lunedì 23 marzo 2026

LA NOTTE DEGLI OSCAR 2026 RACCONTATA DA NICOLA PICE PER #8MM - IL CINEMA DI RISERVA INDIE


Benvenuti a questo speciale dedicato alla notte degli Oscar 2026, la 98ª edizione degli Academy Awards.
Una notte che, come spesso accade a Hollywood, ha mescolato glamour, politica, cinema d’autore e qualche sorpresa.
La cerimonia si è svolta come da tradizione al Dolby Theatre di Hollywood, nel cuore di Los Angeles, il luogo che da oltre vent’anni ospita la celebrazione più importante del cinema mondiale.
È uno spazio che ormai è diventato parte del mito degli Oscar: il red carpet che sale lungo Hollywood Boulevard, le scalinate piene di fotografi e quella sensazione un po’ irreale per cui – almeno per una notte - sembra che tutto il cinema del mondo sia concentrato in pochi metri quadrati.
A guidare la serata è stato Conan O’Brien, che ha aperto lo spettacolo con un monologo incentrato sull’intelligenza artificiale, sulla crisi delle sale cinematografiche e sul fatto che, ormai, molti film vengono visti più spesso sul divano che al cinema. 
Succede anche a voi?
Un’ironia che ha colpito nel segno, perché riflette una delle grandi questioni del cinema contemporaneo: come sopravvive la sala cinematografica all'epoca dello streaming?



Ma veniamo ai premi?
Il grande vincitore della serata è stato “One Battle After Another” - “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, che ha conquistato l’Oscar come miglior film e miglior regia, oltre a diverse altre statuette tecniche e non (tra le quali quella per Sean Penn come miglior attore non protagonista). 
È un film ambizioso, complesso, politicamente stratificato: Anderson ha messo in scena un fanta-racconto di radicalismo politico e tensioni sociali negli Stati Uniti, costruendo una narrazione corale che mescola la storia con la S maiuscola ai destini individuali.
La vittoria di questo film non è casuale perché Hollywood, nei momenti di grande tensione politica o culturale, tende spesso a premiare opere che lanciano uno sguardo sul presente e Anderson lo ha fatto con il suo stile molto riconoscibile: lunghi piani sequenza, dialoghi intensi, una regia che osserva i personaggi quasi come se stessimo spiando la storia mentre accade.
Per molti critici è stata anche una sorta di consacrazione tardiva: Paul Thomas Anderson è uno dei cineasti più importanti della sua generazione, ma per anni gli Oscar lo avevano solo sfiorato. 
Questa volta l’ Academy ha deciso di premiarlo senza esitazioni.


Uno dei momenti più applauditi della serata è stato il premio come miglior attore protagonista a Michael B. Jordan per “Sinners”, il film di Ryan Coogler che ha dominato la stagione delle nomination. 
Jordan interpreta due fratelli coinvolti in una vicenda che mescola horror, storia americana e simbolismo sociale: un ruolo doppio, complesso, che gli ha permesso di mostrare una gamma emotiva davvero notevole.
E qui c’è la curiosità più interessante: Sinners è un film di vampiri. 
Ora, se pensiamo alla storia degli Oscar, l’horror è sempre stato trattato con una certa diffidenza.
Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato: l’Academy ha iniziato a riconoscere dignità sempre più spesso ai film di genere. 
Questo significa che i confini tra cinema “alto” e cinema “popolare” stanno diventando via via più sfumati.
Sempre per “Sinners”, tra gli altri momenti memorabili della serata c’è stata la vittoria della direttrice della fotografia Autumn Durald Arkapaw: è stata la prima donna afroamericana a vincere l’Oscar per la fotografia, un premio che per decenni era stato appannaggio quasi esclusivo degli uomini.


Il premio per la miglior attrice protagonista è andato invece a Jessie Buckley per “Hamnet”, un film che racconta la morte del figlio di William Shakespeare e il dolore della famiglia. 
Buckley ha offerto una performance molto intensa, quasi teatrale, costruita più sui silenzi e sugli sguardi che su grandi monologhi.
È uno di quei ruoli che ricordano come il cinema possa essere potentissimo anche quando racconta storie intime, lontane dagli effetti speciali e dai grandi spettacoli.
Il suo discorso è stato breve ma molto emozionante: ha ricordato come, quando era giovane, non avesse quasi modelli a cui ispirarsi nel suo campo.
E poi ci sono sempre gli aneddoti che rendono memorabile la notte degli Oscar.
Per esempio, uno dei momenti più curiosi è stato quando Conan O’Brien ha scherzato con il pubblico dicendo che Hollywood è l’unico posto al mondo dove un film può costare 200 milioni di dollari e poi essere giudicato un fallimento se ne incassa “solo” 300: una battuta che ha fatto ridere, ma che racconta anche molto delle logiche economiche del cinema contemporaneo.
Un altro momento divertente è stato durante il red carpet, quando diversi attori hanno confessato di aver visto alcuni film candidati… solo pochi giorni prima della cerimonia. 
È una tradizione non scritta degli Oscar: tutti cercano di recuperare all’ultimo momento i film più discussi.
Ma al di là del glamour e delle battute, gli Oscar restano sempre uno specchio del momento storico.
Quest’anno molti dei film premiati parlano di conflitti, identità e tensioni politiche. 
Non è un caso: il cinema spesso reagisce al clima culturale del suo tempo, e Hollywood non fa eccezione.
Se guardiamo agli ultimi dieci anni degli Oscar, vediamo una trasformazione evidente. 
Film internazionali come “Parasite” hanno dimostrato che Hollywood non è più il centro esclusivo del cinema mondiale. 
E anche quest’anno la presenza di film provenienti da diverse parti del mondo ha confermato che il cinema è sempre più globale.
Anche la notte degli Oscar 2026, dunque, ci racconta un cinema in trasformazione.
Un cinema in cui convivono autori ambiziosi, grandi produzioni spettacolari, storie politiche e film di genere. 
Un cinema che cerca nuove forme per parlare al pubblico di oggi.
E chissà, forse è proprio questo il segreto della notte degli Oscar. Non soltanto una gara tra film, ma un modo per capire in che direzione sta andando il cinema, che diventa così un mezzo attraverso il quale abbattere frontiere, generi, consuetudini e tradizioni… dando la priorità alle emozioni e puntando a rappresentare i chiaroscuri che caratterizzano questi nostri anni di turbolenza e cambiamento.


Testo di Nicola Pice






 

domenica 22 marzo 2026

ALESSANDRO CEREA - DIRUPI - ATTENZIONE: CAMMINARE SULL'ORLO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Quando ci troviamo sul bordo di un dirupo la reazione più istintiva di solito è allontanarsene al più presto nel timore di scivolare e farsi male. Questo perché il dirupo rappresenta l’incognita, l’ignoto, non sappiamo cosa ci sia al fondo e ne abbiamo paura. “Dirupi”, esordio discografico del cantautore varesino Alessandro Cerea, esorcizza tale atavico timore trasformando l’idea del burrone in un’opportunità per cogliere qualcosa di buono che, se non ci fossimo lasciati andare, non avremmo mai raggiunto. Le otto canzoni che compongono l’album sono un viaggio che ha per meta questa presa di coscienza, maturata nell’arco di dieci anni particolarmente significativi nella vita più o meno di tutti, ovvero quelli tra i venti e i trenta. Il cantautorato classico, specialmente nell’uso della voce, si innesta su una trama sonora innervata di elettronica dando un tocco personale all’insieme. Il disco si apre con il sound rutilante di "Sogno imperfetto", canzone d’amore sul percorrere insieme le strade della vita tra tempeste e sogni impregnati di mare. Ed il mare è uno degli elementi maggiormente caratterizzanti del lavoro, la sua presenza si affaccia anche in molti altri pezzi. “Vite di Maggio” ha un arrangiamento carezzevole in cui una voce femminile si fa accompagnamento strumentale. Un amore enorme ormai perduto si fa struggimento e dolorosa consapevolezza che resterà un ricordo impossibile da odiare. Altro pezzo di grande personalità è “Fratello sacrificale”, la storia di due fratelli che vivono esperienze di vita molto lontane tra loro, l’uno perfettamente integrato nel mondo degli adulti, per quanto avvilito dalla vuota routine e l’altro che ne resta completamente al di fuori. “Lottato così a lungo per meritare una vita da schiavi” si chiede il fratello obbediente. Dalla trama elettronica del brano affiorano elementi rock che portano una piacevole digressione. “Nervi” è il brano più gioioso del disco, la condivisione del ricordo di tutte le estati passate al mare a Genova Nervi, con una citazione di “La mia banda suona il rock” di Fossati. In “Pianto d’amore” torna il lirismo di un amore inciso nella memoria e nel cuore che non passerà mai. Chiude l’album “Dirupi felici”, pezzo che fonde alla perfezione elettronica e un pianoforte. Tutti possiamo rotolare sui prati dei dirupi, leggeri e allegri con la spensieratezza dei bambini, perché per vivere veramente bisogna ogni tanto lasciarsi andare. Alessandro Cerea ha fatto un’interessante chiacchierata con noi sul suo album d’esordio.


- Qual è il bagaglio di sogni che si porta dietro questo tuo esordio discografico?
- Un bagaglio molto vasto perché racchiude un periodo della vita piuttosto lungo. Su questo album ci sono delle canzoni che sono state scritte nell’arco di dieci anni, dai venti ai trenta, quindi una decade piuttosto importante come esperienza di vita. Ci sono quindi molti stati d’animo che riguardano questa fascia di età che sono l’incontro di un primo grande amore, la sua fine, la difficoltà di trovare un posto nella società, così come l’intimità delle case, l’apertura ai grandi paesaggi, la spensieratezza. 
- Per curiosità qual’é il brano più vecchio e quale il più recente?
- Il brano più vecchio è “Dirupi felici”. All’origine c’è una poesia del mio amico Vittorio Bizzi, regista teatrale e fa parte delle mie prime sperimentazioni con il mondo della canzone. E infatti è una poesia che ho musicato e la sua caratteristica è quella di corrispondere alla brevità della poesia. La durata è di meno di due minuti con una lunga suite centrale strumentale. Quindi è un frammento che mi sono portato dietro per questi anni. La più recente, se non sbaglio, è “Nervi”. 
- Che è uno dei brani dalle atmosfere più positive del disco.
- Sicuramente, infatti spero di essere arrivato a una sorta di pace, alla mia età.
- Ho letto che prima di metterti al lavoro sul disco hai fatto anche il compositore di musiche di scena, hai avuto contatto con la dimensione teatrale. La tua esperienza in questo campo ti ha aiutato a comporre l’album? 
- Sicuramente, perché giocare con la musica senza gli argini della “forma canzone” è estremamente stimolante e divertente e mi ha aiutato a sviluppare il mio rapporto con la melodia soprattutto e con i suoni. 
- Il tuo è un album pieno di mare, ricorre molto spesso nei tuoi versi. Quanto è importante per te il mare come dimensione interiore? 
- Il mare è sicuramente un elemento fondamentale nella mia vita e, come buon abitante di città, rappresenta la fuga, l’evasione dalla quotidianità e il momento di ricongiunzione con se stessi. Un elemento fondamentale soprattutto per l’ispirazione.
- Un mare quasi amniotico, come se tu tornassi indietro nel tempo all’origine di te stesso.
- Certo, c’è sicuramente questo elemento della fanciullezza che riguarda strettamente il mare, perché io fin da bambino, per questioni familiari, ho frequentato questa città, questa frazione di Genova che è Genova Nervi e quindi c’è questo rapporto molto intimo. 
- Un altro elemento che ritorna in vari pezzi è la strada. Il viaggio parte da un luogo e arriva in un altro e la linea, spesso sghemba, che congiunge questi due punti è la strada. Quali sono state le tue strade interiori che hai percorso per arrivare a chi sei oggi?
- Sono state strade piuttosto tortuose, mi viene da dire quasi dei dirupi. Sicuramente le esperienze più forti sono state quelle a livello sentimentale e mi hanno condotto a quello che sono anche grazie al dolore che ho provato. E quindi sì, sicuramente sono strade impervie che mi hanno portato a una specie di consapevolezza che mi ha permesso di scrivere questo album, di produrlo e di finirlo mettendo un punto in un certo senso. 
- Parliamo un attimo di “Troppo tardi”. In questo pezzo il sax è uno strumento che sottolinea, che rafforza molto l’atmosfera, così come anche quella voce femminile che compare qua e là e in realtà non canta, ma accompagna. Quanto contano nella tua musica queste sottolineature? Cioè l’atmosfera creata da questi strumenti aggiuntivi. 
- Per me contano molto, nel senso che la forma diventa anche contenuto e quindi la suggestione data da un particolare suono è determinante. Ho speso molto tempo nella cura di questi dettagli con il mio produttore Giuliano Dottori. C’è stato un lavoro molto intenso da questo punto di vista. 
- Parlando in generale dell’album è contemporaneo con una vena di musica elettronica e classico al tempo stesso perché comunque si rifà molto anche al cantautorato tradizionale, classico italiano. Quali sono i tuoi punti fermi di riferimento musicali? Dovessi citarne tre diciamo. 
- Dovessi citarne tre ti direi sicuramente Fabrizio De André, Iosonouncane e Vinicio Capossela. Per motivi diversi, sicuramente Fabrizio De André è l’artista italiano che mi ha formato in maniera più viscerale fin dall’infanzia, è l’artista per il quale ho deciso che avrei voluto scrivere canzoni anch’io. Vinicio Capossela invece l’ho conosciuto più avanti con l’età e riguarda più un aspetto istrionico della mia vita musicale. Iosonouncane invece rappresenta più la fase matura di ascolto soprattutto per quanto riguarda i suoni. 
- “Sogno imperfetto” è direi il brano in cui la componente elettronica è più spiccata. Anche qui torna il mare, in questo caso il mare d’inverno. Le tue canzoni potrebbero essere definite meteoropatiche? 
- Sicuramente perché io sono molto meteoropatico, quindi questo tipo di suggestioni mi colpisce particolarmente. 
- Parliamo di amore perduto. In “Vite di Maggio” scrivi “non ti odierò, non ho il coraggio”. E’un luogo comune dire che l’amore confina spesso con l’odio. Cosa rende impossibile odiare una persona molto amata?
- Lo rende impossibile il fatto di superare il dolore, una volta che lo superi, superi la sofferenza, rimane qualcosa di buono se c’era davvero dell’amore. E’ inevitabile secondo me. E poi perché ci vuole il coraggio di fatto per odiare qualcuno che hai amato e io questo coraggio sinceramente non ce l’ho. 
- Mi hanno colpito questi versi di “Pianto d’amore”: “voglio piangere d’amore, non piangere l’amore”. Quindi il pianto come espressione di emozione e non il pianto come perdita. Come convivi con questa dualità?
- Questa dualità si riferisce al fatto di non piangere l’amore in senso assoluto, ma piangere piuttosto per un amore, per una storia che è finita. Perché piangere l’amore significa essere disperati, pensare che nessun tipo di amore possa più arrivare. Invece piangere d’amore vuol dire essere vivi, sofferenti per qualcuno. 
- Vorrei farti una domanda su “Fratello sacrificale”, in cui canti “ho messo la cravatta giallo vomito e uscito di casa non era primavera”. Già la cravatta giallo vomito è un indizio. E’come dire un’azione fatta controvoglia. Ho letto in altre recensioni che nel pezzo si parlerebbe di due fratelli, ma è più che altro l’ingresso controvoglia nell’età adulta di una persona che si sacrifica?
- In realtà è vero che c’è questo dualismo tra questi due fratelli, nel senso che ho voluto raccontare questo aspetto della vita, questa difficoltà di integrazione nella società attraverso l’immagine di un fratello totalmente integrato e perfettamente dentro alle dinamiche della vita adulta e quindi un mutuo, il lavoro fisso eccetera. E un altro fratello invece totalmente emarginato. Poi i due fratelli un po’ si sovrappongono nella canzone, non sono nettamente separati, perché l’idea del dualismo comunque non è la storia di due fratelli realmente, ma la storia di una vicenda. Questo dualismo emerge nel corso della canzone fino a che, alla fine, non si capisce chi sia realmente l’agnello sacrificale della storia, chi è davvero la vittima, il perdente. E quindi questo sfogo alla fine è uno sfogo di denuncia dello stato in cui ci si trova a vent’anni ad avere a che fare con un mondo del lavoro spietato e nessun tipo di certezza per il futuro. 
- Infatti tu hai detto che il disco è stato scritto tra i venti e i trent’anni. Questa decade segna un grosso passaggio nella vita, diventi il fratello che mette la cravatta gialla quando arrivi ai trenta, prima si cerca di fare altro, di sperimentare, di trovare altre soluzioni di vita. A te è capitato questo, cioè sei partito diciamo in “freestyle” per arrivare poi ad una dimensione più irreggimentata?
- In realtà no, nel senso che ho provato delle soluzioni più irreggimentate e non mi sono piaciute e anzi non ero minimamente adatto a sopportarle e al momento ho un lavoro un po’ più alla giornata. Nel senso che sono un fonico, nell’ambiente musicale gli orari non sono mai gli stessi, diciamo che non c’è una routine così opprimente. Per quanto sia pesante a livello di orari poi non lo è a livello di quotidianità, perché ogni giorno è un lavoro diverso. 
- Poi se fai qualcosa che ti piace nella vita è sempre meglio anche se, per fare una battuta, quando una band non si sente bene e magari non suona bene se la prende con il fonico. 
- E’vero succede (ndr ride)
- L’immagine dei bambini che rotolano dai prati in “Dirupi felici” trasforma l’idea di precipizio da pericolo in un elemento giocoso, allegro. Il dirupo per te è una metafora dello sfidare la vita?
- Sì decisamente. Mi piaceva l’idea di concludere questo disco in modo lieve ed è per questo motivo che ho scelto questa canzone. E’un po’ come dire il “buttati che è morbido” della pubblicità, nel senso che alla fine l’importante è vivere, buttarsi nei dirupi e scoprire che magari sul fondo non ci sono delle rocce, ma c’è un prato morbido. Quindi l’idea è un incoraggiamento a vivere.


“Dirupi” è l’autoritratto del passaggio del suo autore dalla spensieratezza della gioventù ad una maturità che deve fare i conti con il mondo spesso feroce degli adulti. In questo senso la scelta di Alessandro Cerea di vivere grazie alla musica è la dimostrazione di quanto sia importante buttarsi nel dirupo per atterrare nel proprio giardino segreto in cui coltivare l’arte, la musica. 

sabato 21 marzo 2026

SEED'N'FEED LIVE AL GANZ OF BICCHIO DI VIAREGGIO - RECENSIONE E GALLERY A CURA DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE



Esistono gli animali da palcoscenico, star che con naturalezza cavalcano la scena, e poi ci siamo noi, che dalla platea facciamo di quegli animali degli eroi, i nostri eroi. Questo è Animali da parterre, io sono Denise e stasera vi porto con me al compleanno dei SEED’N’FEED.


Esiste un posto non molto lontano da qui in cui si sono riversate negli anni passati diverse band underground alla ricerca di spazi per ricavare sale prove: si tratta di una piccola area di rimesse e depositi conosciuta dai local come “La Lisca”, è si trova a Bicchio, una frazione di Viareggio in una zona industriale. Per raggiungere il concerto di questa sera dobbiamo andare proprio lì, uscire dalla strada principale, addentrarci in strade secondarie, costeggiare campi e passare in mezzo a pozzanghere su vie non troppo battute e illuminate. Alla fine raggiungiamo un complesso di magazzini in lamiera disposti uno in fila all’altro su più file e infondo a quest’area, dove la luce si fa più forte nella notte, si trova il GOB, schermato da una ventina di persone che aspettano di entrare passando sotto a un gazebo provvisorio sistemato per riparare una parte di esterno dalla minaccia di pioggia della serata.
GOB, è l’acronimo di Ganz (Ganzi) Of Bicchio (di Bicchio), un nome a metà tra l’americano e il viareggino, e ganzi, ma per davvero, ne sono i fondatori: spero di non sbagliare nel nominare Alessandro, Lorenzo, Giacomo, Nicola e Andrea che hanno iniziato a lavorare a questo progetto intorno al 2014, coinvolgendo poi sempre più persone.
Uno di loro, Lorenzo Dinelli è il frontman dei Seed’N’Feed, gli headliner della serata, e Giacomo ha suonato con loro per 10 anni prima di passare allo stoner. I Seed N Feed compiono quest’anno 30 anni di carriera e si capisce perché era importante festeggiare proprio al Ganz Of Bicchio con questo concerto. Ci sono dei posti che sono di tutti ma sono anche casa per alcuni e i luoghi sono importanti quanto le ricorrenze.


Il GOB è un circolo Arci, quindi nel primo blocco all’entrata si controllano e si fanno i tesseramenti, poi si passa alla porta d’ingresso dove si paga il biglietto e la bevuta, in cambio un talloncino da consegnare al bar e un timbro sulla mano, una G maiuscola per permettere di entrare e uscire a piacimento.
Alla sinistra della porta d’ingresso un’insegna luminosa con l’acronimo del locale: le lampadine circondano la parte centrale, dove la scritta è intercambiabile, come nelle insegne dei vecchi cinema americani e vi sono riportati ogni sera i nomi delle band che si esibiscono.
Il locale non è molto grande e la serata si scalda subito, si incontrano i primi visi conosciuti, con cui si è già diviso il parterre in passato, non c’è la foga di prendere posto, il clima è molto tranquillo, la gente si muove in platea, prende da bere, sbircia l’angolo del merchandising dove sono esposti maglie dischi, cd e gadget che ripercorrono un po’ tutta la storia musicale della band. E’ il momento del “ce l’ho, ce l’ho, mi manca” e lì attorno si possono sentire le persone discutere su quale sia stato il disco migliore, il concerto più memorabile, il pezzo del cuore. Questo è quello che accade quando si partecipa a live di questa portata, si incontrano visi amici, si parla di musica, si rivivono momenti e si condividono esperienze.
Mi posiziono in prima fila, vicino alle casse, un po’ laterale, per godermi lo spettacolo da vicino senza rischiare di esser travolta dal pogo che arriverà, è certo! La posizione laterale mi permette di avere un luogo a cui poter tornare quando la calca stringe troppo. Quelli che dal pit non usciranno per tutta la sera invece si individuano subito. Ci sono un sacco di ragazzi giovani, forse figli di qualche componente della band con amici, altri con i genitori al loro fianco, altri ancora semplicemente nuovi fan. Mi fa sorridere, perché mi rivedo io alla loro età e solo in quel pensiero comprendo il gap e la bellezza di essere lì insieme a loro. La musica è davvero un linguaggio universale e soprattutto intergenerazionale.



Riesco a buttare un occhio alla scaletta. Sono riportati tutti i brani più famosi e non solo. Acquaforte, Century’s Gone, Modulo 125, Tracce, Rossoarancio, Versilia Disco Trash, I Just Wanna Play. Si ripercorrerà tutta la loro storia.
Finalmente salgono sul palco. La line up attuale è quella più longeva: Lorenzo Dinelli voce e chitarra si presenta con la barba lunga, camicia a quadri e un cappellino in testa, come sempre altissimo catalizza subito l’attenzione di tutti. Matteo Caldari, basso e seconda voce, berretto in testa della Inconsapevole records si posiziona davanti a me , dalla parte opposta Diego Caldari alla chitarra e dietro Pansini Fabio alla batteria sulla cui parte frontale è curiosamente posizionato il faccione di Dustin Hoffman pronto a saltellare per tutto il concerto.


Ma le postazioni non sono state tutte completate perché quella di questa sera sarà una festa e a un certo punto ci sarà talmente tanta gente sul palco da non far percepire più la linea di divisione tra la scena e il parterre: saliranno altri musicisti che hanno percorso un pezzo di strada con loro, fan scatenati, cantanti improvvisati.
“Io sto bene, tu come stai?” è l’attacco di “Mi pento” che parte con tutta la sua carica dopo l’intro e diventa un convenevole che accende la folla che fin da subito inizia a cantare con il frontman e canterà per quasi tutto il concerto. Giacomo Cerri con la sua chitarra, sale fin da subito sul palco con gli ex compagni, ma non sarà l’unico: si alterneranno sul palco anche Carlo Alberto Rossi al basso, Federico Bertolini alla batteria, Andrea Iannazzone al basso e Mark Byrne alla chitarra.
Inesplosa, Disconnected, Montagne Fredde, Lungo la strada, Forgiven, Satelliti, Foto Sbiadite, sono solo alcune delle canzoni della prima parte della serata.
I brani in Italiano, quelli di più semplice ascolto, sembrano in successione raccontare una storia, quella di un viaggio lungo che tocca temi sociali, amorosi, esistenziali e legami universali allargandosi anche nello spazio, un tema ricorrente, attraverso riflessioni su movimenti cosmici che scomodano le stelle e risolvono il senso della vita in tutti noi: perché forse è davvero tutto scritto nelle stelle, come ciò che nella vita ci ha poi portato a essere tutti qui questa sera. Il repertorio della band viareggina è mutato molto con loro nel corso degli anni e tanto racconta dei membri che si sono succeduti.Nella seconda parte del concerto, “Prima che… sia troppo tardi” l’animo più riflessivo e maturo viene messo da parte in favore di un percorso tra pezzi che ammiccano alla parte più punk della band. “Take a position” segna la fusione definitiva tra parterre e scena. C’è chi sale sul palco, chi canta, chi si lancia, chi si abbraccia, chi si tocca le mani. Il pogo è inarrestabile. Smetto presto di capire che canzone verrà suonata, e mi faccio trasportare da un flusso di musica e energia che mi culla come un gioco acquatico per tutta la serata. Presto la scaletta viene abbandonata, nessuno ha voglia di far finire il concerto: molti brani si aggiungono in coda, finchè a un certo punto sul piccolo palco del GOB si ritrovano 7/8 musicisti tutti insieme, sulla folla si susseguono persone in stage diving e le voci della band non si distinguono più da quelle del parterre.


Dopo tanti tentativi di saluto, ancora troppo presto, il concerto finisce. E’ mezzanotte e mezza, ringraziano, dedicano la serata al locale che ci ha appena ospitato. “Sosteniamolo!” dice Diego, i ragazzi si abbracciano e noi li guardiamo un ultima volta prima di abbandonare le nostre postazioni. Prima che le luci del palco si spengano.


Il compleanno dei Seed N Feed al Ganz Of Bicchio del 24 gennaio 2026 è stato davvero una grande festa!

Denise 







 

"NUOTANDO NELL'ARIA" E L'IMPORTANZA DEL DURO LAVORO - CRISTIANO GODANO RACCONTA 35 CANZONI DEI MARLENE KUNTZ - TESTO DI MAURIZIO CASTAGNA


Uscito ormai da quasi sette anni, ma i libri non sono mai troppo vecchi per essere letti, "Nuotando nell'aria" è una sorta di diario artistico di Cristiano Godano e dei Marlene Kuntz. Il libro ci porta dietro le quinte di "Catartica", "Il vile" e "Ho ucciso paranoia", i primi tre dischi della band di Cuneo, raccontando, brano per brano, il processo creativo che ha portato all'incisione delle singole tracce con dovizia di aneddoti, particolari, e soprattutto momenti di vita vissuta. Ci si immerge in anni, dal 1994 al 1999, che permettevano un "contesto" ideale per quello che veniva considerato il nuovo rock italiano e non solo. C'erano ancora i rock club, nel cuneese il mitico "Nuvolari" e nella vicina Bra "Le Macabre", dove si suonava dal vivo e l'estate portava tanti piccoli-grandi festival che riuscivano a stare in piedi soprattutto per quello che rappresentavano più che per i nomi che portavano sul palco. Nei dj set si passavano Husker Du, Sonic Youth e Gun Club e la musica era la colonna sonora della serata, non il sottofondo per fare altro. Nelle 350 pagine, ricche anche di appunti e bozze scritte a mano, c'è la rabbia di Cristiano per quei fans per cui "I Marlene sono solo quelli dei primi tre dischi", le registrazioni con Gianni Maroccolo, la telefonata di Giovanni Lindo Ferretti, i testi inviati a Nick Cave, e ovviamente tantissimo altro. E' un diario di emozioni dove sarà più facile per i fans duri e puri perdersi nel mare di spunti derivanti da ogni canzone ma che è soprattutto la testimonianza di un'epoca, forse irripetibile, della musica indipendente in Italia e di tutto quello che ha rappresentato per generazioni come la mia.





Ma tra le cose che più mi hanno colpito c'è la parte in cui Cristiano racconta delle prove e di una certa cultura del lavoro, da cui anche il mondo musicale non sfugge, che spesso manca. "In Italia le prove erano per molti un ingombro... ci manca quel tipo di cultura e dunque erano (sono?) pochissimi i gruppi che capivano l'importanza del duro lavoro". Credo sia questa la fotografia, purtroppo non solo in campo musicale, che può rappresentare il nostro paese anche oggi. Questa tendenza a mettersi su un piedistallo per sentirsi arrivati in base a criteri del tutto soggettivi, che con la rete sono amplificati, la ritrovo in molti gruppi di oggi che troppo spesso curano le loro pagine social più che la propria preparazione artistica. E' quella cultura, palla al piede del nostro paese, per cui tutto è un passatempo e allora si può anche fare in maniera approssimativa o in modalità "quanto basta". Una volta Manuel Agnelli disse che gli Afterhours avevano portato nella musica italiana la professionalità e credo che questo si leghi perfettamente al pensiero di Cristiano espresso nel libro. Quante band dal vivo mostrano limiti imbarazzanti? Tutta colpa dei club che non ci sono più e della gavetta che è difficile da fare? Forse, ma in parte. Ma quante ore di preparazione, quanto sudore uno è disposto a mettere in quello che fa? Perché oggi è passata questa cosa per cui un brano registrato bene e una campagna social adeguata aprono le porte del successo. Probabile, in molti casi sicuro. Ma la credibilità la costruisci ogni giorno col lavoro e mettendoti in gioco. Se penso a band come Fuzz Orchestra, Giuda, Ovo, Peawees, Ofeliadorme, giusto per fare qualche nome, vedo gente super professionale che va tranquillamente a suonare all'estero senza timore di fare brutte figure. Ma quante band ascoltiamo in Italia che dal vivo sono impresentabili e che magari hanno la pretesa di andare a suonare a Berlino o Londra? Troppe. Ecco, di questo bel libro di Cristiano, oltre ai tanti appunti di vita in cui molti si ritroveranno, vorrei rimanesse questa "cultura del lavoro" che in tutti gli album dei Marlene, e non solo nei primi tre, si respira e che dovrebbe diventare modello per coloro che si sentono arrivati magari per una recensione fatta da un amico su una webzine che leggono in tre.




lunedì 16 marzo 2026

"BUGONIA" DI YORGOS LANTHIMOS RACCONTATO DA NICOLA PICE PER #8MM, IL CINEMA DI RISERVA INDIE


Con “Bugonia” (2025) – candidato a 4 premi Oscar - Yorgos Lanthimos prosegue il suo percorso di anatomista dell’assurdo contemporaneo, realizzando uno dei film più cupi e al tempo stesso più ironici della sua filmografia. 
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e liberamente ispirato al film sudcoreano “Save the Green Planet!” (2003) di Jang Joon-hwan, il lungometraggio assume la forma di una parabola fantascientifica che in realtà parla quasi esclusivamente del presente: della paranoia sociale, dell’alienazione prodotta dal capitalismo tecnologico e della progressiva dissoluzione della fiducia nella realtà condivisa.
Il risultato è un’opera che sembra oscillare continuamente tra la farsa e la tragedia, tra la satira politica e il dramma psicologico. 
Lanthimos costruisce un dispositivo narrativo chiuso e quasi teatrale - una sorta di esperimento sociale in forma di thriller fantascientifico - nel quale lo spettatore è costretto a interrogarsi non tanto sulla verità degli eventi, quanto sulla fragilità dell’idea stessa di umanità.
Lo stile registico di Lanthimos è ormai riconoscibile come uno dei più peculiari del cinema contemporaneo e in “Bugonia” si manifesta attraverso una messa in scena ancora più controllata, chirurgica, dove ogni gesto appare programmato, quasi come se i personaggi fossero cavie di un esperimento comportamentale.
I dialoghi sono pronunciati con una freddezza quasi clinica, i tempi comici nascono dalla rigidità dei personaggi e dalla loro incapacità di comprendere pienamente le conseguenze delle proprie azioni. 
Questa distanza emotiva produce un effetto straniante che ricorda il teatro dell’assurdo o il cinema europeo più radicale ma Lanthimos non è interessato alla verosimiglianza psicologica tradizionale perché i suoi personaggi esistono piuttosto come vettori di idee e tensioni sociali: il complottista paranoico, l’élite economica impersonale, il giovane fragile in cerca di appartenenza. 
In questo senso “Bugonia” si configura come un vero e proprio microcosmo allegorico.
Yorgos Mavropsaridis, storico collaboratore di Lanthimos, svolge un ruolo fondamentale nel determinare il tono del film utilizzando il montaggio per piegare la struttura narrativa ad un’alternanza di momenti di tensione quasi insostenibile ad improvvisi scarti ironici, creando un ritmo irregolare e destabilizzante. 
Il tempo cinematografico è dilatato: molte scene si prolungano oltre il necessario, generando un senso di disagio che diventa parte integrante dell’esperienza.
Questo uso del tempo è tipico del cinema di Lanthimos: l’azione non procede secondo le logiche tradizionali del thriller, ma attraverso una progressiva accumulazione di situazioni paradossali per cui si ha l’impressione di trovarsi in uno spazio mentale più che fisico.
Il seminterrato in cui si svolge gran parte della vicenda diventa, quindi, una sorta di laboratorio morale dove la realtà viene messa alla prova.
L’universo visivo del film è caratterizzato da immagini dai colori freddi e da una nitidezza quasi iperrealista, che rende gli ambienti contemporaneamente concreti e inquietanti.
Lanthimos utilizza spesso inquadrature grandangolari che deformano leggermente lo spazio, accentuando la sensazione di distacco tra i personaggi e il mondo che li circonda.
Le luci artificiali e i contrasti cromatici evocano un’atmosfera sospesa tra il quotidiano e il fantascientifico.
L’effetto complessivo, pertanto, è quello di una realtà che sembra già post-umana: un mondo in cui le strutture economiche e tecnologiche appaiono più vive degli individui che le abitano.
Gli attori che compongono il prestigioso cast ci appaiono come corpi e voci dell’assurdo.
Emma Stone, nel ruolo dell’ambigua CEO Michelle Fuller, costruisce un personaggio che oscilla continuamente tra vittima e manipolatrice, tra figura umana e possibile entità extraterrestre. 
La sua recitazione è volutamente controllata, quasi glaciale: ogni parola sembra calcolata, ogni sorriso appare come una strategia.
Jesse Plemons, nei panni del paranoico Teddy, realizza invece il ritratto tragico e disturbante di un uomo distrutto dal dolore e dalla frustrazione, incapace di distinguere tra giustizia e ossessione. 
Plemons riesce a trasformare una figura potenzialmente caricaturale in un individuo profondamente umano.
Accanto a loro, Aidan Delbis interpreta Don con una vulnerabilità disarmante: il suo personaggio rappresenta forse l’unico frammento di empatia in un universo dominato dalla follia e dalla diffidenza.
Mai come in questa circostanza il titolo stesso del film contiene una chiave interpretativa fondamentale. 
La “bugonia” è un’antica credenza secondo cui le api nascerebbero spontaneamente dai cadaveri dei buoi: un mito arcaico che parla di morte e rigenerazione.
Lanthimos utilizza questa idea come metafora della civiltà contemporanea in cui l’umanità appare come una specie che si genera dalle proprie rovine, incapace di sfuggire al ciclo di distruzione che essa stessa produce.
La fantascienza diventa così un linguaggio simbolico. 
Infatti, l’ipotesi che Michelle sia un’aliena non è soltanto un espediente narrativo: rappresenta la percezione crescente che il potere economico e tecnologico sia ormai estraneo all’esperienza umana. 
L’élite globale appare letteralmente “aliena” rispetto alla vita quotidiana delle persone ma, allo stesso tempo il film suggerisce una provocazione radicale: e se l’umanità stessa fosse davvero la specie invasiva? 
Se la Terra avesse bisogno di essere salvata proprio dagli esseri umani?
Al di là delle provocazioni, però, per comprendere pienamente Bugonia è necessario collocare l’opera nel percorso artistico del suo autore.
Fin dagli esordi con “Dogtooth”, Lanthimos ha mostrato un interesse ossessivo per i sistemi sociali chiusi e per le regole arbitrarie che governano il comportamento umano. 
In “The Lobster” questa ossessione si trasformava in una satira delle relazioni sentimentali; nel “Il sacrificio del cervo sacro” assumeva i toni di una tragedia mitologica; nei “La favorita” e “Povere creature” si manifestava attraverso una reinvenzione grottesca del passato.
“Bugonia” rappresenta probabilmente una sintesi di queste traiettorie perché da un lato riprende il minimalismo claustrofobico dei primi lavori del regista greco, dall’altro conserva la dimensione visionaria dei film più recenti.
La differenza principale sta nel tono: qui Lanthimos sembra abbandonare ogni residuo di ottimismo: se “Povere creature” celebrava la possibilità di una nuova forma di libertà umana, “Bugonia” suggerisce invece che il problema dell’umanità potrebbe essere proprio l’umanità stessa.
“Bugonia” è un film disturbante, provocatorio e profondamente coerente con la poetica di Yorgos Lanthimos. 
Attraverso la lente deformante della fantascienza, il regista costruisce una riflessione amara sul presente: un mondo dominato da paranoia, disuguaglianza e sfiducia nella verità.
Come spesso accade nel suo cinema, la risata e l’orrore convivono nello stesso gesto: lo spettatore ride, ma subito dopo si accorge che quella risata riguarda la sua stessa persona.
Ed è forse proprio questa la forza del film: ricordarci che l’alieno potrebbe non essere altrove, ma semplicemente dentro di noi.


“Bugonia”: strumento distopico di analisi sociale

In una prospettiva cinematografica coerente è utile collocare “Bugonia” di Yorgos Lanthimos all’interno di una tradizione ben precisa: quella della fantascienza distopica e apocalittica che utilizza il futuro (o un presente deformato) come strumento di diagnosi del presente storico.
Nel corso degli ultimi decenni numerosi film hanno immaginato mondi estremi - società collassate, regimi tecnologici totalizzanti, civiltà al tramonto - nei quali la crisi dell’umanità diventa il vero oggetto dell’indagine.
Pur non appartenendo alla fantascienza spettacolare più tradizionale, “Bugonia” dialoga idealmente con questi illustri predecessori, utilizzando l’ipotesi dell’alieno e la paranoia complottista per interrogarsi su una questione radicale, ovvero se l’umanità sia ancora in grado di riconoscere sé stessa.
Uno degli esempi più significativi di cinema distopico o apocalittico con cui l’opera di Lanthimos può essere messa in relazione è inevitabilmente “Blade Runner” (1982) di Ridley Scott, film che ha ridefinito l’immaginario della fantascienza contemporanea.
Nel mondo piovoso e iper-urbanizzato di Los Angeles del 2019, gli esseri umani convivono con replicanti biologici quasi indistinguibili dalle persone reali.
La domanda che attraversa l’intero film - che cosa significa essere umani? - trova una risonanza sorprendente anche in “Bugonia”.
Se nel film di Scott, però, il confine tra uomo e macchina è incerto, nell’opera di Lanthimos il confine tra umano e alieno diventa soprattutto una questione psicologica e politica.
La CEO interpretata da Emma Stone non è soltanto sospettata di essere un’entità extraterrestre: la sua presunta “alterità” rappresenta l’idea che il potere economico globale sia ormai diventato incomprensibile e distante quanto una civiltà aliena.
La differenza principale, tuttavia, risiede nel tono: “Blade Runner” costruisce un universo malinconico e romantico, mentre “Bugonia” adotta una prospettiva grottesca e satirica, in cui l’assurdità delle relazioni sociali diventa parte integrante della distopia.
Un altro confronto particolarmente interessante potrebbe essere con “I figli degli uomini” (Children of Men, 2006) di Alfonso Cuarón.
Nel film di Cuarón il mondo è precipitato in una crisi irreversibile: l’umanità è diventata sterile e la società è scivolata in un regime autoritario dominato dalla paura e dalla xenofobia.
Il futuro distopico rappresentato nel film non è tanto tecnologico quanto politico e morale.
La stessa logica è presente in “Bugonia” perché Lanthimos non immagina una civiltà devastata da guerre o catastrofi naturali: il collasso nasce piuttosto dalla perdita di fiducia nella realtà condivisa.
Se in “Children of Men” la speranza è incarnata dalla nascita di un bambino, nel film di Lanthimos non esiste alcuna promessa di redenzione.


La paranoia complottista del protagonista interpretato da Jesse Plemons riflette un mondo in cui la verità è diventata inafferrabile per cui “Bugonia” ci appare quasi come una versione post-internettiana della distopia politica raccontata da Cuarón.
Il rapporto tra tecnologia e alienazione trova una delle sue espressioni più radicali in The Matrix (1999) delle sorelle Wachowski.
In quel film l’umanità vive inconsapevolmente all’interno di una simulazione creata dalle macchine che hanno conquistato il pianeta.
La realtà percepita è dunque una costruzione artificiale.
Anche “Bugonia” lavora su una frattura simile: la percezione del mondo è costantemente messa in dubbio.
La differenza, tuttavia, è significativa in quanto, se nel film delle sorelle Wachowski esiste una verità oggettiva da scoprire - il mondo reale oltre la simulazione - nel cinema di Lanthimos, invece, la verità rimane irraggiungibile o forse irrilevante.
La domanda non è più “la realtà è vera?” ma piuttosto “chi ha il potere di definire ciò che è reale?”.
La dimensione paranoica di “Bugonia” richiama anche “L’esercito delle 12 scimmie” (12 Monkeys, 1995) di Terry Gilliam.
Nel film di Gilliam un virus ha distrutto gran parte dell’umanità e i sopravvissuti vivono sottoterra mentre tentano di cambiare il passato attraverso viaggi nel tempo.
Il protagonista è perseguitato dal dubbio: le sue visioni sono ricordi reali o semplici allucinazioni?
Come spesso accade nel cinema paranoico, lo spettatore non può stabilire con certezza se il protagonista sia un visionario lucido o un uomo completamente perduto nella propria ossessione.
Tuttavia Lanthimos porta questo meccanismo a un livello ancora più radicale: nel suo film la paranoia non appartiene soltanto al protagonista ma sembra contaminare l’intero sistema sociale.
Una diversa declinazione della distopia si trova in “Mad Max: Fury Road” (2015) di George Miller, uno dei più potenti film apocalittici del cinema contemporaneo.
Nel deserto post-nucleare immaginato da Miller, la civiltà è collassata e la sopravvivenza dipende dalla violenza e dal controllo delle risorse.
La società è dunque ridotta a una struttura tribale dominata da signori della guerra.
Se Mad Max rappresenta la distruzione fisica del mondo, “Bugonia” suggerisce qualcosa di altrettanto inquietante: la civiltà continua a funzionare in modo apparentemente normale ma ha già perso la propria umanità.
In altre parole, il film di Lanthimos ci propone un’apocalisse invisibile, che si manifesta non nelle rovine materiali ma nella disintegrazione della fiducia e dell’empatia.
Mettendo a confronto queste opere – la cui scelta dipende arbitrariamente da chi vi scrive senza nessuna pretesa di assolutezza, molti altri avrebbero potuto essere paragonati - emerge una caratteristica fondamentale di “Bugonia”: il film appartiene a una forma di fantascienza più allegorica che spettacolare.
A differenza delle grandi narrazioni distopiche basate su universi futuristici complessi, Lanthimos costruisce una distopia quasi minimalista.
Gran parte della vicenda si svolge in uno spazio ristretto - il seminterrato - che diventa una sorta di microcosmo della crisi globale.
Questa strategia ricorda il modo in cui il regista aveva già trasformato spazi chiusi in laboratori sociali  (“Dogtooth” e “The Lobster”).
Il dialogo tra “Bugonia” e il cinema distopico degli ultimi decenni rivela quanto il film di Lanthimos sia, in realtà, profondamente radicato nella tradizione della fantascienza politica.
Come “Blade Runner” ha interrogato la natura dell’umanità nell’era della biotecnologia, come “I figli degli uomini” ha riflettuto sul collasso delle istituzioni democratiche e come “The Matrix” ha messo in discussione la realtà percepita, anche “Bugonia” utilizza il linguaggio della fantascienza per formulare una domanda inquietante, non più soltanto su cosa diventerà il mondo ma se il mondo in cui viviamo non sia già, in fondo, una forma di distopia.

NICOLA PICE

domenica 15 marzo 2026

CASPIO - COSA RESTERA' DI NOI - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Provare a cambiare sempre, soprattutto quando è più probabile che nulla cambierà. Questo è il cuore pulsante di “Cosa resterà di noi”, il nuovo album dei Caspio, guidati dal cantautore e polistrumentista triestino Giorgio Di Gregorio. Il disco è frutto dell’istinto più che non della ragione e ha una qualità non comune, quella di dire la verità senza maschere, senza colpi ad effetto. I pezzi sono le pagine di un diario abbandonato aperto sulla scrivania polverosa di una stanza in cui non abita più nessuno. Come in tutti i diari intimi prendono forma pensieri ricorrenti che non riusciamo a confessarci in altro modo. In apertura dell’album “Cambiare” è un brano imperniato sulle contraddizioni. Pochi secondi di quiete deflagrano in un muro di chitarre alla Smashing Pumpkins che sorregge un testo che prende atto dell’inutilità del cambiamento stesso, dato che di fatto si corre fino a quando tutto resterà così com’è. “Forse è tardi” si riallaccia alla tematica del tentare l’impossibile, in questo caso per salvare un rapporto di coppia in bilico tra “addio” e “se ti va ce ne andiamo”, perché, alla fine, è tutta una questione di fidarsi e scegliere se restare ancorati ad un presente senza futuro o cercarsi un futuro dimenticando il presente. “Ti manca l’aria” è una serie di domande scomode a sè stessi. Perché mi sono laureato? Quando è che parto e me ne vado? Cosa mi trattiene dal mollare tutto se tutto questo non fa per me? Le risposte sono talmente ovvie da essere difficili da trovare. In “Un ultimo sguardo” l’io narrante sfoglia malinconico per un’ultima volta l’album dei ricordi cui è più affezionato. Il brano è reso ancora più struggente dagli archi in crescendo. “Naturale” ha un’evidente matrice grunge, ma rielabora il genere con una buona dose di personalità. “Dimmelo adesso” rappresenta il tentativo di godere della gioia del presente perché, in fondo, è ancora presto per sapere cosa ne conserveremo. “Iniziamo da noi” è invece un frammento di elettronica da un minuto che spezza piacevolmente il fluire del disco. “Non restare qui” ritorna sul tema del movimento come fuga e nei versi “Se non produci non sei, se non consumi non hai” si fa semi citazione dell’iconico “Produci, consuma, crepa” dei CCCP. In chiusura dell’album “Come me e te” torna sul rock anni 90 con strofe e ritornelli che richiamano i Nirvana e vede ospite alla voce Ivo Bucci degli abruzzesi Voina. La decima e ultima traccia “Ma tu ci pensi mai?” si prende il tempo di respirare anche se è più che altro un sospiro malinconico. “Ma tu ci pensi mai a che cosa vuoi, a cosa c’è di buono?” canta Giorgio Di Gregorio nel ritornello. Se davvero ci fosse un domani che vale potremmo sperare che forse qualcosa cambierà.
Giorgio Di Gregorio si è prestato ad un’intervista sull’album e sui suoi significati più profondi.


- Ascoltando l’album si avverte come tema centrale il movimento. Movimento come cambiamento, come un addio, “se ce ne andiamo”. Puoi spiegarci meglio?
- Il cambiamento è esattamente il centro di tutto il disco. Infatti questa domanda che ricorre “Cosa resterà di noi?” è una domanda che prima o poi ci facciamo tutti. Cosa rimarrà della nostra vita? E’ il cosa resta che a me fa soffrire un po’, cosa resta di noi, delle persone che ci accompagnano lungo questo percorso. Il cambiamento molto spesso è voluto, ma altrettanto spesso no, anzi la maggior parte delle volte non è voluto. Infatti “Cambiare”, la prima traccia, dice che cambiare è facile anche se in realtà non lo è affatto. Sappiamo che quando vuoi qualcosa non sempre lo puoi avere, anzi. E’ tutto sul cambiamento, non tanto sull’invecchiare, ma sul cambiamento. 
- Partiamo dall’ultimo pezzo dell’album “Ma tu ci pensi mai?” che, per come l’ho percepita, chiude il cerchio aperto da “Cambiare”. Credere che non sarà la fine è un atto supremo di fiducia nel mondo nonostante tutto o è puro istinto di autoconservazione?
- E’ puro istinto di autoconservazione secondo me. E’l’unico modo che abbiamo per andare avanti, visti anche i tempi che viviamo. Vedere un barlume di futuro, un minimo di speranza è importante. Viene da arrenderci alle cose che molto spesso non vanno bene, ma mi ritaglio un piccolo spazio felice, un piccolo spazio di serenità, anche se è difficile. Quindi è più autoconservazione perché, altrimenti, dovremmo finirla qui, smettere di fare qualsiasi cosa. 
- Parliamo un po’ del suono. Le chitarre in particolare mi fanno venire in mente un po’ i Verdena e un po’ gli Smashing Pumpkins, almeno quelli migliori che hanno chiuso il loro primo ciclo vitale con “Mellon Collie”. Vi capita mai di riascoltarvi dopo aver registrato un pezzo e di sentirci a posteriori l’eco di qualcosa che involontariamente è finito nel brano?
- Assolutamente sì. Non possiamo negare che inevitabilmente ci siano delle influenze delle band che hai citato. Te lo dico io personalmente perché che sono quello che scrive i brani e non sto ad ascoltare tutto il giorno gli Smashing Pumpkins, anzi, però sicuramente mi rendo conto che ci siano dei grandi riferimenti a quegli anni. Non penso dalla mattina alla sera cosa voglio e dove voglio arrivare, questo disco in particolare rispetto a quello precedente è venuto di pancia e quella era la musica che ti scaldava il cuore, con cui sei diventato grande. Poi crescendo acquisisci nuove competenze, conosci nuove band, ma alla fine era inevitabile, visto l’approccio che abbiamo voluto con questo album, che venisse fuori la parte adolescenziale, post adolescenziale, andare a recuperare quelle sonorità che alla fine ci facevano stare bene. 
- “Non basta una Laurea, quand’è che parti che prendi e vai?” da “Ti manca l’aria”. Questo pezzo è un inno dei ragazzi in fuga dall’Italia? 
- E’ un inno che sento da più di un decennio. Io sono un millennial, questa cosa dell’andare a cercare fortuna all’estero perché in Italia non c’è futuro la sento da un casino di tempo. E’ rimasta? Diciamo che è uno strascico di quello che noi credevamo fosse la cosa più giusta. Andarsene via perché l’Italia non era e non è particolarmente nutritiva né per quelli che sono cresciuti, né per i giovani d’oggi. Poi adesso il problema si è allargato al mondo. Quindi diciamo che prendere e andare via è più metaforico perché è veramente difficile trovare un futuro davanti a noi come in qualsiasi altro Paese. Se parli con una persona che ha quarant’anni come il sottoscritto o con uno che ne ha trenta o con chi ne ha venti è dura, difficile. Sicuramente avere la prospettiva di poter mollare qualcosa, andare e lasciarsi dietro tutte quelle sovrastrutture, quel dover fare, dover essere che è la Laurea è un elemento importante. Io sono cresciuto con l’idea che ci si dovesse laureare che poi magari un giorno…E’ una narrazione fallita in partenza. L’invito è a lasciarsi dietro tutte queste sovrastrutture e andare, fare, qualsiasi cosa comporti. 
- “Un ultimo sguardo” è un frammento di cantautorato con un arrangiamento struggente. Quanto è difficile dire addio ad un modo di essere noi stessi che non ci corrisponde più?
- Tocchi un tasto dolente perché in questo periodo avverto molto questa sensazione. Non so se è l’età, non so se è semplicemente perché il presente è duro. E’difficile in tutti i sensi, perché noi pensiamo sempre che le cose possano durare per sempre, di rimanere uguali e ci ricolleghiamo quindi alla prima domanda, ma le cose cambiano. Bisogna avere il coraggio di prendere un respiro e accettare il fatto che si devono prendere altre strade anche se è durissima. Io ancora adesso che ne scrivo e ne parlo con te in questo momento faccio fatica. 
- “Cosa resterà di noi adesso?” dal brano “Dimmelo adesso”. Questo è un pezzo che mette a fuoco un altro tema importante dell’album secondo me, cioè il desiderio di lasciare una traccia del proprio passaggio nel mondo, nella vita degli altri. 
- Penso che alla fine in tutte le cose non siamo soli, può accadere che siamo soli magari nei momenti duri perché li devi affrontare da solo, ma credo che la condivisione sia alla base di qualunque artefatto umano, che si tratti di musica o di un oggetto, quindi diciamo che va interpretata in questo modo. La condivisione alla fine è fondamentale per sentirsi ancora umani e poter fare ancora qualcosa che abbia valore, in un momento in cui il valore delle cose ha perso significato. 
“Senza cambiare la gente cambiamo noi finché alla fine ti arrendi” dal pezzo “Come me e te”. E’ una falsa dichiarazione di resa o una resa vera? 
- Non è una falsa arresa. Molto spesso per poter cambiare in positivo bisogna arrendersi all’idea che si devono prendere strade nuove oppure occorre lasciar andare delle cose, come mi chiedevi. E’ difficile lasciar andare delle cose? Certo che è difficile. L’atto di arrendersi emerge spesso nei miei pezzi perché mi rendo conto che sono un ostinato, ostinato ad andare sempre contro determinate cose, a seguire dei percorsi che poi alla fine mi puniscono indirettamente. E’per me e per tutti quelli che forse dovrebbero accettare che certe cose non cambieranno mai o cambieranno in modo diverso da come volevano. Si deve farsene quindi una ragione, non per arrendersi negativamente, ma perché così semplicemente sposti il focus su cose che ti fanno stare bene, che ti fanno andare avanti.
- In questo brano partecipano gli abruzzesi Voina. Come è nata l’idea di collaborare? Se non erro avete anche suonato insieme. 
- Nasce tutto più di un anno e mezzo fa. Scrissi a Mattia De Iure che è il chitarrista dei Voina condividendo un pezzo nostro e chiesi di poter aprire un loro concerto. Furono gentilissimi, ci fecero aprire un loro live al Locomotiv (ndr storico club di Bologna) e da lì è iniziato uno scambio, un rapporto. Mentre stavamo registrando e producendo l’album ci è venuto in mente di coinvolgere Ivo Bucci, il cantante dei Voina perché abbiamo qualcosa di affine, un po’ nei testi, un po’ anche dal punto di vista generazionale, apparteniamo alla stessa generazione e serviva qualcuno come lui che avesse quel tiro nel cantare, nell’esprimere determinati concetti e ho pensato che quindi fosse la persona più adatta. 
- L’altra settimana ha chiuso un locale storico di Viareggio, il GOB. “Blow Up” di questo mese titola: “La musica è (in)finita”. Quindi, per riprendere la copertina di “Blow Up”, crollo delle vendite, dominio degli algoritmi, canzoni e musicisti creati dall’intelligenza artificiale. Il destino è cadere nel baratro o la musica vera si salverà in qualche modo perché è necessaria per vivere?
- Prima che uscisse quell’articolo ho messo un adesivo sulla mia chitarra con scritto “La musica è finita”. E’qualcosa che non riesco a togliermi dalla testa perché penso che la musica come noi la intendiamo sia finita. Questo continuo produrre musica come se si trattasse di pomodorini per il supermercato credo che non abbia futuro. Al contempo penso che sia inevitabile che come esseri umani ci sia la necessità di continuare a scriverla, suonare e condividere quello che si fa come artisti, musicisti. Dobbiamo pensare a come stanno andando le cose e prendere il coraggio di accettare che siano così, ma potrebbero essere nuove. Penso già al fatto che se gli artisti, in particolare quelli grossi smettessero di aver a che fare con queste porcherie delle piattaforme di streaming, magari attraverso una musica un po’ più materica, la stampa di un CD, un vinile, i concerti, forse non ci sarebbero gli stessi guadagni di una volta, ma sarebbe meglio. Proprio perché già adesso siamo alla canna del gas, perché non facciamo una scelta di campo e riponiamo la musica al centro? Tanto abbiamo già perso e allora almeno troviamo una nuova strada per la musica. 
- A mio personale parere quello che manca nel mainstream è l’emotività, non c’è nulla di emotivo nei brani più gettonati. Non parliamo solo di situazioni come Sanremo, anche perché il livello è talmente basso che potrebbero essere stati scelti altri cantanti e sarebbe stata alla fine la stessa cosa. Quando scrivi dei brani nuovi l’emotività che spazio occupa?
- Io la metterei sicuramente al primo posto a scapito di tutto il resto, nel senso che io sono il principale autore di questi brani e faccio veramente fatica a scrivere a comando, scrivere semplicemente perché devo farlo. Posso sforzarmi di fare alcune scelte perché c’è un racconto, ma l’emotività è alla base di tutto. Per “Cosa resterà di noi” a me colpiva che il tempo passasse, che la gente attorno a me cambiasse. Avverto queste cose molto di più rispetto al passato per cui l’emotività è assolutamente al centro. 
- Il progetto Caspio è nato da te come solista, polistrumentista. Come si è evoluto per diventare alla fine un vero gruppo?  
- Mi è capitato di fare questa svolta dall’elettronica al rock perché avevo bisogno di tornare alla musica suonata senza sovrastrutture, senza computer, senza tecnologia. E a quel punto ho preso atto inevitabilmente della realtà, per fare il rock devi avere qualcuno con cui farlo, devi conoscere le persone e suonare insieme, fare le prove. Tutte cose che prima facevo da solo. Ho trovato questi ragazzi, Enrico Muccin, Nicolas Morassutto, Riccardo Roschetti e ci siamo trovati fin da subito in sintonia, in primis musicalmente. Anche con Nicolas che è il più giovane dei quattro perché è del 98 ci assomigliamo molto nel sentire e anche nei gusti ho pensato che, anche perché come dicevamo prima la musica si è appiattita, è molto individualista, sembra un prodotto, volevo uscire da queste dinamiche. Sì sono io quello che scrive principalmente i brani, però avevo bisogno di farmi contaminare di più, di trovare nuove strade e l’unico modo per farlo era aprire il progetto non soltanto al sottoscritto, ma anche ad altre persone.
- Sono ancora curioso di sapere come cambia il tuo approccio dall’essere una band all’essere un solista? Collabori nella scrittura dei pezzi, sai mediare?
- I pezzi di questo ultimo album in realtà erano già stati scritti, però è come se fossero stati rielaborati tutti insieme, collettivamente, nel senso che li avevamo già portati live, loro avevano già dato il loro contributo e quando siamo arrivati in studio, rispetto a come erano originariamente erano diversi, non tanto dal punto di vista autoriale, ma penso agli arrangiamenti, ai suoni. Non era così ruvido questo album prima del loro arrivo, quindi come dicevo li ho scritti io, ma molte parti di quello che senti è stato rielaborato da loro, hanno fatto loro delle scelte e ho lasciato assolutamente lo spazio. Chiaramente loro sanno e lo rispettano tantissimo che io ho la visione d’insieme dei testi, dei brani. Mi sento molto riconosciuto da questo punto di vista e, viceversa, mi sento anche in obbligo di lasciare loro dello spazio. 
- Andiamo a prendere un pezzo un po’ più vecchio, da “Noi che viviamo in un mondo perfetto”, cioè “Non dirlo a nessuno”. Qui c’è in qualche modo un ripiegamento su te stesso quando scrivi “mi guardo riflesso in un mondo perfetto, non ferisco nessuno”. Qual è il senso?
- Quel brano in realtà ha dato poi il titolo anche all’album e tutto il disco aveva al centro il tema della società della performance, del dover essere sempre, dover fare con il rischio di perdere completamente il senso di sé, della propria personalità e in quel pezzo tutto ciò viene sintetizzato. Anche in quel caso la tematica è sempre rendersi conto di quello che abbiamo attorno e cercare di avviare un cambiamento, che sia individuale o collettivo.
- Quando ti chiedono di spiegare una tua canzone qual è la prima idea che ti viene in mente? Parafrasarla? Trovi che le tue canzoni siano auto esplicative o che richiedano in qualche modo una legenda?
- Bisogna appartenere a qualcosa di simile per poter interpretare allo stesso modo le cose, però credo che lascino sempre uno spazio un po’ a tutti, non soltanto a me stesso. Non penso che siano didascaliche, né che serva un trattato filosofico per comprenderle. Secondo me ciò che cambia è se ti poni o meno delle domande. Se te le poni non assorbi passivamente, ma puoi scoprire delle cose e qualcosa in questi pezzi lo trovi che ti dà modo di porti poi altre domande. Questo è il tentativo che faccio sempre. Non c’è nulla di più bello di condividere e far sentire la gente meno sola. Quando ascolto un brano voglio che mi arrivi non soltanto per la musica, ma anche per il testo e se sono in un momento in cui sono giù o sono in un periodo complesso della mia esistenza non cerco in quel brano delle risposte, ma che mi dia modo di sentirmi meno solo. 


Come ci ha detto lo stesso Giorgio Di Gregorio, pur essendo i brani quasi interamente opera sua, alla realizzazione di “Cosa resterà di noi” ha contribuito in modo importante anche il resto della band, che  vede accanto allo stesso Di Gregorio Enrico Muccin (chitarra), Riccardo Roschetti (basso, voce) e Nicolas Morassutto (batteria, voce). La produzione è dello stesso Giorgio Di Gregorio insieme a Nicolas Morassutto.