Camminare nel fango è fatica, a volte anche paura, angoscia di affondare e per andare avanti e uscire dalla palude ci vogliono caparbietà e resilienza, in altre parole un carattere forte. E il carattere forte di certo non difetta a Luca De Santis, conosciuto come Suvari, musicista e produttore toscano che ha recentemente pubblicato l’EP “Fango (lato A)” per la storica etichetta fiorentina Blackcandy, con la produzione di Federico Dragogna dei Ministri. Come suggerisce il titolo stesso del lavoro si tratta del primo di due capitoli discografici strettamente interconnessi, i due lati di un vinile. Le cinque canzoni che compongono “Fango (lato A)” sono punk rock nato come autoterapia, veloce come la techno e per questo adatto anche al dancefloor. Il tema di fondo è la lotta contro il mostro che nella nostra testa mastica pensieri e sputa ansie. Apre le danze “La tregua”, brano giocato sul contrasto tra musica e testo, il fermo immagine di una pallottola sparata a 150 BPM. La procrastinazione è il tema centrale, spegnere la ragione per sognare in pace. A seguire “Un milione di piccole cose” contagia l’ascoltatore con la sensazione di angoscia generata dalla convinzione di non riuscire ad affrontare un problema in apparenza insormontabile. “Tutto il peso è nella testa, l’elefante nella stanza” canta Suvari evocando la metafora della favola in versi “L’uomo curioso” del poeta russo Ivan Krylov. “Terraferma” ha una struttura musicale più lenta e canonica e dipinge la spaventosa deriva di una barca nel mare calmo di una notte depressa. “Disincanto” è una traccia spiccatamente elettronica sullo sfuggire ai mille condizionamenti cui siamo sottoposti abbracciando una visione della vita meno convenzionale, perché alla fine è nella pazzia l’essenza della ragione. Chiude l’EP “Supernova”, flusso di coscienza diretto, caotico e non filtrato come le pagine dell’Ulisse di James Joyce.
Siamo partiti con l’idea di intervistare Suvari unicamente sull’EP, ma la chiacchierata si è estesa molto oltre andando ad abbracciare il suo vissuto musicale.
- “Fango (Lato A) inizia subito con il botto. “La tregua” è un pezzo con una media di battiti per minuto tipico della techno. Poi ha un’improvvisa quanto piacevole apertura melodica. Musicalmente l’EP è molto giocato su queste dinamiche. Il tuo è un punk rock elettronico che aspira sia ad essere vissuto nei concerti che ad essere ballato sul dancefloor?
- Intanto hai parlato di punk rock e sono molto contento, difficilmente mi viene data questa etichetta. Hai fatto un’ottima analisi perché la chiave di tutto il sound di Suvari la si può riassumere nel contrasto, cioè avere appunto, come dicevi, un pezzo techno con un’apertura melodica, oppure un testo triste che fa sculettare. Tutto pensato per sorprendere l’ascoltatore.
- Dal punto di vista lirico è un brano sulla necessità di procrastinare per ritagliarsi uno spazio fuori dalla quotidianità. Da dove nasce questa esigenza di fermare tutto?
- Io ormai utilizzo la musica come mezzo per esplorare emozioni che restano un po’ sepolte. E le canzoni le vedo come delle cartoline che mi spedisco. Quindi sono modi per andare a indagare sé stessi.
- “Un milione di piccole cose” è un brano su una problematica enorme, quasi irrisolvibile, infatti parli dell’elefante nella stanza che è un’immagine di origine letteraria precisa. Abbiamo in testa un milione di piccole cose che non rappresentano niente e ci fanno perdere di vista ciò che conta. Come riesci tu, personalmente, a prenderne coscienza e correggere la rotta?
- Un milione di piccole cose se messe in fila possono risultare pesanti ma vanno affrontate singolarmente. A quel punto si possono rivelare appunto piccole cose, togliamo pure il milione, lasciamolo da parte. Sono tutte cose affrontabili perché alla fine i problemi hanno il peso che decidiamo noi di dargli. A volte vediamo tanti piccoli problemi, rischiamo di essere sopraffatti dalla paura di affrontarli, mentre quando poi cominciamo ad analizzarli appunto singolarmente riusciamo invece a superali alla grande. Magari non sono grandi problemi della vita, i massimi sistemi, ma sono semplicemente le nostre task quotidiane che facciamo fatica a portare a termine. Arrivare a sera sembra essere sempre complesso.
- Invece con “Terraferma” il ritmo rallenta decisamente. A livello di interpretazione io lo leggo come un pezzo su una coppia che si sta allontanando a causa dei troppi non detti e che anche se ha condiviso dei momenti importanti non è riuscita a farlo nel modo giusto. Condividi questa interpretazione o ne hai un’altra?
- E’ giusto che ognuno abbia la propria idea della canzone perché è normale che faccia proprio il significato che sente. Per me quella è una canzone scritta in un periodo spaventoso, in un momento in cui avevo paura, non come relazioni di coppia, ma a livello di dinamiche familiari. E quindi ho deciso di fare una ballatona lenta con comunque sempre un pizzico di ottimismo. Non so se questo si sente, ma cerco sempre alla fine di dare una soluzione al problema nel testo.
- Tu usi la musica proprio per curare te stesso mi sembra di capire.
- Assolutamente sì. A volte penso che potrei andare dallo psicologo una volta alla settimana e invece apro un quadernino e scrivo tutto, un buon esercizio per riuscire a buttare fuori.
- E quando hanno ascoltato “Terraferma” i destinatari come l’hanno presa?
- Bene, era un messaggio di speranza dopo un periodo difficile.
- Invece in “Disincanto” dici “ormai mi nutro solo di contraddizioni, mi interessa la pazzia, mica la ragione”. E’perché la pazzia è più sincera?
- Sicuramente è più affascinante, più diretta, si è vero ci sono meno maschere, non ci sono filtri. E’ diciamo una dimensione più reale.
- In chiusura dell’EP “Supernova” mette in scena un bestiario umano di “ruffiani, precari, sballati copioni, adepti smarriti profani gelosi, i beat, i freak, i Guru, gli istrioni” e poi canti “la colpa è di tutti tranne nessuno”. Questo testo mi fa un po’ pensare alle maschere di Pirandello, al fatto che nella commedia della vita alla fine tutti facciamo una parte. Scrivere questo pezzo ti ha aiutato a strappare via la tua maschera?
- Sì il testo è nato velocissimo, è stato proprio un flusso di coscienza legato fondamentalmente al fatto che è sempre colpa di qualcun altro. Quando qualcosa non va bene dobbiamo scaricare la colpa sugli altri e trovare per forza un capro espiatorio, mentre invece ci sono delle dinamiche più complesse, siamo tutti attori in questa commedia, ognuno fa la sua parte, ognuno magari ha una piccola parte di colpa o nessuno ha la colpa. Bello il paragone con Pirandello.
- Passiamo alla parte legata alla produzione dell’EP. Com’è lavorare con Federico Dragogna come produttore?
- Federico è una persona che ti mette completamente a tuo agio, sembra di conoscerlo da una vita anche se magari lo conosci da mezz’ora perché si interessa a quello che vuoi dire, rispetta sempre quella che è la tua visione della musica, mentre capita che in altri casi è il produttore che detta le regole e tu devi adattare le tue canzoni, il tuo sound al suo modo di lavorare. Con Federico è esattamente l’opposto, lui ti prende per mano e ti accompagna nel percorso. Mi trovo benissimo e infatti è il secondo lavoro che faccio insieme a lui.
- Quindi diciamo che non vuole fare lui l’artista, asseconda anziché sostituirsi.
- Assolutamente. Poi per me registrare un disco, entrare in studio è un po’ come andare al Luna Park. Sono abituato a fare sempre tutta una preproduzione al computer da solo e manca il confronto con gli altri. Ormai ho imparato a fare un po’ di tutto, batteria, basso, chitarra, voce. Quindi le canzoni sono finite ma ho sempre bisogno della controparte, di qualcuno che magari mi aiuti a capire meglio come qualcosa possa funzionare. Con Federico facciamo molte chiacchierate e lui non mi dà mai la risposta a niente. Poi abbiamo un modo di lavorare molto veloce. Questo disco lo abbiamo registrato a Milano nella saletta dei Ministri. Io arrivo già con il materiale pronto, facciamo una prelavorazione a distanza e poi focalizziamo tutto in pochissimo tempo.
- L’EP è un “Lato A”, quindi c’è da attendersi a breve ragionevolmente un “Lato B”. Parliamo un po’ dell’affezione al formato fisico della musica. Chi come te ha questo approccio in genere considera la musica come un oggetto materico che si deve poter toccare, vivere.
- Assolutamente. Infatti arriverà poi un vinile. Da ascoltatore ho sempre bisogno del feticcio che mi faccia sentire più vicino all’artista. E poi mi piace vedere anche come vengono interpretate a livello grafico le cose, devo toccarlo, vederlo il disco. Con Blackcandy abbiamo provato a dare noi i tempi perché ormai, soprattutto per gli artisti piccoli, quando esce un disco si esaurisce tutto in una settimana. E’un modo di fruire la musica talmente veloce che, se si pensa a tutto il processo creativo che c’è dietro, il costo umano, il costo monetario, poi nel momento in cui esce il disco si brucia in tempi velocissimi. Quindi abbiamo provato a dire “ok facciamo così, facciamolo uscire a pillole”, pensando ad un vinile che poi arriverà, intanto sveliamo un “Lato A” e un “Lato B”. In questo modo abbiamo dodici mesi per parlarne, per la promozione.
- Ricordi quanto era bello quando avevamo in mano il CD in cui c’era il booklet che aprivi e trovavi le foto della band fatte bene, i testi delle canzoni, i crediti da cui potevi risalire a chi aveva curato ogni aspetto, anche i ringraziamenti. Che dici, non era una fruizione della musica molto più vera?
- Assolutamente, sono felice di far parte di quella generazione che ha goduto di una fruizione più lenta della musica, leggere il libretto, seguire i testi, ascoltare e anche farselo piacere a volte il disco. Parlavo recentemente con un mio amico di quando compravi un album perché qualcuno te lo raccontava come un bel disco, lo acquistavi e magari non ti piaceva subito, però avendoci speso lo riascoltavi tante volte e poteva anche diventare uno dei tuoi dischi preferiti. Invece oggi con una fruizione così veloce se dopo trenta secondi un brano non è di mio gusto faccio skip. Ci sono invece degli album che ho fatto fatica appunto a capire e che oggi adoro.
- Forse il fatto di non dover più fare l’investimento, spendere per l’acquisto ed avendo un costo flat per l’ascolto sulle piattaforme dove puoi trovare di tutto, ogni genere, non c’è un reale investimento nella musica. Tu come consideri questa fruizione più passiva?
- Sì esatto non lo giustifichi poi quell’investimento. Perché quando spendevi trentaduemila lire per il CD e poi non era quello che ti aspettavi lo ascoltavi comunque tante volte prima di ripensarci.
- Qual è il CD che per te all’inizio era inascoltabile e che poi ha cambiato faccia nel tempo diventando uno dei tuoi preferiti?
- Ne ho un po’ in verità, ad esempio per “Mellon Collie” degli Smashing Pumpkins è stato così. Io ero molto fan dei Nirvana e mi ricordo che al parco tra gli amici con cui ti trovavi c’era quello più grande che diceva “devi ascoltare assolutamente Mellon Collie”. Un doppio CD che ricordo non mi sembrava finire mai perché era strano, la voce era strana, il suono della chitarra era strano per me in quel momento. A distanza di tempo riascoltandolo è un’opera incredibile, mi piace da morire tuttora. Oppure in un altro caso è stata una musicassetta dei CCCP. Avevo dodici anni ed ero con un amico che era fissato e che me ne parlava sempre, così lo ascoltai e dissi: “Ma che cos’è questa roba?”. Io ascoltavo tutto il punk rock americano, musica veloce, frizzante, mentre per me i CCCP erano difficili, testi impegnati, solo dopo anni li ho adorati.
- Forse essendo stato tu così giovane si trattava di un ascolto troppo pesante, non immediato, con significati non superficiali, insomma avresti dovuto avere un certo fisico per reggere quel tipo di musica.
- Esatto, se fosse stato un ascolto su Spotify magari si faceva skip e addio. Mentre oggi mi porto un bagaglio musicale con dei punti di riferimento.
- Ultima domanda. Mi hai detto che sei un polistrumentista perché in preproduzione suoni tutti gli strumenti. Tu come nasci, come chitarrista, cantante? Qual è stato il tuo punto di partenza?
- Io ho suonato la chitarra e a volte mi sono avventurato con il basso, poi dieci anni fa ho avuto una neuropatia che mi ha impedito di suonare la chitarra e mi sono trovato a dover essere a casa con problemi di mobilità, ho perso il lavoro ed ho avuto molte vicissitudini legate a questa malattia. Allora ho deciso di utilizzare la musica come mezzo attraverso cui tirare fuori le emozioni. Non potendo suonare la chitarra ho sfruttato l’opportunità che ti dà la tecnologia oggi di suonare come una band. Con un computer ho utilizzato i programmi per suonare tutti gli strumenti, tutti quelli che volevo. Quindi le parti di chitarra all’inizio sono in MIDI, non sono suonate. Un po’ mi porto dietro quel sound, ad esempio anche in questo ultimo disco le batterie sono tutte non suonate anche perché comunque mi piace portare avanti questa caratteristica del progetto. Poi ci sono delle parti che Federico mi risuona.
“Fango (lato A)” di Suvari è un viaggio sonoro nel fango dell’anima, dove ogni passo affonda e risale, trasformando ansia, contraddizioni e paure in un’energia che pulsa, danza e alla fine illumina.













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