lunedì 25 maggio 2026

MARLENE KUNTZ LIVE AL VIPER DI FIRENZE - RECENSIONE E GALLERY A CURA DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE


I Marlene Kuntz suonano “Il Vile” al Viper a Firenze. Ma il Viper non c’è più. Ad agosto dello scorso anno un incendio l’ha distrutto e oggi il Viper Theatre continua la sua attività di organizzazione eventi nello spazio Otel della stessa città, in via Generale dalla Chiesa. Il 26 aprile del 1996 usciva “Il Vile”, il secondo album in studio dei Marlene Kuntz, ecco perché oggi il 24 marzo 2026 lo portano in tour. Questo sembra essere un anno ricco di ricorrenze, o forse sono io che sono diventata nostalgica e inizio a rincorrere gli anni novanta. Ma la storia è ciclica e ogni decade siamo tutti curiosi di andare a vedere dove siamo finiti, per ricordarci dove eravamo e cosa desideravamo per quel futuro che ormai si è fatto oggi. Sono 30 anni dall’uscita di un album che si può definire pietra miliare del post grunge italiano, dello scenario alternativo di questo paese e per l’occasione è stato ristampato con una grafica firmata Baronciani. Lo troverò, più tardi, al merchandising.


Nel 1996 erano i Marlene Kuntz ad avere trent’anni e io ero poco più che una ragazzina. Beatles o Rolling Stones? Oasis o Blur? In Italia, nella scena del rock alternativo la scelta era tra i Marlene Kuntz o gli Afterhours. Non faccio mistero della mia predilezione giovanile per i secondi ma l’età adulta porta consapevolezze e sfumature di grigi che dimostrano quanto il bianco e il nero siano più simili di quel che appare.


L’Otel è certamente un bel locale, spazioso e scuro, con una zona esterna e una buona visuale sullo stage con qualche dislivello che permette anche ai più bassi di accaparrarsi posizioni favorevoli. Il parterre già mi piace. Ai concerti si capisce subito se sarà una serata da salti, sudore e contatti stretti o se ognuno riuscirà a raggiungere e mantenere il suo spazio di ascolto. E così è. Sono qui con un amico che curioso era venuto con me al mio secondo concerto di quest’anno dei Ministri a Pistoia all’H2no e che ha voluto rendermi il favore di una piacevole serata con un gruppo che ha segnato la sua di adolescenza. Come si fa con un cocktail, un buon libro, un film, un percorso trekking o una vacanza: anche i concerti possono essere uno scambio di conoscenze e sensazioni, un momento di condivisione e io questa sera ho le antenne particolarmente tirate su. Sono curiosa di vedere un gruppo che non ho mai visto dal vivo, di captare le vibrazioni dei loro fan, di sentire che effetto fa un album vecchio di 30 anni su quella che è la me di oggi. Non è un segreto che per me partecipare a un live è quanto di più simile a una sessione di meditazione e so bene che non sono la sola. Il mio amico ha portato con se un disco del 1999 acquistato al Cencio’s, di Prato, un tempio del rock alternativo italiano negli anni ‘90. Mi racconta che era il dicembre dello stesso anno e era arrivato al locale con due amici che suonavano con lui in una piccola band: avevano comprato i biglietti nell’unico negozio di musica della zona che faceva anche da rivenditore, e che si chiamava “Il Superdisco”. Mi dice che non aveva mai visto il locale così pieno e che gli faceva strano perché era un mercoledì sera. Era la sua prima volta: non aveva mai sentito i Marlene Kuntz dal vivo e ne rimase talmente colpito che a fine concerto acquistò il vinile del live che era stato registrato proprio durante quel tour.


Giro il disco tra le mani, controllo la data, era proprio il 1999, qualcuno vicino ci guarda, capendo di cosa stiamo parlando, ci sorride, e io penso che sarebbe proprio bello se riuscisse a farselo firmare dopo tanto tempo. Mi piace sentire le storie degli altri, mi riesco a immedesimare, capisco che quello che la musica suscita nelle persone è universale e allo stesso tempo per tutti unico. È come un “segnavita”: ogni momento della nostra esistenza ha la sua colonna sonora e mi chiedo se i miei prossimi anni, dopo questa serata, sapranno un po’ di più di Marlene Kuntz.


Il concerto inizia. Loro entrano eleganti e in forma smagliante. Dietro alla band a intermittenza si accendono led con la scritta IL VILE. Qualcuno dice che il rock è morto, beh quest’album sembra uscito ieri e sanguina. E nel corso del concerto penso che la musica italiana degli anni novanta non aveva nulla da invidiare alla scena internazionale di quel periodo. Questo disco ne è la prova. Stasera lo sto ascoltando tutto dopo troppo tempo e penso che per una band toccare un punto tanto alto è quasi un non ritorno, nulla potrà più essere all’altezza e pensare invece che erano solo all’inizio della loro carriera. “Probabilmente io meritavo di più”, dice uno dei loro brani ed è sicuramente vero. Ma in barba ai pronostici hanno retto: lo rammenta anche Cristiano Godano in una pausa della serata: nel 2000 li davano per spacciati, per “bolliti” citandolo. Vi assicuro che questa sera su quel palco è ancora tutto crudo come agli esordi e incredibilmente attuale. “Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore” un verso scritto nel 1996 e che ancora oggi serve a ammettere di fronte al mondo, al pubblico, al parterre di questa sera la propria vulnerabilità. Essere vulnerabili è rock “ma è così dura” perché tanta profondità non è per tutti, non è semplice porsi nudi di fronte alla musica e lasciarsi attraversare dai bassi profondi e dalle voci taglienti, ma è certamente la cosa più affascinante di quest’arte.


“Il vile” è un disco punk, ci ricorda “come stavamo ieri” attraversa perversioni di versi, orgasmiche visioni in distorsioni musicali e ci restituisce sopravvissuti, esausti, sudati, empi e infine svuotati, e leggeri. Suonano tutto il disco tranne “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”, al suo posto “Sonica”, definita valida sostituta. “Questo era il nostro secondo disco del 1996 e ci sono qua facce che all’epoca non c’erano, questo è magnifico, vedere anche tanti giovani è fantastico” dice Godano dopo aver ringraziato e essersi asciugato il sudore. C’è ancora tempo: si abbassano le luci e basta l’attacco: “Pelle,” dice, il resto dell’intro di “Nuotando nell’aria” la cantiamo noi in coro; mi commuovo, anche se la cosa che sentimentalmente rapirà di più la mia attenzione deve ancora arrivare. Cito il frontman che anticipa la scaletta: “Ancora due pezzi che arrivano dal nostro disco del 2000: il primo che suoniamo di questi due è una canzone di particolare intensità, lo è stata per me quando l’ho pensata, estremamente sincera. Questa canzone è una sorta di speranza impossibile e si intitola -La mia promessa-”. Ho passato tutto il brano a guardare la coppia di fronte a me: per tutto il concerto hanno cantato e ballato vicini, protesi verso il palco ma quasi sconosciuti. Le prime note di questo brano li ha attratti invece in un abbraccio magnetico che è durato fino alle ultime note. Lei col capo all’indietro appoggiato al petto di lui ha scandito con le labbra, sussurrando, tutte le parole della canzone come se fossero una preghiera. Lui ha tenuto gli occhi chiusi e il capo chino abbracciandola da dietro, tutto il tempo. La fine del brano è risuonato come un risveglio, loro dal loro sonno e io dal mio incanto. Si sono asciugati una lacrima dal viso e mi sono accorta di averne una anche io.


“Festa mesta” che dal 1994 canta di alienazione e frustrazione criticando il superficiale esplode musicalmente in un materiale scoppio di coriandoli celebrando tutti quelli che negli ultimi decenni si sono ribellati al conformismo e non se ne sono mai pentiti. Arrivano gli ultimissimi brani e quando poi le luci si accendono, ai nostri piedi un colorato tappeto di coriandoli. I Marlene Kuntz si avvicinano al parterre a stringerci le mani. La scaletta è andata, ci accaparriamo una t-shirt borgogna come ricordo e ci dirigiamo al guardaroba. C’è ancora una missione da compiere. L’esperienza mi fa capire subito dove poter avvicinarmi ai membri della band: avviamo una chiacchierata con uno dei ragazzi della sicurezza; ci guardiamo intorno, siamo solo noi. Si può fare. Lo chiediamo. Torniamo alla macchina con i biglietti e un disco del 1999 autografati e no, non importa se non siamo più i ragazzetti di 30 anni fa, per certe cose, grandi, non si diventa mai.





 

lunedì 18 maggio 2026

JOHNNY FREAK - IN VITA - AMICO MIO SUONA, ZITTO SUONA! - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Fare musica esclusivamente per passione, per fissare un’emozione, dare concretezza tangibile a un sentimento. Questo è l’approccio dei Johnny Freak, band di Frosinone che, dopo un lungo silenzio, si è riaffacciata sul mercato discografico con “In Vita”, nuovo album uscito nel marzo scorso. Le undici tracce che lo compongono tratteggiano un universo sonoro fatto di tante stelle diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa luce. Il disco si apre con “Suona”, pezzo emblematico dell’intero lavoro, imperniato su un alt rock non banale, in cui il gioco delle armonizzazioni vocali e i continui cambi di atmosfere tengono desta la curiosità dell’ascoltatore superando brillantemente la “prova dello skip”.  “Si era detto un altro disco e poi mollare” evoca la voce di Luca Spisani tratteggiando il passaggio dalla fase A della band alla fase B imperniata sull’imperativo automotivazionale “suona amico mio, zitto suona!”.  “Grida” si apre nei primi secondi con un’eco delle tastiere del classico di Eugenio Finardi “Extraterrestre” per poi virare in direzione di un ritornello epico in stile Timoria era Renga. La sezione ritmica, formata da Simone Ausoni (basso) e Alessio Di Raimo (batteria) qui come in altri brani ha guizzi interessanti. A seguire “Pupazzo” è uno se non il brano più vibrante dell’intero lavoro. Il simbolico pupazzo appeso al muro che si chiama futuro è il feticcio di cui liberarsi per ripartire “via da qui”.  Musicalmente radicato nelle chitarre di Davide Ausoni e Pietro Macario, dopo il secondo ritornello esplode in un assolo acido al punto giusto. “Ora cadrai” è una ballata guidata dalle note morbide e malinconiche del pianoforte che dà modo alla voce di mettere in risalto una buona estensione. A metà del lavoro “Clessidra”, venata di echi rock anni 90, è una lettera d’amore alla propria anima. A seguire “Tommy” nasce dalla perdita di un amico fraterno, uno di quei pezzi che provano invano a ricucire un cuore squarciato. Musicalmente è una vetrina delle capacità tecniche della band e, nel testo, si riallaccia al pezzo di apertura. “Salta giù” è un brano guitar-driven sul passaggio dalla vita più o meno spensierata da studente alle prove della vita adulta. “Salvami” sboccia da una chitarra acustica che riflette su questo “mondo reso inodore”. Il contesto cantautorale esalta la voce e le liriche. “Ultimo Ballo” gode di un testo ricco di immagini evocative e aggiunge mattoni al muro delle chitarre alzandolo verso il cielo. A seguire la quasi title track “Vita” è un dialogo con la vita speziato di sapori della tradizione musicale italiana. A chiudere l’album una reinterpretazione de “La donna cannone” di Gregori, quindi già di per sè stessa pericolosa per gli inevitabili raffronti, impossibili da ignorare. Avvicinandosi con rispetto al grande classico i Johnny Freak ne mantengono intatto lo spirito pur trasformandolo in un pezzo nel loro stile. Una sfida incredibilmente vinta, degna chiusura di un album di buon livello che sa ritagliarsi il suo spazio rivolgendosi ad un pubblico certamente di nicchia ma realmente appassionato della musica non come puro passatempo. Luca Spisani ha chiacchierato con noi per Riserva Indie dell’album e della storia della band.


- Partiamo dal nome della band. Si sa che vi siete ispirati a un personaggio dell’universo di Dylan Dog che è particolarmente profondo e tormentato. Quali sono gli aspetti di questo personaggio in cui vi riconoscete così tanto da averlo scelto come nome?
- E’ l’attenzione verso i Freak, i cosiddetti mostri, persone alle volte anche deboli e indifese. Siamo sempre stati attenti a queste tematiche. Leggere quel fumetto tanti anni fa ci ha scosso particolarmente e non solo noi ma anche molti altri lettori di Dylan Dog, tanto che è a tutti gli effetti uno degli albi più amati. Ci sentiamo affini a queste tematiche e ci siamo detti “perché no, proviamo ad utilizzare questo nome, potrebbe essere interessante”. E infatti per tanti anni è stata anche una marcia in più, perché c’erano persone attente come noi ad alcune tematiche nonostante non siamo poi così frequenti. Quell’albo di Dylan Dog è stato molto particolare, un connubio tra il modo di scrivere che abbiamo e questo numero così particolare. 
- “In Vita” è un album che parla del potere della musica come cura, sostegno quando cadi, ricerca di libertà. Come si sono trasmessi questi concetti dalla vostra vita al vostro mondo musicale?
- Questo disco è la nostra realtà. Abbiamo avuto un lungo periodo di pausa, ma non c’è stato un solo giorno in cui non abbiamo pensato al nostro progetto e alla musica. Anche essere qui in questo momento con te e in altre situazioni mediatiche, radiofoniche. La nostra vita è questa. Per molti motivi non lo facciamo come lavoro primario, ma la nostra attitudine è questa, pensiamo a 360° tutto il giorno alla musica. “In Vita” è a tutti gli effetti la nostra quotidianità, la nostra realtà, la nostra vita. Il desiderio di rialzarsi dopo questo periodo così lungo è culminato in un disco che racchiude questi 12 anni, quella che è stata la nostra vita prima e quella che speriamo sarà per i prossimi anni, perché speriamo di fare questo mestiere ancora per molto tempo.
- In continuità con ciò che hai detto parliamo di “Suona”, il pezzo di apertura, che è stato anche un singolo. E’ un’autoanalisi come band, partite da una fase di ripiegamento, si era detto “provare un altro disco e poi mollare” e poi ecco la reazione “troppe storie amico suona”. Considerando anche, come dicevi tu, che sono passati tanti anni dal vostro album precedente, se non ho letto male circa 10 anni.
- 12 in realtà.
- Ecco, cos’è che vi fa dire ogni volta “non mollare, suona?”
- Ce lo fanno dire certe cose. La musica è quel qualcosa in più che ti gratifica, almeno per quanto riguarda noi musicisti. Qualcosa che ti fa dire “cavolo io sono contento di passare le mie giornate così. Ho uno scopo e qualcosa che mi rende felice, qualcosa in cui metto tutto me stesso”. Il verso  che tu hai citato è legato al fatto che 12 anni fa, quando le cose stavano andando abbastanza bene, si era perso in realtà il fulcro. Si pensava a cosa fare, come fare per arrivare chissà dove. In realtà quello che stava venendo meno era proprio il significato della bellezza della musica in sé. Quindi “Non mollare, suona” vuol dire proprio questo. Concentriamoci su quella che è la vera essenza della musica, al di là di ciò che può succedere e che non è successo. Quindi suoniamo e basta. Facciamo solo quello perché ci fa stare bene. 
- Giusto, anche perché guardare la musica come un mestiere è ormai un’utopia. Chi è diventato superstar decenni fa ha ancora la possibilità di fare l’artista a tempo pieno, ma chiunque altro non abbia le spalle coperte da contratti discografici importanti e il sostegno mediatico non ce la può fare. La domanda che mi viene spontaneo porti è cosa distingue chi ha fatto la gavetta andando a suonare ovunque nei piccoli locali non pagato o magari pagato in consumazioni da chi passa per i Talent Show?
- Vorrei citare il film “Mississipi Adventure”. Nella pellicola c’è un ragazzo che voleva una canzone perduta di Robert Johnson e sapeva che un vecchio, essendo stato suo amico, la custodiva, ma il vecchio gli dice “tu non hai i chilometri, non posso dartela”. Secondo me a questi ragazzi dei talent mancano proprio i chilometri, perché la gavetta è importantissima e loro, magari, vanno avanti un paio d’anni e poi si bruciano, perché non hanno la base che renderà loro la vita più semplice in questo mestiere. Fare quindici, vent’anni di palchi anche nei posti più assurdi e farsi le ossa secondo me è fondamentale, a meno che tu non sia un fenomeno che si trova perfettamente a suo agio in qualsiasi situazione, ma si tratta di casi rari. Secondo me i chilometri vanno accumulati proprio in questo modo, suonare nei posti più assurdi senza farti troppe domande. 
- La canzone “Pupazzo” ha al centro questa sorta di bambolina voodoo di cui bisogna sbarazzarsi per ripartire. Si può leggere come un inno al liberarsi dalle catene?
- Esatto. Catene e pupazzi, che possono prendere qualsiasi tipo di forma. Simboleggiano ciò che ognuno ha di sbagliato e viene rappresentato nella canzone come un pupazzo con le catene. E’ un’immagine evocativa di qualcosa di cui sbarazzarsi. 
- In “Clessidra” trovo molto bella la dinamica basso batteria. Come funziona il processo di creazione delle vostre canzoni? Sono spunti collettivi che sviluppate insieme o sono delle idee che tu porti già strutturate e poi vengono solo eseguite dagli altri?
- La bellezza del progetto Johnny Freak sta nella sua versatilità. Fondamentalmente ci sono io che ho un’anima un po’ più evocativa, meno aggressiva degli altri. La band è composta da cinque persone. Due elementi sono abbastanza “spinti” come gusti, anche se non troppo, infatti suoniamo un rock molto tranquillo. E altri tre membri sono incantati dal cantautorato. Personalmente provengo da studi classici. Di conseguenza ci sono tante variabili all’interno della band che danno vita ad un’offerta molto variegata. I pezzi creati da me sono quelli più soft del disco. Li porto già completi e chiedo a loro di riarrangiarli. Nascono a volte pianoforte e voce, altre volte chitarra e voce e prendono forma nel progetto Johnny Freak. I pezzi più duri invece nascono da riff di chitarra solitamente opera di Davide, chitarrista, cui poi io aggiungo la melodia oltre a comporre il testo. Tutto ciò rende il progetto molto vario, si rivolge a diversi generi di ascoltatori, non a un pubblico settoriale. I nostri ascoltatori sono molto diversi tra loro, alcuni non penseresti possano ascoltare i Johnny Freak, mentre poi invece lo fanno. 
- Nel momento in cui tu passi dal riff di chitarra alla voce parti dal testo o dalla linea melodica, cui poi adatti il testo?
- Quando parto da riff già fatti mi trovo un po’ più a mio agio perché ho dei paletti ben definiti entro cui cerco di rimanere, perché il brano nasce da qualcun altro e quindi non voglio distaccarmi troppo da ciò che ha fatto. Però non c’è una regola ben precisa, solitamente ho dei testi che vorrei un giorno  musicare e poi, proprio in un preciso momento grazie a quel riff dico “accidenti come ci sta bene”. Altre volte, invece, parto dal nulla e magari quel genere di riff riesce ad ispirarmi a tal punto da costruire una canzone da zero. Quando sono al pianoforte le strade che mi si aprono sono infinite, soprattutto riguardo al possibile arrangiamento finale cui daranno forma i Johnny Freak. Lo sto giudicando dall’interno, ma secondo me siamo un gruppo interessante sotto tale punto di vista. Dopo tutti questi anni di esperienza lo posso dire con tranquillità. E’un gruppo che ha molte potenzialità. 
- E’un peccato che per un lungo periodo non abbiate pubblicato nulla, sarebbe stato interessante vedere la vostra evoluzione in un arco di tempo più breve.
- In realtà c’è stato solo un brano che è uscito nel 2012 che ha fatto parte di una compilation e si intitola “Sconfinato”, che tra l’altro è uno dei brani che preferiamo. E’stato il nostro unico pezzo in questi lunghi anni. E poi fortunatamente c’è “In Vita”, che è appena uscito ma è vecchio (ride). 
- Cioè avete composto i pezzi molti anni fa? 
- Finito il nostro secondo disco, che abbiamo realizzato al Red House di Senigallia con David Lenci siamo stati in tour praticamente per tre anni, abbiamo fatto circa 100 concerti era un periodo in cui si poteva suonare tantissimo. Io però avevo ancora un sacco di canzoni, nascevano tanti riff, insomma eravamo molto attivi. I pezzi cominciavamo già a scriverli e prendevano forma. Poi ho avuto la fortuna di poter usufruire del mio studio di registrazione, perché poi nel frattempo sono diventato un fonico, ho aperto uno studio e quindi, appena possibile ci siamo chiusi in studio. Siamo perfezionisti a tal punto che forse in realtà il disco era pronto già dieci anni fa. Appena entrati in studio abbiamo registrato 14 tracce. “In Vita” ne contiene 11, le altre 3 compariranno nel quarto disco, che uscirà a breve. Questo album è fermo da 10 anni, abbiamo cercato la perfezione quando, in realtà, l’avevamo già raggiunta. Poi abbiamo avuto problemi interni, nulla di grave però qualcuno di noi non poteva essere al cento per cento attivo nel progetto ed essendo fondamentalmente cinque fratelli veri ci siamo attesi. Sommiamo la pandemia al fatto di cercare la perfezione perché nessuno ci dettava i tempi, cioè avevamo la casa discografica che aspettava e avevamo anche lo studio a disposizione e si arriva a capire il perché. Quando abbiamo finito “Tra il silenzio e il sole” tra l’altro eravamo arrivati a un ottimo livello nell’ambito underground, abbiamo sbagliato a far passare tutti questi anni perché ovviamente la gente ha dimenticato, tanti dei nostri fan affezionati oggi magari non hanno più l’abitudine di ascoltare musica, non è al centro delle loro vite, sono diventati grandi, hanno avuto figli, insomma non tutti restano come noi. Andava battuto il ferro finché era caldo, perché appunto avevamo il nostro zoccolo duro di fan, molti li abbiamo persi per strada e quindi adesso in un’epoca come la nostra diventa molto difficile tornare a quei numeri. Ce la stiamo mettendo tutta. 
- A proposito del brano “Tommy”, che è un tributo alle persone che hanno lasciato un segno nella tua vita, ho una curiosità. Abbiamo detto che il vostro nome si rifà al personaggio della saga di Dylan Dog, mentre Tommy è anche la celebre rock opera dei The Who, che ha per protagonista un  ragazzo sordo, cieco e muto. La scelta del titolo del brano è un rimando a quello stesso tema a voi caro?
- No assolutamente, ma comunque è bello che tu me l’abbia fatto ricordare. Tommy è una persona realmente esistita, un mio amico che è venuto a mancare una decina di anni fa. Si rifà a tutte le persone che purtroppo abbiamo la sfortuna di perdere lungo il nostro cammino. Quindi è un riferimento ad una persona assolutamente reale. Anzi in questo momento è qui davanti a me, sono in studio e c’è una sua foto. E’stato uno dei miei più grandi amici e l’ho voluto omaggiare. Era un musicista anche lui, fantastico. Ed è anche il messaggio di “Suona”, non smettere mai di suonare. Avevo questa canzone ferma da dieci anni, che non vedevo l’ora di far uscire, proprio perché era legata a lui. Passavano gli anni, non riuscivamo a pubblicare il disco e ora siamo strafelici di avercela finalmente fatta, anche se con netto ritardo. 
- In “Salvami” sento un forte eco dei Timoria di Renga, quelli che reputo essere i migliori. Il bel canto naturale può essere ancora un valore per un progetto musicale oggi, in un mondo in cui la voce naturale rischia di sparire?
- Assolutamente. Deve esserlo ancora. E soprattutto oggi che constatiamo che la voce è spesso un artifizio. Per esempio pensiamo al Concerto del 1° Maggio di quest’anno o a Sanremo. Al Festival sono certo che sul totale delle canzoni in gara in molti casi è stato usato l’autotune. Il bel canto, come insegna il grande Francesco Renga che hai nominato, deve essere ancora un fattore determinante nella musica, anche nel rock. Il pubblico mainstream si è accorto che Francesco Renga era un grande cantante quando si è messo a fare pop, ma anche nel rock deve predominare il bel canto. Siamo dei musicisti e dobbiamo esserlo al meglio. Il canto è il fattore principale, deve invogliare l’ascoltatore, magari anche solo a sentire in sottofondo un brano o comunque a capire ogni volta qualcosa in più del testo e quindi il canto è fondamentale. 
- La quasi title track “Vita” è un dialogo con la vita. C’è un modo di vivere al meglio la propria vita e non solo sopravvivere per te?
- Per me è proprio la musica, continuare ad avere questa missione fa sì che tu stia vivendo e non sopravvivendo. Cerchi di portare a termine la tua missione nel migliore dei modi, vivi per quello scopo, come faccio io tuttora. Sono felice di ciò che abbiamo ottenuto, per me è già tantissimo, anche se non siamo arrivati a calcare palchi che auspicavamo. E’bello così perché abbiamo vissuto un sogno. 
- Soffermiamoci un attimo su “La donna cannone”. Misurarsi con un classico come questo è una sfida molto rischiosa. Qual è il legame speciale con questa canzone che vi ha portato a reinterpretarla?
- Parlare di legame speciale mi fa pensare a mio padre, ha fatto i complimenti per quel brano e ha detto che “La donna cannone” è sempre stata la mia canzone preferita da quando ero piccolo. Papà è un musicista, siamo cresciuti circondati di musica, ascoltavamo De André, i Pink Floyd e tanto altro, abbiamo avuto questo privilegio, questa fortuna. In effetti “La donna cannone” è sempre stata una delle mie canzoni preferite in assoluto. Quando la proposi alla band rimasero tutti un po’ sbalorditi perché è facile farsi male con un capolavoro di quel genere, vai a toccare qualcosa di veramente sacro. Ci siamo avvicinati a questo capolavoro con il massimo rispetto cercando di renderla più rock, visto il contesto, ma lasciandone intatta la sua spiritualità. Il nostro legame è proprio questo, ci siamo messi in un cannone e non sapevamo dove ci avrebbe sparato. Suonandola dal vivo ci siamo convinti che la nostra versione piaceva. Le persone che ci avevano visti venivano ai concerti successivi chiedendoci di farla. Al momento di inciderla eravamo un po’ titubanti, ma poi abbiamo visto che il risultato era buono. Le persone cui facevamo ascoltare i provini erano un po’ spiazzate dalla nuova veste che le avevamo dato, quindi ci siamo detti di non pensarci più del dovuto. Penso che le canzoni-monumenti come questa necessitino di più vesti, essere sempre vive reinterpretate da altri artisti. Proprio perché sono così belle è impossibile che non ci siano altre versioni. De “La donna cannone” in realtà ce ne sono davvero pochissime, tra cui la nostra. Siamo stati molto azzardati però è piaciuta molto e, al momento, non abbiamo avuto nessuna critica né recensioni negative e siamo felicissimi per come è stata accolta. 
- Perché se De Gregori ha scritto “La donna cannone” che non è diciamo un’immagine solo attribuibile a lui, cioè intendo non è come intitolare un pezzo “Coca cola”, allora come mai è un tabù scrivere un brano originale con lo stesso titolo?
- Nessuno si azzarda perché De Gregori ha avuto la forza di scrivere probabilmente uno dei brani italiani più belli mai scritti, quindi ci vuole un po’ di faccia tosta. Noi cinque in realtà nella vita quotidiana siamo persone umili, senza presunzione, ma in questo caso abbiamo osato. Avendolo fatto con rispetto secondo me abbiamo fatto la cosa giusta, l’abbiamo portata nel nostro mondo musicale e le abbiamo reso omaggio. Ci vorrebbero più versioni di questo classico.
Nella storia dei Johnny Freak c’è un altro brano cui la band tiene molto, che non fa parte di un album, ma è inserito nella compilation “B-Kaos” del 2021, che raccoglie gli artisti della famiglia del Kaos Studio Recording. Il pezzo, intitolato “Sconfinato”, è un alt rock energico e riconoscibile con un buon crescendo che sfocia in un ritornello in puro stile Johnny Freak. Il testo per immagini poetiche risulta efficace ed è vocalmente difficile da interpretare, ma il risultato finale è convincente. 


Come ha detto Luca Spisani nell’intervista che ci ha concesso non passerà molto tempo prima dell’uscita di un nuovo lavoro che, date le premesse, si preannuncia decisamente interessante.  

domenica 10 maggio 2026

DISH IS NEIN (EX DISCIPLINATHA) - MI SVEGLIO - PASSATO CONIUGATO AL PRESENTE - INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA


Spazio decontaminato dalla sguaiata aridità del pensiero unico social. Questo è il nucleo concettuale ed emotivo di “Mi sveglio”, nuovo EP dei Dish-Is-Nein, band nata dalle ceneri dei Disciplinatha e formata da Cristiano Santini (voce, chitarre, elettronica, synth e campionamenti), Roberta Vicinelli (basso, voce, synth) e Justin Bennett (batteria). I tre pezzi che lo compongono, l’inedito che dà il titolo al lavoro e la rilettura dei due classici “Crisi di valori” e “Ultima fatica” sono il ritratto verista della visione del mondo che il gruppo esprime. La title track apre il lavoro descrivendo cinematograficamente l’istante del risveglio. Dalle brume elettroniche emerge la voce di Cristiano che apre gli occhi sulla morale intermittente che illumina il presente interrogando direttamente l’ascoltatore: “tu cosa fai?”. Dal punto di vista sonoro la novità è il ritorno delle chitarre, dopo il capitolo doloroso di “Occidente – A funeral party”, pubblicato dopo la scomparsa di Dario Parisini. La sua maglia è stata ritirata e non verrà mai più riassegnata ad un altro player. “I valori della crisi”, ribaltamento concettuale di “Crisi di valori”, rilegge l’originale in chiave più elettronica. Il testo è sempre attuale, basti pensare a versi come “preoccupante, non si sente più pensare”. Il tempo scorre ma l’umanità resta ferma e si azzuffa sul nulla, facendo il gioco di chi manovra i nostri fili da burattini. In chiusura “Ultima fatica” viene rielaborata con il nuovo ritornello “Resti qui non sai più rispondere, ora che è tempo di decidere”, emblematico del nostro immobilismo mimetico, perché decidere significa esporsi e sono sempre meno quelli che hanno il coraggio di farlo. Abbiamo parlato con Cristiano Santini del nuovo EP, ma anche di un po’ di storia dei Disciplinatha.


- I Dish-Is- Nein sono una nuova avventura che ha sì un legame profondo con i Disciplinatha, ma non ne è una mera continuazione. Cosa vi ha spinti, nel 2017, a ripartire in un’altra veste?
- In realtà la voglia di ripartire nasce un po’ prima del 2017. Intorno al 2011 a Dario (n.d.r. Dario Parisini), Marco (n.d.r. Marco Maiani) e me venne l’idea di lavorare ad un’opera che racchiudesse tutto il materiale prodotto dai Disciplinatha, con l’aggiunta di alcune rarità. Da questo spunto nacque “Tesori della Patria”, un cofanetto comprendente tutti i brani editi e, in aggiunta, demo, rarità e un documentario curato da Alessandro Cavazza (“Questa è un esercitazione”). Per promuovere al meglio il cofanetto, che principalmente era venduto in autarchia, cioè direttamente da noi stessi, decidemmo di dare vita a Bologna ad un evento di presentazione con una reunion one shot di tutta la band, salvo Daniele (n.d.r. Daniele Albertazzi), che da quando si sciolsero i Disciplinatha vive e lavora in Inghilterra. L’evento si tenne nell’ambito della manifestazione “Moonlight Festival”, all’interno di in un locale che si chiamava Zona Roveri. “Tesori della Patria per noi voleva rappresentare una sorta di di pietra tombale dell’esperienza Disciplinatha, perché quando ci sciogliemmo all’epoca fu per tutta una serie di motivi, che ha poco senso rispiegare ora, ma che non culminarono mai in una frattura forte, definitiva. Alla fine però questa operazione, più che pietra tombale si rivelò una molla pazzesca. Confrontandoci con Dario ci siamo resi conto di quanto ci fosse piaciuta l’esperienza, al di là del cofanetto stesso: tutta la preparazione e poi l’evento stesso. Erano presenti il Coro Monte Calisio, il Coro delle Mondine di Bentivoglio e fu una serata molto particolare, epica. Abbiamo deciso di ritornare a comporre, sia pure con il dubbio di essere ancora in grado di scrivere qualcosa di significativo, in primis, per noi. Infatti per la realizzazione di “Tesori della Patria” avevamo ripreso materiale già edito, l’avevamo rimasterizzato, fatto alcuni remix, però non era presente nulla di nuovo in senso assoluto. Il primo brano inedito che uscì, su cui lavorammo Dario ed io, fu “La chiave della libertà”. Da quel momento capimmo di essere ancora in grado di comporre, ci piaceva molto quello che eravamo riusciti a fare e iniziammo con molta calma a scrivere altre canzoni. Parliamo del periodo 2013- 2014, il primo EP dei Dish-Is-Nein è uscito nel 2018 e questo dà la misura della nostra libertà creativa, dato che eravamo completamente slegati da qualsiasi logica discografica Abbiamo solo cercato di fare del nostro meglio. Quindi, riassumendo, tutto nasce da “Tesori della Patria”, dall’evento ideato per promuoverlo e dal desiderio di metterci alla prova tornando a fare musica. 
- Parliamo adesso del rovesciamento di significato di “Crisi di valori”, che è diventato “I valori della crisi”. Quali sono i valori che può insegnarci la crisi dell’essere umano oggi?
- La civiltà, l’essere umano ormai da tempo è in una fase di profonda devoluzione e ci troviamo oggi ad avere alcune canzoni con testi che, a distanza di tanti anni continuano ad essere drammaticamente contemporanei. Considera che, in realtà, “Crisi di valori” è un brano uscito per la prima volta nel 1991 come 12’ pollici, fu il primo disco che i Disciplinatha fecero per l’etichetta “I Dischi del Mulo”. In seguito venne modificato e inserito nel primo album dei Disciplinatha “Un mondo nuovo”, dopodiché venne ulteriormente remixato per “Tesori della Patria”. Quando l’anno scorso è uscito il secondo lavoro dei Dish-Is-Nein, “Occidente-A funeral party”, il primo senza Dario e si prospettavano una serie di date per presentarlo, volevamo fare un concerto un po’ più corposo così, oltre ai pezzi del primo EP dei Dish-Is-Nein, abbiamo ripreso alcuni brani del vecchio repertorio dei Disciplinatha, profondamente rivisti perché mancava qualcosa di enorme, Dario con la sua chitarra. L’intenzione, dato che io non amo le operazioni nostalgia, non era rifare qualcosa esattamente come era stato concepito. A me piace guardare alla contemporaneità con un occhio orientato, fin che mi riesce, anche al futuro. Da qui l’esigenza di metter mano a brani del vecchio repertorio per renderli compatibili, coerenti con la nuova produzione dei Dish-Is-Nein, quella che ha caratterizzato “Occidente”. Io e Roberta ci siamo resi conto che quello che era uscito ci piaceva un sacco. Da qui l’idea di far uscire “I valori della crisi”, perché era un brano ancora molto significativo. Affronta una sorta di frattura collettiva, generata dal crollo delle certezze, un crollo causato da un altro crollo, la caduta del Muro di Berlino. All’indomani dell’unificazione della Germania tutti festeggiavano e io mi ricordo un’intervista del buon Giulio Andreotti che, con la sua lungimiranza diceva: “Attenzione, tra qualche anno vedremo quanto ci sarà da festeggiare”. Aveva visto molto lontano, perché, in realtà, paradossalmente il Muro assicurava un equilibrio che, a seguito del suo crollo, si è perso. Tutte le certezze su cui si reggeva un confronto tra due modelli diversi sono crollate e uno dei due modelli ha prevalso ed è diventato imperante, con il conseguente sgretolamento di certezze dal punto di vista sociale, politico, morale. È lo scenario che, in qualche modo, raccontavamo con “Crisi di valori”. Il ribaltamento del titolo in “I Valori della crisi” si spiega con il fatto che ci portiamo dietro una crisi da ormai molto tempo che si caratterizza per valori, dal mio punto di vista, sbagliati. C’è una mancanza di coesione sociale in primis. Gente molto più erudita di me ha scritto tesi su quello che è successo negli ultimi trent’anni dalla caduta del Muro, dalla vittoria del consumismo e tutto quello che ha generato a cascata. Il titolo ha una sua contemporaneità ribaltata, nel senso che non ci sono più valori in crisi perché ormai sono morti e sepolti. Quelli che li hanno sostituiti e sono imperanti nella loro negatività. Il momento dell’avvento del pensiero dominante, che via via si è insinuato e ha affogato il substrato sociale in maniera sempre più massiva, lo voglio identificare ancora prima della caduta del Muro di Berlino, con la nascita delle TV commerciali, le prime TV dell’imprenditore Berlusconi, ancora prima che politico. 
- I testi dei due brani che avete ripreso, in particolare mi riferisco ancora a “I valori della Crisi” sono stati un po’ modificati, cantate nei nuovi versi “Ricominciano a sparare, fine della grassa pace continentale”. Noi ci stiamo ancora cullando, ignari, di vivere una pace quasi secolare perché prendiamo come punto di riferimento la Seconda Guerra Mondiale. Poi sappiamo delle Guerre che i mass media considerano più importanti, mentre in realtà il mondo è stato da sempre pieno di guerre in corso di cui, in molti casi, non sentiamo neanche parlare. Vedere con i nostri occhi il baratro può in qualche modo farci rinsavire o, per l’ennesima volta la storia non ci insegnerà nulla?
- Se devo far fede su quello che vedo e che sento mi viene da pensare che continuiamo a non imparare nulla dalla nostra storia, perché si continuano a commettere in modo pedissequo gli stessi errori e sembra quasi che siamo tutti ammalati di una sorta di sindrome cinese. Di questa sindrome si parlò tanti anni fa in Cina. Si verificò un incidente in una centrale nucleare che pare potesse creare grossi problemi, si parlò della fusione del nocciolo e si diffuse una teoria per cui sembrava che se il nocciolo si fosse fuso avrebbe bucato la crosta terrestre e sarebbe sbucato dall’altra parte del Globo. Le persone continuano a scavare negli inferi incuranti del fatto di aver non solo toccato il fondo, ma di essere andati oltre. Questo scavare lo vediamo continuamente anche sui social che sono diventati le arene in cui la gente si massacra per qualsiasi cosa, dalle questioni più serie alle idiozie più inutili. Comunque sia l’essere umano è rancoroso, insoddisfatto, impaurito e quindi per qualunque motivo scattano violenze che possono essere verbali, ma anche fisiche. 
- Pensando sempre alle reinterpretazioni, qual è il tuo rapporto con la musica come materia viva che si trasforma continuamente?
- La musica è la mia vita. Io teoricamente sarei un odontotecnico, ho seguito quell’indirizzo scolastico, mi sono diplomato e nei primi anni 80 aprii uno studio. Avevo una strada già bella tracciata quando poi, ad un certo punto, mi sono reso conto che quello che stavo facendo non mi importava nulla e di lì ad alcuni anni sarei diventato sicuramente benestante, ma la mia agiatezza economica l’avrei sperperata in vizi, psichiatri e quant’altro perché non stavo facendo quello che dentro di me sentivo fortissimamente di voler fare, ovvero la musica. Quindi ho chiuso lo studio, ho venduto tutto e ho iniziato a fare il possibile per arrivare a coronare il mio sogno. I Disciplinatha non sono mai stati un lavoro in senso assoluto, ma un buon secondo lavoro sì, perché comunque negli anni 90 abbiamo suonato tanto, abbiamo avuto la fortuna di farlo. Poi dalla fine degli anni 90 sono diventato un ingegnere del suono, ho uno studio di registrazione, insegno musica, per cui la musica è la mia vita, senza di lei mi sentirei mutilato. Ancora oggi, a 60 anni, ho un rapporto molto viscerale con la musica perché è qualcosa che mi fa stare veramente bene, mi dà energie ancora fortissime, mi dà grandi emozioni, nonostante ormai la faccia da 40 anni. È la mia vita e, insieme alla mia dolce metà, è la cosa più importante della mia esistenza.
- In “Ultima fatica” c’è questo nuovo ritornello “Resti qui non sai più rispondere, ora che è tempo di decidere”. L’impossibilità di prendere una decisione è legata al fatto che scegliere vuol dire esporsi?
- Assolutamente sì. Nel momento in cui fai una scelta ti esponi. Qualsiasi scelta facciamo su questioni importanti è un atto politico, da un certo punto di vista. Esporsi comporta dei rischi e la società odierna è iper individualista, ognuno cerca di ottenere in ogni situazione il massimo per sé stesso, in modo lecito o illecito. Per fare un piccolo esempio stupidamente concreto: vai in palestra e vedi gente che, anche se non potrebbe, lascia il lucchetto all’armadietto così tutte le mattine quando arriva ha un suo armadietto “privato”, fregandosene beatamente delle regole e degli eventuali disagi arrecati. Anche nelle cose più inutili cerchiamo di rendere tutto il più facile, il più agevole e il meno problematico possibile. Quindi viviamo in una società che alla fine non sceglie, perché in realtà ci arrabbiamo, mandiamo a quel paese il prossimo, ma non scegliamo veramente. Credo poco anche nelle manifestazioni di piazza organizzate dall’alto per determinati motivi, perché generalmente sono pilotate. Lo stimolo invece dovrebbe nascere in realtà dal basso, in primis come presa di coscienza di un singolo che fa una scelta e cerca altri singoli che abbiano fatto lo stesso tipo di scelta in modo da creare un movimento, dare vita a un cambiamento. Quelle che abbiamo visto da sempre sono scelte determinate da qualcuno che ha deciso che le cose debbano andare in un certo modo e le masse non sono altro che forza lavoro, carne da cannone. 
- A mio parere i vostri lavori per essere apprezzati richiedono un distacco totale dal conformismo e uno sforzo intellettuale. Questa è perlomeno la mia soggettiva impressione sulla vostra musica. In quello che ho detto c’è qualcosa in comune con il tuo punto di vista sulla vostra musica?
- Io ho sempre cercato di fare musica nella maniera più onesta possibile, fregandomene, poi avendo uno studio lavoro in ambito musicale a 360 gradi, non in ambito mainstream mi verrebbe da dire grazie a Dio, ma faccio tante cose in cui magari bisogna ragionare su determinate regole o certi stilemi che un certo genere musicale ha e che devi seguire. Quando faccio musica per me stesso non mi importa nulla di tutto questo perché alla fine non lo faccio per ragioni di natura economica, ma perché è vita, passione, necessità e quindi quello che creo in primis deve gratificare me stesso. Non a caso Dish-Is-Nein oggi è un progetto veramente di nicchia se lo andiamo a collocare all’interno della scena indie, per così dire. È la stessa operazione che abbiamo realizzato per l’EP “Mi sveglio” con il preorder. In pieno spirito autarchico abbiamo pagato la stampa del vinile. Spedito l’ultimo pezzo guardando la tabella excel con le entrate e le uscite abbiamo notato un sostanziale pareggio, anzi un leggero disavanzo, piccolo ma presente, ma non è un problema perché non lo facciamo per farci due settimane di vacanza alle Maldive, lo facciamo perché amiamo farlo, perché pensiamo di avere ancora qualcosa da dire e soprattutto qualcosa che ci rappresenti per quelli che siamo oggi. 
- Approfondiamo un attimo l’inedito dell’EP, “Mi sveglio”. È un risveglio come presa di coscienza, aprire gli occhi, guardare l’orrore di questi tempi?
- Da un certo punto di vista sì. Quando penso all’espressione “Mi sveglio”, al di là dell’atto vero e proprio che avviene ogni giorno, penso al risveglio delle coscienze, ad una nuova stagione di impegno. Il risveglio diventa uno strappo fortissimo con la realtà contingente che è assolutamente antitetica a quello che è il mio modo di vedere e di pensare il mondo. Mi verrebbe da dire, anche in maniera un po’ egoistica, che forse sarebbe meglio non svegliarsi, continuare a dormire rimanendo legati a un mondo che non c’è più, che pur nelle sue contraddizioni aveva dei punti di riferimento fissi. Oggi non esiste alcun punto di riferimento, cambia tutto talmente in fretta che trovare dei riferimenti è veramente complicato. Quindi risvegliarsi oggi è, da un certo punto di vista, volendo citare il film “Matrix”, una scelta tra la pillola rossa e la pillola blu, dove con la prima puoi prendere coscienza del disastro in cui viviamo quotidianamente. 
- Il passaggio dalle atmosfere sintetiche di “Occidente – A funeral party” al ritorno delle chitarre in “Mi sveglio” suggerisce una ricerca di maggiore fisicità. Questa virata sonora è la risposta alla ricerca di un linguaggio più tangibile?
- Bisogna fare un passo indietro. Quando abbiamo scritto le canzoni di “Occidente – A funeral party”, eravamo ancora molto provati dalla scomparsa di Dario, che ha influito in maniera pesantissima dal punto di vista emotivo. Da qui la scelta di onorare una persona che per noi continuava (e continua) ad essere fortemente, presente, sottolineandone l’assenza, eliminando quindi qualsiasi chitarra dai pezzi dell’album. Poi, da un punto di vista prettamente tecnico, una volta fatta questa scelta non è stato complicato riuscire a capire come arrangiare i brani, abbiamo riempito i vuoti con texture elettroniche, dando tanto spazio al basso di Roberta ed alla batteria di Justin. Oggi si può dire che siamo un power trio: io, Roberta e Justin, che conosco da più di vent’anni; è un caro amico, una bella persona e un batterista stratosferico. Aveva già suonato nel primo EP dei Dish-Is-Nein, e da questo album ha fatto con noi tutti i concerti ed è un membro a tutti gli effetti. Anche lui poi, come tutti noi, ha anche altri progetti. Oggi è abbastanza normale avere più progetti, soprattutto quando si fa della musica la propria ragione di vita. Nei pochi concerti che riusciamo a fare ci presentiamo come power trio, in realtà però non siamo un power trio nel senso stretto del termine, ma un power duo perché considero da un lato Vicinelli-Bennet come la componente viscerale del nostro sound, e poi c’è il Santini che canta, declama, si dimena. Per l’inedito, Roberta mi ha portato un provino ed io, la prima volta che l’ho sentito, ho immaginato delle chitarre, che ho poi suonato nel brano. Considera che io avevo già fatto anche il chitarrista sia per Disciplinatha che Dish-Is-Nein. 
A me e a Roberta piace metterci continuamente in gioco, cercando di cambiare le carte in tavola, inserire nuovi elementi. In questa prospettiva la chitarra in senso assoluto non è un elemento nuovo, diventa nuova per noi dopo tutto il tragitto, anche emotivo, che abbiamo fatto dalla scomparsa di Dario all’uscita di “Occidente – A Funeral Party” e poi per questo nuovo EP. Chiaramente le ho suonate a modo mio, non ho neanche un cinquantesimo della bravura, dell’originalità che aveva Dario con la sua chitarra. Però ho cercato di fare qualcosa che fosse funzionale, che desse un po’ di elettricità. Ci piacerebbe prima dell’estate iniziare a lavorare a un nuovo full length, l’idea è di fare un disco che sia un po’ più da “power trio”, batteria, basso e chitarra. Poi per carità l’elettronica non sparirà, io sono prevalentemente un musicista elettronico, ho un background elettronico molto forte, quindi l’elettronica resterà come elemento che colora, che arricchisce e caratterizza un ensemble più elettrico. È una scelta anche per dare un impatto diverso dal vivo, più suonato. “Mi sveglio” in questo senso può essere un brano di passaggio, perché reintroduce la chitarra come uno degli strumenti portanti, in prospettiva del nuovo album.  Questo comunque è un percorso che deve essere ancora messo bene a fuoco e definito.


“Mi sveglio” è sintomatico di una band in buona salute. La creatività, nonostante il trascorrere degli anni, è rimasta intatta e fotografa la realtà in modo spietatamente sincero. Aspettiamo con molta curiosità il nuovo album.


Testo a cura di Luca Stra

THE PEAWEES LIVE AL DIALMA RUGGERO DI "LAS PEZIA" - TESTO E FOTO DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE


Esistono gli animali da palcoscenico, star che con naturalezza cavalcano la scena, e poi ci siamo noi, che dalla platea facciamo di quegli animali degli eroi, i nostri eroi. Questo è Animali da parterre, io sono Denise e stasera vi porto con me al concerto dei Peawees.


Via Monteverdi primo giorno di primavera 2026, La Spezia, la macchina parcheggiata sul bordo del marciapiede dopo aver fatto due giri per trovare un sosta non troppo lontana. Arriviamo, sulla destra si palesano ghirlande di luci ad illuminare l’entrata del Dialma Ruggiero, “cantiere creativo urbano”: uno spazio, multiuso, per i giovani, un centro culturale in piedi dal 2003 e ricavato nello stabile di un ex scuola media. L’evento di oggi è organizzato dallo Shake Club, che si sposta per la serata con il suo staff all’interno dell’auditorium del Dialma, e dalla Wild Honey Records. I protagonisti sono i The Peawees e l’occasione sono i festeggiamenti dei 30 anni (+1) di storia della band.


Anni di Rock’n’Roll, e di amicizie perché i Peawees fanno parte della storia del Rock spezzino anni 90, quella storia che racconta le origini della cultura punk rock cittadina, le sue persone, le loro usanze, i suoi locali. Oggi dopo l’ultimo tour europeo questi ragazzi sono finalmente tornati a casa a ricaricare le pile prima di affrontare il nuovo tour che toccherà Giappone, Inghilterra e Spagna, ma anche a spegner le candeline con i loro fan di sempre. Reperire tutti i biglietti che ci servivano per condividere la serata tra amici non è stato semplice perchè sono finiti quasi subito. All'arrivo ci posizionano al polso un braccialetto rosso e poi, si entra.


Sulla sinistra il banco del merchandising: dietro si erge gigante il nome della band, davanti, sul banco l’anteprima esclusiva del nuovo box set “Food for my soul” realizzato per l’anniversario con tutti i loro 7 album e che uscirà ufficialmente solo il 9 aprile. Un oggetto davvero bello e accattivante, la pelle in texture, lo stile vintage e selvaggio riconoscibile e riconducibile a uscite e grafiche precedenti si fa oggi elegante per l’occasione e si veste di nero e oro. Il palco, di fronte al merch, sembra un set di Las Vegas, il punk rock veste frange e paillettes e tantissimi sono gli strumenti schierati.


Ai primi movimenti sul palco si alza dal parterre un boato di accoglienza. Entra Hervè, il frontman e filo rosso della band, l’unico membro che non è mai cambiato. All’anagrafe Hervè Peroncini, imbraccia la sua chitarra: pantalone attillato, camicia country in tinta unita chiara ma con le spalle più scure. Lo seguono da scaletta, Napoli, Lalo e Lando. Ecco. Stiamo per assistere a un evento unico per la band e questa prima formazione in entrata ci fa capire cosa accadrà a breve: per tutta la serata infatti si alterneranno sul palco a suonare e cantare tutti gli ex membri: Riccardo La Lomia il primo bassista e Livio Montarese, alla batteria. Quelli degli esordi, nel lontano 1995 quando erano solo dei ragazzi con la voglia di fare del punk rock in una città di mare. Sale poi sul palco anche Stefano Zappelli, che si aggiunse alla band qualche anno dopo il primo album, proprio con le prime produzioni negli Stati Uniti quando sposarono un sound un po’ più rock’n’roll. E poi ancora Andrea Ricci , Jacopo Giannetti, Carlo Landini e Michele Napoli.


Tutti loro si interscambiano di continuo e per tutta la serata con la formazione attuale composta da Dario Persi alla chitarra, Fabio Clemente al basso e Tommy Gonzalez alla batteria. La storia dei The Peawees è la storia di tante persone. L’influenza di tanti membri nella band ne ha arricchito il sound nel tempo e la loro musica ha attraversato le epoche surfando su continue evoluzioni fino ad arrivare a melodie di ispirazione anni ‘60: suoni retrò ma con ritmi sostenuti, molleggi, sudore e eleganza. Questa è la loro crescita ma anche il viaggio di questa serata, che ci accompagna fin dai primi pezzi in un incedere di energia, naturalezza, entusiasmo e voglia di ballare che esplode proprio nell’ultima parte del concerto con un pogo amarcord e lo stage diving di Stefano Zappelli su “Road to Rock’n’Roll” prima, e poi di Hervè con tanto di chitarra alla mano mentre suona “By My Side”.


A un certo punto mi ritrovo per mano a due sconosciuti nell’intento di far catena e arginare i salti impetuosi di quelli dietro (i miei amici compresi): ai concerti si fa amicizia anche così. Un momento per riprendere fiato ce lo concede “You never be mine again”, suonata chitarra elettrica e voce, in un’atmosfera da film d’altri tempi: quelli con Elvis, le luci calde e gli assoli profondi. Dal palco la band non riesce a vedere la platea molto bene e più volte chiede alla regia di illuminarci per ricevere la giusta grinta per procedere al meglio. La distanza che ci divide, parterre e palco, sembra non soddisfarli: la quarta parete verrà abbattuta? E’ tutta la sera che si cerca un abbraccio. Così scendono tra di noi, tutti, strumenti e tutto, nel bel mezzo al parterre, stendendo i cavi il più possibile per suonare vicini. Eccolo lì: questo per tutti gli animali da parterre che si rispettino è cibo per l’anima. “Food for my soul”, viene suonata e cantata in mezzo a noi, con noi che ci improvvisiamo musicisti a battiti di mano. Siamo in cerchio, loro al centro, ci guardiamo in viso gli uni con gli altri e ci sorridiamo,cantando, i volti sono quasi tutti noti, i rokkettari da queste parti tendono a frequentare gli stessi posti, e oggi si ritrovano 10, 20, 30 anni dopo: chi porta ancora le Converse, chi le intramontabili giacche di pelle, ci sono sfilze di magliette dei Peawees che hanno visto più concerti di me, ed è tutto così semplicemente bello.


A fine concerto salgono tutti sul palco, schierati in fila sembrano la formazione di un squadra di calcio. Stasera i The Peawees sono davvero tanti e tutti insieme ci hanno raccontato un pezzo di storia che ci appartiene, quelle storie che ci rendono orgogliosi anche di essere spezzini. Concludo citando “Road to Rock’n’Roll”: “sono sempre lo stesso; è della strada verso il Rock’n’Roll che stavamo parlando, e è per questo che vivo ancora.”


Testo e foto di Denise

lunedì 27 aprile 2026

HUGO RACE FATALISTS - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA - I MADE IT ALL UP FOR YOU


Lo scorso 21 aprile Hugo Race, storico chitarrista e cofondatore dei Bad Seeds di Nick Cave, si é esibito con la formazione Hugo Race Fatalists al Blah Blah di Torino. L’opportunità di poterli apprezzare live ha dato un senso diverso, più profondo e a fuoco al loro recente album “I Made It All Up For You”. In scena Hugo Race sprigiona la stessa aura che si percepisce in modo palpabile ascoltando il disco. Nessuna posa studiata, la musica è il fulcro di tutto e il modo di tenere il palco è carismatico in modo naturale, senza forzature. Le canzoni del disco fluiscono come un continuum che tutto lega e, allo stesso tempo, fa risaltare le peculiarità dei singoli brani. Il lavoro si apre con “Against the world”, brano di intarsi di archi e chitarre da cui emerge la voce profonda ed espressiva del frontman, un elogio del riuscire a ripararsi dal mondo con la forza dell’amore. Altro brano di notevole impatto è “Broken love”, il primo di due pezzi cantati in coppia con l’artista newyorkese Jennifer Charles. Le due voci si prendono per mano per raccontare il simbolico ritorno a casa di un piccolo soldato dal cuore spezzato. “I tread softly” è una ballata che abbraccia il momento dando spazio alle sensazioni senza troppe riflessioni. “Born to fly” è un pezzo di rinascita, perché non è tempo di invecchiare, siamo nati per volare. “Bad dreams” si arrende al potere ammaliante di una forza sconosciuta in cui non resta che perdersi. La successiva “45 In the Shade” è la traccia politica dell’album, attraversata dai tagli della chitarra elettrica di Giovanni Ferrario che conferiscono un’andatura blueseggiante, adotta il punto di vista sul mondo dei circoli viziosi dei potenti come Trump e Jeffrey Epstein chiamandoli, sia pure in modo indiretto, per nome. In “I collide” si riaffaccia la voce di Jennifer Charles che conferisce al brano un fascino tutto particolare, evocativo della canzone d’autore francese. “Open field”, come ci ha spiegato lo stesso Hugo Race, è un pezzo nato sulle colline fuori città negli immensi spazi australiani dove si può ancora contemplare la Via Lattea senza che l’inquinamento luminoso rubi l’incanto. “The Comet Drops” riprende il senso di comunione con il cosmo del brano precedente per farsi scudo e difendere la persona amata. Hugo Race canta con un profondo sentimento di protezione alcuni dei versi più significativi dell’album: “If the sun falls from the sky look away, it burns”. Chiude il disco “Dream country home”, il pezzo più classicamente country del lavoro ed un riferimento molto personale alla scelta di Hugo Race di lasciare progressivamente la città per la quiete semplice fatta di piccole cose che si respira nelle campagne. 
Abbiamo avuto l’occasione di intervistare sia il chitarrista Giovanni Ferrario che lo stesso Hugo Race, che ci hanno guidati nella lettura di “I Made It All Up For You”.

La parola quindi a Giovanni Ferrario.


- “I made it all up for you” ha una narrazione quasi cinematografica. Quali sono le influenze che vi hanno spinto verso questo tipo di immaginario?
- Questo è l’immaginario classico di Hugo che è uno scrittore. E’il suo immaginario che riporta un po’ in tutti i dischi. La particolarità di questo nuovo album è che è stato fatto in modo corale, nel senso che abbiamo registrato prima in diretta in uno studio, poi abbiamo fatto altre registrazioni in un altro studio e quindi è uscito un disco più condiviso. Per quanto riguarda i testi, ma anche le musiche sono un po’ diverse dai dischi precedenti. Sono più country, soprattutto in un brano e vogliono dare un messaggio più positivo in questo momento disgraziato. E sta dando i suoi frutti perché suonando dal vivo ci si rende conto che la gente percepisce per incanto, a volte, o perché c’è un contatto abbastanza spirituale con l’audience ristretta ma scelta che abbiamo ai concerti e il punto sembra essere compreso e condiviso. 
- Vedi anche le nuove generazioni ai concerti? Cioè vengono ad ascoltarvi anche ragazzi di vent’anni?
- Sì ci sono dei ragazzi giovani, a volte per scelta, altre per caso e sia che siano giovani o più vecchi hanno sempre una risposta positiva.
- La vostra forma canzone preferita è la ballad. Questa scelta è mirata a privilegiare il contenuto emotivo dei pezzi? 
- Sì, anche se all’interno di quelle che possono essere definite ballad c’è sempre qualcosa di controverso, che è la caratteristica di questo gruppo che non vuole essere omologabile e ha idee originali perché siamo tutti con esperienza. Forse però in questo disco prevalgono dei brani lenti che però lasciano molto spazio a incursioni elettriche improvvisate durante i concerti. Questo è il nostro approccio da sempre.
- “Against the world” racconta di questa coppia che si ritira, è talmente unita da chiudersi a riccio per sottrarsi a ciò che sta fuori. Qual è il messaggio che volevate lanciare iniziando l’album con questa sfida al mondo esterno?
- La mia interpretazione è il fatto che a volte molto banalmente bisogna fare cerchio con le persone che ami per poter superare, capire e comprendere e scansare i colpi di questo mondo impazzito. Avere la giusta forza per reagire. L’amore è molto importante come sentimento in assoluto.
- Parliamo invece della vostra collaborazione con Jennifer Charles. Nei due pezzi in cui canta, quindi “Broken love” e “I collide” la sua voce si intreccia con quella di Hugo creando un effetto etereo e anche un po’ malinconico, soprattutto in “Broken love”. In che modo è nata questa collaborazione e come pensate che possa avere contribuito a mettere a fuoco quei due pezzi?
- La caratteristica degli album di Hugo è sempre quella di cercare una voce femminile, non tanto per un motivo estetico, quanto per poter rappresentare tutto lo spettro della sensibilità sia dal punto di vista maschile che femminile. Con Jennifer personalmente ho un’amicizia di lunga data, sia mia che da parte di Hugo. Ci conosciamo da moltissimo tempo, da quando io ricordo che abbiamo suonato insieme al Botanique di Bruxelles, con la formazione dei True Spirit nel 2002. Per me è l’occasione per essere in un disco con Jennifer che ritengo sia una delle iniziatrici di un certo tipo di cantato femminile, molto pregnante e sognante, però allo stesso tempo poetico. E’anche lei una poetessa e quindi c’è una sintesi in questi due brani. E funziona molto bene secondo me. 
- Jennifer ha contribuito alla scrittura dei brani o si è inserita in una fase successiva quando i pezzi erano già definiti?
- Le sue voci sono state registrate a New York dove abita e credo che l’input sia stato dato da Hugo conoscendo le capacità di Jennifer. 
- Parliamo dei presagi sinistri di “45 In the Shade”. Il brano sembra evocare un disastro imminente, viene citato anche un iceberg che diventa più voluminoso sotto la linea di galleggiamento che con l’immagine della band che suona richiama la vicenda del Titanic. Cosa rappresenta per voi questo senso di destino segnato?
- Credo che per ogni messaggio catastrofico che viene dato valga sempre il suo opposto, cioè il tentativo di descrivere pericoli imminenti per trovare la forza di superarli. Il messaggio non vuole mai essere definitivo nella musica di Hugo in particolare vuole sempre essere comunque trovare il lato positivo, cercare una via di scampo. L’iceberg rappresenta uno scoglio da superare.
- Di “Open field” mi ha colpito l’immagine del correre come cani selvaggi.
- Il fatto di riferirsi ad animali selvaggi è sempre assecondare una parte che c’è in noi, che ci contraddistingue, essere selvatici più che selvaggi.
- L’album si chiude con “Dream country home” che è un pezzo dalle sfumature molto country e rappresenta la chiusura del cerchio. Cioè torna il tema dell’avere tutto se si è insieme. E’ questa la conclusione necessaria del viaggio, cioè trovare la pace in un luogo sereno dopo aver attraversato le ombre del disco?
- Più che la pace trovare la forza. La pace è una cosa, secondo me, irraggiungibile. Pace significherebbe mollare la presa e non è questo il caso di Hugo e anche degli altri membri del gruppo. 
- Il tuo percorso artistico personale ho letto che è stato molto intenso e ricco. Tra le varie esperienze e collaborazioni importanti che hai fatto sei stato il produttore di “Armstrong”, che è stato l’ultimo album degli Scisma di Paolo Benvegnù. Cosa ti ha lasciato questa esperienza in particolare?
- Sono stato coproduttore di quell’album insieme a Paolo. E’stato un momento fondamentale del mio percorso artistico perché io a quell’epoca abitavo a Catania, perché suonavo con Cesare Basile, con i Lula di Amerigo Verardi e poi sono stato chiamato a lavorare a questo disco da Paolo e dagli Scisma ed è stata una esperienza indimenticabile perché abbiamo affittato una casa sui monti vicino al Lago di Garda, abbiamo messo in piedi uno studio mobile, analogico con tanto di 24 tracce, che poi si è anche rotto e abbiamo dovuto cambiare. La gestazione è stata di sei mesi, prima abbiamo fatto la preproduzione, quindi abbiamo registrato e abbiamo anche preparato il tour in questa casa. E’stato un momento di convivenza, di crescita per tutti quelli che hanno partecipato a questo processo e ancora adesso ovviamente è un disco molto importante. 
- Tra l’altro erano altri tempi lo avete registrato negli anni 90, i mezzi non erano quelli di adesso nel bene e nel male. 
- C’erano, nel senso che in quel momento è arrivato anche Pro Tools, noi abbiamo registrato quasi tutto su nastro, abbiamo avuto anche Pro Tools ma ci è arrivato lo scatolone con dentro il computer e ci siamo messi tutti lì a dire “ok questo è Pro Tools, come si fa?”. E’stato anche un momento di comprensione di come usare il computer. Quel periodo è stato proprio uno spartiacque, era il 1999. Abbiamo sperimentato molto è l’album è stato il nostro Sgt. Pepper's. 

E ora spazio a Hugo Race.

- Ciao Hugo. Sono andato a cercare i testi dell’album per capire bene tutte le parole, dato che nel cantato in inglese mi può capitare di incappare in qualche espressione che non colgo e li ho trovati su Bandcamp. Però i testi di alcuni brani che ho trovato lì, ad esempio “Against the world”, sono leggermente diversi rispetto a quelli usciti il giorno della pubblicazione ufficiale. Il tuo lavoro sui testi è continuo? Si spinge fino al momento in cui il disco deve uscire?
- Sì è così, ritocco sempre certe frasi fino al mix e questo può creare un po’ di confusione perché ci sono varie versioni dei testi. Ho provato a pubblicare i testi giusti ma credo possano essere sbagliati anche sul booklet del disco. E’un aspetto della mia creatività un po’ caotica. Direi che le parole sono sempre molto fluide e che capisco meglio con il tempo quello che sto provando.
- Rifaccio a te che ne sei autore la domanda sul testo di “Against the world”. Il testo racconta di questa coppia talmente unita da ritrarsi da tutto ciò che sta fuori dal loro spazio. Quale messaggio volevi lanciare scegliendo come primo brano questa sfida al mondo?
- Volevo ringraziare il mondo in un certo modo. E’come una eulogy (ndr. elogio) per me stesso, per noi stessi, la coppia. E’una canzone che guarda il mondo in retrospettiva, esprime la gratitudine anche per tutte le sfide, i problemi che ho incontrato e che noi tutti incontriamo. Poi è un racconto del mondo che riguarda la natura, tema molto importante. E’un’apertura a un mondo più “rustico” (ndr. Il senso in italiano dovrebbe essere “più semplice, di campagna”). E infatti in questi ultimi cinque o sei anni mi sono ritirato dalla città, mi trovo spesso in Australia sulle colline fuori città, in vari studi, case perché sento di aver messo da parte la vita moderna. E poi penso che la nostra generazione viva un po’ di delusione nei confronti dello sfruttamento della città, non è quello che avevamo previsto. C’è delusione nei confronti del progresso sociale, mondiale. 
- A proposito di “45 In the Shade” di cui ho già parlato con Giovanni, ma sei tu l’autore del testo. E’ un brano di cupi presagi di un disastro, questo iceberg che diventa sempre più voluminoso sotto la linea di galleggiamento quasi come se si trattasse della scena dell’affondamento del Titanic. Ci puoi spiegare il significato del brano?
- Ho fatto del mio meglio per non rivelare il nocciolo della canzone. All’inizio con “45 In the Shade” volevo scrivere riguardo la politica mondiale. Ho scelto il titolo perché il primo mandato di Trump è stato il 45esimo. Quindi il titolo fa riferimento all’amministrazione americana e racconta la soddisfazione di questa gente nei riguardi di come le cose stanno andando in questo momento. C’è ironia. E’ l’unico pezzo in cui la prospettiva, il punto di vista non è il mio. E’ un po’ il punto di vista di qualcuno del giro di Epstein. Con l’andamento del prezzo del petrolio, del costo della vita questa gente è molto soddisfatta. 
- Come ho già fatto, anche in questo caso, con Giovanni parliamo un attimo di “Open field”. Cosa significa per te correre come cani selvatici?
- Significa che non sarebbe stato male se noi umani fossimo stati più simili ai cani perché il loro comportamento è molto ammirevole. Sarebbe bello portare questo atteggiamento nella nostra vita quotidiana. Ho scritto il pezzo nelle prime ore di una mattina, in campagna e mi sentivo molto isolato. Non c’erano nuvole e dalle colline in Australia si vede molto bene la Via Lattea. Quindi ci si sente circondati di milioni di puntini di luce e per questo ho scritto “mi sento così piccolo”. Le cose che succedono dentro di noi sono riflessi del “quantum field” (ndr fa riferimento con ogni probabilità ai campi fondamentali di cui si compone l’Universo), quindi per me l’open field equivale al quantum field e mi sento come un elettrone, una componente subatomica. 
- Anche per te ho una domanda su un’esperienza in particolare che hai fatto nella tua carriera. Hai collaborato con un bassista italiano molto stimato, Gianni Maroccolo. Come si è sviluppata questa collaborazione e cosa avete realizzato insieme?
- Per spiegare meglio dobbiamo tornare all’epoca del Covid, nel 2020 e 2021. Ero rinchiuso a casa e avevo bisogno di esprimermi in qualche modo. Ho contattato un amico in Sardegna che aveva pubblicato il mio disco “The Merola Matrix” vent’anni fa con la sua etichetta. Il mio amico si interessa molto alla cultura della Sicilia e della Sardegna e ai loro legami. E’un giornalista sardo che si chiama Giuseppe Bionca. Ci siamo sentiti e gli ho chiesto se avesse registrazioni di voci sarde che potessi utilizzare per un nuovo lavoro del tipo di “The Merola Matrix”. Mi ha risposto “si può fare, ma forse sarebbe più interessante creare un nuovo progetto con un musicista italiano che stimo molto”. Lui riteneva che noi avessimo dei rimandi in comune (ndr. una connessione) anche se non ci conoscevamo al tempo. Il lavoro con Gianni è iniziato così. Durante il lockdown abbiamo scambiato idee poi dopo due o tre anni abbiamo sviluppato questo progetto insieme a distanza e poi ci siamo incontrati in Toscana per registrare e finire il disco. Però siccome sono sempre al lavoro con vari progetti e anche per lui è lo stesso non era facile trovarci insieme per far uscire il disco. Il progetto è poi stato pubblicato l’anno scorso (ndr. l’album si intitola “The Vigil”) anche se era stato finito due anni prima. E’stata una collaborazione molto bella che ci ha fatto molto piacere. Abbiamo portato live una versione dell’album l’anno scorso, in Italia abbiamo fatto otto o nove concerti in trio con il supporto di vari sampler, quindi un concerto acustico e elettronico con anche una componente video. E’stato molto interessante, abbiamo parlato di continuare quest’anno, ma alla fine ha ripreso con le sue cose, Litifiba e CSI e quindi è occupato tutto l’anno. Nel 2027 o 2028 abbiamo intenzione di fare un secondo disco come continuazione del primo, un concept album che sarebbe un secondo capitolo. 


Le molte e variegate esperienze della band ne fanno un quartetto di assoluto valore artistico. E quindi, trattandosi appunto di un quartetto, non si può non citare tutti i membri. Hugo Race (voce, chitarra, organo), Giovanni Ferrario (chitarra elettrica, piano, sintetizzatore), Diego Sapignoli (batteria, percussioni) e Francesco Giampaoli (contrabbasso, basso elettrico, percussioni). Insieme hanno dato vita a un album di grande spessore artistico, da assaporare con quell’attenzione all’ascolto che oggi nessuno sembra coltivare più.