domenica 1 febbraio 2026

problemidifase - TUTTO QUELLO DI CUI AVEVAMO BISOGNO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


problemidifase è come una nave. Ad ogni porto salgono e scendono musicisti lasciando la propria firma sul diario di bordo. Un diario di bordo che diventa quindi collettivo, frutto di un gruppo di postadolescenti in rotta sulla nave della loro musica verso l’età adulta, tra le onde altissime di mille sentimenti contrastanti, le inevitabili tempeste emotive e il vento dell’amore che scalda la pelle. Questo diario di bordo ha ora assunto una forma compiuta ed è rappresentato dal nuovo album dei problemidifase “Tutto quello di cui avevamo bisogno”. I brani che lo compongono infatti sono stati scritti nell’arco di oltre cinque anni e riflettono la crescita degli autori sia umana che come musicisti. 
La band, che si definisce in realtà collettivo in quanto ad assetto variabile, comprende nella formazione che porta il disco in tour, Samuele Zenti come Voce principale, Basso elettrico, Synth Bass e Chitarra classica, Jacopo Secondo alla Chitarra Elettrica, Basso Elettrico, Synth Bass, Federico Gozzi alla Tastiera, Synth, Vocoder, Chitarra elettrica, Riccardo Scaioli al Sax e Gianmaria Pace - Batteria acustica e Drum Pad. Alla produzione dell’album in studio hanno lavorato anche Daniele Padovani - Batteria acustica, Leonardo Castellani - Basso elettrico, Chitarra elettrica, Synth, Mandolino e Cristian Volpato - Produzione, Mastering. Tra i 9 pezzi che compongono il lavoro spicca il primo brano in scaletta, “Controfase”, che si apre su una base elettronica guidata dall’elemento percussivo per poi deflagrare in un rock muscolare che vede la partecipazione di Giangy dei B—LÄIMM, altra band emergente della scena veronese. Il successivo “Le ore” è un cambio netto nello stile di scrittura svelando il lato più cantautorale dei problemidifase, un pezzo che vorrebbe ignorare l’incalzare delle ore per “stare nel momento”. “Cdlp”, ovvero “Chiuditi dietro la porta”, con il featuring del chill trapper gentile Zaib, nasconde sotto ritmi quasi sudamericani una storia di grave depressione. “Sogno.pdf”, titolo che gioca con il nome del gruppo e il file da computer immodificabile più usato al mondo è una danza ora in punta di piedi ora vorticosa in cui il suono del sax si insinua sinuoso. Ultimo tra i pezzi migliori del lotto “Altrove”, il primo brano scritto dal gruppo con il featuring del cantautore Laurino che ne è coautore, una riflessione pop sui non detti in una coppia. 
Abbiamo intervistato Jacopo e Federico dei problemidifase per capire meglio la genesi del disco e il perché delle loro scelte artistiche.


- I problemi di fase sono una caratteristica tipica degli errori di registrazione o di mixaggio in genere. Perché avete scelto proprio questa definizione come nome?
JACOPO – E’ un nome che è nato un po’ dal caso, dal chitarrista degli Inaria, una band veronese, in risposta ad una demo che avevo mandato che aveva dei problemi di fase nel mix. A me è sempre piaciuto tanto questo concetto dei problemi di fase, delle onde, tra l’altro è un tema che ritorna nel primo pezzo dell’album che è “Controfase”, ovvero le fasi opposte al punto da annullarsi. E’un elemento ricorrente nei testi delle canzoni che si associa al grande tema di uscire dall’adolescenza. Eravamo post adolescenti quando nacque il progetto. Un problema essenzialmente fisico, meccanico, diventa qualcosa di più emotivo. 
- Un tema di fondo dell’album è il tempo, che ritorna in molte canzoni sotto varie vesti. Misuriamo tante cose in base al tempo. Che rapporto avete voi con il tempo come dimensione?
JACOPO – Ora questo rapporto è migliorato, però il cambiamento, la crescita legati al tempo sono cose che non puoi controllare. Io ho questo rapporto con il tempo come entità monodirezionale che mi ha terrorizzato a lungo ed è poi è il tema del brano “Le ore”, il non riuscire a godersi niente perché sai che il tempo sta passando. Ovviamente sono cose che affronti grazie alla musica, che è una sorta di terapia. Il brano “Le ore” mi ha molto aiutato a sublimare certe sensazioni. Il concetto di tempo e crescita fa parte dello sviluppo delle nostre emozioni. Il tempo può essere quello che ti fa rivedere la stessa relazione con la stessa persona a distanza di un anno e poi di più anni. Sto pensando a “Controfase”, il cui testo è stato scritto in due momenti diversi a distanza di anni dalla chiusura di una relazione, non mia ma di Sam, ma il concetto è quello. Una fase parla di riguardarsi indietro e realizzare che certi comportamenti autodistruttivi e non sani sono grazie al cielo alle tue spalle e stai continuando a crescere e poi, all’improvviso, crescere non fa più così paura. Il tempo comunque è stato anche nostro amico, l’album ha avuto una gestazione di circa cinque anni, cioè la scrittura dei pezzi va dal 2018 a “Le ore” che è stata scritta nel 2024. 
- Un altro tema portante dell’album è la nostalgia, come assenza della persona amata. Scriverci canzoni può servire ad alleviarla? 
FEDERICO – Ma forse questa domanda si dovrebbe fare di più a Sam, ma se parlo di me personalmente direi di sì. E’un po’ come scrivere una lettera in cui condensi tutto quello che stai provando in quel momento, in questo modo lo cristallizzi ma ti serve anche per superare quella fase e, al tempo stesso, quando poi la rileggi ci ritorni e ti riporta un po’ a quelle sensazioni, a quei ricordi, quindi la risposta è sì. Scrivere ha quell’utilità. 
- JACOPO – Concordo è una gigantesca forma di terapia. 
- In “Controfase” c’è questa batteria in primo piano che mi ha ricordato un po’ “Barrel of a gun”. Poi a metà brano vira su un muro del suono rock per poi tornare alla pace. Come convivete con le diverse anime della vostra musica?
JACOPO – Ci conviviamo bene, la scrittura di questo album, la maggior parte di quello che abbiamo pubblicato è un lavoro corale quindi ci sono tante influenze, ognuno porta le proprie a livello di testi, ma anche di scrittura, di accordi, di produzione. “Controfase” è un Frankenstein bellissimo perché l’aveva scritta Sam con gli accordi in minore, poi li ho girati in maggiore un po’ jazzati, quindi è arrivato Leonardo che non è della formazione attuale ma è stato bassista per tre anni con noi che ha rigirato gli accordi completamente jazzati al pianoforte. All’epoca della canzone c’era solo la prima parte. Poi mesi dopo l’ha riarrangiata con il basso synth cattivissimo, la batteria che era un sample rallentato e stretchato per riempiere la base e a partire da lì ci abbiamo messo questa esplosione metal. Quindi ci conviviamo bene, abbiamo avuto per un sacco di tempo l’ansia di dire “non c’è una quadratura perfetta tra i pezzi”, si sente che lo stile è eterogeneo e ci sono tante influenze, dobbiamo fare gli EP uno per stile, poi ci siamo detti “ma questi siamo noi, è il nostro modo di scrivere, di mettere insieme gli elementi e far avere una identità che nasce prima ancora che dalla musica e dallo stile, dalla varietà di stili, dai temi che affrontiamo, da quello che ci piace scrivere”. Ci sono almeno tre penne diverse nell’album.
- Infatti diciamo che la vostra cifra stilistica è la varietà degli stili. La coesione paradossalmente la trovate nella non coesione. 
JACOPO – Sì a un certo punto ne abbiamo fatto un tratto.
FEDERICO – Per questo disco sicuramente. Poi live tendiamo a portare tutti i pezzi in maniera più rock, nel senso che sono tutti suonati con strumenti reali, abbiamo le basi però l’impronta è quella di una band che suona. Jacopo ed io venivamo da una band alternative rock, grunge, Sam ha avuto anche lui i suoi trascorsi in band di varie estrazioni. Per questo la resa live è quella di un gruppo che suona gli strumenti. Quindi anche i pezzi che su disco possono essere distanti dal punto di vista sonoro gli uni dagli altri, live convergono in un suono più omogeneo.
- Parlate di voi come band, ma facendo ricerche su di voi ho visto che venite definiti anche come collettivo, che non è esattamente la stessa cosa, il collettivo è uno spazio più fluido.
FEDERICO – Sì perché diciamo che il progetto nasce principalmente dalla mente di Samuele, che è cantante e principale autore dei testi, fino al 2023 tutto il materiale che era uscito era opera sua. Poi con l’inserimento nostro abbiamo dato il nostro contributo, ma tutto veniva da lui, inizialmente eravamo non dico la band spalla, ma il progetto ruotava attorno a lui. Poi ci piace considerarci un collettivo perché i musicisti variano, ci piace coinvolgere vari tipi di coriste, abbiamo vari featuring nel disco, abbiamo avuto vari cambi di formazione che non sono però diciamo definitivi, nel senso che per esempio Leonardo è andato via per studiare, ma ci piacerebbe che in futuro ritornasse. Ora come ora non c’è una band di cui dire “questa è e questa deve essere”, non siamo vincolati all’idea di band come noi singoli, ma problemidifase è un progetto con le sue varie menti che poi si incanala in chi esegue i pezzi e chi è a disposizione. Se ne avessimo le possibilità non dico che chiameremmo dieci musicisti a live, ma ci piacerebbe anche farlo.
JACOPO- Aggiungo che intanto saremo l’incubo di tutti i fonici più di quanto non lo siamo adesso. Comunque abbiamo come la sensazione che una volta che sei membro dei problemidifase lo sei per sempre. C’è un gruppo Telegram che è nato post pandemia e man mano che la gente usciva dalla formazione dal vivo non usciva dal gruppo. Collettivo è anche questa cosa. 
- Parliamo di “Sogno.pdf”. La spiegazione più ovvia è che sia una canzone sulla nostalgia di una persona amata. Ma è veramente così? pdf è ovviamente l’acronimo di problemidifase, ma potrebbe essere anche un riferimento al tipo di file immodificabile più famoso del mondo. Qual è tra queste la vostra interpretazione? 
JACOPO – La risposta è abbiamo questo acronimo pdf su cui ci piace giocare. Questo brano non so per quale motivo ma già dalle prime demo era “Sogno.pdf”. Nella mia testa è l’immagine di un sogno, oltre al fatto che pdf è un gioco. E’bello che anche questa cosa arrivi a chi ascolta. A me dà proprio l’idea di un’immagine. La canzone l’ha scritta Leonardo e ti confermo che parla della nostalgia della persona amata. In realtà non ho mai capito se fa riferimento a una persona che non c’è più o una persona con cui stavi e con la quale il rapporto è finito. E’ soggetta a interpretazione. 
- “Cdlp”. Chiedervi di nuovo per cosa sta diventa ripetitivo, ma dai ditemelo lo stesso.
JACOPO – “Chiuditi dietro la porta”. 
- Okay. L’atmosfera musicale è leggera, il testo in realtà per come lo percepisco io e qui entra in gioco la soggettività, non è il ritratto di qualcuno che si culla nell’ozio, ma sembra di più, in base a come è scritto, il ritratto della depressione. 
JACOPO – Sì confermo l’intento del testo è quello di rappresentare una manifestazione depressiva contestualizzata rispetto al dove si trova la persona che sta passando quel momento. Un pezzo scritto con l’intento di “buttare fuori” o forse di “buttare dentro” le sensazioni. L’atmosfera un po’ brasiliana fa da contrasto. 
- “Altrove”. Il pezzo descrive la fine di una storia per colpa dei non detti? 
JACOPO – Questo è il pezzo più vecchio dei problemidifase presente nell’album. E’quello che non si dicono due persone che non hanno più niente da dirsi, la fine di una relazione in cui non c’è più nulla da dare e da dire. 
- Parliamo del ruolo dei fiati nei vostri pezzi. In “Altrove” e “Nuvole/Cenere” regalano un’atmosfera notturna, sospesa, quasi di passaggio. Possiamo dire che, anche per come lo avete descritto voi, questo album segni la transizione dall’adolescenza all’età adulta? 
- FEDERICO – Beh sicuramente nel senso che le canzoni sono varie fasi, partono dalla post adolescenza per poi scontrarsi con la vita adulta, le responsabilità, il lavoro, la routine, anche a livello relazionale, una relazione nata a livello adolescenziale si sviluppa in una relazione più seria, impegnativa, quindi sicuramente sì il disco nel suo evolversi rispecchia questo concetto. Ed è stato favorito anche dalla durata della gestazione dell’album, per cui ci sono pezzi scritti a vent’anni e pezzi scritti a trenta che rispecchiano questa transizione.
JACOPO – Il sassofono suona troppo bene per essere lasciato fuori. Quindi abbiamo la fortuna di avere Riccardo Scaioli al sassofono che ha un buon gusto. Abbiamo usato il sassofono come arma per rendere l’atmosfera del disco ancora più sognante e nostalgica.
- Avete nell’album diverse collaborazioni, con B-LÄIMM, gruppo di Verona, con Zaib che fa quella che è stata definita “chill trap” ossia una trap gentile che non eccede nel turpiloquio e il cantautore Laurino. Perché avete scelto proprio loro come featuring nel vostro disco?
JACOPO – Le collaborazioni sono nate tutte in maniera spontanea. In “Altrove” avevamo scritto il brano con Laurino, per i B-LÄIMM e Zaib ci siamo detti che ci sarebbe stata proprio bene la loro voce e così li abbiamo coinvolti. Abbiamo collaborato in base a quelli che erano i nostri gusti e bisogni e poi sono amici. Tutto è stato spontaneo abbiamo proposto i pezzi dicendo che la loro voce si sposava bene con il pezzo. Abbiamo anche un altro brano in uscita con il featuring degli Inaria di cui abbiamo parlato. Ci piace il fatto di sostenerci a vicenda. 


Fare rete, collaborare ai pezzi gli uni degli altri è quello che fa di una città una scena musicale viva e una fucina di talenti. I problemidifase l’hanno capito e il loro essere un collettivo favorisce la contaminazione tra artisti creando l’habitat ideale per sviluppare musica realmente nuova e non solo mera riproposizione di ciò che è già stato detto.
 

sabato 31 gennaio 2026

L'HARDCORE DEGLI ANNI '90 IN ITALIA - GIANGIACOMO DE STEFANO RACCONTA "DISCONNECTION" - A CURA DI MAURIZIO CASTAGNA E OLIVIERO GERVASO


E' uscito per la collana Le Tempeste di Tsunami Edizioni un libro che racconta la scena hardcore italiana degli anni '90. Ne abbiamo parlato con Giangiacomo De Stefano che con Andrea "Ics" Ferraris ha curato questo volume.


Ciao Giangiacomo e grazie per la tua disponibilità. Come è nata l'idea del libro e come hai trattato l'argomento "hardcore italiano anni '90" in “Disconnection"?
L’idea è nata circa cinque anni fa da me e Andrea Ferraris, un amico che in passato ha suonato in band importanti come Burning Defeat, Permanent Scar e One Fine Day. L’abbiamo voluto scrivere perché sulla scena hardcore anni Novanta andava fatta chiarezza e perché se una storia a cui tieni non la scrivi tu, la scrive qualcun altro in modo diverso.

La scena hardcore italiana degli anni Ottanta è stata ampiamente documentata, forse in un certo qual modo anche un po’ idealizzata, mentre un risalto di gran lunga inferiore è riservato al decennio successivo. Quale può essere stata la “colpa” della scena dei Novanta? Solo l’essere arrivata dopo l’età dell’oro?
La prima cosa da sottolineare è che si tratta di due momenti che hanno entrambi mille sfumature diverse all’interno del loro sviluppo. Parlare della scena anni Novanta come se si trattasse di un corpo unico è inesatto. Ci sono state numerose evoluzioni al suo interno e molte cose che ne hanno distinto i singoli percorsi. La scena degli anni Ottanta è stata importante e ha espresso gruppi davvero incredibili, anche qui con mille distinzioni. Sicuramente a suo favore ha giocato il riconoscimento che a suo tempo le fu dato all’estero e poi, a mio parere, il conseguente culto alimentato dalle tante pubblicazioni che in tempi recenti ne hanno raccontato la storia. C’è un libro importante che si chiama “American hardcore”, nel quale, colui che lo ha scritto, afferma che la scena hardcore americana è finita addirittura nel 1986. Ovviamente così come non è accaduto negli Stati Uniti, non è accaduto neanche in Italia. Si è conclusa una prima stagione, ma poi le cose sono andate avanti con gruppi straordinari e nuovi contenuti.

È possibile individuare qualche accadimento specifico che funge da linea di demarcazione tra le scene dei due decenni o è un mero scorrere del calendario a segnare il passaggio di consegne?
Il senso del nostro libro è proprio questo, affermare che la scena anni Novanta è interessante perché diversa da quella che l’ha preceduta e questa diversità si è espressa attraverso date simbolo e rotture. Il primo è il concerto che Negazione, Indigesti e CCM fecero nel 1987 al Casalone di Bologna. Quel momento sancì la fine simbolica della vecchia scuola. Altra data simbolo è legata al concerto che gli Youth of today tennero al Leoncavallo nel 1989 e poi, nel 1990, il concerto “It’s pounding in” all’Isola nel kantiere di Bologna, dove suonarono i principali gruppi della nuova scena italiana.


Quali possono essere state le continuità e le discontinuità della scena hardcore degli anni Novanta rispetto a quella degli Ottanta, sia a livello musicale e organizzativo nonché di attitudine?
La continuità c’è quando parli dei valori di fondo come il do it yourself e una serie di rituali e idee di base. La discontinuità è data dal fatto che nei Novanta, chi componeva la scena hardcore, parlava, pur contrapponendosi ad esso, il linguaggio di quel momento storico.

Quali erano i centri nevralgici della scena dei Novanta? Le città, gli spazi e i gruppi più rappresentativi?
La scena più attiva e innovativa gravitava attorno a due etichette: Soa e Green Records. C’era una sorta di triangolo che comprendeva Roma, Padova e Modena. Milano e Torino invece hanno parzialmente fatto storia a sé e si sono relazionate in modo diverso alla nascente scena: Torino attraverso una sorta di continuità con parte di quello che era successo negli anni Ottanta, Milano partecipando attivamente al cambiamento, ma da un certo punto di vista, almeno per un periodo, in modo quasi autosufficiente. Poi di gruppi e situazioni ce ne sono state tantissime: Aosta, Alessandria, Pavia, Genova, Vicenza, Treviso, il Friuli Venezia Giulia, e poi la costa adriatica con Ravenna e Ancona e poi qualcosa ancora anche in Campania, Sardegna, Puglia e Sicilia. La lista dei gruppi è troppo lunga. Quelli che per primi hanno segnato la rinascita, sono stati sicuramente i romani Growing Concern.


A quali aspetti della scena viene dato maggior risalto nel libro? La musica, l’attitudine, l’etica?
Penso che la cosa bella del libro sia che ci siamo concentrati sulle dinamiche che hanno fatto mutare continuamente la scena. Il libro traccia un quadro generale dell’hardcore, anche di quello degli anni Ottanta e poi si focalizza appunto su quello che è avvenuto a livello di linguaggio e argomenti prevalenti.

Lo hardcore ha sempre visto convivere in sé diverse anime anche in apparenza piuttosto distanti, dagli skinhead fino agli hare krishna. C’era nell’Italia degli anni Novanta, una frangia prominente che spiccava per consistenza e coesione nei moshpit a bordo palco? E poteva accadere che certe correnti venissero a scontrarsi tra loro?
Sicuramente lo straight edge ha caratterizzato la rinascita della scena italiana. Magari non tutti coloro che ascoltavano hardcore al tempo erano seguaci delle tre X, ma l’estetica e il suono, per gran parte di quella che è stata la nuova generazione che si è affacciata nei Novanta, faceva riferimento a questa idea. Poi le strade con il procedere del decennio si sono diversificate: da un lato la militanza vegan/straight edge, dall’altra l’avvento del cosiddetto emo, poi chi si rifaceva alla vecchia scuola e a un certo punto il ritorno a una visione più punk delle cose, disegnano una scena ahimè molto divisa.

Il mito della scena anni '80 è cresciuto anche per la forte politicizzazione dei suoi contenuti che troviamo meno negli anni '90?
Per certi versi può essere vero, ma se prendi i testi dei Negazione, a partire da un disco fondamentale come “Lo spirito continua”, oppure gli Indigesti di “Osservati dall’inganno”, segnalo testi nei quali sicuramente ci sarà stata una visione politica e attitudinale espressa in maniera criptica, ma sono fondamentalmente incentrati sulla persona e su argomenti prevalentemente esistenziali. Negli anni Novanta ci sono stati gruppi più diretti e altri meno, così come era appunto avvenuto nella fase matura della scena anni Ottanta. Certo sono emersi altri temi. Non si parlava più di possibili guerre nucleari, ma in fondo l’idea di giustizia e contrapposizione all’autorità è restata con una molteplicità di tematiche diverse.

L’epica dello hardcore anni Ottanta narra di spazi occupati, fanzine fotocopiate, autoproduzioni, autogestioni… insomma di situazioni rigorosamente all’insegna del “do it yourself”. Il retroterra nei Novanta è sostanzialmente il medesimo o vi era stato qualche cambiamento nel “funzionamento” della scena?
E’ fondamentalmente lo stesso anche se a un certo punto, dopo il 1998, alcuni gruppi si sono professionalizzati e una parte della scena hardcore, quella vicina a sonorità più metal, si è di fatto allontanata dagli spazi dell’antagonismo. Io personalmente non ho amato questa deriva.

Negli anni Novanta sono emersi altri movimenti musicali quali il rap e il rock alternativo. Esisteva qualche interazione e condivisione (o magari anche ostilità) con il mondo hardcore?
Anche in questo caso non si può fare una generalizzazione. Ci sono state personalità molto aperte e altre non in grado di andare oltre i confini del genere di appartenenza. Nel nostro libro abbiamo voluto dare risalto alle interazioni tra la scena hardcore e altri generi come il rock indipendente e appunto l’hip hop. Nonostante un presunto settarismo dell’hardcore, c’è stata grande contaminazione tra i generi e forse, anche questa è una delle ricchezze della scena che abbiamo raccontato nel libro.

Musicalmente parlando, lo hardcore italiano dei Novanta segue grossomodo l’evoluzione che il genere stava vivendo oltreoceano?
La risposta è si. La scena hardcore in quel momento si è allineata con quello che succedeva oltreoceano. Questa è una delle critiche che in questi anni è stata fatta alla scena italiana anni Novanta.

Il libro è uscito da pochi giorni e l’editore ha annunciato che la prima tiratura di 1000 copie è già andata esaurita. Innanzi tutto: complimenti vivissimi per l’exploit! Era nell’aria una risposta di questo genere o ha colto tutti di sorpresa?
Abbiamo risposto a una domanda, ma non ci aspettavamo una risposta così buona. La cosa che ti posso dire è che abbiamo rivitalizzato l’idea stessa che si ha di questo genere di musica in Italia. Se ci pensi non è poco.

Detto del notevole successo di “Disconnection”, quale può essere un identikit del lettore a cui si rivolge il testo?
La mia impressione è che si tratti di un libro scritto per una platea di lettori molto più grande di quella hardcore. Penso lo possa leggere chiunque.

Hardcore è qualcosa che va ben al di là della musica, assurgendo a stile di vita a tutto tondo. A più di vent’anni di distanza, cosa è rimasto di quell’esperienza? I protagonisti di quella scena che hanno riversato i loro ricordi nel libro, hanno mantenuto tale approccio nella vita di tutti i giorni, che magari per alcuni è ormai lontana da concerti e occupazioni?
Nonostante le persone intervistate siano tutte una diversa dall’altra, credo che ci sia qualcosa che ha unito gran parte di queste: aver vissuto qualcosa che non possiamo che definire totalizzante e unico. Penso ad esempio all’idea che si possa fare musica partendo dal basso e inventare attraverso di essa un mondo parallelo. A me è rimasto questo. Poi l’hardcore per quel che mi riguarda non è più il mio mondo e con questo libro ho voluto archiviare questa parte del mio vissuto.


Se dovessi consigliare cinque dischi che più hanno caratterizzato quel periodo cosa consiglieresti?
Ci provo anche se per essere esaustivo te ne dovrei consigliare almeno una trentina. Questi quelli che mi vengono in mente sono il 7’ degli Equality. A seguire lp dei Burning Defeat, il 10’ dei Frammenti, il secondo album dei Reprisal e poi un disco nel quale ho suonato io e cioè il 10’ degli Ageing. La lista potrebbe procedere con nomi come Think Twice, Growing Concern, Concrete, By All Means, Eversor e tanti altri.

Grazie ancora per la disponibilità Giangiacomo e prima di chiudere l'intervista vorrei ricordassi ai nostri lettori come si può acquistare "Disconnection" e interagire con te.
Sull’interagire dipende sempre dall’interlocutore e dal contesto. Sono estremante grato con chi mi cerca attraverso i social media, ma allo stesso tempo con grande onestà ti dico che non mi piace comunicare attraverso qualche thread. E’ una deformazione che viene dal mio mestiere. Per quanto riguarda il libro, Tsunami, il nostro editore, distribuisce il libro nelle principali librerie e se non è disponibile, lo si può ordinare direttamente da loro. Per quanto riguarda i canali alternativi, i principali distributori di dischi e libri dell’area hardcore e punk come Hellnation, Shove, Radio Punk, Epidemic, Green e Nutty, hanno tutti nel loro catalogo “Disconnection”.

Giangiacomo De Stefano








 

FESTIVETEN 31012026 - AGGIORNATA LA PLAYLIST DI RISERVA INDIE CON UNA SELEZIONE DAL MEGLIO DEL PANORAMA INDIE ITALIANO


Aggiornata su #spotify, nel player in questo post,  la nuova #festiveten di #riservaindie con le novità della settimana, e non solo, selezionate dalla nostra redazione. Un flusso di musica costantemente rinnovato, senza barriere di alcun genere, sotto forma di playlist con gli artisti che sono passati fisicamente nella nostra trasmissione e quelli che vorremmo ospitare, ovviamente tutti rigorosamente del panorama indie italiano. In questa #festiveten ci sono le nuove entrate di #bonoburattini #silentcarnival #fattorerurale #bluagata #lowinsky #arousal . Seguiteci sui nostri social facebook, twitter, instagram, e piacete (e magari condividete) la nostra #festiveten su spotify. Nessuna tessera e nessun denaro è richiesto per partecipare ed ascoltare #festiveten. 

domenica 25 gennaio 2026

PIT - QUESTO NON E' UN DISCO - POSTMUSICA PER POSTDEMOCRAZIE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI

 


“Questo non è un disco” non è una frase ad effetto studiata per attrarre l’attenzione, ma la porta d’ingresso di un album di pensieri e parole autentici. Stiamo parlando del pezzo di apertura di “Postmusica per Postdemocrazie”, il nuovo lavoro dell’artista Pit, al secolo Pietro Marino. Il pregio maggiore di questo disco, che non solo esiste ma ha un suo peso specifico non indifferente, è di essere perfettamente contemporaneo. Pit, nato come rapper e ora in corso di evoluzione verso orizzonti musicali ben più ampi, ha dato vita ad un lavoro musicalmente molto variegato, in cui convivono armonicamente nelle strutture dei brani elementi rap, rock, blues e persino punk e, dal punto di vista dei testi, è ricco di spunti di riflessione. Il rapporto uomo-macchina, esplorato in “Automa” è al centro della narrazione. Il pulsare dell’elettronica introduce atmosfere sinistre in cui l’io narrante è l’automa: “Pensi che io voglia il tuo posto, però sei tu a somigliarmi sempre di più” canta Pit lacerando il velo che copre a stento le nostre contraddizioni, tra paura di essere surrogati e desiderio di usufruire delle mille possibilità che offre oggi l’intelligenza artificiale. La parte rappata centrale strappa dal viso dell’automa la maschera grottesca dell’imitazione della vita per svelare in tutta la sua ferocia il futuro verso cui siamo diretti: “L’hai voluto tu, era tutto già scritto, ora sono perfetto, invece tu sei estinto”. La traccia si chiude con un assolo blues sorprendentemente ben amalgamato con la componente elettronica a testimoniare che uomo e macchina forse possono anche convivere. L’incedere rap di “Un momento” è l’invocazione di chi cerca uno spazio impossibile da trovare per stare da solo con sé stesso. La chitarra elettrica suonata dallo stesso Pit – che ha realizzato l’album in completa autonomia – è un altro esempio di quanto questo disco trovi dal punto di vista musicale la sua maggior forza nel riuscire a fondere stili apparentemente incompatibili. La traccia conclusiva dell’album “La fine dei giochi” è un lento cantautorale che dà la possibilità a Pit di dimostrare le proprie capacità anche come cantante e non solo come rapper. “Non è finita” è la strofa che non a caso chiude l’album, perché un bel gioco ricomincia dopo ogni partita e se non ci arrendiamo a quella che ora sembra una pesante sconfitta forse alla fine di questo campionato che è la vita ci salveremo.
Pit ci ha spiegato come ha lavorato a “Postmusica per Postdemocrazie” e come vede la sua musica in futuro.






- Il pezzo di apertura “Questo non è un disco” inizia con un riff deciso che mi ha ricordato un po’ “Lonely Boy” dei Black Keys e mette subito le cose in chiaro. “Postmusica per Postdemocrazie” può essere definito un album con i piedi per terra e la testa fra le nuvole?
- E’ una definizione interessante perché l’album è fortemente ispirato da quello che sta succedendo nelle nostre società o perlomeno per come io lo percepisco, ma, al tempo stesso, c’è un tentativo di rielaborare tutto in modo emotivo. Più che esporre un discorso politico, diretto come avveniva nel mio disco precedente che era influenzato dalla scrittura rap, in questo caso ho cercato di sviluppare delle emozioni a partire da sensazioni reali, tranne che nel primo brano “Questo non è un disco” che è ancora molto influenzato dallo stile rap. Nel resto dell’album la scrittura si fa diversa e ho cercato di prevedere quello che potrebbe essere il futuro, previsione che mi auguro di sbagliare perché non è molto ottimistica, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra umano e automa. Diciamo che è quello che vedo al momento, la direzione in cui sento che stiamo andando. Ripeto spero di sbagliarmi o spero che ce ne renderemo conto in tempo per poter reagire.
- Come hai già anticipato tu un tema centrale  è il rapporto tra umano e non umano. Ritieni che oggi i nostri peggiori nemici siano i bit? 
- Io penso che i peggiori nemici, come sempre, siamo noi stessi, perché come dico in “Automa”, brano ambientato nel futuro in cui parlo per bocca appunto di un automa che si è sviluppato, “tu hai paura che io possa sostituirti”, ma in realtà sei tu umano che stai iniziando a comportarti come me, che mi somigli sempre di più. Oltre a questa iper tecnologizzazione, che può essere anche sfruttata in modo positivo, quello che io noto è un’automazione dell’essere umano stesso, del pensiero umano, del modo di dialogare, di intervenire, di agire che viene influenzato da questi progressi tecnologici, soprattutto dai social e dall’intelligenza artificiale. Siamo noi che stiamo diventando gli automi che forse, un giorno, costruiremo.
- In “Automa” appunto scrivi “mi hai dato parametri umani, però non provo emozioni”. L’artificiale potrà mai sviluppare una coscienza e emozioni proprie?
- Se l’automa si pone il problema di non provare emozioni probabilmente sta già iniziando a provarle. Anche qui c’è una doppia chiave di lettura. Come ho detto nelle presentazioni del disco è la storia di un umano che diventa un automa o di un automa che diventa un umano. Quindi il testo del brano può essere letto come se un automa iniziasse a interrogarsi sull’avere o non avere emozioni, su questo senso di straniamento che prova perché ha dei parametri umani ma, al tempo stesso, non ha emozioni umane perché è un androide, imita un umano ma non lo è effettivamente. L’altra chiave di lettura è invece che gli umani nell’automatizzarsi stanno iniziando a smarrire le emozioni. Quindi hanno parametri umani perché in partenza erano umani, ma man mano stanno perdendo quello che è più prettamente umano. 
- In che cosa trovi “Un momento” tutto per te, sempre se lo trovi?
- Sicuramente nella musica. Ma penso che in generale attraverso tutte le forme di arte quindi anche cinema e altre, sia da artista che da fruitore, possiamo recuperare le emozioni, ciò che ci rende effettivamente umani e non essere semplicemente travolti da quello che accade come scrivo nel brano. Poi personalmente mi sento veramente vivo stando in acqua, mi piace tanto essere al mare.
- Il cambio di passo inatteso in “Volontà” con quella chitarra dal sapore blues che ad un certo punto si fa spazio mi sembra significativo di questo tuo voler ampliare gli orizzonti musicali andando ben al di là del rap e abbracciando appunto il blues, ma anche il rock e talvolta anche il punk. Da cosa nasce questa volontà di superare i tuoi confini musicali?
- Nasce da vari fattori. Il principale è che io, pur avendo iniziato facendo rap, in realtà nella mia vita i generi e che ho ascoltato di più sono il rock e dintorni, per sintetizzare. Diciamo rock, alternative, blues, metal, punk. Quindi prima di tutto c’è una mia passione per questi generi. In secondo luogo semplicemente ho imparato con il tempo sia come musicista che come produttore a trattare anche questi generi che in partenza mi pareva più difficile approcciare. Avevo già fatto dei tentativi, mai pubblicati perché non all’altezza. Poi in generale le band e gli artisti che ascolto maggiormente sono quelli che riescono ad unire più generi, creare qualcosa di nuovo. Quindi probabilmente questa direzione è stata dettata dai miei ascolti. Mi hanno chiesto in altre occasioni “come hai fatto a tenere insieme così bene generi tanto diversi tra loro?”. La mia risposta è che mi è venuto naturale perché ascolto tanta musica diversa che mi ha influenzato e la direzione, come si capisce anche da alcuni brani, è andare verso una scrittura più creativa, meno diretta e didascalica rispetto ai miei lavori precedenti e in cui anche la parte strumentale abbia un peso, una validità maggiore rispetto a quella che aveva in passato. Questo album è una via di mezzo, ma l’obiettivo è andare in quella direzione. 
- Secondo te in futuro la musica si ridurrà a fare da sottofondo a un balletto di 60 secondi per TikTok e quindi usciranno brani della durata massima di 60 secondi, privi di ogni struttura?
- La risposta secca è sì. Penso che accadrà. Però credo che anche tra le nuove generazioni inizi a manifestarsi un rigetto nei confronti di questo tipo di fruizione musicale. I feedback più positivi su questo disco mi sono arrivati o da persone più giovani di me o da persone molto più grandi di me. Quindi penso che siano le generazioni di mezzo a dover recuperare l’attenzione. Non perché il mio album sia così importante, ma per il tipo di feedback che mi hanno dato, molto attento ai riferimenti, anche a cose che temevo non si cogliessero mentre vedo che poi invece sono arrivate a chi ascolta. Quindi sì da un lato stiamo andando sempre più in direzione di una musica da algoritmo, da social, da balletto su TikTok. Lo notiamo anche perché ci sono canzoni che riconosciamo tutti senza averle mai ascoltate, ne ricordiamo solo 10 secondi e poi, in realtà, non sappiamo come sia il brano per intero e nemmeno se esista per intero. Sono frammenti che ci scorrono davanti quando scrolliamo sui social. Ma al tempo stesso, come dicevo, noto che soprattutto tra le nuove generazioni, almeno in una parte di esse, inizia ad esserci un ritorno ad un ascolto più attento, anche al voler più musica dal vivo, intendo suonata veramente dal vivo. Permettimi di fare un po’ di polemica ma oggi molti live non hanno più solo la base sotto, ma anche la traccia di voce, una situazione che non riuscirei più a definire “live” onestamente perché si finisce per pagare un biglietto per vedere qualcuno che saltella su un palco. E’ iniziato, con mia gioia, il rigetto da parte almeno di alcuni di tutto questo. 
- In “Cinema all’aperto” c’è un’imboscata all’ascoltatore, nel senso che improvvisamente il pezzo diventa punk rock. Dato che ormai la nostra soglia di attenzione è abbondantemente sotto il minuto, come si è detto, questo è un modo anche per evitare lo skip e mantenere vivo l’interesse dell’ascoltatore?
- Penso che la prima parte della canzone possa essere poco alla moda e chi voleva skippare lo abbia già fatto prima di arrivare al cambio di atmosfera. A me piacciono molto i brani che cambiano ad un certo punto e quindi è nato tutto naturalmente giocando, divertendomi con la chitarra. Mi è venuto in mente di fare gli stessi accordi, le stesse note della prima parte, che alcuni hanno definito più chill anche se io la sento psichedelica ed è in ogni caso più lenta, in modo più punk, più irruento e veloce e anche con una voce più aggressiva. Quindi dicevo che questo è un brano che chi ha la soglia di attenzione molto bassa skippa decisamente prima. Mi pare sia il brano con meno ascolti sulle piattaforme. 
- “La fine dei giochi” che è emblematicamente la conclusione dell’album può essere letto come un punto di ripartenza? Cioè se la prima volta è andata male la seconda volta magari può essere quella buona?
- Il messaggio del brano è esattamente quello che hai detto, soprattutto nella parte finale perché per la maggior parte della durata è una canzone con un’atmosfera pessimista, negativa e poi arriva il punto di svolta. Dopo ogni partita si ricomincia da capo. E’ il brano che ho impiegato di più a scrivere, soprattutto a livello musicale per far quadrare le cose. Mentre lo sviluppavo e prendeva la forma che volevo il mio umore è migliorato, quindi probabilmente la parte finale è venuta più positiva perché c’era più positività in me per come era andata la lavorazione del disco in generale e di quel pezzo nello specifico. Quindi sì c’è speranza di ripartenza nelle ultime parole che dico e poi nell’apertura del lungo assolo finale che guarda a orizzonti futuri che si sperano migliori. 
- Vorrei ancora condividere questa riflessione ancora sull’intelligenza artificiale. L’AI può essere manipolata alla fonte perché l’essere umano che carica i dati può scegliere scientemente di includerne alcuni, magari anche sbagliati e omettendo altre fonti. Secondo te quale può essere il modo per cercare di usare l’intelligenza artificiale come strumento utile escludendo tutto quello che può falsare la nostra percezione della realtà?
- Penso che ogni strumento possa essere usato bene o male. Per dire l’energia nucleare era stata pensata per altri usi e poi uno dei primi è stato la bomba atomica. Se ci pensiamo però viene usata anche come fonte di energia. Proprio l’esempio dell’atomica mi fa pensare che quando si crea qualcosa di così potente a livello tecnologico prima o poi si arriva ad impiegarlo in modo sbagliato. D’altro canto però si può utilizzare meglio. Non sono assolutamente contro il progresso tecnologico, anzi penso che l’intelligenza artificiale possa essere utilizzata in modo ottimo soprattutto, per esempio, in campo medico. Il problema in generale riguardo al concetto di automazione è che in teoria lo sviluppo di questa tecnologia dovrebbe liberare l’uomo dalle attività meno piacevoli per dare spazio al potenziale artistico, creativo, intellettuale. Mentre invece l’intelligenza artificiale sta venendo utilizzata al contrario. Prima parlavamo di musica da 30 secondi, ma possiamo parlare anche di musica prodotta interamente dall’AI. Quindi anziché sfruttarla come strumento in grado di permetterci di dedicarci alle cose più prettamente umane come l’arte, la ricerca, il pensiero accade esattamente il contrario. Vengono pubblicate canzoni scritte interamente con l’intelligenza artificiale, articoli fatti con l’AI in cui si dimentica addirittura di rimuovere il prompt.
Da questo punto di vista quindi sono pessimista perché nella storia dell’umanità abbiamo constatato che quando qualcosa si può usare male lo si farà. Ma ad esempio internet, che ha prodotto anche tanto male e lo fa tuttora, in alcune società fortemente autoritarie è stato un mezzo per organizzare proteste, per comunicare tra dissidenti. Sicuramente quindi questi strumenti possono essere utilizzati in modo positivo, il punto è quando inizieremo a prendere coscienza della loro potenza e di come li utilizziamo in modo errato. Parlavamo di soglia dell’attenzione, ci stiamo sabotando sotto questo aspetto. La domanda è “quando ci accorgeremo di questo, quando correremo ai ripari?”. Quando inizieremo a porcela potremo utilizzarli in maniera davvero utile, ma al momento non sta avvenendo. 
- Ultima domanda: nella produzione dell’album hai fatto tutto da solo o ci sono altre persone che ci hanno lavorato e che quindi possiamo citare?
- L’album è completamente realizzato da me come musica, testi, voce, registrazione, mix, master e anche le grafiche. 

“Postmusica per Postdemocrazie” riesce nella doppia impresa di trattare argomenti importanti in modo fruibile e attrarre pubblici molto eterogenei stimolando la curiosità di scoprire qualcosa di diverso. La visione della musica di Pit è che chi la ama deve osare e mettere da parte le proprie solite playlist per andare alla scoperta di nuovi mondi sonori.

FEMINA RIDENS - ETNA CALLING - INTERVISTA A CURA DI IRIS CONTROLUCE PER #GLORYBOX


Il titolo del vostro ultimolavoro "ETNA CALLING" mi ha richiamato alla memoria la storica frase con cui la BBC iniziava i notiziari in tempi di guerra nonché l'intramontabile album dei Clash. Mi e' piaciuto moltissimo anche il sottotitolo "la simenza e lu cantu". Credo che l'emotivita che esprimete nei brani possa attecchire e coinvolgere l'immaginario collettivo, siete d'accordo? Quali feedback state ricevendo dal pubblico?
Siamo felici di questo accostamento. "Etna Calling" e per noi una chiamata alle origini che si fa urgenza presente. La musica di questo disco nasce principalmente dai canti di tradizione orale (non dalle canzonette di folkore) sono melodie bellissime, con una qualita dello stato emotivo sublime che libera la realta dal peso del tempo, rendendola universale. Questa e' la simenza. Il pubblico sembra percepire questa sospensione; riceviamo feedback che parlano spesso di un ”viaggio" ipnotico da colonna sonora. E' come se questo canto, pur venendo da lontano, riuscisse a vibrare nelle corde più profonde di chi ascolta oggi. E' il nostro modo di rapportarci a questi canti: una combinazione tra passato remoto e futuro ma lontanissimi dal folk revival anni '60-'70.

Parlatemi della produzione di Cesare Basile. Com'e nata la collaborazione e come avete fatto coesistere strumenti antichi ed elettronica?
Conosciamo Cesare da anni; il progetto gli e' piaciuto subito e si e unito a noi suonando in tutti i brani. Registrare a Catania, alle pendici dell’Etna e' stata un’esperienza magica. Gli abbiamo proposto i brani con una struttura gia' delineata, ma l'arrangiamento e' fiorito suonando con lui in corso d'opera grazie alle sue soluzioni geniali. Cesare e stato immenso: in "Lu celu", ad esempio, oltre a un sintetizzatore analogico, suona una percussione inventata da lui, a meta tra un marranzano e un berimbau. L'elettronica e gli strumenti arcaici convivono perché non abbiamo cercato il "bel suono" pulito, ma la verita del timbro, la risonanza liminale della memoria collettiva.

Come avviene il processo di selezione dei brani?
Abbiamo cercato melodie che avessero una forza intrinseca, capaci di reggere un arrangiamento che guardi al futuro senza tradire I'anima del passato.

Dato che anch'io sono siciliana mi piacerebbe che mi raccontaste di questo ponte tra la Sicilia e la Toscana che tra l'altro vi accomuna alla cantastorie Rosa Balistreri e al grande etnomusicologo Giuseppe Ganduscio. Come gestite la lontananza sia su un piano emotivo che
logistico?
Firenze e' la nostra casa ma la Sicilia e' l'imprinting vocale e spirituale. Da bambina ho imparato a portare la voce ascoltando mia zia e gli amici di mio padre; quel modo di cantare, ricco di variazioni microtonali, mi e rimasto dentro. La lontananza si gestisce trasformandola in creativita: il ”ponte" e' la musica stessa, che ci permette di abitare entrambi i luoghi contemporaneamente. Come per Rosa Balistreri, la distanza acuisce il bisogno di cantare la Sicilia.

La dimensione live vi piace? Vi proponete in duo? Trovate difficolta o curiosita? 
Il live e' il momento della verita. Ci proponiamo in duo, una dimensione che ci permette di mantenere intatta l'intensita e il dialogo serrato tra voce e strumenti. Riscontriamo molta curiosita: il pubblico e' attratto da questo mix insolito di arcaico e contemporaneo. Piu che difficolta troviamo persone di tutte le eta', affamate di progetti che abbiano una radice forte ma un linguaggio nuovo.

Nel disco usate molti strumenti arcaici. Come li riproponete dal vivo?
Non cerchiamo di replicare il disco pedissequamente. Il bello del live e proprio questo: meno orpelli, piu impatto. Sul palco continuiamo a portare strumenti antichi ed elettronica. Niente di "precotto”: niente loop, niente sequencer. Questo soprattutto é merito di Massimiliano.


Siete aperti a collaborazioni?
Sempre. La collaborazione con Cesare Basile ci ha confermato quanto lo scambio possa arricchire un'idea. Stanno arrivando diverse proposte e siamo pronti a esplorare nuovi territori ma solo se sentiamo un'affinita elettiva con l'artista.

Mi ha molto affascinato la vostra iniziativa di proporre il disco in un particolare prodotto editoriale che avete chiamato "Phono tale": com'e nata l'idea e come l'ha accolta la Radici Music Records?
Volevamo che l'oggetto fisico raccontasse una storia oltre la musica. Il Phono tale nasce dal desiderio di unire suono, parola e immagine, in un libro che unisse anche testi, e storie di vita legate ai canti. Dietro quest'album c'e tanta roba. La Radici Music Records ha sposato subito la nostra idea credono ancora nel valore del supporto fisico inteso come opera d'arte totale. I vecchi vinili lo erano ma oggi sono molto meno e comunque destinati ad un pubblico di nicchia; i cd sono obsoleti, i supporti stanno sparendo e soprattutto inquinano, la musica sul cellulare suona male, e' un ectoplasma che non lascia niente. ll Phono Tale e' un portale per entrare nel nostro immaginario sonoro.

Come recuperate informazioni sui brani e come nascono le illustrazioni che le accompagnano?
Le informazioni arrivano dalla memoria familiare e da una ricerca appassionata. Le illustrazioni nascono parallelamente alla musica: cerchiamo di visualizzare il "mondo" che il canto evoca. E' un processo visivo che traduce in segni grafici la stessa tensione che c'e tra sogno e suono.

Gli arrangiamenti sono decisi di comune accordo oppure principalmente da un membro del duo; o ognuno contribuisce in maniera casuale e spontanea?
Non c'e una regola fissa nella creativita si comincia con un approccio molto punk: un due tre si suona! Poi sentiamo che succede. Ma questo e' solo l'inizio. L'album e' un distillato di lucida follia e lavoro serio.

Qual e il brano di ETNA CALLING a cui siete piu affezionati?
A proposito di follia! "Ala Viddanisca" canta proprio la follia! I brani selezionati sono tutti necessari e indispensabili. Ogni brano e una ferita che ha imparato a cantare.

Leggi la recensione di "Etna Calling" a cura di Iris Controluce su

domenica 18 gennaio 2026

LOWINSKY - ALICE INIZIA A CAPIRE - INTERVISTA E RECENSIONE A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


In fondo ascoltare un disco non è poi così diverso da leggere una raccolta di racconti, richiede immaginazione. Musica e testi sono la trama e i personaggi in cui ognuno sente di identificarsi a proprio modo, trovando un legame personale con i pezzi secondo la sensibilità e la percezione individuale. E il nuovo album dei bergamaschi Lowinsky “Alice inizia a capire” è pieno di racconti suggestivi e riflessivi, ora indie rock, ora punk peso piuma, sospesi tra oscurità e qualche goccia di speranza. Sfogliando questo nuovo lavoro della formazione composta da Carlo Pinchetti (voce e chitarra), Linda Gandolfi (voce), Davide Tassetti (chitarra), Elena Ghisleri (basso e violoncello) e Federico Inguscio (batteria) il primo capitolo “Brucia”, storia di tutti quelli che non si rassegnano ad essere condannati ad una vita di giorni tutti uguali come bianche fotocopie, dà già indicazioni precise sulla trama spesso malinconica dell’intero lavoro. L’armonizzazione delle voci di Carlo e Linda è il valore aggiunto non solo di questo brano nello specifico, ma dell’intero album. La traccia che segue “Love gone”, cantata in inglese, volta letteralmente pagina accelerando in direzione “Radio Free Europe” dei R.E.M. e stempera un po’ la cupezza iniziale.  Il terzo racconto “Il trono d’oro” è una ballata che spicca il volo sulle ali del violoncello di Elena. “Respirare” è un altro capitolo di impegno politico sociale che si apre con atmosfere alla De Andrè richiamate dalla voce maschile per poi sfociare in un ritornello influenzato dal brit pop. La title track “Alice inizia a capire” è punk quasi ramonesiano con strofe in italiano e ritornello in inglese. Con “The Symmetry”, scritta in collaborazione con i Fernandhell di Livio Montarese, storica figura del punk italiano anni 90, le atmosfere tornano fosche e rese ancora più maliconiche dal violoncello. “Avanzi” è inconsapevolmente baustelliana e si fregia di un evocativo assolo di chitarra. In “La fortezza” la trama si fa nuovamente più scura e il parlato finale è la spiegazione scientifica dell’infelicità cui è condannato l’uomo. L’album si chiude con l’ultimo capitolo “Beautiful”, ballata in inglese che lascia trapelare un timido raggio di speranza.


Le note a piè pagina di “Alice inizia a capire” sono affidate al racconto degli stessi autori.

- Cominciamo con il vostro nome, Lowinsky. E’un musicologo del 900 conosciuto per i suoi studi sulla polifonia rinascimentale. E’stato scelto perché legato in qualche modo alle sue teorie in campo musicale o perché suonava bene e non risulta essere stato usato da nessuna altra band?
CARLO – Mi piacerebbe risponderti che siamo così colti da aver scelto Edward Lowinsky, ma in realtà ho scoperto solo dopo della sua esistenza. L’origine è un po’ più stupida ma anche divertente. Il primo nucleo dei Lowinsky nel 2016-2017 voleva un nome che facesse un po’ anni 90 e quindi abbiamo provato ad includere Lewinsky come Monica e altre parole per inventarci qualcosa di divertente, ma non ci convinceva fino in fondo. Poi una sera ero in giro con Drew McConnell, il bassista dei Babyshambles che si trovava a Bergamo a mettere dischi, mi ha chiesto del nuovo progetto, gli ho spiegato la questione del nome e lui mi ha suggerito “prendi Lewkinsky, togli la “e” e metti la “o” che così diventa “Lowinsky” e puoi raccontare ai giornalisti che te l’ho detto io e che il nome deriva da “low” perché siete un po’ tristi ma neanche troppo e Lewinsky per gli anni 90 ed è così che è nato il nome. Talmente bizzarro che ho capito che era la soluzione giusta. 

- Premesso che nel disco si va a toccare una varietà molto ampia di generi, vi riconoscereste nella definizione di brit folk pop? 
CARLO – Sì e no, brit inteso come quel mondo legato a certo indie rock o in piccola parte a certo brit pop sicuramente, lo abbiamo dentro, ma mi fa un po’ specie che una band italiana possa mettere “brit” come etichetta, se però parliamo di influenze di cose che ascoltiamo sì assolutamente, da sempre l’influenza è quella, soprattutto UK e anche America chiaramente. 

- “I giorni sono bianche fotocopie” cantate nel pezzo di apertura dell’album “Brucia”, c’è questo senso dell’inutilità di giorni tutti uguali. C’è un colore, un disegno sul foglio, qualcosa che può rendere speciali almeno alcuni di questi giorni?
CARLO – Sì assolutamente, la canzone parla appunto di questa rassegnazione a vivere nella società attuale che ogni tanto ti risucchia un po’ e i giorni passano senza che nemmeno te ne accorgi e non ci trovi niente di bello, qualcosa che possa renderli utili alla tua vita, però lo sforzo è riuscire a trovare qualcosa. Ognuno ha ovviamente una risposta molto personale, io potrei dire che per me con i bambini, mia moglie, qualche libro, qualche canzone e qualche partita di basket sono abbastanza a posto e i miei giorni cominciano ad assumere colore.

- Mi soffermerei un attimo su “Il trono d’oro” perché è un brano in cui emerge nella sua importanza l’arrangiamento di violoncello. Quanto conta l’uso degli strumenti scelti per definire l’atmosfera di un pezzo?
LINDA – Sicuramente molto, nel senso che anche rispetto ai lavori precedenti della band sicuramente l’inserimento di Elena e quindi del violoncello ha portato un colore in più, giusto per rimanere in tema ed ha assolutamente arricchito quella che è la canonicità della classica rock band. Sono convinta che il suo apporto sia assolutamente centrale in questo album e che anzi abbia dato un valore aggiunto che riletto a posteriori e che è un po’ la cifra di questo album rispetto ai precedenti. 

- In “Respirare” il timbro della voce di Carlo richiama De Andrè anche perché canti in una tonalità bassa. Il senso di oppressione da cosa dipende, come si può eliminare o almeno in parte limitare?
CARLO – Innanzitutto la cosa di De Andrè su questo pezzo non sei il primo a farla notare, non era particolarmente voluto ma bella lì, l’accostamento non può che fare piacere. Quella è una canzone non direi politica perché forse è troppo, ma un po’ sociale ed è anche molto semplice come concetto è la difficoltà dell’arrivare alla fine del mese, senza piangere miseria. Chiunque non sia benestante nella società attuale e che quindi ha bisogno di lavorare per vivere sa che arrivare a fine mese non è scontato anche con un lavoro che fino a qualche decennio fa consentiva un tenore di vita diverso e quindi questa canzone vuole cantare un po’ questo aspetto.
LINDA – Anche perché arrivare alla fine del mese non significa solo arrivarci economicamente, ma anche con la sanità mentale preservata, si mescolano un po’ questi due aspetti che vanno di pari passo ma non è scontato che viaggino sempre insieme. 

- La musica per voi è un elemento che può contribuire a stare più su a livello morale anche se non si hanno grandi risorse economiche e stabilità lavorativa?
LINDA – A stare su sicuramente ma anche a stare giù nel senso che è un appiglio nei momenti in cui essere giù è inevitabile. Però oltre al fatto che possa essere un appiglio credo che in generale che per chi la fa e per chi la ascolta usufruendone in modo consapevole possa essere uno strumento non solo per superare, ma anche per indagare certi aspetti di noi stessi e certi stati in cui ci troviamo e quindi assolutamente sì. 
CARLO – Per quanto mi riguarda la musica è sempre la cosa più importante delle cose meno importanti perché devi campare, devi mangiare, devi dormire, avere un tetto sulla testa e devi occuparti della tua famiglia. Fatto questo puoi cominciare a pensare alle cose non fondamentali e la musica è in cima. Questo implica che nella vita quotidiana normale, senza alti e senza bassi è importantissima, vitale, io tutti i giorni ascolto musica e suono musica. Ma quando le cose vanno molto male non ho né tempo né voglia di ascoltarla, sparisce, non è più un appiglio. La musica è fondamentale a colorare la mia vita quando le cose vanno almeno abbastanza bene. 

- Anche perché non hai lo spirito per fare e ascoltare musica se le cose vanno male, la tua mente è concentrata su altro.
CARLO – Sì io la vivo assolutamente come hai detto tu. Però conosco persone che è proprio nei momenti no che trovano ispirazione. Per me non è così, per essere ispirato non devo avere troppi pensieri, devo avere la mente abbastanza sgombra.

- In “Alice inizia a capire” virate verso il punk. Le strofe sono cantate in italiano e il ritornello è in inglese, questa commistione deriva dal fatto che volevate conservare la linea melodica che avevate in mente o è dovuta ad altri motivi?
LINDA – In realtà è stata una condizione indispensabile, abbiamo detto a Carlo che quel pezzo per quanto riguardava il resto della band era okay se avesse avuto una veste linguistica diversa, perché questo brano è nato come una sorta di omaggio o citazione lunga di titoli di canzoni dei Lemonheads. Era una sorta di elenco di titoli che avevano comunque senso ovviamente ed era una cosa molto divertente per noi, però quando ci siamo trovati a lavorare sugli arrangiamenti nell’ottica di registrare il disco l’abbiamo un po’ trasformata e questo è avvenuto anche con la traduzione, non sempre letterale, di questi titoli in italiano. E quindi ha preso questa forma. Abbiamo mantenuto il ritornello perché era bello così e comunque questo è il risultato del confronto che abbiamo avuto nel momento in cui ci siamo messi a lavorare seriamente al disco. 

- In “The Symmetry” la vostra musica si fa più scura. Se doveste dipingere il pezzo cosa raffigurerebbe?
CARLO – Domanda molto difficile che andrebbe fatta non tanto a noi quanto a Livio Montarese che è un amico che suona nei Fernandhell e che ha scritto il testo. Me lo ha mandato, diciamo che me lo ha regalato e io ho iniziato a strimpellare su questo testo molto triste che parla di una persona che scompare, se ne va o forse non c’è già più. Non gli ho chiesto perché, non volevo delle indicazioni molto precise, volevo lasciarmi ispirare e sono venuti fuori accordi minori che aggiunti al violoncello hanno portato a questa atmosfera un po’ funerea. Però secondo me è uno dei pezzi migliori del disco. 

“Avanzi” mi ha richiamato un po’ alla mente i Baustelle così come in tutto l’album in particolare per quanto riguarda l’armonizzazione delle voci. Rientrano tra i vostri ascolti, le vostre influenze?
CARLO – In tutta onestà no. Anche questo ce lo hanno detto già in passato e probabilmente qualcosa c’è effettivamente, ma non per fare lo snob o altro ma l’unico brano che ho sentito in vita mia dei Baustelle è “Charlie fa surf”. Non ho mai sentito nient’altro, ma prima o poi mi deciderò ad ascoltarli perché ci viene fatto notare quanto hai detto tu. 

- Parliamo un po’ della vostra storia come band. Che ricordi avete del primo brano che avete inciso e quali ricordi avete del vostro primo Live?
CARLO – I Lowinsky hanno avuto una storia molto particolare, io sono l’unico che è rimasto in formazione dall’inizio ad oggi, mentre gli altri componenti si sono succeduti a seconda del periodo. I primi quattro pezzi, che poi sono il nostro primo EP, li abbiamo registrati al Bleach studio di Andrea Maglia, che è il chitarrista dei Tre allegri ragazzi morti, nonché mente dei “Manetti!” che consiglio a tutti di andare ad ascoltare. Lo abbiamo registrato in una giornata bellissima in cui abbiamo fatto anche un’ottima grigliata perché c’era il sole. Lui aveva iniziato da relativamente poco con lo studio, poi ha fatto cose belle, anche molto importanti, lo ha ingrandito, ma ai tempi aveva iniziato da poco ed è stato bellissimo perché ha tirato fuori tantissimo da una semplice giornata di registrazioni. L’EP si trova su tutte le piattaforme, lo avevamo anche stampato in CD ai tempi con Moquette Records. Sono quattro pezzi legati a un bellissimo ricordo. Il più importante in realtà, che facciamo ancora molto volentieri in concerto è “Lei”. Il primo concerto è stato da Ink Club a Bergamo, che è ancora il locale dove suoniamo più spesso in assoluto e dove abbiamo presentato gli ultimi due dischi ed è stato bello perché avevamo suonato con un’altra band di amici che non esiste più, gli Echobeach e facevano shoegaze. Avevamo voglia di suonare ai tempi, io ero fermo da un paio d’anni perché la mia esperienza precedente con i Finistère era finita quindi il tempo di formare una nuova band, scrivere i pezzi, registrarli e c’era voglia di presentarli al pubblico. Me la ricordo proprio come una bella data. 

- A proposito di date fatte con altre band ho visto che avete aperto per i Nada Surf e i Babyshambles. Cosa vi ha lasciato come esperienza?
LINDA – Esperienze bellissime, che sono state tra le date più emozionanti, migliori che abbiamo fatto. Molto diverse dal punto di vista gestionale e per come le abbiamo affrontate noi come band, perché la doppia apertura ai Nada Surf è stata magnifica dal punto di vista emotivo, perché loro sono da sempre una band di riferimento per almeno una metà di noi e quindi riuscire a condividere il palco con loro è stato particolarmente emozionante, sono persone molto alla mano, abbiamo anche passato del tempo insieme, insomma ci siamo divertiti. La data in apertura ai Babyshambles ha un altro sapore nel senso che emotivamente ci ha coinvolto ancora di più perché sono una band di riferimento per noi non solo musicale, ma anche a livello affettivo. E’stata una delle band che ha accompagnato la nostra post adolescenza in modo onnipresente. E quindi anche qui aver ricevuto questo invito è stato oltre che un magnifico regalo per noi anche un motivo di orgoglio e di gioia. E anche come band è stato un bellissimo momento che abbiamo vissuto tutti insieme perché è stato un viaggio a 360 gradi, quindi una trasferta che abbiamo molto condiviso, che ci ha lasciato tanto e quindi sono sicura che continueremo a parlarne tra di noi negli anni a venire.

- Tra l’altro ho visto che il video di “Brucia” contiene le immagini del backstage dei concerti con i Nada Surf.
CARLO – Sì il primo singolo del nuovo album è stato girato nella giornata in cui abbiamo aperto per la prima volta per i Nada Surf in Santeria. Questa ragazza che si chiama Carola Mancassola ci ha ripreso dall’inizio quando abbiamo scaricato la strumentazione, il soundcheck, il backstage e poi le chiacchiere con Matthew dei Nada Surf e il live. Tra poco uscirà un video, abbastanza simile anche se più Lo-fi, della gita a Leeds per i Babyshambles. 

- Oggi c’è chi dice che una band indie per aspirare a un minimo di visibilità debba essere organizzata quasi come una piccola impresa, quindi con un ufficio stampa, un’agenzia di booking, un social media manager, un’etichetta cui appoggiarsi. Tutti costi ingenti. Secondo voi è proprio necessario o la vostra esperienza insegna che si può ancora fare affidamento sul “do it yourself”?
CARLO – Noi partendo molti anni fa abbiamo fatto di necessità virtù e ci siamo votati al do it yourself che è diventata un po’ anche la nostra religione, nel senso che comunque anche nell’etichetta, il booking, l’ufficio stampa che abbiamo siamo sempre coinvolti in maniera diretta, ci sono altre persone, ma non sono quei booking o quelle etichette che arrivano, ti prendono, fanno finta di non chiederti soldi mentre poi alla fine te li chiedono e ti danno un servizio. Noi siamo totalmente do it yourself da quel punto di vista. Poi bisogna anche definire cosa si intende per riuscire a farcela, ad andare avanti. Noi ovviamente non viviamo di musica, copriamo le spese, riusciamo ad avere i soldi per andare a registrare il disco e non rimetterci di tasca nostra, ma è una passione. Di fatto è un secondo lavoro perché soprattutto per quanto mi riguarda che sono coinvolto anche con altri booking, etichetta, ufficio stampa è appunto un secondo lavoro non retribuito, superimpegnativo per risultati che arrivano ogni tanto. Per esempio quando abbiamo fatto le due date con i Nada Surf io da solo ho potuto aprire per Evan Dando e poi finalmente con i Babyshambles in due anni sono riuscito a ripagarmi quasi vent’anni di lavoro. Però ci sono voluti vent’anni quindi ci vuole tanta passione. 


Una storia emozionante quella dei Lowinsky. Il racconto di un gruppo di Bergamo che crescendo gradualmente con grande impegno e dedizione è arrivato a salire sugli stessi palchi dei Nada Surf e dei Babyshambles.