domenica 14 giugno 2026

WELLOW - NON MI IMPORTA PIU' - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


La scelta di un luogo insolito per la registrazione di un album incide molto sul suono finale dando spesso note di colore uniche. Per citare uno dei casi più celebri, “Led Zeppelin IV” venne registrato ad Headley Grange, una fatiscente dimora di campagna nell'Hampshire e la sonorità dell’album è stata in buona parte plasmata proprio dal particolare tipo di ambiente. Nel loro piccolo anche gli emiliani Wellow hanno voluto dare all’album “Non Mi Importa Più” un sound unico registrandolo prevalentemente in una stalla ristrutturata con le volte in mattoni. Il risultato sonoro, ricco di riverberi che nessun plugin potrebbe eguagliare, unitamente all’utilizzo di strumenti poco usati come l’armonium, il glockenspiel e addirittura una chitarra modificata con un mulinello da pesca ritraggono una band che punta molto sulla riconoscibilità, l’originalità. In apertura “Come Stai” mette subito in mostra la batteria poderosa di Stefano Liera e la chitarra di Massimiliano Tosi. L’ingresso del basso di Nicola Pezzi dà ancora maggior corpo al sound. Al centro del brano c’è la difficoltà di lasciar andare una persona davvero importante, “una nuvola trafitta da un raggio di sole” come canta Federico Ruina. La title track “Non Mi Importa Più”, musicalmente di matrice alt rock anglosassone, è il superamento di un rapporto ormai finito. La band ha realizzato per il pezzo un videoclip naïf sulla routine quotidiana casa-lavoro-casa rappresentata da un camioncino giocattolo che trasporta e scarica pietre. Lodevole il fatto di aver osato qualcosa di più e di diverso rispetto allo standard delle riprese più o meno artistiche della band che suona. “California” è il viaggio sentimentale di un amore che ha la forza di volare sopra i confini rendendo possibile l’impossibile. A seguire “Sandro” mette scanzonatamente in musica una storia di profonda depressione. “Cuore Buttato” è la dolorosa riflessione di chi si sente usato in una relazione. “Isola” ha il sapore di una demo e dà modo a Federico Ruina di esprimere appieno le proprie doti vocali. “Sveglia” è amore-odio per Modena ed esprime il legame profondo della band con la propria terra. “Afa” profuma di britpop anni 90, veloce e dritta al punto. In penultima posizione “Pare” è il brano più interessante dell’album a livello di costruzione sonora, tra richiami ai Verve e un crescendo orchestrale su cui si innesta il suono di una tromba. Chiude il disco “Peace My Lover”, pezzo che gioca su più piani con l’originalità di strumenti ideati appositamente come una chitarra modificata con un mulinello da pesca. 
Federico Ruina (voce e chitarra acustica nonché autore dei brani) e Nicola Pezzi (basso) hanno chiacchierato con noi per Riserva Indie.



“Non Mi Importa Più” è un album con un suono molto particolare. Ho letto che lo avete registrato in una stalla con le volte a botte. Qual è il vantaggio in termini di dinamica del suono di questa scelta? 
FEDERICO – Abbiamo scelto di utilizzare questa stalla ristrutturata con le volte in mattoni, l’abbiamo leggermente insonorizzata mettendo un po' di pannelli per attutire il ritorno eccessivo. E’stata usata soprattutto per le batterie e anche per il basso cercando di raggiungere questo riverbero naturale che abbiamo notato che registrando in una stanza più chiusa, insonorizzata non riuscivamo ad ottenere. Vero che oggi con il digitale si riesce a fare un po’ tutto però il suono non è così caldo come può derivare da un ambiente con un riverbero così naturale. Ci abbiamo pensato perché d’estate proviamo in questa stanza e effettivamente quando suoniamo lì le canzoni hanno un suono che è proprio perfetto per questo disco e soprattutto per alcune canzoni, come ad esempio “Pare”, che è più acustica con tanto riverbero e “Isola”. Per cui abbiamo delle canzoni in cui abbiamo dato più spazio a questo riverbero naturale e altre magari più serrate in cui l’abbiamo un po’ ridotto. Con la disposizione dei microfoni ci ha aiutato il nostro amico Massimo Tortella che ha registrato l’album.
NICOLA – Abbiamo registrato in questa stanza che era una stalla ristrutturata a casa del batterista. L’abbiamo usata per registrare basso, batteria e le chitarre elettriche. La batteria in un ambiente del genere suona molto più grande e il basso, che di solito registro in D.I., stavolta l’ho registrato con i microfoni per catturare il rimbalzo del suono sulle pareti e ho ottenuto un suono più vivo. La voce invece non l’abbiamo registrata qui perché essendo più intima va lavorata caso per caso in base alla canzone e l’abbiamo registrata in una sala completamente insonorizzata. Comunque nella stalla anche le chitarre sono più vive, naturali, mente invece in una sala insonorizzata si dovrebbero aggiungere dei plugin digitali che spesso faticano a raggiungere un cento livello di realismo. Un po’ come hanno fatto i Beatles ad Abbey Road ad esempio. Anche in quel caso sfruttavano l’ambiente per catturare quel riverbero particolare che si adattava ai vari pezzi. Il nostro amico Massimo ha dovuto attrezzarsi perché è dovuto venire in quella stalla con il suo mixer trasferendosi in pratica lì. Ci abbiamo praticamente vissuto durante le registrazioni.
FEDERICO – Sì durante il primo mese ci siamo praticamente trasferiti lì trovandoci diversi giorni alla settimana e abbiamo realizzato tutte le parti di batteria, basso e chitarra, qualche linea vocale e dopo, come diceva Nick, ci siamo ritrasferiti nel Container Studio di Massimo, dove ci sono le varie salette di registrazione, per la parte vocale e per registrare le acustiche. 
- “Non Mi Importa Più” è un album che elabora il dolore del distacco cercando di guardare avanti. E’ un antidoto contro la tentazione di voltarsi ogni tanto a guardare indietro?
FEDERICO - E’un disco che racconta un po’ il vissuto di questi ultimi tre anni. Più che un distacco dal passato è una critica al moderno, alla direzione in cui sta andando la società e sulla voglia di trovare soluzioni per mitigare questa freddezza, la continua voglia di competere. Poi ci sono temi più sentimentali che convivono con la critica sociale. Canzoni come “Sveglia”, “Pare” e “Non Mi Importa Più” sono sicuramente più di critica, mentre pezzi come “Peace My Lover” trattano temi più sentimentali. L’album cerca di raccontare la società di oggi in cui non sempre ci riconosciamo.
NICOLA – Sì la società sta andando sempre di più in direzione dell’individualismo, le relazioni hanno sempre meno valore, sempre più precarie e molte canzoni trattano anche questo tema. 
FEDERICO – Nella registrazione abbiamo voluto un suono più analogico, meno standardizzato. Oggi il settanta per cento dei pezzi che escono suonano tutti uguali e noi volevamo qualcosa di diverso. Per questo abbiamo cercato di realizzare cose più analogiche che se vengono registrate in un secondo momento suonano diverse. Abbiamo voluto rendere in questo modo la sfera emotiva e quello che provavamo noi durante le registrazioni. I suoni non sono così regolati e regolabili come quelli che provengono da un plugin. 
NICOLA – Sicuramente questo ha contribuito a dare un’unicità all’album. Non molti altri dischi suonano così perché non hanno a disposizione quella stanza con i suoi riverberi. 
- Parliamo di “Come stai”. I versi “ruba le chiavi e vattene altrove”. Amare significa volere il bene dell’altra persona e quindi accettare anche che se ne vada. Qual è il vostro rapporto con il distacco?
FEDERICO – E’ sicuramente un rapporto conflittuale che cerchiamo di raccontare anche nelle canzoni che scriviamo. In molti pezzi parliamo della voglia di andare, di fuggire, di prendere decisioni magari affrettate. Facciamo un po’ di idealismi su quel che potrebbe essere se si prendono decisioni che in realtà non è facile prendere. 
- In “California” c’è un viaggio al confine tra Stati Uniti e Messico dove c’è Tijuana. Il pezzo richiama un’esperienza vissuta o è un viaggio sentimentale? 
FEDERICO – Scrivendo le canzoni posso dire che è un viaggio immaginario, non vissuto, sicuramente anche questo figlio dell’osservazione della società. Nel confine Stati Uniti-Messico, confine caldo, ho voluto inserire qualcosa che facesse riferimento anche a una idealizzata storia d'amore tra una persona messicana e una americana. Un confine simbolico, che però può essere trasposto in qualsiasi altro confine. Per esempio David Bowie parlava di questa storia d’amore al confine tra Berlino Est e Berlino Ovest, diciamo che è un riferimento. In ogni caso è più un viaggio immaginario.
- “Sandro” è un pezzo sulla chiusura in sé stessi. Come si può abbattere questa barriera che tiene lontano il mondo? 
FEDERICO – “Sandro” è una canzone abbastanza intima. L’ho voluta trasporre in una base strumentale molto più up, più allegra per nascondere questa malinconia. Parla di depressione, di questo stato che viene vissuta tanto nella società di oggi. Ci sono molte persone che si chiudono, che non hanno più voglia di lavorare, di impegnarsi, di stare a contatto con la società. Il che è doloroso sia per la persona che per chi che le sta attorno che non sa come comportarsi. Purtroppo non so quale possa essere la cura, sicuramente il dialogo è utile. 
NICOLA – Ascoltandola sembra una canzone allegra, ma dal testo emerge quanto sia abbastanza triste in realtà. 
- In “Cuore Buttato” il sound mi ricorda un po’ quello dei Ministri. I versi “in fondo tu hai sempre voluto un cane ma quel cane non sono io” fanno pensare che sia uno sfogo per la sensazione di sentirsi usati. 
FEDERICO – Sì sicuramente. Qui il sentirsi usati deriva dal non avere la libertà di poter scegliere a causa di una relazione che ti teneva legato. La canzone è più un flusso di coscienza, non racconta una storia in particolare. 
- In “Isola” citate la famosa isola che non c’è. Cosa rappresenta nella vostra vita l’isola che non c’è?
FEDERICO – In questa canzone l’isola non è rappresentata nella vita terrena ma racconta l’ultraterreno, dove vanno le persone. Non è un luogo terreno, parla di perdita e in diversi passaggi fa riferimento anche a un ricordo della persona persa. In Peter Pan non si sa se i bambini siano morti o meno, il riferimento è a questo aspetto, ma non è una citazione di Bennato. 
- “Pare” ha, a mio giudizio, l’arrangiamento forse migliore dell’album perché c’è un crescendo orchestrale e l’uso di una tromba. Rispetto alle demo che portate in studio c’è qualche pezzo che è rimasto più o meno così o i brani sono stati sempre rielaborati e trasformati in base alla direzione musicale che vi veniva spontanea suonandoli insieme?
NICOLA – Effettivamente ci sono alcune canzoni che sono rimaste praticamente uguali da quando le abbiamo provate insieme, portate in studio e poi registrate. Ad esempio “Afa” è stata una delle ultime canzoni che abbiamo composto insieme impiegando appena un’ora.
FEDERICO – Sì l’ho portata, l’abbiamo arrangiata nelle ore in cui ci troviamo durante la settimana e l’abbiamo finita. 
NICOLA – Forse abbiamo cambiato solo leggermente la parte finale ma di fatto è rimasta come l’originale. Un’altra canzone che è rimasta identica è “Cuore Buttato”, che suona esattamente come l’abbiamo provata fin dall’inizio e anche in questo caso ci abbiamo messo pochissimo a comporla e in studio non l’abbiamo praticamente toccata. E’una canzone con un’energia molto grezza che trasmette le emozioni in modo diretto e abbiamo capito che non c’era da aggiungere produzione o post produzione perché andava benissimo così e trasmetteva in modo molto diretto il messaggio a livello sonoro. In studio in generale non abbiamo cambiato molte cose.
FEDERICO – “Pare” ha un sound che in studio ha reso davvero molto bene. Nasce da un’altra canzone che non ci convinceva e aveva un altro titolo e un altro testo. E’ solo il giro melodico ad essere lo stesso. L’abbiamo stravolta trasformandola e in studio abbiamo avuto dei collaboratori che hanno suonato trombe, violoncelli permettendoci di ottenere un suono, a nostro parere, completo. La parte di tromba ci è venuta in mente durante le registrazioni, poi c’è anche una parte di ukulele.
NICOLA – A proposito di strumenti aggiunti, in “Peace My Lover” abbiamo inserito un armonium nella parte centrale e anche una chitarra modificata con un mulinello da pesca creata da Massimo dei Container Studios, che realizza anche strumenti e che dà quest’atmosfera sognante. L’armonium e quella particolare chitarra non c’erano quando l’abbiamo provata insieme in sala prove. E ancora abbiamo usato in studio qualche glockenspiel in “California” o sempre in “Pare” per aggiungere qualcosa in più al suono rafforzando le sonorità.
FEDERICO – Sì abbiamo voluto anche portare nell’album il nostro paese, il nostro vissuto. Per esempio in “Come Stai” abbiamo aggiunto una chicca, siamo andati a registrare delle voci durante i mercati cittadini inserendole nell’outro del pezzo. 
- Quest’uso delle voci al mercato mi fa venire in mente “Creuza de mä” di De Andrè.
FEDERICO – Sì abbiamo voluto portare la nostra terra anche in questo modo.
- A proposito di terra, in “Sveglia” c’è un tributo affettuoso a Modena. Cosa rappresenta questa città per voi?
FEDERICO – Noi siamo emiliani e viviamo le città. Modena musicalmente ci piaceva molto. Poteva anche essere Reggio Emilia, poteva essere Carpi ad esempio, ma Modena rappresenta la nostra origine, la nostra terra in una canzone. Ed è intesa come se Modena fosse il mondo, la più bella del mondo. 
- Qual è il brano dell’album che vi rappresenta di più, quello che secondo voi è il manifesto del disco?
NICOLA – Per me è “Cuore Buttato”, perché emana un’energia davvero molto grezza e le sensazioni che si provano ascoltandola sono proprio quelle che volevamo comunicare con l’album. Quando l’ascolti ti arriva un pugno in faccia. Penso che sia la canzone che riesce a trasmetterti di più in assoluto queste emozioni. 
FEDERICO – Sì se devo scegliere un pezzo sono pienamente d’accordo con Nicola. Poi in realtà è un album abbastanza variegato, ci sono canzoni grezze, canzoni più lavorate, canzoni come “Peace My Lover” che ha suoni che rimandano all’elettronica. Le chitarre sono meno aggressive, la batteria meno serrata e quella a mio parere è anche un’ottima rappresentazione, ma dovendo sceglierne solo una direi “Cuore Buttato”. 
- C’è un brano del rock italiano o internazionale che vorreste aver scritto voi?
FEDERICO – Io vado a periodi. Ascolto molta musica inglese o comunque anglosassone, ma anche molta musica italiana in particolare indie. Se devo scegliere un pezzo della musica anglosassone che mi ha accompagnato fin dall’adolescenza direi “Champagne Supernova” degli Oasis. 
NICOLA – E’ complicato anche per me perché ascolto tanta musica, come Federico anche molta musica britannica fine anni 90, inizio anni 2000. Se devo scegliere direi “Pyramid Song” dei Radiohead.


"Non Mi Importa Più" è il manifesto di una band che alla freddezza asettica del digitale preferisce il calore vibrante del mattone regalandoci un disco che respira insieme a noi tra le eco naturali della propria verità.
 

domenica 7 giugno 2026

DUO BUCOLICO - "CHAMPAGNE!" - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


“Preferisco credere di far ridere dicendo cose serie, che credere di dire cose serie facendo ridere” è un aforisma attribuito a Groucho Marx che ben si adatta alla concezione del fare musica del Duo Bucolico, formato dai cantautori romagnoli Daniele Maggioli e Antonio Ramberti. Il loro nuovo album “Champagne!” da un lato mette in scena con sferzante ironia un bestiario di varia umanità quasi circense, dall’altro non dimentica l’autoironia nel descriversi. Musicalmente il disco gioca su sonorità folk pop effervescenti proprio come le bollicine di una bottiglia di Champagne di marca, recuperando anche strumenti poco usati come il kazoo. Il disco si apre con “L’eterno ritorno”, lo spaccato di un’Italia intrappolata in una porta girevole di vizi, piccoli e grandi abusi, corsi e ricorsi storici eternamente uguali a sé stessi. A seguire “L’ingorgo” descrive in modo realisticamente surreale un gigantesco ingorgo sull’autostrada in direzione di una Milano vista come terra promessa. L’immobilità diventa occasione per socializzare e giocare a tennis con il guard-rail. In “La transenna” è la transenna stessa a raccontare le proprie peripezie tra concerti, comizi e manifestazioni nobilitando un oggetto cui il più delle volte non prestiamo attenzione in quanto tale percependolo come semplice ostacolo o misura di sicurezza. “Meglio tardi che mai” mette volutamente alla berlina le ambizioni di successo dello stesso Duo Bucolico, un pretesto per mostrare quanto aver successo oggi abbia poco o nulla a che fare con il talento musicale. “Mano Ciao” ironizza sulle contraddizioni di un poseur che fa l’alternativo, ma vola in business class. “I’m Centenario” vira musicalmente su un classico voce pianoforte ritraendo con acutezza il disperato quanto inutile tentativo di ostacolare il declino inesorabile del corpo annaspando alla ricerca della vita eterna. A seguire “Il genio dello Xanax” affronta con il consueto piglio ironico del duo quell’ansia che invade le nostre vite e che cerchiamo di tamponare farmacologicamente senza accettarla in quanto parte integrante di noi. “Il King Del Piano Bar” è dedicata a chi vivacchia di musica come un vecchio attore che riporta in scena sera dopo sera il proprio logoro personaggio per “portare a casa la pagnotta”. La seguente “Il Bluesman” si lega tematicamente alla traccia precedente dando voce ad un bluesman del tutto privo di verve che, se solo sapesse ascoltarsi, annoierebbe anche sé stesso. “Il Condominio” è senza dubbio uno dei pezzi più riusciti dell’album, una telenovela scritta da un regista pazzo, come recita un verso, che ha per protagoniste macchiette archetipiche neanche troppo surreali. Chiude l’album “L’elettrobarista”, voce, chitarra e armonica al servizio di un brano sul frutto della storia d’amore tra una cantante barista e un elettricista folgorato. L’atmosfera si fa malinconica al calare del sipario. 
Daniele Maggioli ci ha concesso un’intervista in cui abbiamo dialogato non solo su “Champagne!”, ma anche sulla particolare visione della musica del Duo Bucolico. 


- “Champagne” è un album che con pochi tratti dipinge una galleria di personaggi tipizzati. Componendolo avete mai pensato alla Commedia dell’arte?
- Forse non direttamente, però noi siamo nati nei festival di strada. C’erano spesso clown, attori, saltimbanchi. Le prime performance le abbiamo fatte in questi contesti, per cui sicuramente ci è rimasto l’imprinting da cantastorie e fa parte di una tradizione più ampia. Le maschere sono sempre potenti, perché hanno un sacco di significati diversi, a volte anche contraddittori e quindi in musica sono strumenti importanti. 
- Oscar Wilde, anche se non c’è certezza che la frase sia sua, pare abbia affermato che “l’ironia è il linguaggio perfetto per dire la verità sorridendo ed evitando di farsi sparare”. Ti riconosci in questa definizione?
- Sì mi ci riconosco moltissimo. Noi siamo orgogliosamente dentro la tradizione dell’ironia anche se in Italia quando si fanno canzoni ironiche sembra sempre che tu sia un po’ cretino o che comunque non sia intelligente, serio. In realtà non è proprio così perché per usare l’ironia ci vuole molta consapevolezza trattandosi di uno strumento delicato, oltre che difficile da usare. Noi cerchiamo sempre di rapportarci con umiltà a questa tradizione della satira, dell’ironia, anche assumendoci il peso di non essere visti con un’aura abbastanza seriosa dagli addetti ai lavori. Il nostro stile è questo.
- Parliamo del pezzo “L’ingorgo”. E’ un imprevisto che diventa l’occasione per uscire dall’abitacolo della nostra vita e fare conoscenza con gli altri alla vecchia maniera, da esseri umani. 
- Sì, l’ingorgo autostradale diventa una sorta di “non luogo”. L’autostrada, che di solito è uno spazio che non vivi, ma attraversi soltanto diventa un mondo, uno spazio sociale, un microcosmo dove si ricrea una società diversa addirittura con un torneo di tennis usando il guard rail come rete. Ci piaceva questa immagine estremizzata. Il tema dell’ingorgo autostradale è un classico, penso ai film di Carlo Verdone, Paolo Villaggio. E’ un archetipo narrativo della commedia italiana che probabilmente è riaffiorato nella nostra mente. 
- Ascoltandovi mi è venuto in mente Rino Gaetano. Rientra tra i vostri riferimenti in ambito musicale?
- Sicuramente è uno dei cantautori che rispettiamo di più ed è incredibile come abbia avuto una seconda vita, negli ultimi anni è stato riscoperto tantissimo, mentre qualche anno fa non si sentiva molto. Proprio grazie all’ironia ha reso le sue canzoni più longeve. Se non ti appiattisci sulla cronaca riesci a dare più valore alle tue canzoni nel tempo. E’ uno dei cantautori che sicuramente ci ha ispirato. 
- Il bar è un luogo che torna in molti brani dell’album. Per voi è un osservatorio privilegiato sul mondo? 
- Sì il bar è quel luogo in cui le classi sociali si annullano, ci possono essere un imprenditore e un operaio che si ritrovano ad affogare i loro dispiaceri magari in un bicchiere di vino. Questo aspetto molto provinciale e semplice alla fine è vero. Si tratta di abbandonare ogni tanto i massimi sistemi e cercare un contatto umano, sociale. Qualche tempo fa volevamo addirittura fare un tour di presentazione di un disco in tutti i Bar Sport d’Italia affrontando i peggiori ceffi, le slot. Potrebbe essere ancora valida come idea e forse riusciremo a realizzarla prima o poi.
- Avete un contatto con il vostro pubblico molto diretto, verace, non mediato da grandi effetti speciali.
- Esatto, questa è una cosa di cui siamo orgogliosi, poi anche a livello social gestiamo tutto noi, cerchiamo di rispondere sempre. Quando facciamo i concerti al banchetto andiamo noi perché ci piace creare dei contatti che non siano virtuali. Anche generazionalmente non essendo dei ragazzini rivendichiamo il bisogno di un contatto reale con la gente e vediamo che anche nei giovani comincia ad esserci questo bisogno perché il mondo digitale poi alla fine è pesante. Quindi siamo felici di creare una relazione vera, in 3D. 
- “L’eterno ritorno” è forse il pezzo con la critica sociale più esplicita. Ci sono versi come “ancora una volta cuore nero e braccio alzato, te li ritrovi dietro i banchi del Senato”.  Se questo è diciamo l’homo italicus, c’è modo di farlo tornare homo sapiens?
- Sarei contento di saperlo. Sicuramente la musica e la cultura sono una strada utile per affrontare la complessità del mondo, mettersi in discussione. La cultura può aiutare a sviluppare nel tempo generazioni più consapevoli e ciò si riverbererebbe anche nella classe politica, dato che è un’emanazione di quel che siamo noi. Non credo tanto nel fatto che la classe politica ci manipoli in quanto più una nostra emanazione. Forse solo tramite la cultura, una scolarizzazione diversa si può arrivare ad una maggiore consapevolezza.
- Anche perché in alcuni casi eleggiamo gente che estremizza i nostri difetti.
- Come dicevamo prima sono delle maschere ancora più enfatizzate, i nostri lati negativi sono ancora più accentuati. 
- Un pezzo che mi ha incuriosito molto è “La transenna”, che se non sbaglio è il primo brano scritto in assoluto sulla vita di una transenna da concerto o da evento. Come vi è venuto in mente un pezzo simile?
- Nasce dal fatto che quando è uscito lo scorso disco abbiamo lanciato l’idea su Instagram delle “canzoni su misura” chiedendo di scrivere nei commenti gli argomenti di canzoni che poi noi avremmo potuto eseguire. Ci sono arrivati suggerimenti incredibili, per cui alcuni li abbiamo scelti e abbiamo realizzato delle canzoni. Una di queste era “La transenna”, molto interessante. Ho preferito raccontare la storia dal punto di vista della transenna come se fosse un essere vivente e mi piaceva il fatto che se una transenna avesse potuto parlare avrebbe raccontato esperienze incredibili, dalle manifestazioni del G8 di Genova fino a un concerto di Lucio Dalla. Un testimone silenzioso che attraversa gli eventi pubblici. Un altro pezzo nato da quei suggerimenti dei nostri fan è “Mano Ciao”.
- “Meglio tardi che mai” è la testimonianza, anche qui in chiave ironica, di quanto poco conti oggi la musica e la sua qualità nei meccanismi della discografia. Leggendo il testo sembrerebbe auspicare una vostra conversione al mainstream pur di sfondare, ma in realtà è l’esatto contrario, no?
- Esatto è ironico. Cantiamo “Dai che sfondiamo”, ma non crediamo più che sfonderemo in alcun modo. La canzone è molto pop, ci siamo detti “facciamo una canzone pop perché la sappiamo fare anche noi, però portata nel nostro mondo. Un po’ ci prendiamo in giro da soli, ci diciamo “sfondiamo” quando siamo sempre nella stessa barca. E intanto ci facciamo gioco dei meccanismi finti della discografia mainstream che ben conosciamo. E’ da molto tempo che suoniamo in giro, sappiamo come funzionano le cose. Prendiamo in giro il mondo ma prima di tutto ci prendiamo in giro da soli. Secondo me quando si fa satira per non risultare offensivi bisogna prima sapersi prendere in giro. E’ un modo per creare una “orizzontalità” nella satira. 
- Parliamo ora de “Il Condominio”, un’altra canzone che mette in scena una sorta di bestiario di varia umanità. Il verso “la vita è una pernacchia, basta poco per morire” è un invito a cogliere l’attimo?
- Esatto, la vita dura poco e spesso non se ne capisce neanche il senso. Quindi sicuramente c’è l’idea di cogliere l’attimo, ma sottolineiamo anche il fatto che il destino è beffardo. Ci piaceva descrivere questi personaggi non empatici, come se il male si nascondesse anche nei nostri vicini di casa o in noi che siamo vicini di casa di qualcun altro. 
- “I’m Centenario” mi ha fatto venire in mente il film “La morte ti fa bella”, ovvero abbiamo l’illusione di essere eterni, giovani per sempre. Perché secondo te non possiamo accettare l’idea che è impossibile fregare la morte?
- Forse perché c’è quella parte di coscienza dell’essere umano che non accetta la fine. Finché ci sarà consapevolezza di sé l’idea della fine sarà inaccettabile. A meno che non si abbia fede nell’Aldilà, che è comunque una risposta alla stessa domanda. 
- “L’elettrobarista” è una figura mitologica frutto dell’amore tra una cantante e un attore folgorato. Noi speriamo sempre che i nostri figli possano realizzare i loro sogni, quei sogni che magari noi non siamo riusciti a realizzare. Qual è l’importanza di coltivare i propri sogni?
- Coltivare i propri sogni è importantissimo e proiettare i propri sogni sui figli viene spontaneo, anch’io lo faccio oppure cerco di far fare loro quello che non sono riuscito a fare io, ma i figli dovrebbero realizzare i propri sogni. E’ un percorso difficile scoprire le proprie inclinazioni, le proprie attitudini, il proprio talento o il proprio demonio, nel senso greco del termine, il proprio scopo. Un percorso duro, accidentato ma fondamentale per poter essere felici. Penso anche a quello che io e Antonio abbiamo ottenuto. Veramente non ci sembra di lavorare, siamo molto impegnati a fare concerti, ma non è mai stato lavoro inteso nel senso comune del termine. Questo grazie alla grande fortuna di aver trovato una chiave di espressione dei nostri sogni, del nostro talento. Sarebbe bello se più persone possibili potessero attingere al proprio talento. 
- Quel che dici mi fa riflettere sul fatto che noi in Italia abbiamo nella cultura un grandissimo patrimonio che rimane sottoutilizzato. E’ un po’ come avere il petrolio e non estrarlo. Da qui la domanda. Che importanza ha investire nell’orientamento dei ragazzi a scoprire i propri talenti?
- I ragazzi hanno alla fine i loro problemi, come ogni generazione ha avuto i propri. Tuttavia credo che oggi grazie a internet, che pure può diventare qualcosa di mostruoso, i giovani abbiano la possibilità di confrontarsi su molte sfere del sapere, della cultura, della creatività, decisamente di più di quanto potesse fare la mia generazione. Quindi possono avere un contatto più diretto con stimoli che le generazioni precedenti non hanno avuto. Voglio essere ottimista e pensare che abbiano più occasioni di sperimentare i propri sogni, il proprio talento, le proprie inclinazioni. 
- Chiudiamo il “cerchio” di questa intervista tornando all’inizio. Dato che nella vita indossiamo sempre una maschera, sotto la maschera chi è Daniele Maggioli? 
- Sotto la maschera è una persona molto curiosa ma anche abbastanza timido in certe cose e quindi la maschera in realtà mi serve, non saprei se sarebbe salutare per me toglierla. Anche perché non è possibile farlo. 
- Parliamo ancora del vostro suono, antico ma modernissimo allo stesso tempo. Non mi è capitato spesso di sentire anche nelle nuove leve del cantautorato un album in cui faccia capolino ad esempio un kazoo. Il vostro folk cantautorale, che ricorda le sonorità di certi artisti come, ad esempio, Edoardo Bennato è legato anche allo stile di scrittura dei testi?
- Sì noi in realtà scriviamo le canzoni chitarra e piano, senza avere in quel momento bassisti o batteristi. Vengono fuori sonorità che servono a sostenere il ritmo della canzone. Quindi in parte è dovuto agli strumenti che suoniamo e all’equilibrio, non facile da trovare, tra essere aperti al nuovo, accettare la modernità ed essere sé stessi. Cerchiamo di essere noi stessi senza essere nostalgici ed il risultato è questo. Personalmente ascolto praticamente solo i Beatles, ma non vorrei scrivere musica nostalgica, collocata nel passato. Per questo tendo a farmi influenzare anche dal contemporaneo, pur senza diventare il quarantacinquenne che fa trap, che sarebbe imbarazzante. Potremmo fare una canzone sul trapper cinquantenne (ndr ride). Quindi la nostra musica ha un piede nel passato e un piede nella contemporaneità.  



Il Duo Bucolico con “Champagne!” conferma la bontà di una proposta musicale che da oltre vent’anni produce con continuità musica di qualità. C’è da augurarsi che l’auspicio “dai che a sto giro svoltiamo” del brano “Meglio tardi che mai” si realizzi perché oggi più che mai c’è bisogno di ascoltare canzoni intelligenti e mai banali capaci di far riflettere con il sorriso sulle labbra.
 

sabato 6 giugno 2026

STEFANO BORELLA E IL TEMPO SOSPESO NELLE SUE "CANZONI DI PIANURA" - RECENSIONE A CURA DI IRIS CONTROLUCE PER #GLORYBOX


Avete presente quella strana sensazione di essere costantemente bloccati? 
Come se il mondo corresse a mille all'ora e noi fossimo fermi a interrogarci sul caos della vita, sulle scelte fatte o sul bilancio degli anni che passano. Forse, con tutta la semplicità di questo mondo, l'unico ad aver davvero centrato il punto è stato Baudelaire, quando diceva che “c'è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo”.
Come cantautrice ho sempre amato la forza delle parole, ma oggi, nel mio ruolo di giornalista musicale per Riserva Indie, voglio portarvi dentro un disco che fa esattamente questo: prende il tempo, lo blocca e lo trasforma in un'istantanea generazionale. Sto parlando di "Canzoni di Pianura", il nuovo EP del cantautore milanese Stefano Borella, che potete già ascoltare su Spotify e Bandcamp.
Prima di scrivere e di registrare, l'artista non ha dimenticato le proprie radici. Ha scavato nel blues, nel folk, nei suoi ascolti di sempre — dove immaginiamo ci sia in primis il rock viscerale di Bruce Springsteen. Ed è proprio lì che ha trovato una nuova forma di espressione.
Da giornalista, la cosa che più mi ha colpita è come abbia lasciato che le sue parole ci prendessero per mano, aiutandoci a comprendere meglio quel tormento profondo che a volte ci scuote e ci manda in crisi. È proprio questo il superpotere della scrittura, no? Sviscerare quello che abbiamo dentro in un preciso momento, osservarlo da fuori, trasformarlo e aggiungere un tassello alla mappa per capire chi siamo.
I 5 brani che compongono questo EP sono crudi, diretti, ma allo stesso tempo densi di contenuti. Ci raccontano di un girovagare continuo alla ricerca di risposte, per comprendere e accettare la propria incompiutezza. Stefano ci invita a fare pace con le nostre fragilità e ad accoglierle come parti preziose di ciò che siamo realmente, ricordandoci che, visti da vicino, siamo tutti vulnerabili. 
I brani chiave dell'EP
C'è una traccia in particolare che merita un ascolto attento: "Il metro tra me e te". 
Il riferimento va dritto al lockdown, il periodo in cui è stata scritta. Ma la riflessione vola molto più in alto. La distanza che ci separa oggi non è stata certo creata dal Covid; il virus ha semplicemente sollevato il velo, mettendo a nudo quanto sia diventato profondo il sospetto verso l'altro e quanto sia reale la nostra incapacità di immedesimarci in chi ci sta di fronte.


Invece, nella title-track "Pianura", Stefano ci parla di appartenenza. Quella al luogo in cui nasciamo e cresciamo, un posto che per molti rimane lo stesso per tutta la vita. E qui scatta la vera domanda filosofica: oltre che in una zona fisica, ci succede mai di restare fermi, bloccati per anni anche nello stesso luogo interiore? La risposta, forse, Stefano se l'è già data. Interrogarsi e scavare dentro se stessi significa già essere diversi da ciò che eravamo un minuto prima. Qualsiasi situazione, se vissuta con consapevolezza, ci fa evolvere. Tutto quello che ci circonda muta continuamente, e dobbiamo farlo anche noi, lasciandoci trasportare dalla corrente senza opporre resistenza. Solo così possiamo allinearci al flusso dell'universo. Siete d'accordo?
Infine, in "Amore e paura", si sottolinea quanto sia vitale coltivare i propri sogni e amare completamente, anche quando questo comporta del dolore. Anche quando gli insegnamenti che abbiamo ricevuto ci dicono l'opposto. Ed è qui che la produzione artistica di Giuliano Dottori esplode in tutta la sua bellezza, arricchendo il pezzo con inserti di basso, chitarra e una batteria campionata che scandisce il ritmo del cuore.

La cura del suono: il tocco di Giuliano Dottori

Tra l'altro, la presenza di Giuliano in cabina di regia è un vero valore aggiunto. Parliamo di un pilastro del cantautorato indipendente (già parte della band cult milanese Amor Fou). Un polistrumentista con 5 album solisti alle spalle e una firma come produttore su tanti dischi della scena indie. Giuliano Dottori ha sempre lavorato fuori dai radar dell'omologazione, cercando l'autenticità più pura.
Questa sua sensibilità artigianale si sente in ogni nota, perché è riuscito a vestire le parole nude di Stefano senza mai soffocarle. Gli arrangiamenti risultano eterei, delicati. Impreziosiscono i brani per sottrazione, puntando su atmosfere minimali e super raffinate. La dinamica delle canzoni cresce lentamente, creando immagini visive fortissime attraverso i suoni, capaci di dare profondità e modernità al cantautorato classico. Gli strumenti si muovono leggeri intorno alla linea vocale: la proteggono e ne valorizzano l'intenzione emotiva. E ditemi voi se, per citare un brano di Stefano, tutta questa cura non sia già qualcosa che assomiglia alla felicità.
Bene, per oggi il nostro viaggio tra filosofia, tempo e pianure finisce qui. Se queste atmosfere vi sono risuonate dentro, andate su Spotify e cercate "Canzoni di Pianura" di Stefano Borella, premete play e lasciatevi andare.

martedì 2 giugno 2026

HIS DARK MATERIALS - RECENSIONE A CURA DI LUIGI TUTTOBENE PER #BETTERCALLSERIAL, LE SERIE TV SECONDO RISERVA INDIE


“Questa storia ha inizio in un altro mondo. Un mondo simile al nostro e al tempo stesso diverso. Qui l’anima umana assume la forma di un animale che prende il nome di Daemon. La relazione tra un umano e il suo Daemon è sacra. Questo mondo è soggetto da secoli al potere assoluto del Magisterium, con l’eccezione delle terre selvagge del nord, dove le streghe mormorano una profezia: una profezia su una bambina dal destino grandioso”


Così comincia la prima puntata...ed ora non ditemi che non siete già curiosi di sapere come va a finire. His Dark Materials, come avrete intuito dall’incipit, è una serie fantasy tratta dall’omonima trilogia di romanzi per ragazzi di Philip Pullman. Però non fate l’errore di pensare che si tratti del solito fantasy fine a se stesso e rivolto ad un pubblico di teenager. Tutt'altro. Sotto la superficie di questa saga si nascondono molta più realtà e scienza di quanto sembri, come particelle elementari, fisica quantistica, psicanalisi, ecc...
Tutto cucito alla perfezione nei romanzi dell’autore inglese e riprodotto in maniera maniacalmente fedele in ognuna delle tre stagioni, per un totale di 23 puntate: una passeggiata per noi divoratori seriali che stiamo già pensando di vederla in una settimana o, meglio… ehm… peggio, in un weekend.


Ma entriamo nel vivo del racconto.
Nel libro “Il codice dell’anima” lo psicologo junghiano James Hillman espone per la prima volta la teoria della ghianda.
Secondo Hillman l’esistenza dell’essere umano non viene influenzata solo da fattori genetici, sociali o ambientali.
Ognuno infatti nasconde in sé l’essenza di ciò che è destinato ad essere, un po’ come una piccola ghianda che contiene già il codice che la farà diventare una maestosa quercia.
Si afferma quindi che tutti abbiamo uno scopo ed un talento che ci definiscono in quanto individui ma, se non vengono opportunamente coltivati, cadiamo in uno stato di disagio esistenziale. A questo punto, in nostro soccorso, arriva il “Daemon” (si, proprio quello citato nell’incipit) che, come una sorta di spirito guida, ci ricorda le nostre più profonde e reali vocazioni riportandoci sulla retta via.


Bene, nel mondo di His Dark Materials questo concetto diventa carne, ossa... e pelo. Nella serie il Daemon non è solo una forza interiore ma è letteralmente l’anima che vive fuori dal corpo, apparendo come un animale che parla, segue il proprio umano, dispensa consigli e prova le sue stesse emozioni.
Lyra, la protagonista, (interpretata da Dafne Keen, nota per il suo ruolo in “Logan: The Wolverine” del 2017) è la bambina di cui si vocifera nella profezia. (Piccola parentesi: vero, questa storia della profezia è già stata ampiamente approfondita ed abusata. Qui però tutto cambia e la banalità del “già visto” è l’ultimo dei rischi in cui potremmo imbatterci.)


In questo mondo il potere viene esercitato dal Magisterium: una sorta di organo oligarchico che amministra politica, religione e scienza.
A questo si contrappongono i filosofi, che ricoprono un ruolo ben più ampio essendo sia tutori del sapere, sia ricercatori dediti alla scienza.
A tal proposito, dopo pochi minuti, verremo coinvolti nel primo conflitto che ci accompagnerà in tutte le puntate.
Lord Asriel, lo zio di Lyra, (interpretato da un James McAvoy come al solito impeccabile e camaleontico) ha dimostrato l’esistenza di un universo parallelo, stravolgendo quindi le fondamenta su cui poggiano le certezze e gli inganni perpetrati dalla classe politica.
Ed è qui che la serie ci pone di fronte ad uno dei suoi tanti spunti di riflessione.


Perché il progresso fa così paura?
Il Magisterium, senza andare troppo lontano da alcune realtà attuali, è un vero e proprio sistema che non solo governa ma impone un diktat morale chiuso e cieco di fronte alle possibilità di un qualsiasi tipo di evoluzione.
Questo perché l’ampliamento degli orizzonti della conoscenza e, nel caso specifico, l’esistenza di altri mondi, riscriverebbero le leggi naturali, declassando gli intoccabili dogmi ad una delle tante opzioni tra le plausibili nuove realtà da esplorare.


Tutto ruota intorno alla Polvere ma “non quella che si posa sui mobili”, come sentiremo spesso dire nelle puntate.
Si tratta dell’insieme di particelle a noi note come “materia oscura” (dark materials, appunto) ovvero quella sostanza invisibile che, secondo i nostri fisici e scienziati impegnati al CERN di Ginevra, costituisce circa l’85% dell’universo.
Nella serie la Polvere verrà percepita dalla classe politica come una minaccia da estirpare al fine di impedire che nella popolazione si insinuino quelle scintille di spirito critico e libero pensiero tanto scomode agli occhi di chi comanda.
Scopriremo quindi due personaggi fondamentali legati alla scienza ed in antitesi morale ad essa, rappresentandola in diverse interpretazioni e sfumature. Da una parte abbiamo Asriel che, imperterrito, sfida apertamente il potere per scoprire il vero ruolo della Polvere ed i molteplici modi in cui questa potrebbe stravolgere il concetto di universo.
Dall’altra, invece, verrà introdotto il complesso ed affascinante personaggio di Marisa Coulter, interpretata da una sontuosa Ruth Wilson che definire da Oscar sarebbe riduttivo.
In un mondo rappresentato sotto ogni aspetto solo da uomini, Marisa è l’unica donna a cui è concesso un ruolo rilevante, se non fondamentale, nell’organigramma strutturale e politico, in quanto “teologa sperimentale”: un paradosso nel nostro mondo ma che scopriremo perfettamente coerente in questo contesto.


Come avrete sicuramente intuito, col pretesto di questa storia di fantasia, l’autore affronta in maniera abbastanza esplicita molte tematiche attuali e controverse. Una di queste è senza dubbio la critica verso le mentalità conservative ed intolleranti.
L’accusa verso le istituzioni è spietata ma, al tempo stesso, celata dalla sagace intuizione di affiancare ai membri del Magisterium dei Daemon repellenti: vedremo infatti figure governative altezzose e solenni, sia nell’aspetto che nel portamento, accompagnate da vipere, ragni o scarafaggi, ponendo l’accento sulla naturalezza e la spontaneità con cui vi convivono. Ma che fine ha fatto Lyra, la protagonista di questa serie nonché della profezia? Vi basti sapere che, come dicevo all’inizio, lei rappresenta nel modo più puro e completo la ghianda della teoria di Hillman.
Involontariamente scatena una serie di eventi che partono tutti da un obiettivo semplice e puro: trovare il suo migliore amico, che è scomparso. Ci ritroviamo nuovamente di fronte ad un altro grande tema della serie: la difesa dei più deboli e la lotta contro le ingiustizie.
In questo mondo i bambini poveri spariscono nel nulla, rapiti nell'indifferenza generale. Come i figli dei Gyziani, una popolazione nomade che vive ai margini della società. Lyra infatti si unisce a loro perché nessuno si preoccupa di ritrovarli in quanto appartenenti alla categoria degli “invisibili” per i quali non vale la pena sprecare tempo e risorse.


Se nel nostro mondo l’anima è astratta, qui è stato utilizzato un escamotage perfetto per renderla concreta ed identificare subito i personaggi, sottolineando come le divisioni sociali, i vantaggi economici e, più generalmente, le apparenze non definiscono nobiltà d’animo e spessore umano. I Gyziani vengono infatti affiancati da Daemon maestosi ed eleganti come falchi ed aquile, a differenza dei membri del Magisterium, accompagnati da creature viscide. Motivata dalle ricerche, Lyra mette in moto un effetto domino da cui si svilupperanno tutte le vicende di questa incredibile storia.
Da brava prescelta, nonché futura quercia, agirà sempre di puro istinto, affrontando scelte difficili e conseguenze sicuramente troppo grandi per una ragazzina. Si ritroverà però circondata e supportata (ma anche fortemente ostacolata) da personaggi memorabili che la seguiranno e, spesso increduli, l’asseconderanno anche quando vorrà perseguire intuizioni apparentemente prive di filo logico.
Questo perché tutti a parte lei sanno della profezia e sanno anche che, affinché questa si compia, dovranno lasciarla libera di agire in uno stato di beata ed innocente inconsapevolezza.


Puntata dopo puntata saremo spinti ad immedesimarci o schierarci ma, allo stesso tempo, ad assistere ammirati alle piccole ed imprevedibili fatalità che influenzano ogni vita. Come in ogni romanzo di formazione, si approfondirà l’importanza delle scelte, sia che ci conducano verso traguardi importanti, sia che ci portino verso inevitabili fallimenti… ma non è forse cadendo che si trova la vera forza per rialzarsi e, chissà, cambiare le sorti dell’universo?


mercoledì 27 maggio 2026

CRISTIANO SBOLCI - FUORIMODA - PERCHE' D'AMORE SI PUO' MORIRE - INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


“In una sera fatta di rosa e di mistico azzurro/un lampo solo ci vedrà commisti/come un lungo singhiozzo, carico d’addio”. Versi come questi, tratti da “La morte degli amanti”, uno dei componimenti più celebri di Charles Baudelaire, hanno fatto germogliare la poetica di Cristiano Sbolci, cantautore livornese autore del recente disco “Fuorimoda”. Amore e morte sono i temi portanti di un album dall’andamento di un vecchio film su pellicola, con un’intro, “Fuorimoda (Titoli di testa)”, un intervallo, “Hai avuto paura? (Intermezzo)” e il finale, “Il vizio (Titoli di coda)”. L’immaginario sonoro di riferimento è quello dei film polizieschi degli anni 70 e la collaborazione di Enrico Gabrielli dei Calibro 35 ai tre strumentali ne è il sigillo. L’album entra nel vivo della narrazione con “Rock’n’roll”, il bacio appassionato di un amore finito che esala il suo ultimo respiro sulla pista da ballo. Dal punto di vista della costruzione sonora il pezzo riecheggia i Baustelle ed è dotato di un ritornello accattivante che lo rende un singolo ideale. A seguire “Il pianoforte di Sebastian Bach” si propone come perfetto lento orchestrale, un pezzo che guarda passare la vita con la consapevolezza che bisogna godere fino in fondo di ogni attimo perché noi ridiamo e danziamo, ma il tempo fugge. “Era una serata come tante all’Ortica” si nutre di ebbrezza upbeat raccontando l’incontro con una lei che seduce con innocenza peccaminosa in una notte senza futuro. “Divi morti del pop” è tanto scanzonata quanto arresa, il ricordo struggente di qualcosa che non potrà mai più essere. A seguire “Ti prego lasciati guardare bene” distilla una tristezza che la carezza del pianoforte non potrà mai consolare. In “La morte di una star” Cristiano torna a toccare sonorità baustelliane raccontando la vita sprecata di chi si fa travolgere da quella nevrosi senza uscita che è diventata la nostra vita. “Maledetto amore mio” consuma in fretta un amore che finisce in tragedia, perché d’amore si può morire davvero. A seguire “Cosmetici e veleni” è il cocktail letale preparato per dissetare le ossessioni di un’aspirante starlette. Prima dei titoli di coda “Il rumore di un bacio”, in duetto con il cantautore romano MOX rappresenta l’estremo sforzo di memoria del cuore, che non ricorda più nemmeno cosa sia realmente l’amore. Abbiamo parlato con Cristiano Sbolci dell’album e dell’immaginario cui si ispira.


- Amore e morte sono tempi importanti in “Fuorimoda”. L’oscillazione del pendolo della tua vita tra questi due estremi che nervi scoperti va a toccare dentro di te?
- Sono i punti focali della mia vita. Sono fermamente convinto che siano i due collanti più potenti che ci siano. Del resto noi viviamo per amore e con la convinzione di dover morire, quindi secondo me sono le due parole più importanti che ci “portiamo addosso”. 
- Il tuo album è come un film con i titoli di testa, i titoli di coda e l’intervallo tra i due tempi. Già di per sé questa è una scelta fuorimoda da vecchio cinema con le sedie di legno scomode. La tua musica è la colonna sonora del film della tua esistenza?
- Sì, questo disco l’ho scritto pensando di creare una colonna sonora di quello che stavo raccontando, quindi della mia vita.
- Parliamo di “Rock’n’roll”. Indubbiamente nel pezzo si sente un’eco abbastanza rilevante dei Baustelle. Direi che con “Cosmetici e veleni sono forse i due pezzi che richiamano alla mente la band. Quali sono gli elementi sonori e testuali che ti fanno sentire vicino alla loro poetica?
- I Baustelle li ascolto e mi piacciono da sempre. Si rifanno a quelli che sono i miei ascolti, i grandi compositori degli anni 60 e 70, un certo tipo di musica accostato a colonne sonore di grandi film noir, thriller, horror degli anni 70. Ascoltandoli sono stato molto attratto da un certo tipo di linguaggio, quindi sono andato a cercare libri su quella stessa linea e conseguentemente sono stato influenzato molto dall’unione di quella musica e quell’immaginario. Da lì è nato il mio stile di scrittura, che poi traspare in brani come “Rock’n’roll”, “Cosmetici e veleni”. In realtà non è un aspetto che nascondo. Sono onorato, reputo Francesco Bianconi come uno dei più grandi autori degli ultimi anni quindi se vengo accostato ai Baustelle sono veramente molto felice. 
- “Sentimental blues”, ovvero nella versione pubblicata “Era una serata come tante all’Ortica” secondo te è poesia carnale? 
- Probabilmente sì. Ho voluto semplicemente raccontare uno squarcio di serata quindi ho preso e messo su foglio quello che avevo vissuto, poi inizialmente volevo fare un “talkin’ blues” stile Bob Dylan, quindi due accordi e tante parole. Oltretutto la canzone non doveva neanche essere nel disco, l’ho scritta ad album finito. Però è piaciuta anche ai produttori Francesco Massidda e Federico Nardelli, abbiamo iniziato a lavorarci e accantonata l’idea del “talkin’ blues” è diventato un pezzo più vicino a “Una giornata uggiosa” di Lucio Battisti. Però sì ha un elemento molto carnale.
- Parliamo de “Il pianoforte di Sebastian Bach”. Nel labirinto della vita si è spezzato anche il filo di Arianna. Non potremo più annodarlo per uscire?
- E’ una cosa che mi chiedo spesso, ma non so rispondere per la verità. Sicuramente questa canzone voleva mettere in risalto la difficoltà ad accettare l’esistenza. Ho provato a narrare questa difficoltà nella maniera meno cruda possibile anche se alla fine nel brano un po’ di tristezza c’è.
- Nell’album citi molto la canzone e la poesia francese, per esempio Serge Gainsbourg. Quale ruolo hanno avuto nella tua formazione?
- Un ruolo molto importante. Ho iniziato ad ascoltare musica francese non troppo presto, però poi quando ho scoperto Serge Gainsbourg o Léo Ferré mi sono detto “caspita questa musica ha progressioni armoniche incredibili, melodie pazzesche e una poesia formidabile”. Questi elementi mi hanno affascinato molto, così tanto da approfondirli e cercare di inserirli anche nelle mie composizioni. A livello musicale non è così evidente, infatti è presente più a livello citazionistico. Richiamo ogni tanto qualcosa di quel mondo. 
- “Divi morti del pop” musicalmente è un rock anni 70 molto sbarazzino che contrasta con la constatazione amara del presente che emerge dal testo. Questo gioco di contrasti è il tuo modo per alleviare il dolore che ti porti dentro?
- Sì mi piace molto rendere scanzonato il dolore. Per “Divi morti del pop” io avevo scritto la musica, non avevo il testo. L’idea era quella di fare una sorta di “Penny Lane” italiana perché ha un andamento un po’ beatlesiano con quella modulazione finale. Poi quando mi sono messo a lavorare sul testo inconsapevolmente ho scritto un pezzo in cui c’è molto dolore. Quando ho ascoltato il risultato finale mi sono detto “ok non l’ho cercato ma era quello che volevo”, cioè appunto rendere scanzonato il dolore. 
- In “Ti prego lasciati guardare bene” che se non sbaglio è stato anche un singolo torna il tema dell’amore svanito ma mai dimenticato. Le tue canzoni sono, per citare un verso dei Baustelle, “parole scritte a un destinatario andato via prima di averle ricevute”? 
- Sì probabilmente sì. “Ti prego lasciati guardare bene” la tengo sempre un po’ da parte perché è un pezzo molto vecchio, scritto diversi anni fa e che non avevo neanche idea di inserire nel disco. E’stata registrata per gioco e difatti secondo me si sente perché è l’unica canzone veramente nostalgica. Il resto del disco più che nostalgico è sofferente, un ricordo amaro. Mentre “Ti prego lasciati guardare bene” esprime questa nostalgia che l’ha resa un punto fermo del disco, ma non è stato voluto. 
- In “La morte di una star” compare il tema del vivere oggi che ci obbliga a stare sempre in tiro, sul pezzo. Dov’è il tuo nascondiglio segreto per sottrarti a questa nevrosi?
- Il mio nascondiglio preferito è la solitudine, mi rifugio molto in me stesso e cerco di restarci il più possibile. Alla fine ho trovato un modo per riuscire a restare con me stesso senza lambiccarmi troppo. Però poi non so se è la soluzione giusta, personalmente la vivo bene.
- “Il rumore di un bacio” mi ha fatto venire in mente per contrasto un’installazione luminosa dell’artista torinese Domenico Pannoli che reca la frase “L’amore non fa rumore”. Ti va di parlare un po’ di questa dicotomia tra amore e suono?
- Io in quella canzone volevo in qualche modo narrare il fatto di non ricordare più niente. Si cerca sempre di ricordare gli odori, i sapori, le sensazioni. Io volevo annullare completamente il ricordo scrivendo appunto “non mi ricordo neanche più il rumore di un bacio”, lo schiocco che lascia il bacio. Per quella canzone l’intenzione era semplicemente quella di scrivere una ballata vecchio stile. Citerò dei mostri sacri, ma non mi voglio certo paragonare a loro. L’idea era creare delle atmosfere un po’ in stile Gino Paoli e quindi con l’orchestra, l’armonia studiata a tavolino e sensazioni di un ricordo svanito. 
- In “Titoli di coda” c’è questa battuta “l’unica salvezza sta nel vizio”, tratta dal film “Metti, una sera a cena” di Patroni Griffi. Quella battuta nel contesto del film è una sferzata all’alta borghesia che è imprigionata da convenzioni sociali. Perché hai scelto di chiudere così l’album?
- Ho scelto di chiudere l’album con la citazione di “Metti, una sera a cena”, ma il significato in realtà svia molto, nel senso che io volevo semplicemente raccontare quello che è stato per me il momento dell’addio. Mi ero rifugiato nei miei piccoli vizi, che poi sono vizi normalissimi come ad esempio andare la sera al pub con gli amici, perdermi in notti un po’ più accese, ma non ha nulla a che fare con questioni come puntare il dito contro la borghesia. L’intenzione era quella di raccontare la mia soluzione all’abbandono, un po’ di vizio, che poi comunque fa parte della mia vita. 
- Nell’album vengono citati musicisti molto eterogenei, si passa dai Pink Floyd a compositori come Bach, gli Strokes, Chopin e altri. Qual è il fil rouge, se c’è, che lega questi artisti nel tuo mondo interiore?
- Sicuramente il filo rosso che lega questi artisti è che, come ho provato a fare io sperando di esserci riuscito, hanno sempre trattato la musica popolare in modo colto, stando molto attenti ai dettagli, cercando le armonie giuste, cercando le giuste orchestrazioni, arrangiamenti adeguati. Sono sempre stati i miei ascolti, ho sempre cercato quello, a me piacciono le musiche trattate con molto rispetto. Ho intitolato questo disco “Fuorimoda” proprio per tale motivo, perché volevo essere l’antitesi del mercato, la musica di oggi in cui è tutto molto simile e semplice. Non che la semplicità sia un difetto, io però con la musica voglio rischiare il più possibile, il suo linguaggio è talmente bello e esteso che mi piace fare così.
- Parliamo delle collaborazioni nell’album. In “Titoli di coda” c’è una doppia collaborazione con Enrico Gabrielli e Federico Maria Sardelli. Come sono nate?
- Quella con Enrico Gabrielli, che include tutti e tre gli strumentali, è nata in maniera semplice, nel senso che eravamo in studio Francesco Massidda, Federico Nardelli ed io e ci siamo resi conto del fatto che quegli strumentali avevano una sonorità molto precisa, definita, ovvero quella dei polizieschi degli anni 70. Ci siamo chiesti “chi fa oggi i polizieschi anni 70 in Italia?”. I Calibro 35. Abbiamo sentito Enrico Gabrielli, dato che Federico Nardelli lo conosceva, per sapere se fosse disposto a inserire qualche elemento nei brani, glieli abbiamo fatti sentire, lui ha accettato così ci siamo, per così dire, un po’ ripuliti la coscienza nel senso che quei pezzi hanno un suono da Calibro 35 ed è presente un membro della band. Per quanto riguarda invece Federico Maria Sardelli è un amico di famiglia da sempre, un grande direttore d’orchestra di musica barocca. Desideravo collaborare con lui ad un mio brano e questa mi sembrava l’occasione giusta perché lui è flautista e volevo inserire un flauto traverso in “Il vizio (Titoli di coda)”.  Glielo ho detto e lui, senza aver ascoltato il brano mi ha dato fiducia ed ha suonato. 
- E per il featuring in “Il rumore di un bacio” con MOX, il cantautore romano Marco Santoro?
- Quando scrissi “Il rumore di un bacio”, che ha avuto una gestazione molto breve, riascoltandola mi sono detto “questo brano mi ricorda molto le sonorità di MOX”, cioè lo sentivo giusto per un suo disco, ma volevo fosse nel mio. Gli ho parlato, anche lui è un amico di vecchia data e gli ho spiegato “ho un brano che ha il tuo sapore, ma sarà nel mio disco. Ti va di cantarlo assieme?” Lui lo ha ascoltato, gli è piaciuto tantissimo e quindi ha accettato. 
- Ci sono stati altri collaboratori che hanno realizzato l’album con te?
- Francesco Massidda ha prodotto l’album con Federico Nardelli, ma lo ha anche scritto interamente con me realizzandolo a quattro mani. I testi sono miei però le musiche sono state fatte sempre insieme. Oltre a loro ha collaborato al disco Alessio Masoni, chitarrista che suona con me da moltissimo tempo e che ha contribuito a “Divi morti del pop”, “Rock’n’roll”, “Il rumore di un bacio”. (ndr ha collaborato alla rifinitura dell’album anche Alessandro Di Sciullo). 


L’album di Cristiano Sbolci è talmente fuorimoda da non passare mai di moda, perché chi di noi non ha mai sofferto per amore e cercato di affogare il dolore in un drink? Ma se la vita è un festival bisogna godere l’attimo per non pentirsi di non avere mai vissuto. 

lunedì 25 maggio 2026

MARLENE KUNTZ LIVE AL VIPER DI FIRENZE - RECENSIONE E GALLERY A CURA DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE


I Marlene Kuntz suonano “Il Vile” al Viper a Firenze. Ma il Viper non c’è più. Ad agosto dello scorso anno un incendio l’ha distrutto e oggi il Viper Theatre continua la sua attività di organizzazione eventi nello spazio Otel della stessa città, in via Generale dalla Chiesa. Il 26 aprile del 1996 usciva “Il Vile”, il secondo album in studio dei Marlene Kuntz, ecco perché oggi il 24 marzo 2026 lo portano in tour. Questo sembra essere un anno ricco di ricorrenze, o forse sono io che sono diventata nostalgica e inizio a rincorrere gli anni novanta. Ma la storia è ciclica e ogni decade siamo tutti curiosi di andare a vedere dove siamo finiti, per ricordarci dove eravamo e cosa desideravamo per quel futuro che ormai si è fatto oggi. Sono 30 anni dall’uscita di un album che si può definire pietra miliare del post grunge italiano, dello scenario alternativo di questo paese e per l’occasione è stato ristampato con una grafica firmata Baronciani. Lo troverò, più tardi, al merchandising.


Nel 1996 erano i Marlene Kuntz ad avere trent’anni e io ero poco più che una ragazzina. Beatles o Rolling Stones? Oasis o Blur? In Italia, nella scena del rock alternativo la scelta era tra i Marlene Kuntz o gli Afterhours. Non faccio mistero della mia predilezione giovanile per i secondi ma l’età adulta porta consapevolezze e sfumature di grigi che dimostrano quanto il bianco e il nero siano più simili di quel che appare.


L’Otel è certamente un bel locale, spazioso e scuro, con una zona esterna e una buona visuale sullo stage con qualche dislivello che permette anche ai più bassi di accaparrarsi posizioni favorevoli. Il parterre già mi piace. Ai concerti si capisce subito se sarà una serata da salti, sudore e contatti stretti o se ognuno riuscirà a raggiungere e mantenere il suo spazio di ascolto. E così è. Sono qui con un amico che curioso era venuto con me al mio secondo concerto di quest’anno dei Ministri a Pistoia all’H2no e che ha voluto rendermi il favore di una piacevole serata con un gruppo che ha segnato la sua di adolescenza. Come si fa con un cocktail, un buon libro, un film, un percorso trekking o una vacanza: anche i concerti possono essere uno scambio di conoscenze e sensazioni, un momento di condivisione e io questa sera ho le antenne particolarmente tirate su. Sono curiosa di vedere un gruppo che non ho mai visto dal vivo, di captare le vibrazioni dei loro fan, di sentire che effetto fa un album vecchio di 30 anni su quella che è la me di oggi. Non è un segreto che per me partecipare a un live è quanto di più simile a una sessione di meditazione e so bene che non sono la sola. Il mio amico ha portato con se un disco del 1999 acquistato al Cencio’s, di Prato, un tempio del rock alternativo italiano negli anni ‘90. Mi racconta che era il dicembre dello stesso anno e era arrivato al locale con due amici che suonavano con lui in una piccola band: avevano comprato i biglietti nell’unico negozio di musica della zona che faceva anche da rivenditore, e che si chiamava “Il Superdisco”. Mi dice che non aveva mai visto il locale così pieno e che gli faceva strano perché era un mercoledì sera. Era la sua prima volta: non aveva mai sentito i Marlene Kuntz dal vivo e ne rimase talmente colpito che a fine concerto acquistò il vinile del live che era stato registrato proprio durante quel tour.


Giro il disco tra le mani, controllo la data, era proprio il 1999, qualcuno vicino ci guarda, capendo di cosa stiamo parlando, ci sorride, e io penso che sarebbe proprio bello se riuscisse a farselo firmare dopo tanto tempo. Mi piace sentire le storie degli altri, mi riesco a immedesimare, capisco che quello che la musica suscita nelle persone è universale e allo stesso tempo per tutti unico. È come un “segnavita”: ogni momento della nostra esistenza ha la sua colonna sonora e mi chiedo se i miei prossimi anni, dopo questa serata, sapranno un po’ di più di Marlene Kuntz.


Il concerto inizia. Loro entrano eleganti e in forma smagliante. Dietro alla band a intermittenza si accendono led con la scritta IL VILE. Qualcuno dice che il rock è morto, beh quest’album sembra uscito ieri e sanguina. E nel corso del concerto penso che la musica italiana degli anni novanta non aveva nulla da invidiare alla scena internazionale di quel periodo. Questo disco ne è la prova. Stasera lo sto ascoltando tutto dopo troppo tempo e penso che per una band toccare un punto tanto alto è quasi un non ritorno, nulla potrà più essere all’altezza e pensare invece che erano solo all’inizio della loro carriera. “Probabilmente io meritavo di più”, dice uno dei loro brani ed è sicuramente vero. Ma in barba ai pronostici hanno retto: lo rammenta anche Cristiano Godano in una pausa della serata: nel 2000 li davano per spacciati, per “bolliti” citandolo. Vi assicuro che questa sera su quel palco è ancora tutto crudo come agli esordi e incredibilmente attuale. “Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore” un verso scritto nel 1996 e che ancora oggi serve a ammettere di fronte al mondo, al pubblico, al parterre di questa sera la propria vulnerabilità. Essere vulnerabili è rock “ma è così dura” perché tanta profondità non è per tutti, non è semplice porsi nudi di fronte alla musica e lasciarsi attraversare dai bassi profondi e dalle voci taglienti, ma è certamente la cosa più affascinante di quest’arte.


“Il vile” è un disco punk, ci ricorda “come stavamo ieri” attraversa perversioni di versi, orgasmiche visioni in distorsioni musicali e ci restituisce sopravvissuti, esausti, sudati, empi e infine svuotati, e leggeri. Suonano tutto il disco tranne “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”, al suo posto “Sonica”, definita valida sostituta. “Questo era il nostro secondo disco del 1996 e ci sono qua facce che all’epoca non c’erano, questo è magnifico, vedere anche tanti giovani è fantastico” dice Godano dopo aver ringraziato e essersi asciugato il sudore. C’è ancora tempo: si abbassano le luci e basta l’attacco: “Pelle,” dice, il resto dell’intro di “Nuotando nell’aria” la cantiamo noi in coro; mi commuovo, anche se la cosa che sentimentalmente rapirà di più la mia attenzione deve ancora arrivare. Cito il frontman che anticipa la scaletta: “Ancora due pezzi che arrivano dal nostro disco del 2000: il primo che suoniamo di questi due è una canzone di particolare intensità, lo è stata per me quando l’ho pensata, estremamente sincera. Questa canzone è una sorta di speranza impossibile e si intitola -La mia promessa-”. Ho passato tutto il brano a guardare la coppia di fronte a me: per tutto il concerto hanno cantato e ballato vicini, protesi verso il palco ma quasi sconosciuti. Le prime note di questo brano li ha attratti invece in un abbraccio magnetico che è durato fino alle ultime note. Lei col capo all’indietro appoggiato al petto di lui ha scandito con le labbra, sussurrando, tutte le parole della canzone come se fossero una preghiera. Lui ha tenuto gli occhi chiusi e il capo chino abbracciandola da dietro, tutto il tempo. La fine del brano è risuonato come un risveglio, loro dal loro sonno e io dal mio incanto. Si sono asciugati una lacrima dal viso e mi sono accorta di averne una anche io.


“Festa mesta” che dal 1994 canta di alienazione e frustrazione criticando il superficiale esplode musicalmente in un materiale scoppio di coriandoli celebrando tutti quelli che negli ultimi decenni si sono ribellati al conformismo e non se ne sono mai pentiti. Arrivano gli ultimissimi brani e quando poi le luci si accendono, ai nostri piedi un colorato tappeto di coriandoli. I Marlene Kuntz si avvicinano al parterre a stringerci le mani. La scaletta è andata, ci accaparriamo una t-shirt borgogna come ricordo e ci dirigiamo al guardaroba. C’è ancora una missione da compiere. L’esperienza mi fa capire subito dove poter avvicinarmi ai membri della band: avviamo una chiacchierata con uno dei ragazzi della sicurezza; ci guardiamo intorno, siamo solo noi. Si può fare. Lo chiediamo. Torniamo alla macchina con i biglietti e un disco del 1999 autografati e no, non importa se non siamo più i ragazzetti di 30 anni fa, per certe cose, grandi, non si diventa mai.