lunedì 28 settembre 2026

HUMANOIRA - LA MUSICA COME ESTASI - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Scrivere canzoni a mano libera, senza tracce da seguire, lasciandosi andare al puro piacere di farlo e dimenticando, almeno per un attimo, il dovere. La musica degli Humanoira nasce proprio da qui. Il duo livornese composto da Riccardo Vivaldi (chitarra e voce) e Davide "Junox106" Varriale (piano, basso e laptop) ha pubblicato nel corso del 2026 una serie di singoli che troveranno posto nel nuovo album “Tarab”. Primo ad uscire, lo scorso gennaio, è stato “Hai ragione tu”, pezzo dall’irresistibile ballabilità che però non fa rima con banalità. “I vaffanculo alla vostra opinione li travesto da ok hai ragione tu” è la strofa centrale del brano. Il senso è restare fedeli alle proprie idee rinunciando a discutere con chi rimane chiuso in un guscio di supponenza. Lo sfavillante arrangiamento synth pop acquista un senso più profondo nel bel video di Valentina Cipriani in cui una ballerina affronta un provino di fronte ad un tavolo di giudici scettici per partito preso. La performance li coinvolge a tal punto da vederli scatenati in un ballo liberatorio finale. “Il mio primo pensiero”, uscita a marzo, ha un respiro più cantautorale. La notte di San Lorenzo diventa un carnevale interiore in cui possiamo essere chi vogliamo tanto, l’indomani, torneremo ad essere quelli di sempre. “Ritmo magnetico solare” richiama nelle strofe lo stile di canto di Edoardo Bennato. Al centro del brano la magia di essere amati da una donna talmente bella da sembrare di un altro sistema solare. “Non vali niente”, brano più cinico del lotto ricorda musicalmente i Subsonica ed esprime una critica sociale della realtà: se non sei conosciuto non vali nulla. 
Più solare e leggera “Portami il mare” squarcia le nubi con un raggio di sole illuminando l’unica cosa che conta veramente, l’amore. 
Ho avuto l’occasione di parlare con Davide “Junox 106” Varriale sia degli Humanoira che del suo progetto parallelo.


- Cominciamo dall’inizio dell’anno, quindi da “Hai ragione tu”. Il detto dice che “la ragione si dà solo ai fessi”. 
- Esatto, in una sola affermazione hai già capito il senso della canzone. Io mi occupo più della parte musicale, mentre Riccardo, l’altra metà degli Humanoira, canta e scrive i testi; quindi, io partecipo alla scrittura esprimendo la mia opinione ma è Riccardo la penna del gruppo. Il pezzo è una risposta tra i denti alle situazioni in cui tutti hanno da dire la propria opinione, tutti esprimono le loro idee, giustamente, ma dopo un po’ che hai sentito tante opinioni non hai più voglia di starle ad ascoltare e dici “Ok hai ragione tu”.
- Per chiudere lì il discorso diciamo. 
- Esatto, diciamo che è un po’ un vaffanculo tra i denti, il pensiero è “non te lo dico direttamente, ma è implicito”. 
- Musicalmente è uno di quei pezzi impossibili da ascoltare da fermi. Anche al termine del bel video che accompagna la canzone i compassatissimi giudici che devono valutare la ballerina protagonista si lasciano andare all’entusiasmo, al ballo. Dire cose serie con leggerezza è uno dei vostri obiettivi?
- Sì, ci piace la profondità dei temi, però crescendo abbiamo acquisito una certa leggerezza; quindi, in questo disco ci sono anche temi profondi, ma “Hai ragione tu” è una canzone molto più leggera, l’andamento è coinvolgente e nel video tutto questo traspare. Tra l’altro è stato realizzato da Valentina Cipriani (Nda Nota videomaker toscana) che chi segue l’underground musicale penso conosca, ha collaborato con gli Zen Circus, con i Cara Calma e altri progetti noti. Noi abbiamo già fatto tre video per il disco precedente “Obiettivo Salvezza” e quindi è stato naturale anche per questo singolo fare un video con lei. 
- A proposito di “Il mio primo pensiero” se dovessi scegliere un desiderio da far avverare quale sceglieresti?
- Non vorrei essere scontato ma direi la serenità, la tranquillità nell’affrontare le problematiche, perché comunque ci sono a prescindere; quindi, se si ha la serenità interiore per affrontarle è tutto molto più semplice. 
- Invece “Ritmo magnetico solare” nelle prime strofe mi ricorda un po’ lo stile di Edoardo Bennato. Seguendo il senso della canzone lasciarsi travolgere dalla passione dovrebbe essere uno degli obiettivi della nostra vita?
- Sì, penso che la passione sia il motore della vita. Qualsiasi cosa positiva è spinta dalla passione. Poi ognuno la può incanalare nell’arte, nella lettura, nelle serie TV o nel lavoro. La passione è alla base del “fare” delle persone. 
- In “Non vali niente” emergono come fonte di ispirazione i Subsonica. Mi sembra che lo stile del pezzo sia a loro molto vicino.
- Sì, c’è qualcosa perché comunque è un pezzo con molta elettronica e forse anche il timbro di Riccardo può ricordarli. I Subsonica non sono tra le nostre influenze maggiori, però sicuramente un richiamo c’è. 
- Il pezzo parla dei non rapporti tra le persone tramite i social?
- “Non vali niente” lo definisco il pezzo cattivo di questo disco. Nel senso che in tutti i brani ci sono finali positivi; invece, questo parla di persone negative che meritano anche loro una canzone, ma non di affetto e positività. Per questo “Non vali niente” è la definizione perfetta. 
- Una definizione sminuente quindi.
- Sì non è una canzone che vuole piacere, ma vuole stabilire una certa distanza. 
- Passando a “Portami il mare” torna un’atmosfera più leggera, il perdersi. 
- Esatto “Portami il mare” è proprio il contrario di “Non vali niente”. 
- Quali sono stati i sentimenti che vi hanno ispirati mentre la componevate?
- Sicuramente c’è la ricerca di amore, però è anche la ricerca di una fuga da tutto ciò che è tossico, negativo. Il mare rappresenta un senso di liberazione da queste problematiche. 
- Venire da una città di mare ha fatto la differenza nel vostro modo di fare musica?
- Penso di sì. Il mare dà quella malinconia, quella nostalgia però allo stesso tempo anche quella spensieratezza che quando lo guardi ti viene spontanea. Avendolo vicino a casa, crescendo con lui accanto diventa qualcosa di innato. Non a caso se si pensa alla scuola genovese, Gino Paoli, Tenco, De André avevano quella malinconia intrinseca che il mare porta con sé. 
- Torniamo un attimo indietro nel tempo al vostro album “Obiettivo Salvezza”. Ho due curiosità, la prima riguarda “Pascosky (Intro)”, che contiene un omaggio al famoso monologo dei perché di Francesco Nuti. Per me è una delle scene più intense del cinema italiano. Perché avete deciso di inserirla nell’album?
- Partiamo dal fatto che Riccardo è un grandissimo fan di Francesco Nuti, lo adora ed era tra i suoi obiettivi già da anni fare un pezzo che lo citasse. Non avevamo fatto niente di particolare in altre canzoni e quindi abbiamo deciso di mettere direttamente la sua voce su una base strumentale che avevo proposto ed è diventata una canzone, più sperimentale, ma è nata così. 
- “Panna” con il Maestro Pellegrini è un pezzo fuori registro rispetto al vostro solito, c’è molta più chitarra in acustico. Questo approccio musicale deriva dal fatto che avete collaborato con lui? È stata una sorta di influenza reciproca?
- In qualche modo hai ragione. È un brano che nel nostro repertorio ha fatto da spartiacque. Prima avevamo un’attitudine più diciamo rock, mentre quel brano è in direzione molto più cantautoriale. È nata senza l’idea di coinvolgere Maestro Pellegrini. Noi conosciamo Francesco dalle scuole superiori e abbiamo avuto l’idea di proporgliela anche perché lui era uscito da poco con un disco e il suo modo di cantare si poteva inserire molto bene nella canzone. Quindi gliela abbiamo proposta, l’ha ascoltata, gli è piaciuta e quindi è stata anche un modo di ritrovarsi tra vecchi amici. 
- Ci puoi dire quando si completerà il mosaico che va a comporre il vostro nuovo album?
- Siamo oltre il giro di boa perché comunque abbiamo deciso di dare a ogni singolo il suo spazio, i suoi tempi di uscita. L’album comprende sei canzoni più un’intro e un outro. “Portami il mare” è il quinto singolo, mi sembra il 28 ottobre uscirà l’ultimo singolo e poi dopo un mese uscirà il disco completo che si intitola “Tarab”. 
- Titolo molto curioso, andrò ad approfondire. 
- Tra l’altro sul titolo c’è una piccola curiosità. Dopo che lo avevamo scelto, a distanza di un mese ci siamo accorti che era uscito un disco di Mia Martini con tutti i suoi successi intitolato proprio “Tarab”, alché siamo andati in crisi e abbiamo detto “qui bisogna cambiare nome”. Ci abbiamo provato, ma quel titolo per noi era perfetto e quindi alla fine abbiamo deciso di lasciarlo. 
- Beh anche perché chi ascolta voi ha un gusto che è molto lontano da Mia Martini.
- Sì diciamo che dall’Alto ci ha anticipato. 
- Mi hai detto che hai anche un tuo progetto solista, ti va di parlarne? 
- Sì, tutto nasce dalla lavorazione di “Tarab”. Per me è stato fondamentale, gli voglio davvero bene. È nato nell’arco di un anno perché tra gli impegni nostri e quelli di Fabrizio Pagni, tastierista degli Zen Circus che ora collabora con Achille Lauro ed è il produttore, non era facile trovarci. Ci incontravamo una volta alla settimana, al massimo due quando dovevamo stringere i tempi, però ce la siamo comunque presa con molta calma. C’è stato un momento in cui mancavano due pezzi che Riccardo aveva un po’ di difficoltà a scrivere. Per la prima volta nella mia carriera musicale ho deciso di provare a scrivere io stesso e, nonostante fosse una cosa che non pensavo mi riuscisse, ci ho preso sempre più gusto e da quel momento ho deciso di intraprendere anche la carriera solista. Mi sta piacendo molto di più di quello che pensassi. 
- Bene così siamo riusciti a parlare anche un po’ del tuo progetto.
- Sì, il 2 ottobre uscirà il primo singolo che si intitola “Sento questa volontà”. Il progetto è una costola degli Humanoira, la cui musica, soprattutto negli ultimi anni, ho sempre composto io. Il mio progetto, JUNOX, ha un lato cantautoriale più spiccato rispetto agli Humanoira. Anche il mio progetto è in italiano, c’è sempre molta elettronica, c’è il rock, il pop, tante contaminazioni. Con gli Humanoira devo cercare di andare incontro alle esigenze di Riccardo, in questo caso sono io perso nel mondo musicale e ci sto prendendo veramente gusto. 
- Fai qualcosa di diverso rispetto agli Humanoira.
- Assolutamente. Sono anni che scrivo musica però mi fermavo a quello stadio, perché gli Humanoira siamo Riccardo ed io ed è giusto che lui scrivesse i testi e cantasse. Mi sono ritrovato a scrivere e ho scoperto questo lato di me che mi sorprendo di avere, perché non lo avevo mai coltivato. Anche cantare è un mondo nuovo, ma mi sto divertendo parecchio. 
- Tornando agli Humanoira un’ultima domanda. Se dovessimo descrivere la band con un’espressione sintetica, potrebbe essere “Lasciarsi andare”?
- Sì potremmo dirlo. La musica per noi è proprio un modo per lasciarsi andare a quello che proviamo. Nella vita, nel lavoro devi essere sempre controllato e la musica è sempre stata per noi un modo di uscire dagli schemi. Questo aspetto mi piace molto. Anche nel progetto JUNOX lasciar andare è centrale. Tornando a quanto dicevamo prima sulla serenità, la musica infonde serenità nelle persone, soprattutto in chi la fa. 



Cercandone il significato ho scoperto che “Tarab” è una parola araba che esprime il concetto di essere in estasi, rapiti dall’ascolto della musica e della poesia. Quel lasciarsi trasportare che per gli Humanoira è la ragione e la conseguenza di tutto. 

lunedì 14 settembre 2026

ROGOREDOFS - ALTERNATIVO A COSA? - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Passato, presente e futuro, denuncia sociale e interiorità. Nella musica dei RogoredoFS convivono tutti questi punti di riferimento senza forzature, in modo armonico. La band pavese, composta da Armando Rossi (voce e chitarra), Jacopo Poppi (tastiere), ⁠Marina Borlini (chitarra), ⁠Riccardo Senna (basso) e ⁠Marco Gazzoni (batteria), ha pubblicato recentemente il secondo album “Alternativo A Cosa?”, un disco le cui dodici canzoni sono ricche di spunti di riflessione, suonate con la sicurezza dell’esperienza e con l’estro di chi vuole evitare la banalità. Apre l’album “Suite Lanosa”, strumentale dal titolo curioso di cui si capisce il senso solo arrivati all’ultima traccia. Il suono è marmoreo, marziale, un wall of sound che sovrasta l’ascoltatore. A seguire “Zyggurat” mescola suggestioni mediorientali e alt rock con un testo che spazia nella storia dell’uomo così come tra i Continenti unendo il Medio Oriente al Mississippi. “Homo Erectus” accende la luce sulla pochezza della razza umana che si illude da sempre di essere quella dominante, quando ormai di sapiens ci resta ben poco. Come in tutte le tracce del disco i volumi sono corposi e la sezione ritmica spicca in primo piano al pari di chitarre, tastiere e voce. La title track miscela un riff alla Black Keys ad uno stile nel cantato che rende omaggio a Giovanni Lindo Ferretti. “S.M.C.”, acronimo di Solide Magmatiche Certezze fotografa il periodo buio del Covid. “Sognavamo una vita diversa, una di quelle facili da raccontare” dialogano a distanza due persone costrette a restare lontane una dall’altra. “Rottami” consente alla voce di Armando Rossi di usare il registro per lui più confortevole, ossia il baritonale. La storia di un metalmeccanico morto sul lavoro tra l’indifferenza generale prende spunto da una vicenda familiare realmente accaduta per diventare simbolo di molte tragedie invisibili. A metà album “L’abisso” riprende fiato abbandonandosi per un istante alla necessaria leggerezza del pop. Brano tra i più ferocemente ironici dell’album, “Fashipster” mette in scena una baruffa chiozzotta in cui gli estremi si toccano fino a divenire una cosa sola. “Liturgia” si collega idealmente al pezzo precedente da un’angolazione più meditativa, quasi come se fosse raccolta in preghiera davanti ai demoni. “760 mmHg” ha le sonorità più vicine alla tradizione dell’alternative italiano, efficace nella sua linearità compositiva. “Caronte” è cantautoriale e mettendosi davanti allo specchio scopre che al di là del vetro non c’è nessuno. Il disco non si chiude con l’ultimo pezzo “Mammuth”, ma si ricollega all’intro invogliando al riascolto. Il brano si regge su una linea di basso profonda e solida come cemento e nel testo richiama lo stile di scrittura di De André, in particolare nel verso “egocentriche formiche, parenti del gibbone”. 
Armando Rossi e Jacopo Poppi si sono prestati ad una chiacchierata track by track che svela i significati più nascosti dei brani. 


- Partiamo dal vostro nome, “RogoredoFS”. Ho letto che fa riferimento alla stazione ferroviaria che era crocevia dei vostri percorsi. Avete un precedente illustre, si racconta infatti che Mick Jagger e Keith Richards si trovarono da adolescenti al binario di una stazione ferroviaria del Kent e che da lì gettarono le basi per la nascita dei Rolling Stones. Fatte le debite proporzioni qual è stata la scintilla che ha fatto nascere il gruppo?
ARMANDO – In realtà il gruppo è nato quasi per necessità. Dopo una serie di jam sessions tra me, Jacopo e il primo batterista ci siamo iscritti ad un contest abbastanza famoso per band emergenti. Il caso volle che ci accettassero. Non eravamo assolutamente pronti. Di ritorno dal primo briefing di questo contest, in direzione Pavia, il nostro batterista preso dal panico disse “ragazzi non so se è una buona idea, ma se proprio dobbiamo farlo almeno diamoci un nome, che ne so…RogoredoFS”, perché eravamo esattamente in quella stazione. Quindi in realtà è una scintilla che è scoccata lentamente nel modo più fisiologico possibile, tramite jam session. Si è consolidata e poi la necessità ci ha uniti e ci ha dato la forza per scrivere i primi pezzi.
- Quale era questo contest?
ARMANDO – Il contest era “Emergenza Festival” che non so se esista ancora (nda Si svolge tuttora, la prossima edizione è ad ottobre 2026). È per band emergenti e fa tappa in tutta Italia, se non erro ci sono varie selezioni, ci sono finali locali, regionali e nazionale. Il vincitore avrebbe suonato al Taubert Festival in Germania. In quell’edizione ci fu anche una band che poi vinse, eravamo in finale all’Alcatraz di Milano, e appunto la band che vinse andò poi a “X Factor”. Si trattava dei Melancholia ed erano veramente straordinari come sound e proposta in generale. Li ritrovammo qualche tempo dopo sullo schermo, una sorpresa perché erano poco calzanti rispetto a quel tipo di talent. 
- Jacopo hai qualcosa da aggiungere?
JACOPO – Armando ha già detto tutto. L’origine storica del nostro nome è quella, poi abbiamo trovato un significato aggiuntivo. Essendo tutti non originariamente di Milano, Pavia era un po’ il nostro punto di incontro. Per andare a Pavia devi sempre passare da Milano Rogoredo; quindi era il nostro epicentro ed è la vera storia. 
- Musicalmente il vostro album suona bello pieno e rotondo. Per mia curiosità l’avete registrato in studio o in un luogo con un’acustica particolare? 
JACOPO – Abbiamo registrato tutto all’Elfo Studio di Piacenza dove avevamo già registrato il singolo “Vacanze a Curacao” nel 2022/2023 e dato che ci eravamo trovati molto bene abbiamo deciso di fare l’album lì anche perché c’era un’attrezzatura consona a quello che volevamo proporre con questo album. La maggior parte dei pezzi sono nati nella nostra sala prove in provincia di Pavia, tranne il brano “L’abisso”, che è stato realizzato quasi totalmente in studio, nei sette otto giorni di registrazioni che abbiamo fatto a Piacenza. Armando aveva scritto il testo e una linea melodica e abbiamo fatto delle prove e il pezzo finale. La lavorazione del nuovo album è partita nel 2019 con “Zyggurat” ed è finita nel 2025 con “L’abisso”. Quindi un album che è nato nel corso di tanto tempo. 
- Dal punto di vista dei testi può essere definito un album sull’oppressione sociale?
ARMANDO – Diciamo di sì. Questo è il nostro secondo album, all’epoca del precedente “Retrovie dello stato” eravamo più giovani, quasi tutti studenti universitari e in quel momento c’era l’urgenza di manifestare un senso di oppressione nei confronti di quello che stavamo facendo. Nessuno di noi studiava ingegneria per vocazione, ma piuttosto per senso del dovere che ci veniva inculcato, ci si aspettava che se avessimo studiato e fatto un percorso di un certo tipo la società ci avrebbe dovuto qualcosa. Quella è stata la nostra primordiale manifestazione di dissenso. In questo album la critica sociale è sicuramente rinnovata, forse resa in modo anche più crudo in alcuni pezzi. Ad esempio, in “Fashipster” e “Homo erectus”. Però avendo scritto un buon cinquanta per cento del disco durante l’epoca del Covid abbiamo lasciato spazio anche a testi più introspettivi rispetto a quelli del primo album, perché era il momento migliore per essere introspettivi. 
- “Suite lanosa” è marziale e potente come inizio ed ha un suono più pesante rispetto al resto dell’album. Compare un elemento che si ritrova nell’ultimo brano “Mammuth”, ossia la lana. L’inizio si lega alla fine in modo circolare?
JACOPO – Sì esatto, il primo pezzo è la fine di “Mammuth”. Questo crea nell’album un movimento circolare, non fa capire quando finisce l’album. Il pezzo migliore per chiudere l’album era assolutamente “Mammuth” con questi suoni molto pesanti, bassi che sfiorano la soglia dell’udito umano. Se metti “Mammuth” in macchina vibrano i finestrini. Quindi è un pezzo che finisce con l’inizio dell’album. Dato che è un disco che secondo me ha bisogno di più di un ascolto, all’inizio ti dà una prima impressione su chi siamo e cosa vogliamo dire, ma dato che diamo una grande importanza ai testi, a ciò che vogliamo trasmettere all’ascoltatore, questa circolarità ti offre l’opportunità di riascoltare e capire meglio l’album. 
ARMANDO – Questi sono i due brani in cui c’è più sperimentazione sonora. Un fun fact è che negli outro strumentali, in cui c’è l’assolo di chitarra, in un passaggio abbiamo mixato il barrito di un elefante distorto cercando di ricostruire il verso del Mammuth, quindi lavorando sulle frequenze per provare a immaginarlo. Si dà il caso che la parte di chitarra che stavamo registrando con un fuzz e wah si sincronizzasse con il barrito. C’è un punto in cui la chitarra è indistinguibile dal verso dell’animale. L’andamento della canzone è immaginifico e cerca di replicare la camminata del Mammuth nella steppa siberiana. 
- Sì infatti l’andamento di “Mammuth” è molto cadenzato come in “Suite Lanosa”. In “Zyggurat”, che è uno dei brani che mi incuriosisce di più, da dove è nata l’atmosfera mediorientale che si sposa con la metafora appunto dello Zyggurat?
JACOPO – Questo pezzo è stato scritto principalmente da Armando e la sua prima versione, conservata nel mio telefono, risale al 2018, ancora prima della release del primo album. Una notte Armando, l’ex chitarrista ed io eravamo usciti come tutti gli studenti in giro per Pavia e quando siamo tornati a casa abbiamo usato questa dobro di Armando che in quel momento, secondo me, trasudava “mediorientalità”. La minore armonica suonava così bene che andava scritto assolutamente un pezzo. Se non ricordo male è stato Armando a creare il motivo principale e a partire da quella base abbiamo costruito pezzo dopo pezzo il brano. È come se fosse una suite che richiama l’intera storia dell’umanità partendo dalla preistoria e facendo richiamo a tutti gli Dei per evocare un ambiente misterioso, sconosciuto. 
ARMANDO – È stato curioso e totalmente spontaneo prendere una chitarra creata per un tipo di musica americana delle lande del Mississippi e trarne un pezzo così tanto mediorientale. La sua genesi è partita da una jam. La strofa e il ritornello sono nate quel giorno e nell’audio registrato da Jacopo sul suo telefono nel 2018 si sente già la struttura della canzone. Poi il testo è nato molto dopo riascoltando quel motivo che ci piaceva tanto. L’intento è di catapultare l’ascoltatore in una dimensione né storica né fisica. Come spiegava Jacopo è un Pantheon misto di divinità e di richiami esotici perché si parla di Inanna che è una divinità sumera e di Zyggurat che è da tutt’altra parte del mondo. Il ritornello poi spiega che la Zyggurat è in realtà uno stato mentale. 
- Soffermiamoci su “Homo erectus”. È la presa d’atto del fatto che l’uomo in fondo non conta nulla?
JACOPO - Riguarda più la consapevolezza di quanto ci stiamo auto ingannando di essere la specie dominante su questo pianeta. Il pezzo parla di un umano come tutti noi che realizza come non sia vero questo pensiero che ha tutta l’umanità, un brano che fa un’analisi antropologica usando come punto di riferimento una persona che capisce come l’idea non abbia senso. E di conseguenza trova il piacere solo nella carnalità, nel dolore. Lui gode nel dolore perché sa che è l’unica cosa che lo può riportare alle origini. Viene declassato a Homo Erectus per autorappresentarsi, riscoprirsi. Quindi direi che è vero che l’uomo non conta niente, ma di fatto non conta niente quello che pensiamo che l’uomo sia. 
- Il pezzo successivo a “Homo erectus” è “Alternativo A Cosa?”. Iniziamo dal titolo, che è anche il titolo dell’album. 
ARMANDO – Il titolo nasce da una delusione accadutaci come band. Dopo l’uscita del primo album c’è stato un periodo in cui cercavamo di procurarci date come tutte le band senza un booking. Girando per i locali del pavese entrammo in un noto locale in cui si faceva cultura musicale, lo Spaziomusica che ora ha chiuso e che ospitò musicisti anche importanti. Ci presentammo come band che suonava rock alternativo e il gestore ci rispose con un secco e scocciato “Ma alternativo a cosa?”. Ci spiazzò così tanto questa mancata disponibilità nei nostri confronti che ci lasciò quasi di stucco. Eravamo dei ragazzi già un po’ incazzati e disillusi e questa reazione ci fece meditare di gettare la spugna perché pensammo che se erano le premesse per suonare in giro eravamo messi male. Questo episodio però divenne un po’ un punto con cui confrontarci perché nessuno di noi aveva la risposta a quella domanda. Come band abbiamo tutti background diversi e la domanda “alternativo a cosa?” in questa fase storica e musicale è una domanda aperta, un’incognita abbastanza irrisolvibile. 
- Non so se ci ho azzeccato ma ci provo. “S.M.C.” è l’acronimo di “Solide Magmatiche Certezze”?
ARMANDO – Corretto confermo. 
- E’ un brano di denuncia sociale?
ARMANDO – Questo brano è nato durante il lockdown ed è frutto del punto di vista di un osservatore polemico nei confronti della società e di quello che stava accadendo, di quello che le persone che lo circondavano stavano facendo. C’è molta introspezione perché tutti ricordiamo quella fase, la malinconia derivante dal fatto di stare soli, chiusi in casa. Quando ho scritto il pezzo ero lontano dalla mia ragazza dell’epoca, separati da qualcosa di più grande di noi. È stata l’occasione per riflettere sui rapporti umani. Il brano ha una componente di denuncia sociale però c’è anche una componente introspettiva. 
- “Rottami” è cantata in una tonalità particolarmente bassa, alla De André. È dedicata alla spietatezza del mondo del lavoro di oggi? 
ARMANDO – Senza dubbio sì. Il testo è stato scritto prima che Jacopo ed io trovassimo il nostro primo impiego lavorativo però effettivamente c’è un evento biografico molto lontano nel tempo che mi ha spinto a scrivere il brano. È una vicenda legata alla mia famiglia, al mio bisnonno che ebbe un incidente sul lavoro. È una spietata e cruda denuncia di un mondo purtroppo attuale e l’unico modo per trasmettere quel messaggio era rappresentarlo con immagini forti. Il protagonista viene decapitato da un macchinario e tutti quelli che gli sono attorno ne parlano come se fosse un evento normale, una notizia da scrollare. All’inizio e alla fine è effettivamente un po’ ispirata a De André anche nel timbro, che comunque è dovuto al fatto che io sono un baritono. Prende la parola lo spirito di questo metalmeccanico che commenta l’accaduto dall’esterno sperando che qualcuno lo ricordi. Nel ritornello in particolare è sconfortato dalla reazione di quelli che ne parlano e cerca consolazione nell’idea che i pezzi del suo corpo possano essere utili a concimare. Penso sia un’immagine efficace. 
- “L’abisso” è secondo me il pezzo più pop dell’album. Qual è il vostro punto di vista?
JACOPO – Sì assolutamente. È una canzone nata in fretta, molto profonda scritta sempre da Armando. Il pezzo pop di cui l’album aveva bisogno. Porta un po’ di leggerezza, di respiro. Gli altri brani sono diversi, criptici e richiedono attenzione. Questo è stato collocato a metà del disco per far un po’ respirare e rilassare. Abbiamo cercato però di far sì che non si discostasse troppo dallo stile degli altri pezzi. Un esperimento. 
ARMANDO – La scelta del pop come veicolo per diffondere un messaggio è dovuta al fatto che il testo è molto più lineare rispetto agli altri, non ci sono metafore o giri di parole, ma è una sorta di schietta psicoanalisi di chi scrive. Va subito al dunque. Tale aspetto abbinato al mezzo pop fa sì che musica e  messaggio arrivino diretti all’ascoltatore. In questo è efficace, l’ascoltatore non è così impegnato, almeno musicalmente. 
- In “Fashipster” c’è una denuncia dello stato di indifferenza assoluta da parte nostra, finché non ne siamo direttamente coinvolti, rispetto agli eventi tragici che accadono nel mondo. 
JACOPO – Esattamente. È un pezzo diretto che potrebbe sembrare ad un primo ascolto sbruffone. In realtà si tratta di un pretesto per far capire quanto gli estremi di cui si parla al momento siano in realtà sovrapponibili. Vengono citati un fascista online e un comunista sul divano, due stati delle cose che non stanno né in cielo né in terra. In realtà si tratta di due persone uguali, che la sera mangiano insieme la pizza e che per dare voce alla loro passione devono identificarsi in due estremi. È un brano che condanna gli inutili estremismi ed è un periodo in cui stiamo perdendo il senno nella valutazione di questo aspetto. Due persone che non riescono a comunicare tra loro solo perché si impongono delle identità che non gli appartengono. L’ho scritto mentre ero a Bruxelles a una conferenza del Partito Democratico in cui si stava parlando di quanto dovremmo dialogare con i nostri colleghi di destra. È importate la comunicazione, lo scambio di idee. Il non essere d’accordo è uno spunto per discutere, per fare politica, per comunicare, aspetto che manca in questo periodo storico. 
- Del brano “Liturgia” mi ha colpito il verso “la castità delle idee è pura utopia”, un verso che mi affascina ma che non riesco a decifrare. Mi potete spiegare voi il significato?
ARMANDO – Il testo ha una genesi particolare perché è totalmente ispirato ad un’intervista monologo a Giovanni Lindo Ferretti. Si sa che quando gli si rivolge una domanda la risposta è in realtà un monologo. Era nella sua fase cristiano cattolica nella sua gimmick pubblica e amava particolarmente unire la parte spirituale e la riflessione sulla vita reale. Mi colpì molto quando disse “gli occidentali sono affamati di cose tangibili”. Spiegò il significato della parola “liturgia” che è “servizio verso”. E da lì partì questa riflessione. In realtà è una canzone molto ontologica, nel senso che farne un’analisi letterale è molto complicato. Ci sono immagini, la metafora della lancia che viene spezzata e ci si azzuffa per essa finendo per uccidersi a vicenda. Una riflessione sui massimi sistemi quindi. Giovanni Lindo Ferretti era stato accusato in quel periodo dai suoi fan della prima ora che lo tacciarono di incoerenza, in quanto aveva come riferimenti la spiritualità, la destra. Da lì l’immagine della castità delle idee che è pura utopia, ovvero la parafrasi del verso “non fare di me un idolo mi brucerò” della canzone “A tratti”. Nessuna idea è abbastanza casta da poter reggersi su sé stessa. Chi si aggrappa a un ideale assoluto viene disilluso, disincantato. E lo ribadisco nella frase “odio gli indifferenti ma di certo pure i noi”. Il noi è una forma di protezione di un gruppo che si appiglia a un’ideologia e ne fa uno scudo per sottrarsi al prendere parte attivamente a qualcosa. 
- Per il brano successivo ho dovuto cercare il significato di “760 mmHg” e credo si tratti di un’unità di misura della pressione.  Un pezzo auto motivazionale per resistere alla pressione? 
ARMANDO –Lo ha scritto il nostro bassista Riccardo ed in realtà il concetto è il trionfo dei perdenti. Nonostante l’atmosfera sia abbastanza serena, abbiamo visto infatti che è il tipo di sound più utilizzato nelle storie Instagram per accompagnare video di paesaggi, Riccardo ci tiene a precisare che è un pezzo triste che celebra gli sconfitti, i vinti. Quindi in realtà il concetto della pressione era più indiretto, nel senso che si tratta della pressione necessaria a stare a galla in un fluido. Essendo anche lui ingegnere ha la sua spiegazione tecnica. Le immagini del pezzo come quella della carpa, in realtà un salmone, che risale la cascata, lo stare o non stare in piedi che sono la stessa cosa vanno in quella direzione. In una società così performativa che ti spinge ad essere sempre il migliore in tutto abbiamo provato a celebrare la mediocrità o comunque il non essere sempre per forza i migliori. 
- “Caronte” è un brano sulla necessità di confrontarsi con i propri limiti?  
JACOPO – “Caronte” è un pezzo molto evocativo, un po’ come Zyggurat, racchiude tanti motivi cui ispirarsi per dare un senso alla canzone. Come concetti si ricollega ad altri brani, soprattutto “Homo erectus” e “Fashipster”. Il tema è la crisi di identità, quando non sappiamo più chi siamo, cosa stiamo facendo, abbiamo perso il controllo della situazione o ci sembra di averlo perso. È nel non sapere se ci si trova nella strada giusta che ci si ritrova proprio nella strada giusta. Una canzone molto meditativa che esprime quello che penso io dei doveri, di quello che la società ci impone di fare, della visione che gli altri hanno di te. In realtà tutto parte da sé stessi ed è da lì che bisogna iniziare a lavorare.
- Chiude l’album “Mammuth”. Ne abbiamo già un po’ parlato. La mia interpretazione è che sia un pezzo ironico sul delirio di onnipotenza dell’essere umano. 
ARMANDO – Assolutamente corretto. Il testo è stato scritto da Riccardo che ama particolarmente l’ironia. Come anche in “760 mmHm” ci si prende continuamente beffa delle cose, il delirio umano e quanto sia effettivamente prioritario dargli sfogo. E’ una storia raccontata dal punto di vista del Mammuth che giudica gli umani dall’aldilà o dal freezer, perché a un certo punto il testo recita “cosa direbbe nonna che sta nel freezer come me…”
- Ricorda un po’ i fatti di cronaca sulle nonne congelate nei freezer per consentire ai nipoti di continuare a prendere la pensione…
ARMANDO – Sì sono anche fatti reali, mi ricordo di qualcosa del genere successa l’anno scorso. Un pezzo che tratta con estrema leggerezza l’onanismo dell’uomo che sta raggiungendo apici incredibili. È notizia dell’altro giorno che il principale tester dell’azienda che ha sviluppato “Chat GPT” si è ritirato da quel mondo manifestando forti timori per il futuro sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Diciamo che la clonazione del Mammuth è ormai quasi fuori moda rispetto a ciò che sta accadendo. Il brano comunque è stato scritto prima dell’avvento di “Chat GPT”. Probabilmente oggi Riccardo la avrebbe attualizzata, la clonazione potremmo al confronto definirla una minaccia di poco conto. 
- Non sapevo di questa notizia sul tester di Chat GPT.
ARMANDO – È una notizia molto recente. Prima di entrare in “Open AI”, se non sbaglio questa persona era in un’azienda che si chiama “Anthropic”, non è una notizia da complottista ma proprio realmente un fatto di cronaca.


Volendo cercare di risolvere il rebus “Alternativo A Cosa?” la risposta può essere “alternativo alla nostra natura rozza di animali”. Perché, come ci ricordano i RogoredoFS, alla fine siamo tutti parenti dei gibboni. 

mercoledì 9 settembre 2026

PALLIDA CAVTAT - LA DISTANZA TRA NOI E LA RIVA - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Se nel mare dell’indie colmare la distanza dalla riva per emergere è l’obiettivo, i Pallida Cavtat hanno già individuato un buon punto di approdo. La giovanissima band pugliese, composta da Virginia Massi (basso e voce), Alberto Ruberti (chitarre) e Lorenzo Paiano (batteria), dimostra infatti di avere il potenziale per farsi notare. Sicuramente la loro originalità nel costruire le canzoni è frutto di un talento naturale, ma anche in buona parte di grande impegno nella composizione e scrittura dei pezzi. Il terzetto ha pubblicato da poco l’album di esordio “La distanza tra noi e la riva”, otto brani che mescolano un alt rock umorale, con una spruzzata di emo e lo shoegaze, specialmente nei layer super stratificati della chitarra di Alberto Ruberti. Elementi riconoscibili, ma amalgamati in modo spiazzante. Il brano che apre le danze è il singolo “Il molo degli inglesi”, attacco acustico che lascia spazio alla tempesta elettrica del ritornello. La padronanza degli strumenti, lo stop and go e il cambio di atmosfere ne fanno un brano significativo dello stile del gruppo. Musicalmente più veloce e spensierata, “Elisa” parla di una vita passata in camerino senza mai entrare in scena. La fluidità con cui si alternano pieni e vuoti ne fa un pezzo figlio del rock underground USA anni 90. “Freccia Rossa”, caratterizzata da un buon pattern di batteria di Lorenzo Paiano, ha nel ritornello il suo maggior punto di forza. A seguire ci si imbatte in “Enoch”, brano tra i più complessi dell’album con un riff molto personale e in cui la voce di Alberto Ruberti dà il cambio a quella di Virginia Massi, su cui si poggia praticamente tutto il resto del disco. Di colpo proprio quando il pezzo sembra sfumare si trasforma in uno spoken word in cui il recitato, repentinamente in inglese, si altera progressivamente fino a raggiungere il parossismo. “Estrogeni” è stata scritta da Viriginia Massi sull’onda dell’ascolto degli Scisma e, in effetti, la sua voce a tratti è vicina a quella di Sara Mazo. Il vortice sonoro di “Mandarino” accompagna un testo per immagini, scritto, come la maggior parte dell’album, adattando i versi alla melodia. Con i suoi quasi sette minuti di durata “Incendio/Accordi” è la giustapposizione di due brani distinti perfettamente incastrati come due pezzi di un puzzle. Le atmosfere gocciolano frammenti musicali minimi per poi sfociare nella deriva elettrica più pura. Chiude l’album “Il motivo per cui non sarò un pianeta” sulle note del basso protagonista. Le metafore d’acqua si ricollegano al titolo del disco. Sul finale, la registrazione dei tre compagni di band che si salutano sembra quasi voler cogliere l’attimo dopo la fine dell’incisione dell’album. 
I Pallida Cavtat ci hanno raccontato la genesi e alcune curiosità sulla nascita di “La distanza tra noi e la riva”



- “La distanza tra noi e la riva” è un album registrato “in faccia”, con un approccio quasi punk. L’avete realizzato in presa diretta?
ALBERTO - No in realtà lo abbiamo registrato in momenti separati, non lo abbiamo fatto in presa diretta, da un lato in realtà purtroppo perché ci sarebbe piaciuto, però ci ha anche permesso di renderlo stratificato perché è un disco molto massimalista, ci sono tanti layer che si sovrappongono; quindi quello è stato il vantaggio di registrare ogni strumento separatamente. 
- E’ quasi shoegaze da questo punto di vista.
ALBERTO – A tratti, lo speriamo. 
VIRGINIA – Abbiamo registrato le varie parti anche in diverse giornate. Prevalentemente lo hanno fatto Alberto e Lorenzo perché io non ero in Puglia. Hanno lavorato in questo modo. 
- La linearità non fa parte del vostro stile. 
VIRGINIA – No, al momento no. Ci piace che i nostri brani siano uno diverso dall’altro, ci diverte e non vogliamo fare brani molto lineari, banali. 
- Il fatto che nei pezzi ci siano delle parti strumentali molto importanti deriva forse dal fatto che nascono come jam session?
ALBERTO – In realtà è difficile che nascano come jam le canzoni. Soprattutto quelle di Virginia hanno una struttura che scrive lei alla chitarra e che poi seguiamo abbastanza. Nei miei brani c’è un po’ più di improvvisazione, ma nemmeno così tanta. In realtà penso che derivi dal fatto che ascoltiamo musica con lunghe parti strumentali ed è quindi parte del nostro DNA musicale, ci viene spontaneo così. Anche scrivendo le canzoni da soli le pensiamo con quelle parti strumentali. 
- Ne “Il molo degli inglesi” il verso “ti ho nascosto ma graffi ancora sai?” rappresenta il dolore per un rapporto che si è spento fino a diventare “un sogno orfano”?
VIRGINIA – Io di solito scrivo i testi in un modo preciso. Prima scrivo la linea vocale melodica e poi trovo delle parole che stiano bene sul ritmo della melodia che ho scritto. Quindi non ho scritto il testo con un’intenzione precisa, ha preso quella piega e sì parla più o meno di quello che hai detto. Però alla fine una persona può vedere in quel testo ciò che vuole perché non l’ho scritto pensando alla fine di una relazione. Però è un’interpretazione possibile.
- Diciamo che poi è libera l’interpretazione di ciascuno, come se fossero delle poesie. 
VIRGINIA- Sì esatto.
- Invece “Elisa” è un brano sul tenere nel cassetto i sogni senza osare liberarli?
VIRGINIA – Sì, quella è stata la prima canzone che abbiamo composto ed è stata l’eccezione perché avevo già un testo che ho adattato ad una linea vocale, però è l’unica canzone che ho scritto in quel modo. Avevo scritto una nota con questa frase sull’avere dei vestiti e non indossarli mai per la paura di sprecarli e quindi ho deciso di utilizzare questo verso per la canzone. 
- “Freccia Rossa” sembra un brano in cui si vuole proteggersi dal mondo. 
VIRGINIA – Nel caso di “Freccia Rossa” ho scritto prima la linea vocale e poi ho adattato il testo, ma sapevo bene di cosa parlare. Volevo parlare appunto dell’indecisione sul restare o andare via. In questo caso quindi ho voluto scrivere il testo su un tema personale. 
- Tu Alberto vuoi aggiungere qualcosa?
ALBERTO – Sono più pezzi suoi soprattutto dal punto di vista lirico.
- Passiamo a quella che per me è una delle tracce più complesse dell’album. “Enoch”, cantato da te Alberto. Secondo la Bibbia Enoch è il sesto discendente diretto di Adamo ed Eva e fu rapito in cielo. Che legame ha, sempre che ci sia, il titolo con il testo?
ALBERTO – A me dispiace tanto dare questa risposta perché il titolo è molto suggestivo. In realtà il vecchio titolo del pezzo era “Riff emo” perché appunto è un riff che rimanda un po’ alla musica emo. Ho sbagliato a scriverlo ed è venuto fuori “Riff Enoch” e lo abbiamo tenuto per via del profeta. Non è un pezzo che parla di…
- No certo è ovvio era per capire.
ALBERTO – Penso che ci sia comunque qualche volontà escatologica, di parlare in modo quasi religioso nel testo. 
- Tra l’altro il povero Lorenzo Paiano in questo testo fa un po’ la figura del mostro nel verso “Told me his girlfriend was twelve years old”, da cui penso derivi l’altro verso “Non toccate i bambini” che è cantato in modo molto enfatico. Perché?
ALBERTO – Confermiamo che abbiamo a cuore i bambini e non vogliamo che vengano toccati. Questo è un tema che ci preme molto. 
- La storia americana raccontata nella seconda parte del pezzo sembra un piccolo film. L’avete pensata così?
ALBERTO – In realtà “Enoch” è nata senza quell’ultima parte, non l’abbiamo suonata così per tantissimo tempo nei concerti e poi un giorno abbiamo deciso che il pezzo avrebbe avuto un finale blues ed è nato nell’arco di un paio di concerti senza neanche provarlo molto in sala prove. Ora che lo stiamo facendo dal vivo abbiamo dovuto riadattarlo per poterlo suonare anche in sala prove perché è molto stratificato come suono. In realtà mi sono segnato le cazzate migliori che ho detto nei concerti e quando abbiamo dovuto registrare il pezzo ho fatto un collage. 
- In “Estrogeni” anche se siete dei nativi digitali emergono dei riferimenti un po’ fuori tempo come la radio che registra suoni sporchi. In voi convivono un’anima digitale e una analogica?
VIRGINIA – Secondo me sì. Sicuramente siamo molto legati all’era digitale, all’essere cronicamente online perché facciamo parte della Gen Z, però tutti e tre siamo affascinati dal “vecchio”, anche dalla musica del passato. Quindi sì, lo spero comunque. 
- “Mandarino” è un pezzo che procede molto per immagini, suggestioni, uno stile di scrittura che mi ricorda molto quella di Cristiano Godano dei Marlene Kuntz. Quel tipo di rock anni 90 ha avuto un’influenza importante per voi?
ALBERTO – Voglio essere molto onesto. Prima di conoscere Lorenzo e Virginia e iniziare a suonare con loro ascoltavo relativamente poca musica, soprattutto poca musica che amo ora. Quindi se dovessi pensare a quello che mi influenza ora ci metterei tutto quel rock italiano anni 90, dell’età d’oro. Prima mi piacevano i Verdena e basta. 
VIRGINIA – I Verdena sono sempre stati per noi idoli in comune. Io apprezzo moltissimo la scena underground italiana degli anni 90. Gli Scisma sono uno dei miei gruppi preferiti. Mentre scrivevo il testo di “Estrogeni” ho ascoltato una canzone degli Scisma in cui, a un certo punto, resta solo la voce della cantante, adesso non ricordo il suo nome…
- Sara Mazo.
VIRGINIA – E poi riprendeva e scoppiava. Mi sono detta “voglio fare una canzone così” e ho scritto “Estrogeni”. 
- Tu quindi ti ispiri a lei nel tuo modo di cantare?
VIRGINIA – Nel mio modo di cantare non lo so, sicuramente mi piace molto. Non riesco bene ad avere una percezione della mia voce, di come io canti. Un sacco di persone mi dicono “somigli a lei” e poi mi confondo. Però è davvero brava. 
- Il secondo brano più complesso dell’album è a parer mio “Incendio/Accordi” che sembra la fusione tra due pezzi diversi. Perché questa divisione in due parti “Incendio” e “Accordi” e che significato ha il doppio titolo?
VIRGINIA – “Incendio” e “Accordi” sono due canzoni diverse unite. Le avremmo volute pubblicare separatamente, ma per vari problemi abbiamo dovuto unirle. Il titolo “Incendio/Accordi” si rifà alla canzone originaria che avevo scritto e che si intitolava “Accordi bambino”. Avevo poi scritto una seconda parte, ovvero “Incendio”. Le abbiamo invertite, però la canzone è come se fosse divisa in due parti, la prima è quella che ho scritto per seconda, mentre la seconda è quella che ho scritto per prima. Abbiamo cercato di unirle insieme, anche se avremmo voluto che fossero separate. Le abbiamo registrate in modo tale che sarebbe stato brutto fare un taglio a metà e quindi le abbiamo lasciate come un unico brano. 
- In “Il motivo per cui non sarò un pianeta” che chiude il disco le immagini marine che si ricollegano anche al titolo dell’album fanno da filo conduttore. Perché c’è così tanto mare nel vostro disco?
ALBERTO – Io credo che derivi dal fatto che viviamo in un posto in cui usciamo di casa e vediamo il mare, una presenza che nelle nostre vite è stata costante. Poi non credo sia un disco marittimo nelle sonorità. A noi interessa più che altro raccontare un’altra realtà che è quella degli ecomostri sulle scogliere delle cittadine abbandonate, che d’inverno hanno duecento abitanti e poi in estate si gonfiano, piuttosto che del mare, dei pirati e le spiagge. 
- In coda si sentono voci come se fossero la fine delle sessioni di registrazione e l’uscita dallo studio facendo quattro chiacchiere tra di voi. Avete continuato davvero a registrare l’attimo subito dopo che avevate finito di incidere il disco?
VIRGINIA – L’audio del saluto finale Alberto in realtà lo ha procurato da un nostro video vecchio di due anni fa quando eravamo andati a suonare a Milano, però abbiamo deciso di inserirlo lì come se fossimo noi dopo aver finito il disco a salutare. Non lo so se è una cosa bella o brutta, c’è a chi piace e a chi no.
- A me piace. L’ho trovata molto carina e intima, sembra quasi di “spiare” quello che fate. 
VIRGINIA – È vero anche a me dà una certa emotività sentire il finale.


Alla fine, la vera distanza tra noi e la riva non si misura in metri, ma nello spazio siderale che separa l'urgenza espressiva dei Pallida Cavtat dall'inutilità della banalità.
 

domenica 30 agosto 2026

CHIARA ACCARDI - NUGE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Far leggere al mondo il proprio diario segreto è una scelta coraggiosa e difficile, oltre che un atto di fiducia nei confronti degli altri. L’album “Nuge”, esordio della cantautrice palermitana Chiara Accardi è un po’ il suo diario segreto, in cui le canzoni sono pagine di vita vissuta, storie vere che hanno lasciato in lei un segno importante. La prima pagina del diario è il brano “Promettilo”. Il chiacchiericcio televisivo grondante di promesse regolarmente disattese si apre in un coro che invita a promettere e mantenere sul serio. Il testo è un’invettiva contro questo mondo di “sporche bugie travestite da conforto”. La componente percussiva di questo come di altri brani è stata creata in modo decisamente originale, registrando e campionando i respiri delle persone, come ci ha spiegato la cantautrice stessa. “Stanca di correre” inizia con un arrangiamento minimale che evolve in una ritmica coinvolgente. Il pezzo nasce dalla sua fatica di gestire una quotidianità oberata da impegni che non lasciano spazio ad un solo attimo di riposo. “Mi manchi ma non parlo” è una traccia carica di emozioni in cui la voce della cantautrice mostra tutta la sua espressività. Il testo è un dialogo con un amore tormentato, segnato dal timore di provare sentimenti cui è impossibile resistere. A seguire “Libera” crea un riuscito contrasto tra l’andamento leggero e musicalmente un po’ spensierato e un testo che è lo sfogo per tutte le volte in cui persone in apparenza gentili e amichevoli hanno rivelato una doppia faccia. “Come fosse un film” ha un arrangiamento che ne esalta la scrittura un po’ country ed ha quale arma vincente un ritornello con un hook irresistibile. Il testo riprende la storia d’amore già al centro di “Mi manchi ma non parlo” e ne fotografa la cocente delusione al suo epilogo. Penultimo brano, “Re La Sol” è un gioiellino di ballata struggente in cui il pianoforte e la melodia rapiscono l’anima di chi ascolta. In chiusura “Gatto Randagio” è una ventata di allegria che stempera un po’ la serietà emotiva che caratterizza il resto dell’album. 
Chiara Accardi ha rilasciato un’intervista per Riserva Indie in cui mi ha raccontato capitolo per capitolo il diario personale al centro del disco.



- Quanto è importante nella tua scrittura la ribellione al qualunquismo della normalità?
- Non parlerei di ribellione, ma più di resistenza perché non mi sento in una posizione ribelle rispetto a quello che mi capita. Sono comunque grata anche della mia quotidianità. Le canzoni sono strettamente autobiografiche e parlano di quello, però è il modo in cui le vivo che mi fa parlare appunto di resistenza. Nel disco c’è il brano “Stanca di correre” in cui sembra che si manifesti una ribellione ad una quotidianità monotona, ma in realtà il problema non è la quotidianità, ma come viene affrontata. Essere immersi in essa però saper trovare il tempo per la passione. Viviamo la quotidianità però non ci dobbiamo dimenticare di dedicare tempo anche a ciò che è importante. E’ una cosa in cui non sono pienamente brava perché vengo sempre sommersa da tutto quello che devo fare e anche ritagliarmi il tempo per la musica, capire che avevo bisogno di vivere il tempo per la musica è una lezione che do a me stessa praticamente ogni giorno. Quindi io la chiamo resistenza. 
- Come hai detto quindi il tuo è un album autoritratto. 
- Sì assolutamente, tutte le storie, tutto ciò di cui parla è strettamente autobiografico, anche perché sono canzoni nate in modo molto naturale. E’ stato difficile pubblicarlo perché senti di dire cose che nella normalità non diresti a tutti. Magari ti confidi con un amico, mentre quando ti trovi a pubblicare una canzone di questo tipo hai anche un po’ di riserbo e speri che chi le ascolta possa prendersene cura. 
- Il coro di “Promettilo” mi ha incuriosito perché emerge dalle nebbie televisive e musicalmente mi ricorda un coro africano, data anche la marcata componente percussiva. 
- Forse la componente africana deriva dal fatto che volevo fosse un inno corale veramente arrabbiato. Di fronte alle mille promesse c’è un coro che dice “abbi il coraggio di assumerti delle responsabilità di quello che dici”. Si inserisce dopo le voci di telegiornali che parlano di promesse molto importanti, la fine della guerra da parte di Trump, estratti dei discorsi di Giorgia Meloni, quindi è un coro molto arrabbiato. Per quanto riguarda la componente tribale io volevo che fosse un album vero nei suoni. Molte delle componenti percussive in realtà sono respiri che abbiamo registrato singolarmente e che poi abbiamo appunto utilizzato come parti percussive. Per cui le tante voci registrate più i respiri campionati vanno a creare una pasta sonora molto corale e sì può essere definita anche tribale, anzi è un aggettivo che mi piace molto. 
- L’utilizzo in questo modo dei respiri è qualcosa di davvero particolare. 
- Sì e ritornano in altri brani. In “Come fosse un film”, nel ritornello la parte principale sono due respiri, inspirazione ed espirazione. 
- Parliamo di “Stanca di correre”. Con questa canzone cerchi un modo diverso di stare al mondo?
- Sì è il modo che vorrei imparare, che mi auguro di assimilare nel vivere la mia quotidianità. Mi sono laureata al Conservatorio e sinora ho avuto una vita molto serrata perché ho fatto sia Filosofia che il Conservatorio e tutt’ora sto studiando Filosofia. Quando è nata “Stanca di correre” ero al terzo anno di Filosofia e al secondo di Conservatorio e quindi puoi immaginare come fossero le mie giornate. Mi ritrovavo ad essere un po’ soffocata. Tutto questo carico di studio e di impegni, il fatto di non essere mai a casa, di uscire alle otto del mattino e tornare alle otto di sera faceva sì che non riuscissi a ritagliarmi del tempo per la musica. Con questa esperienza ho imparato che devo imparare a fermarmi ogni tanto e quindi se arrivo in ritardo non succede niente, che posso essere più leggera, meno dura con me stessa. E’ un modo di vivere che non ho ancora imparato ma mi auguro di riuscire ad imparare presto. 
- La filosofia ti aiuta a capire meglio la musica e viceversa?
- Nì, la filosofia va capita Nell’uso quotidiano c’è il detto “prendila con filosofia” ed è il detto più sbagliato che esista. Perché la filosofia richiede un approccio molto pesante ai problemi. E anche il problema semplice in realtà nasconde un mondo, quindi sì la filosofia e la musica nella mia vita sono molto legate anche perché negli ultimi tre quattro anni ho avuto l’anima scissa tra filosofia e musica e quindi convivono in me. Mi sento cambiata da quando ho iniziato a studiare filosofia perché è un modo diverso di vedere le cose, affrontarle, analizzarle. E’ nato dentro di me un sentimento più politico, che non significa per forza partitico, ma capisco le cose e mi arrabbio ancora di più. Da qui  la voglia di cantare le cose perché si pensa a possibili soluzioni. Quindi sì sono legate in me perché cammino con un piede nella scarpa della filosofia e l’altro nella scarpa della musica. 
- “Mi manchi ma non parlo” l’ho interpretata come un’irresistibile attrazione nei confronti di un amore che si è rivelato tossico, ma non si riesce a cancellare. 
- Ti spoilero una cosa che sanno in pochi. “Mi manchi ma non parlo” e “Come fosse un film” sono due facce della stessa medaglia. “Mi manchi ma non parlo” l’ho scritta all’inizio di una relazione che avevo un po’ idealizzato, con il senno di poi. Era una relazione che faceva fatica a partire, non accettavo di provare dei sentimenti e quindi tendevo a tenerla lontana anche se sentivo che c’era qualcosa. Infatti dico “mi manchi ma non te lo voglio dire”. Era rifiutare qualcosa che sapevo di volere. Quando questa relazione è sbocciata si è rivelata una grande utopia e quindi tutta la rabbia per questa utopia l’ho riversata in “Come fosse un film”. 
- Si sente che è una canzone incazzata.
- Eh sì.
- Musicalmente i tuoi pezzi sono dei crescendo emotivi. Come definiresti il tuo stile compositivo, sei più emotiva o più razionale?
- Emotiva. Quando scrivo musica è l’unico momento in cui non sono strettamente razionale, l’unico momento in cui mi lascio andare. Per il resto sono molto concreta. Quando scrivo mi sento invece fuori dalla mia testa, dai miei problemi.
- In “Libera” scrivi “se dobbiamo far finta di essere felici allora sai che c’è? Voglio essere libera”. Quanto hanno pesato nella tua vita i condizionamenti di chi ti ama, ti ha amata o dice di amarti da quando hai iniziato a fare musica?
- “Libera” è una canzone che è nata dopo aver avuto i primi approcci con il mondo musicale, soprattutto nel mio caso il contesto musicale palermitano. Mi sono resa conto che le dinamiche di questo mondo erano un po' più tristi di quel che pensassi. Tendo ad essere a volte ingenua, specialmente lo ero tempo fa. In alcuni contesti mi ritrovavo ad essere come un libro aperto, ma ho imparato che in realtà non tutto quello che vedevo era vero. Persone che avevano nei miei confronti atteggiamenti molto carini, quando erano in contesti diversi avevano un atteggiamento molto diverso. La seconda strofa di “Libera” infatti è dedicata a una cantautrice palermitana e quando ho scoperto questo suo atteggiamento l’ho odiata tantissimo. Da quel momento ho iniziato un po’ a svegliarmi. Quindi la risposta a quanto è pesato è che è stato pesante. Ho capito che dovevo iniziare a restare un po’ più con i piedi per terra. Ho iniziato guardandomi intorno con un entusiasmo vulcanico, tutto mi sembrava bellissimo, però poi ho dovuto fare i conti con dinamiche diverse. 
- Hai già parlato tu del significato di “Come fosse un film”. Vediamola di più dal punto di vista musicale. Ha un sapore country folk di stampo americano, direi quasi da film western guardando anche il bellissimo videoclip che hai fatto che, pur non avendo un’ambientazione strettamente da film western ha però le luci giuste, il poker crea l’effetto saloon. Sei andata a cercare le tue radici musicali anche lì?
- Sì in realtà non ascolto molto country folk americano, l’unica che ho ascoltato è Elle King e anche Lp che però non hanno molto a che fare con il country folk americano. Inizialmente avevo arrangiato la canzone da sola e mi dava queste vibes. E’ nata così e non ti so spiegare nemmeno come. I miei ascolti sono stati questi ultimamente. Ho ascoltato anche Florence and the Machine, ma sono tutte cose molto distanti. Comunque fin da subito questo pezzo ha avuto una cifra un po’ country e quando eravamo in studio e Fabio Rizzo, che è il produttore dell’album, ha sentito il brano con il mio arrangiamento mi ha detto “secondo me la strada che dobbiamo seguire è questa”. Ci ha convinto subito al cento per cento, però volevamo che si integrasse nella sonorità del disco quindi abbiamo aggiunto i respiri come parti percussive, chitarre molto sporche che restituissero un suono reale, i cori con sessantamila voci per riprendere la coralità presente in tutto l’album. Volevo preservare questa cifra che lo ha caratterizzato fin dall’inizio. 
- Sul videoclip ho diverse curiosità, ad un certo punto compare una pagina di giornale datato 2059 con un forte contrasto tra uno stile western del passato e un 2059 ancora molto avanti nel futuro. E poi mi ha colpito un articolo che si intitola “Esponenti del Governo rassicurano i cittadini sulla sicurezza: l’ordine è al sicuro non c’è spazio per il sentimento”. Vuoi dire che la società ci vuole anestetizzare?
- Esatto. Praticamente i videoclip di “Mi manchi ma non parlo” e “Come fosse un film” sono legati tra loro. Ci sono diversi livelli di lettura, chi guarda distrattamente capisce la trama della storia e amen mentre chi si sofferma su questi dettagli, per esempio il giornale, inizia a capire il contesto in cui abbiamo voluto inserire la canzone. Ci siamo immaginati un mondo, il mondo di “Nuge”, dittatoriale in cui i sentimenti sono stati vietati. Da un lato c’è il potere e dall’altro un gruppo di ribelli che è il gruppo “Nuge”. Quelli presenti nel videoclip sono tutti ribelli. La ragazza con cui in “Mi manchi ma non parlo” sembro intrattenere una relazione d’amore tramite questi bigliettini nascosti, nel secondo videoclip mi tradisce perché, in realtà, faceva parte del regime dittatoriale. Mi sono ispirata a “La fanciulla del West” di Puccini, in cui l’amato tradisce e gli si dà la possibilità di salvarsi per mezzo di una partita a poker. Quindi io e lei nel video ci sfidiamo a poker perché le sto dando la possibilità di salvarsi, ma alla fine vinco e lei viene rapita dalla Resistenza. 
- Soffermiamoci su “Re La Sol”. Il titolo è rimasto così perché era il suo working title e non ne trovavi uno adatto a contenere tutte le emozioni che esprime?
- No, si chiama “Re La Sol” perché inizialmente il motivetto di pianoforte era in Re Maggiore, però poi l’ho dovuta adattare alla mia voce dato l’avevo scritta in una tonalità troppo alta e quindi per cantarla più comodamente l’ho abbassata di un semitono. Però ero affezionata a questo titolo ed è rimasto sempre lo stesso. Ho fatto sentire la canzone a un mio amico che, dopo qualche giorno, mi ha detto “Me lo potevi dire che era l’anagramma di sorella”. Mi ha dato i brividi perché non l’avevo pensata così. Erano appunto le note dell’incipit della canzone. Quindi involontariamente ho creato un anagramma che si adatta perfettamente alla canzone, già pensavo a quello come titolo, ma il fatto che potesse essere quell’anagramma mi ha emozionata ed ho deciso che il titolo sarebbe stato questo. 
- Ancora una domanda sull’ultimo brano del disco “Gatto randagio”. La vita ti ha portata a diffidare dei tuoi slanci? 
- Diciamo di no, “Gatto randagio” è forse il brano più vecchio dell’album, uno dei brani che è nato prima di tutto, anche prima di “Stanca di correre”. E’ un pezzo che anche se risale ad anni fa e nonostante io senta più miei i pezzi recenti, ho voluto inserire proprio alla fine dell’album perché dopo tutte queste storie pesanti molto autobiografiche, vissute c’era la voglia di prendermi un po’ meno sul serio. E’ un brano giocoso, che ti fa ridere un po’ delle disgrazie. L’ho scritto tre anni fa quando stavo per mettere fine a una relazione che mi aveva fatta crescere, ma in cui sentivo che c’era distanza ed è un brano che mi pare riderci su. L’ho voluta mettere nel disco perché mi insegna appunto a non prendermi troppo sul serio. Per questo ho voluto chiudere l’album così. Anche l’ultima frase “eppure, per una come me/Strapperei il cielo come fogli di carta” sembra dire che per me farei di tutto mentre in realtà li butterei via. Volevo lasciare l’ascoltatore con un augurio di leggerezza. Imparare a prendere le cose…
- …con più filosofia, nel senso volgare del termine come si diceva.
- Esatto. 
- Ultima domanda sul titolo dell’album. “Nuge” viene dal latino e significa inezie, futilità. Ma nel disco non mi sembra che ci siano cose di poco conto. Innanzitutto ci sono aspetti molto personali e tematiche sociali che emergono ascoltandolo con più attenzione. Diciamo che gli hai voluto dare un titolo timido?
- Non è un titolo timido, il senso è ripreso da Catullo che aveva scritto un libello in cui parlava d’amore ed era schernito da tutti i poeti del tempo anche perché era molto giovane e, mentre gli altri scrivevano per i patroni su commissione, lui veniva deriso. Nella prima pagina del suo libello ha scritto Dea proteggi queste mie nugae. Per lui tutto erano tranne che sciocchezze, c’erano domande, storie vissute. Lui le chiama sciocchezze per rivendicarne in realtà il valore. Allo stesso modo nel mio album quelle che per molti potrebbero sembrare sciocchezze per me sono tutt’altro che tali. Ci sono cose che forse ho anche paura di dire a me stessa. Ho usato il termine sciocchezza in modo provocatorio. 



“Nuge” è un ottimo primo album, senza filler e con pezzi di forte presa emotiva. Un primo capitolo di una storia musicale che può diventare importante e raggiungere un pubblico più vasto basandosi sul valore di pezzi che si distinguono rispetto alla massa di brani fotocopia che troviamo ogni giorno sulle piattaforme. 

martedì 25 agosto 2026

[LESSNESS] - MOVIDA - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI

 


Denudare le canzoni per svelarne la vera essenza. E’ questo il concetto chiave per capire “Movida”, il nuovo album del progetto [lessness] del musicista trentino Luigi Segnana. Nel disco il compositore mescola con misura musica elettronica e acustica ottenendo un suono che sembra nascondersi e svelarsi allo stesso tempo. “Disarm me”, incipit del disco, si apre con un battito appena sussurrato su cui si innestano la chitarra sognante e la voce che prega di essere disarmata con un sorriso. Il repentino cambio di passo del ritornello coglie piacevolmente alla sprovvista.  “Wherever” decolla dolcemente per sfociare in un falso duetto, il primo dell’album. Come ha spiegato lo stesso Luigi Segnana, infatti, la voce che lo accompagna che sembra essere femminile è, in realtà, la sua stessa voce in falsetto. L’attesa amorosa del testo è compensata dal fatto che insieme si può arrivare a capire il senso profondo delle cose. “Out of Time” dalle brume trentine vola via sulle ali di un refrain molto orecchiabile. In “Cigarettes and Dreams” la voce da crooner dell’artista vive a tal punto l’intensità di un incontro da desiderare la morte per fissare per sempre l’attimo. “Hold me” riprende il tema dell’attesa ed è guidata dal pulsare degli strumenti acustici. I versi “And kiss your eyes before midnight/And kiss your eyes/Then …/Disappear” fanno di “Disappear” una fiaba scura da dancefloor stregato. Il sottilissimo tratto sonoro con cui si apre “Smoking outside a backdoor” contrasta con il ritmo sostenuto e spensierato che accompagna i nostri ricordi di gioventù, quando si fumava insieme alla ragazza che ci interessava fuori dalla porta del retro del locale, in posa come un attore per cercare di fare colpo. “I Just Wanna Play” descrive un immaginario lynchiano di ossa, stanze rosse e incantesimi che catturano l’ascoltatore. “Stuck In That Moment With You” si apre sulle note del basso ed esprime il desiderio di restare intrappolati in un momento con una persona cara scomparsa. Penultima traccia del lavoro, la cupa “Darkest Season” torna su quel senso di attesa a tratti speranzosa e a tratti disperata che pervade tutto l’album. In chiusura “Hope” è appunto una nota finale di speranza, l’invocazione a lasciare da parte almeno per una volta le ombre oscure e schiudere le labbra ad un ultimo bacio prima di mezzanotte.
Luigi Segnana mi ha concesso un’intervista per accompagnare l’ascoltatore nella ricerca dell’essenza di “Movida”.



- Il tuo progetto ha un legame con il noto racconto omonimo di Samuel Beckett. In che cosa si manifesta in questo album la poetica della sottrazione?
- La poetica della sottrazione si manifesta sia nei testi che negli arrangiamenti. Ho lavorato molto per lasciare in primo piano l’anima della canzone, la sua essenza più profonda senza nasconderla dietro arrangiamenti magari un po’ pomposi. E la sottrazione è anche nei testi, semplici, che a volte si ripetono nella ciclicità, come l’opera di Beckett che è un continuo loop di parole che si ripetono. Volevo agganciarmi a questa estetica letteraria anche se il media è un po’ diverso. Quindi lascio che sia l’anima della canzone a parlare a chi la ascolta e quindi vedere se fare il massimo con il minimo possibile possa portare a un risultato buono. 
- Il titolo dell’album “Movida” evoca un immaginario di festa, rumore, eppure all’ascolto il disco sembra più un viaggio intimista. Perché hai scelto questo contrasto semantico così forte?
- Mi piace molto giocare con i significati e i significanti di quello che uso. Mi piace in sé la duplicità dell’essere umano. Per esempio è vero che il titolo Movida richiama certe cose però in copertina ci sono le palme in un uragano, quindi in un momento più malinconico e diverso rispetto al titolo. E’un po’ ironico. “Movida” se uno conosce un po’ il mio percorso con questo progetto è legato a un mondo intimista, molto interiore, un sentimento personale. Mi piace molto quindi giocare con questa duplicità, un immaginario diverso per sorprendere chi ascolta, magari non sempre positivamente, ma far riuscire a riflettere. Non voglio essere banale in ciò che esprimo. E poi l’idea che mi ha portato a questo album mi è venuta in mente mentre ero in Spagna e quindi ho voluto fare un riferimento di questo tipo. La parola Movida non è proprio una parola spagnola, però a noi italiani richiama molto la Penisola iberica. 
- In apertura “Disarm me” inizia con quella che mi è sembrata una citazione degli Smashing Pumpkins, il verso “Disarm me with a smile”, che è anche il primo verso del brano “Disarm” contenuto nell’album “Siamese dream”. Come è avvenuto che questa citazione, se veramente di una citazione si tratta, è entrata a far parte del tuo pezzo?
- In realtà non ci avevo pensato. Sono un ascoltatore dei loro primi lavori degli anni 90, però in realtà non c’è un riferimento preciso, anche se è molto interessante quello che mi dici. In realtà la canzone è nata su un loop di batteria e il testo è uscito di getto. E’ stata scritta in inverno quando eravamo sommersi dalla neve e quindi l’idea era quella del “no colors around me”, ero sepolto e avevo bisogno di canalizzare la rabbia e la solitudine che sentivo dentro per riuscire a sentirmi di nuovo umano. Però gli Smashing Pumpkins non hanno una grande influenza sul mio lavoro.
- “Wherever” è un brano che parla di attesa. L’attesa per te è l’estrema forma di amore?
- Amore è riuscire a far esprimere l’altra persona al meglio delle proprie possibilità, del proprio talento e questo porta in certi momenti ad allontanarsi per seguire la propria strada. L’amore più forte, secondo me, è quello della persona che riesce ad aspettare appoggiandosi alla sua stessa forza. La canzone parla di amore, ma può essere anche un’amicizia, in un’accezione più ampia rispetto al sentimento tra uomo-donna, uomo-uomo magari, in un senso più romantico diciamo. Comunque attendere l’amata fa parte della poetica romantica da sempre. Anche attendere senza essere visto. L’attesa romantica è fine a se stessa. 
- In “Out of Time” descrivi una “baia silenziosa del nulla” dove non trovi le parole giuste da dire. Il silenzio beckettiano qui è diventato qui uno spazio fisico in cui si deve imparare a sostare e riflettere?
- A me piace molto l’idea che nella musica il silenzio sia musica esso stesso. Nelle mie canzoni cerco di non essere troppo presente vocalmente e lasciare spazio agli strumenti o agli effetti. Il silenzio diventa un posto in cui a volte rifugiarsi e riflettere, riuscire a riconnettersi con se stessi e di conseguenza anche agli altri, trovare un punto comune di approccio. L’immaginazione diventa quasi fisica, immaginarsi di essere in un posto silenzioso e riflettere sulla propria vita, sull’esistenza e sull’emotività che ti pervade.
- In Cigarettes and Dreams” nel testo ripeti con insistenza “Se devo morire/ Dovrebbe essere stanotte” “e arrivi a chiedere “Ora uccidimi due volte”. Perché questa esperienza d'amore o di desiderio è legata così strettamente a un'idea di fatalità e di morte celebrativa? 
- Forse è colpa della cattiva letteratura. Però è un’idea un po’ egoistica questa parte di amore. Nel momento in cui provi un sentimento forte e ti rendi conto che sarà difficile ritrovare quelle stesse sensazioni, quelle stesse emozioni si pensa che se ci fosse la scelta del momento in cui morire dovrebbe essere proprio nel momento dell’apice dell’amore. Se poi riesci a riportarmi in vita e uccidermi di nuove per aumentare questo piacere, ben venga.
- Di chi è la voce femminile che ti accompagna in questo pezzo e anche in altri?
- Me lo hanno chiesto tutti. Sono io che canto in falsetto. Questo disco è realizzato interamente da me, avevo bisogno di fare qualcosa che fosse totalmente mio.  Ho un’estensione vocale abbastanza ampia e, tagliando le frequenze più mascoline, più basse l’ho cantata io. La canzone in realtà ti porta a pensare che sia un duetto ma sono io che faccio anche le backvocals. 
- In “Hold me” Il ritornello evoca un'immagine di transizione quasi spirituale. “Mi sosterresti verso l'altro lato? /Svanendo nella luce”. Questo "altro lato" deve essere inteso come un riferimento al  superamento di una crisi personale o la fine definitiva in cui l’unica salvezza è non affrontare il passaggio dall’altra parte da soli?
- E’ l’idea di un altro lato che permetta di definire il concetto per cui ci sono molti universi. E’ l’idea che magari riesci ad accompagnarmi con il sentimento, con la presenza in un universo parallelo più positivo. In realtà poi sono molto legato alla letteratura scapigliata e quindi è quasi sempre un riferimento alla fine, alla morte e ricominciare in un altro universo, se esiste. 
- “Disappear” è forse la traccia dell’album in cui il basso, che è comunque ben presente in tutto il disco, ha più centralità. Il senso è afferrare un istante di bellezza prima che svanisca con l'arrivo del nuovo giorno?
- Il senso è quello, riuscire nel corso di questa notte che stiamo attraversando a raggiungere un po’ di catarsi assieme prima che giunga il giorno e un nuovo inizio. Anche in questo caso è un continuo rinnovarsi. Poi una parte del testo di “Disappear” è una citazione di Tom Waits, di una sua canzone di cui adesso non ricordo il titolo. Rappresenta il momento di unirsi prima di ricominciare di nuovo il ciclo. 
- Parliamo un po’ del pezzo “Smoking outside the backdoor”. Fumare fuori alla porta sul retro è una situazione che in genere favorisce la conoscenza reciproca. Andare insieme a fumare una sigaretta fuori è un’occasione magari anche di seduzione. E’ questo il senso dei versi “Vorrei lasciarmi alle spalle la malinconia. E muovermi come un attore. Posso ancora divertirmi un po', I tuoi occhi sono una prova schiacciante?”
- E’ una canzone che cerca di essere meno maliconica. Esprime l’idea che c’è ancora la possibilità di divertirsi, anche se il concept dell’album è malinconico, scuro. L’idea che “mi piacerebbe restare ancora con te a fumare una sigaretta fuori dal locale”, anche se non si può essere per sempre giovani è legata all’avere ancora questi momenti di piacere, riuscire a vincere la malinconia e muovermi con un po’ più di baldanza nella vita. Ho un carattere un po’ introverso e tendo più a nascondermi che a espormi e questo è un pezzo che cerca di spronarmi a essere più aperto. 
- In “I Just Wanna Play” la chitarra che apre il pezzo dà un senso di contaminazione che mi sembra essere un po’ la cifra stilistica dell’album. Il brano parla di ossa vuote che cadono e di una stanza rossa. Quanto ha influito l'immaginario cinematografico, magari ispirato a David Lynch, nella scrittura di questo scenario?
- Sono appassionato di David Lynch, delle sue trovate un po’ oniriche. In questo testo volevo un po’ riportare questa idea cinematografica dell’abbandono e quell’immagine della stanza rossa con il nano in Twin Peaks. E poi c’è una citazione di “Shining” con “”REDRUM”, la parola al contrario “MURDER” che si legge nel film quando il personaggio entra nella stanza. Nella canzone l’assolo è fatto con il basso. 
- In “Stuck In That Moment With You” esprimi il desiderio di rimanere bloccati per sempre in un istante con qualcuno. Anche qui a proposito di immaginario cinematografico mi ha fatto venire in mente un film molto più leggero, “Ricomincio da capo” con Bill Murray. 
- (nda ride). No non ha questo significato. E’ una canzone molto personale, riguarda una persona che non c’è più e da qui il desiderio di essere bloccato anziché andare avanti e sentire sempre il senso di mancanza. Riuscire a rimanere bloccato in un momento preciso della vita in cui si era assieme. Comunque si deve andare avanti, la vita è ciclica, vai avanti anche se a volte sarebbe bello poter dire “scendo un attimo”, mi fermo in un ricordo felice, un posto felice in cui stavo bene. 
- Questo allora la lega al brano successivo “Darkest Season” che è forse il pezzo più oscuro del disco, l’attesa che confina con la morte. 
- Senza dubbio, anche il desiderio di tornare indietro che non significa ricominciare da dove eri rimasto. “Darkest Season” è più scuro, più dark anche come testo e come sensazione di soffocare in un’emotività da cui a volte mi sento sopraffatto. Cè bisogno di una catarsi per liberarsene. Io lo faccio scrivendo canzoni. Ci sono momenti in cui c’è bisogno di uscire da questa impasse.
- Il brano che chiude l’album, “Hope”, ha una nota di speranza. “Balliamo? Un lungo addio. Un altro bacio, prima della buonanotte”. E’ uno stato di speranza precario dato che invoca un ultimo bacio e una danza d’addio?
- Un senso di speranza, prolungare il momento in cui ci si saluta. In realtà è anche la canzone di commiato dall’album, il concetto è “questo è l’ultimo pezzo teniamoci in contatto, cerchiamo di prolungare ancora un po’ questo piacere” fino a quando si può sapendo che non potrà essere prolungato per sempre. Quindi si spera di restare ancora quel piccolo attimo assieme e poi ci si saluta. 


Sulla copertina dell’album campeggiano delle palme travolte dalla forza dei venti, un’immagine emblematica delle coordinate del progetto [lessness], una “Movida” che si rivela essere tutt’altro che una festa rumorosa, ma un viaggio intimista, interiore e malinconico.