Alessandro Cavazza (“Questa è un esercitazione”). Per promuovere al meglio il cofanetto, che principalmente era venduto in autarchia, cioè direttamente da noi stessi, decidemmo di dare vita a Bologna ad un evento di presentazione con una reunion one shot di tutta la band, salvo Daniele (n.d.r. Daniele Albertazzi), che da quando si sciolsero i Disciplinatha vive e lavora in Inghilterra. L’evento si tenne nell’ambito della manifestazione “Moonlight Festival”, all’interno di in un locale che si chiamava Zona Roveri. “Tesori della Patria per noi voleva rappresentare una sorta di di pietra tombale dell’esperienza Disciplinatha, perché quando ci sciogliemmo all’epoca fu per tutta una serie di motivi, che ha poco senso rispiegare ora, ma che non culminarono mai in una frattura forte, definitiva. Alla fine però questa operazione, più che pietra tombale si rivelò una molla pazzesca. Confrontandoci con Dario ci siamo resi conto di quanto ci fosse piaciuta l’esperienza, al di là del cofanetto stesso: tutta la preparazione e poi l’evento stesso. Erano presenti il Coro Monte Calisio, il Coro delle Mondine di Bentivoglio e fu una serata molto particolare, epica. Abbiamo deciso di ritornare a comporre, sia pure con il dubbio di essere ancora in grado di scrivere qualcosa di significativo, in primis, per noi. Infatti per la realizzazione di “Tesori della Patria” avevamo ripreso materiale già edito, l’avevamo rimasterizzato, fatto alcuni remix, però non era presente nulla di nuovo in senso assoluto. Il primo brano inedito che uscì, su cui lavorammo Dario ed io, fu “La chiave della libertà”. Da quel momento capimmo di essere ancora in grado di comporre, ci piaceva molto quello che eravamo riusciti a fare e iniziammo con molta calma a scrivere altre canzoni. Parliamo del periodo 2013- 2014, il primo EP dei Dish-Is-Nein è uscito nel 2018 e questo dà la misura della nostra libertà creativa, dato che eravamo completamente slegati da qualsiasi logica discografica Abbiamo solo cercato di fare del nostro meglio. Quindi, riassumendo, tutto nasce da “Tesori della Patria”, dall’evento ideato per promuoverlo e dal desiderio di metterci alla prova tornando a fare musica. 
- Parliamo adesso del rovesciamento di significato di “Crisi di valori”, che è diventato “I valori della crisi”. Quali sono i valori che può insegnarci la crisi dell’essere umano oggi?
- La civiltà, l’essere umano ormai da tempo è in una fase di profonda devoluzione e ci troviamo oggi ad avere alcune canzoni con testi che, a distanza di tanti anni continuano ad essere drammaticamente contemporanei. Considera che, in realtà, “Crisi di valori” è un brano uscito per la prima volta nel 1991 come 12’ pollici, fu il primo disco che i Disciplinatha fecero per l’etichetta “I Dischi del Mulo”. In seguito venne modificato e inserito nel primo album dei Disciplinatha “Un mondo nuovo”, dopodiché venne ulteriormente remixato per “Tesori della Patria”. Quando l’anno scorso è uscito il secondo lavoro dei Dish-Is-Nein, “Occidente-A funeral party”, il primo senza Dario e si prospettavano una serie di date per presentarlo, volevamo fare un concerto un po’ più corposo così, oltre ai pezzi del primo EP dei Dish-Is-Nein, abbiamo ripreso alcuni brani del vecchio repertorio dei Disciplinatha, profondamente rivisti perché mancava qualcosa di enorme, Dario con la sua chitarra. L’intenzione, dato che io non amo le operazioni nostalgia, non era rifare qualcosa esattamente come era stato concepito. A me piace guardare alla contemporaneità con un occhio orientato, fin che mi riesce, anche al futuro. Da qui l’esigenza di metter mano a brani del vecchio repertorio per renderli compatibili, coerenti con la nuova produzione dei Dish-Is-Nein, quella che ha caratterizzato “Occidente”. Io e Roberta ci siamo resi conto che quello che era uscito ci piaceva un sacco. Da qui l’idea di far uscire “I valori della crisi”, perché era un brano ancora molto significativo. Affronta una sorta di frattura collettiva, generata dal crollo delle certezze, un crollo causato da un altro crollo, la caduta del Muro di Berlino. All’indomani dell’unificazione della Germania tutti festeggiavano e io mi ricordo un’intervista del buon Giulio Andreotti che, con la sua lungimiranza diceva: “Attenzione, tra qualche anno vedremo quanto ci sarà da festeggiare”. Aveva visto molto lontano, perché, in realtà, paradossalmente il Muro assicurava un equilibrio che, a seguito del suo crollo, si è perso. Tutte le certezze su cui si reggeva un confronto tra due modelli diversi sono crollate e uno dei due modelli ha prevalso ed è diventato imperante, con il conseguente sgretolamento di certezze dal punto di vista sociale, politico, morale. È lo scenario che, in qualche modo, raccontavamo con “Crisi di valori”. Il ribaltamento del titolo in “I Valori della crisi” si spiega con il fatto che ci portiamo dietro una crisi da ormai molto tempo che si caratterizza per valori, dal mio punto di vista, sbagliati. C’è una mancanza di coesione sociale in primis. Gente molto più erudita di me ha scritto tesi su quello che è successo negli ultimi trent’anni dalla caduta del Muro, dalla vittoria del consumismo e tutto quello che ha generato a cascata. Il titolo ha una sua contemporaneità ribaltata, nel senso che non ci sono più valori in crisi perché ormai sono morti e sepolti. Quelli che li hanno sostituiti e sono imperanti nella loro negatività. Il momento dell’avvento del pensiero dominante, che via via si è insinuato e ha affogato il substrato sociale in maniera sempre più massiva, lo voglio identificare ancora prima della caduta del Muro di Berlino, con la nascita delle TV commerciali, le prime TV dell’imprenditore Berlusconi, ancora prima che politico. 
- I testi dei due brani che avete ripreso, in particolare mi riferisco ancora a “I valori della Crisi” sono stati un po’ modificati, cantate nei nuovi versi “Ricominciano a sparare, fine della grassa pace continentale”. Noi ci stiamo ancora cullando, ignari, di vivere una pace quasi secolare perché prendiamo come punto di riferimento la Seconda Guerra Mondiale. Poi sappiamo delle Guerre che i mass media considerano più importanti, mentre in realtà il mondo è stato da sempre pieno di guerre in corso di cui, in molti casi, non sentiamo neanche parlare. Vedere con i nostri occhi il baratro può in qualche modo farci rinsavire o, per l’ennesima volta la storia non ci insegnerà nulla?
- Se devo far fede su quello che vedo e che sento mi viene da pensare che continuiamo a non imparare nulla dalla nostra storia, perché si continuano a commettere in modo pedissequo gli stessi errori e sembra quasi che siamo tutti ammalati di una sorta di sindrome cinese. Di questa sindrome si parlò tanti anni fa in Cina. Si verificò un incidente in una centrale nucleare che pare potesse creare grossi problemi, si parlò della fusione del nocciolo e si diffuse una teoria per cui sembrava che se il nocciolo si fosse fuso avrebbe bucato la crosta terrestre e sarebbe sbucato dall’altra parte del Globo. Le persone continuano a scavare negli inferi incuranti del fatto di aver non solo toccato il fondo, ma di essere andati oltre. Questo scavare lo vediamo continuamente anche sui social che sono diventati le arene in cui la gente si massacra per qualsiasi cosa, dalle questioni più serie alle idiozie più inutili. Comunque sia l’essere umano è rancoroso, insoddisfatto, impaurito e quindi per qualunque motivo scattano violenze che possono essere verbali, ma anche fisiche. 
- Pensando sempre alle reinterpretazioni, qual è il tuo rapporto con la musica come materia viva che si trasforma continuamente?
- La musica è la mia vita. Io teoricamente sarei un odontotecnico, ho seguito quell’indirizzo scolastico, mi sono diplomato e nei primi anni 80 aprii uno studio. Avevo una strada già bella tracciata quando poi, ad un certo punto, mi sono reso conto che quello che stavo facendo non mi importava nulla e di lì ad alcuni anni sarei diventato sicuramente benestante, ma la mia agiatezza economica l’avrei sperperata in vizi, psichiatri e quant’altro perché non stavo facendo quello che dentro di me sentivo fortissimamente di voler fare, ovvero la musica. Quindi ho chiuso lo studio, ho venduto tutto e ho iniziato a fare il possibile per arrivare a coronare il mio sogno. I Disciplinatha non sono mai stati un lavoro in senso assoluto, ma un buon secondo lavoro sì, perché comunque negli anni 90 abbiamo suonato tanto, abbiamo avuto la fortuna di farlo. Poi dalla fine degli anni 90 sono diventato un ingegnere del suono, ho uno studio di registrazione, insegno musica, per cui la musica è la mia vita, senza di lei mi sentirei mutilato. Ancora oggi, a 60 anni, ho un rapporto molto viscerale con la musica perché è qualcosa che mi fa stare veramente bene, mi dà energie ancora fortissime, mi dà grandi emozioni, nonostante ormai la faccia da 40 anni. È la mia vita e, insieme alla mia dolce metà, è la cosa più importante della mia esistenza.
- In “Ultima fatica” c’è questo nuovo ritornello “Resti qui non sai più rispondere, ora che è tempo di decidere”. L’impossibilità di prendere una decisione è legata al fatto che scegliere vuol dire esporsi?
- Assolutamente sì. Nel momento in cui fai una scelta ti esponi. Qualsiasi scelta facciamo su questioni importanti è un atto politico, da un certo punto di vista. Esporsi comporta dei rischi e la società odierna è iper individualista, ognuno cerca di ottenere in ogni situazione il massimo per sé stesso, in modo lecito o illecito. Per fare un piccolo esempio stupidamente concreto: vai in palestra e vedi gente che, anche se non potrebbe, lascia il lucchetto all’armadietto così tutte le mattine quando arriva ha un suo armadietto “privato”, fregandosene beatamente delle regole e degli eventuali disagi arrecati. Anche nelle cose più inutili cerchiamo di rendere tutto il più facile, il più agevole e il meno problematico possibile. Quindi viviamo in una società che alla fine non sceglie, perché in realtà ci arrabbiamo, mandiamo a quel paese il prossimo, ma non scegliamo veramente. Credo poco anche nelle manifestazioni di piazza organizzate dall’alto per determinati motivi, perché generalmente sono pilotate. Lo stimolo invece dovrebbe nascere in realtà dal basso, in primis come presa di coscienza di un singolo che fa una scelta e cerca altri singoli che abbiano fatto lo stesso tipo di scelta in modo da creare un movimento, dare vita a un cambiamento. Quelle che abbiamo visto da sempre sono scelte determinate da qualcuno che ha deciso che le cose debbano andare in un certo modo e le masse non sono altro che forza lavoro, carne da cannone. 
- A mio parere i vostri lavori per essere apprezzati richiedono un distacco totale dal conformismo e uno sforzo intellettuale. Questa è perlomeno la mia soggettiva impressione sulla vostra musica. In quello che ho detto c’è qualcosa in comune con il tuo punto di vista sulla vostra musica?
- Io ho sempre cercato di fare musica nella maniera più onesta possibile, fregandomene, poi avendo uno studio lavoro in ambito musicale a 360 gradi, non in ambito mainstream mi verrebbe da dire grazie a Dio, ma faccio tante cose in cui magari bisogna ragionare su determinate regole o certi stilemi che un certo genere musicale ha e che devi seguire. Quando faccio musica per me stesso non mi importa nulla di tutto questo perché alla fine non lo faccio per ragioni di natura economica, ma perché è vita, passione, necessità e quindi quello che creo in primis deve gratificare me stesso. Non a caso Dish-Is-Nein oggi è un progetto veramente di nicchia se lo andiamo a collocare all’interno della scena indie, per così dire. È la stessa operazione che abbiamo realizzato per l’EP “Mi sveglio” con il preorder. In pieno spirito autarchico abbiamo pagato la stampa del vinile. Spedito l’ultimo pezzo guardando la tabella excel con le entrate e le uscite abbiamo notato un sostanziale pareggio, anzi un leggero disavanzo, piccolo ma presente, ma non è un problema perché non lo facciamo per farci due settimane di vacanza alle Maldive, lo facciamo perché amiamo farlo, perché pensiamo di avere ancora qualcosa da dire e soprattutto qualcosa che ci rappresenti per quelli che siamo oggi. 
- Approfondiamo un attimo l’inedito dell’EP, “Mi sveglio”. È un risveglio come presa di coscienza, aprire gli occhi, guardare l’orrore di questi tempi?
- Da un certo punto di vista sì. Quando penso all’espressione “Mi sveglio”, al di là dell’atto vero e proprio che avviene ogni giorno, penso al risveglio delle coscienze, ad una nuova stagione di impegno. Il risveglio diventa uno strappo fortissimo con la realtà contingente che è assolutamente antitetica a quello che è il mio modo di vedere e di pensare il mondo. Mi verrebbe da dire, anche in maniera un po’ egoistica, che forse sarebbe meglio non svegliarsi, continuare a dormire rimanendo legati a un mondo che non c’è più, che pur nelle sue contraddizioni aveva dei punti di riferimento fissi. Oggi non esiste alcun punto di riferimento, cambia tutto talmente in fretta che trovare dei riferimenti è veramente complicato. Quindi risvegliarsi oggi è, da un certo punto di vista, volendo citare il film “Matrix”, una scelta tra la pillola rossa e la pillola blu, dove con la prima puoi prendere coscienza del disastro in cui viviamo quotidianamente. 
- Il passaggio dalle atmosfere sintetiche di “Occidente – A funeral party” al ritorno delle chitarre in “Mi sveglio” suggerisce una ricerca di maggiore fisicità. Questa virata sonora è la risposta alla ricerca di un linguaggio più tangibile?
- Bisogna fare un passo indietro. Quando abbiamo scritto le canzoni di “Occidente – A funeral party”, eravamo ancora molto provati dalla scomparsa di Dario, che ha influito in maniera pesantissima dal punto di vista emotivo. Da qui la scelta di onorare una persona che per noi continuava (e continua) ad essere fortemente, presente, sottolineandone l’assenza, eliminando quindi qualsiasi chitarra dai pezzi dell’album. Poi, da un punto di vista prettamente tecnico, una volta fatta questa scelta non è stato complicato riuscire a capire come arrangiare i brani, abbiamo riempito i vuoti con texture elettroniche, dando tanto spazio al basso di Roberta ed alla batteria di Justin. Oggi si può dire che siamo un power trio: io, Roberta e Justin, che conosco da più di vent’anni; è un caro amico, una bella persona e un batterista stratosferico. Aveva già suonato nel primo EP dei Dish-Is-Nein, e da questo album ha fatto con noi tutti i concerti ed è un membro a tutti gli effetti. Anche lui poi, come tutti noi, ha anche altri progetti. Oggi è abbastanza normale avere più progetti, soprattutto quando si fa della musica la propria ragione di vita. Nei pochi concerti che riusciamo a fare ci presentiamo come power trio, in realtà però non siamo un power trio nel senso stretto del termine, ma un power duo perché considero da un lato Vicinelli-Bennet come la componente viscerale del nostro sound, e poi c’è il Santini che canta, declama, si dimena. Per l’inedito, Roberta mi ha portato un provino ed io, la prima volta che l’ho sentito, ho immaginato delle chitarre, che ho poi suonato nel brano. Considera che io avevo già fatto anche il chitarrista sia per Disciplinatha che Dish-Is-Nein. 
A me e a Roberta piace metterci continuamente in gioco, cercando di cambiare le carte in tavola, inserire nuovi elementi. In questa prospettiva la chitarra in senso assoluto non è un elemento nuovo, diventa nuova per noi dopo tutto il tragitto, anche emotivo, che abbiamo fatto dalla scomparsa di Dario all’uscita di “Occidente – A Funeral Party” e poi per questo nuovo EP. Chiaramente le ho suonate a modo mio, non ho neanche un cinquantesimo della bravura, dell’originalità che aveva Dario con la sua chitarra. Però ho cercato di fare qualcosa che fosse funzionale, che desse un po’ di elettricità. Ci piacerebbe prima dell’estate iniziare a lavorare a un nuovo full length, l’idea è di fare un disco che sia un po’ più da “power trio”, batteria, basso e chitarra. Poi per carità l’elettronica non sparirà, io sono prevalentemente un musicista elettronico, ho un background elettronico molto forte, quindi l’elettronica resterà come elemento che colora, che arricchisce e caratterizza un ensemble più elettrico. È una scelta anche per dare un impatto diverso dal vivo, più suonato. “Mi sveglio” in questo senso può essere un brano di passaggio, perché reintroduce la chitarra come uno degli strumenti portanti, in prospettiva del nuovo album.  Questo comunque è un percorso che deve essere ancora messo bene a fuoco e definito.


“Mi sveglio” è sintomatico di una band in buona salute. La creatività, nonostante il trascorrere degli anni, è rimasta intatta e fotografa la realtà in modo spietatamente sincero. Aspettiamo con molta curiosità il nuovo album.


Testo a cura di Luca Stra

THE PEAWEES LIVE AL DIALMA RUGGERO DI "LAS PEZIA" - TESTO E FOTO DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE


Esistono gli animali da palcoscenico, star che con naturalezza cavalcano la scena, e poi ci siamo noi, che dalla platea facciamo di quegli animali degli eroi, i nostri eroi. Questo è Animali da parterre, io sono Denise e stasera vi porto con me al concerto dei Peawees.


Via Monteverdi primo giorno di primavera 2026, La Spezia, la macchina parcheggiata sul bordo del marciapiede dopo aver fatto due giri per trovare un sosta non troppo lontana. Arriviamo, sulla destra si palesano ghirlande di luci ad illuminare l’entrata del Dialma Ruggiero, “cantiere creativo urbano”: uno spazio, multiuso, per i giovani, un centro culturale in piedi dal 2003 e ricavato nello stabile di un ex scuola media. L’evento di oggi è organizzato dallo Shake Club, che si sposta per la serata con il suo staff all’interno dell’auditorium del Dialma, e dalla Wild Honey Records. I protagonisti sono i The Peawees e l’occasione sono i festeggiamenti dei 30 anni (+1) di storia della band.


Anni di Rock’n’Roll, e di amicizie perché i Peawees fanno parte della storia del Rock spezzino anni 90, quella storia che racconta le origini della cultura punk rock cittadina, le sue persone, le loro usanze, i suoi locali. Oggi dopo l’ultimo tour europeo questi ragazzi sono finalmente tornati a casa a ricaricare le pile prima di affrontare il nuovo tour che toccherà Giappone, Inghilterra e Spagna, ma anche a spegner le candeline con i loro fan di sempre. Reperire tutti i biglietti che ci servivano per condividere la serata tra amici non è stato semplice perchè sono finiti quasi subito. All'arrivo ci posizionano al polso un braccialetto rosso e poi, si entra.


Sulla sinistra il banco del merchandising: dietro si erge gigante il nome della band, davanti, sul banco l’anteprima esclusiva del nuovo box set “Food for my soul” realizzato per l’anniversario con tutti i loro 7 album e che uscirà ufficialmente solo il 9 aprile. Un oggetto davvero bello e accattivante, la pelle in texture, lo stile vintage e selvaggio riconoscibile e riconducibile a uscite e grafiche precedenti si fa oggi elegante per l’occasione e si veste di nero e oro. Il palco, di fronte al merch, sembra un set di Las Vegas, il punk rock veste frange e paillettes e tantissimi sono gli strumenti schierati.


Ai primi movimenti sul palco si alza dal parterre un boato di accoglienza. Entra Hervè, il frontman e filo rosso della band, l’unico membro che non è mai cambiato. All’anagrafe Hervè Peroncini, imbraccia la sua chitarra: pantalone attillato, camicia country in tinta unita chiara ma con le spalle più scure. Lo seguono da scaletta, Napoli, Lalo e Lando. Ecco. Stiamo per assistere a un evento unico per la band e questa prima formazione in entrata ci fa capire cosa accadrà a breve: per tutta la serata infatti si alterneranno sul palco a suonare e cantare tutti gli ex membri: Riccardo La Lomia il primo bassista e Livio Montarese, alla batteria. Quelli degli esordi, nel lontano 1995 quando erano solo dei ragazzi con la voglia di fare del punk rock in una città di mare. Sale poi sul palco anche Stefano Zappelli, che si aggiunse alla band qualche anno dopo il primo album, proprio con le prime produzioni negli Stati Uniti quando sposarono un sound un po’ più rock’n’roll. E poi ancora Andrea Ricci , Jacopo Giannetti, Carlo Landini e Michele Napoli.


Tutti loro si interscambiano di continuo e per tutta la serata con la formazione attuale composta da Dario Persi alla chitarra, Fabio Clemente al basso e Tommy Gonzalez alla batteria. La storia dei The Peawees è la storia di tante persone. L’influenza di tanti membri nella band ne ha arricchito il sound nel tempo e la loro musica ha attraversato le epoche surfando su continue evoluzioni fino ad arrivare a melodie di ispirazione anni ‘60: suoni retrò ma con ritmi sostenuti, molleggi, sudore e eleganza. Questa è la loro crescita ma anche il viaggio di questa serata, che ci accompagna fin dai primi pezzi in un incedere di energia, naturalezza, entusiasmo e voglia di ballare che esplode proprio nell’ultima parte del concerto con un pogo amarcord e lo stage diving di Stefano Zappelli su “Road to Rock’n’Roll” prima, e poi di Hervè con tanto di chitarra alla mano mentre suona “By My Side”.


A un certo punto mi ritrovo per mano a due sconosciuti nell’intento di far catena e arginare i salti impetuosi di quelli dietro (i miei amici compresi): ai concerti si fa amicizia anche così. Un momento per riprendere fiato ce lo concede “You never be mine again”, suonata chitarra elettrica e voce, in un’atmosfera da film d’altri tempi: quelli con Elvis, le luci calde e gli assoli profondi. Dal palco la band non riesce a vedere la platea molto bene e più volte chiede alla regia di illuminarci per ricevere la giusta grinta per procedere al meglio. La distanza che ci divide, parterre e palco, sembra non soddisfarli: la quarta parete verrà abbattuta? E’ tutta la sera che si cerca un abbraccio. Così scendono tra di noi, tutti, strumenti e tutto, nel bel mezzo al parterre, stendendo i cavi il più possibile per suonare vicini. Eccolo lì: questo per tutti gli animali da parterre che si rispettino è cibo per l’anima. “Food for my soul”, viene suonata e cantata in mezzo a noi, con noi che ci improvvisiamo musicisti a battiti di mano. Siamo in cerchio, loro al centro, ci guardiamo in viso gli uni con gli altri e ci sorridiamo,cantando, i volti sono quasi tutti noti, i rokkettari da queste parti tendono a frequentare gli stessi posti, e oggi si ritrovano 10, 20, 30 anni dopo: chi porta ancora le Converse, chi le intramontabili giacche di pelle, ci sono sfilze di magliette dei Peawees che hanno visto più concerti di me, ed è tutto così semplicemente bello.


A fine concerto salgono tutti sul palco, schierati in fila sembrano la formazione di un squadra di calcio. Stasera i The Peawees sono davvero tanti e tutti insieme ci hanno raccontato un pezzo di storia che ci appartiene, quelle storie che ci rendono orgogliosi anche di essere spezzini. Concludo citando “Road to Rock’n’Roll”: “sono sempre lo stesso; è della strada verso il Rock’n’Roll che stavamo parlando, e è per questo che vivo ancora.”


Testo e foto di Denise