domenica 12 aprile 2026

SUVARI - FANGO (LATO A) - IL NUOVO EP PRODOTTO DA FEDERICO DRAGOGNA - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Camminare nel fango è fatica, a volte anche paura, angoscia di affondare e per andare avanti e uscire dalla palude ci vogliono caparbietà e resilienza, in altre parole un carattere forte. E il carattere forte di certo non difetta a Luca De Santis, conosciuto come Suvari, musicista e produttore toscano che ha recentemente pubblicato l’EP “Fango (lato A)” per la storica etichetta fiorentina Blackcandy, con la produzione di Federico Dragogna dei Ministri. Come suggerisce il titolo stesso del lavoro si tratta del primo di due capitoli discografici strettamente interconnessi, i due lati di un vinile. Le cinque canzoni che compongono “Fango (lato A)” sono punk rock nato come autoterapia, veloce come la techno e per questo adatto anche al dancefloor. Il tema di fondo è la lotta contro il mostro che nella nostra testa mastica pensieri e sputa ansie. Apre le danze “La tregua”, brano giocato sul contrasto tra musica e testo, il fermo immagine di una pallottola sparata a 150 BPM. La procrastinazione è il tema centrale, spegnere la ragione per sognare in pace. A seguire “Un milione di piccole cose” contagia l’ascoltatore con la sensazione di angoscia generata dalla convinzione di non riuscire ad affrontare un problema in apparenza insormontabile. “Tutto il peso è nella testa, l’elefante nella stanza” canta Suvari evocando la metafora della favola in versi “L’uomo curioso” del poeta russo Ivan Krylov. “Terraferma” ha una struttura musicale più lenta e canonica e dipinge la spaventosa deriva di una barca nel mare calmo di una notte depressa. “Disincanto” è una traccia spiccatamente elettronica sullo sfuggire ai mille condizionamenti cui siamo sottoposti abbracciando una visione della vita meno convenzionale, perché alla fine è nella pazzia l’essenza della ragione. Chiude l’EP “Supernova”, flusso di coscienza diretto, caotico e non filtrato come le pagine dell’Ulisse di James Joyce. 
Siamo partiti con l’idea di intervistare Suvari unicamente sull’EP, ma la chiacchierata si è estesa molto oltre andando ad abbracciare il suo vissuto musicale.



“Fango (Lato A) inizia subito con il botto. “La tregua” è un pezzo con una media di battiti per minuto tipico della techno. Poi ha un’improvvisa quanto piacevole apertura melodica. Musicalmente l’EP è molto giocato su queste dinamiche. Il tuo è un punk rock elettronico che aspira sia ad essere vissuto nei concerti che ad essere ballato sul dancefloor?
- Intanto hai parlato di punk rock e sono molto contento, difficilmente mi viene data questa etichetta. Hai fatto un’ottima analisi perché la chiave di tutto il sound di Suvari la si può riassumere nel contrasto, cioè avere appunto, come dicevi, un pezzo techno con un’apertura melodica, oppure un testo triste che fa sculettare. Tutto pensato per sorprendere l’ascoltatore. 
- Dal punto di vista lirico è un brano sulla necessità di procrastinare per ritagliarsi uno spazio fuori dalla quotidianità. Da dove nasce questa esigenza di fermare tutto?
- Io ormai utilizzo la musica come mezzo per esplorare emozioni che restano un po’ sepolte. E le canzoni le vedo come delle cartoline che mi spedisco. Quindi sono modi per andare a indagare sé stessi. 
- “Un milione di piccole cose” è un brano su una problematica enorme, quasi irrisolvibile, infatti parli dell’elefante nella stanza che è un’immagine di origine letteraria precisa. Abbiamo in testa un milione di piccole cose che non rappresentano niente e ci fanno perdere di vista ciò che conta. Come riesci tu, personalmente, a prenderne coscienza e correggere la rotta?
- Un milione di piccole cose se messe in fila possono risultare pesanti ma vanno affrontate singolarmente. A quel punto si possono rivelare appunto piccole cose, togliamo pure il milione,  lasciamolo da parte. Sono tutte cose affrontabili perché alla fine i problemi hanno il peso che decidiamo noi di dargli. A volte vediamo tanti piccoli problemi, rischiamo di essere sopraffatti dalla paura di affrontarli, mentre quando poi cominciamo ad analizzarli appunto singolarmente riusciamo invece a superali alla grande. Magari non sono grandi problemi della vita, i massimi sistemi, ma sono semplicemente le nostre task quotidiane che facciamo fatica a portare a termine. Arrivare a sera sembra essere sempre complesso. 
- Invece con “Terraferma” il ritmo rallenta decisamente. A livello di interpretazione io lo leggo come un pezzo su una coppia che si sta allontanando a causa dei troppi non detti e che anche se ha condiviso dei momenti importanti non è riuscita a farlo nel modo giusto. Condividi questa interpretazione o ne hai un’altra?
- E’ giusto che ognuno abbia la propria idea della canzone perché è normale che faccia proprio il significato che sente. Per me quella è una canzone scritta in un periodo spaventoso, in un momento in cui avevo paura, non come relazioni di coppia, ma a livello di dinamiche familiari. E quindi ho deciso di fare una ballatona lenta con comunque sempre un pizzico di ottimismo. Non so se questo si sente, ma cerco sempre alla fine di dare una soluzione al problema nel testo. 
- Tu usi la musica proprio per curare te stesso mi sembra di capire.
- Assolutamente sì. A volte penso che potrei andare dallo psicologo una volta alla settimana e invece apro un quadernino e scrivo tutto, un buon esercizio per riuscire a buttare fuori.
- E quando hanno ascoltato “Terraferma” i destinatari come l’hanno presa?
- Bene, era un messaggio di speranza dopo un periodo difficile. 
- Invece in “Disincanto” dici “ormai mi nutro solo di contraddizioni, mi interessa la pazzia, mica la ragione”. E’perché la pazzia è più sincera?
- Sicuramente è più affascinante, più diretta, si è vero ci sono meno maschere, non ci sono filtri. E’ diciamo una dimensione più reale.
- In chiusura dell’EP “Supernova” mette in scena un bestiario umano di “ruffiani, precari, sballati copioni, adepti smarriti profani gelosi, i beat, i freak, i Guru, gli istrioni” e poi canti “la colpa è di tutti tranne nessuno”. Questo testo mi fa un po’ pensare alle maschere di Pirandello, al fatto che nella commedia della vita alla fine tutti facciamo una parte. Scrivere questo pezzo ti ha aiutato a strappare via la tua maschera?
- Sì il testo è nato velocissimo, è stato proprio un flusso di coscienza legato fondamentalmente al fatto che è sempre colpa di qualcun altro. Quando qualcosa non va bene dobbiamo scaricare la colpa sugli altri e trovare per forza un capro espiatorio, mentre invece ci sono delle dinamiche più complesse, siamo tutti attori in questa commedia, ognuno fa la sua parte, ognuno magari ha una piccola parte di colpa o nessuno ha la colpa. Bello il paragone con Pirandello. 
- Passiamo alla parte legata alla produzione dell’EP. Com’è lavorare con Federico Dragogna come produttore?
- Federico è una persona che ti mette completamente a tuo agio, sembra di conoscerlo da una vita anche se magari lo conosci da mezz’ora perché si interessa a quello che vuoi dire, rispetta sempre quella che è la tua visione della musica, mentre capita che in altri casi è il produttore che detta le regole e tu devi adattare le tue canzoni, il tuo sound al suo modo di lavorare. Con Federico è esattamente l’opposto, lui ti prende per mano e ti accompagna nel percorso. Mi trovo benissimo e infatti è il secondo lavoro che faccio insieme a lui. 
- Quindi diciamo che non vuole fare lui l’artista, asseconda anziché sostituirsi. 
- Assolutamente. Poi per me registrare un disco, entrare in studio è un po’ come andare al Luna Park. Sono abituato a fare sempre tutta una preproduzione al computer da solo e manca il confronto con gli altri. Ormai ho imparato a fare un po’ di tutto, batteria, basso, chitarra, voce. Quindi le canzoni sono finite ma ho sempre bisogno della controparte, di qualcuno che magari mi aiuti a capire meglio come qualcosa possa funzionare. Con Federico facciamo molte chiacchierate e lui non mi dà mai la risposta a niente. Poi abbiamo un modo di lavorare molto veloce. Questo disco lo abbiamo registrato a Milano nella saletta dei Ministri. Io arrivo già con il materiale pronto, facciamo una prelavorazione a distanza e poi focalizziamo tutto in pochissimo tempo. 
- L’EP è un “Lato A”, quindi c’è da attendersi a breve ragionevolmente un “Lato B”. Parliamo un po’ dell’affezione al formato fisico della musica. Chi come te ha questo approccio in genere considera la musica come un oggetto materico che si deve poter toccare, vivere.
- Assolutamente. Infatti arriverà poi un vinile. Da ascoltatore ho sempre bisogno del feticcio che mi faccia sentire più vicino all’artista. E poi mi piace vedere anche come vengono interpretate a livello grafico le cose, devo toccarlo, vederlo il disco. Con Blackcandy abbiamo provato a dare noi i tempi perché ormai, soprattutto per gli artisti piccoli, quando esce un disco si esaurisce tutto in una settimana. E’un modo di fruire la musica talmente veloce che, se si pensa a tutto il processo creativo che c’è dietro, il costo umano, il costo monetario, poi nel momento in cui esce il disco si brucia in tempi velocissimi. Quindi abbiamo provato a dire “ok facciamo così, facciamolo uscire a pillole”, pensando ad un vinile che poi arriverà, intanto sveliamo un “Lato A” e un “Lato B”. In questo modo abbiamo dodici mesi per parlarne, per la promozione. 
- Ricordi quanto era bello quando avevamo in mano il CD in cui c’era il booklet che aprivi e trovavi le foto della band fatte bene, i testi delle canzoni, i crediti da cui potevi risalire a chi aveva curato ogni aspetto, anche i ringraziamenti. Che dici, non era una fruizione della musica molto più vera?
- Assolutamente, sono felice di far parte di quella generazione che ha goduto di una fruizione più lenta della musica, leggere il libretto, seguire i testi, ascoltare e anche farselo piacere a volte il disco. Parlavo recentemente con un mio amico di quando compravi un album perché qualcuno te lo raccontava come un bel disco, lo acquistavi e magari non ti piaceva subito, però avendoci speso lo riascoltavi tante volte e poteva anche diventare uno dei tuoi dischi preferiti. Invece oggi con una fruizione così veloce se dopo trenta secondi un brano non è di mio gusto faccio skip. Ci sono invece degli album che ho fatto fatica appunto a capire e che oggi adoro. 
- Forse il fatto di non dover più fare l’investimento, spendere per l’acquisto ed avendo un costo flat per l’ascolto sulle piattaforme dove puoi trovare di tutto, ogni genere, non c’è un reale investimento nella musica. Tu come consideri questa fruizione più passiva?
- Sì esatto non lo giustifichi poi quell’investimento. Perché quando spendevi trentaduemila lire per il CD e poi non era quello che ti aspettavi lo ascoltavi comunque tante volte prima di ripensarci. 
- Qual è il CD che per te all’inizio era inascoltabile e che poi ha cambiato faccia nel tempo diventando uno dei tuoi preferiti?
- Ne ho un po’ in verità, ad esempio per “Mellon Collie” degli Smashing Pumpkins è stato così. Io ero molto fan dei Nirvana e mi ricordo che al parco tra gli amici con cui ti trovavi c’era quello più grande che diceva “devi ascoltare assolutamente Mellon Collie”. Un doppio CD che ricordo non mi sembrava finire mai perché era strano, la voce era strana, il suono della chitarra era strano per me in quel momento. A distanza di tempo riascoltandolo è un’opera incredibile, mi piace da morire tuttora. Oppure in un altro caso è stata una musicassetta dei CCCP. Avevo dodici anni ed ero con un amico che era fissato e che me ne parlava sempre, così lo ascoltai e dissi: “Ma che cos’è questa roba?”. Io ascoltavo tutto il punk rock americano, musica veloce, frizzante, mentre per me i CCCP erano difficili, testi impegnati, solo dopo anni li ho adorati. 
- Forse essendo stato tu così giovane si trattava di un ascolto troppo pesante, non immediato, con significati non superficiali, insomma avresti dovuto avere un certo fisico per reggere quel tipo di musica.
- Esatto, se fosse stato un ascolto su Spotify magari si faceva skip e addio. Mentre oggi mi porto un bagaglio musicale con dei punti di riferimento. 
- Ultima domanda. Mi hai detto che sei un polistrumentista perché in preproduzione suoni tutti gli strumenti. Tu come nasci, come chitarrista, cantante? Qual è stato il tuo punto di partenza?
- Io ho suonato la chitarra e a volte mi sono avventurato con il basso, poi dieci anni fa ho avuto una neuropatia che mi ha impedito di suonare la chitarra e mi sono trovato a dover essere a casa con problemi di mobilità, ho perso il lavoro ed ho avuto molte vicissitudini legate a questa malattia. Allora ho deciso di utilizzare la musica come mezzo attraverso cui tirare fuori le emozioni. Non potendo suonare la chitarra ho sfruttato l’opportunità che ti dà la tecnologia oggi di suonare come una band. Con un computer ho utilizzato i programmi per suonare tutti gli strumenti, tutti quelli che volevo. Quindi le parti di chitarra all’inizio sono in MIDI, non sono suonate. Un po’ mi porto dietro quel sound, ad esempio anche in questo ultimo disco le batterie sono tutte non suonate anche perché comunque mi piace portare avanti questa caratteristica del progetto. Poi ci sono delle parti che Federico mi risuona. 


 “Fango (lato A)” di Suvari è un viaggio sonoro nel fango dell’anima, dove ogni passo affonda e risale, trasformando ansia, contraddizioni e paure in un’energia che pulsa, danza e alla fine illumina.
 

domenica 5 aprile 2026

IACAMPO - PREGHIERE CONTEMPORANEE - RELIGIOSAMENTE LAICO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Religiosamente laico. Il nuovo album “Preghiere contemporanee” di Marco Iacampo, cantautore veneto in arte semplicemente IACAMPO, è punteggiato di espressioni di una religiosità più vissuta che non devozionale. L’album trascende il nostro quotidiano per arrivare a qualcosa che va oltre il campo visivo umano. Il disco si apre con “Mondo parallelo”, pezzo in cui sembra di camminare a piedi nudi sull’erba per godere di una giornata di pieno sole. La chitarra carezzevole si intreccia con gli archi e una voce femminile a sottolineare come il mondo parallelo sia l’amore, quel “paradiso che nasce in questo putiferio”. “F.A.R.O.”, singolo di lancio, è quella luce che ci illumina salvandoci dall’ossessività delle nostre preoccupazioni. “Anima piena” si muove tra un afflato quasi gospel e il bisogno di un po’ d’amore. In “Il regno” la ricerca della mappa per trovare una soluzione ai mille dubbi che lo attanagliano fa del Re una persona comune che vaga come tutti alla ricerca di un senso da dare alla propria vita. Penultima traccia dell’album, “Come due cuori” gode di un arrangiamento più ricco e nel testo esprime il senso di reciprocità perché l’amore è ricambiare, servire chi ci serve, accettare che in petto battano due cuori, lasciando spazio al libero arbitrio, al fatto che uno dica sì e l’altro dica no. Chiude il lavoro “In tutti i miei guai” che riassume molti temi portanti dell’album come la fiducia in una luce che ci possa guidare fuori dalle secche dei nostri guai e una chiave che apra finalmente la nostra porta interiore.
Abbiamo intervistato IACAMPO approfondendo non solo i temi dell’album, ma confrontandoci anche su tematiche alte come l’affrontare la vita.


- Oltre che uno chansonnier ho letto che sei anche un disegnatore e un pittore. Qual è per te il senso di comunicare l’arte?
- Non è proprio un comunicare, ma giocare, nel senso che ha la stessa natura. Durante un gioco il bambino alla fine si perde nel gioco stesso. La comunicazione fa poi parte della persona, acquista un contesto e la persona sa che, in qualche modo sta parlando al mondo. Però direi che la caratteristica principale di entrambe le cose è proprio il gioco che unisce queste due discipline. La parte comunicativa è una parte problematica, per certi versi puri non necessaria, per altri versi legati alla soddisfazione, al lato egoico, di amore, di soldi invece è necessaria. 
- Nel brano “Anima piena” cerchi un po’ d’amore dipingendo il paradiso. In questo verso fai quindi richiamo alla tua espressione artistica come pittore. Hai mai pensato di fondere insieme tutte le tue forme espressive dando vita, anziché a concerti tradizionali, a installazioni multimediali tra arti visive e musica che costituisca un’esperienza diversa per gli spettatori rispetto al classico concerto standard?
- Potrebbe essere divertente, in realtà non ci ho mai pensato anche se le due arti sono spesso fuse, nel senso che un po’ si passano il testimone, quando mi occupo di musica poi difficilmente mi occupo di arte. Però quello che succede tra di loro è che nelle varie espressioni scopro delle cose di me. Magari non sono abituato, quando per esempio faccio musica ad esprimere il mio corpo, la mia persona in certi ambiti. Magari sono in un cerchio chiuso di ispirazioni musicali e altri aspetti che possono essere per esempio sessuali, non vengono espressi. Poi succede che nella pratica della musica queste cose vengano fuori. La parte animale per esempio la frequento molto nel disegno. E queste cose mi ritornano come espressione di me. E in effetti una installazione potrebbe essere una sorta di IACAMPO tour.
- “Preghiere contemporanee” dal punto di vista musicale è un album che dosa attentamente gli strumenti, l’uso delle voci. Per te quanto è importante che la musica non sia invadente, ma amica dell’ascoltatore? 
- Più che dell’ascoltatore deve essere amica della canzone. La canzone, almeno nel mio caso, si regge su pochissimi elementi, ovvero la voce e lo strumento con cui l’ho scritta e con cui armonizzo la melodia vocale. Quindi spesso la scelta è di mettere pochi strumenti e lasciare il più possibile intatto il momento in cui tutte le cose quadrano e dico “ok la canzone è chiusa”. E’difficile che l’arrangiamento sposti la canzone, anzi non succede mai. Per cui ti direi che il modo in cui arriva all’ascoltatore dipende da questo tipo di relazione. Anche in “Preghiere contemporanee” è stato tutto calibrato in modo da non “coprire” la scrittura su chitarra. Questo disco, come alla fine anche gli altri, sono nati su chitarra classica.
- A proposito della tua formazione come chitarrista, tu nasci quindi come chitarrista classico? Hai una formazione di tipo accademico o da autodidatta?
- E’ un aspetto interessante perché amo quello strumento profondamente, però è un percorso tortuoso come è un po’ il mio percorso musicale, è una cosa che viene proprio un po’ da bambino. Anche se ho iniziato con il pianoforte è durato molto poco, qualche mese e poi sono andato dal figlio dell’insegnante di pianoforte per studiare chitarra classica, ma anche lì è durato qualche mese perché in realtà volevo fare le canzoni, che è una cosa che mi prendeva fin da piccolino. Dal mio insegnante ho imparato il fingerpicking che mi sono portato dietro tantissimo. E’raro trovare un insegnante che insegni a un bambino di 10 anni il fingerpicking, ma mi ha aiutato a scoprire tanti tipi di musiche. Poi ho suonato le chitarre acustiche, le elettriche e mentre stavo componendo “Valetudo” ho detto io voglio meno peso possibile, avevo cominciato ad ascoltare moltissima musica con la chitarra classica e ho ancora quella chitarra lì, una Alhambra e sono fisso su quella, mi piace molto.
- La tua Lucille quasi. 
- Sì esatto è un po’ così, oppure un po’ la Trigger di Willie Nelson. 
- Bello. Nella tracklist dell’album ci sono alcuni brani che fanno richiamo alla religiosità, che penso non voglia dire “attenzione aderisco a una certa religione e sono praticante”. Più che altro quali sono secondo te i motivi per cui un uomo ha sempre bisogno di credere in qualche cosa di altro, qualcosa di superiore nel senso di superare, andare oltre?
- Succede che molte volte non ha altra via. Ci sono dei momenti nella vita in cui davvero vedi che non hai risposta su alcune cose ed è automatico affidarsi a un’entità superiore. In quel momento hai una sorta di presentimento di qualcosa che ti contiene e che ha una risposta. Da questo tipo di dialogo che fa parte dell’uomo nasce una relazione e da quella relazione nascono delle necessità, che molte volte sono necessità pratiche, linguistiche, che poi si traducono in pratiche più o meno religiose. Cerco con la poesia e l’arte di sospendere il discorso, di non definire con quelle che sono proprio delle religioni il rapporto, il linguaggio o addirittura i dogmi. Con l’arte si sospende il discorso per far sì che il rapporto sia personale con la divinità.
- Parliamo un po’ di “Mondo parallelo”. L’amore è questo mondo parallelo, un paradiso che nasce in questo putiferio. Dato che siamo oppressi ogni giorno da ansie, preoccupazioni, necessità di essere performanti, qual è per te l’importanza di sapere di poterti rifugiare in questo mondo parallelo?
- E’ fondamentale, anche perché non sempre è un rifugio, però è sempre comunque una cosa necessaria. E’un po’ come stare con un piede da una parte e uno dall’altra. Non sono un bravissimo praticante dell’amore, anzi sono un principiante per cui credo che fare un passo di qua e un passo di là sarebbe già tantissimo. Mi aiuta a muovere entrambe le parti del corpo. 
- Il singolo “F.A.R.O.”. Innanzitutto essendo puntato è un acronimo e quindi ho la curiosità di capire per cosa stia.
- Questo non si può dire, fa parte delle cose che tengo per me. 
- Il Faro invece come luce è quello di cui abbiamo bisogno per affrontare la vita, le paure e le preoccupazioni che abbiamo? Il nostro faro è in noi o sono gli altri cui dobbiamo appoggiarci?
- Un faro quando si accende illumina tante cose, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e cose anche non sempre facili da accettare. Nel testo scrivo “non basta una canzone che consola”, “la mamma ha paura dell’ignoto” e le cose per adesso sono così. Quindi credo che il faro, da qualsiasi parte giunga ha bisogno di un grande livello di accettazione e secondo me se non crediamo che tutto questo che sta succedendo abbia un senso, un valore che non sta nel campo del giusto o dello sbagliato, probabilmente abbiamo paura di tutto quello che il faro può illuminare. Per cui credo che questo faro potrebbe essere una forma di coscienza. 
- Invece nel pezzo “Il regno” ci sono questi personaggi, il Re, Silvia che poi si rivela essere la Regina, che hanno perso la strada. Come possiamo interpretare la mappa del nostro regno?
- Il regno è qualcosa che ci unisce in realtà, come dire che quando arriviamo a una forma di coscienza o di amore è come se riuscissimo a raggiungere una sorta di campo unico, di regno unico, che già nella sua ricerca può manifestare i suoi segni. Infatti dico sempre in un’altra canzone di girarsi verso quella cosa e poi è lei che ti trova. In questa canzone, “Il regno”, ci sono queste due figure che non trovano più la strada e la cercano personalmente. Quindi si riflette un po’ il modo in cui cerchiamo tutti quanti la nostra strada, soprattutto in questa società che ti chiede di trovare te stesso. Invece la soluzione della canzone in realtà è scoprire che il regno è qualcosa che appartiene a chi vi accede. Per cui non c’è più una mappa ma soltanto la condivisione di un posto che è unico. Questo è il senso, anche un po’ sociale di questa canzone, parla di qualcosa che va oltre questo momento di ideologia storica.
- In “Come due cuori” si parla di come dentro di noi convivano molte anime in contraddizione tra loro. E’da queste contraddizioni che, secondo te, nasce la nostra ricchezza interiore?
- Ma certo. Gesù diceva “che i tuoi sì siano sì e i tuoi no siano no” e secondo me è una cosa molto importante, cioè capire quanto nell’amare è bello quando scopriamo davvero l’attinenza dei nostri sì e dei nostri no, per quanto siano in contrasto con l’essere accomodanti, con l’appartenere a qualcosa. Quando appartieni a una cosa di solito devi dire sempre sì o sempre no. La ricchezza sta nei nostri sì e no e anche nel “forse” che mette tanta paura perché alla fine è un “non lo so”.
- Nell’ultimo brano “In tutti i miei guai” canti “c’è una luce in tutti i miei guai”. Nel male alla fine bisogna imparare a vedere sempre la parte buona?
- Non è male tutto il male, non è bene tutto il bene, non arrivano in termini univoci, è univoca la nostra percezione del bene e del male, quindi c’è una possibilità di svuotamento qualsiasi cosa arrivi. Non solo nel male c’è il bene ma anche nel bene c’è una forma di male. Riferendoci alla cultura Zen si dice che successo e disgrazia hanno la stessa importanza per l’uomo, soprattutto se si immedesima negli eventi della vita. Nonostante sappiamo queste cose continuiamo a soffrire. Non c’è modo di uscire da quello che si prova, però credo che sia importante anche definire qual è la verità delle cose.
- Parliamo ancora del pezzo “I tuoi occhi, i miei occhi”. E’ un racconto in terza persona come molte canzoni classiche, penso a un brano come “Alice” di De Gregori. Come cambia la tua prospettiva quando scrivi di te mettendo quindi al centro del brano il tuo io piuttosto che parlare da un punto di vista esterno, in terza persona?
- E’interessante perché poi alla fine le due cose si intersecano. E ti accorgi quanto anche qui quello che cogli di un paesaggio, come in questa canzone, in realtà riguarda una tua selezione, un tuo racconto delle cose. Quindi non c’è un vero confine tra il me e quello che succede al di fuori di me. Questo tema per esempio nel disco “Blood on The Tracks” di Dylan è molto presente. Lui aveva imparato a dipingere dal pittore Norman Raeben e i dipinti di Dylan raffigurano delle città in cui non ci sono dei confini delimitati tra la città stessa, i personaggi, le macchine che passano e Dylan attraverso questa pratica con il suo maestro era riuscito anche ad andare oltre questi confini. In questa canzone ho provato a far vedere come un contesto, raccontato fino in fondo, solo per negazione poteva rappresentare quello che stavo provando. 
- In cosa individui la tua cifra stilistica che ti distingue dai migliaia di cantautori in circolazione?
- Credo di essere il migliore a fare la spaccata. Nel senso che per mia natura e per mia storia credo di essere tra i migliori a mettere un piede nel passato e uno nel futuro. Questa è la spaccata.


“Preghiere contemporanee” è un album che, grazie al potente medium della musica, cerca di avvicinarsi a quella dimensione che va oltre l’umano per ritrovare il senso autentico della vita. E forse questo senso è la vita stessa.

venerdì 3 aprile 2026

GLI EDVIGE E IL LORO DISCO D'ESORDIO - "CAROGNA" RECENSITO DA IRIS CONTROLUCE PER #GLORYBOX


Stendhal scrisse che l'amore è un fiore delizioso e che bisogna avere il coraggio di coglierlo anche sul bordo di un precipizio.
Nella recensione di oggi, parleremo di amore, di una passione viscerale che malgrado le avversità resiste al trascorrere del tempo. Questo sentimento riguarda principalmente la musica e a raccontarcene le sfaccettature sono gli Edvige con il loro disco d'esordio "Carogna". L'album è uscito in concomitanza dell'equinozio di primavera, quando giorno e notte hanno quasi la stessa durata. E' un momento di equilibrio cosmico tra luce e oscurità, interiorità ed esteriorità.
La natura si ridesta e la musica è evidentemente il fiore della band milanese: amare profondamente il processo di scrittura e di arrangiamento li ha portati a prendersi cura di una decina di canzoni, i cui testi sono interamente ad opera del cantautore Yuri Beretta.
Si tratta a tutti gli effetti di un collettivo che si è riunito in sala prove per condividere la propria emotività, il proprio bagaglio culturale ed esistenziale al servizio della stesura di brani, dell'improvvisazione strumentale e di nuove forme per esorcizzare solitudine e tormento interiore.
Preparatevi dunque ad un viaggio iniziatico e ad abbandonarvi ai sussulti che l'alternarsi di leggerezza e profondità vi trasmetteranno.
Pur trattandosi del primo album, la band meneghina è composta da musicisti di grande qualità che hanno maturato una lunga esperienza in ambito artistico (Genialando Minimamente, Histoir d'O, Psycho soul).


"Carogna" è il protagonista di tutte le canzoni: si tratta di un ragazzo che riconosce la sua controversa propensione al deterioramento, all'autolesionismo. Diventato adulto sta imparando a conoscersi, a leggere e ad accettare i propri chiaroscuri, nel dolceamaro processo di maturazione che conduce ad imparare che la compassione è un esercizio quotidiano, uno strumento da utilizzare sia nei confronti degli altri che di se stessi.
Con diversi dischi alle spalle, Yuri Beretta, nel corso degli ultimi 20 anni ha dimostrato di saper trasformare e sublimare ogni sua esperienza personale in versi ispirati e sinceri.
La band degli Edvige, lo accompagna in questo cammino adornando i brani con virate intense, oniriche e ricche di inquietudine, inerpicandosi in armonie talvolta tese e dissonanti, votate
principalmente alla creazione di un linguaggio del tutto personale, alla sperimentazione e alle contaminazioni di genere.
Se le nostre anime fossero composte d'acqua, la nostalgia del disco si depositerebbe sul fondo insieme al pop, al rock, alla poesia noir, ad una discreta quantità di (salvifica) ironia, ai testi visionari e intimisti di Yuri Beretta, alle sognanti armonie dei suoi intrecci vocali con Giorgia Olivieri, ai suggestivi arpeggi chitarristici di Massimo Ferrò e Sandro Buzzecchi e alla ritmica trascinante affidata al batterista Lele Perego, al bassista Emiliano Tanzi e al sax di Stefano
Colombani. Partendo sempre dalla nostra ipotesi precedente, dall'insieme di tutte queste componenti riemergerebbe in superficie una materia plasmata e inevitabilmente modificata.
Le canzoni seguono perfettamente l'evolversi altalenante e turbolento dell'emotività degli strumenti e del groviglio di pensieri dell'autore delle liriche.
Un esempio concreto del potenziale di questo processo creativo è il brano "Danza macabra" (ispirata all'affresco di Clusone) in cui si affronta il tema della morte che in più di un'occasione ha pesantemente toccato in prima persona il cantautore milanese.
La canzone ci ricorda che la vita è cambiamento e che è proprio il suo movimento ciclico a dare senso ed importanza all'esistenza.
La ricerca di un comune sentire è evidente: si tratta di una forma per scacciare la paura, per ricordare a noi stessi la caducità della vita, di essere tutti destinati ad una sorte comune e che non ci dovremmo mai dimenticare di dare valore al tempo che abbiamo a disposizione.
"Danzando felici, lasciate l'angoscia fuori da qui. Io sono il passaggio, la porta l'abbraccio solerte, mi chiamano morte. Ogni giorno che passa, anche se non volete, sono io la regina, per ognuno divoi",
In "Datemene ancora", viene introdotto il tema della sregolatezza, della dipendenza e del circolo vizioso che porta alla ripetuta violenza autoinflitta.
La consapevolezza di farsi del male, ci vede impotenti di fronte all'esigenza di soddisfare bisogni immediati (di qualunque natura essi siano).


Nell'album sono presenti anche canzoni pop come "Alienato" che mantengono un approccio ironico pur conservando uno spessore di fondo (si discorre del paradosso del sentirsi combattuti tra il
desiderio di mescolarsi agli altri e il restarne distaccati per non essere travolti dalla propria vulnerabilità).
Tra i brani più riusciti troviamo "La notte", che tratta della ricerca di condivisione con gli altri per poter sfuggire alla solitudine. Ricerca che per l'autore si rivela purtroppo vana.
In "Autobomba" si racconta di quando a volte l'amore possa diventare così esplosivo da farci saltare in aria. Si fa leva su un testo che trasuda allusioni, controsensi, ironia (a partire dal sax che emula
spassosamente il suono del clacson).



Mantenendosi a metà strada tra introspezione, sarcasmo, doppi sensi, follia, istinto e anticonformismo, per mezzo di questo album d'esordio, gli Edvige sono riusciti a fare leva sugliostacoli della propria esistenza per librarsi verso nuovi orizzonti.
Ci auguriamo che questi li conducano a produrre ulteriori dischi.
"Forma e sostanza", citando Giovanni Lindo Ferretti. Assolutamente sì, ma con una squisita attitudine punk, aggiungerei io.
Potrete vederli dal vivo il 1° giugno a Milano al CIQ, Centro Internazionale di Quartiere (zona Corvetto).
 

domenica 29 marzo 2026

DISTORCE - QUANDO ARRIVA L'ALBA - LA MIA GENERAZIONE NON PERDERA' - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Un piccolo tesoro emotivo dimenticato. “Quando arriva l’alba”, secondo album del cantautore bergamasco Distorce è un disco nato un po’ per caso. Il suo autore infatti aveva registrato 7 brani di getto nel giro di pochi giorni, voce e chitarra in presa diretta a tracciare la rotta di un folk minimalista e l’urgenza di fissare pensieri e emozioni. Quei pezzi erano poi rimasti sepolti nella mole di dati di un hard disk fino a quando, facendo pulizia informatica, l’autore e le sue canzoni si sono ritrovati. Riascoltandole Distorce si è reso conto di quanto fossero ancora attuali ed ha deciso di pubblicarle praticamente così com’erano nate, perfette nelle loro imperfezioni. L’incipit dell’album “1800 m slm.” è l’unica traccia del lavoro in cui compare una batteria ad accompagnare il suono acustico carezzevole della chitarra. La vita, anche se di merda, si vive meglio se si è in due perché “siamo perfetti e te sei bellissima”. In seconda posizione “Cresta punk” è amore sulle soglie della guerra e contiene una citazione quasi involontaria, come ci ha spiegato l’autore, di “Anna e Marco” di Lucio Dalla, che è tra le sue maggiori fonti di ispirazione. “La mia generazione” si apre con il piede che batte il tempo di un pezzo cantautorale impegnato sulla necessità di non arrendersi mai alle cadute rialzandosi per continuare sempre a cercare qualcosa che vada al di là del puro interesse economico. “Lo rifarai” gioca sul contrasto tra una forma canzone melodico malinconica e la vibrante denuncia di un mondo ormai perso nella propria fredda insensatezza. “Per superare l’inverno" è un dialogo ermetico da cui affiorano demoni interiori “e altri danni irreparabili”. “Spam” rivendica il proprio riscatto emotivo come percorso di consapevolezza interiore. A chiudere l’album, “Vetro” poggia su una chitarra lievemente distorta che accompagna un testo grondante di immagini dolenti e pentimenti.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Distorce per mettere meglio a fuoco i contenuti di “Quando arriva l’alba”.



- Sulla copertina dell’album sono ritratte le montagne e quello che sembra essere un amplificatore. In più il titolo del brano di apertura dell’album è “1800 m slm.”. Qual è il legame tra il disco e la montagna?
- Il legame c'è ed è forte. Sulla copertina in sé con la mia grafica abbiamo lavorato sostanzialmente per rappresentare ogni brano con un’immagine. Quindi c’è questa dualità tra immagine e brano in cui ci si può in qualche modo rispecchiare. Con la montagna ho un rapporto profondo e intimo è sempre stata parte della mia vita, di me sia a livello ludico come passione, sono una persona cui piace molto stare all’aria aperta, arrampico, mi piace proprio muovermi in questi ambienti. E poi mi ci ritrovo anche come metafora. Alcune cose accadono solo lì, in montagna, lontano da alcune cose che evidentemente non mi si addicono troppo giù in città. Pur abitando in città, a Bergamo, la montagna ha sempre avuto un grande legame con me. In un certo senso è un rifugio.
- L’album per curiosità è stato registrato in montagna o a Bergamo o comunque in un altro contesto?
- No l’album non è stato registrato in montagna e anzi ha avuto una genesi molto particolare perché ero impossibilitato ad uscire e quindi per tre o quattro giorni mi sono rintanato in casa e guardando un po’ fuori dalla finestra a cercare ispirazione. Ho buttato giù queste bozze di brani che sono rimaste più o meno quelle che si sentono nel lavoro. 
- Quindi non hanno avuto un’evoluzione, non sono state necessarie molte take, è stata “buona la prima”.
- Sì perché in realtà non avevo nemmeno l’idea di farlo uscire, di lavorare su questi pezzi in modo definito, preciso, anzi era una situazione in cui ero in casa, avevo questa esigenza di fissare non solo sul telefono, dato che le registrazioni non sono mai perfette, ma su un dispositivo più congruo e ho registrato praticamente in 2 o 3 giorni tutti i pezzi. Ho fatto tutto con calma, ho registrato e poi, in realtà, i pezzi sono rimasti lì, non li ho praticamente più ascoltati per un anno. Poi è successo che sistemando un po’ di lavori, di cose nel mio hard disk sono saltati fuori, li ho riascoltati e ho capito che a distanza di un anno volevano ancora dire qualcosa, erano successe cose nel frattempo che mi hanno dato ancora di più la voglia di farli uscire, buttarli fuori. Ho fatto pochi ritocchi, ho aggiustato un po’ il master, pulito due cose.
- In “1800 m slm.” c’è un verso che si riallaccia al primo brano del tuo album precedente del 2024, ovvero in entrambi i casi canti la strofa “la vita è una merda”. Quali sono, secondo te, gli aspetti più merdosi della vita, quelli su cui non ci si può proprio trattenere? 
- Ci sono tanti aspetti merdosi, poi ovviamente ognuno ha i suoi. Penso che sia lampante consultando una testata giornalistica, accedendo a Instagram, guardando qualche contenuto di pseudo informazione quello che accade nel mondo e come stiamo sostanzialmente chiudendo gli occhi su tutto. Non parlo solo di guerre, ma più in generale. C’è una decadenza culturale, sociale a mio giudizio veramente preoccupante. Questo comunque non vuole essere disfattismo, una presa di coscienza pessimistica della vita in sé. Vuole essere un punto di partenza, dire “ok la vita è questa, ci sono queste cose che non vanno”, ma ci possono essere altri modi per evolvere, per far andare meglio le cose, per avere più consapevolezza, un po’ più di attenzione, di gentilezza. Cercare di essere persone migliori. Secondo me il modo per migliorare c’è, il modo per cambiare le cose c’è.
- Il tuo stile di scrittura è caratterizzato da versi spesso diretti, di denuncia del modo in cui viviamo. Possiamo definire il tuo come un album “politico”, tra virgolette, non nel senso di schierato da una parte o dall’altra, ma di partecipazione alla vita della polis, della città, della società?
- Assolutamente sì, nel senso che personalmente penso che l’arte se così vogliamo chiamarla, il contenuto che uno porta, che si tratti di musica, di letteratura, di pittura sia un atto politico, in qualche modo bisogna prender posizione, è inevitabile secondo me, altrimenti si racconta il nulla, si fa solo tanto rumore, tanto suono che esce da una cassa ma che poi non dice niente. Quindi sì sicuramente ho scritto sempre cose che sentivo, che avevo l’urgenza di dire. Questo potrebbe essere anche un limite perché si avverte, non è sicuramente musica per far ballare, però credo anche che ci possa essere una lettura, una profondità nelle cose che si fanno che vada un po’ oltre il rumore.
- Andiamo ad analizzare un po’ i singoli brani. “Cresta punk” con la citazione di “Anna e Marco” di Lucio Dalla. Quindi esce fuori un punto di riferimento penso importante nel tuo universo musicale. Quali sono i cantautori che ti hanno fatto dire “voglio diventarlo anch’io”?
- Sicuramente Dalla è tra i miei preferiti. Tra l’altro questa citazione è uscita fuori di getto, l’ho scritta in una frazione di secondo e non mi sono neanche accorto che era sua, poi riascoltando il demo mi sono accorto che questa frase l’avevo già sentita da qualcuno più importante di me (ndr ride). Quindi è una cosa che mi è rimasta attaccata dentro, questo verso di una canzone pazzesca, secondo me bellissima. Dalla aveva la capacità di raccontare delle storie con un filo narrativo lucidissimo senza però tralasciare le metafore, l’uso della parola ricercata, poetica. Trai i cantautori che mi sono sempre piaciuti c’è per esempio Rino Gaetano, che anche lui trovava sempre un’urgenza espressiva, politica fortissima. Ultimamente sto anche rivalutando qualcosa di De Gregori e poi sono molto appassionato della scrittura di tutto quel mondo che riguarda il Consorzio Suonatori Indipendenti, loro sono anche sicuramente una grande influenza, un importante riferimento cui ogni tanto butto un occhio, un orecchio. 
- Nel caso dei C.S.I. direi forse più dal punto di vista del pensiero più che non del suono.
- Certo sicuramente. 
- Invece “La mia generazione” è un ritratto sulla capacità di cadere e di rialzarsi, di guardare oltre le cose materiali. Innanzitutto la tua generazione è quella dei…?
- La mia generazione è quella dei 26 anni. 
- Pensi che per la tua generazione sia il momento di dire basta a quello che deturpa la nostra povera patria?
- Penso che non sia semplicemente il momento, ma che sia doveroso. Torniamo sempre al concetto di presa di posizione, vedo come vanno le cose in questo mondo, in questa vita di merda però faccio anche in modo che le cose cambino. Cerco di rendermi voce, mi espongo sicuramente. Quindi direi se non noi chi altri? Quelli più giovani arrivano da un altro contesto e sono forse in qualche modo ancora più rassegnati, mentre quelli più vecchi della mia generazione vanno inevitabilmente verso un’altra fase di vita, hanno meno energie, anche meno possibilità. Noi nel mezzo ci troviamo in questa fase di età particolare per tanti aspetti, che penso coincida meglio con una maturità di pensiero, elasticità e anche forza fisica e di intenzioni. Quindi sì auspico che possa esserci una generazione promotrice di un cambiamento. 
- Invece in “Lo rifarai”, che è anche qui un brano che riassume molti temi dell’album, ci sono dei versi che mi hanno fatto venire in mente delle inchieste giornalistiche lette nel passato. I versi che dicono: “i bimbi ribelli sono casi difficili da addomesticare”. Volevo riflettere con te su questo. Mi sono venuti in mente i bambini della cosiddetta “generazione Ritalin”, quei bambini che, soprattutto negli Stati Uniti, venivano trattati con un farmaco nato per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) per essere sedati indiscriminatamente in modo da renderli più docili e in qualche modo addomesticati. Perché l’essere umano è così egocentrico da non rispettare nemmeno i bambini?
- Perché l’essere umano sia così egocentrico non te lo so dire, nel senso che se non lo fosse forse tanti dei problemi che ci sono nel mondo non ci sarebbero, forse a parte il male, l’egoismo, la povertà culturale che penso siano proprio parti intrinseche della nostra anima, del nostro subconscio più oscuro. Sicuramente queste casistiche, questi bambini ribelli, persone ancora non persone, questi giovani sono poi sostanzialmente i primi a subire tutte le ingiustizie, le angherie di una generazione più vecchia, dei genitori, dei nonni, di retaggi antichi che si ripercuotono su di loro. Forse manca spesso anche un filo conduttore tra le generazioni che le faccia mettere a un tavolo e parlare, dialogare. Questo perché se i bambini sono così c’è da chiedersi perché lo siano diventati. E’troppo facile appunto zittirli, addomesticarli. E’un modo per fuggire dalle proprie responsabilità. 
- Il disco si chiude con “Vetro”. Qual è il rapporto tra amore e tempo?
- In realtà non lo so, nel senso che sono sempre più convinto che l’amore non esista e si costruisca. Esistono sicuramente il sentimento, l’amore iniziale ma poi è tutto una costruzione, senza la costruzione non esiste l’amore e la costruzione avviene per forza nel tempo. Quindi la costruzione è fatta sicuramente di profondità, di approfondimento e di tempo dilatato. Nel breve tempo, in una prospettiva superficiale credo che il termine amore sia sbagliato. Penso che l’amore si allacci, che abbia un legame profondo con il tempo, che in questo senso possa esserci un tratto di unione tra i due temi. 
- “Spam” è un brano con un titolo curioso. Riflettendo su cosa intendessi dire ho pensato che forse è perché dietro le mail di spam non c’è nessun contatto umano reale, si tratta di invii automatici, generati artificialmente. E’una canzone per denunciare il lato inesistente della realtà?
- In qualche modo sì. Le canzoni faccio sempre fatica a spiegarle perché spesso sono più che altro immagini che si uniscono, si incastrano e poi alla fine danno vita ad un pezzo intero. Effettivamente come dici è una presa di coscienza, una disillusione su quello che c’è e forse anche qualche sogno che si modifica rispetto a quello che avevo immaginato. I titoli dei brani, degli album faccio abbastanza fatica a darli, ci medito tantissimo tempo, poi magari invece impiego due minuti a scrivere la canzone. Questo titolo in particolare è venuto invece spontaneo perché è nato dalla prima strofa del brano in cui dico “me ne vado in cerca di qualcuno che risponda alle mail”, perché rispecchiava e ancora in parte rispecchia una fase di vita, di lavoro, professionale e anche di musica in cui ero come imbottigliato in mille mail cui nessuno rispondeva, nessuno come si dice comunemente mi cagava. Da quella prima strofa è poi nato tutto il pezzo. 
- Trovo affinità, fatte le debite proporzioni, dato che il tuo album è stato registrato completamente in presa diretta, tanto che hai lasciato ad esempio il rumore del piede che batte il tempo, tra questo disco e “Canzoni da spiaggia deturpata” di Vasco Brondi Le luci della centrale elettrica. Ti riconosci in questo parallelismo?
- E’un paragone che anche in passato mi è stato proposto e devo dire che per la verità non mi riconosco totalmente nel senso che capisco che possa essere un facile raffronto in quanto le canzoni le scrivo chitarra e voce, mi piace molto la sporcizia delle musiche, le cose storte e questa può essere un’associazione rispetto ai lavori di Vasco Brondi con le Luci e il loro essere molto viscerali, crudi, senza fronzoli, una caratteristica che riconosco anche in me. Come scrittura però penso che abbiamo due modi di scrivere molto diversi e siamo generazioni molto differenti, quindi arriviamo da passati che non si assomigliano per niente. C’è una parte di scrittura di getto, questa forma canzone che non punta a farsi piacere. Me ne rendo anche conto quando faccio ascoltare i demo che possano risultare magari un po’ ostici, ma è il modo in cui i brani mi fanno stare bene quindi penso che andrò avanti così. 



Distorce crede veramente nel proprio progetto ed è già riuscito a portarlo, un anno fa, all’interno della rassegna “Carne fresca” di “GERMI Luogo di Contaminazione”, spazio creativo polivalente ideato a Milano da Manuel Agnelli degli Afterhours. Ora speriamo che contamini sempre più persone perché c’è tanta fame di bellezza artistica.

lunedì 23 marzo 2026

LA NOTTE DEGLI OSCAR 2026 RACCONTATA DA NICOLA PICE PER #8MM - IL CINEMA DI RISERVA INDIE


Benvenuti a questo speciale dedicato alla notte degli Oscar 2026, la 98ª edizione degli Academy Awards.
Una notte che, come spesso accade a Hollywood, ha mescolato glamour, politica, cinema d’autore e qualche sorpresa.
La cerimonia si è svolta come da tradizione al Dolby Theatre di Hollywood, nel cuore di Los Angeles, il luogo che da oltre vent’anni ospita la celebrazione più importante del cinema mondiale.
È uno spazio che ormai è diventato parte del mito degli Oscar: il red carpet che sale lungo Hollywood Boulevard, le scalinate piene di fotografi e quella sensazione un po’ irreale per cui – almeno per una notte - sembra che tutto il cinema del mondo sia concentrato in pochi metri quadrati.
A guidare la serata è stato Conan O’Brien, che ha aperto lo spettacolo con un monologo incentrato sull’intelligenza artificiale, sulla crisi delle sale cinematografiche e sul fatto che, ormai, molti film vengono visti più spesso sul divano che al cinema. 
Succede anche a voi?
Un’ironia che ha colpito nel segno, perché riflette una delle grandi questioni del cinema contemporaneo: come sopravvive la sala cinematografica all'epoca dello streaming?



Ma veniamo ai premi?
Il grande vincitore della serata è stato “One Battle After Another” - “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, che ha conquistato l’Oscar come miglior film e miglior regia, oltre a diverse altre statuette tecniche e non (tra le quali quella per Sean Penn come miglior attore non protagonista). 
È un film ambizioso, complesso, politicamente stratificato: Anderson ha messo in scena un fanta-racconto di radicalismo politico e tensioni sociali negli Stati Uniti, costruendo una narrazione corale che mescola la storia con la S maiuscola ai destini individuali.
La vittoria di questo film non è casuale perché Hollywood, nei momenti di grande tensione politica o culturale, tende spesso a premiare opere che lanciano uno sguardo sul presente e Anderson lo ha fatto con il suo stile molto riconoscibile: lunghi piani sequenza, dialoghi intensi, una regia che osserva i personaggi quasi come se stessimo spiando la storia mentre accade.
Per molti critici è stata anche una sorta di consacrazione tardiva: Paul Thomas Anderson è uno dei cineasti più importanti della sua generazione, ma per anni gli Oscar lo avevano solo sfiorato. 
Questa volta l’ Academy ha deciso di premiarlo senza esitazioni.


Uno dei momenti più applauditi della serata è stato il premio come miglior attore protagonista a Michael B. Jordan per “Sinners”, il film di Ryan Coogler che ha dominato la stagione delle nomination. 
Jordan interpreta due fratelli coinvolti in una vicenda che mescola horror, storia americana e simbolismo sociale: un ruolo doppio, complesso, che gli ha permesso di mostrare una gamma emotiva davvero notevole.
E qui c’è la curiosità più interessante: Sinners è un film di vampiri. 
Ora, se pensiamo alla storia degli Oscar, l’horror è sempre stato trattato con una certa diffidenza.
Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato: l’Academy ha iniziato a riconoscere dignità sempre più spesso ai film di genere. 
Questo significa che i confini tra cinema “alto” e cinema “popolare” stanno diventando via via più sfumati.
Sempre per “Sinners”, tra gli altri momenti memorabili della serata c’è stata la vittoria della direttrice della fotografia Autumn Durald Arkapaw: è stata la prima donna afroamericana a vincere l’Oscar per la fotografia, un premio che per decenni era stato appannaggio quasi esclusivo degli uomini.


Il premio per la miglior attrice protagonista è andato invece a Jessie Buckley per “Hamnet”, un film che racconta la morte del figlio di William Shakespeare e il dolore della famiglia. 
Buckley ha offerto una performance molto intensa, quasi teatrale, costruita più sui silenzi e sugli sguardi che su grandi monologhi.
È uno di quei ruoli che ricordano come il cinema possa essere potentissimo anche quando racconta storie intime, lontane dagli effetti speciali e dai grandi spettacoli.
Il suo discorso è stato breve ma molto emozionante: ha ricordato come, quando era giovane, non avesse quasi modelli a cui ispirarsi nel suo campo.
E poi ci sono sempre gli aneddoti che rendono memorabile la notte degli Oscar.
Per esempio, uno dei momenti più curiosi è stato quando Conan O’Brien ha scherzato con il pubblico dicendo che Hollywood è l’unico posto al mondo dove un film può costare 200 milioni di dollari e poi essere giudicato un fallimento se ne incassa “solo” 300: una battuta che ha fatto ridere, ma che racconta anche molto delle logiche economiche del cinema contemporaneo.
Un altro momento divertente è stato durante il red carpet, quando diversi attori hanno confessato di aver visto alcuni film candidati… solo pochi giorni prima della cerimonia. 
È una tradizione non scritta degli Oscar: tutti cercano di recuperare all’ultimo momento i film più discussi.
Ma al di là del glamour e delle battute, gli Oscar restano sempre uno specchio del momento storico.
Quest’anno molti dei film premiati parlano di conflitti, identità e tensioni politiche. 
Non è un caso: il cinema spesso reagisce al clima culturale del suo tempo, e Hollywood non fa eccezione.
Se guardiamo agli ultimi dieci anni degli Oscar, vediamo una trasformazione evidente. 
Film internazionali come “Parasite” hanno dimostrato che Hollywood non è più il centro esclusivo del cinema mondiale. 
E anche quest’anno la presenza di film provenienti da diverse parti del mondo ha confermato che il cinema è sempre più globale.
Anche la notte degli Oscar 2026, dunque, ci racconta un cinema in trasformazione.
Un cinema in cui convivono autori ambiziosi, grandi produzioni spettacolari, storie politiche e film di genere. 
Un cinema che cerca nuove forme per parlare al pubblico di oggi.
E chissà, forse è proprio questo il segreto della notte degli Oscar. Non soltanto una gara tra film, ma un modo per capire in che direzione sta andando il cinema, che diventa così un mezzo attraverso il quale abbattere frontiere, generi, consuetudini e tradizioni… dando la priorità alle emozioni e puntando a rappresentare i chiaroscuri che caratterizzano questi nostri anni di turbolenza e cambiamento.


Testo di Nicola Pice






 

domenica 22 marzo 2026

ALESSANDRO CEREA - DIRUPI - ATTENZIONE: CAMMINARE SULL'ORLO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Quando ci troviamo sul bordo di un dirupo la reazione più istintiva di solito è allontanarsene al più presto nel timore di scivolare e farsi male. Questo perché il dirupo rappresenta l’incognita, l’ignoto, non sappiamo cosa ci sia al fondo e ne abbiamo paura. “Dirupi”, esordio discografico del cantautore varesino Alessandro Cerea, esorcizza tale atavico timore trasformando l’idea del burrone in un’opportunità per cogliere qualcosa di buono che, se non ci fossimo lasciati andare, non avremmo mai raggiunto. Le otto canzoni che compongono l’album sono un viaggio che ha per meta questa presa di coscienza, maturata nell’arco di dieci anni particolarmente significativi nella vita più o meno di tutti, ovvero quelli tra i venti e i trenta. Il cantautorato classico, specialmente nell’uso della voce, si innesta su una trama sonora innervata di elettronica dando un tocco personale all’insieme. Il disco si apre con il sound rutilante di "Sogno imperfetto", canzone d’amore sul percorrere insieme le strade della vita tra tempeste e sogni impregnati di mare. Ed il mare è uno degli elementi maggiormente caratterizzanti del lavoro, la sua presenza si affaccia anche in molti altri pezzi. “Vite di Maggio” ha un arrangiamento carezzevole in cui una voce femminile si fa accompagnamento strumentale. Un amore enorme ormai perduto si fa struggimento e dolorosa consapevolezza che resterà un ricordo impossibile da odiare. Altro pezzo di grande personalità è “Fratello sacrificale”, la storia di due fratelli che vivono esperienze di vita molto lontane tra loro, l’uno perfettamente integrato nel mondo degli adulti, per quanto avvilito dalla vuota routine e l’altro che ne resta completamente al di fuori. “Lottato così a lungo per meritare una vita da schiavi” si chiede il fratello obbediente. Dalla trama elettronica del brano affiorano elementi rock che portano una piacevole digressione. “Nervi” è il brano più gioioso del disco, la condivisione del ricordo di tutte le estati passate al mare a Genova Nervi, con una citazione di “La mia banda suona il rock” di Fossati. In “Pianto d’amore” torna il lirismo di un amore inciso nella memoria e nel cuore che non passerà mai. Chiude l’album “Dirupi felici”, pezzo che fonde alla perfezione elettronica e un pianoforte. Tutti possiamo rotolare sui prati dei dirupi, leggeri e allegri con la spensieratezza dei bambini, perché per vivere veramente bisogna ogni tanto lasciarsi andare. Alessandro Cerea ha fatto un’interessante chiacchierata con noi sul suo album d’esordio.


- Qual è il bagaglio di sogni che si porta dietro questo tuo esordio discografico?
- Un bagaglio molto vasto perché racchiude un periodo della vita piuttosto lungo. Su questo album ci sono delle canzoni che sono state scritte nell’arco di dieci anni, dai venti ai trenta, quindi una decade piuttosto importante come esperienza di vita. Ci sono quindi molti stati d’animo che riguardano questa fascia di età che sono l’incontro di un primo grande amore, la sua fine, la difficoltà di trovare un posto nella società, così come l’intimità delle case, l’apertura ai grandi paesaggi, la spensieratezza. 
- Per curiosità qual’é il brano più vecchio e quale il più recente?
- Il brano più vecchio è “Dirupi felici”. All’origine c’è una poesia del mio amico Vittorio Bizzi, regista teatrale e fa parte delle mie prime sperimentazioni con il mondo della canzone. E infatti è una poesia che ho musicato e la sua caratteristica è quella di corrispondere alla brevità della poesia. La durata è di meno di due minuti con una lunga suite centrale strumentale. Quindi è un frammento che mi sono portato dietro per questi anni. La più recente, se non sbaglio, è “Nervi”. 
- Che è uno dei brani dalle atmosfere più positive del disco.
- Sicuramente, infatti spero di essere arrivato a una sorta di pace, alla mia età.
- Ho letto che prima di metterti al lavoro sul disco hai fatto anche il compositore di musiche di scena, hai avuto contatto con la dimensione teatrale. La tua esperienza in questo campo ti ha aiutato a comporre l’album? 
- Sicuramente, perché giocare con la musica senza gli argini della “forma canzone” è estremamente stimolante e divertente e mi ha aiutato a sviluppare il mio rapporto con la melodia soprattutto e con i suoni. 
- Il tuo è un album pieno di mare, ricorre molto spesso nei tuoi versi. Quanto è importante per te il mare come dimensione interiore? 
- Il mare è sicuramente un elemento fondamentale nella mia vita e, come buon abitante di città, rappresenta la fuga, l’evasione dalla quotidianità e il momento di ricongiunzione con se stessi. Un elemento fondamentale soprattutto per l’ispirazione.
- Un mare quasi amniotico, come se tu tornassi indietro nel tempo all’origine di te stesso.
- Certo, c’è sicuramente questo elemento della fanciullezza che riguarda strettamente il mare, perché io fin da bambino, per questioni familiari, ho frequentato questa città, questa frazione di Genova che è Genova Nervi e quindi c’è questo rapporto molto intimo. 
- Un altro elemento che ritorna in vari pezzi è la strada. Il viaggio parte da un luogo e arriva in un altro e la linea, spesso sghemba, che congiunge questi due punti è la strada. Quali sono state le tue strade interiori che hai percorso per arrivare a chi sei oggi?
- Sono state strade piuttosto tortuose, mi viene da dire quasi dei dirupi. Sicuramente le esperienze più forti sono state quelle a livello sentimentale e mi hanno condotto a quello che sono anche grazie al dolore che ho provato. E quindi sì, sicuramente sono strade impervie che mi hanno portato a una specie di consapevolezza che mi ha permesso di scrivere questo album, di produrlo e di finirlo mettendo un punto in un certo senso. 
- Parliamo un attimo di “Troppo tardi”. In questo pezzo il sax è uno strumento che sottolinea, che rafforza molto l’atmosfera, così come anche quella voce femminile che compare qua e là e in realtà non canta, ma accompagna. Quanto contano nella tua musica queste sottolineature? Cioè l’atmosfera creata da questi strumenti aggiuntivi. 
- Per me contano molto, nel senso che la forma diventa anche contenuto e quindi la suggestione data da un particolare suono è determinante. Ho speso molto tempo nella cura di questi dettagli con il mio produttore Giuliano Dottori. C’è stato un lavoro molto intenso da questo punto di vista. 
- Parlando in generale dell’album è contemporaneo con una vena di musica elettronica e classico al tempo stesso perché comunque si rifà molto anche al cantautorato tradizionale, classico italiano. Quali sono i tuoi punti fermi di riferimento musicali? Dovessi citarne tre diciamo. 
- Dovessi citarne tre ti direi sicuramente Fabrizio De André, Iosonouncane e Vinicio Capossela. Per motivi diversi, sicuramente Fabrizio De André è l’artista italiano che mi ha formato in maniera più viscerale fin dall’infanzia, è l’artista per il quale ho deciso che avrei voluto scrivere canzoni anch’io. Vinicio Capossela invece l’ho conosciuto più avanti con l’età e riguarda più un aspetto istrionico della mia vita musicale. Iosonouncane invece rappresenta più la fase matura di ascolto soprattutto per quanto riguarda i suoni. 
- “Sogno imperfetto” è direi il brano in cui la componente elettronica è più spiccata. Anche qui torna il mare, in questo caso il mare d’inverno. Le tue canzoni potrebbero essere definite meteoropatiche? 
- Sicuramente perché io sono molto meteoropatico, quindi questo tipo di suggestioni mi colpisce particolarmente. 
- Parliamo di amore perduto. In “Vite di Maggio” scrivi “non ti odierò, non ho il coraggio”. E’un luogo comune dire che l’amore confina spesso con l’odio. Cosa rende impossibile odiare una persona molto amata?
- Lo rende impossibile il fatto di superare il dolore, una volta che lo superi, superi la sofferenza, rimane qualcosa di buono se c’era davvero dell’amore. E’ inevitabile secondo me. E poi perché ci vuole il coraggio di fatto per odiare qualcuno che hai amato e io questo coraggio sinceramente non ce l’ho. 
- Mi hanno colpito questi versi di “Pianto d’amore”: “voglio piangere d’amore, non piangere l’amore”. Quindi il pianto come espressione di emozione e non il pianto come perdita. Come convivi con questa dualità?
- Questa dualità si riferisce al fatto di non piangere l’amore in senso assoluto, ma piangere piuttosto per un amore, per una storia che è finita. Perché piangere l’amore significa essere disperati, pensare che nessun tipo di amore possa più arrivare. Invece piangere d’amore vuol dire essere vivi, sofferenti per qualcuno. 
- Vorrei farti una domanda su “Fratello sacrificale”, in cui canti “ho messo la cravatta giallo vomito e uscito di casa non era primavera”. Già la cravatta giallo vomito è un indizio. E’come dire un’azione fatta controvoglia. Ho letto in altre recensioni che nel pezzo si parlerebbe di due fratelli, ma è più che altro l’ingresso controvoglia nell’età adulta di una persona che si sacrifica?
- In realtà è vero che c’è questo dualismo tra questi due fratelli, nel senso che ho voluto raccontare questo aspetto della vita, questa difficoltà di integrazione nella società attraverso l’immagine di un fratello totalmente integrato e perfettamente dentro alle dinamiche della vita adulta e quindi un mutuo, il lavoro fisso eccetera. E un altro fratello invece totalmente emarginato. Poi i due fratelli un po’ si sovrappongono nella canzone, non sono nettamente separati, perché l’idea del dualismo comunque non è la storia di due fratelli realmente, ma la storia di una vicenda. Questo dualismo emerge nel corso della canzone fino a che, alla fine, non si capisce chi sia realmente l’agnello sacrificale della storia, chi è davvero la vittima, il perdente. E quindi questo sfogo alla fine è uno sfogo di denuncia dello stato in cui ci si trova a vent’anni ad avere a che fare con un mondo del lavoro spietato e nessun tipo di certezza per il futuro. 
- Infatti tu hai detto che il disco è stato scritto tra i venti e i trent’anni. Questa decade segna un grosso passaggio nella vita, diventi il fratello che mette la cravatta gialla quando arrivi ai trenta, prima si cerca di fare altro, di sperimentare, di trovare altre soluzioni di vita. A te è capitato questo, cioè sei partito diciamo in “freestyle” per arrivare poi ad una dimensione più irreggimentata?
- In realtà no, nel senso che ho provato delle soluzioni più irreggimentate e non mi sono piaciute e anzi non ero minimamente adatto a sopportarle e al momento ho un lavoro un po’ più alla giornata. Nel senso che sono un fonico, nell’ambiente musicale gli orari non sono mai gli stessi, diciamo che non c’è una routine così opprimente. Per quanto sia pesante a livello di orari poi non lo è a livello di quotidianità, perché ogni giorno è un lavoro diverso. 
- Poi se fai qualcosa che ti piace nella vita è sempre meglio anche se, per fare una battuta, quando una band non si sente bene e magari non suona bene se la prende con il fonico. 
- E’vero succede (ndr ride)
- L’immagine dei bambini che rotolano dai prati in “Dirupi felici” trasforma l’idea di precipizio da pericolo in un elemento giocoso, allegro. Il dirupo per te è una metafora dello sfidare la vita?
- Sì decisamente. Mi piaceva l’idea di concludere questo disco in modo lieve ed è per questo motivo che ho scelto questa canzone. E’un po’ come dire il “buttati che è morbido” della pubblicità, nel senso che alla fine l’importante è vivere, buttarsi nei dirupi e scoprire che magari sul fondo non ci sono delle rocce, ma c’è un prato morbido. Quindi l’idea è un incoraggiamento a vivere.


“Dirupi” è l’autoritratto del passaggio del suo autore dalla spensieratezza della gioventù ad una maturità che deve fare i conti con il mondo spesso feroce degli adulti. In questo senso la scelta di Alessandro Cerea di vivere grazie alla musica è la dimostrazione di quanto sia importante buttarsi nel dirupo per atterrare nel proprio giardino segreto in cui coltivare l’arte, la musica.