domenica 16 agosto 2026

EVA SPERA - DEMOCRITO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


“Come fiori che sbocciano da soli”. Questo frammento di un verso tratto da “Democrito”, il pezzo che apre e dà il titolo al nuovo EP dei romani Eva Spera, riassume in poche parole la visione della musica che caratterizza la band. La scrittura è infatti spontanea, i pezzi sono nati prevalentemente da jam session, sbocciando appunto come fiori non coltivati. Il segreto di questa alchimia è nella grande sintonia tra i due membri del gruppo Alessio Meloni, voce e chitarra e Milos Zahradka Maiorana, batteria. Una sintonia che trascende il semplice suonare insieme. Entrambi laureati in Scienze Filosofiche, infatti, Alessio e Milos condividono il pensiero per cui gli esseri umani non hanno sempre il controllo di ciò che accade. “Democrito”, secondo capitolo della loro discografia, dopo l’EP omonimo dello scorso anno, è dedicato appunto al filosofo materialista greco, che negando il libero arbitrio, è stato spesso osteggiato. I tre brani di cui si compone il disco, cui va aggiunta una versione elettronica della title track, sono improntati ad un alternative rock speziato di psichedelia. Le chitarre oniriche e notturne di “Democrito” che aprono l’EP accompagnano l’ascoltatore in un viaggio tra atmosfere febbricitanti verso il risveglio. A seguire “Lei Folgore” per contrasto è un brano intriso di luce con un arrangiamento che rimanda agli Afterhours epoca “Hai paura del buio?”. “Rondini” è un pezzo che danza come un valzer in bilico tra smarrimento e respiro di vita. La versione elettronica di “Democrito” è la dimostrazione che un brano può essere vestito e svestito in molteplici modi senza perdere la propria forza. In questa versione inoltre risalta in maniera particolare il timbro particolare della voce. 
Alessio e Milos si sono prestati ad una chiacchierata interessante per Riserva Indie.



- Musicalmente “Democrito” il brano ha un’atmosfera onirica, quasi febbricitante. L’avete pensata come il risveglio da un sogno?
ALESSIO – Sì può essere il risveglio da un sogno perché lo spunto viene dai Musei Vaticani, la stanza in cui c’è l’affresco “La scuola di Atene”, in cui Democrito non è rappresentato per varie ragioni, tra cui sicuramente il suo essere un filosofo materialista. L’atmosfera onirica è proprio la presa d’atto dell’assenza di qualcosa che però permea tutto, cioè la sua assenza è una parte di quella rappresentazione. 
MILOS – A livello di background siamo entrambi appassionati di filosofia, una cosa che ci ha legato oltre la musica. Ci siamo trovati in modo spontaneo a suonare insieme e questo mood filosofico è presente in tutte le nostre opere. Abbiamo un amore condiviso per Democrito e anche per Lucrezio come figura democritea. C’è una specie di randomness cosmica e poi le cose si incontrano come devono incontrarsi. Il concetto è quello del clinamen di Lucrezio. 
ALESSIO – Democrito soprattutto negli aspetti più cosmologici, nei grandi eventi, esprime un aspetto salvifico, deresponsabilizzante. Penso che uno dei grandi mali del nostro tempo sia l’eccesso di libero arbitrio, le persone credono che ogni decisione che prendono sia loro responsabilità. Sicuramente il libero arbitrio negli eventi della vita facenti parte di un quotidiano più ristretto è importante, ma nelle grandi cose occorre un po’ lasciarsi andare a questa atmosfera di sogno come hai sottolineato, vivere l’esperienza della vita come onirica, un flusso che segue il suo corso e va vissuto per come è. 
- In questo EP c’è la figura di “Democrito”, come abbiamo detto. Nel vostro EP precedente compare invece la figura dello Psicopompo, che traghetta le anime nell’Ade. Avete quindi un legame forte con il mondo dell’Antica Grecia. Da dove deriva?
ALESSIO - “Psicopompo” nasce come testo cantato per com’era, senza una vera stesura. Quella base era di un altro musicista che mi chiamò per cantare in un brano che aveva intitolato “Psicopompo”. Il testo però è stato scritto con Milos a partire dalla variante che parla delle foglie. Quindi quel titolo ha avuto questa genesi. 
- La costruzione di un suono diverso per ogni pezzo dà l’idea di una grande attenzione per i dettagli. Vi definireste dei perfezionisti, musicalmente parlando?
MILOS – Direi il contrario, tutte le tracce hanno preso vita in una saletta, in un garage sotterraneo che io chiamo “la caverna”. C’è una magia che si è creata in questa band, nel senso che non abbiamo fatto dei piani, ma tutto è il risultato di jam. Alessio creava le liriche suonandole, poi abbiamo raffinato, ma il progetto direi che è proprio l’opposto del perfezionismo. E’ lasciarsi andare a queste atmosfere, quelle energie antiche senza ragionarci troppo, senza dire “adesso facciamo la band post punk”, “adesso facciamo la band post rock”, tutte definizioni da hashtag. Abbiamo convogliato un sacco di influenze diverse, dalla musica italiana al desert rock dei Kyuss fino ai Marlene Kuntz. Quindi nulla è stato pianificato, ogni volta ci dicevamo “suoniamo insieme e vediamo cosa salta fuori”. L’approccio un po’ è rimasto quello, non siamo puntigliosi al punto da cercare che la chitarra abbia un determinato suono. Questo atteggiamento è stato molto liberatorio per me anche da musicista. Non occorre già capire quel che devi fare, dare vita all’ennesimo gruppo postpunk ad esempio. Anche se un po’ di postpunk è presente, il mio gruppo preferito sono i Joy Division. Quindi per rispondere in una parola “no, non siamo perfezionisti”. 
- Nel testo di “Democrito” compaiono anche boschi incantati, rupi, fate. L’immaginario fiabesco vi affascina? 
ALESSIO – Assolutamente sì. Ho letto tutte le fiabe dei Grimm, Calvino, Hoffmann. Sono un appassionato anche di Tomás de Iriarte, Samaniego. Ho letto molte fiabe e quelle fiamminghe mi piacciono particolarmente. Di de Iriarte consiglio a tutti la lettura di “L’orso, la scimmia ed il maiale”, di un’intelligenza unica. 
- In “Lei Folgore” il tema centrale è la luce in varie accezioni, come bagliore o folgore appunto. Quali aspetti della vita e dell’anima cercate di mettere a nudo attraverso queste metafore luminose?
MILOS – Secondo me è un tema ermetico, nel senso della Tavola di smeraldo di Ermete Trismegisto, fa riferimento all’occultismo. Quindi luce come origine di tutto. Pensiamo al nome Lucifero (nda nella sua radice etimolotica “Lucifero” è “portatore di luce”), ai Templari. C’è sempre una luce nel buio, qualcosa che ti guida e ti porta alla conoscenza. Anche nell’accezione dantesca Beatrice è sempre paragonata alla luce, all’amore. Una figura femminile di sapienza, sofia (nda l’equivalente greco di sapienza). Qualcosa che ti porta a nascere, dal buio ti porta alla sapienza. 
ALESSIO – Anche “Lei Folgore” è un testo istantaneo nel senso che nei nostri lavori ci sono testi che hanno richiesto modifiche e altri che sono venuti praticamente di getto. Io ho un approccio alla scrittura molto intenso, nel senso che credo poco al ritocco, anche quando il pezzo sembra non prendere forma. In sala canto e quando nasce un riff particolarmente coinvolgente è già con la mia voce. Chitarra e voce sono molto legate, contaminate indissolubilmente tra loro. Nella composizione alcune parole prendono forma subito, poi pian piano ne emergono altre. Un po’ come una forma di scultura. Nel caso di “Lei Folgore” il testo è nato subito, mentre nel caso di altri brani ho lavorato a casa, ma sempre in maniera molto intensa, per 10, 12 ore ininterrottamente, quasi in maniera ossessiva. “Lei Folgore” nel mio immaginario è una luce che inquadra questa lei e coglie la seduttività e l’egocentrismo del mostrarsi. 
- In questo pezzo il basso si ritaglia un bello spazio in primo piano. L’arrangiamento mi ricorda a livello sonoro gli Afterhours di “Hai paura del buio?”. A livello di scrittura invece un po’ i Marlene Kuntz che avete citato anche voi prima. Che rapporto avete con queste due band storiche del rock italiano?
ALESSIO – Gli Afterhours sono stati molto importanti, per un lungo periodo ascoltavo la batteria di Prette, in particolare di “Hai paura del buio?”. Tutte le volte che tornavo di notte dopo aver fatto tardi mi concentravo su questo suono di batteria non mi addormentavo mentre guidavo. Quindi ho assorbito in maniera molto forte “Hai paura del buio?” e anche altri album degli Afterhours come “Siam tre piccoli porcellin”, sia il CD acustico che quello elettrico, il disco di ispirazione indiana “Quello che non c’è” e “Ballate per piccole iene”. Agnelli l’ho conosciuto in due circostanze e devo dire che a livello di produzione sia come verve che a livello di creatività li trovo più strutturati e viscerali. Dei Marlene Kuntz sono stato appassionato quando ero più giovane, in particolare di “Ho ucciso paranoia” e “Il vile”, però non mi trasmettono quella passionalità viscerale, quel tipo di carnalità. Se devo citare altre band direi i primi Litfiba, quelli di “17 Re” e di “Desaparecido”, ma anche i Verdena. 
- In “Rondini canti “danza è bella e tarantella sulla pelle, sulla vita, Sfiora e schianta, sfoga e ammanta”. E’ un’immagine piena di contrasti sulla vita che si cela e poi si mostra in una danza senza fine?
ALESSIO – E’ proprio questo. E’ una danza che rappresenta la vita, contraddittoria, ma nel senso che i contrasti si amalgamano in maniera antinomica. I contrasti sono armonizzati in quello che, per citare Eraclito, è il principio primo. La vita è fatta di alternanze che generano moto.
MILOS – Siamo sempre molto legati a immagini all’inizio primordiali che poi diventano filosofiche. Il volo delle rondini che fanno volteggi assurdi è un po’ la metafora della vita. Questa incongruenza per cui una cosa può essere dolce e poi amara, terribile e estatica allo stesso tempo. E’ un aspetto che si riscontra nei cicli di vita, di trasformazione. Il volteggiare delle rondini alla fine è un ritmo cui stiamo sempre cercando di agganciarci. E’ un po’ come un valzer che si ferma poi continua e avanti così ancora. Quest’idea di ciclicità e di esperienza di vita fa capire quanto sia incongruente, non c’è un inizio e una fine. Le tappe ci sono ma sono nella nostra mente, perché alla fine si va indietro poi si torna avanti. E’ la danza di un volatile, una figura eterea, celeste.
- La versione elettronica di “Democrito” è la prova di come un pezzo possa avere chiavi di lettura diverse pur conservando intatto lo spirito. Anzi in questa versione la voce risalta maggiormente. Perché avete fatto uscire solo il pezzo “Democrito” in versione elettronica e non tutto l’EP?
ALESSIO – Questo è stato un esperimento, ma c’è l’intento di realizzare la versione elettronica anche di “Lei Forgore” e “Rondini”. L’idea era di far uscire l’EP e poi queste bonus tracks come dono ai nostri ascoltatori. Abbiamo lavorato ai due EP più la variante elettronica con tre produttori diversi, quindi anche con tre visioni diverse. Il concetto di mutevolezza è nel nucleo del progetto Eva Spera, siamo aperti a tutte le influenze, a tutti gli entusiasmi. Quindi quando incontriamo qualcuno che si entusiasma di noi abbiamo sempre un atteggiamento di apertura. In questo caso il produttore dei pezzi elettronici ha trovato i brani di “Democrito” molto interessanti, voleva fare questo tentativo e noi gli abbiamo dato libertà. 
- Al momento come Eva Spera siete un duo. Ho letto che siete alla ricerca di un terzo elemento per i live. Come pensate che l’ingresso di un nuovo componente possa cambiare l’alchimia che avete creato? 
MILOS – L’ingresso di un nuovo componente può essere un rischio perché può rompere quell’armonia primordiale, ma serve un terzo elemento con synth o tastiere per creare più atmosfera. Live siamo molto punk, diretti e le canzoni sono molto più crude. Vogliamo potenziare un po’ il sound arrivando a atmosfere più aperte, andando oltre la batteria e la chitarra, che in realtà è una chitarra basso perché Alessio con i pedali e passando attraverso l’amplificatore del basso fa anche il basso. L’obiettivo è di avere un maggiore range sonoro. Il set alla White Stripes crudo è figo però è bello riuscire a variare perché un set totalmente crudo può andar bene per certi contesti ma non per altri. Così potremmo essere più adattabili. 
ALESSIO – Sicuramente fa parte del discorso di apertura di cui parlavamo. Abbiamo dubbi relativi alla presenza scenica, dal vivo siamo particolarmente efficaci, intensi, poi io sono abituato a muovermi sul palco con molta veemenza. Anche fisicamente ci dicono spesso che sembriamo fratelli. Un terzo elemento dal punto di vista live potrebbe permettere ad esempio a me di potermi un po’ staccare dall’obbligo costante di suonare e quindi di dedicarmi in certi momenti semplicemente al canto. Ritengo che debba essere una figura, al netto delle qualità e della possibilità di estendere la gamma sonora, che si incastra bene nella band. Diversamente rischia di essere più dannosa che altro. 
- Ultima domanda, il video di “Democrito” ha avuto una genesi molto particolare che merita di essere raccontata. Come siete riusciti a realizzarlo e con quali mezzi tecnici e materiali?
ALESSIO – Il video è nato da una visita ai Musei Vaticani. In quel frangente con Chiara, la regista del video e una sua amica riflettevamo davanti a “La Scuola di Atene”. Milos ed io ci siamo laureati in Scienze filosofiche ed è venuto fuori il discorso di Democrito, del fatto che pur essendo una figura di spicco tra i presocratici e anche in ambito di previsione della natura, della physis come è stata poi effettivamente scoperta, con la teoria dell’atomismo, non era presente. La visione determinista nega il libero arbitrio, mentre nell’aspetto morale dell’esistenza, specialmente in ambito cristiano, è fondamentale il concetto di libero arbitrio ponendo la persona come responsabile della scelta e dell’azione. E’ il concetto dantesco di Democrito come “colui che ‘l mondo a caso pone”. Fantasticavo sul fatto che gli storici dell’arte hanno messo tante didascalie per identificare chi è raffigurato nell’affresco, ma Democrito non è presente, anche se Raffaello potrebbe averlo inserito tra uno di quelli non riconosciuti. Da qui è nata la canzone con in mente l’immagine di Democrito, pensiamo ai versi “come fiori che sbocciano da soli”, oppure “per orgoglio o idolatria ridere e gettarsi via”. Oggi le persone sono molto psicotiche e piene di paranoie sulle scelte che fanno come se fosse loro la responsabilità di tutto. Quindi per il video siamo andati a pensare a qualcosa che potesse essere, qui entriamo nella sfera tecnologica, controintuitivo. Abbiamo compiuto un processo inverso, comprato un proiettore analogico, anziché uno digitale, che proiettasse diapositive vintage per poi riprenderlo con una telecamera. Abbiamo quindi fatto una ripresa digitale di qualcosa di analogico. E quindi tutto quell’alone sfumato, sognante e onirico è anche tecnologia. Abbiamo comprato un Carousel della Kodak originale del 1968/70 e poi abbiamo cercato delle diapositive del Musei Vaticani. Quelle che abbiamo trovato su “Etsy” sono del 1974 ed erano negli Stati Uniti. Era il souvenir di una signora gentilissima che ci ha anche scritto una lettera dolcissima per ringraziarci dell’acquisto. Il video è poi stato girato nel parcheggio di casa mia, al lago di Bracciano e in un bosco. E’ stato proprio cercare di riportare questi luoghi sotterranei, magici e fondanti dell’atmosfera che guida un po’ tutti i pezzi. 


Pur essendo una band ancora giovane gli Eva Spera rivelano grandi potenzialità che vanno sviluppate per dare vita ad una realtà che può a buon titolo aspirare a trovare una collocazione nel panorama del nuovo alternative rock italiano. In conclusione citiamo coloro che hanno contribuito con Alessio e Milos alla riuscita del progetto, quindi Mario Tuccimei, produttore artistico dell’EP del 2025, Alessandro Sax, produttore artistico di “Democrito”, Antonio Antonaglia, alias Atomik Tags, produttore di Democrito electronic version e Chiara Cervini che ha curato la fotografia e la direzione artistica del video di “Democrito”.

domenica 9 agosto 2026

NASCA - nelle stazioni una dose d'amore - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Proviamo a immaginare l’emozione che può aver provato il cantautore Gianmatteo Nasca, in arte semplicemente Nasca, quando ha scoperto che suo nonno scriveva poesie d’amore alla moglie. Fino a quel momento nessuno in famiglia sembrava condividere la sua predisposizione per l’arte, ma quel ritrovamento di colpo gli ha permesso di ricostruire la genetica del suo essere musicista. Nonno Renato, che nei suoi componimenti si firmava René, è diventato il protagonista di una canzone cui Nasca tiene molto e che ha pubblicato nel suo recente EP “nelle stazioni una dose d’amore”. Composto di tre pezzi il disco si apre con il riff potente di “lune piene”, brano sul distacco da un amore che è stato importante, ma va lasciato alle spalle. Il pop rock di buona fattura, in questo caso con una componente rock più marcata, fa perno sulla melodia, quella cantabilità in grado di creare empatia con l’ascoltatore.  A seguire “sono le quattro di notte (e tutto va bene)” con l’incursione di una piacevole sezione di fiati ha un arrangiamento spensierato come il ricordo un po’ nostalgico di una gioventù in cui le preoccupazioni della vita adulta erano ancora di là da venire e l’unico pensiero era “fumare, mangiare gelati, con il preside in piedi sulle nostre cazzate”. Chiude il lavoro quella “rené” scritta per il nonno. La musica si fa più morbida e riflessiva e il testo è una dedica commovente, quelle parole che sarebbe stato bello dirsi a voce.
Nasca ha accettato di fare quattro chiacchiere per Riserva Indie, di cui è già stato ospite in radio molti anni fa.


- Il tuo precedente EP si intitola “I treni sono rock and roll”, il nuovo “nelle stazioni una dose d’amore”. Tra l’altro curiosità: “nelle stazioni una dose d’amore” è tutto in carattere minuscolo?
- Sì è tutto scritto in minuscolo. Volevo provare, come fanno i giovani oggigiorno, a scrivere in piccolo i titoli dei brani. 
- Cosa ti lega a questa costante dell’immaginario del viaggio su rotaia e i suoi luoghi?
- Ho vissuto a Milano per un periodo della mia vita e questo mi ha obbligato a spostarmi molto per tornare a casa. Sono di Poggibonsi, un paesino vicino a Siena, quindi per me la dimensione treno-stazione è una costante molto importante. E poi viaggiare è un’attività che mi è sempre piaciuta e quindi ho voluto inserire questa dimensione nelle canzoni. 
- “lune piene” si apre con un riff decisamente rock. La chitarra è il tuo strumento di elezione quando componi? 
- Esatto, anche se nel mio progetto suono il basso dal vivo però nasco come chitarrista pianista quindi in realtà la composizione è fatta prevalentemente con chitarra e pianoforte. Però sì le chitarre rock mi piacciono e volevo inserirle in questa canzone anche perché era la prima volta che andavo in questa direzione molto più rock e volevo che si sentissero belle presenti, un pochino più grezze se vogliamo dirlo. 
- Quanto è importante il tuo rapporto con la chitarra elettrica e come è cambiato nel tempo?
- Per me la chitarra, che sia elettrica o no, perché io suono prevalentemente la chitarra acustica, è uno strumento importante perché mi sono avvicinato alla musica da bambino, avevo sei anni ed è stata il primo strumento. Ho studiato anche altro ma la chitarra è stata il primo approccio. Quindi non si può non comporre con la chitarra sottobraccio e utilizzarla anche per i live. E’ sempre presente e sempre lo sarà. 
- “lune piene” è un dialogo con un amore che è stato importante nella tua vita. Scriverla è stato in qualche modo catartico?
- Sì in realtà è un brano autobiografico che parla di una relazione d’amore finita tra due persone non più così giovani. Mentre nelle canzoni precedenti raccontavo dei miei vent’anni, “lune piene” è una sorta di evoluzione in questo senso. Un brano quindi estremamente autobiografico. 
- Segue la tua evoluzione come persona, il tuo crescere.
- Assolutamente. Tutto l’EP in realtà è centrato su questo aspetto. Il brano parla della consapevolezza legata all’età adulta, un passaggio obbligato. Celebra questa nuova visione acquisita a trentatré anni ed essendo tutti richiami autobiografici fanno parte della realtà, della vita vera. 
- Parliamo del secondo pezzo “sono le quattro di notte (e tutto va bene)”. Se, per usare i tuoi versi, dovessi fare la partita a dama della tua vita quale aspetto di te giocheresti?
- Ti devo rivelare che io ho un pessimo rapporto con i giochi da tavolo e cose simili e a dama non ho mai giocato in realtà! Però mi piaceva inserire questa immagine anche se è un’attività che non mi è mai piaciuta.
- Scrivi “Ti immagini fosse possibile ricollocarsi nei tempi migliori”. Se fosse davvero possibile ritorneresti, come canti, quattordicenne o ventenne senza esitazioni?
- Assolutamente. Come cantante forse no, ma come libertà nello scrivere cose un po’ più scanzonate assolutamente sì. La libertà che hai in quel momento della tua vita non torna. Racchiuderlo nella canzone mi sembrava il modo migliore per dirlo. 
- Un omaggio affettuoso al te stesso che eri.
- Esatto, al me ragazzo.
- Il tuo è un pop rock di buona fattura. Ecco musicalmente quanto è importante per te che un brano sia cantabile?
- E’ fondamentale. La forma canzone con quel ritornello che porti con te. C’è stato un periodo della mia vita in cui scrivevo pezzi strumentali, cercavo un’altra direzione, ma mi sono reso conto che era un linguaggio che non mi apparteneva in nessun modo. Scrivere canzoni cantabili, orecchiabili, senza andare a strizzare l’occhio a qualcosa è una dimensione di enorme importanza. 
- Tra tutti gli eroi musicali in questo EP hai scelto di citare Eddie Vedder, mentre nel precedente hai citato Battisti. Questo è legato alla tua doppia natura di cantautore e rocker?
- Eddie Vedder è stato ed è tuttora un pilastro enorme con i Pearl Jam. Il grunge e tutto quel mondo hanno rappresentato la mia adolescenza e Eddie Vedder è una figura importante sia come penna, come scrittura che dal punto di vista canoro. Mi rifaccio molto a quella che è la sua cifra stilistica. Parlando invece di cantautori nostrani Battisti è sicuramente importante, ma lo è in realtà anche Dalla e molti altri. A dir la verità ho scoperto prima il cantautorato americano recuperando dopo tutto il cantautorato nostrano. Sono cresciuto ascoltando Springsteen, Tom Waits, Pearl Jam e tanti altri. Anche i Beatles. 
- Te lo chiedo perché è appena accaduto e vorrei raccogliere le tue emozioni. E’ morto Guccini, tu lo hai mai considerato una fonte di ispirazione? 
- In realtà non più di tanto. Anche lui è stato una figura che ho scoperto più avanti negli anni, ma l’ho sempre ascoltato poco, non è stato fra gli ascolti della vita. Però sì lo conosco, come è giusto che sia per chi fa questo mestiere. 
- Il finale di “sono le quattro di notte (e tutto va bene)” con gli applausi del pubblico mi fa pensare che il brano sia stato registrato in presa diretta. E’così?
- Sì è così. Eravamo con amici in studio ed è venuta in mente questa idea di fare un po’ di casino alla fine della traccia, un po’ di rumore. 
- Invece il resto dell’EP come è stato registrato?
- Le tracce sono state registrate sempre in presa diretta, tutti insieme e poi abbiamo fatto le sovraincisioni.
- Alla vecchia maniera.
- Assolutamente sì.
- Il terzo e ultimo pezzo dell’EP “rené”. Ascoltandolo mi è sembrata una lettera scritta a un tuo grande amico che non c’è più. Ti va di parlarmene?
- Tanto per cominciare “rené” è il brano più vecchio dell’EP, non come gli altri che sono stati scritti nell’ultimo periodo. E’ un pezzo che ha almeno 10 anni e finora non ho voluto mai pubblicare perché è una canzone a me molto cara che parla di mio nonno. In un certo senso è una lettera se vuoi e racconta del rapporto fra me e lui. In famiglia non c’è mai stato nessuno che suonasse uno strumento o che cantasse. Mi sono sempre reputato la pecora nera, il primo ad avvicinarmi a questo mondo e per anni ho pensato che fosse così. Poi ho scoperto che mio nonno, in realtà, scriveva poesie. Si chiamava Renato ma si firmava René in ogni sua poesia. Queste poesie le scriveva per mia nonna mentre era sul furgone, perché faceva il camionista. Io queste lettere le ho recuperate molto tardi e mi hanno colpito perché ho capito che in realtà l’antenato più vicino a quello che poteva essere il mondo artistico, la musica, in realtà era lui. Quindi ho scritto questo brano dieci anni fa, non mi sono mai sentito di pubblicarlo perché abbastanza complesso sia da suonare che in fase di scrittura, però poi ho pensato che per chiudere un cerchio fosse giusto farlo uscire. 
- Quindi con questo EP senti di aver chiuso un cerchio?
- In un certo senso sì. Con questo brano si va a chiudere un percorso anche come direzione artistica. Sicuramente le prossime cose saranno diverse e mi piaceva che “rené” avesse un ruolo abbastanza centrale.
- Ho visto che la tua produzione è basata al momento solo su EP. Credi che un album tradizionale di dieci pezzi sia ormai troppo impegnativo per l’attenzione degli ascoltatori?
- Purtroppo sì perché viviamo in un modo estremamente veloce. Con i social ti rendi conto che pubblicare una storia che supera il minuto fa sì che la gente non la guardi. E questo succede anche con le canzoni. Per chi ascolta è difficile arrivare al ritornello, deve esserci subito, perché altrimenti il pezzo non è giudicato interessante. Questo lo so bene anche perché sono insegnante di chitarra e lo vedo con i miei allievi più giovani, che fanno un’enorme fatica ad ascoltare qualcosa che duri più di due minuti. Se gli fai ascoltare un brano dei Pink Floyd che dura sette o otto minuti per loro è una follia, ma anche solo un pezzo da quattro minuti per loro è inconcepibile. Quindi per rispondere alla tua domanda se realizzi un disco con dieci canzoni che durano due minuti l’una forse è fattibile, altrimenti è più semplice fare un EP che comunque penso sia una dimensione più intelligente, intelleggibile da parte del pubblico. 


L’uscita di “nelle stazioni una dose d’amore” è frutto di un lavoro di squadra. E allora citiamo tutti coloro che hanno dato il loro contributo. Oltre allo stesso Nasca che si è occupato di basso, voce, testi e melodie, hanno collaborato anche Lapo Nencini (batteria) e Giuseppe Galgani (chitarre). La produzione artistica è stata curata da Samuele Cangi e Tommaso Giuliani e le fotografie sono state scattate da Gabriele Civeli. 

 

domenica 2 agosto 2026

"TOMMASO FU L'INCONTRO CENTRALE DELLA MIA ADOLESCENZA, COME BRIAN ENO PER GLI U2" // LIVORNO FESTEGGIA 20 ANNI DI "OVOSODO" - TESTO DI MAURIZIO



Non so quante volte ho visto "Ovosodo" in questi vent'anni. Credo che dopo "Il sorpasso" del maestro Dino Risi, sia la pellicola che più ho amato e riguardato. Se la coppia Gassman - Trintignant racconta quell'Italia dal sorriso malinconico che finalmente si riprende dalla guerra, il film di Paolo Virzì è un acquerello di neorelismo fine anni 90 in una società ancora fortemente ancorata ai rapporti umani e non ancora contaminata dal delirio di internet. La vita e i sogni di Piero, splendidamente interpretato da Edoardo Gabbriellini, non sono molto distanti da quelli di tanti giovani dell'epoca. "Sogni grandiosi" che finiscono per scontrarsi con una realtà che per qualcuno più fortunato può voler dire America, ma per la grande massa l'ambizione di un posto "sicuro" in fabbrica. Una società, quella di "Ovosodo", dove ancora era possibile mescolare persone di estrazione diversa, e dove le distanze tra operaio e padrone erano più nella forma che nella sostanza. Una società in cui il figlio del padrone e il figlio dell'operaio leggevano gli stessi libri e non, come oggi, le stesse bacheche. Virzì mi ha insegnato quanta poesia e quanto orgoglio possano esserci in una vita "normale" tra famiglia, colleghi di lavoro e amici. Forse regalare otto ore a una fabbrica per "comprarsi" la possibilità di vivere nel resto della giornata era infinitamente meglio del restare connessi tutto il giorno cercando un senso nel commentare "le vite degli altri".

mercoledì 22 luglio 2026

GIULIA MEI - DEDICATO ALL'ERRORE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA DAL FLOWERS FESTIVAL DI COLLEGNO (TO)


“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Mettere in discussione le certezze. È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo”. Le parole del Professor Keating nella famosa scena del film “L’attimo fuggente” in cui sale sulla cattedra rimandano a quello che fa con la propria musica Giulia Mei, cantautrice siciliana di talento che insegnante lo è stata veramente. Il cambio di prospettiva, il colorare fuori dai bordi seguendo solo le traiettorie dettate dalla libertà espressiva diventano la musica e i testi nel suo ultimo album “Io della musica non ci ho capito niente”, uscito nel 2025. Il disco si compone di 13 pezzi in cui il cantautorato pianistico della musicista, che ha una formazione classica, sposa l’elettronica ibridandosi per dar vita a una diversità non incasellabile. La title track è il primo dei due movimenti, cui ha collaborato il noto violinista Rodrigo D’Erasmo, membro degli Afterhours, che aprono e chiudono il lavoro e ne destrutturano il titolo. L’ultimo granello di anarchia blocca le meccaniche dell’orologio freddo e metallico della nostra quotidianità consentendoci di evadere, almeno per la durata di un disco. A seguire “Bandiera”, un pezzo che, a partire dall’esposizione mediatica con X Factor, è cresciuto fino a conquistare il grande pubblico. Il brano ha il merito di portare al centro dell’attenzione, senza alcuna retorica, il diritto di tutte le donne alla completa autodeterminazione. Dovendolo riassumere in una sola parola quella parola sarebbe “LIBERA”. “Drammaturgia” mette in scena l’addio ad un amore tossico. Il pathos è sottolineato dall’arrangiamento d’archi profondamente emotivo. “Un tu scuiddari”, con il featuring della cantautrice Anna Castiglia, conterranea di Giulia Mei, esprime fin dal titolo il legame profondo con la Sicilia ed è un monito rivolto a chi viene lapidato dalle malelingue a non scordarsi che quando la ruota gira lo fa bene e può dare a tutti un’occasione di riscatto. “H&M” pensa con un velo di tristezza su ciò non funziona, a cosa occorrerebbe fare e, proprio per questo, non verrà mai fatto. Un arrangiamento delicato di chitarra accompagna “Genitori”, una riflessione che raramente facciamo, ovvero che anche i nostri genitori sono figli di qualcuno e dei loro sbagli. Troppo spesso si dice “non farò mai come loro” per poi, a distanza di tempo, accorgersi di essere caduti nelle stesse trappole. “A casa mi veniva” è un pezzo strumentale al pianoforte che permette alla cantautrice di mostrare le proprie doti di compositrice classica. "“La vita è brutta” ha un andamento vocale quasi da musica popolare, specie nel ritornello e sfocia in una coda elettronica all’insegna di quella commistione che è uno dei pregi maggiori del disco. “Mio padre che non esiste” è una dedica struggente a chi non potrà mai essere dimenticato. A seguire “MOZRAT” è una canzone anticlassica per eccellenza in cui la voce filtrata si fa essa stessa strumento. “ Cara Allegria”, alla cui creazione ha contribuito la cantautrice Mille è un brano giocato su due livelli di percezione, quello della cantautrice di se stessa e quello del pubblico che giudica superficialmente “La gente mi dice che sono cambiata ma sono la stessa”. In chiusura dell’album l’ultimo pezzo vero e proprio, “Â picciridda mia”, scritta interamente in siciliano, vede Giulia Mei tornare per un attimo a rannicchiarsi in grembo alla madre per trovare consolazione e protezione da un mondo cattivo che non le appartiene. La dolcezza del dialetto accarezza lieve la sua testa bambina. “Io della musica non ci ho capito niente II” è il perfetto finale tra violino e techno di un album che se fosse un compito in classe sarebbe orgogliosamente “Non classificabile”.
Il 16 luglio 2026 Giulia Mei ha tenuto un concerto molto viscerale al Flowers Festival di Collegno (Torino) e nell’occasione mi ha concesso un’intervista in cui si è raccontata ed ha parlato del rapporto con la sua musica, ma anche di diritti e autodeterminazione. 


- Quando eri ragazzina la tua camera da letto era ordinatissima o c’erano vestiti sparsi ovunque, con tutti i cassetti aperti?
- Disordinatissima. Sono una persona molto disordinata. Pulita, ci tengo a tenere la casa pulita però sono disordinata. Sono due cose che sembrano opposte, però diciamo che ho un mio ordine, che da ragazzina era più un mio disordine.
- Un disordine organizzato diciamo.
- A volte un disordine organizzato ma a volte disorganizzato. 
- Il tuo ultimo album si intitola “Io della musica non ci ho capito niente”. Non pensi che forse il non aver capito sia il tuo maggior talento?
- Sì lo spero, accettare, rendermi conto di non averci capito mi ha dato la possibilità di sperimentare di più, di fare pace con il fatto che non posso seguire sempre le regole e che a volte non seguirle è ciò che mi permette di scrivere. Più che non seguirle, distruggerle. Quel famoso caos, quel disordine a me è servito tantissimo e a volte il disordine è spezzare la regola, infrangerla o rielaborarla a modo proprio. Il titolo dell’album è una dichiarazione sulla musica, certamente provocatoria però non è una maschera. 
- In vari brani dell’album sono presenti i tuoi genitori. Hai sofferto la famiglia? Com’è il tuo rapporto con essa?
- Sì l’ho sofferta e l’ho amata. Ho vissuto un’infanzia sostanzialmente serena, nel senso che non ho avuto una famiglia eccessivamente tossica, però con delle tossicità molto spesso inconsapevoli. Spesso le tossicità dei nostri genitori sono inconsapevoli perché essendo a loro volta figli di altri genitori immagazzinano modi di vedere le cose, di farcele vedere, di insegnarcele che sono appunto inconsapevolmente sbagliati. E’ proprio questo il senso della canzone, non si tratta di puntare il dito, ma di crescere, diventare adulti, fare pace con i propri demoni riconoscendo che molti derivano dalla nostra infanzia, dal nostro rapporto con i genitori, ma rendendosi conto che anche loro hanno i loro demoni e che oltre che genitori sono stati figli e comunque persone che possono sbagliare. Il genitore non è irreprensibile, è una persona. Non conosco nessuno che non faccia errori. Però bisogna rendersi conto che oggi viviamo dei retaggi culturali, educativi che secondo me vanno abbattuti. 
- A proposito mi viene in mente il discorso che hai fatto in Senato in cui hai chiesto l’educazione sessuo-affettiva già dalle scuole elementari perché alle medie è già tardi. Oltre all’educazione sessuo-affettiva fatta dagli insegnanti a scuola non sarebbe opportuno prevedere anche una rieducazione sessuo-affettiva dei genitori?
- Assolutamente sì. Per me dovrebbe essere, come in ogni aspetto della vita, un lavoro collettivo. La società va avanti in quanto collettività. Dovrebbe essere un lavoro strutturato con una comunicazione scuola-famiglia che molto spesso non c’è. Ci sono dei genitori che sono diseducati e diseducativi, ma anche altri che semplicemente non hanno il tempo di educare i figli. Si dice “allora non li fare i figli”, affermazione riduttiva e assurda. Ci sono persone che per guadagnare una miseria lavorano 12 ore al giorno e al ritorno a casa non hanno neanche tempo di parlare con i figli ed è un dramma in cui non si può puntare il dito contro nessuno, ma, d’altro canto, si può nel senso che quando questo atteggiamento si trasforma in una sorta di immobilismo che porta a trascurare l’educazione dei bambini a partire dalla tenera età ha degli effetti disastrosi sulla crescita. Invece il dialogo deve essere abbastanza analitico a volte, per questo io chiedo proprio a partire dalla musica di analizzare i testi, valutare cosa c’è a livello emotivo, relazionale in essi che possiamo collegare con le nostre vite, le nostre relazioni. E di questo c’è tanto nella musica, perché racconta la vita, in essa ci trovi tutto. Sarebbe bello vedere questa apertura da parte dei genitori, che a volte non c’è o per mancanza di tempo o per mancanza di volontà o ancora per una serie di tabù che continuano ad essere fortissimi. Si evitano certe tematiche senza considerare che “rientrano dalla finestra” triplicate. Ci sono bambine che non sanno che cos’è il papilloma o ragazzine che lo contraggono da giovanissime, ragazzine che non sanno che cos’è l’endometriosi, che non sanno che cos’è un preservativo e questo è grave. Oppure ragazzine con un fidanzatino che dice “oggi tu non esci” e non è normale. Bisogna parlare, abbattere qualsiasi muro.
- Parliamo un attimo della tua canzone più famosa, “Bandiera”. Mi hanno detto che è un meme su TikTok e allora ho pensato: nel momento in cui una canzone che ha un forte significato come questa diventa un meme, come cambia il tuo rapporto con essa quando viene svuotata del suo significato? (ndr. L’informazione è inesatta. Non si tratta di un meme, ma di un frammento mandato in onda dalla trasmissione “Blob”. Mi scuso con l’intervistata e con i lettori).
- Sarei curiosa di vedere com’è questo meme perché non ci sono solo meme che prendono in giro, ma alcuni sono anche dei complimenti, dipende da come è fatto. Nel mondo dei social comunque è inevitabile che quando si parla di qualcosa possa essere decontestualizzata. La canzone lo è stata tante volte e non dai ragazzini, ma dagli adulti che estrapolavano solo quella frase e commentavano “la musica è finita, che schifo” senza considerare tutto quello che dicevo prima. Mi sono capitate persone che avrebbero potuto essere i miei genitori che mi dicevano cose orrende. All’inizio è stato difficile, ma oggi ho fatto pace con quella canzone perché ne so il significato, perché l’ho scritta io e so quanto è importante e lo è anche per altre persone. Lo vedo anche in chi viene ai miei concerti, quando la passano in radio, quando la gente mi dice: “ma lo sai che la tua canzone mi ha salvato, mi ha dato la forza che non avevo?”. Poi la distorsione è fuori dal mio controllo, c’è chi dice “guarda quella femminista del cavolo di Giulia Mei”, ma non ci posso fare niente. Fa parte del gioco.
- Rispetto a “Diventeremo adulti” l’ultimo disco è molto diverso, il primo era più cantautorale classico, mentre in questo hai infranto una barriera includendo l’elettronica. Questo cambiamento totale di stile a cosa è dovuto e dove pensi di andare?
- Non so dove penso di andare, ma adesso sto scrivendo il nuovo album. E’ un cambiamento legato a quello che ti dicevo prima sul trovare una nuova regola. Venendo dal mondo classico, da una canzone un po’ più secondo le regole, cercavo qualcosa che invece mi desse la libertà più assoluta e la musica elettronica per me è libertà assoluta perché è un genere che non ho studiato accademicamente, in cui per me tutto è possibile, esploro come una bambina. Scopro ogni genere, la techno, la dubstep, ho imparato ad usare Ableton (ndr software, ma anche hardware per fare musica) e quindi ad uscire dalla dimensione piano-voce per fare produzioni, pre produzioni. Quindi posso impostare la canzone in maniera meno classica partendo da altri elementi, da un beat, da un synth. Questa è stata per me esplorazione. Usare l’elettronica nasce da una voglia di libertà nella musica che mi sono riconcessa. E poi è bella, mi piace. L’ho scoperta quando al Conservatorio ho studiato la musica concreta, Stockhausen quel mondo. Sonorità che uscivano dalla dimensione dello spartito. Poi ho esplorato tutti i sottogeneri e il legame della musica con il rumore. Il tema del rumore nella musica elettronica è molto presente, ci sono elementi noise, quasi disturbanti che entrano nella musica anche in maniera repentina e che superano la dimensione della musica intesa come tale. Per me il rumore è suono, a volte mi dà tensioni emotive all’interno della canzone che ricerco, quasi in maniera madrigalistica (ndr Il madrigale è una composizione poetico musicale diffusa in Italia tra il Rinascimento e il Barocco). Quindi tutto nasce dalla voglia di sperimentare, trovare una nuova spontaneità. 
- Un’ultima domanda. Com’è nata la tua collaborazione con Rodrigo D’Erasmo? 
- E’ nata perché io lo apprezzavo molto, lo conoscevo e cercavo qualcuno che avesse un approccio allo strumento meno canonico. Lui ha fatto una sorta di orchestrazione in “Io della musica non ci ho capito niente I e II”, ma volevo che fosse anche un po’ borderline diciamo, inaspettata, che non seguisse la regola e andasse un po’ fuori dai bordi, a cercare una dissonanza che ti porta al rumore, quasi come se fosse un errore di percorso. Questo disco è stato pensato quasi come una dedica all’errore, a quello sbagliare strada che invece ti porta a casa molto meglio della strada più dritta. La mia formazione classica naturalmente c’è ed è forte. Nel momento in cui me ne sono allontanata e l’ho rielaborata mi sono riavvicinato a lei, a quel pianismo e ho rifatto mio quel repertorio. Però mi piace anche l’idea di poterla rivisitare e quindi avere anche uno sguardo neoclassico ma sempre contaminato con quello che sta succedendo oggi nel 2026, con quello che nel frattempo esploro. Scoprirò altra musica elettronica, altri progetti, altri produttori e nasceranno delle nuove vibes e quindi i mondi che fanno parte di me si contamineranno ancora di più.


La sera del concerto al Flowers Festival di Giulia Mei all’apertura dei cancelli una ragazza che attendeva già fuori in un angolo è andata a sedersi a gambe incrociate davanti alla transenna proprio al centro del palco. Ed è rimasta lì alzandosi in piedi solo quando Giulia Mei ha iniziato a suonare. Quel gesto dice molto del legame che l’artista sta stabilendo con il pubblico grazie al valore emotivo della propria musica. 

domenica 12 luglio 2026

VARANASI - IMPERMANENZA - NON E' PER SEMPRE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Nelle religioni orientali, in particolare nel buddhismo, l’impermanenza è un concetto legato alla transitorietà e al costante mutamento. E questo mutamento si esprime nella circolarità della vita, la nascita, crescita, morte e rinascita. Gli umbri Varanasi hanno intitolato il loro nuovo album proprio “Impermanenza” per mettere a fuoco fin da subito la loro visione del mondo. I testi procedono per immagini, suggeriscono più che non descrivere. Il disco si apre con la title track, brano solido e possente che contrasta con il testo imperniato sull’impalpabilità. A seguire “L’effetto che fa” è un buon pezzo rock speziato di sintetizzatori in cui per il protagonista è fondamentale la distanza, il rimanere in disparte per sentirsi vivo. “La tentazione di esistere” torna sul tema centrale del disco. “Essere vivi, essere morti è la stessa cosa”. La costruzione melodica curata nei minimi dettagli ne fa uno dei brani cardine dell’intero lavoro. “Per sempre” ha il respiro del rock britannico e torna sul tema della difficoltà di ritrovare sé stessi. “L’assedio” è il primo di due pezzi ispirati alla biografia di Paul Auster sullo scrittore e cronista di guerra bohémien Stephen Crane. Da qui i numerosi riferimenti guerreschi nel testo. “Gli esordi” distilla un pop rock di qualità. La scelta lessicale ripropone termini legati alla guerra come nella significativa lirica “il mestiere di vivere è un campo nemico”. In “La decomposizione dell’anima”, brano sorretto da un’efficace linea di basso, è contenuta una citazione dalla poesia del premio Nobel Thomas Stearns Eliot “Gli uomini vuoti”. La fine del mondo non con uno schianto, ma con un lamento è speculare al trapasso del protagonista, “sarà il silenzio e poi sarò morto”. Con “Canto di quiete e di tempesta” i cieli cupi si rasserenano lasciando filtrare come un raggio di sole una melodia quasi cantautorale. A seguire “Solaris” mette in scena un immaginario spaziale vicino al film omonimo di Andrej Tarkovskij, tratto dal romanzo dell'autore polacco Stanisław Lem. In chiusura dell’album “Ragazzo in fiamme”, nuovamente ispirata all’omonima biografia di Stephen Crane, lavora di sottrazione dando il massimo risalto ai sintetizzatori.
Ho avuto il piacere di parlare con il bassista e compositore dei Varanasi Matteo Luciani.


- La title track in apertura dal punto di vista sonoro direi che è il brano più possente dell’album. Questa solidità sonora contrasta con il senso di precarietà del testo. E’stata una dissonanza emotiva voluta?
- No è venuta per caso. E’ legato al nostro modo di scrivere perché non volevamo fare un album in cui tutti i pezzi avessero la stessa struttura e la stessa potenza. Poi dipende anche da come mi sento quando scrivo.
- Sei tu quindi che scrivi i pezzi?
- La parte musicale sì, mentre i testi sono di Stefano (ndr. Stefano Bellerba, cantante e chitarrista), ma poi ovviamente sono arrangiati da tutti e quindi i brani sono di tutti. 
- Pensando a un verso di “Impermanenza” (“una fiamma oscillante” ndr) suonare ti aiuta a tenere accesa la tua fiamma?
- Sì, per forza. Dopo il nostro album precedente, che ha avuto un’uscita più sottotono rispetto a questo, perché dopo il Covid abbiamo cambiato etichetta varie volte non volevo che fosse l’ultimo album del gruppo. Questo stimolo mi ha portato a scrivere i pezzi per questo nuovo album “Impermanenza”. 
- Avete avuto cambi di formazione in questa fase di passaggio o avete conservato la line up?
- Siamo rimasti sempre gli stessi.
- In “L’effetto che fa” nonostante il muro del suono emerge il gusto per la melodia. Che ruolo ha la costruzione melodica nel vostro modo di fare musica?
- Per noi è importante, una cosa fondamentale. 
- Il verso “Rimani in disparte per sentirti vivo” fa pensare alla massa che oggi si riversa più che altro sulle strade dei social. E’ come uno tzunami che ci travolge. Come siete arrivati ad acquisire questa consapevolezza?
- Ci siamo arrivati in base a quello che vediamo. Siamo sui social perché li usiamo anche per la band, ma questo è ciò che vediamo sempre.
- Nel pezzo “L’assedio” citate i poeti inglesi, descritti come “fiori trasparenti e stanchi”. Qual è i legame tra la vostra estetica e il decadentismo?
- La canzone fa riferimento alla biografia che ha scritto Paul Auster di Stephen Crane, uno scrittore morto giovanissimo che era stato anche in guerra come reporter. L’ispirazione per questo brano viene da lì. 
- “Canto di quiete e tempesta” è l’unico pezzo sull’amore del disco. Anche le sonorità sono più positive, con un ritornello che richiama la canzone italiana anni 70 ed è sicuramente una sorpresa piacevole. L’amore, secondo te, è l’unico modo per fregare la morte?
- Sì potrebbe essere. Comunque l’intento non era tanto quello di fare una canzone d’amore, il testo dice “E’ un vero amore, non è?” quindi per me era qualcosa di autoironico. Quando ho portato agli altri il pezzo non c’era il ritornello, l’abbiamo aggiunto e abbiamo ci abbiamo cantato sopra perché ci faceva un po’ ridere il fatto che non abbiamo mai fatto un testo sull’amore.
- Nella “La decomposizione dell’anima” citate esplicitamente il poeta Thomas Stearns Eliot affermando che “il mondo finisce non già uno schianto, ma con un lamento”. L’anima è ciò che fa di un corpo un essere vivente più che non gli organi?
- Non credo proprio nell’anima perché non sono credente, però l’idea dell’anima come nostra coscienza sì. 
- “Solaris” continua il mood positivo, per citare alcuni versi “tornare a quei giorni perduti e per sempre distanti. E ancora tornare a quei giorni, per esserne salvi”. Il passato è il tempo cui sei più affezionato?
- Sì nei nostri brani si parla spesso del passato, delle occasioni perse, forse perché capiamo che andiamo verso i quarant’anni.
- “Ragazzo in fiamme”, che chiude l’album, è il brano in cui il sintetizzatore di Leonardo (ndr. Leonardo Mori) è più in evidenza. Chiude un po’ il cerchio con l’intro di “Impermanenza”? Mi sembra che dia un senso di circolarità.
- Quando scrivo per un album di dieci canzoni faccio una struttura, nel senso che penso che quella deve essere la prima canzone, quella la seconda. “Impermanenza”, quando l’ho scritta, l’ho pensata come brano di apertura dell’album. Come chiusura no, pensavamo ad un altro pezzo. “Ragazzo in fiamme” inizialmente non era arrangiata così era una sorta di marcia. Abbiamo tolto quasi tutti gli strumenti e aggiunto i sintetizzatori. A quel punto abbiamo capito che poteva essere quella più adatta a chiudere il disco.
- Il testo recita: “Respiri il mondo il male è dentro di te”. Mi sembra che suggerisca che il dolore del protagonista non sia soltanto personale ma anche una metabolizzazione del male esterno. Il ragazzo in fiamme è un capro espiatorio che brucia per tutti?
- Sì potrebbe essere, però è sempre legato alla biografia di Stephen Crane, al tema della guerra.
- La guerra è quindi un tema ricorrente nella vostra produzione?
- Purtroppo sì. Nell’album ci sono due canzoni che parlano di guerra. “Ragazzo in fiamme” indirettamente perché è la testimonianza dello scrittore, poi il brano “L’assedio” parla sempre di guerra, di come noi la viviamo. Ne siamo sia colpiti che anche purtroppo assuefatti, non la prendiamo più con l’importanza che meriterebbe. Sentirne parlare tutti i giorni crea assuefazione, diventa quasi qualcosa di normale. 
Siete nati dalle ceneri dei Japan Suicide evolvendovi in Varanasi. Da dove viene questo legame con l’India?
- Con l’India perché a me è sempre piaciuta la psichedelia e ho suonato per qualche anno in un gruppo che faceva quel genere e l’India è sempre stata associata alla psichedelia. E poi perché cercavo un nome che non fosse italiano, ma al tempo stesso facile da pronunciare. E infine perché richiama il titolo di una delle mie canzoni preferite, che è “Varanasi Baby” degli Afterhours. Quando siamo passati dall’inglese all’italiano lo abbiamo fatto perché in italiano ci esprimiamo molto meglio. Si potrebbe pensare “beh scrivi la struttura della canzone allo stesso modo e poi aggiungi il testo”. Invece, secondo me, doveva cambiare qualcosa anche nella scrittura e gli Afterhours ne sono stati un esempio. Non ascolto molti gruppi italiani, però loro sì. 
- Vorrei farti ancora una domanda su “La tentazione di esistere” e i versi iniziali “Salvare il mondo, nessun legame, l'universo non se ne accorgerà neppure.”. Noi siamo un puntolino minuscolo neanche visibile nella vastità dell’universo. Questo può provocare un senso di smarrimento. Come si può cercare di dimenticarselo almeno per un attimo?
- Il pezzo è ispirato al Dottor Manhattan di “Watchmen” (ndr serie a fumetti). Avendo un enorme potere poteva distruggere la terra e nemmeno accorgersene. Questo è il significato. 
- Torniamo ora su “L’effetto che fa”. Scrivete “Continueranno a spingerti verso la conquista del tuo sentimento di onnipotenza”. Nella contemporaneità ci crediamo ormai quasi immortali e per questo anche superiori. Come si può disinnescare questo senso di onnipotenza?
- Io credo che già la vita lo faccia con le malattie, i problemi, il lavoro, gli amici. Quando si è ragazzi ci si crede invincibili, poi quando si entra veramente nella società dopo gli studi la vita cambia.
- Nel testo di “Solaris” declinate in vari modi la benevolenza: “Benevolenza cosmica, benevolenza karmica, benevolenza atomica, benevolenza indomita”. Perché avete scelto proprio questi aggettivi?
- E’ riferito al film “Solaris” del 1972 di Tarkovskij, tratto dal libro di Stanisław Lem. A noi piace molto citare film o libri. Quando scrivo un pezzo posso prendere ispirazione anche da un film pur non citando il testo. 
- Il fatto di suonare il vostro genere in Italia può essere particolarmente penalizzante dal punto di vista della visibilità. Quali sono le motivazioni che vi fanno tenere duro?
- Sicuramente la caparbietà e il credere nel progetto e in quello che facciamo. Per tutti i gruppi alternativi, indipendenti oggi è molto difficile poter suonare, però ogni volta che facciamo un concerto l’impatto è sempre buono, quello che ci arriva dal pubblico e da chi ascolta l’album ci fa venire voglia di continuare. Bisognerebbe dare a gruppi come il nostro la possibilità di suonare, concedere più spazio. 
- Nell’era della musica liquida li compri ancora i CD o i vinili?
- Assolutamente sì, più che altro vinili. 


I Varanasi si apprestano ad affrontare quello che definiscono il "mestiere di vivere",  un vero e proprio "campo nemico", schierando la propria formazione al completo: Stefano Bellerba, armato di voce e chitarra, Saverio Paiella, armato di chitarra, Matteo Luciani, armato di basso, Leonardo Mori, armato di synth e tastiere e Matteo Bussotti, armato di tamburi, piatti e grancassa. 

sabato 11 luglio 2026

L'IMPROBABILE PIENA DELL'ORETO - DIMARTINO - RECENSIONE A CURA DI IRIS CONTROLUCE PER #GLORYBOX


Oggi voglio farvi una domanda: quante volte vi capita di correre così forte da non concedervi nemmeno un secondo per rallentare?
Poi, all'improvviso, succede. Ci si ferma. Ci si volta indietro e si prova a capire cosa è successo nel frattempo, cosa è rimasto a galla. 
Guardiamo le vecchie foto, pensiamo alle promesse che abbiamo fatto a noi stessi... quelle promesse che non abbiamo mantenuto, e ci scontriamo con le paure tutte nuove della vita adulta.
È proprio da questa sensazione che voglio partire oggi. Perché a sette anni dal suo ultimo lavoro solista, Dimartino è tornato con un album incredibile. Un disco che sembra scritto apposta per questi esatti momenti, per questa nostra strana età.
Il titolo è "L'improbabile piena dell'Oreto" e per questo viaggio, fidatevi, dimenticatevi la classica scaletta dei brani: non siamo di fronte a delle semplici canzoni. 
Siamo dentro a un flusso, a uno scorrere perpetuo. La musica non si ferma mai e i pezzi scivolano l'uno dentro l'altro, proprio come fa l'acqua di un fiume.
Se amate la grande letteratura, questo percorso vi colpirà dritto al cuore. 
Dentro ci trovate un'atmosfera sospesa, magica, che ricorda da vicino le pagine di Gabriel García Márquez o di Italo Calvino. Dimartino prende un luogo reale, il fiume Oreto di Palermo e lo trasforma in uno spazio dell'anima. 


Un posto dove il degrado delle periferie convive con il mito. 
Pensate che nella copertina compare persino "u sugghio", una creatura leggendaria siciliana, metà lucertola e metà uomo.
Ma navigando tra queste tracce, è impossibile non sentire l'eco di un classico immenso come "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad. 
Se per Conrad il fiume era la discesa nei segreti più bui e profondi dell'essere umano, qui le voci di un coro femminile evocano proprio quel tipo di suggestioni. 
Mi riferisco alla disperata ricerca di qualcosa che abbiamo perso lungo la strada.
E non è un caso se nel disco troviamo anche un adattamento musicale di una poesia di Federico García Lorca, "Agua, ¿dónde vas?". 
L'acqua, ancora una volta, come metafora del tempo che fugge via, incurante di tutto ciò che lo circonda.
Anche dal punto di vista del suono, il lavoro del produttore Roberto Cammarata è un piccolo capolavoro fatto per sottrazione. 
Niente rumori inutili, niente canzoni nate per i balletti sui social. Qui domina la chitarra acustica. Ci sono synth analogici che imitano il movimento lento dell'acqua e una piccola orchestra che scalda il petto. 
Molti pezzi sono stati registrati in presa diretta: significa che si sente il respiro della stanza, l'imperfezione che si trasforma in pura bellezza.
Ascoltate con attenzione la traccia di apertura, "L'oro del fiume": racconta di un cercatore d'oro fermo in mezzo alla corrente. 
Parla di tutti noi: sempre di corsa, ossessionati dal lavoro, dalle notifiche, dai post, dagli obiettivi da spuntare su una lista, tanto da dimenticare di vivere il presente.
Alla fine della canzone, però, il protagonista fa un gesto bellissimo, che toglie il fiato: lascia l'oro nel fiume e smette di cercare. 
Un invito potente, quasi rivoluzionario, a lasciar andare.
Riuscirci è un esercizio quotidiano tutt'altro che banale, non siete d'accordo?
D'altronde lo diceva il filosofo Eraclito più di duemila anni fa: "Nessun uomo entra mai nello stesso fiume due volte". Ed Hermann Hesse, nel suo capolavoro Siddhartha, faceva sedere il protagonista sulla riva per imparare l'arte più difficile di tutte: l'attesa. 
Il fiume non ha fretta. Sa che tutto scorre e che tutto, prima o poi, ritorna.


C'è una sottile, dolcissima malinconia in questa consapevolezza. 
Una sensazione che molti di noi conoscono fin troppo bene, divisi tra il ricordo leggero dei vent'anni e il peso del futuro, con tutte le incertezze del caso. Ed è proprio da questa sponda, fatta di attese infinite, che vi ritroverete ad ascoltare questo splendido disco. 
Un album stratificato, profondo, che parla alle nostre inquietudini e che in fondo ci sussurra una domanda precisa: siamo ancora capaci di emozionarci davvero?
Se volete viverlo dal vivo, Dimartino porterà questo progetto in tour con una veste completamente unplugged - solo chitarra e voce - in luoghi intimi e davvero suggestivi. Molte date sono già sold out, e non è difficile capire il perché: abbiamo tutti un disperato bisogno di canzoni nude, fragili ed essenziali.
Il mio consiglio per oggi è questo: prendetevi un'ora di tempo tutta per voi. Lasciatevi trasportare dalla corrente... e poi fatemi sapere dove vi siete fermati.
Che ne dite? Ci ritroviamo tutti lì.