domenica 15 febbraio 2026

HOTEL MONROE - PUNTO E A CAPO: INIZIA UNA NUOVA AVVENTURA - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


E’ il 2005 e in una frazione di un piccolo paese sull’Appennino tosco emiliano, abitata da una ventina di persone, un gruppo di amici accomunati dall’amore per la musica decide di formare una band, un po’ per passione e un po’ per vincere la noia. Sono vicini di casa, tutti abitano in una strada lunga non più di cento metri e quella band diventa per loro una sfida che cresce pian piano fino a trasformarsi in una scommessa vinta. La storia dei futuri Hotel Monroe, nella loro prima versione che si è man mano evoluta in quella odierna, è iniziata proprio così. Il gruppo, formato attualmente da Roberto Mori (voce), Nicola Pellinghelli (synth, programmazione, basso), Enrico Manini (chitarre) e Marco Barili (batteria) ha ora deciso di cambiare pelle e saluta l’inizio di una nuova fase condensando in un album di svolta tutto quello che è stato per loro più importante. Le otto tracce originali che lo compongono, cui va aggiunta una reinterpretazione di “Fiume Sand Creek” di Fabrizio De André, sono state scritte nell’arco di molti anni, ma si amalgamano bene tra loro in un racconto musicale imperniato su un rock melodico classico ben fatto. Il disco si apre con il singolo “Non sei”, un up tempo rappresentativo dello stile della band, guidato da chitarre nervose, sintetizzatori in primo piano e una sezione ritmica solida e funzionale. Nel testo l’incedere narrativo presenta un continuo cambio di prospettiva. Sul finale i due contrapposti si “incontrano”, si ritrovano e si svelano come due facce di una stessa medaglia. A seguire “Africa” è un pezzo incentrato sul Continente che, almeno per chi non ha mai avuto l’opportunità di visitarlo, ha sempre rappresentato un luogo quasi immaginifico in cui gli estremi si abbracciano. Bellissimo e terribile, ricchissimo e poverissimo, generoso e insanguinato. Un luogo troppo grande con infiniti spazi vuoti attraversati da poche strade che non sono strade, percorse per lo più da uomini scalzi, schiacciati e isolati da questa immensità. Viaggiando con l’immaginazione la band ha provato a catturare qualcosa di questa grande anima, anche se, forse, non era davvero possibile. Altro brano degno di nota è sicuramente “Il futuro”, ultimo singolo uscito prima dell’album, che descrive un’apocalissi in cui il mondo è un luogo ormai invivibile e gli esseri umani vagano come “anime perdute senza un domani” perché il futuro è rimasto alle spalle. Come accennato, ai pezzi originali scritti dagli Hotel Monroe si affianca in scaletta una reinterpretazione piuttosto coraggiosa di "Fiume Sand Creek” di Fabrizio De André. Rivisitare un pezzo di tale calibro può rischiare di trasformarsi in una mossa azzardata. In questo caso la reinterpretazione in chiave Hotel Monroe presenta luci e ombre. E’ senz’altro positiva la decisione di adattarlo perfettamente allo stile della band, ma, d’altro canto, a livello di subconscio è inevitabile una sovrapposizione con le sonorità dell’originale e sotto questo aspetto, a mio personale parere, reggere il confronto è un’impresa troppo ardua.
Abbiamo parlato con Nicola della storia degli Hotel Monroe e delle tematiche dei pezzi dell’album.



- Questo è il vostro ultimo album in ogni senso. Quel punto in copertina dopo il nome della band dice già molto. Perché avete deciso di andare “punto e a capo” proprio ora?
- Hotel Monroe nasce da un gruppo di amici in un piccolo paese dell’Appennino tosco-emiliano, Tizzano Val Parma, a 800 metri sul livello del mare. In una frazione di poco più di venti anime, in una via lunga un centinaio di metri si sono ritrovati tutti i membri della band, quindi siamo innanzitutto amici. Dopodiché si può ben capire che in un piccolo paese sperduto sui monti dovevamo trovare per forza qualcosa da fare e da lì ci siamo messi a suonare insieme nel lontano 2005. In realtà siamo “Hotel Monroe” dal 2015-2016 con il nostro primo EP autoprodotto. Nel 2026 a dieci anni da quel primo sussulto creativo abbiamo capito che era arrivato il momento di un giro di boa. Ovviamente la musica non si ferma perché la band sta lavorando, ma come “Hotel Monroe” pensiamo di essere arrivati al termine, a un punto. 
- Quindi non sarà ora “ognuno per la propria strada”, continuerete come band con un altro nome, magari un altro stile.
- Probabilmente con un altro nome, in realtà questo ancora non lo sappiamo, però non avremo più con noi il cofondatore insieme a me, Marco Barili che è il batterista. Probabilmente è stata quella la circostanza che ci ha fatto dire “senza Marco è giusto che si interrompa”. Però andremo avanti e vedremo questa strada dove ci porterà. 
- Risulta che l’album sia frutto di quattro anni di scrittura e registrazioni. Gli otto pezzi originali più la cover di “Fiume Sand Creek” di De André mi farebbero pensare che abbiate fatto una selezione feroce dei brani da inserire perché presumibilmente ne avevate composti di più. L’avete messa ai voti la scelta?
- Non è stata messa ai voti, diciamo che, come spesso è successo nella nostra storia come band, le canzoni si sono scelte da sole. Accade che avvengano delle dinamiche talvolta poco spiegabili, come è successo per l’ultimo singolo “Il futuro”, che abbiamo registrato ad agosto ed è stata inclusa insieme a brani che invece abbiamo registrato quattro anni fa. Quando abbiamo visto il titolo e abbiamo riascoltato il testo abbiamo pensato “qui ci siamo noi oggi”. Quindi per l’ultimo brano che abbiamo registrato, in cui c’era questa collaborazione con Damiano Ferrari che è stato il produttore, abbiamo detto mettiamolo lì e poi vediamo. Quando lo abbiamo terminato abbiamo detto “si chiama Il futuro” e abbiamo deciso che sarebbe stato il singolo di lancio dell’album proprio perché parla di noi oggi. Il fatto che i brani vengano scelti fa parte del corso naturale delle cose. Con questo hai ragione a dire che tanti pezzi sono rimasti fuori, ma sicuramente vedranno la luce in questo nuovo progetto. 
- “Non sei” è uscita anche come singolo. Un singolo talmente perfetto che mi viene da domandare quanto ci sia di studiato a tavolino per farne una hit e quanto di spontaneo.
- Ti dico la verità. “Non sei” è uno dei pochi brani insieme ad “Aria” che è nato da una session di prove quando si suona tutti insieme. C’è solo qualche arrangiamento di sintetizzatore, ma il minimo indispensabile, di abbellimento, non il riff principale che è nato invece in sala prove mentre si registrava la “versione 1”. Qualche edit con alcuni cut da parte del produttore, che in questo caso è Daniele Cavalca, ma “Non sei” e “Aria” sono gli unici due brani di tutto l’album in cui a tavolino abbiamo deciso poco o niente. Se tu mi chiedessi perché l’abbiamo scritta diventerebbe difficile raccontartelo, però ti posso dire cosa racconta il brano così che poi capiamo anche perché l’abbiamo scritta (ndr ride). 
- E allora la domanda te la devo fare: cosa racconta il brano?
- “Non sei” fa riferimento un po’ allo “Yin e Yang”, non si è per essere in massima sintesi. Abbiamo fatto esperienza come band che tu inizi ad essere quando effettivamente non sei. Nel pezzo non c’è mai un soggetto unico, a volte parlo di me, a volte di te e a volte sei tu che parli di me e quindi c’è un continuo rincorrersi del protagonista che non capisce mai chi è. Questo gioco di frasi lo abbiamo costruito proprio per dare una sensazione di movimento, dire “tu ti scopri in funzione di qualcun altro che sta davanti a te”. Se tu inizi a scoprirti nell’altro fai chiarezza anche su te stesso. 
- “Africa” è una descrizione accurata dei mali che affliggono quel Continente. Tra l’altro bello l’intermezzo con le voci dei bambini. Quanto conta per voi esprimere impegno nella vostra musica?
- Noi storicamente, non per scelta ma perché ci sono capitate occasioni, abbiamo sempre fatto musica con il fine di parlare degli ultimi, gli scartati dalla società. Questo è culminato nel “Nuovi Mondi – Prison Tour”, un tour di diverse date nei penitenziari. “Africa” è nata dal nostro autore, che è Lorenzo Manini, fratello di Enrico il chitarrista. Sono loro che portano in saletta la prima preproduzione, tranne nel caso di “Non sei” e “Aria”. Nello specifico “Africa” è nato dalla lettura di due libri. Non siamo mai stati in Africa, però tramite il nostro immaginario e la lettura abbiamo trovato questo mondo così lontano da noi, ma così ricco di immaginario. Nella nostra musica usiamo spesso figure immaginifiche per raccontare una situazione. Non ci piace essere troppo didascalici. L’Africa diventa il simbolo delle tante “Africa” che abbiamo dentro di noi. 
- Passiamo all’ultimo singolo “Il futuro”, che hai già citato. Descrive un domani molto cupo, disperato. Infatti nel ritornello il testo è “Il futuro era dietro di noi”. Se dovesse accadere davvero un’apocalisse di questo tipo secondo te quale sarebbe la via di fuga che ci detterebbe il nostro spirito di sopravvivenza?
- Io ripartirei da quanto dicevo prima, iniziare a non essere. Oggi abbiamo proprio una tendenza come umanità a primeggiare, ognuno deve dimostrare sempre qualcosa in più di qualcun altro. Ognuno di noi deve fare un passo indietro. Come quando siamo in fase creativa se ognuno di noi non è disposto a lasciar da parte la propria idea in funzione di quella canzone non se ne fa niente. Questo dovrebbe essere anche lo spirito che guida chi ci governa. Sempre un passo indietro e non voler per forza primeggiare sempre con la propria idea. Questa sarebbe l’unica via di salvezza prima che l’apocalisse avvenga, anche se temo che non ci sia una grande alternativa, ma la speranza è sempre l’ultima a morire. 
- In “A piedi nudi” si sente l’eco dello stile chitarristico di David Gilmour, specialmente nel lungo assolo finale che mi ha fatto venire in mente “Time”. Gilmour è un punto di riferimento per il vostro chitarrista come tecnica e come uso degli effetti?
- Assolutamente. Era stata comprata a suo tempo una Custom Shop di David Gilmour perché diciamo che i Pink Floyd sono sempre stati una musa ispiratrice. L’unica band che incontra i gusti di tutti gli elementi. Ascoltiamo i generi più disparati, ma quando ci incontriamo sui Pink Floyd tutto si appiana perché tutti li abbiamo studiati, abbiamo goduto della loro musica. “A piedi nudi” è quel brano, che poi è stato anche l’ultimo video live caricato sul nostro canale YouTube, un po’ liberatorio, fuori da ogni schema, da ogni idea del singolo per dare libertà a quello che solitamente ci piace fare. 
- Parliamo un attimo della vostra versione di “Fiume Sand Creek”, riarrangiata in modo coraggioso perché il pezzo risulta completamente destrutturato pur mantenendo gli elementi fondamentali. Oggi scegliere proprio un brano di questo tipo può essere una metafora degli stermini che stanno colpendo interi popoli?
- Assolutamente sì. Anche in questo caso, a dire la verità, è successo un po’ per caso, non lo abbiamo pensato prima. Quando l’abbiamo realizzata e il nostro chitarrista Enrico Manini è stato lui l’autore della preproduzione di questo nuovo arrangiamento ci siamo detti perché proprio questo brano? Forse perché non è cambiato molto rispetto agli anni in cui De André scriveva questo brano o forse agli anni a cui De André si rifaceva, dato che parla dello sterminio dei pellerossa. Andiamo veramente indietro nel tempo. La storia un po’ si ripete e allora l’abbiamo trovata una cover abbastanza azzeccata rispetto al contesto dell’album e ai tempi che stiamo cercando di affrontare. 
- Il rock in italiano ha avuto il suo ultimo momento di popolarità di massa negli anni 90. Ormai sono passati oltre trent’anni. Ci sarà mai secondo te un nuovo rifiorire del genere?
- In realtà non ho una grande speranza perché fare rock non è solo fare musica rock, secondo me è un’attitudine, lo devi sentire dentro. Siamo in un mondo in cui tutto è abbastanza standardizzato, non c’è mai nessuno che prova a uscire dal coro e dire con coraggio “no guardate che non funziona così”. Però seguendo tanti artisti e guardando tante interviste a artisti sembra emergere un po’ un’idea contraria. Il rock è morto e risorto molte volte nella storia. La risposta non ce l’ho, ma sicuramente anche noi stiamo virando verso sonorità più asettiche, più elettroniche. Chissà forse perché quello che vediamo intorno ci sta portando lì. 
- Nell’album avete inserito due versioni di “Aria” con arrangiamenti diversi. Da cosa nasce questa scelta?
- La versione di “Aria (Brucia insieme a me)” l’abbiamo registrata quattro anni fa ed è l’unico brano veramente autoprodotto e realizzato solo con l’aiuto di un grande fonico che è Amek Ferrari, attuale fonico dei Negramaro ed era un brano cui eravamo particolarmente legati per il ricordo di quel weekend in cui Amek venne nella nostra sala prove. Fuori c’era la neve, dentro c’era la stufa a pellet accesa e con pochi elementi giusti avevamo costruito insieme questo pezzo. “Aria (Radio edit)” era un singolo, uscito ormai tre anni fa, che era andato abbastanza bene e quindi ci sembrava bello riproporre la sua versione originale. 
- In chiusura parliamo di quel tour cui hai già accennato tu, il “Nuovi Mondi Prison Tour”. Raccontaci a tutto campo questa esperienza che deve essere stata molto importante nella vostra storia di band.
- E’ nata perché sempre in quella via di ottanta-cento metri in cui è nata la band abita anche una persona che lavora in carcere e quando è uscito il nostro primo album “Corpi fragili” incuriosito dal titolo lo ha ascoltato e ha proposto di portarlo negli istituti penitenziari. Abbiamo visto molto favorevolmente la cosa anche perché in passato l’ha fatto Johnny Cash, l’hanno fatto i Metallica. L’abbiamo vista molto rock come sfida anche perché quando andiamo in giro a suonare siamo abbastanza invadenti e abbiamo pensato “come faremo a portare dentro tutto l’armamentario per realizzare uno show rock a tutto tondo?”. Insomma ci siamo riusciti non con poche fatiche perché comunque ci sono normative molto restrittive, ad esempio abbiamo dovuto smontare i nostri Pc che poi portavamo sul palco prima di entrare. E’ stato impegnativo, però quello che ci ha restituito è difficile spiegarlo a parole e lo abbiamo fatto con una canzone che è “Aspettando il blu”, presente nel disco nella sua versione “Naked”, un poco più acustica. Da alcuni scritti che i detenuti ci hanno fatto avere perché comunque tutti vogliono esprimere a loro modo un “grazie”, da alcune poesie, frasi abbiamo scritto questo brano che è immaginario ma, secondo noi, racconta bene i volti che abbiamo scoperto. Le prigioni sono il luogo più desolante che io abbia mai visto e penso di poterlo dire a nome di tutta la band.
- Vi lasciavano avere dei contatti con i detenuti, cioè parlarci dopo il concerto ad esempio?
- E’ successo a Rimini, in parte a Parma la prima volta, quando siamo tornati purtroppo no. C’è stata la possibilità di un breve saluto a Reggio. Gli scritti dei detenuti ci sono poi arrivati tramite Giuseppe il promoter che ha realizzato questo progetto. Abbiamo trovato persone che hanno sbagliato e stanno pagando il prezzo dei loro errori, ma anche persone che in qualche misura ci hanno insegnato qualcosa. Un’esperienza sicuramente positiva. 



Come rappresentato sulla copertina dell’album in cui il nome della band è seguito da un punto, gli Hotel Monroe hanno quindi deciso di andare punto e a capo. Aspettiamo con curiosità di vedere quali spazi musicali esploreranno in futuro.

sabato 14 febbraio 2026

QUANDO FACEVAMO "SOGNI GRANDIOSI" - PICCOLO E PERSONALE RICORDO DI ERRIQUEZ E DELLA BANDABARDÒ // TESTO DI MAURIZIO CASTAGNA


Ci sono artisti che restano legati indissolubilmente a certi periodi della tua vita. Personaggi, scrittori, band che segnano con la loro arte scelte, momenti, attimi, che poi sono quelli che influenzano la tua esistenza, magari irrimediabilmente. Ecco, la Bandabardò ha segnato una parte della mia strada, non so dirvi se la migliore o la peggiore ma certamente quella per cui "il cielo sembrava sempre più blu". In un periodo in cui forse avrei dovuto scendere a patti con la realtà piuttosto che lasciar spazio a sogni grandiosi conobbi la Bandabardò a un festival a Pontremoli. L'indimenticabile Grapes Wave, piccola Woodstock lunigianese capace di mobilitare circa 5000 persone a sera e di cui ricordo anche i concerti dei Gang e degli Estra. Testaroli e "cuori a metà", resero quella serata memorabile e fui letteralmente rapito dall'esibizione e da quelle canzoni che conoscevo in maniera distratta. Erano anni di "perturbazione politica" con Berlusconi, D'Alema, Dini, governi e governicchi e un G8 a Genova che stava per arrivare. Pensavamo di sapere chi fossero i buoni e i cattivi e dalla musica chiedevamo una scelta di campo e concerti del Primo Maggio con "prediche", perché la parola giusta era quella, antisistema. La "Banda" raccontava di "ubriachi che cantavano amore", di "quello che parlava alla luna", di viaggi col "vento in faccia", e dava poesia a quel periodo dove molti si costruivano una carriera per gli anni a venire contestando Berlusconi più che facendo bei dischi. Iniziando a collaborare con Contatto Radio arrivai a intervistare Erriquez in occasione del loro concerto al Pop Eye Festival di La Spezia a Giugno 2005. Tanta emozione e un quarto d'ora circa al telefono fatto di parole di cui non ricordo i contorni.


La sera, ovviamente dopo aver visto il concerto, andai a salutarlo. Era tardi, l'esibizione travolgente come al solito, Erriquez tutto sudato e solo nel retropalco con il resto della band a mangiare intorno a un tavolino. Mi presentai con l'intenzione di fargli un saluto veloce e invece mi invitò al buffet e iniziò a chiedermi del concerto e di "come erano andati". Lui che chiede a me, pazzesco. Poi arrivò un ragazzo da Genova per proporgli un progetto teatrale di cui era già a conoscenza. Pensai di allontanarmi ma Erriquez mi chiese di restare "se non devi andare via" perché ci teneva alla mia impressione. Più tardi un gruppetto di fan lo reclamò per fare delle foto e mi coinvolse nella cosa, per cui se avete delle foto della serata con uno sconosciuto assieme alla Banda sappiate che quello sconosciuto molto probabilmente sono io. Lo salutai dicendogli che le sue canzoni erano state la "colonna sonora di uno dei momenti più belli della mia vita" e lui mi ringraziò con lo sguardo di chi era felice di aver fatto qualcosa di importante per qualcuno. Gli anni passarono e l'appuntamento con la Banda rimase fisso più dal vivo che in cuffia. Ogni concerto raggiungibile lo andavo a vedere ma la musica che girava intorno era cambiata. Restavano quei concerti che ogni volta ti riportavano indietro nel tempo a una scena ancora viva e non liquida come adesso, e che forse aveva trovato verso la fine degli anni 90, e per un periodo brevissimo, l'equilibrio tra forma e sostanza. Mi chiedo se oggi una carriera come quella della Bandabardò sarebbe ancora possibile, ma faccio fatica a immaginarla. Anche nella morte un artista, che sia musicista, scrittore o attore ha poca importanza, ha il privilegio di lasciare che la sua arte sopravviva per sempre. Erriquez era uno che aveva vissuto come aveva sognato, o almeno questo è il ricordo che voglio portarmi di lui adesso, e in fondo ogni volta che compravo un biglietto per un live o un cd della Banda ero felice di finanziare quel sogno diventato realtà: se io non posso vivere come te sono felice di poterti aiutare a fare quella vita che posso solo immaginare. Sono contento di aver condiviso uno spicchio di quel percorso con lui e so che ci sarà sempre una "estate paziente" a ricordarmi di quando facevo "sogni grandiosi" non solo sotto un palco. Buon viaggio Erriquez.





 

giovedì 12 febbraio 2026

I MINISTRI LIVE AL CAGE DI LIVORNO 23-01-2026 - RECENSIONE E GALLERY A CURA DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE


Esistono gli animali da palcoscenico, star che con naturalezza cavalcano la scena, e poi ci siamo noi, che dalla platea facciamo di quegli animali degli eroi, i nostri eroi.


Questo è Animali da parterre, io sono Denise e stasera vi porto con me al concerto dei MINISTRI.


“Si pregano i gentili clienti di avvicinarsi alle casse”, no, non è ora di chiusura; le danze si sono appena aperte. Danze, perché stasera si balla, su temi leggeri, pesanti, impegnati, contraddittori, critici ma anche speranzosi. E’ una serata di fine gennaio e piove sulla città di Livorno, non ricordo di aver mai parcheggiato così lontano dal Cage. The Cage, ma l’articolo lo togliamo tutti per arrivare dritto all’osso. 
Questo locale storico della città e della scena musicale alternativa e popolare nazionale è attivo dal 2002, e nonostante gli scossoni, culturali, sociali e musicali che negli ultimi anni hanno abbattuto molte realtà simili, il Cage è rimasto in piedi, e forse oggi si erge a tempio della musica più di prima anche per essere una delle poche realtà di “live music club” in stile europeo, uno di quei posti che combatte le distinzioni classiste della musica e che punta sulla ricchezza della programmazione e sull’accessibilità riuscendo anche ad adattare le cose riservate ai grandi, alla provincia, permettendo al pubblico locale di poter vedere eventi che altrimenti richiederebbero spostamenti più complicati. 


All’arrivo non c’è coda all’entrata, ma il giardino esterno è già pieno. C’è la possibilità di acquistare i biglietti della serata anche direttamente all’ingresso, fino a esaurimento posti. Questo è già un flashback importante. Ho iniziato a seguire i Ministri ai tempi dell’università, era forse il 2008, o prima, e ricordo di averli seguiti parecchio per locali e feste estive, a volte gratuitamente, altre acquistando i biglietti sul posto. Non posso non pensare al loro Live in Baraonda: il Baraonda discobar al Cinquale a Massa nel 2009. Entrare stasera al Cage con le persone di allora mi riporta subito a quegli anni in cui la musica per noi era tutto: vita, quotidianità, linguaggio, pensieri, ma soprattutto un modo di stare al mondo. Dopo una piccola sosta in giardino facciamo il nostro ingresso nel locale. Si sta esibendo Eugenio Sournia, cantautore e un po’ poeta livornese che stasera gioca in casa. La luce rossastra del locale ci illumina, il pavimento leggermente in discesa ci anticipa che non servirà sgomitare per avere una buona visuale, non esistono pit, figli e figliastri, impalcature che impallano la visuale, volendo si arriva facilmente sotto al palco: dopo tanti grandi festival sembra un sogno. Salutiamo visi amici e coetanei e ordiniamo un drink. Dopo ci sarà da ballare, cantare e saltare. Meglio avere le mani libere.


Ci siamo. Sta per cominciare la prima data del tour Provincia Popolare 2026 dei Ministri, un ritorno alle origini per noi ma soprattutto per loro, in formato trio, dopo il tour Aurora Popolare delle grandi piazze del 2025. I Ministri tornano ai club, agli spazi piccoli, quelli degli esordi nella provincia. Tornano allo scarno, ai palchi montati da soli, all’essenzialità del numero 3 e scelgono il Cage per questa ripartenza o parentesi, un sacro tempio del Rock. Provincia Popolare toccherà le realtà ancora resistenti ai margini, quelle senza le quali la musica autentica smette di avere futuro. E’ il 23 gennaio e dal parterre il sorriso, dato dalla consapevolezza di quello che sta per accadere, si diffonde tra la gente: lo abbiamo capito tutti cosa vogliono fare i Ministri questa sera, ringraziarci, forse, e restituirci qualcosa che con la loro crescita avevamo perso, ma che loro, anche nei grandi tour, anche nella ripartenza dopo la pandemia, (e penso a Bologna, nel 2021) nei concerti con le sedie dai quali pensavamo di essere fuori, come dice la loro canzone, e che abbiamo dovuto accettare per riprendere i contatti con la musica che ci scorre dentro, dicevo cose che loro hanno sempre cercato di non fare mancare al loro grandissimo pubblico, e noi oggi, piccoli e vicini di nuovo, siamo qui per abbracciarli e farci abbracciare. “Ci siamo ridotti all’osso per capire le difficoltà” dice Davide Autelitano, detto Divi (da Divincolato il suo nickname) bassista e voce della band: l’oscillazione tra disillusione e speranza viene messa in chiaro fin dalle prime parole pronunciate al pubblico. Sul palco, insieme a lui, Federico Dragogna alla chitarra, seconda voce, e scrittore di gran parte dei testi più significativi e Michele Esposito, un tornado, alla batteria. 


Le divise che indossano hanno sempre lo stesso impatto sul pubblico, differenti per forma e colore a seconda del tour, ci comunicano che quei tre ragazzi sono una squadra, che non segue la moda ma che veste i panni dei loro racconti ed è li per renderci una performance di tutto rispetto. “Anche stasera cercheremo di fare del nostro meglio” dice Divi. Niente di nuovo: lo sguardo è sempre lucido, il piccolo palco gli ridona nuova libertà d’espressione, l’unica speranza per il futuro è la partecipazione ed è l’unica cosa che i Ministri ci chiedono da sempre. 8 album, 2 ep, e venti anni di concerti, rimangono uno dei gruppi più coerenti dello scenario musicale italiano: anche quando ti schiaffano in faccia la realtà riescono però a convincerti di quanto sia importante provarci comunque e sempre. Citando la canzone “Spaventi” hanno trovato il loro modo per dirci “andiamo insieme a vedere cosa ci aspetta davanti” e questo rimane uno dei messaggi più incoraggianti e lungimiranti per la società divisiva che vediamo oggi, che ha ancora bisogno di sentirsi parte di qualcosa nonostante i Tempi Bui che per scelta stasera non suoneranno. La scaletta! La scaletta stasera segue con nostalgia tutta la loro discografia, e si snocciola attraverso parole d’impatto in un unica poesia che proverò a restituire. 


Dopo averci invitato ad avvicinarci alle casse, “Poveri” dall’album Aurora Popolare riconosce quanto siamo portati ad “addormentare rivoluzioni per non trovarci di nuovo soli” ma incita a trovare “una scusa per farcela”. La disillusione continua con “Non mi conviene” ma si riprende con “Comunque” brano dell’album “Per un passato migliore”: “se tutto quello che hai conquistato non vale nulla tanto vale provarci comunque”. Suonano “Briatore” del 2009, una critica all’immaginario collettivo attratto dal lusso e poi risvegliano i loro sogni con “La mia giornata che tace”. “Le parole mi consolano. A volte tutto ciò che resta”, “Cronometrare la polvere”, questo è il titolo della canzone, a volte i titoli dei loro brani riescono incredibilmente a stupirmi e spesso bastano a se stessi. L’invocazione “In alto i Nostri cuori” di “fidatevi” diventa un grido di battaglia delle “pantere nere delle buone maniere”. Le luci si abbassano, il tono si fa serio. I primi accordi sono espliciti. Sta per cominciare La piazza, è una canzone tratta dal secondo album che si chiama La Piazza appunto dei ministri, un ep nuovo rispetto al primo album. Dalle prime note, al Cage, cala un religioso silenzio, sappiamo cosa raccontano quelle parole, il coro canta e sembra pregare: guerra, pace, polvere e rivolte, uno dei pezzi migliori della storia dei Ministri, una grande riflessione su un momento storico italiano che ci ha segnato tutti e la partecipazione lì diventa ancor più evidente. Segue “tienimi che ci perdiamo”, “Dedicata per sensazioni a David Linch” dice Federico, forse LA canzone d’amore dei Ministri e alla Ministri, una delle poche del repertorio, nella quale il sentimento diventa un’ancora nella confusione, un’arma tenera di vicinanza e sostegno capace di vincere la paura. 


Spaventi l’ho già citata e dopo questo invito all’unione Divi impugna fisicamente la bandiera di Aurora Popolare, è un sole che ritorna. La traccia dell’ultimo album, l’ottavo, omonimo, e anche il nome del tour che hanno appena concluso e convertito in Provincia popolare, e quel sole ce lo stanno per mostrare. Aurora Popolare è la speranza nella condivisione, nel “noi”. La volontà di risorgere e ritrovare una luce. Questa canzone riassume i temi dell’intero album: la rabbia è comunità, la lotta alla disillusione è autenticità, le storie di tutti sono fatte di fallimenti e rinascite, e ci vuole coraggio per raccontarle, crude,e per liberarle dalle infrastrutture.


É mezzanotte, la bandiera sventola alta, e poi cade a terra, le loro divise composte a inizio live ora sono sgualcite e a tratti sbottonate, il giorno si è appena concluso e noi siamo ancora qui, il concerto non è ancora finito. Ci vuole un cambio microfono però, un cavo molto lungo, Davide deve fare una delle cose che contraddistinguono i loro live, scendere in mezzo al suo pubblico, per cantare in acustico la sua serenata del tour. Questa volta ha scelto terra promessa: “se ti accontenti di questo, poi ti accontenti di tutto”, il coro si alza. Tutti cantano. E chi si accontenta. Noi ora ne vogliamo ancora, di canzoni e di abbracci come questo. Divi animale da parterre come noi, in mezzo a noi. È commovente e potente, ma i regali non sono finiti. “Fari spenti” rarissima da sentire in live, muta la commozione in entusiasmo: la platea salta, balla, è il momento di riunire tutti le ultime forze e dare il meglio di noi per gli ultimi brani della serata. Si inizia a saltare forte, si inizia a sudare e a cantare a voce alta, più alta che si può, per i due brani successivi. “Una palude” ci ridà tregua, la possibilità di sentirci stanchi, e di portare la mente alle nostre vite private in cui abbiamo tutti prima o poi avuto la sensazione di vivere in una palude per la mancanza di qualcuno che ha condiviso un pezzo di vita con noi. 


La malinconia torna a riposo con le prime note e il ritmo incalzante di Spingere, la sicurezza fa del suo meglio e capisce che nessuno vuole farsi de male ma tutti si vogliono divertire. Parte il pogo, e è davvero “ganzo” come si dice da queste parti. Il concerto tra poco finirà e noi abbiamo ancora le forze per godercelo fino in fondo, per ballare e onorare il senso di questo pezzo: la volontà di vivere con leggerezza e serenità, il desiderio semplice di volere “solo stare bene”. “Ci vuole tempo per ricominciare e per abituarsi alla fine” così si concludeva il primo disco dei Ministri “I soldi sono finiti” e così si conclude questo primo concerto del 2026, mio e loro! E io mi sono presa tutto il tempo per elaborare questa serata, per trasformarla in parole, per ripercorrerne le sensazioni e per provare a farne una restituzione che non fosse troppo personale ma il più condivisa possibile. Mi rendo conto che con alcuni gruppi, con certe canzoni, in certi contesti è impossibile non rimanere coinvolti. Perchè ci sono cose che parlano di tutti, evoluzioni che attraversiamo tutti quanti. “A quarant’anni puoi permetterti anche di dire che sei stanco durante un concerto” e io che quell’età l’ho appena compiuta mi sono subito sentita tirata in causa dal frontman ma anche meno sola. La differenza in tutto la fa la voglia, di esserci, di parlare, di partecipare di segnare il presente con piccoli gesti di presenza, appunto, affinchè diventi un passato migliore. Ecco in cosa siamo cambiati rispetto a vent’anni fa. Quando i Ministri suonavano alla festa della Birra di Sorbolo o all’arci Tunnel di Reggio Emilia e io li andavo a vedere dopo i miei esami universitari a Parma e riuscivo a spingermi fino alla transenna, fino a toccarli e baciarli. Che una volta cantavamo di rivoluzioni di futuri da mutare prima che diventassero trappole. Oggi la nostra generazione ha acquisito la consapevolezza che le uniche cose che possiamo fare per cambiare il domani e il passato sono singole azioni sul presente. La musica è un atto politico, sovversivo, la musica è partecipazione, testimonianza, racconto, pensiero, cambiamento, socialità e condivisione : chi ancora non ha capito questo ha ancora molta strada da fare. Posso dire che proverò a tornare a vederli i Ministri in questo tour stupendo che si presenta come un nuovo sole che sorge, il mattino della provincia, come una luce sulla vita reale, una dimostrazione d’affetto per il pubblico nuovo e di sempre, come atto concreto di celebrazione della musica dal vivo, dei luoghi che la ospitano e delle persone che la abitano.


credits ig: imdeniseandirock , animali da parterre






 

domenica 8 febbraio 2026

FESTIVETEN 08022026 - AGGIORNATA LA PLAYLIST CON UNA SELEZIONE DAL MEGLIO DEL PANORAMA INDIE ITALIANO


Aggiornata su #spotify, nel player in questo post,  la nuova #festiveten di #riservaindie con le novità della settimana, e non solo, selezionate dalla nostra redazione. Un flusso di musica costantemente rinnovato, senza barriere di alcun genere, sotto forma di playlist con gli artisti che sono passati fisicamente nella nostra trasmissione e quelli che vorremmo ospitare, ovviamente tutti rigorosamente del panorama indie italiano. In questa #festiveten ci sono le nuove entrate di #lesflaneurs #esera #stefanoattuario #giudamiofratello #abissi #laclassedirigente . Seguiteci sui nostri social facebook, twitter, instagram, e piacete (e magari condividete) la nostra #festiveten su spotify. Nessuna tessera e nessun denaro è richiesto per partecipare ed ascoltare #festiveten. 

sabato 7 febbraio 2026

CLARA MORONI - "GRAZIE", IL PRIMO SINGOLO DAL NUOVO ALBUM - INTERVISTA E RECENSIONE A CURA DI LUCA STRA


Nata punk, innamorata della vita, della musica e grata a sé stessa per essere chi è. Questa è solo una delle tante sfaccettature di Clara Moroni, storica corista di Vasco Rossi, ma anche molto di più. Leggendone la biografia è infatti impressionante constatare come la sua strada abbia incrociato quella di numerosissimi artisti di fama mondiale, basti citare, tra gli altri, Yungwie Malmsteen, Prince, Steve Wonder, James Taylor. Ora a questo punto della carriera per lei è giunto il momento di mettersi davanti allo specchio, abbracciarsi e ringraziare prima di tutto sé stessa per tutto ciò che è. Il suo nuovo singolo “Grazie” ha in realtà molte chiavi di lettura. E’ da un lato un grazie ad un personaggio perfetto, idealizzato, probabilmente “mai esistito” come recita il testo in chiusura. D’altro canto, come l’artista ha spiegato nell’intervista che ci ha concesso, è appunto un grazie a sé stessa per essersi nutrita, dissetata, per tutto quello che ha ricevuto. Dal punto di vista sonoro il brano è un rock vibrante che fa perno sulla voce accompagnata da chitarra, basso e batteria, senza fronzoli, diretto, dotato di un ritornello con un ottimo hook. Clara è potente, graffiante, a tratti dà quasi l’impressione di ruggire su strofe molto personali e sentite. La produzione di Fabrizio Simoncioni ha cucito la stoffa preziosa del pezzo senza ricamarci sopra, ma confezionando il brano come un abito su misura della sua autrice, perché è Clara che ha saputo prendere la mira e scagliare la sua freccia dritta al centro del bersaglio. Con lei hanno suonato importanti musicisti come Giacomo Castellano alla chitarra (Celentano, Irene Grandi, Gianna Nannini, Elisa), Dado Neri (Celentano, Litfiba, Ornella Vanoni) al basso in alcuni brani, Eugenio Mori (Franco Battiato, Biagio Antonacci, Gianluca Grignani) alla batteria in un brano e un altro batterista che potremmo definire misterioso negli altri pezzi, dato che l’artista ha mantenuto il totale riserbo sulla sua identità. Aspettiamo ora con grande curiosità l’album per esplorare tutte le sfumature sonore di un’anima che trabocca musica e, attraverso di essa, sa arrivare al cuore delle persone.
Abbiamo avuto l’opportunità di poter conversare con Clara Moroni e mettere a fuoco sia i significati di “Grazie” che alcuni tratti della sua personalità.



- Nel tuo singolo “Grazie” mi sembra di percepire una certa ambivalenza. Il grazie della canzone è realmente tale come sembrerebbe dalle strofe, oppure dando ascolto al testo nei ritornelli è più l’urgenza di aprire gli occhi su una relazione con dei non detti che fanno stare male fisicamente?
- Una domandona. In realtà è un grazie che intendo dare a un personaggio idilliaco, che penso faccia parte della mia vita, a un personaggio perfetto nel suo modo di amare, di dare. Non necessariamente un uomo o una donna. E’un’entità che dà. Man mano che si sviluppa il testo emerge una condizione di dolore psicologico che diviene anche fisico. E’come se fosse un flash di qualcosa che in realtà non è come sembra. Come Matrix una parte si vede e una parte nascosta dietro non è bella come quella visibile. Tutto si svela nell’ultimo verso “grazie se fossi mai esistito”. Quindi io dico grazie a una persona che non esiste, un’idealizzazione, però allo stesso tempo la persona esiste in quanto in realtà sono io che dico grazie a me stessa per esser stata tutto quello che racconto nel pezzo. Sono io a nutrire, amare, capire. 
- Nella vita quotidiana la parola “grazie” è un automatismo, un po’ come dire “come va” quando si incontra una persona conosciuta. Dire grazie con convinzione, sincerità di solito porta l’altro a sorridere e ricambiare in modo un po’ più autentico. Secondo te “grazie” è la parola da cui dobbiamo ripartire per ricostruire questo mondo alla deriva?
- Sarebbe già un’ottima cosa, perché noi viviamo senza renderci conto che l’umanità stessa dovrebbe dire grazie tutti i giorni a questo pianeta che ci permette di continuare a vivere. Dovremmo dire grazie a tutti gli esseri viventi che ci consentono di avere ancora un ambiente, grazie ai miliardi di animali che vengono trucidati per farci vivere mangiando, anche se io sono vegana e quindi non ho bisogno che nessuno venga ucciso per me. Noi dovremmo dire grazie a Madre Natura. Dirsi grazie tra di noi non so più nemmeno se sia tanto utile. 
- Hai lavorato al tuo nuovo album con il grande produttore Fabrizio Simoncioni. Sei entrata in studio già con le idee chiare sulla direzione da prendere o confrontandoti con lui ti ha fatto cambiare idea sui pezzi, avete riscritto delle parti?
- Sono arrivata in studio da lui che avevo già fatto la preproduzione da me e avevo le idee molto chiare. Quello che dimostra che lui è un grande produttore è che ha saputo produrre realmente me e non essere lui l’artista. Questo perché avendo lavorato con vari produttori spesso e volentieri c’è sempre questo inconveniente per cui l’artista, il compositore non è rispettato, magari semplicemente per motivazioni di carattere commerciale. Fabrizio invece mi ha capita perfettamente ed è stato un amplificatore mettendomi nelle condizioni ottimali per portarmi a raggiungere il mio obiettivo. Abbiamo lavorato in perfetta armonia, sia dal punto di vista intellettuale che musicale. Penso che sia stata l’esperienza in studio più bella che io abbia avuto in vita mia. 
- Musicalmente possiamo aspettarci un grande album alla vecchia maniera, cioè voce-chitarra- basso-batteria e tastiere, quindi un lavoro compatto, granitico?
- Quello che ho fatto e che Simoncioni ha capito è che volevo fare un album come piace a me, che mi rispecchiasse e che non segue nessun parametro commerciale. Quindi è un album rock con venature molto dure, anche metal e una giusta commistione di elettronica e industrial, però sempre all’insegna di grandi batterie, grandi chitarre e testi con un vero significato. 
- Leggendo la tua bio salta all’occhio come tu non sia mai stata ferma un solo minuto. Il tuo credo è, per parafrasare qualcuno “andare al massimo” sempre?
- No, in realtà sono una persona molto pigra, devo essere snidata. All’inizio ho sempre dei moti di resistenza, ma quando intraprendo dei progetti cambio e mi trasformo in una sorta di stacanovista, molto perfezionista dedicando anima, corpo, cuore, tutto di me. Diversamente potrei anche stare a casa sul divano a guardare film dalla mattina alla sera.
- Sempre leggendo la tua bio mi viene da chiederti: come convivono in te le due anime dance e rock?
- A me piace tutta la musica. Poi il primo genere musicale che mi ha colpito è stato il punk. Quando il tuo battesimo musicale è punk si rimane tali per sempre, dentro. Però, ripeto, essendo amante della musica in generale mi sono evoluta, sono curiosa, ho avuto dei periodi completamente opposti a quello che si potrebbe pensare, mi piacciono tantissimo il jazz, il funky. Inoltre sono stata molto all’estero e sono riuscita ad entrare in contatto con realtà musicali, sfumature che in Italia non abbiamo neanche. E’tutta musica, si può creare una canzone più cantautorale, anche se il mio è un cantautorato rock, ma si può anche godere a fare un pezzo dance con un bel ritmo, un bel testo cantato bene, con begli accordi. Sono eclettica per cui fare sempre le stesse cose mi annoia a morte. Inoltre c’è da dire che la costruzione armonica dei pezzi dance deriva molto dal rock, è molto simile. 
- Hai inciso due album come “Clara & The Black Cars”. Come cambia il tuo approccio alla musica tra il far parte di una band o essere solista?
- Avendo cominciato con il punk e avendo provato un amore sconfinato per Siouxsie And The Banshees il mio sogno sarebbe stato quello di essere sempre parte di una band o comunque di avere con me delle persone con cui essere come una band. Però è successo per quei due album e poi la vita mi ha portato a fare altre scelte e non mi ha più permesso di avere con me una band. Io però sono un po’ come Vasco e come è sempre stato Springsteen: a chi piace fare musica piace avere una band. Il solista per me è più concentrato sul proprio personaggio, mentre per me quello che conta portare avanti è la musica. 
- A proposito di Vasco ti vorrei chiedere cosa hai provato quando sei salita la prima volta dalla scaletta del backstage fino al palco di uno stadio tutto esaurito accanto a una rockstar di quella grandezza. Ci puoi raccontare un po’ quel giorno della tua vita?
- Il mio battesimo dal vivo è stato San Siro nel 1996, perché ho cominciato a lavorare con lui ai suoi dischi, nel 1992 con “Gli spari sopra” e poi nel ’95 con “Nessun pericolo per te”. Avendo collaborato a quei due dischi, specialmente “Gli spari sopra”, in un periodo di grandi rock ballad alla Aerosmith, alla Bon Jovi, il produttore Guido Elmi mi aveva chiamato per creare quel tipo di texture vocale sull’album, solo che però poi occorreva replicarla dal vivo. Nel 1996 c’è stata una sorta di pacificazione che ha portato Vasco a rivedere le scelte sulle persone intorno a lui, è tornato Massimo Riva e allora, visto che la band aveva avuto degli sconvolgimenti, mi ha chiesto se volevo unirmi per riprodurre le voci che sono incise sull'album. E’stato un evento che mi ha preso alla sprovvista, in senso positivo. Ero consapevole di perdere il mio ruolo di solista e di diventare una sorta di comprimaria rispetto a Vasco. Però ribadisco che a me non interessa tanto mettere davanti me stessa a scapito di tutto e quindi perché negarmi un’esperienza del genere solo per una questione di ego? Per cui ho acconsentito. La prima volta a San Siro è stata una bella esperienza. Tra l’altro si erano dimenticati le scalette per cui mi sono dovuta arrampicare per raggiungere la mia postazione sul palco e ho detto “cazzo che figata!”. Quello è il mio acquario, ci sguazzo benissimo. 
- Io collaborando con Riserva Indie sono settimanalmente in contatto con piccoli e piccolissimi musicisti e band a volte anche giovanissimi, che nuotano a stento nel mare dell’underground. Tu che consiglio daresti a chi spera di fare della passione per la musica la propria vita?
- Ho un’etichetta discografica dal 1994 e ho sempre vissuto di musica, ho guadagnato grazie alla musica, ma quando ho iniziato era un altro momento. Oggi, per assurdo, ci sono più possibilità di un tempo, però il mercato è diventato enorme, escono ogni giorno centinaia di proposte musicali su qualsiasi piattaforma. Ciò significa che se un giorno i fattori per avere successo erano di meno, bastavano talento e dedizione, oggi non è nemmeno più chiaro chi abbia talento. Molti si nascondono dietro l’autotune, l’intelligenza artificiale e il talento è diventato quasi un accessorio. Tutti guardano innanzitutto ai numeri. Il rapporto si è completamente ribaltato, cioè una volta la casa discografica, o il talent scout o il manager intuiva qualcosa nel personaggio, nella band sconosciuta e la portava alla fama. Oggi invece le case discografiche sono più che altro delle società di servizi. Tu devi portare i numeri e se li hai allora magari ti offrono il servizio. E’lo stesso meccanismo dei locali, tu suoni se porti la gente. Una volta era l’opposto. Io come artista suono perché al locale interessa che ci siano i musicisti, poi magari le prime volte non c’è pubblico, ma concerto dopo concerto il pubblico cresce. Date le condizioni di oggi quel che posso dire è che bisogna focalizzarsi sull’essere estremi, proporre qualcosa che la maggioranza degli altri non fa. Bisogna riuscire a colpire le persone, tenendo conto che c’è un’offerta musicale spropositata. Occorre, oltre a trovare posti in cui suonare, fare canzoni non per vendere. Secondo me il mainstream ha le ore contate perché si è appiattito su formule, omologato e percepisco che c’è un ritorno a voler sentire cose particolari e nuove. Per vivere di musica all’inizio occorre lavorare quindi molto sugli aspetti di cui ho parlato. Enfatizzare qualsiasi aspetto peculiare che possa avere una formazione o un artista e, lavorandoci sopra, arrivare a colpire. La piazza purtroppo è gremita. 
- Ultima domanda. Sai già quando uscirà il tuo album e come si intitolerà?
- Non so né l’uno né l’altro. Adesso c’è Sanremo che catalizza l’attenzione, io lo chiamerei “Sanremo Lockdown” e sembra che tutto si debba fermare, che non si possa fare musica al di fuori del Festival, una cosa che ritengo assurda. Anzi penso che sarebbe bello che la gente uscisse ancora di più durante Sanremo, ma in Italia questa è una mentalità ancora radicata. Non ho ancora deciso se uscire con un secondo singolo o subito con l’intero album. Sul titolo dell’album ho seri problemi perché ho troppi titoli e non riesco a decidere. 
- Potresti usarli tutti magari mettendo la virgola tra uno e l’altro. 
- Tu scherzi ma io ci ho pensato veramente. Fare una copertina con tutti i titoli, i concetti con le virgole come se fossero scritte su un quaderno di scuola a quadretti o a righe. Oppure farlo uscire senza titolo, in modo che ognuno si scelga il suo.
- Potrebbe essere interessante. Un “White Album” o un “Black Album”. La cosa ha portato bene sia ai Beatles che ai Metallica.
- Vero, se faccio la copertina nera con le scritte bianche potrebbe essere un Black Album. Oppure sto pensando che potrei farlo un po’ bianco e un po’ nero magari per i collezionisti che li potrebbero comprare entrambi (ndr ride). 


Insomma Clara Moroni sta andando al massimo ed è pronta a svelare la sua nuova creatura con la grinta e la schiettezza che l’hanno sempre contraddistinta. Vasco l’ha definita la “Ferrari del rock” e come la famosa Rossa di Maranello, sa avere quella marcia in più che la rende iconica.

mercoledì 4 febbraio 2026

SICK TAMBURO - DEMENTIA - RECENSIONE A CURA DI SILVIA E IL 9 FEBBRAIO INTERVISTA A RISERVA INDIE SU CONTATTO RADIO POPOLARE NETWORK


Attivi dal 2007, i Sick Tamburo corrono ancora e lo fanno con "Dementia", il loro ottavo album uscito il 16 gennaio. Recitano smarrimento globale con frasi brevi, tagliate di netto come loro solito. Scandiscono il disagio di condizioni mentali di stallo e perdita ma sempre e comunque con una prospettiva alla luce.. Quasi a esorcizzare, con dei "mantra" ritornello, una parte oscura da cui si fugge ma che serve per essere trasformati puntualmente dal tempo. Un tempo dato da una batteria che già dalla prima traccia, "Mi gira sempre la testa", a tratti si assenta, lasciando spazio alle corde e subito dopo ritorna a colpire. Inconfondibilmente la band ci riporta in questo spazio di attesa che causa un desiderio di sfogo impaziente a cui dà voce un insieme musicale quasi orchestrale come in "Mexican", da fuga! Il contrabbasso di Giovanni "Joe" Ludovisi in "Ho perso i sogni" ci ricorda anche la dimensione orribile e senza speranza della guerra, qualsiasi tipo di guerra che possa cancellare i nostri sogni. Tuttavia, penso che anche qui la musica doni un barlume di rinascita, soprattutto quando il riff intona quella caratteristica musichetta tintinnante e spensierata che sovrasta tutto il resto. Dimensioni di confessione delle proprie inettitudini e chiusure di "Non c'è pace" e ci ribaltiamo nelle esplosioni tradizionali con "Fuori", un elenco di situazioni portate all estremo e che si celano nella vita di tutti. Ed è in "Immagina se" che Gian Maria Accusani entra nel vivo del tema centrale di tutto l'album: la demenza come perdita di sé stessi, della propria identità, sia dal punto di vista di degenerazione di una malattia che da quello di condizione mentale ed emotiva in cui non ci si ritrova più, ma ci si deve stare, in questo continuo altalenare tra dolore, incapacità e volontà di stare bene come si può. E viene naturale, dopo un po', cercare di chiudere "quella porta", quella dei pensieri intrusivi e ripetitivi, osservando bene, cercando e cantando un centro dentro ognuno di noi, dove risplende un sole infinito. Quell'impulso alla vita e a lottare per la libertà e che fa sanguinare sia quando si ha una demenza sia quando si vuole uscire da momenti di inermità personale e relazionale. Si fa fatica, non è senza insidie... ma è ciò che ci rimane.. E Dementia ce lo ricorda!

Lunedì 9 Febbraio dalle 21 a Riserva Indie intervista ai Sick Tamburo a cura di Iris Controluce. Ascoltala su 89,80 Fm e in streaming su www.contattoradio.it