30 e Lode. Giunto alla sua trentunesima edizione il Meeting delle Etichette Indipendenti (MEI) di Faenza è lo spazio più autorevole in Italia ad offrire agli artisti piccoli e piccolissimi un palcoscenico e la possibilità di farsi ascoltare da una platea più vasta. Un’oasi preziosa nel mare di petrolio in cui sta affogando oggi la musica. Da qui sono passati musicisti che poi sono divenuti protagonisti della scena. Basti citare i Bluvertigo, che mossero i primi passi proprio al MEI, all’epoca dell’uscita del loro esordio “Acidi e Basi” e i Måneskin che proprio a Faenza fecero uno dei loro primi concerti in assoluto fuori dal Lazio. Quest’anno la manifestazione ha trasformato dall’1 al 4 ottobre la piccola città dell’Emilia-Romagna in un vulcano ribollente di suoni, suggestioni, stili talmente diversi da rappresentare le mille facce della scena indipendente. Sono arrivato a Faenza un sabato baciato dal sole e la prima cosa che mi ha colpito è stato il grande affetto dimostrato da chi era in centro per fare la spesa al mercato. Persone di tutte le età si soffermavano con le borse della spesa a chiacchierare con gli addetti alla sicurezza dei due palchi Centrale e Crescendo; un anziano in bicicletta si è fermato davanti al Palco Centrale e conversando con il sottoscritto ha dimostrato un grande amore per il rock, cosa non da poco vista l’età molto avanzata.
E allora entriamo nel vivo della manifestazione con una breve intervista a Giordano Sangiorgi, colui che il MEI lo ha creato dedicando vita e anima per trasmettere il messaggio che un altro approccio alla musica rispetto a quello attuale è possibile.
- Trent’anni fa quando hai ideato il MEI era un altro mondo. Come se di anni da allora ne fossero passati trecento. Come hai visto crescere e cambiare la manifestazione? Avresti mai immaginato di trovarti qui oggi?
- Quando abbiamo creato il MEI non avremmo mai immaginato che sarebbe diventato un punto di riferimento della scena nazionale. Avevamo ambizioni minori e soprattutto ci interessava valorizzare le produzioni indipendenti. Mai avrei potuto immaginarmi uno scenario e pochi potevano immaginarselo se non quelli addentro le innovazioni tecnologiche più che alla musica, in cui è scomparso il prodotto fisico, ma soprattutto un’altra cosa preoccupante è vedere che la libertà che Internet poteva concederci, in realtà oggi ci ha portati ad essere in mano ad un solo monopolista che è Spotify e che decide chi deve ricavare risorse economiche dalle proprie produzioni e chi no. E guarda caso stranamente è emarginata tutta la musica fatta dagli indipendenti. Oggi la situazione per gli artisti indipendenti è peggiore rispetto a quarant’anni fa.
- Quindi c’è stata un’involuzione invece che un’evoluzione.
- Dal punto di vista della raccolta di risorse economiche per la creatività musicale innovativa, giovanile, esordiente, indipendente sicuramente sì. C’è stata un’involuzione perché le multinazionali gestendo un regime di monopolio o di oligopolio si sono prese con il digitale il cento per cento del mercato della distribuzione e si stanno prendendo il cento per cento del mercato live con grandi eventi che saturano la proposta e prosciugano tutte le risorse dei consumatori, non lasciando nulla al mercato medio. Si creerà una situazione cui ci sarà un mercato dalle dimensioni di un pianobar da un lato e, dall’altro, i grandi eventi costosissimi. Inoltre non c’è spazio per gli artisti indipendenti sui media, mentre i grandi sono onnipresenti e riescono a raccogliere tutte le risorse disponibili, compresi i diritti, che alla fine arrivano solo a loro. Abbiamo fatto un’indagine post Covid, che secondo me oggi è ancora valida, un post Covid oltretutto aggravato dalla crisi economica causata dalle guerre e da una serie di altre concause. La precarietà in cui vivono le persone non aumenta l’interesse nei confronti del nuovo o l’acquisto di produzioni nuove, inedite, originali, perché la tendenza è quella di mantenersi su musica già conosciuta, rassicurante. Abbiamo visto un calo dal trenta al cinquanta per cento delle esibizioni live, nei club e ricordiamo che molti di questi hanno chiuso. Assistiamo ad un calo almeno del trenta per cento dei contest per esordienti, che curavano le associazioni nel periodo estivo e che sono il primo passo fondamentale per gli artisti per farsi sentire da un vero pubblico. Il numero dei tecnici è sceso del venticinque-trenta per cento perché ci sono molti meno eventi live e i diritti editoriali di produzione per i piccoli indipendenti sono diminuiti del settanta per cento. Quindi siamo di fronte a un mercato sempre più in mano alle tre major, a un monopolista digitale, a quattro o cinque agenzie live, a due grandi media TV e poco altro. Gli indipendenti oggi rischiano la marginalizzazione se manca, come dovrebbe invece avvenire in ogni Paese avanzato, un investimento pubblico che dal Ministero della cultura, passando attraverso le Regioni arriva ai Comuni. Un investimento su un patrimonio culturale che rischia di perdersi.
- Tu come MEI non hai mai pensato di diventare una figura che porta gli artisti sul palco producendoli?
- Fare tutti i mestieri è faticoso e si rischia di farli tutti male. Quindi principalmente continuo ad essere organizzatore di eventi. Poi do una mano a molti artisti esordienti, emergenti affinché vengano fuori, ma è chiaro che l’attività di editore e produttore, così come di videomaker e tutti i mestieri legati alla filiera musicale deve poter contare su specialisti che sappiano curarla al meglio. Diversamente il rischio facendo un po’ tutto è che non si riesca a farlo bene. Certo una linea di produzione MEI potrebbe essere interessante, ma ci vorrebbe qualcun altro a curarla, non io.
- Oggi si è persa tutta la rete dello scouting perché fai il disco se hai centomila follower altrimenti la discografia non si interessa in partenza.
- Lo scouting si è spostato su TikTok, su Instagram. Nessuno viene più a seguire gli artisti dal vivo e quindi si perdono sonorità nuove e interessanti che invece si incontrano sui piccoli palchi.
L’analisi lucida e disincantata di Giordano Sangiorgi fa capire quanto sia importante esserci per vedere ragazze e ragazzi, a volte appena maggiorenni, riversare sul palco la loro bruciante passione. Qui c’è spazio per contaminazioni tra generi, modalità espressive originali e tante piccole e brillanti idee. E un’artista che ha fatto delle contaminazioni il proprio punto di forza è Alice Bisi, in arte Birthh, che dalla cameretta ha portato la propria musica fino a Brooklyn, arrivando ad aprire i concerti di artisti del calibro degli Imagine Dragons, Andrew Bird, Benjamin Clementine, Hein Cooper, Nick Murphy. Il suo ultimo album “Senza fiato” fonde cantautorato pop e urban. Al MEI ha ricevuto il Premio Giovani ME Exitwell.
Nelle piccole vie del centro vicine a Piazza del Popolo mi sono fermato a fare qualche chiacchiera con lei.
- Pensando al pezzo di apertura del tuo album “Jumanji” qual è per te il modo per sottrarsi a chi ci vorrebbe trasformare in una semplice pedina da gioco?
- Il primo modo di sottrarsi è essere consapevoli. Perché molto spesso chi ha il tempo, la possibilità e il privilegio di ragionare sulle strutture sociali in cui viviamo dà per scontato che lo step primario non sia quello dell’essere consapevoli. Ci sono dei meccanismi che ci schiacciano per cui la prima cosa in assoluto è avere l’opportunità di informarsi. Viviamo in un mondo capitalista, la struttura in cui siamo nati però ci sono altre possibilità. Saperlo ci dà modo di sperare, di sognare, di immaginare e dopo che si è immaginato si può agire.
- Il filo conduttore del tuo album sembra quello di sentirsi sempre fuori posto, ma mai vinta.
- Sì, sicuramente mi sento spesso fuori posto, anche se adesso meno. Scrivere questo album mi ha aiutata molto a capire che “casa”, il mio posto possono essere le mie due gambe; quindi, va benissimo perché siamo tutti un po’ fuori posto e siccome tutti lo siamo nessuno lo è.
- “Truman”, penso ispirata al film con Jim Carrey, mi fa venire in mente questa riflessione. La tua musica vive per dare una casa ai testi o viceversa?
- I miei testi nascono per arricchire la musica. Nel senso che io penso molto di più in musica, poi secondo me è bello quando in una canzone il testo e la musica dicono la stessa cosa e quindi di fatto lavorano insieme come i pedali e le ruote di una bici, per veicolare un messaggio.
- La tua dimensione sembra essere la notte. Condividi quel verso di “Tenax” di Enrico Ruggeri, interpretata da Diana Est, che recita “Val la pena vivere solo dalle undici”?
- A me piace molto questa canzone, ma in realtà val la pena vivere sempre.
- Il brano “Il sogno” è stato registrato in presa diretta?
- Sì, è stato registrato con il telefono. Poi sono stati inseriti gli strumenti, ma chitarra e voce le ho registrate in presa diretta.
- L’album gira pagina e inizia un nuovo capitolo con “Più in alto”. È dedicata a quello che potrebbe essere anche amore?
- Sì, “Più in alto” è una canzone d’amore catastrofica, perché l’amore in sé stesso è catastrofico in quanto finisce. Ci si innamora e si sta con le persone con la consapevolezza che finirà. Ho sempre avuto molta paura di questo lato della vita per cui ho voluto scrivere una canzone per dire “va bene anche se finirà la cosa più importante è il presente”.
- “Canyon” si ricollega alla tradizione della canzone italiana o almeno di più rispetto agli altri brani. Quale cantautore avevi in mente mentre scrivevi il pezzo?
- In realtà non avevo in mente nessuno però sono d’accordo con te. La prima bozza del pezzo mi ricordava tantissimo gli Strokes, in realtà perché Julian Casablancas ha intuizioni da crooner che poi si ricollegano alla musica degli anni 60 e 70. Comunque ascolto moltissimo Mina e, anche se un po’ meno, Gino Paoli. Una Mina un po’ peperina ce la posso sentire.
- Parliamo ancora del tuo prossimo tour che parte a gennaio.
- Il prossimo tour è di quattro date. Non ho fatto un release party per l’uscita del disco e quindi volevo fare una festa per “Senza fiato”, magari far ascoltare anche qualche canzone nuova. Saremo all’ARCI Bellezza (nda Milano), Prato che è la mia città natale, Terlizzi vicino a Bari e l’ultima data al Locomotiv di Bologna. Stiamo lavorando da un bel po’ a questi concerti e spero che saranno belli da vivere, ma la mia idea è fare qualcosa anche oltre il concerto, varie attività, anche se adesso non posso ancora spoilerare niente.
- Farete qualcosa alla CCCP con Fatur e Annarella?
- No, è più una cosa legata al pre concerto, stare assieme per parlare, fare nuove amicizie…
- Cioè quello che ormai non si fa più
- Esatto vorrei creare delle opportunità per farlo.
- Ma farai mai come i musicisti che chiedono di imbustare i telefonini prima del concerto per goderlo meglio e non attraverso uno schermo? (nda il riferimento è a Bob Dylan e Jack White)
- Il potere dell’artista è creare dei momenti che facciano capire alle persone che ci sono altre opportunità, altri modi.
- Ultima domanda. Conosci per caso “Subvert”, la piattaforma che viene gestita in cooperativa dai musicisti stessi, che prendono le decisioni sulla sua organizzazione e che ricavano il cento per cento dalla vendita della loro musica lasciando la copertura delle spese ai contributi volontari di chi compra? L’idea è rovesciare il meccanismo di Spotify.
- La musica parte sempre dal basso. L’industria musicale fa ciò che vuole ma quella non è musica. Non conosco questa piattaforma ma penso che strumenti così siano importanti per mettere in discussione sistemi che ci fanno male.
Con Birthh abbiamo parlato dell’importanza del contatto umano, diretto, che è anche un po’ il cuore di una manifestazione come il MEI. E chi ha fatto del contatto diretto con il pubblico e della coerenza nel sostenere i propri ideali un tratto distintivo è Cisco, vincitore del Premio Italiano Musica Indipendente (PIMI), che mi ha concesso un’intervista sotto il porticato di Piazza del Popolo.
- Partiamo dal 1995, “Materiale Resistente”. In quella compilation avete fatto quella che considero la mia versione di “Bella Ciao”, quella definitiva. Una canzone che è assolutamente attuale.
- È una canzone che non cessa mai di essere attuale perché in Italia abbiamo purtroppo ancora oggi una destra che non ha fatto i conti con sé stessa, non ha preso le distanze dal suo passato e che quindi vede in “Bella Ciao” il male assoluto. Mentre invece è il canto della Liberazione, della festa di tutti gli italiani, della rinascita della Democrazia in Italia. Per questo “Bella Ciao” rimane un canto di libertà, senz’altro di protesta, ma soprattutto di libertà. Non a caso la stragrande maggioranza delle popolazioni oppresse hanno una versione di “Bella Ciao” nella propria lingua. Penso ai curdi, agli arabi, al Sudamerica. Anche in alcune parti dell’Asia ho sentito versioni di “Bella Ciao” con un testo incomprensibile, magari non la traduzione letterale, ma sempre un canto di libertà. Questa è la potenza di “Bella Ciao”, che penso sia il canto italiano più conosciuto al mondo, anche più di “Volare” di Modugno. Avremo sempre bisogno di “Bella Ciao”, rimane attuale anche per le condizioni in cui viviamo e la direzione in cui sta andando il mondo. Anziché andare in direzione della giustizia, del sociale, della pace e condivisione va verso le guerre. Abbiamo quindi bisogno di cantarla, ma l’importante è non fermarsi lì e portare avanti i valori che hanno dato vita “Bella Ciao”, creare giustizia nella società, non solo italiana ma in generale.
- Una canzone non può cambiare il mondo ma può contribuire a farne un posto migliore.
- Può contribuire soprattutto a far riflettere. Se molta gente si è avvicinata alle idee politiche, alle idee sociali, alle prese di posizione di un certo tipo anche ascoltando quella canzone credo che sia servita a qualcosa.
- I ragazzi che vi venivano ad ascoltare allora cercavano appartenenza, il combat folk era un genere che creava uno spirito di gruppo. Come è cambiato il pubblico da allora ad adesso?
- Parlando del mio pubblico è cambiato nel senso che è invecchiato con me. Purtroppo, vedo sempre meno giovani e mi dispiace molto. Vedo persone della mia età che continuano a seguirci e vengono ai nostri concerti e vedo quelli che una volta erano giovani, oggi magari hanno quarant’anni, dirmi “sono cresciuto con le tue canzoni”. È qualcosa che mi fa sentire un po’ vecchio, però mi fa anche molto piacere, mi riempie d’orgoglio. Sono cresciuti con questi valori e hanno creato una famiglia facendo sentire le nostre canzoni ai loro figli.
- Nel 2005 hai scelto di avviare una carriera solista. Come è cambiato il tuo approccio rispetto al modo di fare musica con i Modena City Ramblers?
- È cambiato perché ho ricominciato se non da capo, da tre come diceva il grande Troisi. Ho ricominciato da alcune basi che volevo mantenere però spaziando maggiormente, lasciando stare un po’ l’adunata del popolo e cercando l’introspezione, anche attraverso la canzone d’autore, canzoni che partivano dall’io per cantare un io collettivo. Questo mi è servito molto come persona ed è stato un percorso lungo. Ora mi trovo a festeggiare i vent’anni di carriera da solista e i trentacinque dall’inizio. Un traguardo che mi riempie di gioia perché penso di aver fatto delle cose buone che sono rimaste e sono contento anche di aver fatto la scelta di prendere ad un certo punto un’altra strada.
- Mi piacerebbe sapere di più di questo legame profondo tra voi come Modena City Ramblers e l’Irlanda.
- È un innamoramento che è venuto prima ancora del gruppo. Non ci conoscevamo come componenti dei Modena all’epoca, ma eravamo tutti appassionati della cultura e della musica irlandesi, libri, folk film e tutto quell’immaginario ci apparteneva. Eravamo innamorati di un gruppo straordinario come i Pogues che ci hanno insegnato a fare musica, a scrivere canzoni. E il caso ha voluto che ci incontrassimo proprio nella zona di Modena, di Carpi, di Reggio Emilia. Lì si è formato questo gruppo con cui ancora giriamo e con cui cantiamo le nostre canzoni. Abbiamo segnato un piccolo pezzo di storia della musica italiana.
- In questi giorni sto parlando un po’ con gli artisti di piattaforme di streaming. Spotify si sa che ai gruppi con meno di mille ascolti all’anno non paga le royalties, che vanno a Taylor Swift piuttosto che ad altre grandi star. È stata lanciata una piattaforma che si chiama “Subvert” che è gestita in modo cooperativo e lascia agli artisti il cento per cento del ricavato delle vendite. Secondo te può essere una soluzione per il futuro?
- Può essere una soluzione nel momento in cui arrivino i grandi nomi. Se invece raggruppa solo i piccoli musicisti è una bella idea, ma rischia di rimanere fine a sé stessa. Io dico sempre ai miei colleghi quando li incontro che spero si riesca a fare una sorta di “class action” per chiedere maggiori diritti e tutela per gli artisti, anche quelli come noi che non si sono arricchiti facendo musica, ma fanno di questo un mestiere. Siamo artigiani della musica e quindi abbiamo i nostri doveri, ma dobbiamo avere anche i nostri diritti. Qui al MEI di queste cose si parla parecchio.
Le parole di Cisco ci ricordano che la musica è il luogo in cui le persone si incontrano. Il MEI di Faenza è, da questo punto di vista, un luogo importante in cui gusti, attitudini e generi si mescolano travalicando il confine tra le generazioni per unire tutti nel nome di ciò che ci fa battere il cuore.

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