domenica 11 ottobre 2026

VOCI DAL MEI - INTERVISTA A BIRTHH, GIORDANO SANGIORGI E CISCO - TESTO E FOTO A CURA DI LUCA STRA

 


30 e Lode. Giunto alla sua trentunesima edizione il Meeting delle Etichette Indipendenti (MEI) di Faenza è lo spazio più autorevole in Italia ad offrire agli artisti piccoli e piccolissimi un palcoscenico e la possibilità di farsi ascoltare da una platea più vasta. Un’oasi preziosa nel mare di petrolio in cui sta affogando oggi la musica. Da qui sono passati musicisti che poi sono divenuti protagonisti della scena. Basti citare i Bluvertigo, che mossero i primi passi proprio al MEI, all’epoca dell’uscita del loro esordio “Acidi e Basi” e i Måneskin che proprio a Faenza fecero uno dei loro primi concerti in assoluto fuori dal Lazio. Quest’anno la manifestazione ha trasformato dall’1 al 4 ottobre la piccola città dell’Emilia-Romagna in un vulcano ribollente di suoni, suggestioni, stili talmente diversi da rappresentare le mille facce della scena indipendente. Sono arrivato a Faenza un sabato baciato dal sole e la prima cosa che mi ha colpito è stato il grande affetto dimostrato da chi era in centro per fare la spesa al mercato. Persone di tutte le età si soffermavano con le borse della spesa a chiacchierare con gli addetti alla sicurezza dei due palchi Centrale e Crescendo; un anziano in bicicletta si è fermato davanti al Palco Centrale e conversando con il sottoscritto ha dimostrato un grande amore per il rock, cosa non da poco vista l’età molto avanzata. 
E allora entriamo nel vivo della manifestazione con una breve intervista a Giordano Sangiorgi, colui che il MEI lo ha creato dedicando vita e anima per trasmettere il messaggio che un altro approccio alla musica rispetto a quello attuale è possibile.


- Trent’anni fa quando hai ideato il MEI era un altro mondo. Come se di anni da allora ne fossero passati trecento. Come hai visto crescere e cambiare la manifestazione? Avresti mai immaginato di trovarti qui oggi?
- Quando abbiamo creato il MEI non avremmo mai immaginato che sarebbe diventato un punto di riferimento della scena nazionale. Avevamo ambizioni minori e soprattutto ci interessava valorizzare le produzioni indipendenti. Mai avrei potuto immaginarmi uno scenario e pochi potevano immaginarselo se non quelli addentro le innovazioni tecnologiche più che alla musica, in cui è scomparso il prodotto fisico, ma soprattutto un’altra cosa preoccupante è vedere che la libertà che Internet poteva concederci, in realtà oggi ci ha portati ad essere in mano ad un solo monopolista che è Spotify e che decide chi deve ricavare risorse economiche dalle proprie produzioni e chi no. E guarda caso stranamente è emarginata tutta la musica fatta dagli indipendenti. Oggi la situazione per gli artisti indipendenti è peggiore rispetto a quarant’anni fa. 
- Quindi c’è stata un’involuzione invece che un’evoluzione.
- Dal punto di vista della raccolta di risorse economiche per la creatività musicale innovativa, giovanile, esordiente, indipendente sicuramente sì. C’è stata un’involuzione perché le multinazionali gestendo un regime di monopolio o di oligopolio si sono prese con il digitale il cento per cento del mercato della distribuzione e si stanno prendendo il cento per cento del mercato live con grandi eventi che saturano la proposta e prosciugano tutte le risorse dei consumatori, non lasciando nulla al mercato medio. Si creerà una situazione cui ci sarà un mercato dalle dimensioni di un pianobar da un lato e, dall’altro, i grandi eventi costosissimi. Inoltre non c’è spazio per gli artisti indipendenti sui media, mentre i grandi sono onnipresenti e riescono a raccogliere tutte le risorse disponibili, compresi i diritti, che alla fine arrivano solo a loro. Abbiamo fatto un’indagine post Covid, che secondo me oggi è ancora valida, un post Covid oltretutto aggravato dalla crisi economica causata dalle guerre e da una serie di altre concause. La precarietà in cui vivono le persone non aumenta l’interesse nei confronti del nuovo o l’acquisto di produzioni nuove, inedite, originali, perché la tendenza è quella di mantenersi su musica già conosciuta, rassicurante. Abbiamo visto un calo dal trenta al cinquanta per cento delle esibizioni live, nei club e ricordiamo che molti di questi hanno chiuso. Assistiamo ad un calo almeno del trenta per cento dei contest per esordienti, che curavano le associazioni nel periodo estivo e che sono il primo passo fondamentale per gli artisti per farsi sentire da un vero pubblico. Il numero dei tecnici è sceso del venticinque-trenta per cento perché ci sono molti meno eventi live e i diritti editoriali di produzione per i piccoli indipendenti sono diminuiti del settanta per cento. Quindi siamo di fronte a un mercato sempre più in mano alle tre major, a un monopolista digitale, a quattro o cinque agenzie live, a due grandi media TV e poco altro. Gli indipendenti oggi rischiano la marginalizzazione se manca, come dovrebbe invece avvenire in ogni Paese avanzato, un investimento pubblico che dal Ministero della cultura, passando attraverso le Regioni arriva ai Comuni. Un investimento su un patrimonio culturale che rischia di perdersi.
- Tu come MEI non hai mai pensato di diventare una figura che porta gli artisti sul palco producendoli? 
- Fare tutti i mestieri è faticoso e si rischia di farli tutti male. Quindi principalmente continuo ad essere organizzatore di eventi. Poi do una mano a molti artisti esordienti, emergenti affinché vengano fuori, ma è chiaro che l’attività di editore e produttore, così come di videomaker e tutti i mestieri legati alla filiera musicale deve poter contare su specialisti che sappiano curarla al meglio. Diversamente il rischio facendo un po’ tutto è che non si riesca a farlo bene. Certo una linea di produzione MEI potrebbe essere interessante, ma ci vorrebbe qualcun altro a curarla, non io. 
- Oggi si è persa tutta la rete dello scouting perché fai il disco se hai centomila follower altrimenti la discografia non si interessa in partenza.
- Lo scouting si è spostato su TikTok, su Instagram. Nessuno viene più a seguire gli artisti dal vivo e quindi si perdono sonorità nuove e interessanti che invece si incontrano sui piccoli palchi. 


L’analisi lucida e disincantata di Giordano Sangiorgi fa capire quanto sia importante esserci per vedere ragazze e ragazzi, a volte appena maggiorenni, riversare sul palco la loro bruciante passione. Qui c’è spazio per contaminazioni tra generi, modalità espressive originali e tante piccole e brillanti idee. E un’artista che ha fatto delle contaminazioni il proprio punto di forza è Alice Bisi, in arte Birthh, che dalla cameretta ha portato la propria musica fino a Brooklyn, arrivando ad aprire i concerti di artisti del calibro degli Imagine Dragons, Andrew Bird, Benjamin Clementine, Hein Cooper, Nick Murphy. Il suo ultimo album “Senza fiato” fonde cantautorato pop e urban. Al MEI ha ricevuto il Premio Giovani ME Exitwell. 
Nelle piccole vie del centro vicine a Piazza del Popolo mi sono fermato a fare qualche chiacchiera con lei.
- Pensando al pezzo di apertura del tuo album “Jumanji” qual è per te il modo per sottrarsi a chi ci vorrebbe trasformare in una semplice pedina da gioco?
- Il primo modo di sottrarsi è essere consapevoli. Perché molto spesso chi ha il tempo, la possibilità e il privilegio di ragionare sulle strutture sociali in cui viviamo dà per scontato che lo step primario non sia quello dell’essere consapevoli. Ci sono dei meccanismi che ci schiacciano per cui la prima cosa in assoluto è avere l’opportunità di informarsi. Viviamo in un mondo capitalista, la struttura in cui siamo nati però ci sono altre possibilità. Saperlo ci dà modo di sperare, di sognare, di immaginare e dopo che si è immaginato si può agire. 
- Il filo conduttore del tuo album sembra quello di sentirsi sempre fuori posto, ma mai vinta. 
- Sì, sicuramente mi sento spesso fuori posto, anche se adesso meno. Scrivere questo album mi ha aiutata molto a capire che “casa”, il mio posto possono essere le mie due gambe; quindi, va benissimo perché siamo tutti un po’ fuori posto e siccome tutti lo siamo nessuno lo è. 
- “Truman”, penso ispirata al film con Jim Carrey, mi fa venire in mente questa riflessione. La tua musica vive per dare una casa ai testi o viceversa?
- I miei testi nascono per arricchire la musica. Nel senso che io penso molto di più in musica, poi secondo me è bello quando in una canzone il testo e la musica dicono la stessa cosa e quindi di fatto lavorano insieme come i pedali e le ruote di una bici, per veicolare un messaggio. 
- La tua dimensione sembra essere la notte. Condividi quel verso di “Tenax” di Enrico Ruggeri, interpretata da Diana Est, che recita “Val la pena vivere solo dalle undici”?
- A me piace molto questa canzone, ma in realtà val la pena vivere sempre. 
- Il brano “Il sogno” è stato registrato in presa diretta?
- Sì, è stato registrato con il telefono. Poi sono stati inseriti gli strumenti, ma chitarra e voce le ho registrate in presa diretta. 
- L’album gira pagina e inizia un nuovo capitolo con “Più in alto”. È dedicata a quello che potrebbe essere anche amore?
- Sì, “Più in alto” è una canzone d’amore catastrofica, perché l’amore in sé stesso è catastrofico in quanto finisce. Ci si innamora e si sta con le persone con la consapevolezza che finirà. Ho sempre avuto molta paura di questo lato della vita per cui ho voluto scrivere una canzone per dire “va bene anche se finirà la cosa più importante è il presente”. 
- “Canyon” si ricollega alla tradizione della canzone italiana o almeno di più rispetto agli altri brani. Quale cantautore avevi in mente mentre scrivevi il pezzo?
- In realtà non avevo in mente nessuno però sono d’accordo con te. La prima bozza del pezzo mi ricordava tantissimo gli Strokes, in realtà perché Julian Casablancas ha intuizioni da crooner che poi si ricollegano alla musica degli anni 60 e 70. Comunque ascolto moltissimo Mina e, anche se un po’ meno, Gino Paoli. Una Mina un po’ peperina ce la posso sentire. 
- Parliamo ancora del tuo prossimo tour che parte a gennaio.
- Il prossimo tour è di quattro date. Non ho fatto un release party per l’uscita del disco e quindi volevo fare una festa per “Senza fiato”, magari far ascoltare anche qualche canzone nuova. Saremo all’ARCI Bellezza (nda Milano), Prato che è la mia città natale, Terlizzi vicino a Bari e l’ultima data al Locomotiv di Bologna. Stiamo lavorando da un bel po’ a questi concerti e spero che saranno belli da vivere, ma la mia idea è fare qualcosa anche oltre il concerto, varie attività, anche se adesso non posso ancora spoilerare niente. 
- Farete qualcosa alla CCCP con Fatur e Annarella?
- No, è più una cosa legata al pre concerto, stare assieme per parlare, fare nuove amicizie…
- Cioè quello che ormai non si fa più
- Esatto vorrei creare delle opportunità per farlo. 
- Ma farai mai come i musicisti che chiedono di imbustare i telefonini prima del concerto per goderlo meglio e non attraverso uno schermo? (nda il riferimento è a Bob Dylan e Jack White)
- Il potere dell’artista è creare dei momenti che facciano capire alle persone che ci sono altre opportunità, altri modi.
- Ultima domanda. Conosci per caso “Subvert”, la piattaforma che viene gestita in cooperativa dai musicisti stessi, che prendono le decisioni sulla sua organizzazione e che ricavano il cento per cento dalla vendita della loro musica lasciando la copertura delle spese ai contributi volontari di chi compra? L’idea è rovesciare il meccanismo di Spotify. 
- La musica parte sempre dal basso. L’industria musicale fa ciò che vuole ma quella non è musica. Non conosco questa piattaforma ma penso che strumenti così siano importanti per mettere in discussione sistemi che ci fanno male. 


Con Birthh abbiamo parlato dell’importanza del contatto umano, diretto, che è anche un po’ il cuore di una manifestazione come il MEI. E chi ha fatto del contatto diretto con il pubblico e della coerenza nel sostenere i propri ideali un tratto distintivo è Cisco, vincitore del Premio Italiano Musica Indipendente (PIMI), che mi ha concesso un’intervista sotto il porticato di Piazza del Popolo. 
- Partiamo dal 1995, “Materiale Resistente”. In quella compilation avete fatto quella che considero la mia versione di “Bella Ciao”, quella definitiva. Una canzone che è assolutamente attuale.
- È una canzone che non cessa mai di essere attuale perché in Italia abbiamo purtroppo ancora oggi una destra che non ha fatto i conti con sé stessa, non ha preso le distanze dal suo passato e che quindi vede in “Bella Ciao” il male assoluto. Mentre invece è il canto della Liberazione, della festa di tutti gli italiani, della rinascita della Democrazia in Italia. Per questo “Bella Ciao” rimane un canto di libertà, senz’altro di protesta, ma soprattutto di libertà. Non a caso la stragrande maggioranza delle popolazioni oppresse hanno una versione di “Bella Ciao” nella propria lingua. Penso ai curdi, agli arabi, al Sudamerica. Anche in alcune parti dell’Asia ho sentito versioni di “Bella Ciao” con un testo incomprensibile, magari non la traduzione letterale, ma sempre un canto di libertà. Questa è la potenza di “Bella Ciao”, che penso sia il canto italiano più conosciuto al mondo, anche più di “Volare” di Modugno. Avremo sempre bisogno di “Bella Ciao”, rimane attuale anche per le condizioni in cui viviamo e la direzione in cui sta andando il mondo. Anziché andare in direzione della giustizia, del sociale, della pace e condivisione va verso le guerre. Abbiamo quindi bisogno di cantarla, ma l’importante è non fermarsi lì e portare avanti i valori che hanno dato vita “Bella Ciao”, creare giustizia nella società, non solo italiana ma in generale.
- Una canzone non può cambiare il mondo ma può contribuire a farne un posto migliore.
- Può contribuire soprattutto a far riflettere. Se molta gente si è avvicinata alle idee politiche, alle idee sociali, alle prese di posizione di un certo tipo anche ascoltando quella canzone credo che sia servita a qualcosa. 
- I ragazzi che vi venivano ad ascoltare allora cercavano appartenenza, il combat folk era un genere che creava uno spirito di gruppo. Come è cambiato il pubblico da allora ad adesso?
- Parlando del mio pubblico è cambiato nel senso che è invecchiato con me. Purtroppo, vedo sempre meno giovani e mi dispiace molto. Vedo persone della mia età che continuano a seguirci e vengono ai nostri concerti e vedo quelli che una volta erano giovani, oggi magari hanno quarant’anni, dirmi “sono cresciuto con le tue canzoni”. È qualcosa che mi fa sentire un po’ vecchio, però mi fa anche molto piacere, mi riempie d’orgoglio. Sono cresciuti con questi valori e hanno creato una famiglia facendo sentire le nostre canzoni ai loro figli. 
- Nel 2005 hai scelto di avviare una carriera solista. Come è cambiato il tuo approccio rispetto al modo di fare musica con i Modena City Ramblers?
- È cambiato perché ho ricominciato se non da capo, da tre come diceva il grande Troisi. Ho ricominciato da alcune basi che volevo mantenere però spaziando maggiormente, lasciando stare un po’ l’adunata del popolo e cercando l’introspezione, anche attraverso la canzone d’autore, canzoni che partivano dall’io per cantare un io collettivo. Questo mi è servito molto come persona ed è stato un percorso lungo. Ora mi trovo a festeggiare i vent’anni di carriera da solista e i trentacinque dall’inizio. Un traguardo che mi riempie di gioia perché penso di aver fatto delle cose buone che sono rimaste e sono contento anche di aver fatto la scelta di prendere ad un certo punto un’altra strada. 
- Mi piacerebbe sapere di più di questo legame profondo tra voi come Modena City Ramblers e l’Irlanda. 
- È un innamoramento che è venuto prima ancora del gruppo. Non ci conoscevamo come componenti dei Modena all’epoca, ma eravamo tutti appassionati della cultura e della musica irlandesi, libri, folk film e tutto quell’immaginario ci apparteneva. Eravamo innamorati di un gruppo straordinario come i Pogues che ci hanno insegnato a fare musica, a scrivere canzoni. E il caso ha voluto che ci incontrassimo proprio nella zona di Modena, di Carpi, di Reggio Emilia. Lì si è formato questo gruppo con cui ancora giriamo e con cui cantiamo le nostre canzoni. Abbiamo segnato un piccolo pezzo di storia della musica italiana. 
- In questi giorni sto parlando un po’ con gli artisti di piattaforme di streaming. Spotify si sa che ai gruppi con meno di mille ascolti all’anno non paga le royalties, che vanno a Taylor Swift piuttosto che ad altre grandi star. È stata lanciata una piattaforma che si chiama “Subvert” che è gestita in modo cooperativo e lascia agli artisti il cento per cento del ricavato delle vendite. Secondo te può essere una soluzione per il futuro?
- Può essere una soluzione nel momento in cui arrivino i grandi nomi. Se invece raggruppa solo i piccoli musicisti è una bella idea, ma rischia di rimanere fine a sé stessa. Io dico sempre ai miei colleghi quando li incontro che spero si riesca a fare una sorta di “class action” per chiedere maggiori diritti e tutela per gli artisti, anche quelli come noi che non si sono arricchiti facendo musica, ma fanno di questo un mestiere. Siamo artigiani della musica e quindi abbiamo i nostri doveri, ma dobbiamo avere anche i nostri diritti. Qui al MEI di queste cose si parla parecchio. 
Le parole di Cisco ci ricordano che la musica è il luogo in cui le persone si incontrano. Il MEI di Faenza è, da questo punto di vista, un luogo importante in cui gusti, attitudini e generi si mescolano travalicando il confine tra le generazioni per unire tutti nel nome di ciò che ci fa battere il cuore.





lunedì 28 settembre 2026

HUMANOIRA - LA MUSICA COME ESTASI - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Scrivere canzoni a mano libera, senza tracce da seguire, lasciandosi andare al puro piacere di farlo e dimenticando, almeno per un attimo, il dovere. La musica degli Humanoira nasce proprio da qui. Il duo livornese composto da Riccardo Vivaldi (chitarra e voce) e Davide "Junox106" Varriale (piano, basso e laptop) ha pubblicato nel corso del 2026 una serie di singoli che troveranno posto nel nuovo album “Tarab”. Primo ad uscire, lo scorso gennaio, è stato “Hai ragione tu”, pezzo dall’irresistibile ballabilità che però non fa rima con banalità. “I vaffanculo alla vostra opinione li travesto da ok hai ragione tu” è la strofa centrale del brano. Il senso è restare fedeli alle proprie idee rinunciando a discutere con chi rimane chiuso in un guscio di supponenza. Lo sfavillante arrangiamento synth pop acquista un senso più profondo nel bel video di Valentina Cipriani in cui una ballerina affronta un provino di fronte ad un tavolo di giudici scettici per partito preso. La performance li coinvolge a tal punto da vederli scatenati in un ballo liberatorio finale. “Il mio primo pensiero”, uscita a marzo, ha un respiro più cantautorale. La notte di San Lorenzo diventa un carnevale interiore in cui possiamo essere chi vogliamo tanto, l’indomani, torneremo ad essere quelli di sempre. “Ritmo magnetico solare” richiama nelle strofe lo stile di canto di Edoardo Bennato. Al centro del brano la magia di essere amati da una donna talmente bella da sembrare di un altro sistema solare. “Non vali niente”, brano più cinico del lotto ricorda musicalmente i Subsonica ed esprime una critica sociale della realtà: se non sei conosciuto non vali nulla. 
Più solare e leggera “Portami il mare” squarcia le nubi con un raggio di sole illuminando l’unica cosa che conta veramente, l’amore. 
Ho avuto l’occasione di parlare con Davide “Junox 106” Varriale sia degli Humanoira che del suo progetto parallelo.


- Cominciamo dall’inizio dell’anno, quindi da “Hai ragione tu”. Il detto dice che “la ragione si dà solo ai fessi”. 
- Esatto, in una sola affermazione hai già capito il senso della canzone. Io mi occupo più della parte musicale, mentre Riccardo, l’altra metà degli Humanoira, canta e scrive i testi; quindi, io partecipo alla scrittura esprimendo la mia opinione ma è Riccardo la penna del gruppo. Il pezzo è una risposta tra i denti alle situazioni in cui tutti hanno da dire la propria opinione, tutti esprimono le loro idee, giustamente, ma dopo un po’ che hai sentito tante opinioni non hai più voglia di starle ad ascoltare e dici “Ok hai ragione tu”.
- Per chiudere lì il discorso diciamo. 
- Esatto, diciamo che è un po’ un vaffanculo tra i denti, il pensiero è “non te lo dico direttamente, ma è implicito”. 
- Musicalmente è uno di quei pezzi impossibili da ascoltare da fermi. Anche al termine del bel video che accompagna la canzone i compassatissimi giudici che devono valutare la ballerina protagonista si lasciano andare all’entusiasmo, al ballo. Dire cose serie con leggerezza è uno dei vostri obiettivi?
- Sì, ci piace la profondità dei temi, però crescendo abbiamo acquisito una certa leggerezza; quindi, in questo disco ci sono anche temi profondi, ma “Hai ragione tu” è una canzone molto più leggera, l’andamento è coinvolgente e nel video tutto questo traspare. Tra l’altro è stato realizzato da Valentina Cipriani (Nda Nota videomaker toscana) che chi segue l’underground musicale penso conosca, ha collaborato con gli Zen Circus, con i Cara Calma e altri progetti noti. Noi abbiamo già fatto tre video per il disco precedente “Obiettivo Salvezza” e quindi è stato naturale anche per questo singolo fare un video con lei. 
- A proposito di “Il mio primo pensiero” se dovessi scegliere un desiderio da far avverare quale sceglieresti?
- Non vorrei essere scontato ma direi la serenità, la tranquillità nell’affrontare le problematiche, perché comunque ci sono a prescindere; quindi, se si ha la serenità interiore per affrontarle è tutto molto più semplice. 
- Invece “Ritmo magnetico solare” nelle prime strofe mi ricorda un po’ lo stile di Edoardo Bennato. Seguendo il senso della canzone lasciarsi travolgere dalla passione dovrebbe essere uno degli obiettivi della nostra vita?
- Sì, penso che la passione sia il motore della vita. Qualsiasi cosa positiva è spinta dalla passione. Poi ognuno la può incanalare nell’arte, nella lettura, nelle serie TV o nel lavoro. La passione è alla base del “fare” delle persone. 
- In “Non vali niente” emergono come fonte di ispirazione i Subsonica. Mi sembra che lo stile del pezzo sia a loro molto vicino.
- Sì, c’è qualcosa perché comunque è un pezzo con molta elettronica e forse anche il timbro di Riccardo può ricordarli. I Subsonica non sono tra le nostre influenze maggiori, però sicuramente un richiamo c’è. 
- Il pezzo parla dei non rapporti tra le persone tramite i social?
- “Non vali niente” lo definisco il pezzo cattivo di questo disco. Nel senso che in tutti i brani ci sono finali positivi; invece, questo parla di persone negative che meritano anche loro una canzone, ma non di affetto e positività. Per questo “Non vali niente” è la definizione perfetta. 
- Una definizione sminuente quindi.
- Sì non è una canzone che vuole piacere, ma vuole stabilire una certa distanza. 
- Passando a “Portami il mare” torna un’atmosfera più leggera, il perdersi. 
- Esatto “Portami il mare” è proprio il contrario di “Non vali niente”. 
- Quali sono stati i sentimenti che vi hanno ispirati mentre la componevate?
- Sicuramente c’è la ricerca di amore, però è anche la ricerca di una fuga da tutto ciò che è tossico, negativo. Il mare rappresenta un senso di liberazione da queste problematiche. 
- Venire da una città di mare ha fatto la differenza nel vostro modo di fare musica?
- Penso di sì. Il mare dà quella malinconia, quella nostalgia però allo stesso tempo anche quella spensieratezza che quando lo guardi ti viene spontanea. Avendolo vicino a casa, crescendo con lui accanto diventa qualcosa di innato. Non a caso se si pensa alla scuola genovese, Gino Paoli, Tenco, De André avevano quella malinconia intrinseca che il mare porta con sé. 
- Torniamo un attimo indietro nel tempo al vostro album “Obiettivo Salvezza”. Ho due curiosità, la prima riguarda “Pascosky (Intro)”, che contiene un omaggio al famoso monologo dei perché di Francesco Nuti. Per me è una delle scene più intense del cinema italiano. Perché avete deciso di inserirla nell’album?
- Partiamo dal fatto che Riccardo è un grandissimo fan di Francesco Nuti, lo adora ed era tra i suoi obiettivi già da anni fare un pezzo che lo citasse. Non avevamo fatto niente di particolare in altre canzoni e quindi abbiamo deciso di mettere direttamente la sua voce su una base strumentale che avevo proposto ed è diventata una canzone, più sperimentale, ma è nata così. 
- “Panna” con il Maestro Pellegrini è un pezzo fuori registro rispetto al vostro solito, c’è molta più chitarra in acustico. Questo approccio musicale deriva dal fatto che avete collaborato con lui? È stata una sorta di influenza reciproca?
- In qualche modo hai ragione. È un brano che nel nostro repertorio ha fatto da spartiacque. Prima avevamo un’attitudine più diciamo rock, mentre quel brano è in direzione molto più cantautoriale. È nata senza l’idea di coinvolgere Maestro Pellegrini. Noi conosciamo Francesco dalle scuole superiori e abbiamo avuto l’idea di proporgliela anche perché lui era uscito da poco con un disco e il suo modo di cantare si poteva inserire molto bene nella canzone. Quindi gliela abbiamo proposta, l’ha ascoltata, gli è piaciuta e quindi è stata anche un modo di ritrovarsi tra vecchi amici. 
- Ci puoi dire quando si completerà il mosaico che va a comporre il vostro nuovo album?
- Siamo oltre il giro di boa perché comunque abbiamo deciso di dare a ogni singolo il suo spazio, i suoi tempi di uscita. L’album comprende sei canzoni più un’intro e un outro. “Portami il mare” è il quinto singolo, mi sembra il 28 ottobre uscirà l’ultimo singolo e poi dopo un mese uscirà il disco completo che si intitola “Tarab”. 
- Titolo molto curioso, andrò ad approfondire. 
- Tra l’altro sul titolo c’è una piccola curiosità. Dopo che lo avevamo scelto, a distanza di un mese ci siamo accorti che era uscito un disco di Mia Martini con tutti i suoi successi intitolato proprio “Tarab”, alché siamo andati in crisi e abbiamo detto “qui bisogna cambiare nome”. Ci abbiamo provato, ma quel titolo per noi era perfetto e quindi alla fine abbiamo deciso di lasciarlo. 
- Beh anche perché chi ascolta voi ha un gusto che è molto lontano da Mia Martini.
- Sì diciamo che dall’Alto ci ha anticipato. 
- Mi hai detto che hai anche un tuo progetto solista, ti va di parlarne? 
- Sì, tutto nasce dalla lavorazione di “Tarab”. Per me è stato fondamentale, gli voglio davvero bene. È nato nell’arco di un anno perché tra gli impegni nostri e quelli di Fabrizio Pagni, tastierista degli Zen Circus che ora collabora con Achille Lauro ed è il produttore, non era facile trovarci. Ci incontravamo una volta alla settimana, al massimo due quando dovevamo stringere i tempi, però ce la siamo comunque presa con molta calma. C’è stato un momento in cui mancavano due pezzi che Riccardo aveva un po’ di difficoltà a scrivere. Per la prima volta nella mia carriera musicale ho deciso di provare a scrivere io stesso e, nonostante fosse una cosa che non pensavo mi riuscisse, ci ho preso sempre più gusto e da quel momento ho deciso di intraprendere anche la carriera solista. Mi sta piacendo molto di più di quello che pensassi. 
- Bene così siamo riusciti a parlare anche un po’ del tuo progetto.
- Sì, il 2 ottobre uscirà il primo singolo che si intitola “Sento questa volontà”. Il progetto è una costola degli Humanoira, la cui musica, soprattutto negli ultimi anni, ho sempre composto io. Il mio progetto, JUNOX, ha un lato cantautoriale più spiccato rispetto agli Humanoira. Anche il mio progetto è in italiano, c’è sempre molta elettronica, c’è il rock, il pop, tante contaminazioni. Con gli Humanoira devo cercare di andare incontro alle esigenze di Riccardo, in questo caso sono io perso nel mondo musicale e ci sto prendendo veramente gusto. 
- Fai qualcosa di diverso rispetto agli Humanoira.
- Assolutamente. Sono anni che scrivo musica però mi fermavo a quello stadio, perché gli Humanoira siamo Riccardo ed io ed è giusto che lui scrivesse i testi e cantasse. Mi sono ritrovato a scrivere e ho scoperto questo lato di me che mi sorprendo di avere, perché non lo avevo mai coltivato. Anche cantare è un mondo nuovo, ma mi sto divertendo parecchio. 
- Tornando agli Humanoira un’ultima domanda. Se dovessimo descrivere la band con un’espressione sintetica, potrebbe essere “Lasciarsi andare”?
- Sì potremmo dirlo. La musica per noi è proprio un modo per lasciarsi andare a quello che proviamo. Nella vita, nel lavoro devi essere sempre controllato e la musica è sempre stata per noi un modo di uscire dagli schemi. Questo aspetto mi piace molto. Anche nel progetto JUNOX lasciar andare è centrale. Tornando a quanto dicevamo prima sulla serenità, la musica infonde serenità nelle persone, soprattutto in chi la fa. 



Cercandone il significato ho scoperto che “Tarab” è una parola araba che esprime il concetto di essere in estasi, rapiti dall’ascolto della musica e della poesia. Quel lasciarsi trasportare che per gli Humanoira è la ragione e la conseguenza di tutto. 

lunedì 14 settembre 2026

ROGOREDOFS - ALTERNATIVO A COSA? - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Passato, presente e futuro, denuncia sociale e interiorità. Nella musica dei RogoredoFS convivono tutti questi punti di riferimento senza forzature, in modo armonico. La band pavese, composta da Armando Rossi (voce e chitarra), Jacopo Poppi (tastiere), ⁠Marina Borlini (chitarra), ⁠Riccardo Senna (basso) e ⁠Marco Gazzoni (batteria), ha pubblicato recentemente il secondo album “Alternativo A Cosa?”, un disco le cui dodici canzoni sono ricche di spunti di riflessione, suonate con la sicurezza dell’esperienza e con l’estro di chi vuole evitare la banalità. Apre l’album “Suite Lanosa”, strumentale dal titolo curioso di cui si capisce il senso solo arrivati all’ultima traccia. Il suono è marmoreo, marziale, un wall of sound che sovrasta l’ascoltatore. A seguire “Zyggurat” mescola suggestioni mediorientali e alt rock con un testo che spazia nella storia dell’uomo così come tra i Continenti unendo il Medio Oriente al Mississippi. “Homo Erectus” accende la luce sulla pochezza della razza umana che si illude da sempre di essere quella dominante, quando ormai di sapiens ci resta ben poco. Come in tutte le tracce del disco i volumi sono corposi e la sezione ritmica spicca in primo piano al pari di chitarre, tastiere e voce. La title track miscela un riff alla Black Keys ad uno stile nel cantato che rende omaggio a Giovanni Lindo Ferretti. “S.M.C.”, acronimo di Solide Magmatiche Certezze fotografa il periodo buio del Covid. “Sognavamo una vita diversa, una di quelle facili da raccontare” dialogano a distanza due persone costrette a restare lontane una dall’altra. “Rottami” consente alla voce di Armando Rossi di usare il registro per lui più confortevole, ossia il baritonale. La storia di un metalmeccanico morto sul lavoro tra l’indifferenza generale prende spunto da una vicenda familiare realmente accaduta per diventare simbolo di molte tragedie invisibili. A metà album “L’abisso” riprende fiato abbandonandosi per un istante alla necessaria leggerezza del pop. Brano tra i più ferocemente ironici dell’album, “Fashipster” mette in scena una baruffa chiozzotta in cui gli estremi si toccano fino a divenire una cosa sola. “Liturgia” si collega idealmente al pezzo precedente da un’angolazione più meditativa, quasi come se fosse raccolta in preghiera davanti ai demoni. “760 mmHg” ha le sonorità più vicine alla tradizione dell’alternative italiano, efficace nella sua linearità compositiva. “Caronte” è cantautoriale e mettendosi davanti allo specchio scopre che al di là del vetro non c’è nessuno. Il disco non si chiude con l’ultimo pezzo “Mammuth”, ma si ricollega all’intro invogliando al riascolto. Il brano si regge su una linea di basso profonda e solida come cemento e nel testo richiama lo stile di scrittura di De André, in particolare nel verso “egocentriche formiche, parenti del gibbone”. 
Armando Rossi e Jacopo Poppi si sono prestati ad una chiacchierata track by track che svela i significati più nascosti dei brani. 


- Partiamo dal vostro nome, “RogoredoFS”. Ho letto che fa riferimento alla stazione ferroviaria che era crocevia dei vostri percorsi. Avete un precedente illustre, si racconta infatti che Mick Jagger e Keith Richards si trovarono da adolescenti al binario di una stazione ferroviaria del Kent e che da lì gettarono le basi per la nascita dei Rolling Stones. Fatte le debite proporzioni qual è stata la scintilla che ha fatto nascere il gruppo?
ARMANDO – In realtà il gruppo è nato quasi per necessità. Dopo una serie di jam sessions tra me, Jacopo e il primo batterista ci siamo iscritti ad un contest abbastanza famoso per band emergenti. Il caso volle che ci accettassero. Non eravamo assolutamente pronti. Di ritorno dal primo briefing di questo contest, in direzione Pavia, il nostro batterista preso dal panico disse “ragazzi non so se è una buona idea, ma se proprio dobbiamo farlo almeno diamoci un nome, che ne so…RogoredoFS”, perché eravamo esattamente in quella stazione. Quindi in realtà è una scintilla che è scoccata lentamente nel modo più fisiologico possibile, tramite jam session. Si è consolidata e poi la necessità ci ha uniti e ci ha dato la forza per scrivere i primi pezzi.
- Quale era questo contest?
ARMANDO – Il contest era “Emergenza Festival” che non so se esista ancora (nda Si svolge tuttora, la prossima edizione è ad ottobre 2026). È per band emergenti e fa tappa in tutta Italia, se non erro ci sono varie selezioni, ci sono finali locali, regionali e nazionale. Il vincitore avrebbe suonato al Taubert Festival in Germania. In quell’edizione ci fu anche una band che poi vinse, eravamo in finale all’Alcatraz di Milano, e appunto la band che vinse andò poi a “X Factor”. Si trattava dei Melancholia ed erano veramente straordinari come sound e proposta in generale. Li ritrovammo qualche tempo dopo sullo schermo, una sorpresa perché erano poco calzanti rispetto a quel tipo di talent. 
- Jacopo hai qualcosa da aggiungere?
JACOPO – Armando ha già detto tutto. L’origine storica del nostro nome è quella, poi abbiamo trovato un significato aggiuntivo. Essendo tutti non originariamente di Milano, Pavia era un po’ il nostro punto di incontro. Per andare a Pavia devi sempre passare da Milano Rogoredo; quindi era il nostro epicentro ed è la vera storia. 
- Musicalmente il vostro album suona bello pieno e rotondo. Per mia curiosità l’avete registrato in studio o in un luogo con un’acustica particolare? 
JACOPO – Abbiamo registrato tutto all’Elfo Studio di Piacenza dove avevamo già registrato il singolo “Vacanze a Curacao” nel 2022/2023 e dato che ci eravamo trovati molto bene abbiamo deciso di fare l’album lì anche perché c’era un’attrezzatura consona a quello che volevamo proporre con questo album. La maggior parte dei pezzi sono nati nella nostra sala prove in provincia di Pavia, tranne il brano “L’abisso”, che è stato realizzato quasi totalmente in studio, nei sette otto giorni di registrazioni che abbiamo fatto a Piacenza. Armando aveva scritto il testo e una linea melodica e abbiamo fatto delle prove e il pezzo finale. La lavorazione del nuovo album è partita nel 2019 con “Zyggurat” ed è finita nel 2025 con “L’abisso”. Quindi un album che è nato nel corso di tanto tempo. 
- Dal punto di vista dei testi può essere definito un album sull’oppressione sociale?
ARMANDO – Diciamo di sì. Questo è il nostro secondo album, all’epoca del precedente “Retrovie dello stato” eravamo più giovani, quasi tutti studenti universitari e in quel momento c’era l’urgenza di manifestare un senso di oppressione nei confronti di quello che stavamo facendo. Nessuno di noi studiava ingegneria per vocazione, ma piuttosto per senso del dovere che ci veniva inculcato, ci si aspettava che se avessimo studiato e fatto un percorso di un certo tipo la società ci avrebbe dovuto qualcosa. Quella è stata la nostra primordiale manifestazione di dissenso. In questo album la critica sociale è sicuramente rinnovata, forse resa in modo anche più crudo in alcuni pezzi. Ad esempio, in “Fashipster” e “Homo erectus”. Però avendo scritto un buon cinquanta per cento del disco durante l’epoca del Covid abbiamo lasciato spazio anche a testi più introspettivi rispetto a quelli del primo album, perché era il momento migliore per essere introspettivi. 
- “Suite lanosa” è marziale e potente come inizio ed ha un suono più pesante rispetto al resto dell’album. Compare un elemento che si ritrova nell’ultimo brano “Mammuth”, ossia la lana. L’inizio si lega alla fine in modo circolare?
JACOPO – Sì esatto, il primo pezzo è la fine di “Mammuth”. Questo crea nell’album un movimento circolare, non fa capire quando finisce l’album. Il pezzo migliore per chiudere l’album era assolutamente “Mammuth” con questi suoni molto pesanti, bassi che sfiorano la soglia dell’udito umano. Se metti “Mammuth” in macchina vibrano i finestrini. Quindi è un pezzo che finisce con l’inizio dell’album. Dato che è un disco che secondo me ha bisogno di più di un ascolto, all’inizio ti dà una prima impressione su chi siamo e cosa vogliamo dire, ma dato che diamo una grande importanza ai testi, a ciò che vogliamo trasmettere all’ascoltatore, questa circolarità ti offre l’opportunità di riascoltare e capire meglio l’album. 
ARMANDO – Questi sono i due brani in cui c’è più sperimentazione sonora. Un fun fact è che negli outro strumentali, in cui c’è l’assolo di chitarra, in un passaggio abbiamo mixato il barrito di un elefante distorto cercando di ricostruire il verso del Mammuth, quindi lavorando sulle frequenze per provare a immaginarlo. Si dà il caso che la parte di chitarra che stavamo registrando con un fuzz e wah si sincronizzasse con il barrito. C’è un punto in cui la chitarra è indistinguibile dal verso dell’animale. L’andamento della canzone è immaginifico e cerca di replicare la camminata del Mammuth nella steppa siberiana. 
- Sì infatti l’andamento di “Mammuth” è molto cadenzato come in “Suite Lanosa”. In “Zyggurat”, che è uno dei brani che mi incuriosisce di più, da dove è nata l’atmosfera mediorientale che si sposa con la metafora appunto dello Zyggurat?
JACOPO – Questo pezzo è stato scritto principalmente da Armando e la sua prima versione, conservata nel mio telefono, risale al 2018, ancora prima della release del primo album. Una notte Armando, l’ex chitarrista ed io eravamo usciti come tutti gli studenti in giro per Pavia e quando siamo tornati a casa abbiamo usato questa dobro di Armando che in quel momento, secondo me, trasudava “mediorientalità”. La minore armonica suonava così bene che andava scritto assolutamente un pezzo. Se non ricordo male è stato Armando a creare il motivo principale e a partire da quella base abbiamo costruito pezzo dopo pezzo il brano. È come se fosse una suite che richiama l’intera storia dell’umanità partendo dalla preistoria e facendo richiamo a tutti gli Dei per evocare un ambiente misterioso, sconosciuto. 
ARMANDO – È stato curioso e totalmente spontaneo prendere una chitarra creata per un tipo di musica americana delle lande del Mississippi e trarne un pezzo così tanto mediorientale. La sua genesi è partita da una jam. La strofa e il ritornello sono nate quel giorno e nell’audio registrato da Jacopo sul suo telefono nel 2018 si sente già la struttura della canzone. Poi il testo è nato molto dopo riascoltando quel motivo che ci piaceva tanto. L’intento è di catapultare l’ascoltatore in una dimensione né storica né fisica. Come spiegava Jacopo è un Pantheon misto di divinità e di richiami esotici perché si parla di Inanna che è una divinità sumera e di Zyggurat che è da tutt’altra parte del mondo. Il ritornello poi spiega che la Zyggurat è in realtà uno stato mentale. 
- Soffermiamoci su “Homo erectus”. È la presa d’atto del fatto che l’uomo in fondo non conta nulla?
JACOPO - Riguarda più la consapevolezza di quanto ci stiamo auto ingannando di essere la specie dominante su questo pianeta. Il pezzo parla di un umano come tutti noi che realizza come non sia vero questo pensiero che ha tutta l’umanità, un brano che fa un’analisi antropologica usando come punto di riferimento una persona che capisce come l’idea non abbia senso. E di conseguenza trova il piacere solo nella carnalità, nel dolore. Lui gode nel dolore perché sa che è l’unica cosa che lo può riportare alle origini. Viene declassato a Homo Erectus per autorappresentarsi, riscoprirsi. Quindi direi che è vero che l’uomo non conta niente, ma di fatto non conta niente quello che pensiamo che l’uomo sia. 
- Il pezzo successivo a “Homo erectus” è “Alternativo A Cosa?”. Iniziamo dal titolo, che è anche il titolo dell’album. 
ARMANDO – Il titolo nasce da una delusione accadutaci come band. Dopo l’uscita del primo album c’è stato un periodo in cui cercavamo di procurarci date come tutte le band senza un booking. Girando per i locali del pavese entrammo in un noto locale in cui si faceva cultura musicale, lo Spaziomusica che ora ha chiuso e che ospitò musicisti anche importanti. Ci presentammo come band che suonava rock alternativo e il gestore ci rispose con un secco e scocciato “Ma alternativo a cosa?”. Ci spiazzò così tanto questa mancata disponibilità nei nostri confronti che ci lasciò quasi di stucco. Eravamo dei ragazzi già un po’ incazzati e disillusi e questa reazione ci fece meditare di gettare la spugna perché pensammo che se erano le premesse per suonare in giro eravamo messi male. Questo episodio però divenne un po’ un punto con cui confrontarci perché nessuno di noi aveva la risposta a quella domanda. Come band abbiamo tutti background diversi e la domanda “alternativo a cosa?” in questa fase storica e musicale è una domanda aperta, un’incognita abbastanza irrisolvibile. 
- Non so se ci ho azzeccato ma ci provo. “S.M.C.” è l’acronimo di “Solide Magmatiche Certezze”?
ARMANDO – Corretto confermo. 
- E’ un brano di denuncia sociale?
ARMANDO – Questo brano è nato durante il lockdown ed è frutto del punto di vista di un osservatore polemico nei confronti della società e di quello che stava accadendo, di quello che le persone che lo circondavano stavano facendo. C’è molta introspezione perché tutti ricordiamo quella fase, la malinconia derivante dal fatto di stare soli, chiusi in casa. Quando ho scritto il pezzo ero lontano dalla mia ragazza dell’epoca, separati da qualcosa di più grande di noi. È stata l’occasione per riflettere sui rapporti umani. Il brano ha una componente di denuncia sociale però c’è anche una componente introspettiva. 
- “Rottami” è cantata in una tonalità particolarmente bassa, alla De André. È dedicata alla spietatezza del mondo del lavoro di oggi? 
ARMANDO – Senza dubbio sì. Il testo è stato scritto prima che Jacopo ed io trovassimo il nostro primo impiego lavorativo però effettivamente c’è un evento biografico molto lontano nel tempo che mi ha spinto a scrivere il brano. È una vicenda legata alla mia famiglia, al mio bisnonno che ebbe un incidente sul lavoro. È una spietata e cruda denuncia di un mondo purtroppo attuale e l’unico modo per trasmettere quel messaggio era rappresentarlo con immagini forti. Il protagonista viene decapitato da un macchinario e tutti quelli che gli sono attorno ne parlano come se fosse un evento normale, una notizia da scrollare. All’inizio e alla fine è effettivamente un po’ ispirata a De André anche nel timbro, che comunque è dovuto al fatto che io sono un baritono. Prende la parola lo spirito di questo metalmeccanico che commenta l’accaduto dall’esterno sperando che qualcuno lo ricordi. Nel ritornello in particolare è sconfortato dalla reazione di quelli che ne parlano e cerca consolazione nell’idea che i pezzi del suo corpo possano essere utili a concimare. Penso sia un’immagine efficace. 
- “L’abisso” è secondo me il pezzo più pop dell’album. Qual è il vostro punto di vista?
JACOPO – Sì assolutamente. È una canzone nata in fretta, molto profonda scritta sempre da Armando. Il pezzo pop di cui l’album aveva bisogno. Porta un po’ di leggerezza, di respiro. Gli altri brani sono diversi, criptici e richiedono attenzione. Questo è stato collocato a metà del disco per far un po’ respirare e rilassare. Abbiamo cercato però di far sì che non si discostasse troppo dallo stile degli altri pezzi. Un esperimento. 
ARMANDO – La scelta del pop come veicolo per diffondere un messaggio è dovuta al fatto che il testo è molto più lineare rispetto agli altri, non ci sono metafore o giri di parole, ma è una sorta di schietta psicoanalisi di chi scrive. Va subito al dunque. Tale aspetto abbinato al mezzo pop fa sì che musica e  messaggio arrivino diretti all’ascoltatore. In questo è efficace, l’ascoltatore non è così impegnato, almeno musicalmente. 
- In “Fashipster” c’è una denuncia dello stato di indifferenza assoluta da parte nostra, finché non ne siamo direttamente coinvolti, rispetto agli eventi tragici che accadono nel mondo. 
JACOPO – Esattamente. È un pezzo diretto che potrebbe sembrare ad un primo ascolto sbruffone. In realtà si tratta di un pretesto per far capire quanto gli estremi di cui si parla al momento siano in realtà sovrapponibili. Vengono citati un fascista online e un comunista sul divano, due stati delle cose che non stanno né in cielo né in terra. In realtà si tratta di due persone uguali, che la sera mangiano insieme la pizza e che per dare voce alla loro passione devono identificarsi in due estremi. È un brano che condanna gli inutili estremismi ed è un periodo in cui stiamo perdendo il senno nella valutazione di questo aspetto. Due persone che non riescono a comunicare tra loro solo perché si impongono delle identità che non gli appartengono. L’ho scritto mentre ero a Bruxelles a una conferenza del Partito Democratico in cui si stava parlando di quanto dovremmo dialogare con i nostri colleghi di destra. È importate la comunicazione, lo scambio di idee. Il non essere d’accordo è uno spunto per discutere, per fare politica, per comunicare, aspetto che manca in questo periodo storico. 
- Del brano “Liturgia” mi ha colpito il verso “la castità delle idee è pura utopia”, un verso che mi affascina ma che non riesco a decifrare. Mi potete spiegare voi il significato?
ARMANDO – Il testo ha una genesi particolare perché è totalmente ispirato ad un’intervista monologo a Giovanni Lindo Ferretti. Si sa che quando gli si rivolge una domanda la risposta è in realtà un monologo. Era nella sua fase cristiano cattolica nella sua gimmick pubblica e amava particolarmente unire la parte spirituale e la riflessione sulla vita reale. Mi colpì molto quando disse “gli occidentali sono affamati di cose tangibili”. Spiegò il significato della parola “liturgia” che è “servizio verso”. E da lì partì questa riflessione. In realtà è una canzone molto ontologica, nel senso che farne un’analisi letterale è molto complicato. Ci sono immagini, la metafora della lancia che viene spezzata e ci si azzuffa per essa finendo per uccidersi a vicenda. Una riflessione sui massimi sistemi quindi. Giovanni Lindo Ferretti era stato accusato in quel periodo dai suoi fan della prima ora che lo tacciarono di incoerenza, in quanto aveva come riferimenti la spiritualità, la destra. Da lì l’immagine della castità delle idee che è pura utopia, ovvero la parafrasi del verso “non fare di me un idolo mi brucerò” della canzone “A tratti”. Nessuna idea è abbastanza casta da poter reggersi su sé stessa. Chi si aggrappa a un ideale assoluto viene disilluso, disincantato. E lo ribadisco nella frase “odio gli indifferenti ma di certo pure i noi”. Il noi è una forma di protezione di un gruppo che si appiglia a un’ideologia e ne fa uno scudo per sottrarsi al prendere parte attivamente a qualcosa. 
- Per il brano successivo ho dovuto cercare il significato di “760 mmHg” e credo si tratti di un’unità di misura della pressione.  Un pezzo auto motivazionale per resistere alla pressione? 
ARMANDO –Lo ha scritto il nostro bassista Riccardo ed in realtà il concetto è il trionfo dei perdenti. Nonostante l’atmosfera sia abbastanza serena, abbiamo visto infatti che è il tipo di sound più utilizzato nelle storie Instagram per accompagnare video di paesaggi, Riccardo ci tiene a precisare che è un pezzo triste che celebra gli sconfitti, i vinti. Quindi in realtà il concetto della pressione era più indiretto, nel senso che si tratta della pressione necessaria a stare a galla in un fluido. Essendo anche lui ingegnere ha la sua spiegazione tecnica. Le immagini del pezzo come quella della carpa, in realtà un salmone, che risale la cascata, lo stare o non stare in piedi che sono la stessa cosa vanno in quella direzione. In una società così performativa che ti spinge ad essere sempre il migliore in tutto abbiamo provato a celebrare la mediocrità o comunque il non essere sempre per forza i migliori. 
- “Caronte” è un brano sulla necessità di confrontarsi con i propri limiti?  
JACOPO – “Caronte” è un pezzo molto evocativo, un po’ come Zyggurat, racchiude tanti motivi cui ispirarsi per dare un senso alla canzone. Come concetti si ricollega ad altri brani, soprattutto “Homo erectus” e “Fashipster”. Il tema è la crisi di identità, quando non sappiamo più chi siamo, cosa stiamo facendo, abbiamo perso il controllo della situazione o ci sembra di averlo perso. È nel non sapere se ci si trova nella strada giusta che ci si ritrova proprio nella strada giusta. Una canzone molto meditativa che esprime quello che penso io dei doveri, di quello che la società ci impone di fare, della visione che gli altri hanno di te. In realtà tutto parte da sé stessi ed è da lì che bisogna iniziare a lavorare.
- Chiude l’album “Mammuth”. Ne abbiamo già un po’ parlato. La mia interpretazione è che sia un pezzo ironico sul delirio di onnipotenza dell’essere umano. 
ARMANDO – Assolutamente corretto. Il testo è stato scritto da Riccardo che ama particolarmente l’ironia. Come anche in “760 mmHm” ci si prende continuamente beffa delle cose, il delirio umano e quanto sia effettivamente prioritario dargli sfogo. E’ una storia raccontata dal punto di vista del Mammuth che giudica gli umani dall’aldilà o dal freezer, perché a un certo punto il testo recita “cosa direbbe nonna che sta nel freezer come me…”
- Ricorda un po’ i fatti di cronaca sulle nonne congelate nei freezer per consentire ai nipoti di continuare a prendere la pensione…
ARMANDO – Sì sono anche fatti reali, mi ricordo di qualcosa del genere successa l’anno scorso. Un pezzo che tratta con estrema leggerezza l’onanismo dell’uomo che sta raggiungendo apici incredibili. È notizia dell’altro giorno che il principale tester dell’azienda che ha sviluppato “Chat GPT” si è ritirato da quel mondo manifestando forti timori per il futuro sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Diciamo che la clonazione del Mammuth è ormai quasi fuori moda rispetto a ciò che sta accadendo. Il brano comunque è stato scritto prima dell’avvento di “Chat GPT”. Probabilmente oggi Riccardo la avrebbe attualizzata, la clonazione potremmo al confronto definirla una minaccia di poco conto. 
- Non sapevo di questa notizia sul tester di Chat GPT.
ARMANDO – È una notizia molto recente. Prima di entrare in “Open AI”, se non sbaglio questa persona era in un’azienda che si chiama “Anthropic”, non è una notizia da complottista ma proprio realmente un fatto di cronaca.


Volendo cercare di risolvere il rebus “Alternativo A Cosa?” la risposta può essere “alternativo alla nostra natura rozza di animali”. Perché, come ci ricordano i RogoredoFS, alla fine siamo tutti parenti dei gibboni. 

mercoledì 9 settembre 2026

PALLIDA CAVTAT - LA DISTANZA TRA NOI E LA RIVA - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Se nel mare dell’indie colmare la distanza dalla riva per emergere è l’obiettivo, i Pallida Cavtat hanno già individuato un buon punto di approdo. La giovanissima band pugliese, composta da Virginia Massi (basso e voce), Alberto Ruberti (chitarre) e Lorenzo Paiano (batteria), dimostra infatti di avere il potenziale per farsi notare. Sicuramente la loro originalità nel costruire le canzoni è frutto di un talento naturale, ma anche in buona parte di grande impegno nella composizione e scrittura dei pezzi. Il terzetto ha pubblicato da poco l’album di esordio “La distanza tra noi e la riva”, otto brani che mescolano un alt rock umorale, con una spruzzata di emo e lo shoegaze, specialmente nei layer super stratificati della chitarra di Alberto Ruberti. Elementi riconoscibili, ma amalgamati in modo spiazzante. Il brano che apre le danze è il singolo “Il molo degli inglesi”, attacco acustico che lascia spazio alla tempesta elettrica del ritornello. La padronanza degli strumenti, lo stop and go e il cambio di atmosfere ne fanno un brano significativo dello stile del gruppo. Musicalmente più veloce e spensierata, “Elisa” parla di una vita passata in camerino senza mai entrare in scena. La fluidità con cui si alternano pieni e vuoti ne fa un pezzo figlio del rock underground USA anni 90. “Freccia Rossa”, caratterizzata da un buon pattern di batteria di Lorenzo Paiano, ha nel ritornello il suo maggior punto di forza. A seguire ci si imbatte in “Enoch”, brano tra i più complessi dell’album con un riff molto personale e in cui la voce di Alberto Ruberti dà il cambio a quella di Virginia Massi, su cui si poggia praticamente tutto il resto del disco. Di colpo proprio quando il pezzo sembra sfumare si trasforma in uno spoken word in cui il recitato, repentinamente in inglese, si altera progressivamente fino a raggiungere il parossismo. “Estrogeni” è stata scritta da Viriginia Massi sull’onda dell’ascolto degli Scisma e, in effetti, la sua voce a tratti è vicina a quella di Sara Mazo. Il vortice sonoro di “Mandarino” accompagna un testo per immagini, scritto, come la maggior parte dell’album, adattando i versi alla melodia. Con i suoi quasi sette minuti di durata “Incendio/Accordi” è la giustapposizione di due brani distinti perfettamente incastrati come due pezzi di un puzzle. Le atmosfere gocciolano frammenti musicali minimi per poi sfociare nella deriva elettrica più pura. Chiude l’album “Il motivo per cui non sarò un pianeta” sulle note del basso protagonista. Le metafore d’acqua si ricollegano al titolo del disco. Sul finale, la registrazione dei tre compagni di band che si salutano sembra quasi voler cogliere l’attimo dopo la fine dell’incisione dell’album. 
I Pallida Cavtat ci hanno raccontato la genesi e alcune curiosità sulla nascita di “La distanza tra noi e la riva”



- “La distanza tra noi e la riva” è un album registrato “in faccia”, con un approccio quasi punk. L’avete realizzato in presa diretta?
ALBERTO - No in realtà lo abbiamo registrato in momenti separati, non lo abbiamo fatto in presa diretta, da un lato in realtà purtroppo perché ci sarebbe piaciuto, però ci ha anche permesso di renderlo stratificato perché è un disco molto massimalista, ci sono tanti layer che si sovrappongono; quindi quello è stato il vantaggio di registrare ogni strumento separatamente. 
- E’ quasi shoegaze da questo punto di vista.
ALBERTO – A tratti, lo speriamo. 
VIRGINIA – Abbiamo registrato le varie parti anche in diverse giornate. Prevalentemente lo hanno fatto Alberto e Lorenzo perché io non ero in Puglia. Hanno lavorato in questo modo. 
- La linearità non fa parte del vostro stile. 
VIRGINIA – No, al momento no. Ci piace che i nostri brani siano uno diverso dall’altro, ci diverte e non vogliamo fare brani molto lineari, banali. 
- Il fatto che nei pezzi ci siano delle parti strumentali molto importanti deriva forse dal fatto che nascono come jam session?
ALBERTO – In realtà è difficile che nascano come jam le canzoni. Soprattutto quelle di Virginia hanno una struttura che scrive lei alla chitarra e che poi seguiamo abbastanza. Nei miei brani c’è un po’ più di improvvisazione, ma nemmeno così tanta. In realtà penso che derivi dal fatto che ascoltiamo musica con lunghe parti strumentali ed è quindi parte del nostro DNA musicale, ci viene spontaneo così. Anche scrivendo le canzoni da soli le pensiamo con quelle parti strumentali. 
- Ne “Il molo degli inglesi” il verso “ti ho nascosto ma graffi ancora sai?” rappresenta il dolore per un rapporto che si è spento fino a diventare “un sogno orfano”?
VIRGINIA – Io di solito scrivo i testi in un modo preciso. Prima scrivo la linea vocale melodica e poi trovo delle parole che stiano bene sul ritmo della melodia che ho scritto. Quindi non ho scritto il testo con un’intenzione precisa, ha preso quella piega e sì parla più o meno di quello che hai detto. Però alla fine una persona può vedere in quel testo ciò che vuole perché non l’ho scritto pensando alla fine di una relazione. Però è un’interpretazione possibile.
- Diciamo che poi è libera l’interpretazione di ciascuno, come se fossero delle poesie. 
VIRGINIA- Sì esatto.
- Invece “Elisa” è un brano sul tenere nel cassetto i sogni senza osare liberarli?
VIRGINIA – Sì, quella è stata la prima canzone che abbiamo composto ed è stata l’eccezione perché avevo già un testo che ho adattato ad una linea vocale, però è l’unica canzone che ho scritto in quel modo. Avevo scritto una nota con questa frase sull’avere dei vestiti e non indossarli mai per la paura di sprecarli e quindi ho deciso di utilizzare questo verso per la canzone. 
- “Freccia Rossa” sembra un brano in cui si vuole proteggersi dal mondo. 
VIRGINIA – Nel caso di “Freccia Rossa” ho scritto prima la linea vocale e poi ho adattato il testo, ma sapevo bene di cosa parlare. Volevo parlare appunto dell’indecisione sul restare o andare via. In questo caso quindi ho voluto scrivere il testo su un tema personale. 
- Tu Alberto vuoi aggiungere qualcosa?
ALBERTO – Sono più pezzi suoi soprattutto dal punto di vista lirico.
- Passiamo a quella che per me è una delle tracce più complesse dell’album. “Enoch”, cantato da te Alberto. Secondo la Bibbia Enoch è il sesto discendente diretto di Adamo ed Eva e fu rapito in cielo. Che legame ha, sempre che ci sia, il titolo con il testo?
ALBERTO – A me dispiace tanto dare questa risposta perché il titolo è molto suggestivo. In realtà il vecchio titolo del pezzo era “Riff emo” perché appunto è un riff che rimanda un po’ alla musica emo. Ho sbagliato a scriverlo ed è venuto fuori “Riff Enoch” e lo abbiamo tenuto per via del profeta. Non è un pezzo che parla di…
- No certo è ovvio era per capire.
ALBERTO – Penso che ci sia comunque qualche volontà escatologica, di parlare in modo quasi religioso nel testo. 
- Tra l’altro il povero Lorenzo Paiano in questo testo fa un po’ la figura del mostro nel verso “Told me his girlfriend was twelve years old”, da cui penso derivi l’altro verso “Non toccate i bambini” che è cantato in modo molto enfatico. Perché?
ALBERTO – Confermiamo che abbiamo a cuore i bambini e non vogliamo che vengano toccati. Questo è un tema che ci preme molto. 
- La storia americana raccontata nella seconda parte del pezzo sembra un piccolo film. L’avete pensata così?
ALBERTO – In realtà “Enoch” è nata senza quell’ultima parte, non l’abbiamo suonata così per tantissimo tempo nei concerti e poi un giorno abbiamo deciso che il pezzo avrebbe avuto un finale blues ed è nato nell’arco di un paio di concerti senza neanche provarlo molto in sala prove. Ora che lo stiamo facendo dal vivo abbiamo dovuto riadattarlo per poterlo suonare anche in sala prove perché è molto stratificato come suono. In realtà mi sono segnato le cazzate migliori che ho detto nei concerti e quando abbiamo dovuto registrare il pezzo ho fatto un collage. 
- In “Estrogeni” anche se siete dei nativi digitali emergono dei riferimenti un po’ fuori tempo come la radio che registra suoni sporchi. In voi convivono un’anima digitale e una analogica?
VIRGINIA – Secondo me sì. Sicuramente siamo molto legati all’era digitale, all’essere cronicamente online perché facciamo parte della Gen Z, però tutti e tre siamo affascinati dal “vecchio”, anche dalla musica del passato. Quindi sì, lo spero comunque. 
- “Mandarino” è un pezzo che procede molto per immagini, suggestioni, uno stile di scrittura che mi ricorda molto quella di Cristiano Godano dei Marlene Kuntz. Quel tipo di rock anni 90 ha avuto un’influenza importante per voi?
ALBERTO – Voglio essere molto onesto. Prima di conoscere Lorenzo e Virginia e iniziare a suonare con loro ascoltavo relativamente poca musica, soprattutto poca musica che amo ora. Quindi se dovessi pensare a quello che mi influenza ora ci metterei tutto quel rock italiano anni 90, dell’età d’oro. Prima mi piacevano i Verdena e basta. 
VIRGINIA – I Verdena sono sempre stati per noi idoli in comune. Io apprezzo moltissimo la scena underground italiana degli anni 90. Gli Scisma sono uno dei miei gruppi preferiti. Mentre scrivevo il testo di “Estrogeni” ho ascoltato una canzone degli Scisma in cui, a un certo punto, resta solo la voce della cantante, adesso non ricordo il suo nome…
- Sara Mazo.
VIRGINIA – E poi riprendeva e scoppiava. Mi sono detta “voglio fare una canzone così” e ho scritto “Estrogeni”. 
- Tu quindi ti ispiri a lei nel tuo modo di cantare?
VIRGINIA – Nel mio modo di cantare non lo so, sicuramente mi piace molto. Non riesco bene ad avere una percezione della mia voce, di come io canti. Un sacco di persone mi dicono “somigli a lei” e poi mi confondo. Però è davvero brava. 
- Il secondo brano più complesso dell’album è a parer mio “Incendio/Accordi” che sembra la fusione tra due pezzi diversi. Perché questa divisione in due parti “Incendio” e “Accordi” e che significato ha il doppio titolo?
VIRGINIA – “Incendio” e “Accordi” sono due canzoni diverse unite. Le avremmo volute pubblicare separatamente, ma per vari problemi abbiamo dovuto unirle. Il titolo “Incendio/Accordi” si rifà alla canzone originaria che avevo scritto e che si intitolava “Accordi bambino”. Avevo poi scritto una seconda parte, ovvero “Incendio”. Le abbiamo invertite, però la canzone è come se fosse divisa in due parti, la prima è quella che ho scritto per seconda, mentre la seconda è quella che ho scritto per prima. Abbiamo cercato di unirle insieme, anche se avremmo voluto che fossero separate. Le abbiamo registrate in modo tale che sarebbe stato brutto fare un taglio a metà e quindi le abbiamo lasciate come un unico brano. 
- In “Il motivo per cui non sarò un pianeta” che chiude il disco le immagini marine che si ricollegano anche al titolo dell’album fanno da filo conduttore. Perché c’è così tanto mare nel vostro disco?
ALBERTO – Io credo che derivi dal fatto che viviamo in un posto in cui usciamo di casa e vediamo il mare, una presenza che nelle nostre vite è stata costante. Poi non credo sia un disco marittimo nelle sonorità. A noi interessa più che altro raccontare un’altra realtà che è quella degli ecomostri sulle scogliere delle cittadine abbandonate, che d’inverno hanno duecento abitanti e poi in estate si gonfiano, piuttosto che del mare, dei pirati e le spiagge. 
- In coda si sentono voci come se fossero la fine delle sessioni di registrazione e l’uscita dallo studio facendo quattro chiacchiere tra di voi. Avete continuato davvero a registrare l’attimo subito dopo che avevate finito di incidere il disco?
VIRGINIA – L’audio del saluto finale Alberto in realtà lo ha procurato da un nostro video vecchio di due anni fa quando eravamo andati a suonare a Milano, però abbiamo deciso di inserirlo lì come se fossimo noi dopo aver finito il disco a salutare. Non lo so se è una cosa bella o brutta, c’è a chi piace e a chi no.
- A me piace. L’ho trovata molto carina e intima, sembra quasi di “spiare” quello che fate. 
VIRGINIA – È vero anche a me dà una certa emotività sentire il finale.


Alla fine, la vera distanza tra noi e la riva non si misura in metri, ma nello spazio siderale che separa l'urgenza espressiva dei Pallida Cavtat dall'inutilità della banalità.