domenica 8 marzo 2026

SWIRL - MELT THE SUN - COME SCIOGLIERE IL SOLE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Colori che esplodono, si sovrappongono e si mischiano in mille tonalità in cui ognuno può riconoscere una propria emozione. La musica dei torinesi Swirl è un po’ la traduzione sonora di questa immagine. Nel loro EP d’esordio “Melt the Sun”, ovvero sciogliere il sole, la band, che nella formazione attuale vede Sam alla batteria, Nick, chitarra e voce, Mati, basso e voce, Dalex, sintetizzatori e Dice, chitarra e voce dà vita a sei pezzi, in bilico tra shoegaze, psichedelia, britpop e stoner, sorprendentemente maturi, considerando che i membri del gruppo sono tutti ragazze e ragazzi giovanissimi. Ciò che caratterizza maggiormente il loro suono è il layering spinto all’estremo delle chitarre, ma funzionale alla riuscita dei brani. La sezione ritmica si dimostra in grado di trovare soluzioni originali e il sintetizzatore rende ancor più coeso l’insieme. Il pezzo di apertura “Kaleidoscope Eyes” rappresenta il fulcro dell’intero lavoro. Gli occhi fissano il sole abbastanza a lungo da vedere la luce scomporsi e diventare rifrazione caleidoscopica. Il pezzo prende l’abbrivio da un’atmosfera rarefatta per poi sfociare in una melodia dal sapore anglofono che si distende su una parte strumentale di immediata riconoscibilità. La seconda traccia “If she’s not there” indurisce il suono e vede la batteria diventare motore pulsante. A seguire con “Ease my breath” tutto si compatta in un impasto denso che satura lo spazio sonoro. “Where I belong” si fregia di un basso in grande spolvero che si ritaglia parti in primo piano ed è la traccia più britpop di marca Oasis dell’intero EP. Quinta traccia, “Orbiting” è piacevolmente speziata di sapori stoner e hendrixiani. Anche in questo caso il basso sa tracciare linee interessanti dimostrando come nella band tutti gli elementi abbiano qualcosa di non banale da dire. “Confide” chiude l’EP in modo inatteso con le tastiere protagoniste ad accompagnare una melodia che fluttua malinconica nel buio di uno spazio punteggiato di soli che si sciolgono esplodendo nei loro ultimi bagliori. 
In occasione del loro concerto al Blah Blah di Torino dello scorso 1° marzo gli Swirl si sono prestati ad una chiacchierata full band per Riserva Indie.


- Partiamo da una visione d’insieme del vostro EP. Uno shoegaze un po’ sporcato di psichedelia. Pensate che un ascoltatore casuale che non vada a cercare informazioni su di voi in rete potrebbe collocarvi anche negli Stati Uniti, piuttosto che in Gran Bretagna? E se no qual è il vostro tratto distintivo?
DARIO – Secondo me non è tanto uno shoegaze sporcato di psichedelia, non è, per usare una metafora, come un caffè macchiato, ma più un caffellatte in cui il caffè e il latte sono presenti in proporzioni uguali. Questo è il nostro tratto distintivo perché prendiamo tante cose diverse nel loro stile anche al di fuori della psichedelia e dallo shoegaze, ad esempio lo stoner, il trip hop dei Massive Attack, i Portishead. Rifacciamo questo in una maniera tutta nostra. Ci abbiamo impiegato tantissimo da quando abbiamo formato la band nel 2022 a creare il nostro universo sonoro e una persona che ci ascolta per la prima volta, dopo una manciata di secondi attribuisce già quel tipo di suono a noi, è una cosa nostra, unica. Può essere una risposta vaga però ripeto che una persona che arriva ad un nostro concerto senza averci mai ascoltato per il tipo di suono ci può subito riconoscere. 
- Il pezzo di apertura dell’EP è “Kaleidoscope Eyes”. Già solo leggendo il titolo del brano fa venire in mente la famosa “girl with kaleidoscope eyes” di “Lucy in the Sky with Diamonds” dei Beatles. E’un richiamo voluto o una semplice casualità?
DARIO – Snì, in un certo senso senso sì, in un altro no perché i Beatles della fase “Revolver”, “Sgt. Pepper” hanno plasmato tantissimo il modo di fare musica nostro e in generale. Però “Kaleidoscope Eyes” l’abbiamo sempre vista come un immaginario a sé. I Beatles hanno sicuramente contribuito a formarlo, ma alla fine è diventato più che altro un immaginario nostro, vedere nei propri occhi un’infinità di cose insieme. Questo è il concetto, non tanto il fatto che ci fosse Lucy che aveva degli occhi caleidoscopici, quanto vedere l’infinito dentro noi stessi. 
- “Il sole ferisce lo sguardo e quasi acceca, l’alter ego sta morendo”. Sembra la descrizione di una persona che si sta perdendo, sta smarrendo il senso dell’orientamento. Che sentimento volete suscitare con questo brano?
DARIO – Esattamente questo. “Kaleidoscope Eyes” l’ho scritta io e poi nella fase di produzione finale si è aggiunto Nick.
NICK – Esatto, io sono stato più protagonista della parte musicale. Però il pezzo è nato praticamente da lui, quasi esclusivamente da solo quando eravamo solo noi due nella band, ho fatto degli aggiustamenti, non la canzone in sé come insieme. 
DARIO – Se posso aggiungere dei dettagli personali era un periodo in cui mi stavo lentamente perdendo, poi il fatto che l’alter ego stia morendo è anche riferito alla sensazione di sentire di essere niente e allo stesso tempo coincidere con il tutto. E’una strana sensazione, però ci sono occasioni in cui capita di sentirsi così. Sicuramente “Kaleidoscope Eyes” è arrivata in un momento in cui mi sentivo perso, in cui stavo lottando giorno dopo giorno, quindi quel sentimento di disperazione c’era. 
- Il caleidoscopio con il suo gioco di riflessione che si moltiplica all’infinito potrebbe essere anche questo una metafora del vostro stile?
SAM- Secondo me assolutamente sì e si può notare anche nella copertina del nostro EP, che è stata elaborata a partire da una fotografia di alcuni alberi, di un viale alberato che poi alla fine è diventato un caleidoscopio, una sorta di spirale, un gioco di luci come un caleidoscopio vero e questo secondo me rientra molto nella nostra musica, nel nostro genere, perché il nostro è un muro di suoni molto stratificato. Soprattutto quando abbiamo registrato in particolare “Kaleidoscope Eyes” abbiamo messo tantissimi strati di chitarre con effetti delay, riverberi e molte altre cose e quando trasliamo questa sensazione uditiva in qualcosa di visivo è un mix di cose sovrapposte e quindi, secondo me, rientra anche molto in quello che è il caleidoscopio, una mescolanza di forme e colori tutti diversi che vanno a creare forme uniche. 
DARIO – Confermo, la nostra non è soltanto musica ma un intero universo che abbraccia tutti i sensi, vogliamo fare qualcosa che abbraccia la vita nella sua interezza. 
- Ora l’angolo della domanda ironica. Nei vostri pezzi il basso ha un ruolo importante, decisamente più di primo piano rispetto alla media delle band. Ritenete di essere tra i pochi musicisti ad aver capito che i bassisti non solo servono a qualcosa ma sono indispensabili?
MATILDE – Rispondo in quanto bassista. Io penso che il basso sia molto importante non solo dal punto di vista ritmico, ma anche perché regge la melodia. La canzone si costruisce sul basso e sulla batteria, in base al ritmo e alla melodia. Io chiedo più diritti per i bassisti perché si dice che chi suona il basso suona soltanto la tonica. In realtà cercare di utilizzare linee più variegate permette di dare quel tocco in più alle canzoni. Per questo anche nei nostri brani ci impegniamo a creare delle linee che possano renderli speciali. 
- In “Orbit” il riff, soprattutto nella prima parte, richiama un po’ “Foxy lady” di Jimi Hendrix. Nel brano si sentono le influenze stoner, una variazione che non snatura la formula. Orbitare dà un senso di circolarità vertiginosa. Condividete che possa essere quello che si senta ascoltando il vostro EP?
DARIO – A livello di suono sì, a livello di testo l’orbitare è più che altro il fatto che la mente continua a viaggiare, a muoversi e non si riesce a fermare in alcun modo. Sicuramente l’influenza di Jimi Hendrix c’è tanto nella band, specie quella di “Axis: Bold as Love”, che secondo me è un album fantastico. Abbiamo preso spunto da diverse tracce, sia di Jimi Hendrix, quindi il parallelismo è azzeccato, sia di Tame Impala e dei Black Sabbath. A livello di circolarità del suono assolutamente sì. Il pezzo in fase embrionale era una sorta di rielaborazione di “Runway, Houses, City, Clouds” di Tame Impala, che è la decima traccia di “Innerspeaker”. C’è stata molto questa influenza, in tutto “Melt the Sun”, di “Innerspeaker” e “Lonerism”. 
- “Confide” è un pezzo lento sulla perdita, sull’abbandono. Rispetto agli altri brani è più centrale la tastiera. Vi è mai capitato di cambiare parti di un brano in funzione dell’arrangiamento?
MATILDE – Abbiamo aggiunto ai brani che già avevamo la tastiera. Il tastierista era appena entrato nella band e quindi abbiamo deciso per la gran parte dei brani non tanto di modificarli, ma di aggiungere la tastiera cercando di mantenere una certa coerenza. Per quanto riguarda “Confide” c’è stata dall’inizio l’idea di inserire la tastiera. Già dal principio era lo strumento principale per quel brano. In quel momento Francesco (ndr il tastierista) non collaborava ancora con noi, però poi appunto sulla base di questa scelta c’è stata la volontà di integrare nella band un quinto membro che potesse suonare questo strumento.
- Il vostro EP è molto introspettivo, pensiamo per esempio a “Where I belong”. Siete partiti dall’esplorazione di voi stessi, dove pensate di essere diretti ora? Manterrete questa rotta o pensate di virare più decisamente sul versante psichedelico o altre strade?
NICK – In realtà al momento stiamo ancora vedendo cosa fare, ma penso rimarremo sempre più o meno su queste sonorità anche rivoluzionando qualcosa. Il nostro suono l’abbiamo trovato e secondo me rimarremo abbastanza su questo, ma sempre con dei cambiamenti che possono verificarsi nel tempo. 
SAM – Diciamo che “Melt the Sun” essendo il nostro primo EP ha gettato una buona base per la nostra band. Adesso abbiamo veramente tantissime idee che svilupperemo e sicuramente faremo delle evoluzioni, qualcosa rimarrà uguale ma si vedrà. Siamo comunque molto legati al suono che abbiamo voluto dare a “Melt the Sun”. 
- Domanda legata al momento. Dato che siete sicuramente voi gli autori dei vostri brani cosa ne pensate di pezzi che vengono scritti da 10 o addirittura 20 autori? Non parlo solo di Sanremo. Per esempio “Loneliness” dei Maneskin se non erro è stata opera di 10 autori.
DARIO – Li disprezziamo con tutto il cuore. Tendenzialmente non ci sentiamo superiori a nessuno, però il lavoro di un artista è fare quello che poi la gente sente e vede. Questo dovrebbe essere il fulcro di un lavoro che nel tempo è cambiato a tal punto che una persona deve solo mettere la faccia in ciò che viene pubblicato. Per noi un lavoro artistico come la musica deve essere fatto da cima a fondo dalle persone cui gli spettatori lo attribuiscono. Se 20 autori scrivono una canzone prodotta a livello musicale da sette o otto produttori per poi essere cantata solo da una persona non è neanche più un pezzo di quella persona che ci ha messo solo la faccia e, per come le cose stanno andando ultimamente, anche il corpo e parzialmente la voce. Quindi sì è un disprezzo totale da un lato e un incoraggiamento invece dall’altro a fare tutto da soli perché solo chi crea un pezzo ha la visione chiara di cosa poter fare in una canzone di qualsiasi genere, quindi il pezzo dovrebbe essere scritto e prodotto dalla stessa persona. 
- Quando vi siete trovati per la prima volta in sala a suonare insieme con questa formazione da che pezzo siete partiti? Presumibilmente potrebbe essere stata una cover. E l’alchimia giusta è scattata subito o ci avete messo tempo a trovarla? 
NICK – Ci siamo trovati con questa formazione abbastanza recentemente perché appunto il tastierista c'è da poco tempo e questo è il secondo concerto ufficiale (ndr al Blah Blah di Torino) che facciamo con un tastierista. Abbiamo iniziato a provare con la tastiera da fine 2025. Il pezzo da cui siamo partiti è “Kaleidoscope Eyes”, il pilastro che ha forgiato il suono anche per il resto dei pezzi della band. E’stato il punto di partenza anche perché è il brano che abbiamo da più tempo rispetto a tutti gli altri essendo stato prodotto originariamente da me e Dario nel 2023. L’alchimia è scattata subito, ci siamo trovati subito con questa line up nel suonare insieme. 
FRANCESCO – Come tastierista devo dire che abbiamo iniziato da un paio di mesi a suonare tutti insieme e io per ora mi sono molto appoggiato sugli accordi principali della chitarra perché alla fine le canzoni erano già state scritte e quindi sono diventato un po’ un accompagnamento per riempire il suono delle canzoni. La maggior parte di ciò che faccio sono accordi e adesso che stiamo iniziando a scrivere pezzi nuovi per un futuro progetto stiamo cominciando ad aggiungere qualche melodia un po’ più complessa per la tastiera, che è diventata parte integrante del suono complessivo del gruppo. 



Quando risentirete dire per l’ennesima volta da qualcuno che “il rock è morto” fate spallucce e tenete conto che finché ci saranno diciottenni come gli Swirl che amano Jimi Hendrix, ma anche gruppi contemporanei ascrivibili non solo al genere e imbracciano gli strumenti per dimostrare il loro valore il rock salterà sul palco e farà a tutti uno sberleffo dimostrandosi più vivo che mai. 

mercoledì 4 marzo 2026

ALOSI - COSE MOLTO CATTIVE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Musica del mondo, sia esteriore che interiore, musica di scambi culturali, di amicizie che favoriscono lo sbocciare della creatività in modo assolutamente libero, musica di posti in cui sentirsi a casa. Questo è l’habitat in cui è nato “Cose molto cattive”, il nuovo album di Pietro Alessandro Alosi, noto semplicemente come Alosi, figura storica della scena musicale italiana e già membro del Pan del Diavolo. Gli otto pezzi che compongono il lavoro hanno, allo stesso tempo, la capacità di suonare coesi, ma anche molto differenti. Il viaggio parte da “Chi sei”, folk rock spedito come un treno, arricchito dalla presenza di un violino. “Suoni, tramonti e baci violenti, ancora brillo in piedi su uno spillo” canta Alosi nei primi versi aprendo all’ascoltatore la porta su un lavoro di delicato spessore. “Vagabundo” inizia come un western all’italiana, l’atmosfera è latina, la mescolanza tra versi in italiano e in spagnolo crea un ambiente sonoro che abbatte ogni barriera tra popoli e immaginari diversi. Il pezzo è un lunghissimo ponte sull’Oceano Atlantico che congiunge Sicilia, Babilonia, Messico e Cuba e su cui si balla una rumba sfrenata. Altro brano di grande impatto è “Giochi di lusso” con la sua atmosfera notturna di vulnerabile melanconia, in cerca di una mano cui aggrapparsi per salvarsi. Quarta traccia dell’album, “Le fate” è un pop perfettamente cesellato con in primo piano la voce della cantautrice e attrice Mimosa Campironi, in arte semplicemente Mimosa, che con il suo timbro delicato e vibrante allo stesso tempo abbraccia quella di Alosi. La canzone perfetta per camminare mano nella mano con il proprio amore a piedi nudi sul bagnasciuga in una notte di fine estate sapendo per certo che ci sono momenti della nostra vita in cui le fate ci vengono a trovare per regalarci un pizzico di magia. La title track “Cose molto cattive” dipinge atmosfere filmiche quasi tarantiniane spiando dal buco della serratura quel lato oscuro che alberga in ogni anima. Peccati necessari di cui a volte ci scusiamo, ben sapendo di non poterne fare a meno. Abbiamo chiacchierato con Alosi di “Cose molto cattive” per sviscerarne i significati più profondi.




- Partiamo da “Vagabundo”. Nell’album ci sono molte parole spagnole. Toglimi una curiosità, questo è un album nato da viaggi che hai fatto?
- E’ nato da viaggi prettamente musicali che sono maturati nell’ambiente dei Downtown Studios a Pavia, che è uno studio di registrazione, scuola di musica, sala prove ed è una cosiddetta factory in cui c’è voglia di scoprire e vivere la musica in un modo molto contaminato. E’ lo stesso posto in cui mi sono appassionato al reggae e, dopo l’avventura dello scorso album appunto con il reggae, sono rimasto in contatto con dei musicisti che frequentano il posto, che si chiamano “I Vagabundos” e sono di origine latina, uno è di El Salvador, uno è colombiano. Io avevo questo brano in fase embrionale e si è poi concretizzato insieme a loro, con i loro insegnamenti sulla musica latina. 
- Nel testo di “Vagabundo” citi Babilonia, luogo simbolo di crocevia dove si incontrano persone, culture. Se fosse ancora una città viva sarebbe per te al top della lista dei posti da visitare?
- Domanda difficile. Però visto che lo dico nella canzone direi decisamente sì, per volere o per destino, non necessariamente deve essere una scelta volontaria, però sì.
- Dal punto di vista sonoro direi che l’album ha molte atmosfere western un po’ morriconiane. Perché hai deciso di dargli questa impronta?
- In realtà io bazzico questo genere ormai da decadi perché anche con il Pan del Diavolo, con i miei dischi solisti ho sempre fatto un po’ di rock, folk, atmosfere cinematografiche italiane. Quindi non mi sono allontanato tanto da casa e continua a rimanere per me un buon modo di comunicare, che ritengo assolutamente valido.
- “Chi sei” è un bel folk arricchito dalla presenza del violino che contiene il mio verso forse preferito dell’intero album, “ancora brillo in piedi su uno spillo”. L’idea era rendere un senso di sicurezza nella precarietà?
- In realtà è una dichiarazione di incertezza totale, il ritornello dice “Chi sei, chi pensi di essere”, che in parte è una domanda e in parte si rifà ad un concetto che non è solo mio, cioè che tutto quello che viene da un vero cantautore non ha necessariamente a che fare con le esperienze, con le storie vissute, ma con la visione che abbiamo di noi stessi o che comunque pensiamo di avere. Quella visione viene tradotta in musica. Poi in questo caso c’è una notevole componente autobiografica che rende il pezzo leggermente malinconico.
- A proposito di atmosfere malinconiche, “Giochi di lusso” lo è molto, potremmo dire che è un brano quasi dolente. Da dove vengono i fantasmi che si aggirano in questo brano?
- I fantasmi li abbiamo tutti dentro, bisogna scegliere cosa rendere pubblico e cosa no. In certe occasioni un autore deve essere capace di mettersi a nudo, con un risultato che può essere valido o meno, quindi non dipende tanto dal risultato quanto dall’intenzione. In alcuni casi appunto l’autore mette in risalto le proprie debolezze, la propria verità, che può essere giusta o sbagliata, però quella è l’intenzione, quindi si tratta di “fare un giro” nella propria anima e portare indietro un racconto. 
- Soffermiamoci un attimo su “Le fate”, che è direi il brano più pop dell’album. Per riprendere il testo del ritornello: “da dove viene e a cosa serve la musica?”.
- Io ho questo problema delle domande nei ritornelli perché poi mi chiedono di avere la risposta. Io non ce l’ho la risposta. E’ un pezzo tendente all’Universale e l’Universale non ci dà risposte, ci dà grandissime ispirazioni, grandissimi slanci di volontà e di sogni, ma non ci dà una risposta. Io credo che la musica sia uno degli elementi chiave nella nostra vita. Oltre ad acqua, aria, terra, fuoco, il nostro Pianeta ha sempre avuto bisogno di musica, è sempre stata prodotta e a noi fa molto piacere. La utilizziamo come meglio crediamo, non per scopi commerciali. 
- Come è nata la tua collaborazione per questo pezzo con Mimosa Campironi? (ndr attrice, cantante e compositrice). 
- La Campironi l’ho conosciuta a Roma al Globe Theatre, perché lei faceva Giulietta nell’allestimento di “Romeo e Giulietta” diretto da Gigi Proietti. Come potrai immaginare una bellissima messa in scena dell’opera di William Shakespeare. Lei ha fatto un disco per “Tempesta”, poi hanno fatto a Roma un musical sulla musica indipendente e ci hanno chiamato come Pan del Diavolo e quindi è nata un’amicizia. L’atmosfera magica o comunque tendente al magico del pezzo mi ha fatto pensare a lei, che, a mio parere, ha liberato la canzone molto meglio di quanto abbia fatto io. 
- Soggettivamente la title track mi fa venire in mente in mente l’atmosfera dei film di Quentin Tarantino. Forse ammetto di essere stato influenzato anche dal titolo di un altro brano dell’album che è “Dal tramonto all’alba”, stesso titolo di quel film di cui Tarantino è uno dei registi. Quando scrivi ti capita di attingere alle suggestioni del cinema?
- Sì mi è capitato e capita anche adesso, ma è un processo un po’ indiretto. E’come dire che sono stato influenzato da un particolare artista, ma poi nei miei pezzi non ne ritrovi traccia musicale. Per esempio posso dire di essere stato influenzato da Luigi Tenco, eppure non c’è nessuna sua traccia nella mia musica. Almeno dal punto di vista musicale, per quanto riguarda l’opera. Comunque posso dire di sì, sono molto influenzato dal cinema, spesso cito frasi o film senza però veramente entrare nel merito di questo aspetto. Il cinema è di sicuro un’influenza indiretta, cioè ne sfrutto un aspetto “secondario”, però è vero. 
- Negli ultimi secondi di “Cose molto cattive” si sentono dei ritmi e dei canti, forse africani anche se sono difficili da individuare perché il pezzo sta sfumando. Come si contestualizzano?
- E’ un voodoo, una registrazione etnicomusicologica se non sbaglio degli anni 50-60. C’è anche una voce che si intreccia a volume molto basso con quello che canto io nel pezzo, che è la voce di un mio amico americano di New Orleans con cui ho tessuto vari panorami secondari sul voodoo, sulla tribalità, anche se poi alla fine non sono cose veramente tribali però chiudono il mio film. 
- Nella traccia finale “Porta Dio” c’è quell’invocazione “vieni ora, vieni Dio”. Si dice in teologia che Dio tornerà alla fine del tempo. Sta finendo davvero il tempo?
- Io mi auguro di no, tutto ci fa pensare di sì, ma ovviamente mi auguro di no. Spero che stia finendo il tempo per la controparte che ci tortura, che tortura in questo momento noi e che fa del sangue, della vita delle persone la propria merce di scambio, mentre un’altra parte dell’umanità ha bisogno di ben altro. 
- Cosa fa de “La Tempesta Dischi” un buon posto in cui abitare per un artista, anziché accasarsi per esempio presso una sussidiaria di una major?
- Io essendo indipendente da tanti anni ho l’appoggio di “Tempesta”, che è alla fine una rete di artisti che conosco da tanto tempo. Loro mi riescono a supportare in alcune operazioni pratiche, per quanto riguarda la creazione dell’album, ma in “Tempesta” molto sta all’artista nel portare a termine non solo il prodotto artistico, ma proprio il prodotto fisico, finito. Quindi ti direi che è una scelta di famiglia, lavorativamente non andrei mai con una sottomajor o major perché ne conosco gli accordi e forse non avrei la forza gravitazionale per interessargli, lo dubito non per meriti artistici, ma per quello che sta succedendo adesso nella musica. Difficilmente andrei a cercare qualcosa di più patinato. 
- Hai lavorato anche come coautore di brani per Motta, mi pare anche dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Come cambia il tuo stile di scrittura quando è un’opera condivisa?
- Di solito è più facile, poi in questo caso hai citato miei amici, quindi la penna è assolutamente libera, una mano libera per una cosa fatta con piacere. Poi sono loro che hanno deciso di lasciare o di prendere quello che volevano. 


Con “Cose molto cattive” Alosi è riuscito a mantenere la sua identità e riconoscibilità aggiungendo allo stesso tempo un nuovo, interessante capitolo alla sua discografia. Uno di quegli album che mantengono viva l’attenzione di chi ascolta grazie alle capacità e all’esperienza del suo autore. Lo aspettiamo in tour sperando che venga a trovarci in tutta Italia.

domenica 22 febbraio 2026

VINTAGE VIOLENCE - A SENTIMENTO - ARTIFICIERI DEL LORO DESTINO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Quando mi sono approcciato alla musica dei Vintage Violence ed ho poi avuto anche l’occasione di intervistarli, la prima parola che mi è venuta in mente è integrità. Integrità come libertà creativa totale, indipendenza dai suoni à la page, schiettezza nei testi, ricchi di giochi lessicali. Il punk rock della band, formata da Nicolò Caldirola (voce), Rocco Arienti (chitarrista e autore), Roberto Galli (basso) e Beniamino Cefalù (batteria) suona diretto e vero dall’esordio discografico nel 2004 con “Psicodramma (Nove giorni senza dormire)” fino al recente EP “A sentimento”, che raccoglie i singoli pubblicati negli ultimi anni più l’inedito “Guaribili ottimisti”. In apertura dell’EP il brano “Contro la società securitaria” parte dall’assunto per cui “la sicurezza non esiste, esiste solo la nostra paura e del farci sopra dei soldi la vostra fottuta cultura” mettendo subito le carte in tavola, ovvero che quando viene imposto di tacere è il momento migliore per parlare. A seguire “Pora Stella” inquadra il quotidiano trascinarsi di una coppia in cui il silenzio è diventato ormai una stanca consuetudine che li allontana l’uno dall’altro. Molto riuscita l’idea di un blackout sonoro nel pezzo dopo il primo refrain “Il silenzio ci allontana, Il silenzio ci allontana, vedi?”, pochi secondi che sottolineano con un filo di ironia il tema centrale del pezzo. L’inedito “Guaribili ottimisti” è ancora la storia di una coppia totalmente disfunzionale, raccontata con lo stile corrosivo della band, che ribalta il classico finale favolistico “Vissero per sempre felici e contenti” in “Vissero per sempre tristi”. La penultima traccia dell’EP “Sono un casino” si apre con la batteria punk di Ben Cefalù sotto l’occhio di bue che introduce un pezzo il cui protagonista si riflette nello specchio bizzarramente capovolto, “Sono il pompiere venuto in soccorso ma sono anche il gattino”. In chiusura il brano “Il nuovo mare” è una riflessione fatalista sul nostro percorso nella vita, le nostre sfighe viste dall’alto di una montagna. Suonare “A sentimento” è per i Vintage Violence l’unico modo possibile di farlo, con parole che zampillano come sangue dalle vene. A quasi 25 anni dall’esordio, non è certo cosa da poco.   
Nicolò Nico Caldirola, Beniamino Ben Cefalù e Roberto Roby Galli ci hanno raccontato la visione della musica che ha la band e la loro personale visione della vita e del futuro che attende noi e i nostri figli.



- Cominciamo da “Conto la società securitaria”. La compulsione a cercare la massima sicurezza, di fatto ci ha messi in un carcere di massima sicurezza. Sicurezza è diventato sinonimo di manipolazione?
NICO – Più che di manipolazione di auto manipolazione, nel senso che solitamente le persone che incontro si autolimitano all’interno di un ambiente che è già limitante di suo. E quindi più un problema di auto limitazione, nel senso che individualmente ci può essere anche una sorta di disinteresse o anche solo distrazione rispetto a questo ambiente che è così limitante e securitario. 
- Che poi come dite giustamente voi “la sicurezza non esiste”. Quindi può diventare un pretesto.
NICO – Non esiste la sicurezza di nulla. E’ un atteggiamento molto difensivo, più che una scusa. Significa deresponsabilizzarsi nella propria quotidianità rispetto a quello che in realtà ci competerebbe un po’ di più di quanto ci viene venduto. 
- “Pora stella”. Quanto influisce secondo voi l’uso compulsivo dei social network nell’infantilismo di molti adulti, dato che il ritratto che dipingete della coppia protagonista del pezzo è di due adulti bambini, infantili e la loro totale mancanza di dialogo?
NICO – Io ho due figlie che sono native digitali e quindi navigano molto più agevolmente in questo mondo rispetto a noi che siamo nati quando non esisteva e quindi non era un aspetto cui badare. Vedo che per tutti gli under 16 o anche 15 è una cosa abbastanza scontata vivere in questa realtà. Forse la nostra missione è far presente che c’era un mondo diverso, non per forza migliore o peggiore, ma diverso anche nella musica, in come la musica veniva promossa, che non era quello che comunque anche noi dobbiamo rispettare oggi, i tanti contenuti che vanno fatti perché adesso funziona così. E’ un mondo cui ci siamo trovati ad appartenere, anche involontariamente ma per forza.
- Sempre in “Pora stella” ci sono questi versi che recitano “cinque chitarristi, sei analisti, due università, mezzo conto corrente, mezzo cachet”. Non vi so dire bene il collegamento mentale ma mi ha fatto venire in mente il film “Smetto quando voglio”. I dati più recenti sulla disoccupazione dicono che tre laureati su dieci fanno un lavoro che non necessita assolutamente di una laurea. 
NICO – Non ho visto il film, ma è un ottimo aggancio e posso farti diversi esempi anche molto vicini a me nel senso che per esempio mio fratello è laureato in scienze motorie, ma fa il custode e giardiniere ed è probabilmente questo un po’ il senso della tua domanda. E’ l’inganno che noi abbiamo voluto rendere manifesto con un’altra canzone che è “I non frequentanti”. Il percorso universitario di cui parlavamo più di dieci anni fa è in realtà uno specchietto per le allodole, nel senso che non ti porta a livello meritocratico ad arrivare agli obiettivi che ti eri prefissato e, se non era vero più di dieci anni fa, ad oggi è ancora più falso. Vale per quel che io vedo ma penso anche i miei compagni vedono. Il nostro caro chitarrista Frank (Franco Cassinelli che li accompagna in tour come secondo chitarrista) che ho apostrofato oggi a pranzo dicendogli “Tu non puoi leggere Borges perché non hai una laurea”, in realtà è un grande lettore e fa l’operaio, non ha avuto un percorso come il nostro, ma non per questo è meno realizzato di noi. 
BEN – E’ un po’ il martello “studia perché avrai più opportunità”, perché la generazione precedente alla nostra la pensava così e riteneva che sarebbe stata la cosa migliore anche per noi, ma nell’arco di pochissimo tempo si è rivelato un boomerang che ci si è ritorto contro per un sacco di motivi. Tutti noi abbiamo fatto esattamente quel tipo di percorso, quindi come dicevo la massima era “Studia perché avrai più opportunità”, quando in realtà non è vero o almeno non necessariamente.
- In “Guaribili ottimisti “ dipingete il quadro di una coppia totalmente scoppiata, in quanto chiusa in un’esistenza molto triste, anche se rimane legata “come i cadaveri degli alpinisti”. Oggi avere una relazione non disfunzionale è possibile?
NICO – Una domandona. E’ difficile perché hai quotidianamente a che fare con delle richieste estranee alla questione di coppia, alla relazione, alla questione familiare che ti influenzano e non puoi prescindere da quello che ti succede attorno. Non ci si può considerare in una sorta di campana di vetro perché tutto quello che c’è, musica compresa, ti influenza e spesso ti porta a deragliare rispetto al punto da cui sei partito. E ’una sorta di reminder su questioni che riguardano un po’ tutte le famiglie, tutte le persone e non credo che ci sia qualcuno che possa chiamarsi fuori da questa condizione. 
- Musicalmente prendiamo come punto di riferimento l’inizio della vostra carriera discografica con “Psicodramma”, il vostro primo album. Rispetto all’altro estremo temporale che è l’ultimo EP “A sentimento” il vostro suono era molto più scuro, hard rock. Personalmente avverto anche i Verdena come punto di riferimento. Rispetto ad allora come vi sentite, meno acerbi e ingenui?
ROBY – Noi siamo cresciuti, siamo cambiati e di conseguenza lo è anche la nostra musica. Quella musica era ciò che ci veniva naturale in quel momento, non essendo vincolati o forzati da qualcuno esterno. Facevamo e facciamo musica per quello che ci sentivamo e ci sentiamo ora. Quello che usciva fuori era quello che in quel momento eravamo. Quindi poteva essere magari più rock o più punk, ma la cosa essenziale è che era quello che ci rappresentava in quel periodo. Quindi è un’evoluzione nel senso di cambiamento, ma non per forza è qualcosa di tecnico, un cambiamento di gusti o di genere. Non diciamo “facciamo questo perché è di quel genere rispetto a quest’altro”. E’un’evoluzione naturale che riflette quello che, in quel momento, nasce in noi.
NICO – Sì è legato all’approccio, che a 20 anni è di un certo tipo, a 40 è un altro perché sono passati appunto 20 anni. Però io sento, più che penso, che lo spirito è rimasto molto simile, non si discosta tantissimo. Poi ci possono essere differenze estetiche, ma non nelle radici.
BEN – Sì se ci si vuole incanalare in questo tipo di discorso all’inizio si è giocoforza, per una serie di motivi, più vicini ai tuoi ascolti, poi nel tempo diventi più personale. 
NICO -Il lavoro è proprio quello di distanziarsi da quelle che sono state le tue influenze, le tue ispirazioni, da quello che hai cercato di imitare trovando quello che veramente ti rappresenta, quello che sei. Penso che sia il lavoro più difficile cercare di non imitare. Abbiamo fatto il viaggio oggi per arrivare qui a Torino ascoltando un sacco di gruppi e un po’ di echi, di situazioni in cui dici “a volte ho imitato questo, a volte ho imitato quello, oppure è una mia ispirazione, mi sento molto vicino” ci sono. Il vero lavoro è dire “ok quella cosa mi piace così tanto che me ne devo allontanare il più possibile”. 
- Tornando ai “I non frequentanti” c’è un verso che dice: “la mobilità sociale è per chi non ne avrà bisogno”. Infatti riprendendo il discorso di prima, dato che la mobilità sociale oggi procede al contrario, nel senso che i figli hanno meno possibilità di quelle che avevano i genitori, secondo voi non frequentare significa anche costruirsi una strada alternativa? 
NICO – Io ho vissuto l’Università da non frequentante nel senso che all’epoca lavoravo e per questo il mio mondo universitario era esclusivamente quello dell’esame, non dei corsi. Ho intrapreso un percorso di studi in cui la possibilità di non frequentare c’era e io mi ci sono buttato facendolo da lavoratore, impiegando più tempo del necessario e vivendo l’Università un po’ alla finestra piuttosto che non dentro. In questo senso torniamo al discorso che facevamo prima. Per noi che ci siamo passati in mezzo e, con il senno di poi, vediamo che non c’è tutta quella chiarezza nel percorso di studi per arrivare all’età adulta, mi interrogo ogni giorno rispetto al fatto di essere padre di due figlie che tra poco andranno al Liceo chiedendomi “cosa gli vendo come cosa che funziona? Cos’ha un senso?”. La mia risposta è fare quello che ritengono meglio per loro perché non c’è più una via ben delineata verso un obiettivo adulto sostenibile, perlomeno negli ultimi anni. 
- Tutti e tre fate parte della formazione originaria della band. E allora vi faccio questo esperimento. Provate ad immaginare di aver scattato delle foto che immortalano gli attimi più belli del vostro percorso. Ce le raccontate?
BEN- Sono troppi!
ROBY – Per fortuna ci sono tante occasioni di condivisione.
NICO – Se parliamo di momenti topici ad esempio per me è stato salire i gradini del primo palco nel giugno del 2002. Quello è stato il primo scoglio super significativo. Poi ce ne sono stati altri però secondo me la cosa più difficile è essere dopo 25 anni ancora qua insieme.
BEN- Questo è il momento più bello. Essere ancora qui, fare ancora quello che ci piace e farlo insieme. E’ IL momento bello che si ripete, che si reitera.
ROBY – Passando così tanto tempo insieme, dato che quasi tutti i weekend siamo insieme a concerti, per me ogni concerto ha almeno un’opportunità di essere un ricordo indimenticabile. Non sono poi per forza cose legate alla musica in sé, può essere un momento indimenticabile anche il viaggio, la cena, la colazione. Un sacco di perle e anche di cazzate che facciamo insieme.
NICO – Faremo prima o poi il calcolo dei chilometri che abbiamo fatto?
BEN – Ci vuole un mese a prepararlo! 
- Dato che siamo nel periodo giusto, avete fatto un pezzo che si intitola “Raiuno”. Nel testo, soprattutto nelle strofe iniziali, mi sembra di sentire come un riferimento critico a Sanremo quando parlate di 12 arpe sul palco.
BEN – Se non ricordo male non era proprio riferito a Sanremo in sé. 
NICO – Anch’io ho questo ricordo. E’ un brano che ha ormai 15 anni ed era un po’ una sorta di critica punk alla musica che viene suonata da un sacco di strumentisti. Io ogni tanto lancio invettive contro alcuni gruppi, anche dell’alternative, che sono, per esempio, in 8 sul palco. Si è in troppi, magari hai sette strumentisti più un vocalist che suona anche, quindi quasi un’orchestra. Per questo il brano è da intendere come una critica cruda e diretta a quel mondo. Poi ci sono musicisti che suonano l’arpa e magari sono anche apprezzabili, però diciamo che a 20 anni circa lo apprezzi un po’ di meno rispetto ad ora. 


In occasione del loro concerto tutto esaurito allo sPAZIO 211 di Torino dello scorso 13 febbraio i Vintage Violence hanno ricevuto da un pubblico enormemente entusiasta, composto in larga parte da giovani tra i 20 e i 30 anni, un’accoglienza da vera “vintageviolencemania”. Il palco è stato preso letteralmente d’assalto, i più ardimentosi si sono arrampicati per abbracciare il frontman, ballare e fare stage diving, la voce di Nicolò era spesso soverchiata da quella del pubblico che cantava in coro le canzoni. Piccolo evento nell’evento una ragazza ha scelto l’occasione per festeggiare la sua Laurea in Architettura ricevendo un bacio accademico dal vocalist. Concerti come questo fanno sperare in un futuro migliore, di ritorno al contatto umano, alla musica sudata e condivisa, di rinascita come persone.

DYING DAYS - MARK LANEGAN E LA PERIFERIA DI FIRENZE - TESTO, FOTO E RICORDO DI LJUBO UNGHERELLI


Via Pistoiese, periferia di Firenze, in prossimità del confine nordoccidentale del comune. In un grigio pomeriggio di fine novembre, un uomo ciondola lungo i marciapiedi che costeggiano la sempre trafficata arteria stradale. Egli ha girato il mondo in lungo e in largo e chissà cosa ne pensa di quello scorcio suburbano donde può vedere i fanali delle automobili e poco altro. Più in generale, chissà a cosa pensa in quei momenti, dopo essersi allontanato dal locale dove, di lì a poche ore, terrà un concerto. L’atmosfera tenebrosa che si percepisce quella sera all’interno del Viper appare comunque infinitamente più festosa rispetto al florilegio di inquinamento acustico di motori e clacson e allo spoglio paesaggio che fa da scenario alla passeggiata dell’uomo. Questo “lupo solitario” era in realtà idolatrato da una nicchia di pubblico che vedeva in lui un artista di culto nonché un sopravvissuto [sic] in mezzo ad altri maledetti (molti dei quali erano suoi amici) la cui scomparsa aveva alimentato la leggenda di un’intera scena. Parimenti, erano innumerevoli le sue collaborazioni con i personaggi più disparati, dal gotha della musica internazionale fino a nomi italiani più o meno conosciuti. 



Quella voce che man mano si faceva sempre più bassa e cavernosa, alla stregua di un Tom Waits del rock alternativo, rimane incisa a fuoco a disposizione di chi abbia desiderio di scoprirla o di ritrovarvi un abituale conforto, simile a uno scambio di battute con un vecchio amico. Chi scrive serba qualche prezioso ricordo personale relativo a concerti da lui tenuti assieme a Queens Of The Stone Age e Twilight Singers, oltre ad alcune esibizioni con la sua band solista. Anche un paio di fugaci incontri vis a vis, giusto il tempo di provare a trasmettergli il dovuto rispetto e affetto. L’ultima di queste occasioni, proprio alla fine di quella serata alla periferia di Firenze, dove in precedenza aveva calpestato gli stessi marciapiedi che, da una vita intera, sono anche i dintorni di casa. Una casa e una vita adesso un po’ più tristi e vuote.


Grazie di tutto, Mark Lanegan.


 

sabato 21 febbraio 2026

8 MM - IL CINEMA DI RISERVA INDIE - TORO SCATENATO DI MARTIN SCORSESE - RECENSIONE A CURA DI NICOLA PICE


Quando nel 1980 Martin Scorsese porta sullo schermo “Toro Scatenato” (Raging Bull) il cinema americano attraversa una fase di transizione: la stagione della New Hollywood sta esaurendo la sua spinta più radicale e l’industria guarda con crescente interesse a prodotti diversi, più popolari, meno conflittuali. 
In questo contesto, l’opera si impone come un oggetto anomalo, difficilmente catalogabile a dispetto delle apparenze perchè lontano da ogni facile retorica sportiva. 
Infatti, “Toro Scatenato” non è un film sulla boxe: è un film sulla colpa, sul cupio dissolvi autodistruttivo, sulla mascolinità ferita e sul peccato.
Basato sulla vita del pugile italo-americano Jake LaMotta e interpretato da un monumentale Robert De Niro, l’opera rappresenta uno dei vertici espressivi della filmografia scorsesiana, accanto a titoli come “Taxi Driver” e “Goodfellas” ma rispetto a questi, l’approccio è ancora più radicale: meno affresco corale, più dissertazione morale.


La messa in scena di Scorsese alterna due registri distinti. 
Fuori dal ring, la regia è nervosa ma controllata, fatta di inquadrature serrate, dialoghi incalzanti, ambienti domestici claustrofobici. 
Dentro il ring, invece, la boxe diventa teatro astratto: le sequenze degli incontri non cercano la verosimiglianza documentaria, sono allucinazioni stilizzate, sospese in uno spazio quasi metafisico.
La macchina da presa entra nel ring come un combattente, scivola tra le corde, si sporca di sudore e sangue.
I rallenti, le soggettive, il suono amplificato dei colpi costruiscono una dimensione sensoriale che trascende il realismo. 
La violenza non è più spettacolo: è rito, espiazione, punizione.
Il montaggio di Thelma Schoonmaker — collaboratrice storica di Scorsese — è essenziale nella costruzione della tensione. 
Prendiamo ad esempio le sequenze di combattimento: sono frammentate, ellittiche, scandite da accelerazioni improvvise e sospensioni temporali perché il ritmo non segue quello dell’incontro sportivo, ma quello dell’interiorità del protagonista.
Fuori dal ring, invece, il montaggio assume un andamento più lineare, quasi documentaristico. Questa alternanza crea un contrasto strutturale che riflette la scissione di LaMotta: brutalità pubblica e paranoia privata.


La fotografia di Michael Chapman, interamente in bianco e nero, è una dichiarazione poetica: il contrasto netto tra luce e ombra richiama l’espressionismo e il noir, ma soprattutto costruisce una dimensione morale: il mondo di LaMotta è privo di sfumature, dominato da pulsioni elementari.
Il bianco e nero accentua la fisicità dei corpi, la grana della pelle, la consistenza del sudore e del sangue. 
Il ring diventa un palcoscenico quasi sacrificale, dove la carne è materia da martirizzare. 
Alcuni fotogrammi, infatti,  — LaMotta isolato tra le corde, immerso nel fumo — hanno la forza iconica di immagini sacre rovesciate.
La musica è centellinata con parsimonia: il celebre tema dell’“Intermezzo” dalla Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni accompagna l’apertura e alcune sequenze chiave, creando un contrasto lirico con la brutalità delle immagini. 
Questo accostamento tra melodramma italiano e violenza americana sottolinea la matrice culturale del protagonista: un uomo sospeso tra due mondi.
Il resto è fatto di suoni diegetici, rumori amplificati, silenzi improvvisi e i colpi sul corpo diventano percussioni, il ring un tamburo. 
La performance di Robert De Niro è una delle più radicali della storia del cinema americano. L’attore non si limita a interpretare LaMotta: lo incarna fisicamente e psicologicamente. 
Il celebre aumento di peso per le scene finali non è mero virtuosismo trasformista; è la visualizzazione del degrado morale del personaggio.
De Niro costruisce un LaMotta introverso, sospettoso, incapace di articolare le proprie emozioni se non attraverso la violenza. Il suo sguardo è opaco, chiuso, spesso infantile. Nei momenti di gelosia ossessiva e di furia domestica, l’attore evita ogni compiacimento melodrammatico: la rabbia esplode come un riflesso animale.
La scena dello specchio riecheggia idealmente Taxi Driver, ma qui il monologo è più desolato: segna il punto di non ritorno: l’uomo è rimasto solo con la propria caricatura.


“Toro Scatenato” offre uno sguardo impietoso dell'America del
dopoguerra. 
Il successo sportivo appare come una delle poche vie di riscatto per le comunità marginali, in particolare per quella italo americana ma è un riscatto ambiguo: il sistema è dominato da compromessi, rapporti opachi con la criminalità organizzata, logiche di sfruttamento.
L’identità italiana emerge nei codici familiari, nell’ossessione per l’onore, nella centralità della virilità. 
Tuttavia Scorsese - egli stesso italo americano - non indulge in mitizzazioni. 
La famiglia, infatti, non è rifugio, ma campo di battaglia, la cultura dell’onore si trasforma in paranoia, il cattolicesimo in senso di colpa mai redento.
In questo senso, il film dialoga idealmente con “Il padrino” di Francis Ford Coppola, ma ne rovescia la prospettiva: dove Coppola costruiva un’epica tragica e quasi operistica, Scorsese demistifica, sporca, frantuma.
All’interno della filmografia di Scorsese, “Toro Scatenato” rappresenta un punto di svolta. 
Dopo il successo critico ma non commerciale di Taxi Driver e il fallimento di New York, New York, il regista attraversava una fase personale e professionale complessa quindi, il film diventa così anche un’opera di rinascita artistica.
Tematicamente, consolida i nuclei centrali del suo cinema: mascolinità tossica, senso di colpa cattolica, violenza come linguaggio primario, impossibilità della redenzione ma rispetto a Goodfellas, dove la seduzione del potere è parte integrante del racconto, qui ogni glamour è assente. 
Rimane solo la carne.
Nel panorama dei film dedicati alla boxe, il confronto con Rocky di Sylvester Stallone è inevitabile. Se Rocky è una parabola di riscatto e perseveranza, Toro Scatenato è l’anti-mito: il talento non salva, il successo non redime.
Un altro termine di paragone è Million Dollar Baby di Clint Eastwood, che pure guarda alla boxe come luogo di sacrificio e dolore ma mentre Eastwood conserva una dimensione elegiaca, Scorsese rifiuta ogni consolazione.
Si potrebbe risalire fino a Body and Soul di Robert Rossen, dove già emergeva il legame tra sport e corruzione. Tuttavia, in Toro Scatenato, il conflitto non è soltanto sociale: è ontologico.
Toro Scatenato è un film duro, privo di indulgenza, formalmente rigoroso e emotivamente devastante. 
È l’opera di un autore che utilizza il cinema non per celebrare un eroe sportivo, ma per esplorare l’abisso dell’identità maschile e il fallimento dell’integrazione americana.
Nel panorama del cinema sportivo, resta un unicum: non un racconto di vittoria, ma una tragedia moderna in cui il ring è solo il teatro visibile di una guerra interiore e nella carriera di Martin Scorsese, è la prova definitiva della sua capacità di trasformare la materia biografica in un “conte” filosofico, scolpito nella luce cruda del bianco e nero.

Recensione a cura di Nicola Pice

domenica 15 febbraio 2026

HOTEL MONROE - PUNTO E A CAPO: INIZIA UNA NUOVA AVVENTURA - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


E’ il 2005 e in una frazione di un piccolo paese sull’Appennino tosco emiliano, abitata da una ventina di persone, un gruppo di amici accomunati dall’amore per la musica decide di formare una band, un po’ per passione e un po’ per vincere la noia. Sono vicini di casa, tutti abitano in una strada lunga non più di cento metri e quella band diventa per loro una sfida che cresce pian piano fino a trasformarsi in una scommessa vinta. La storia dei futuri Hotel Monroe, nella loro prima versione che si è man mano evoluta in quella odierna, è iniziata proprio così. Il gruppo, formato attualmente da Roberto Mori (voce), Nicola Pellinghelli (synth, programmazione, basso), Enrico Manini (chitarre) e Marco Barili (batteria) ha ora deciso di cambiare pelle e saluta l’inizio di una nuova fase condensando in un album di svolta tutto quello che è stato per loro più importante. Le otto tracce originali che lo compongono, cui va aggiunta una reinterpretazione di “Fiume Sand Creek” di Fabrizio De André, sono state scritte nell’arco di molti anni, ma si amalgamano bene tra loro in un racconto musicale imperniato su un rock melodico classico ben fatto. Il disco si apre con il singolo “Non sei”, un up tempo rappresentativo dello stile della band, guidato da chitarre nervose, sintetizzatori in primo piano e una sezione ritmica solida e funzionale. Nel testo l’incedere narrativo presenta un continuo cambio di prospettiva. Sul finale i due contrapposti si “incontrano”, si ritrovano e si svelano come due facce di una stessa medaglia. A seguire “Africa” è un pezzo incentrato sul Continente che, almeno per chi non ha mai avuto l’opportunità di visitarlo, ha sempre rappresentato un luogo quasi immaginifico in cui gli estremi si abbracciano. Bellissimo e terribile, ricchissimo e poverissimo, generoso e insanguinato. Un luogo troppo grande con infiniti spazi vuoti attraversati da poche strade che non sono strade, percorse per lo più da uomini scalzi, schiacciati e isolati da questa immensità. Viaggiando con l’immaginazione la band ha provato a catturare qualcosa di questa grande anima, anche se, forse, non era davvero possibile. Altro brano degno di nota è sicuramente “Il futuro”, ultimo singolo uscito prima dell’album, che descrive un’apocalissi in cui il mondo è un luogo ormai invivibile e gli esseri umani vagano come “anime perdute senza un domani” perché il futuro è rimasto alle spalle. Come accennato, ai pezzi originali scritti dagli Hotel Monroe si affianca in scaletta una reinterpretazione piuttosto coraggiosa di "Fiume Sand Creek” di Fabrizio De André. Rivisitare un pezzo di tale calibro può rischiare di trasformarsi in una mossa azzardata. In questo caso la reinterpretazione in chiave Hotel Monroe presenta luci e ombre. E’ senz’altro positiva la decisione di adattarlo perfettamente allo stile della band, ma, d’altro canto, a livello di subconscio è inevitabile una sovrapposizione con le sonorità dell’originale e sotto questo aspetto, a mio personale parere, reggere il confronto è un’impresa troppo ardua.
Abbiamo parlato con Nicola della storia degli Hotel Monroe e delle tematiche dei pezzi dell’album.



- Questo è il vostro ultimo album in ogni senso. Quel punto in copertina dopo il nome della band dice già molto. Perché avete deciso di andare “punto e a capo” proprio ora?
- Hotel Monroe nasce da un gruppo di amici in un piccolo paese dell’Appennino tosco-emiliano, Tizzano Val Parma, a 800 metri sul livello del mare. In una frazione di poco più di venti anime, in una via lunga un centinaio di metri si sono ritrovati tutti i membri della band, quindi siamo innanzitutto amici. Dopodiché si può ben capire che in un piccolo paese sperduto sui monti dovevamo trovare per forza qualcosa da fare e da lì ci siamo messi a suonare insieme nel lontano 2005. In realtà siamo “Hotel Monroe” dal 2015-2016 con il nostro primo EP autoprodotto. Nel 2026 a dieci anni da quel primo sussulto creativo abbiamo capito che era arrivato il momento di un giro di boa. Ovviamente la musica non si ferma perché la band sta lavorando, ma come “Hotel Monroe” pensiamo di essere arrivati al termine, a un punto. 
- Quindi non sarà ora “ognuno per la propria strada”, continuerete come band con un altro nome, magari un altro stile.
- Probabilmente con un altro nome, in realtà questo ancora non lo sappiamo, però non avremo più con noi il cofondatore insieme a me, Marco Barili che è il batterista. Probabilmente è stata quella la circostanza che ci ha fatto dire “senza Marco è giusto che si interrompa”. Però andremo avanti e vedremo questa strada dove ci porterà. 
- Risulta che l’album sia frutto di quattro anni di scrittura e registrazioni. Gli otto pezzi originali più la cover di “Fiume Sand Creek” di De André mi farebbero pensare che abbiate fatto una selezione feroce dei brani da inserire perché presumibilmente ne avevate composti di più. L’avete messa ai voti la scelta?
- Non è stata messa ai voti, diciamo che, come spesso è successo nella nostra storia come band, le canzoni si sono scelte da sole. Accade che avvengano delle dinamiche talvolta poco spiegabili, come è successo per l’ultimo singolo “Il futuro”, che abbiamo registrato ad agosto ed è stata inclusa insieme a brani che invece abbiamo registrato quattro anni fa. Quando abbiamo visto il titolo e abbiamo riascoltato il testo abbiamo pensato “qui ci siamo noi oggi”. Quindi per l’ultimo brano che abbiamo registrato, in cui c’era questa collaborazione con Damiano Ferrari che è stato il produttore, abbiamo detto mettiamolo lì e poi vediamo. Quando lo abbiamo terminato abbiamo detto “si chiama Il futuro” e abbiamo deciso che sarebbe stato il singolo di lancio dell’album proprio perché parla di noi oggi. Il fatto che i brani vengano scelti fa parte del corso naturale delle cose. Con questo hai ragione a dire che tanti pezzi sono rimasti fuori, ma sicuramente vedranno la luce in questo nuovo progetto. 
- “Non sei” è uscita anche come singolo. Un singolo talmente perfetto che mi viene da domandare quanto ci sia di studiato a tavolino per farne una hit e quanto di spontaneo.
- Ti dico la verità. “Non sei” è uno dei pochi brani insieme ad “Aria” che è nato da una session di prove quando si suona tutti insieme. C’è solo qualche arrangiamento di sintetizzatore, ma il minimo indispensabile, di abbellimento, non il riff principale che è nato invece in sala prove mentre si registrava la “versione 1”. Qualche edit con alcuni cut da parte del produttore, che in questo caso è Daniele Cavalca, ma “Non sei” e “Aria” sono gli unici due brani di tutto l’album in cui a tavolino abbiamo deciso poco o niente. Se tu mi chiedessi perché l’abbiamo scritta diventerebbe difficile raccontartelo, però ti posso dire cosa racconta il brano così che poi capiamo anche perché l’abbiamo scritta (ndr ride). 
- E allora la domanda te la devo fare: cosa racconta il brano?
- “Non sei” fa riferimento un po’ allo “Yin e Yang”, non si è per essere in massima sintesi. Abbiamo fatto esperienza come band che tu inizi ad essere quando effettivamente non sei. Nel pezzo non c’è mai un soggetto unico, a volte parlo di me, a volte di te e a volte sei tu che parli di me e quindi c’è un continuo rincorrersi del protagonista che non capisce mai chi è. Questo gioco di frasi lo abbiamo costruito proprio per dare una sensazione di movimento, dire “tu ti scopri in funzione di qualcun altro che sta davanti a te”. Se tu inizi a scoprirti nell’altro fai chiarezza anche su te stesso. 
- “Africa” è una descrizione accurata dei mali che affliggono quel Continente. Tra l’altro bello l’intermezzo con le voci dei bambini. Quanto conta per voi esprimere impegno nella vostra musica?
- Noi storicamente, non per scelta ma perché ci sono capitate occasioni, abbiamo sempre fatto musica con il fine di parlare degli ultimi, gli scartati dalla società. Questo è culminato nel “Nuovi Mondi – Prison Tour”, un tour di diverse date nei penitenziari. “Africa” è nata dal nostro autore, che è Lorenzo Manini, fratello di Enrico il chitarrista. Sono loro che portano in saletta la prima preproduzione, tranne nel caso di “Non sei” e “Aria”. Nello specifico “Africa” è nato dalla lettura di due libri. Non siamo mai stati in Africa, però tramite il nostro immaginario e la lettura abbiamo trovato questo mondo così lontano da noi, ma così ricco di immaginario. Nella nostra musica usiamo spesso figure immaginifiche per raccontare una situazione. Non ci piace essere troppo didascalici. L’Africa diventa il simbolo delle tante “Africa” che abbiamo dentro di noi. 
- Passiamo all’ultimo singolo “Il futuro”, che hai già citato. Descrive un domani molto cupo, disperato. Infatti nel ritornello il testo è “Il futuro era dietro di noi”. Se dovesse accadere davvero un’apocalisse di questo tipo secondo te quale sarebbe la via di fuga che ci detterebbe il nostro spirito di sopravvivenza?
- Io ripartirei da quanto dicevo prima, iniziare a non essere. Oggi abbiamo proprio una tendenza come umanità a primeggiare, ognuno deve dimostrare sempre qualcosa in più di qualcun altro. Ognuno di noi deve fare un passo indietro. Come quando siamo in fase creativa se ognuno di noi non è disposto a lasciar da parte la propria idea in funzione di quella canzone non se ne fa niente. Questo dovrebbe essere anche lo spirito che guida chi ci governa. Sempre un passo indietro e non voler per forza primeggiare sempre con la propria idea. Questa sarebbe l’unica via di salvezza prima che l’apocalisse avvenga, anche se temo che non ci sia una grande alternativa, ma la speranza è sempre l’ultima a morire. 
- In “A piedi nudi” si sente l’eco dello stile chitarristico di David Gilmour, specialmente nel lungo assolo finale che mi ha fatto venire in mente “Time”. Gilmour è un punto di riferimento per il vostro chitarrista come tecnica e come uso degli effetti?
- Assolutamente. Era stata comprata a suo tempo una Custom Shop di David Gilmour perché diciamo che i Pink Floyd sono sempre stati una musa ispiratrice. L’unica band che incontra i gusti di tutti gli elementi. Ascoltiamo i generi più disparati, ma quando ci incontriamo sui Pink Floyd tutto si appiana perché tutti li abbiamo studiati, abbiamo goduto della loro musica. “A piedi nudi” è quel brano, che poi è stato anche l’ultimo video live caricato sul nostro canale YouTube, un po’ liberatorio, fuori da ogni schema, da ogni idea del singolo per dare libertà a quello che solitamente ci piace fare. 
- Parliamo un attimo della vostra versione di “Fiume Sand Creek”, riarrangiata in modo coraggioso perché il pezzo risulta completamente destrutturato pur mantenendo gli elementi fondamentali. Oggi scegliere proprio un brano di questo tipo può essere una metafora degli stermini che stanno colpendo interi popoli?
- Assolutamente sì. Anche in questo caso, a dire la verità, è successo un po’ per caso, non lo abbiamo pensato prima. Quando l’abbiamo realizzata e il nostro chitarrista Enrico Manini è stato lui l’autore della preproduzione di questo nuovo arrangiamento ci siamo detti perché proprio questo brano? Forse perché non è cambiato molto rispetto agli anni in cui De André scriveva questo brano o forse agli anni a cui De André si rifaceva, dato che parla dello sterminio dei pellerossa. Andiamo veramente indietro nel tempo. La storia un po’ si ripete e allora l’abbiamo trovata una cover abbastanza azzeccata rispetto al contesto dell’album e ai tempi che stiamo cercando di affrontare. 
- Il rock in italiano ha avuto il suo ultimo momento di popolarità di massa negli anni 90. Ormai sono passati oltre trent’anni. Ci sarà mai secondo te un nuovo rifiorire del genere?
- In realtà non ho una grande speranza perché fare rock non è solo fare musica rock, secondo me è un’attitudine, lo devi sentire dentro. Siamo in un mondo in cui tutto è abbastanza standardizzato, non c’è mai nessuno che prova a uscire dal coro e dire con coraggio “no guardate che non funziona così”. Però seguendo tanti artisti e guardando tante interviste a artisti sembra emergere un po’ un’idea contraria. Il rock è morto e risorto molte volte nella storia. La risposta non ce l’ho, ma sicuramente anche noi stiamo virando verso sonorità più asettiche, più elettroniche. Chissà forse perché quello che vediamo intorno ci sta portando lì. 
- Nell’album avete inserito due versioni di “Aria” con arrangiamenti diversi. Da cosa nasce questa scelta?
- La versione di “Aria (Brucia insieme a me)” l’abbiamo registrata quattro anni fa ed è l’unico brano veramente autoprodotto e realizzato solo con l’aiuto di un grande fonico che è Amek Ferrari, attuale fonico dei Negramaro ed era un brano cui eravamo particolarmente legati per il ricordo di quel weekend in cui Amek venne nella nostra sala prove. Fuori c’era la neve, dentro c’era la stufa a pellet accesa e con pochi elementi giusti avevamo costruito insieme questo pezzo. “Aria (Radio edit)” era un singolo, uscito ormai tre anni fa, che era andato abbastanza bene e quindi ci sembrava bello riproporre la sua versione originale. 
- In chiusura parliamo di quel tour cui hai già accennato tu, il “Nuovi Mondi Prison Tour”. Raccontaci a tutto campo questa esperienza che deve essere stata molto importante nella vostra storia di band.
- E’ nata perché sempre in quella via di ottanta-cento metri in cui è nata la band abita anche una persona che lavora in carcere e quando è uscito il nostro primo album “Corpi fragili” incuriosito dal titolo lo ha ascoltato e ha proposto di portarlo negli istituti penitenziari. Abbiamo visto molto favorevolmente la cosa anche perché in passato l’ha fatto Johnny Cash, l’hanno fatto i Metallica. L’abbiamo vista molto rock come sfida anche perché quando andiamo in giro a suonare siamo abbastanza invadenti e abbiamo pensato “come faremo a portare dentro tutto l’armamentario per realizzare uno show rock a tutto tondo?”. Insomma ci siamo riusciti non con poche fatiche perché comunque ci sono normative molto restrittive, ad esempio abbiamo dovuto smontare i nostri Pc che poi portavamo sul palco prima di entrare. E’ stato impegnativo, però quello che ci ha restituito è difficile spiegarlo a parole e lo abbiamo fatto con una canzone che è “Aspettando il blu”, presente nel disco nella sua versione “Naked”, un poco più acustica. Da alcuni scritti che i detenuti ci hanno fatto avere perché comunque tutti vogliono esprimere a loro modo un “grazie”, da alcune poesie, frasi abbiamo scritto questo brano che è immaginario ma, secondo noi, racconta bene i volti che abbiamo scoperto. Le prigioni sono il luogo più desolante che io abbia mai visto e penso di poterlo dire a nome di tutta la band.
- Vi lasciavano avere dei contatti con i detenuti, cioè parlarci dopo il concerto ad esempio?
- E’ successo a Rimini, in parte a Parma la prima volta, quando siamo tornati purtroppo no. C’è stata la possibilità di un breve saluto a Reggio. Gli scritti dei detenuti ci sono poi arrivati tramite Giuseppe il promoter che ha realizzato questo progetto. Abbiamo trovato persone che hanno sbagliato e stanno pagando il prezzo dei loro errori, ma anche persone che in qualche misura ci hanno insegnato qualcosa. Un’esperienza sicuramente positiva. 



Come rappresentato sulla copertina dell’album in cui il nome della band è seguito da un punto, gli Hotel Monroe hanno quindi deciso di andare punto e a capo. Aspettiamo con curiosità di vedere quali spazi musicali esploreranno in futuro.