lunedì 27 aprile 2026

HUGO RACE FATALISTS - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA - I MADE IT ALL UP FOR YOU


Lo scorso 21 aprile Hugo Race, storico chitarrista e cofondatore dei Bad Seeds di Nick Cave, si é esibito con la formazione Hugo Race Fatalists al Blah Blah di Torino. L’opportunità di poterli apprezzare live ha dato un senso diverso, più profondo e a fuoco al loro recente album “I Made It All Up For You”. In scena Hugo Race sprigiona la stessa aura che si percepisce in modo palpabile ascoltando il disco. Nessuna posa studiata, la musica è il fulcro di tutto e il modo di tenere il palco è carismatico in modo naturale, senza forzature. Le canzoni del disco fluiscono come un continuum che tutto lega e, allo stesso tempo, fa risaltare le peculiarità dei singoli brani. Il lavoro si apre con “Against the world”, brano di intarsi di archi e chitarre da cui emerge la voce profonda ed espressiva del frontman, un elogio del riuscire a ripararsi dal mondo con la forza dell’amore. Altro brano di notevole impatto è “Broken love”, il primo di due pezzi cantati in coppia con l’artista newyorkese Jennifer Charles. Le due voci si prendono per mano per raccontare il simbolico ritorno a casa di un piccolo soldato dal cuore spezzato. “I tread softly” è una ballata che abbraccia il momento dando spazio alle sensazioni senza troppe riflessioni. “Born to fly” è un pezzo di rinascita, perché non è tempo di invecchiare, siamo nati per volare. “Bad dreams” si arrende al potere ammaliante di una forza sconosciuta in cui non resta che perdersi. La successiva “45 In the Shade” è la traccia politica dell’album, attraversata dai tagli della chitarra elettrica di Giovanni Ferrario che conferiscono un’andatura blueseggiante, adotta il punto di vista sul mondo dei circoli viziosi dei potenti come Trump e Jeffrey Epstein chiamandoli, sia pure in modo indiretto, per nome. In “I collide” si riaffaccia la voce di Jennifer Charles che conferisce al brano un fascino tutto particolare, evocativo della canzone d’autore francese. “Open field”, come ci ha spiegato lo stesso Hugo Race, è un pezzo nato sulle colline fuori città negli immensi spazi australiani dove si può ancora contemplare la Via Lattea senza che l’inquinamento luminoso rubi l’incanto. “The Comet Drops” riprende il senso di comunione con il cosmo del brano precedente per farsi scudo e difendere la persona amata. Hugo Race canta con un profondo sentimento di protezione alcuni dei versi più significativi dell’album: “If the sun falls from the sky look away, it burns”. Chiude il disco “Dream country home”, il pezzo più classicamente country del lavoro ed un riferimento molto personale alla scelta di Hugo Race di lasciare progressivamente la città per la quiete semplice fatta di piccole cose che si respira nelle campagne. 
Abbiamo avuto l’occasione di intervistare sia il chitarrista Giovanni Ferrario che lo stesso Hugo Race, che ci hanno guidati nella lettura di “I Made It All Up For You”.

La parola quindi a Giovanni Ferrario.


- “I made it all up for you” ha una narrazione quasi cinematografica. Quali sono le influenze che vi hanno spinto verso questo tipo di immaginario?
- Questo è l’immaginario classico di Hugo che è uno scrittore. E’il suo immaginario che riporta un po’ in tutti i dischi. La particolarità di questo nuovo album è che è stato fatto in modo corale, nel senso che abbiamo registrato prima in diretta in uno studio, poi abbiamo fatto altre registrazioni in un altro studio e quindi è uscito un disco più condiviso. Per quanto riguarda i testi, ma anche le musiche sono un po’ diverse dai dischi precedenti. Sono più country, soprattutto in un brano e vogliono dare un messaggio più positivo in questo momento disgraziato. E sta dando i suoi frutti perché suonando dal vivo ci si rende conto che la gente percepisce per incanto, a volte, o perché c’è un contatto abbastanza spirituale con l’audience ristretta ma scelta che abbiamo ai concerti e il punto sembra essere compreso e condiviso. 
- Vedi anche le nuove generazioni ai concerti? Cioè vengono ad ascoltarvi anche ragazzi di vent’anni?
- Sì ci sono dei ragazzi giovani, a volte per scelta, altre per caso e sia che siano giovani o più vecchi hanno sempre una risposta positiva.
- La vostra forma canzone preferita è la ballad. Questa scelta è mirata a privilegiare il contenuto emotivo dei pezzi? 
- Sì, anche se all’interno di quelle che possono essere definite ballad c’è sempre qualcosa di controverso, che è la caratteristica di questo gruppo che non vuole essere omologabile e ha idee originali perché siamo tutti con esperienza. Forse però in questo disco prevalgono dei brani lenti che però lasciano molto spazio a incursioni elettriche improvvisate durante i concerti. Questo è il nostro approccio da sempre.
- “Against the world” racconta di questa coppia che si ritira, è talmente unita da chiudersi a riccio per sottrarsi a ciò che sta fuori. Qual è il messaggio che volevate lanciare iniziando l’album con questa sfida al mondo esterno?
- La mia interpretazione è il fatto che a volte molto banalmente bisogna fare cerchio con le persone che ami per poter superare, capire e comprendere e scansare i colpi di questo mondo impazzito. Avere la giusta forza per reagire. L’amore è molto importante come sentimento in assoluto.
- Parliamo invece della vostra collaborazione con Jennifer Charles. Nei due pezzi in cui canta, quindi “Broken love” e “I collide” la sua voce si intreccia con quella di Hugo creando un effetto etereo e anche un po’ malinconico, soprattutto in “Broken love”. In che modo è nata questa collaborazione e come pensate che possa avere contribuito a mettere a fuoco quei due pezzi?
- La caratteristica degli album di Hugo è sempre quella di cercare una voce femminile, non tanto per un motivo estetico, quanto per poter rappresentare tutto lo spettro della sensibilità sia dal punto di vista maschile che femminile. Con Jennifer personalmente ho un’amicizia di lunga data, sia mia che da parte di Hugo. Ci conosciamo da moltissimo tempo, da quando io ricordo che abbiamo suonato insieme al Botanique di Bruxelles, con la formazione dei True Spirit nel 2002. Per me è l’occasione per essere in un disco con Jennifer che ritengo sia una delle iniziatrici di un certo tipo di cantato femminile, molto pregnante e sognante, però allo stesso tempo poetico. E’anche lei una poetessa e quindi c’è una sintesi in questi due brani. E funziona molto bene secondo me. 
- Jennifer ha contribuito alla scrittura dei brani o si è inserita in una fase successiva quando i pezzi erano già definiti?
- Le sue voci sono state registrate a New York dove abita e credo che l’input sia stato dato da Hugo conoscendo le capacità di Jennifer. 
- Parliamo dei presagi sinistri di “45 In the Shade”. Il brano sembra evocare un disastro imminente, viene citato anche un iceberg che diventa più voluminoso sotto la linea di galleggiamento che con l’immagine della band che suona richiama la vicenda del Titanic. Cosa rappresenta per voi questo senso di destino segnato?
- Credo che per ogni messaggio catastrofico che viene dato valga sempre il suo opposto, cioè il tentativo di descrivere pericoli imminenti per trovare la forza di superarli. Il messaggio non vuole mai essere definitivo nella musica di Hugo in particolare vuole sempre essere comunque trovare il lato positivo, cercare una via di scampo. L’iceberg rappresenta uno scoglio da superare.
- Di “Open field” mi ha colpito l’immagine del correre come cani selvaggi.
- Il fatto di riferirsi ad animali selvaggi è sempre assecondare una parte che c’è in noi, che ci contraddistingue, essere selvatici più che selvaggi.
- L’album si chiude con “Dream country home” che è un pezzo dalle sfumature molto country e rappresenta la chiusura del cerchio. Cioè torna il tema dell’avere tutto se si è insieme. E’ questa la conclusione necessaria del viaggio, cioè trovare la pace in un luogo sereno dopo aver attraversato le ombre del disco?
- Più che la pace trovare la forza. La pace è una cosa, secondo me, irraggiungibile. Pace significherebbe mollare la presa e non è questo il caso di Hugo e anche degli altri membri del gruppo. 
- Il tuo percorso artistico personale ho letto che è stato molto intenso e ricco. Tra le varie esperienze e collaborazioni importanti che hai fatto sei stato il produttore di “Armstrong”, che è stato l’ultimo album degli Scisma di Paolo Benvegnù. Cosa ti ha lasciato questa esperienza in particolare?
- Sono stato coproduttore di quell’album insieme a Paolo. E’stato un momento fondamentale del mio percorso artistico perché io a quell’epoca abitavo a Catania, perché suonavo con Cesare Basile, con i Lula di Amerigo Verardi e poi sono stato chiamato a lavorare a questo disco da Paolo e dagli Scisma ed è stata una esperienza indimenticabile perché abbiamo affittato una casa sui monti vicino al Lago di Garda, abbiamo messo in piedi uno studio mobile, analogico con tanto di 24 tracce, che poi si è anche rotto e abbiamo dovuto cambiare. La gestazione è stata di sei mesi, prima abbiamo fatto la preproduzione, quindi abbiamo registrato e abbiamo anche preparato il tour in questa casa. E’stato un momento di convivenza, di crescita per tutti quelli che hanno partecipato a questo processo e ancora adesso ovviamente è un disco molto importante. 
- Tra l’altro erano altri tempi lo avete registrato negli anni 90, i mezzi non erano quelli di adesso nel bene e nel male. 
- C’erano, nel senso che in quel momento è arrivato anche Pro Tools, noi abbiamo registrato quasi tutto su nastro, abbiamo avuto anche Pro Tools ma ci è arrivato lo scatolone con dentro il computer e ci siamo messi tutti lì a dire “ok questo è Pro Tools, come si fa?”. E’stato anche un momento di comprensione di come usare il computer. Quel periodo è stato proprio uno spartiacque, era il 1999. Abbiamo sperimentato molto è l’album è stato il nostro Sgt. Pepper's. 

E ora spazio a Hugo Race.

- Ciao Hugo. Sono andato a cercare i testi dell’album per capire bene tutte le parole, dato che nel cantato in inglese mi può capitare di incappare in qualche espressione che non colgo e li ho trovati su Bandcamp. Però i testi di alcuni brani che ho trovato lì, ad esempio “Against the world”, sono leggermente diversi rispetto a quelli usciti il giorno della pubblicazione ufficiale. Il tuo lavoro sui testi è continuo? Si spinge fino al momento in cui il disco deve uscire?
- Sì è così, ritocco sempre certe frasi fino al mix e questo può creare un po’ di confusione perché ci sono varie versioni dei testi. Ho provato a pubblicare i testi giusti ma credo possano essere sbagliati anche sul booklet del disco. E’un aspetto della mia creatività un po’ caotica. Direi che le parole sono sempre molto fluide e che capisco meglio con il tempo quello che sto provando.
- Rifaccio a te che ne sei autore la domanda sul testo di “Against the world”. Il testo racconta di questa coppia talmente unita da ritrarsi da tutto ciò che sta fuori dal loro spazio. Quale messaggio volevi lanciare scegliendo come primo brano questa sfida al mondo?
- Volevo ringraziare il mondo in un certo modo. E’come una eulogy (ndr. elogio) per me stesso, per noi stessi, la coppia. E’una canzone che guarda il mondo in retrospettiva, esprime la gratitudine anche per tutte le sfide, i problemi che ho incontrato e che noi tutti incontriamo. Poi è un racconto del mondo che riguarda la natura, tema molto importante. E’un’apertura a un mondo più “rustico” (ndr. Il senso in italiano dovrebbe essere “più semplice, di campagna”). E infatti in questi ultimi cinque o sei anni mi sono ritirato dalla città, mi trovo spesso in Australia sulle colline fuori città, in vari studi, case perché sento di aver messo da parte la vita moderna. E poi penso che la nostra generazione viva un po’ di delusione nei confronti dello sfruttamento della città, non è quello che avevamo previsto. C’è delusione nei confronti del progresso sociale, mondiale. 
- A proposito di “45 In the Shade” di cui ho già parlato con Giovanni, ma sei tu l’autore del testo. E’ un brano di cupi presagi di un disastro, questo iceberg che diventa sempre più voluminoso sotto la linea di galleggiamento quasi come se si trattasse della scena dell’affondamento del Titanic. Ci puoi spiegare il significato del brano?
- Ho fatto del mio meglio per non rivelare il nocciolo della canzone. All’inizio con “45 In the Shade” volevo scrivere riguardo la politica mondiale. Ho scelto il titolo perché il primo mandato di Trump è stato il 45esimo. Quindi il titolo fa riferimento all’amministrazione americana e racconta la soddisfazione di questa gente nei riguardi di come le cose stanno andando in questo momento. C’è ironia. E’ l’unico pezzo in cui la prospettiva, il punto di vista non è il mio. E’ un po’ il punto di vista di qualcuno del giro di Epstein. Con l’andamento del prezzo del petrolio, del costo della vita questa gente è molto soddisfatta. 
- Come ho già fatto, anche in questo caso, con Giovanni parliamo un attimo di “Open field”. Cosa significa per te correre come cani selvatici?
- Significa che non sarebbe stato male se noi umani fossimo stati più simili ai cani perché il loro comportamento è molto ammirevole. Sarebbe bello portare questo atteggiamento nella nostra vita quotidiana. Ho scritto il pezzo nelle prime ore di una mattina, in campagna e mi sentivo molto isolato. Non c’erano nuvole e dalle colline in Australia si vede molto bene la Via Lattea. Quindi ci si sente circondati di milioni di puntini di luce e per questo ho scritto “mi sento così piccolo”. Le cose che succedono dentro di noi sono riflessi del “quantum field” (ndr fa riferimento con ogni probabilità ai campi fondamentali di cui si compone l’Universo), quindi per me l’open field equivale al quantum field e mi sento come un elettrone, una componente subatomica. 
- Anche per te ho una domanda su un’esperienza in particolare che hai fatto nella tua carriera. Hai collaborato con un bassista italiano molto stimato, Gianni Maroccolo. Come si è sviluppata questa collaborazione e cosa avete realizzato insieme?
- Per spiegare meglio dobbiamo tornare all’epoca del Covid, nel 2020 e 2021. Ero rinchiuso a casa e avevo bisogno di esprimermi in qualche modo. Ho contattato un amico in Sardegna che aveva pubblicato il mio disco “The Merola Matrix” vent’anni fa con la sua etichetta. Il mio amico si interessa molto alla cultura della Sicilia e della Sardegna e ai loro legami. E’un giornalista sardo che si chiama Giuseppe Bionca. Ci siamo sentiti e gli ho chiesto se avesse registrazioni di voci sarde che potessi utilizzare per un nuovo lavoro del tipo di “The Merola Matrix”. Mi ha risposto “si può fare, ma forse sarebbe più interessante creare un nuovo progetto con un musicista italiano che stimo molto”. Lui riteneva che noi avessimo dei rimandi in comune (ndr. una connessione) anche se non ci conoscevamo al tempo. Il lavoro con Gianni è iniziato così. Durante il lockdown abbiamo scambiato idee poi dopo due o tre anni abbiamo sviluppato questo progetto insieme a distanza e poi ci siamo incontrati in Toscana per registrare e finire il disco. Però siccome sono sempre al lavoro con vari progetti e anche per lui è lo stesso non era facile trovarci insieme per far uscire il disco. Il progetto è poi stato pubblicato l’anno scorso (ndr. l’album si intitola “The Vigil”) anche se era stato finito due anni prima. E’stata una collaborazione molto bella che ci ha fatto molto piacere. Abbiamo portato live una versione dell’album l’anno scorso, in Italia abbiamo fatto otto o nove concerti in trio con il supporto di vari sampler, quindi un concerto acustico e elettronico con anche una componente video. E’stato molto interessante, abbiamo parlato di continuare quest’anno, ma alla fine ha ripreso con le sue cose, Litifiba e CSI e quindi è occupato tutto l’anno. Nel 2027 o 2028 abbiamo intenzione di fare un secondo disco come continuazione del primo, un concept album che sarebbe un secondo capitolo. 


Le molte e variegate esperienze della band ne fanno un quartetto di assoluto valore artistico. E quindi, trattandosi appunto di un quartetto, non si può non citare tutti i membri. Hugo Race (voce, chitarra, organo), Giovanni Ferrario (chitarra elettrica, piano, sintetizzatore), Diego Sapignoli (batteria, percussioni) e Francesco Giampaoli (contrabbasso, basso elettrico, percussioni). Insieme hanno dato vita a un album di grande spessore artistico, da assaporare con quell’attenzione all’ascolto che oggi nessuno sembra coltivare più.

giovedì 23 aprile 2026

ETTA - QUESTE COSE SONO IO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA DAL BLAH BLAH DI TORINO


Riuscire ad essere sempre sé stessi in ogni situazione è un talento raro, nonché una forma d’arte. Questa peculiarità, infatti, non è solo frutto di una predisposizione innata, ma di una conquista che si rinnova ogni giorno e necessita di una profonda consapevolezza di sé, in un mondo che ci spinge all’omologazione. Maria Antonietta Di Marco, nota come Etta, possedendo questo talento ha deciso di incanalarlo nell’espressione artistica musicale. Fattasi notare già nel 2021 a X Factor e vincitrice, nello stesso anno, di Area Sanremo, nel 2023 ha calcato anche il palco del Concertone del Primo Maggio a Roma affermandosi come una delle realtà indipendenti più interessanti. Per dare la scalata al monte ormai crollante della discografia non ha scelto il sentiero facile dei compromessi, ma con caparbietà, un appiglio dopo l’altro, ha affrontato un’ardua parete di roccia riuscendo, strada facendo, a conquistare il rispetto e la stima di musicisti del calibro di Caparezza e 99 Posse, tra i molti altri. Da poco è uscito il suo nuovo album “Queste cose sono io”, una summa del suo pensiero, declinato musicalmente in chiave rap, metal e elettronica, caratterizzato da testi critici e autocritici che si piantano come frecce al centro del bersaglio emotivo di chi ascolta. L’album si apre con “Overture”, espressione plastica del tentativo dei mass media di omologare la musicista incasellandola in definizioni rassicuranti per il pubblico. Il primo pezzo vero e proprio è “Parapappa” con il featuring del musicista emergente barese Klaus Noir. Etta parla delle pressioni del mercato che si ostina a chiederle di “fare qualcosa di più commerciale” e beffardamente deflagra in un “parapappa” che sembra in apparenza un “eccovi quello che volete”, mentre in realtà è una falsa risposta, l’occasione per mettere in scena un bestiario di addetti ai lavori che danno consigli come un padre pur di trasformare gli artisti in “operai della classifica”, autori di brani usa e getta da consumare alla svelta come prodotti in scadenza sugli scaffali dei supermercati. Il riff tagliente di “Boom” apre la strada ad una critica feroce sulla società egoica totalmente autoriferita di oggi, un mondo in cui siedono uno accanto all’altro chi gioca a Candy Crush e chi non mangia da mesi. “Tutto fake (False flag)”, pone l’accento su una spiccata componente elettronica e vede la partecipazione di Pierpaolo Capovilla, il cui cantato ne sintetizza efficacemente l’essenza, ovvero la mistificazione deliberatamente diretta a manipolarci. Con “Queste cose sono io”, lo sguardo diventa introspettivo, Etta non fa mistero di sentirsi borderline creando empatia con gli ascoltatori, dato che quello che ancora oggi viene definito un disturbo mentale, in realtà una condizione assolutamente normale che ci permette di sopravvivere alla realtà quotidiana. “Non sento niente” richiama a tratti il sound di “Hysteria” dei Muse ed è il brano in cui la cantante offre la miglior prestazione vocale dimostrando una notevole versatilità. “Nobel”, che vede la partecipazione dei Punkreas, è un brano dedicato a Trump, che con la sua sferzante ironia strappa un sorriso amaro. “Siamo il silenzio” ruota attorno all’ambivalenza del concetto di silenzio come non omologazione e al suo ribaltamento come affermazione di sé. “Buon compleanno eppure…” e la successiva “Mi fa schifo tutto oggi” ritornano ad esplorare il lato più introspettivo di Etta. La prima affronta con piglio nu metal le insicurezze, la sensazione di correre restando sempre ferma. “Mi fa schifo tutto oggi” è una powerballad, forse il pezzo più canonico del disco nella struttura ed ha come tematica centrale il passaggio dalla prima giovinezza alla vita adulta, una fase in cui la potenza non diviene mai atto generando un profondo senso di frustrazione. Penultima traccia dell’album “Chi se ne frega” con il featuring della cantante milanese Greta Grida mette a nudo le dinamiche familiari che oggi sono ormai troppo spesso tossiche e ci tolgono l’ultima certezza su cui ci illudevamo ancora di poter contare. “1, 2, 3 Fuck” è il manifesto finale del disco. Etta grida in faccia a chi la giudica superficialmente che queste cose sono lei e non scenderà a compromessi. 
Abbiamo intervistato Etta di persona in occasione del live del 10 aprile 2026 al Blah Blah di Torino.


- Il tuo è un album che dice forte e chiaro “Io obietto, disobbedisco. Non sono d’accordo”. Qual è oggi l’importanza di riuscire ad alzare la testa?
- E’ di un’importanza basilare. Nel momento storico e politico in cui ci troviamo non dobbiamo assolutamente abbassare la testa, ma dobbiamo stare in guardia. Quindi occhi in alto e non solo esporci, ma anche appunto stare in guardia perché ci troviamo a gestire un periodo veramente difficile che lascerà dei segni. Con la mia musica faccio questo, cerco di stare attenta, di guardare e filtrare un po’ le cose che mi succedono. 
- Parliamo di “Parapappa”, il primo pezzo vero e proprio dopo l’Overture. Dicono “devi essere più commerciale, io ti do consigli come un padre”. L’artista se segue queste direttive, chiamiamole indicazioni, diventa un ingranaggio: produci le tue canzoni, falle consumare in fretta e crepa per citare i CCCP. 
- Esatto, una musica proprio usa e getta.
- In “BOOM” canti “metti la coscienza da parte, l’algoritmo ti mostra quello in cui credi”. Siamo ormai svuotati delle nostre personalità?
- In realtà no, io credo che siamo molto speciali, diversi. Il problema è che non mostriamo la nostra diversità, la omettiamo, perché adesso ci vogliono tutti uguali, sui social dobbiamo apparire sempre tutti uguali, avere tutti le stesse cose. Anche nell’essere diversi ci fanno poi risultare tutti uguali. Quindi anche il provare ad essere diversi diventa un essere stereotipati. Quindi no, secondo me noi abbiamo grandi qualità, grandi fragilità, soltanto non dobbiamo avere paura di mostrarle, perché essere diverso non è sinonimo di essere inferiore a qualcosa, ma significa essere speciale e quando capiremo questa cosa riusciremo a costruire un mondo fatto di tanti esseri speciali. 
- In “Tutto fake (False flag)”, che vede ospite il grande Pierpaolo Capovilla, parli dei social e delle armi di distrazione di massa. Ormai non basta più confrontare le diverse fonti di informazione per farsi un’idea libera e consapevole della realtà, anche perché le stesse fonti di informazione ormai sono in mano a dei trust, alcuni cartelli che le inglobano tutte. Come riesci a farti comunque una tua idea libera, autonoma?
- Sicuramente con la coscienza critica. Penso all’utilizzo dell’IA o dei social. Comunque sono dei mezzi che però dobbiamo saper utilizzare e quel che ci dà la possibilità di usarli in modo corretto è proprio la nostra coscienza critica. Noi dobbiamo cercare di filtrare tutte le informazioni che ci arrivano e analizzarle con la nostra coscienza, capire cosa effettivamente è il bene e cosa è il male. Quindi, secondo me, parlare di ventimila bambini sterminati è oggettivamente, per la mia coscienza critica, un orrore e quindi come faccio io a non leggere una notizia e dire “ok questa cosa mi fa schifo” e mi vado a documentare. Ognuno lo fa in base appunto alla propria coscienza critica e non significa essere da una parte piuttosto che da un’altra. Io penso che lottare per il bene sia sempre la via più giusta, senza ferire gli altri. Nel momento in cui viene ferito qualcuno si sta sbagliando. Questo che ho spiegato è il mantra che provo ad usare. Il documentarmi mi viene davvero facile, spesso lo faccio anche dai social perché molte volte capita che il giornalista che seguivo dice qualcosa di un po’ più personale, oppure perché faccio parte di questo gruppo in cui mi ha inserito Pierpaolo Capovilla. Lui ogni mattina si sveglia e ci posta tutti i quotidiani che escono in Italia per consentirci di documentarci. Poi sta a noi, una volta che abbiamo raccolto tutte le informazioni sta a noi sapere mettere insieme e capire qual è la strada giusta.
- Nel pezzo che dà il titolo all’album “Queste cose sono io” è contenuta la definizione di borderline. Oggi ormai gli specialisti, medici e psicologi, troppo spesso definiscono “deviante” ogni comportamento che esprima autonomia. Parliamo in definitiva del fenomeno della “psichiatrizzazione della società”, cioè quel processo che medicalizza i disagi esistenziali e sociali trasformando in disturbi mentali da curare ciò che in realtà fa parte della complessità umana.
- Esattamente, torniamo al discorso precedente. Le nostre fragilità sono belle, ci rendono speciali, unici. Io sotto questo aspetto sono stata molto autoironica perché mi fa ridere come l’essere diversa possa poi diventare qualcosa da denigrare. Sentirsi dire “non mi piace come sei fatta”. Ecco la domanda è "perché non ti piace come sono fatta? Io sono io, sono queste cose quindi se non ti fanno stare bene non fa nulla, ma io sono questo”. E quindi, secondo me, dovremmo iniziare a volerci più bene. E’ sicuramente un percorso difficile però adesso abbiamo tanti mezzi per aiutarci. Prima andare da uno psicologo o seguire una terapia era vista come una debolezza, come se non fossi in grado di gestire le tue emozioni. Adesso invece mi piace come la Gen Z ci stia facendo vivere questa cosa come una necessità, una possibilità e seguire quest’onda, secondo me, è una grande liberazione.
- “Nobel”, il pezzo dell’album con il featuring dei Punkreas è dedicata a Trump, un fanfarone galattico che minaccia di azzerare un’intera civiltà in una notte, salvo poi rimangiarsi la parola all’ultimo. Il guaio non è soltanto che gli USA lo abbiano scelto come presidente, quanto il fatto che il resto del mondo gli dia retta e, anzi, penda letteralmente dalle sue labbra dando massima importanza a ogni sua dichiarazione. Un organismo come la NATO secondo te ha ancora un senso? 
- Ho visto l’esempio di Sánchez e mi sembra che le persone come lui che hanno avuto polso sono riuscite a mettersi in una posizione sicuramente diversa da tutti gli altri. Quindi io spero che ci sia la possibilità di fermare questa persona e spero soprattutto che possiamo rinsavire, non solo per il bene dei Paesi attaccati, ma anche per il bene degli americani stessi, perché anche loro secondo me sono in un momento di forte crisi perché non si vedono rappresentati in quello che stanno vivendo e stanno guardando. Guardare da impotenti mi ha suscitato una riflessione. Ho pensato “e se mia nonna durante la Seconda Guerra Mondiale avesse avuto i social, cosa avrebbe potuto fare?”. Non lo so cosa avrebbe potuto fare perché in questo momento io ho un mezzo che, nonostante usi tutti i giorni, purtroppo non serve veramente. Ma nel momento in cui le popolazioni si sono mosse, hanno fatto sentire la loro protesta abbiamo iniziato ad ottenere dei risultati. Quindi secondo me l’unica cosa che ci può salvare sono l’unione e la speranza. 
- Nella tracklist il nono e il decimo brano dell’album, “Buon compleanno eppure…” e “Mi fa schifo tutto oggi” sono una presa di coscienza e un’autocritica. 
- Sì assolutamente, per me il male più grande di me stessa è il mio io, l’essere critica e a volte anche autodistruttiva purtroppo. Però mi fa piacere vedere questo mio difetto anche come una possibilità, qualcosa che mi aiuta a migliorare me stessa e anche quello che faccio.
- Una domanda su “Chi se ne frega”, il pezzo con Greta Grida. Siamo senza dignità ma in realtà a nessuno sembra più importare degli altri. Nemmeno più ai genitori a volte sembra importare dei genitori e viceversa. Se non teniamo preziose le persone che amiamo cosa ci resta?
- Nulla. Dobbiamo amare il nostro prossimo. Sembro forse Gesù Cristo dicendo queste cose, ma forse effettivamente la religione cristiana ci ha dato una lezione di vita importantissima, ovvero “ama il prossimo tuo come te stesso”.


Con “Queste cose sono io” Etta si pone l’obiettivo di portare il pubblico ad aprirsi a nuovi orizzonti contribuendo a far nascere una migliore coscienza di sé e la voglia di riprendere in mano la propria vita. Solo in questo modo possiamo sabotare chi ci vorrebbe popolo bue, docile e facile da controllare. 

domenica 12 aprile 2026

SUVARI - FANGO (LATO A) - IL NUOVO EP PRODOTTO DA FEDERICO DRAGOGNA - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Camminare nel fango è fatica, a volte anche paura, angoscia di affondare e per andare avanti e uscire dalla palude ci vogliono caparbietà e resilienza, in altre parole un carattere forte. E il carattere forte di certo non difetta a Luca De Santis, conosciuto come Suvari, musicista e produttore toscano che ha recentemente pubblicato l’EP “Fango (lato A)” per la storica etichetta fiorentina Blackcandy, con la produzione di Federico Dragogna dei Ministri. Come suggerisce il titolo stesso del lavoro si tratta del primo di due capitoli discografici strettamente interconnessi, i due lati di un vinile. Le cinque canzoni che compongono “Fango (lato A)” sono punk rock nato come autoterapia, veloce come la techno e per questo adatto anche al dancefloor. Il tema di fondo è la lotta contro il mostro che nella nostra testa mastica pensieri e sputa ansie. Apre le danze “La tregua”, brano giocato sul contrasto tra musica e testo, il fermo immagine di una pallottola sparata a 150 BPM. La procrastinazione è il tema centrale, spegnere la ragione per sognare in pace. A seguire “Un milione di piccole cose” contagia l’ascoltatore con la sensazione di angoscia generata dalla convinzione di non riuscire ad affrontare un problema in apparenza insormontabile. “Tutto il peso è nella testa, l’elefante nella stanza” canta Suvari evocando la metafora della favola in versi “L’uomo curioso” del poeta russo Ivan Krylov. “Terraferma” ha una struttura musicale più lenta e canonica e dipinge la spaventosa deriva di una barca nel mare calmo di una notte depressa. “Disincanto” è una traccia spiccatamente elettronica sullo sfuggire ai mille condizionamenti cui siamo sottoposti abbracciando una visione della vita meno convenzionale, perché alla fine è nella pazzia l’essenza della ragione. Chiude l’EP “Supernova”, flusso di coscienza diretto, caotico e non filtrato come le pagine dell’Ulisse di James Joyce. 
Siamo partiti con l’idea di intervistare Suvari unicamente sull’EP, ma la chiacchierata si è estesa molto oltre andando ad abbracciare il suo vissuto musicale.



“Fango (Lato A) inizia subito con il botto. “La tregua” è un pezzo con una media di battiti per minuto tipico della techno. Poi ha un’improvvisa quanto piacevole apertura melodica. Musicalmente l’EP è molto giocato su queste dinamiche. Il tuo è un punk rock elettronico che aspira sia ad essere vissuto nei concerti che ad essere ballato sul dancefloor?
- Intanto hai parlato di punk rock e sono molto contento, difficilmente mi viene data questa etichetta. Hai fatto un’ottima analisi perché la chiave di tutto il sound di Suvari la si può riassumere nel contrasto, cioè avere appunto, come dicevi, un pezzo techno con un’apertura melodica, oppure un testo triste che fa sculettare. Tutto pensato per sorprendere l’ascoltatore. 
- Dal punto di vista lirico è un brano sulla necessità di procrastinare per ritagliarsi uno spazio fuori dalla quotidianità. Da dove nasce questa esigenza di fermare tutto?
- Io ormai utilizzo la musica come mezzo per esplorare emozioni che restano un po’ sepolte. E le canzoni le vedo come delle cartoline che mi spedisco. Quindi sono modi per andare a indagare sé stessi. 
- “Un milione di piccole cose” è un brano su una problematica enorme, quasi irrisolvibile, infatti parli dell’elefante nella stanza che è un’immagine di origine letteraria precisa. Abbiamo in testa un milione di piccole cose che non rappresentano niente e ci fanno perdere di vista ciò che conta. Come riesci tu, personalmente, a prenderne coscienza e correggere la rotta?
- Un milione di piccole cose se messe in fila possono risultare pesanti ma vanno affrontate singolarmente. A quel punto si possono rivelare appunto piccole cose, togliamo pure il milione,  lasciamolo da parte. Sono tutte cose affrontabili perché alla fine i problemi hanno il peso che decidiamo noi di dargli. A volte vediamo tanti piccoli problemi, rischiamo di essere sopraffatti dalla paura di affrontarli, mentre quando poi cominciamo ad analizzarli appunto singolarmente riusciamo invece a superali alla grande. Magari non sono grandi problemi della vita, i massimi sistemi, ma sono semplicemente le nostre task quotidiane che facciamo fatica a portare a termine. Arrivare a sera sembra essere sempre complesso. 
- Invece con “Terraferma” il ritmo rallenta decisamente. A livello di interpretazione io lo leggo come un pezzo su una coppia che si sta allontanando a causa dei troppi non detti e che anche se ha condiviso dei momenti importanti non è riuscita a farlo nel modo giusto. Condividi questa interpretazione o ne hai un’altra?
- E’ giusto che ognuno abbia la propria idea della canzone perché è normale che faccia proprio il significato che sente. Per me quella è una canzone scritta in un periodo spaventoso, in un momento in cui avevo paura, non come relazioni di coppia, ma a livello di dinamiche familiari. E quindi ho deciso di fare una ballatona lenta con comunque sempre un pizzico di ottimismo. Non so se questo si sente, ma cerco sempre alla fine di dare una soluzione al problema nel testo. 
- Tu usi la musica proprio per curare te stesso mi sembra di capire.
- Assolutamente sì. A volte penso che potrei andare dallo psicologo una volta alla settimana e invece apro un quadernino e scrivo tutto, un buon esercizio per riuscire a buttare fuori.
- E quando hanno ascoltato “Terraferma” i destinatari come l’hanno presa?
- Bene, era un messaggio di speranza dopo un periodo difficile. 
- Invece in “Disincanto” dici “ormai mi nutro solo di contraddizioni, mi interessa la pazzia, mica la ragione”. E’perché la pazzia è più sincera?
- Sicuramente è più affascinante, più diretta, si è vero ci sono meno maschere, non ci sono filtri. E’ diciamo una dimensione più reale.
- In chiusura dell’EP “Supernova” mette in scena un bestiario umano di “ruffiani, precari, sballati copioni, adepti smarriti profani gelosi, i beat, i freak, i Guru, gli istrioni” e poi canti “la colpa è di tutti tranne nessuno”. Questo testo mi fa un po’ pensare alle maschere di Pirandello, al fatto che nella commedia della vita alla fine tutti facciamo una parte. Scrivere questo pezzo ti ha aiutato a strappare via la tua maschera?
- Sì il testo è nato velocissimo, è stato proprio un flusso di coscienza legato fondamentalmente al fatto che è sempre colpa di qualcun altro. Quando qualcosa non va bene dobbiamo scaricare la colpa sugli altri e trovare per forza un capro espiatorio, mentre invece ci sono delle dinamiche più complesse, siamo tutti attori in questa commedia, ognuno fa la sua parte, ognuno magari ha una piccola parte di colpa o nessuno ha la colpa. Bello il paragone con Pirandello. 
- Passiamo alla parte legata alla produzione dell’EP. Com’è lavorare con Federico Dragogna come produttore?
- Federico è una persona che ti mette completamente a tuo agio, sembra di conoscerlo da una vita anche se magari lo conosci da mezz’ora perché si interessa a quello che vuoi dire, rispetta sempre quella che è la tua visione della musica, mentre capita che in altri casi è il produttore che detta le regole e tu devi adattare le tue canzoni, il tuo sound al suo modo di lavorare. Con Federico è esattamente l’opposto, lui ti prende per mano e ti accompagna nel percorso. Mi trovo benissimo e infatti è il secondo lavoro che faccio insieme a lui. 
- Quindi diciamo che non vuole fare lui l’artista, asseconda anziché sostituirsi. 
- Assolutamente. Poi per me registrare un disco, entrare in studio è un po’ come andare al Luna Park. Sono abituato a fare sempre tutta una preproduzione al computer da solo e manca il confronto con gli altri. Ormai ho imparato a fare un po’ di tutto, batteria, basso, chitarra, voce. Quindi le canzoni sono finite ma ho sempre bisogno della controparte, di qualcuno che magari mi aiuti a capire meglio come qualcosa possa funzionare. Con Federico facciamo molte chiacchierate e lui non mi dà mai la risposta a niente. Poi abbiamo un modo di lavorare molto veloce. Questo disco lo abbiamo registrato a Milano nella saletta dei Ministri. Io arrivo già con il materiale pronto, facciamo una prelavorazione a distanza e poi focalizziamo tutto in pochissimo tempo. 
- L’EP è un “Lato A”, quindi c’è da attendersi a breve ragionevolmente un “Lato B”. Parliamo un po’ dell’affezione al formato fisico della musica. Chi come te ha questo approccio in genere considera la musica come un oggetto materico che si deve poter toccare, vivere.
- Assolutamente. Infatti arriverà poi un vinile. Da ascoltatore ho sempre bisogno del feticcio che mi faccia sentire più vicino all’artista. E poi mi piace vedere anche come vengono interpretate a livello grafico le cose, devo toccarlo, vederlo il disco. Con Blackcandy abbiamo provato a dare noi i tempi perché ormai, soprattutto per gli artisti piccoli, quando esce un disco si esaurisce tutto in una settimana. E’un modo di fruire la musica talmente veloce che, se si pensa a tutto il processo creativo che c’è dietro, il costo umano, il costo monetario, poi nel momento in cui esce il disco si brucia in tempi velocissimi. Quindi abbiamo provato a dire “ok facciamo così, facciamolo uscire a pillole”, pensando ad un vinile che poi arriverà, intanto sveliamo un “Lato A” e un “Lato B”. In questo modo abbiamo dodici mesi per parlarne, per la promozione. 
- Ricordi quanto era bello quando avevamo in mano il CD in cui c’era il booklet che aprivi e trovavi le foto della band fatte bene, i testi delle canzoni, i crediti da cui potevi risalire a chi aveva curato ogni aspetto, anche i ringraziamenti. Che dici, non era una fruizione della musica molto più vera?
- Assolutamente, sono felice di far parte di quella generazione che ha goduto di una fruizione più lenta della musica, leggere il libretto, seguire i testi, ascoltare e anche farselo piacere a volte il disco. Parlavo recentemente con un mio amico di quando compravi un album perché qualcuno te lo raccontava come un bel disco, lo acquistavi e magari non ti piaceva subito, però avendoci speso lo riascoltavi tante volte e poteva anche diventare uno dei tuoi dischi preferiti. Invece oggi con una fruizione così veloce se dopo trenta secondi un brano non è di mio gusto faccio skip. Ci sono invece degli album che ho fatto fatica appunto a capire e che oggi adoro. 
- Forse il fatto di non dover più fare l’investimento, spendere per l’acquisto ed avendo un costo flat per l’ascolto sulle piattaforme dove puoi trovare di tutto, ogni genere, non c’è un reale investimento nella musica. Tu come consideri questa fruizione più passiva?
- Sì esatto non lo giustifichi poi quell’investimento. Perché quando spendevi trentaduemila lire per il CD e poi non era quello che ti aspettavi lo ascoltavi comunque tante volte prima di ripensarci. 
- Qual è il CD che per te all’inizio era inascoltabile e che poi ha cambiato faccia nel tempo diventando uno dei tuoi preferiti?
- Ne ho un po’ in verità, ad esempio per “Mellon Collie” degli Smashing Pumpkins è stato così. Io ero molto fan dei Nirvana e mi ricordo che al parco tra gli amici con cui ti trovavi c’era quello più grande che diceva “devi ascoltare assolutamente Mellon Collie”. Un doppio CD che ricordo non mi sembrava finire mai perché era strano, la voce era strana, il suono della chitarra era strano per me in quel momento. A distanza di tempo riascoltandolo è un’opera incredibile, mi piace da morire tuttora. Oppure in un altro caso è stata una musicassetta dei CCCP. Avevo dodici anni ed ero con un amico che era fissato e che me ne parlava sempre, così lo ascoltai e dissi: “Ma che cos’è questa roba?”. Io ascoltavo tutto il punk rock americano, musica veloce, frizzante, mentre per me i CCCP erano difficili, testi impegnati, solo dopo anni li ho adorati. 
- Forse essendo stato tu così giovane si trattava di un ascolto troppo pesante, non immediato, con significati non superficiali, insomma avresti dovuto avere un certo fisico per reggere quel tipo di musica.
- Esatto, se fosse stato un ascolto su Spotify magari si faceva skip e addio. Mentre oggi mi porto un bagaglio musicale con dei punti di riferimento. 
- Ultima domanda. Mi hai detto che sei un polistrumentista perché in preproduzione suoni tutti gli strumenti. Tu come nasci, come chitarrista, cantante? Qual è stato il tuo punto di partenza?
- Io ho suonato la chitarra e a volte mi sono avventurato con il basso, poi dieci anni fa ho avuto una neuropatia che mi ha impedito di suonare la chitarra e mi sono trovato a dover essere a casa con problemi di mobilità, ho perso il lavoro ed ho avuto molte vicissitudini legate a questa malattia. Allora ho deciso di utilizzare la musica come mezzo attraverso cui tirare fuori le emozioni. Non potendo suonare la chitarra ho sfruttato l’opportunità che ti dà la tecnologia oggi di suonare come una band. Con un computer ho utilizzato i programmi per suonare tutti gli strumenti, tutti quelli che volevo. Quindi le parti di chitarra all’inizio sono in MIDI, non sono suonate. Un po’ mi porto dietro quel sound, ad esempio anche in questo ultimo disco le batterie sono tutte non suonate anche perché comunque mi piace portare avanti questa caratteristica del progetto. Poi ci sono delle parti che Federico mi risuona. 


 “Fango (lato A)” di Suvari è un viaggio sonoro nel fango dell’anima, dove ogni passo affonda e risale, trasformando ansia, contraddizioni e paure in un’energia che pulsa, danza e alla fine illumina.
 

domenica 5 aprile 2026

IACAMPO - PREGHIERE CONTEMPORANEE - RELIGIOSAMENTE LAICO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Religiosamente laico. Il nuovo album “Preghiere contemporanee” di Marco Iacampo, cantautore veneto in arte semplicemente IACAMPO, è punteggiato di espressioni di una religiosità più vissuta che non devozionale. L’album trascende il nostro quotidiano per arrivare a qualcosa che va oltre il campo visivo umano. Il disco si apre con “Mondo parallelo”, pezzo in cui sembra di camminare a piedi nudi sull’erba per godere di una giornata di pieno sole. La chitarra carezzevole si intreccia con gli archi e una voce femminile a sottolineare come il mondo parallelo sia l’amore, quel “paradiso che nasce in questo putiferio”. “F.A.R.O.”, singolo di lancio, è quella luce che ci illumina salvandoci dall’ossessività delle nostre preoccupazioni. “Anima piena” si muove tra un afflato quasi gospel e il bisogno di un po’ d’amore. In “Il regno” la ricerca della mappa per trovare una soluzione ai mille dubbi che lo attanagliano fa del Re una persona comune che vaga come tutti alla ricerca di un senso da dare alla propria vita. Penultima traccia dell’album, “Come due cuori” gode di un arrangiamento più ricco e nel testo esprime il senso di reciprocità perché l’amore è ricambiare, servire chi ci serve, accettare che in petto battano due cuori, lasciando spazio al libero arbitrio, al fatto che uno dica sì e l’altro dica no. Chiude il lavoro “In tutti i miei guai” che riassume molti temi portanti dell’album come la fiducia in una luce che ci possa guidare fuori dalle secche dei nostri guai e una chiave che apra finalmente la nostra porta interiore.
Abbiamo intervistato IACAMPO approfondendo non solo i temi dell’album, ma confrontandoci anche su tematiche alte come l’affrontare la vita.


- Oltre che uno chansonnier ho letto che sei anche un disegnatore e un pittore. Qual è per te il senso di comunicare l’arte?
- Non è proprio un comunicare, ma giocare, nel senso che ha la stessa natura. Durante un gioco il bambino alla fine si perde nel gioco stesso. La comunicazione fa poi parte della persona, acquista un contesto e la persona sa che, in qualche modo sta parlando al mondo. Però direi che la caratteristica principale di entrambe le cose è proprio il gioco che unisce queste due discipline. La parte comunicativa è una parte problematica, per certi versi puri non necessaria, per altri versi legati alla soddisfazione, al lato egoico, di amore, di soldi invece è necessaria. 
- Nel brano “Anima piena” cerchi un po’ d’amore dipingendo il paradiso. In questo verso fai quindi richiamo alla tua espressione artistica come pittore. Hai mai pensato di fondere insieme tutte le tue forme espressive dando vita, anziché a concerti tradizionali, a installazioni multimediali tra arti visive e musica che costituisca un’esperienza diversa per gli spettatori rispetto al classico concerto standard?
- Potrebbe essere divertente, in realtà non ci ho mai pensato anche se le due arti sono spesso fuse, nel senso che un po’ si passano il testimone, quando mi occupo di musica poi difficilmente mi occupo di arte. Però quello che succede tra di loro è che nelle varie espressioni scopro delle cose di me. Magari non sono abituato, quando per esempio faccio musica ad esprimere il mio corpo, la mia persona in certi ambiti. Magari sono in un cerchio chiuso di ispirazioni musicali e altri aspetti che possono essere per esempio sessuali, non vengono espressi. Poi succede che nella pratica della musica queste cose vengano fuori. La parte animale per esempio la frequento molto nel disegno. E queste cose mi ritornano come espressione di me. E in effetti una installazione potrebbe essere una sorta di IACAMPO tour.
- “Preghiere contemporanee” dal punto di vista musicale è un album che dosa attentamente gli strumenti, l’uso delle voci. Per te quanto è importante che la musica non sia invadente, ma amica dell’ascoltatore? 
- Più che dell’ascoltatore deve essere amica della canzone. La canzone, almeno nel mio caso, si regge su pochissimi elementi, ovvero la voce e lo strumento con cui l’ho scritta e con cui armonizzo la melodia vocale. Quindi spesso la scelta è di mettere pochi strumenti e lasciare il più possibile intatto il momento in cui tutte le cose quadrano e dico “ok la canzone è chiusa”. E’difficile che l’arrangiamento sposti la canzone, anzi non succede mai. Per cui ti direi che il modo in cui arriva all’ascoltatore dipende da questo tipo di relazione. Anche in “Preghiere contemporanee” è stato tutto calibrato in modo da non “coprire” la scrittura su chitarra. Questo disco, come alla fine anche gli altri, sono nati su chitarra classica.
- A proposito della tua formazione come chitarrista, tu nasci quindi come chitarrista classico? Hai una formazione di tipo accademico o da autodidatta?
- E’ un aspetto interessante perché amo quello strumento profondamente, però è un percorso tortuoso come è un po’ il mio percorso musicale, è una cosa che viene proprio un po’ da bambino. Anche se ho iniziato con il pianoforte è durato molto poco, qualche mese e poi sono andato dal figlio dell’insegnante di pianoforte per studiare chitarra classica, ma anche lì è durato qualche mese perché in realtà volevo fare le canzoni, che è una cosa che mi prendeva fin da piccolino. Dal mio insegnante ho imparato il fingerpicking che mi sono portato dietro tantissimo. E’raro trovare un insegnante che insegni a un bambino di 10 anni il fingerpicking, ma mi ha aiutato a scoprire tanti tipi di musiche. Poi ho suonato le chitarre acustiche, le elettriche e mentre stavo componendo “Valetudo” ho detto io voglio meno peso possibile, avevo cominciato ad ascoltare moltissima musica con la chitarra classica e ho ancora quella chitarra lì, una Alhambra e sono fisso su quella, mi piace molto.
- La tua Lucille quasi. 
- Sì esatto è un po’ così, oppure un po’ la Trigger di Willie Nelson. 
- Bello. Nella tracklist dell’album ci sono alcuni brani che fanno richiamo alla religiosità, che penso non voglia dire “attenzione aderisco a una certa religione e sono praticante”. Più che altro quali sono secondo te i motivi per cui un uomo ha sempre bisogno di credere in qualche cosa di altro, qualcosa di superiore nel senso di superare, andare oltre?
- Succede che molte volte non ha altra via. Ci sono dei momenti nella vita in cui davvero vedi che non hai risposta su alcune cose ed è automatico affidarsi a un’entità superiore. In quel momento hai una sorta di presentimento di qualcosa che ti contiene e che ha una risposta. Da questo tipo di dialogo che fa parte dell’uomo nasce una relazione e da quella relazione nascono delle necessità, che molte volte sono necessità pratiche, linguistiche, che poi si traducono in pratiche più o meno religiose. Cerco con la poesia e l’arte di sospendere il discorso, di non definire con quelle che sono proprio delle religioni il rapporto, il linguaggio o addirittura i dogmi. Con l’arte si sospende il discorso per far sì che il rapporto sia personale con la divinità.
- Parliamo un po’ di “Mondo parallelo”. L’amore è questo mondo parallelo, un paradiso che nasce in questo putiferio. Dato che siamo oppressi ogni giorno da ansie, preoccupazioni, necessità di essere performanti, qual è per te l’importanza di sapere di poterti rifugiare in questo mondo parallelo?
- E’ fondamentale, anche perché non sempre è un rifugio, però è sempre comunque una cosa necessaria. E’un po’ come stare con un piede da una parte e uno dall’altra. Non sono un bravissimo praticante dell’amore, anzi sono un principiante per cui credo che fare un passo di qua e un passo di là sarebbe già tantissimo. Mi aiuta a muovere entrambe le parti del corpo. 
- Il singolo “F.A.R.O.”. Innanzitutto essendo puntato è un acronimo e quindi ho la curiosità di capire per cosa stia.
- Questo non si può dire, fa parte delle cose che tengo per me. 
- Il Faro invece come luce è quello di cui abbiamo bisogno per affrontare la vita, le paure e le preoccupazioni che abbiamo? Il nostro faro è in noi o sono gli altri cui dobbiamo appoggiarci?
- Un faro quando si accende illumina tante cose, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e cose anche non sempre facili da accettare. Nel testo scrivo “non basta una canzone che consola”, “la mamma ha paura dell’ignoto” e le cose per adesso sono così. Quindi credo che il faro, da qualsiasi parte giunga ha bisogno di un grande livello di accettazione e secondo me se non crediamo che tutto questo che sta succedendo abbia un senso, un valore che non sta nel campo del giusto o dello sbagliato, probabilmente abbiamo paura di tutto quello che il faro può illuminare. Per cui credo che questo faro potrebbe essere una forma di coscienza. 
- Invece nel pezzo “Il regno” ci sono questi personaggi, il Re, Silvia che poi si rivela essere la Regina, che hanno perso la strada. Come possiamo interpretare la mappa del nostro regno?
- Il regno è qualcosa che ci unisce in realtà, come dire che quando arriviamo a una forma di coscienza o di amore è come se riuscissimo a raggiungere una sorta di campo unico, di regno unico, che già nella sua ricerca può manifestare i suoi segni. Infatti dico sempre in un’altra canzone di girarsi verso quella cosa e poi è lei che ti trova. In questa canzone, “Il regno”, ci sono queste due figure che non trovano più la strada e la cercano personalmente. Quindi si riflette un po’ il modo in cui cerchiamo tutti quanti la nostra strada, soprattutto in questa società che ti chiede di trovare te stesso. Invece la soluzione della canzone in realtà è scoprire che il regno è qualcosa che appartiene a chi vi accede. Per cui non c’è più una mappa ma soltanto la condivisione di un posto che è unico. Questo è il senso, anche un po’ sociale di questa canzone, parla di qualcosa che va oltre questo momento di ideologia storica.
- In “Come due cuori” si parla di come dentro di noi convivano molte anime in contraddizione tra loro. E’da queste contraddizioni che, secondo te, nasce la nostra ricchezza interiore?
- Ma certo. Gesù diceva “che i tuoi sì siano sì e i tuoi no siano no” e secondo me è una cosa molto importante, cioè capire quanto nell’amare è bello quando scopriamo davvero l’attinenza dei nostri sì e dei nostri no, per quanto siano in contrasto con l’essere accomodanti, con l’appartenere a qualcosa. Quando appartieni a una cosa di solito devi dire sempre sì o sempre no. La ricchezza sta nei nostri sì e no e anche nel “forse” che mette tanta paura perché alla fine è un “non lo so”.
- Nell’ultimo brano “In tutti i miei guai” canti “c’è una luce in tutti i miei guai”. Nel male alla fine bisogna imparare a vedere sempre la parte buona?
- Non è male tutto il male, non è bene tutto il bene, non arrivano in termini univoci, è univoca la nostra percezione del bene e del male, quindi c’è una possibilità di svuotamento qualsiasi cosa arrivi. Non solo nel male c’è il bene ma anche nel bene c’è una forma di male. Riferendoci alla cultura Zen si dice che successo e disgrazia hanno la stessa importanza per l’uomo, soprattutto se si immedesima negli eventi della vita. Nonostante sappiamo queste cose continuiamo a soffrire. Non c’è modo di uscire da quello che si prova, però credo che sia importante anche definire qual è la verità delle cose.
- Parliamo ancora del pezzo “I tuoi occhi, i miei occhi”. E’ un racconto in terza persona come molte canzoni classiche, penso a un brano come “Alice” di De Gregori. Come cambia la tua prospettiva quando scrivi di te mettendo quindi al centro del brano il tuo io piuttosto che parlare da un punto di vista esterno, in terza persona?
- E’interessante perché poi alla fine le due cose si intersecano. E ti accorgi quanto anche qui quello che cogli di un paesaggio, come in questa canzone, in realtà riguarda una tua selezione, un tuo racconto delle cose. Quindi non c’è un vero confine tra il me e quello che succede al di fuori di me. Questo tema per esempio nel disco “Blood on The Tracks” di Dylan è molto presente. Lui aveva imparato a dipingere dal pittore Norman Raeben e i dipinti di Dylan raffigurano delle città in cui non ci sono dei confini delimitati tra la città stessa, i personaggi, le macchine che passano e Dylan attraverso questa pratica con il suo maestro era riuscito anche ad andare oltre questi confini. In questa canzone ho provato a far vedere come un contesto, raccontato fino in fondo, solo per negazione poteva rappresentare quello che stavo provando. 
- In cosa individui la tua cifra stilistica che ti distingue dai migliaia di cantautori in circolazione?
- Credo di essere il migliore a fare la spaccata. Nel senso che per mia natura e per mia storia credo di essere tra i migliori a mettere un piede nel passato e uno nel futuro. Questa è la spaccata.


“Preghiere contemporanee” è un album che, grazie al potente medium della musica, cerca di avvicinarsi a quella dimensione che va oltre l’umano per ritrovare il senso autentico della vita. E forse questo senso è la vita stessa.

venerdì 3 aprile 2026

GLI EDVIGE E IL LORO DISCO D'ESORDIO - "CAROGNA" RECENSITO DA IRIS CONTROLUCE PER #GLORYBOX


Stendhal scrisse che l'amore è un fiore delizioso e che bisogna avere il coraggio di coglierlo anche sul bordo di un precipizio.
Nella recensione di oggi, parleremo di amore, di una passione viscerale che malgrado le avversità resiste al trascorrere del tempo. Questo sentimento riguarda principalmente la musica e a raccontarcene le sfaccettature sono gli Edvige con il loro disco d'esordio "Carogna". L'album è uscito in concomitanza dell'equinozio di primavera, quando giorno e notte hanno quasi la stessa durata. E' un momento di equilibrio cosmico tra luce e oscurità, interiorità ed esteriorità.
La natura si ridesta e la musica è evidentemente il fiore della band milanese: amare profondamente il processo di scrittura e di arrangiamento li ha portati a prendersi cura di una decina di canzoni, i cui testi sono interamente ad opera del cantautore Yuri Beretta.
Si tratta a tutti gli effetti di un collettivo che si è riunito in sala prove per condividere la propria emotività, il proprio bagaglio culturale ed esistenziale al servizio della stesura di brani, dell'improvvisazione strumentale e di nuove forme per esorcizzare solitudine e tormento interiore.
Preparatevi dunque ad un viaggio iniziatico e ad abbandonarvi ai sussulti che l'alternarsi di leggerezza e profondità vi trasmetteranno.
Pur trattandosi del primo album, la band meneghina è composta da musicisti di grande qualità che hanno maturato una lunga esperienza in ambito artistico (Genialando Minimamente, Histoir d'O, Psycho soul).


"Carogna" è il protagonista di tutte le canzoni: si tratta di un ragazzo che riconosce la sua controversa propensione al deterioramento, all'autolesionismo. Diventato adulto sta imparando a conoscersi, a leggere e ad accettare i propri chiaroscuri, nel dolceamaro processo di maturazione che conduce ad imparare che la compassione è un esercizio quotidiano, uno strumento da utilizzare sia nei confronti degli altri che di se stessi.
Con diversi dischi alle spalle, Yuri Beretta, nel corso degli ultimi 20 anni ha dimostrato di saper trasformare e sublimare ogni sua esperienza personale in versi ispirati e sinceri.
La band degli Edvige, lo accompagna in questo cammino adornando i brani con virate intense, oniriche e ricche di inquietudine, inerpicandosi in armonie talvolta tese e dissonanti, votate
principalmente alla creazione di un linguaggio del tutto personale, alla sperimentazione e alle contaminazioni di genere.
Se le nostre anime fossero composte d'acqua, la nostalgia del disco si depositerebbe sul fondo insieme al pop, al rock, alla poesia noir, ad una discreta quantità di (salvifica) ironia, ai testi visionari e intimisti di Yuri Beretta, alle sognanti armonie dei suoi intrecci vocali con Giorgia Olivieri, ai suggestivi arpeggi chitarristici di Massimo Ferrò e Sandro Buzzecchi e alla ritmica trascinante affidata al batterista Lele Perego, al bassista Emiliano Tanzi e al sax di Stefano
Colombani. Partendo sempre dalla nostra ipotesi precedente, dall'insieme di tutte queste componenti riemergerebbe in superficie una materia plasmata e inevitabilmente modificata.
Le canzoni seguono perfettamente l'evolversi altalenante e turbolento dell'emotività degli strumenti e del groviglio di pensieri dell'autore delle liriche.
Un esempio concreto del potenziale di questo processo creativo è il brano "Danza macabra" (ispirata all'affresco di Clusone) in cui si affronta il tema della morte che in più di un'occasione ha pesantemente toccato in prima persona il cantautore milanese.
La canzone ci ricorda che la vita è cambiamento e che è proprio il suo movimento ciclico a dare senso ed importanza all'esistenza.
La ricerca di un comune sentire è evidente: si tratta di una forma per scacciare la paura, per ricordare a noi stessi la caducità della vita, di essere tutti destinati ad una sorte comune e che non ci dovremmo mai dimenticare di dare valore al tempo che abbiamo a disposizione.
"Danzando felici, lasciate l'angoscia fuori da qui. Io sono il passaggio, la porta l'abbraccio solerte, mi chiamano morte. Ogni giorno che passa, anche se non volete, sono io la regina, per ognuno divoi",
In "Datemene ancora", viene introdotto il tema della sregolatezza, della dipendenza e del circolo vizioso che porta alla ripetuta violenza autoinflitta.
La consapevolezza di farsi del male, ci vede impotenti di fronte all'esigenza di soddisfare bisogni immediati (di qualunque natura essi siano).


Nell'album sono presenti anche canzoni pop come "Alienato" che mantengono un approccio ironico pur conservando uno spessore di fondo (si discorre del paradosso del sentirsi combattuti tra il
desiderio di mescolarsi agli altri e il restarne distaccati per non essere travolti dalla propria vulnerabilità).
Tra i brani più riusciti troviamo "La notte", che tratta della ricerca di condivisione con gli altri per poter sfuggire alla solitudine. Ricerca che per l'autore si rivela purtroppo vana.
In "Autobomba" si racconta di quando a volte l'amore possa diventare così esplosivo da farci saltare in aria. Si fa leva su un testo che trasuda allusioni, controsensi, ironia (a partire dal sax che emula
spassosamente il suono del clacson).



Mantenendosi a metà strada tra introspezione, sarcasmo, doppi sensi, follia, istinto e anticonformismo, per mezzo di questo album d'esordio, gli Edvige sono riusciti a fare leva sugliostacoli della propria esistenza per librarsi verso nuovi orizzonti.
Ci auguriamo che questi li conducano a produrre ulteriori dischi.
"Forma e sostanza", citando Giovanni Lindo Ferretti. Assolutamente sì, ma con una squisita attitudine punk, aggiungerei io.
Potrete vederli dal vivo il 1° giugno a Milano al CIQ, Centro Internazionale di Quartiere (zona Corvetto).