domenica 7 giugno 2026

DUO BUCOLICO - "CHAMPAGNE!" - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


“Preferisco credere di far ridere dicendo cose serie, che credere di dire cose serie facendo ridere” è un aforisma attribuito a Groucho Marx che ben si adatta alla concezione del fare musica del Duo Bucolico, formato dai cantautori romagnoli Daniele Maggioli e Antonio Ramberti. Il loro nuovo album “Champagne!” da un lato mette in scena con sferzante ironia un bestiario di varia umanità quasi circense, dall’altro non dimentica l’autoironia nel descriversi. Musicalmente il disco gioca su sonorità folk pop effervescenti proprio come le bollicine di una bottiglia di Champagne di marca, recuperando anche strumenti poco usati come il kazoo. Il disco si apre con “L’eterno ritorno”, lo spaccato di un’Italia intrappolata in una porta girevole di vizi, piccoli e grandi abusi, corsi e ricorsi storici eternamente uguali a sé stessi. A seguire “L’ingorgo” descrive in modo realisticamente surreale un gigantesco ingorgo sull’autostrada in direzione di una Milano vista come terra promessa. L’immobilità diventa occasione per socializzare e giocare a tennis con il guard-rail. In “La transenna” è la transenna stessa a raccontare le proprie peripezie tra concerti, comizi e manifestazioni nobilitando un oggetto cui il più delle volte non prestiamo attenzione in quanto tale percependolo come semplice ostacolo o misura di sicurezza. “Meglio tardi che mai” mette volutamente alla berlina le ambizioni di successo dello stesso Duo Bucolico, un pretesto per mostrare quanto aver successo oggi abbia poco o nulla a che fare con il talento musicale. “Mano Ciao” ironizza sulle contraddizioni di un poseur che fa l’alternativo, ma vola in business class. “I’m Centenario” vira musicalmente su un classico voce pianoforte ritraendo con acutezza il disperato quanto inutile tentativo di ostacolare il declino inesorabile del corpo annaspando alla ricerca della vita eterna. A seguire “Il genio dello Xanax” affronta con il consueto piglio ironico del duo quell’ansia che invade le nostre vite e che cerchiamo di tamponare farmacologicamente senza accettarla in quanto parte integrante di noi. “Il King Del Piano Bar” è dedicata a chi vivacchia di musica come un vecchio attore che riporta in scena sera dopo sera il proprio logoro personaggio per “portare a casa la pagnotta”. La seguente “Il Bluesman” si lega tematicamente alla traccia precedente dando voce ad un bluesman del tutto privo di verve che, se solo sapesse ascoltarsi, annoierebbe anche sé stesso. “Il Condominio” è senza dubbio uno dei pezzi più riusciti dell’album, una telenovela scritta da un regista pazzo, come recita un verso, che ha per protagoniste macchiette archetipiche neanche troppo surreali. Chiude l’album “L’elettrobarista”, voce, chitarra e armonica al servizio di un brano sul frutto della storia d’amore tra una cantante barista e un elettricista folgorato. L’atmosfera si fa malinconica al calare del sipario. 
Daniele Maggioli ci ha concesso un’intervista in cui abbiamo dialogato non solo su “Champagne!”, ma anche sulla particolare visione della musica del Duo Bucolico. 


- “Champagne” è un album che con pochi tratti dipinge una galleria di personaggi tipizzati. Componendolo avete mai pensato alla Commedia dell’arte?
- Forse non direttamente, però noi siamo nati nei festival di strada. C’erano spesso clown, attori, saltimbanchi. Le prime performance le abbiamo fatte in questi contesti, per cui sicuramente ci è rimasto l’imprinting da cantastorie e fa parte di una tradizione più ampia. Le maschere sono sempre potenti, perché hanno un sacco di significati diversi, a volte anche contraddittori e quindi in musica sono strumenti importanti. 
- Oscar Wilde, anche se non c’è certezza che la frase sia sua, pare abbia affermato che “l’ironia è il linguaggio perfetto per dire la verità sorridendo ed evitando di farsi sparare”. Ti riconosci in questa definizione?
- Sì mi ci riconosco moltissimo. Noi siamo orgogliosamente dentro la tradizione dell’ironia anche se in Italia quando si fanno canzoni ironiche sembra sempre che tu sia un po’ cretino o che comunque non sia intelligente, serio. In realtà non è proprio così perché per usare l’ironia ci vuole molta consapevolezza trattandosi di uno strumento delicato, oltre che difficile da usare. Noi cerchiamo sempre di rapportarci con umiltà a questa tradizione della satira, dell’ironia, anche assumendoci il peso di non essere visti con un’aura abbastanza seriosa dagli addetti ai lavori. Il nostro stile è questo.
- Parliamo del pezzo “L’ingorgo”. E’ un imprevisto che diventa l’occasione per uscire dall’abitacolo della nostra vita e fare conoscenza con gli altri alla vecchia maniera, da esseri umani. 
- Sì, l’ingorgo autostradale diventa una sorta di “non luogo”. L’autostrada, che di solito è uno spazio che non vivi, ma attraversi soltanto diventa un mondo, uno spazio sociale, un microcosmo dove si ricrea una società diversa addirittura con un torneo di tennis usando il guard rail come rete. Ci piaceva questa immagine estremizzata. Il tema dell’ingorgo autostradale è un classico, penso ai film di Carlo Verdone, Paolo Villaggio. E’ un archetipo narrativo della commedia italiana che probabilmente è riaffiorato nella nostra mente. 
- Ascoltandovi mi è venuto in mente Rino Gaetano. Rientra tra i vostri riferimenti in ambito musicale?
- Sicuramente è uno dei cantautori che rispettiamo di più ed è incredibile come abbia avuto una seconda vita, negli ultimi anni è stato riscoperto tantissimo, mentre qualche anno fa non si sentiva molto. Proprio grazie all’ironia ha reso le sue canzoni più longeve. Se non ti appiattisci sulla cronaca riesci a dare più valore alle tue canzoni nel tempo. E’ uno dei cantautori che sicuramente ci ha ispirato. 
- Il bar è un luogo che torna in molti brani dell’album. Per voi è un osservatorio privilegiato sul mondo? 
- Sì il bar è quel luogo in cui le classi sociali si annullano, ci possono essere un imprenditore e un operaio che si ritrovano ad affogare i loro dispiaceri magari in un bicchiere di vino. Questo aspetto molto provinciale e semplice alla fine è vero. Si tratta di abbandonare ogni tanto i massimi sistemi e cercare un contatto umano, sociale. Qualche tempo fa volevamo addirittura fare un tour di presentazione di un disco in tutti i Bar Sport d’Italia affrontando i peggiori ceffi, le slot. Potrebbe essere ancora valida come idea e forse riusciremo a realizzarla prima o poi.
- Avete un contatto con il vostro pubblico molto diretto, verace, non mediato da grandi effetti speciali.
- Esatto, questa è una cosa di cui siamo orgogliosi, poi anche a livello social gestiamo tutto noi, cerchiamo di rispondere sempre. Quando facciamo i concerti al banchetto andiamo noi perché ci piace creare dei contatti che non siano virtuali. Anche generazionalmente non essendo dei ragazzini rivendichiamo il bisogno di un contatto reale con la gente e vediamo che anche nei giovani comincia ad esserci questo bisogno perché il mondo digitale poi alla fine è pesante. Quindi siamo felici di creare una relazione vera, in 3D. 
- “L’eterno ritorno” è forse il pezzo con la critica sociale più esplicita. Ci sono versi come “ancora una volta cuore nero e braccio alzato, te li ritrovi dietro i banchi del Senato”.  Se questo è diciamo l’homo italicus, c’è modo di farlo tornare homo sapiens?
- Sarei contento di saperlo. Sicuramente la musica e la cultura sono una strada utile per affrontare la complessità del mondo, mettersi in discussione. La cultura può aiutare a sviluppare nel tempo generazioni più consapevoli e ciò si riverbererebbe anche nella classe politica, dato che è un’emanazione di quel che siamo noi. Non credo tanto nel fatto che la classe politica ci manipoli in quanto più una nostra emanazione. Forse solo tramite la cultura, una scolarizzazione diversa si può arrivare ad una maggiore consapevolezza.
- Anche perché in alcuni casi eleggiamo gente che estremizza i nostri difetti.
- Come dicevamo prima sono delle maschere ancora più enfatizzate, i nostri lati negativi sono ancora più accentuati. 
- Un pezzo che mi ha incuriosito molto è “La transenna”, che se non sbaglio è il primo brano scritto in assoluto sulla vita di una transenna da concerto o da evento. Come vi è venuto in mente un pezzo simile?
- Nasce dal fatto che quando è uscito lo scorso disco abbiamo lanciato l’idea su Instagram delle “canzoni su misura” chiedendo di scrivere nei commenti gli argomenti di canzoni che poi noi avremmo potuto eseguire. Ci sono arrivati suggerimenti incredibili, per cui alcuni li abbiamo scelti e abbiamo realizzato delle canzoni. Una di queste era “La transenna”, molto interessante. Ho preferito raccontare la storia dal punto di vista della transenna come se fosse un essere vivente e mi piaceva il fatto che se una transenna avesse potuto parlare avrebbe raccontato esperienze incredibili, dalle manifestazioni del G8 di Genova fino a un concerto di Lucio Dalla. Un testimone silenzioso che attraversa gli eventi pubblici. Un altro pezzo nato da quei suggerimenti dei nostri fan è “Mano Ciao”.
- “Meglio tardi che mai” è la testimonianza, anche qui in chiave ironica, di quanto poco conti oggi la musica e la sua qualità nei meccanismi della discografia. Leggendo il testo sembrerebbe auspicare una vostra conversione al mainstream pur di sfondare, ma in realtà è l’esatto contrario, no?
- Esatto è ironico. Cantiamo “Dai che sfondiamo”, ma non crediamo più che sfonderemo in alcun modo. La canzone è molto pop, ci siamo detti “facciamo una canzone pop perché la sappiamo fare anche noi, però portata nel nostro mondo. Un po’ ci prendiamo in giro da soli, ci diciamo “sfondiamo” quando siamo sempre nella stessa barca. E intanto ci facciamo gioco dei meccanismi finti della discografia mainstream che ben conosciamo. E’ da molto tempo che suoniamo in giro, sappiamo come funzionano le cose. Prendiamo in giro il mondo ma prima di tutto ci prendiamo in giro da soli. Secondo me quando si fa satira per non risultare offensivi bisogna prima sapersi prendere in giro. E’ un modo per creare una “orizzontalità” nella satira. 
- Parliamo ora de “Il Condominio”, un’altra canzone che mette in scena una sorta di bestiario di varia umanità. Il verso “la vita è una pernacchia, basta poco per morire” è un invito a cogliere l’attimo?
- Esatto, la vita dura poco e spesso non se ne capisce neanche il senso. Quindi sicuramente c’è l’idea di cogliere l’attimo, ma sottolineiamo anche il fatto che il destino è beffardo. Ci piaceva descrivere questi personaggi non empatici, come se il male si nascondesse anche nei nostri vicini di casa o in noi che siamo vicini di casa di qualcun altro. 
- “I’m Centenario” mi ha fatto venire in mente il film “La morte ti fa bella”, ovvero abbiamo l’illusione di essere eterni, giovani per sempre. Perché secondo te non possiamo accettare l’idea che è impossibile fregare la morte?
- Forse perché c’è quella parte di coscienza dell’essere umano che non accetta la fine. Finché ci sarà consapevolezza di sé l’idea della fine sarà inaccettabile. A meno che non si abbia fede nell’Aldilà, che è comunque una risposta alla stessa domanda. 
- “L’elettrobarista” è una figura mitologica frutto dell’amore tra una cantante e un attore folgorato. Noi speriamo sempre che i nostri figli possano realizzare i loro sogni, quei sogni che magari noi non siamo riusciti a realizzare. Qual è l’importanza di coltivare i propri sogni?
- Coltivare i propri sogni è importantissimo e proiettare i propri sogni sui figli viene spontaneo, anch’io lo faccio oppure cerco di far fare loro quello che non sono riuscito a fare io, ma i figli dovrebbero realizzare i propri sogni. E’ un percorso difficile scoprire le proprie inclinazioni, le proprie attitudini, il proprio talento o il proprio demonio, nel senso greco del termine, il proprio scopo. Un percorso duro, accidentato ma fondamentale per poter essere felici. Penso anche a quello che io e Antonio abbiamo ottenuto. Veramente non ci sembra di lavorare, siamo molto impegnati a fare concerti, ma non è mai stato lavoro inteso nel senso comune del termine. Questo grazie alla grande fortuna di aver trovato una chiave di espressione dei nostri sogni, del nostro talento. Sarebbe bello se più persone possibili potessero attingere al proprio talento. 
- Quel che dici mi fa riflettere sul fatto che noi in Italia abbiamo nella cultura un grandissimo patrimonio che rimane sottoutilizzato. E’ un po’ come avere il petrolio e non estrarlo. Da qui la domanda. Che importanza ha investire nell’orientamento dei ragazzi a scoprire i propri talenti?
- I ragazzi hanno alla fine i loro problemi, come ogni generazione ha avuto i propri. Tuttavia credo che oggi grazie a internet, che pure può diventare qualcosa di mostruoso, i giovani abbiano la possibilità di confrontarsi su molte sfere del sapere, della cultura, della creatività, decisamente di più di quanto potesse fare la mia generazione. Quindi possono avere un contatto più diretto con stimoli che le generazioni precedenti non hanno avuto. Voglio essere ottimista e pensare che abbiano più occasioni di sperimentare i propri sogni, il proprio talento, le proprie inclinazioni. 
- Chiudiamo il “cerchio” di questa intervista tornando all’inizio. Dato che nella vita indossiamo sempre una maschera, sotto la maschera chi è Daniele Maggioli? 
- Sotto la maschera è una persona molto curiosa ma anche abbastanza timido in certe cose e quindi la maschera in realtà mi serve, non saprei se sarebbe salutare per me toglierla. Anche perché non è possibile farlo. 
- Parliamo ancora del vostro suono, antico ma modernissimo allo stesso tempo. Non mi è capitato spesso di sentire anche nelle nuove leve del cantautorato un album in cui faccia capolino ad esempio un kazoo. Il vostro folk cantautorale, che ricorda le sonorità di certi artisti come, ad esempio, Edoardo Bennato è legato anche allo stile di scrittura dei testi?
- Sì noi in realtà scriviamo le canzoni chitarra e piano, senza avere in quel momento bassisti o batteristi. Vengono fuori sonorità che servono a sostenere il ritmo della canzone. Quindi in parte è dovuto agli strumenti che suoniamo e all’equilibrio, non facile da trovare, tra essere aperti al nuovo, accettare la modernità ed essere sé stessi. Cerchiamo di essere noi stessi senza essere nostalgici ed il risultato è questo. Personalmente ascolto praticamente solo i Beatles, ma non vorrei scrivere musica nostalgica, collocata nel passato. Per questo tendo a farmi influenzare anche dal contemporaneo, pur senza diventare il quarantacinquenne che fa trap, che sarebbe imbarazzante. Potremmo fare una canzone sul trapper cinquantenne (ndr ride). Quindi la nostra musica ha un piede nel passato e un piede nella contemporaneità.  



Il Duo Bucolico con “Champagne!” conferma la bontà di una proposta musicale che da oltre vent’anni produce con continuità musica di qualità. C’è da augurarsi che l’auspicio “dai che a sto giro svoltiamo” del brano “Meglio tardi che mai” si realizzi perché oggi più che mai c’è bisogno di ascoltare canzoni intelligenti e mai banali capaci di far riflettere con il sorriso sulle labbra.
 

sabato 6 giugno 2026

STEFANO BORELLA E IL TEMPO SOSPESO NELLE SUE "CANZONI DI PIANURA" - RECENSIONE A CURA DI IRIS CONTROLUCE PER #GLORYBOX


Avete presente quella strana sensazione di essere costantemente bloccati? 
Come se il mondo corresse a mille all'ora e noi fossimo fermi a interrogarci sul caos della vita, sulle scelte fatte o sul bilancio degli anni che passano. Forse, con tutta la semplicità di questo mondo, l'unico ad aver davvero centrato il punto è stato Baudelaire, quando diceva che “c'è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo”.
Come cantautrice ho sempre amato la forza delle parole, ma oggi, nel mio ruolo di giornalista musicale per Riserva Indie, voglio portarvi dentro un disco che fa esattamente questo: prende il tempo, lo blocca e lo trasforma in un'istantanea generazionale. Sto parlando di "Canzoni di Pianura", il nuovo EP del cantautore milanese Stefano Borella, che potete già ascoltare su Spotify e Bandcamp.
Prima di scrivere e di registrare, l'artista non ha dimenticato le proprie radici. Ha scavato nel blues, nel folk, nei suoi ascolti di sempre — dove immaginiamo ci sia in primis il rock viscerale di Bruce Springsteen. Ed è proprio lì che ha trovato una nuova forma di espressione.
Da giornalista, la cosa che più mi ha colpita è come abbia lasciato che le sue parole ci prendessero per mano, aiutandoci a comprendere meglio quel tormento profondo che a volte ci scuote e ci manda in crisi. È proprio questo il superpotere della scrittura, no? Sviscerare quello che abbiamo dentro in un preciso momento, osservarlo da fuori, trasformarlo e aggiungere un tassello alla mappa per capire chi siamo.
I 5 brani che compongono questo EP sono crudi, diretti, ma allo stesso tempo densi di contenuti. Ci raccontano di un girovagare continuo alla ricerca di risposte, per comprendere e accettare la propria incompiutezza. Stefano ci invita a fare pace con le nostre fragilità e ad accoglierle come parti preziose di ciò che siamo realmente, ricordandoci che, visti da vicino, siamo tutti vulnerabili. 
I brani chiave dell'EP
C'è una traccia in particolare che merita un ascolto attento: "Il metro tra me e te". 
Il riferimento va dritto al lockdown, il periodo in cui è stata scritta. Ma la riflessione vola molto più in alto. La distanza che ci separa oggi non è stata certo creata dal Covid; il virus ha semplicemente sollevato il velo, mettendo a nudo quanto sia diventato profondo il sospetto verso l'altro e quanto sia reale la nostra incapacità di immedesimarci in chi ci sta di fronte.


Invece, nella title-track "Pianura", Stefano ci parla di appartenenza. Quella al luogo in cui nasciamo e cresciamo, un posto che per molti rimane lo stesso per tutta la vita. E qui scatta la vera domanda filosofica: oltre che in una zona fisica, ci succede mai di restare fermi, bloccati per anni anche nello stesso luogo interiore? La risposta, forse, Stefano se l'è già data. Interrogarsi e scavare dentro se stessi significa già essere diversi da ciò che eravamo un minuto prima. Qualsiasi situazione, se vissuta con consapevolezza, ci fa evolvere. Tutto quello che ci circonda muta continuamente, e dobbiamo farlo anche noi, lasciandoci trasportare dalla corrente senza opporre resistenza. Solo così possiamo allinearci al flusso dell'universo. Siete d'accordo?
Infine, in "Amore e paura", si sottolinea quanto sia vitale coltivare i propri sogni e amare completamente, anche quando questo comporta del dolore. Anche quando gli insegnamenti che abbiamo ricevuto ci dicono l'opposto. Ed è qui che la produzione artistica di Giuliano Dottori esplode in tutta la sua bellezza, arricchendo il pezzo con inserti di basso, chitarra e una batteria campionata che scandisce il ritmo del cuore.

La cura del suono: il tocco di Giuliano Dottori

Tra l'altro, la presenza di Giuliano in cabina di regia è un vero valore aggiunto. Parliamo di un pilastro del cantautorato indipendente (già parte della band cult milanese Amor Fou). Un polistrumentista con 5 album solisti alle spalle e una firma come produttore su tanti dischi della scena indie. Giuliano Dottori ha sempre lavorato fuori dai radar dell'omologazione, cercando l'autenticità più pura.
Questa sua sensibilità artigianale si sente in ogni nota, perché è riuscito a vestire le parole nude di Stefano senza mai soffocarle. Gli arrangiamenti risultano eterei, delicati. Impreziosiscono i brani per sottrazione, puntando su atmosfere minimali e super raffinate. La dinamica delle canzoni cresce lentamente, creando immagini visive fortissime attraverso i suoni, capaci di dare profondità e modernità al cantautorato classico. Gli strumenti si muovono leggeri intorno alla linea vocale: la proteggono e ne valorizzano l'intenzione emotiva. E ditemi voi se, per citare un brano di Stefano, tutta questa cura non sia già qualcosa che assomiglia alla felicità.
Bene, per oggi il nostro viaggio tra filosofia, tempo e pianure finisce qui. Se queste atmosfere vi sono risuonate dentro, andate su Spotify e cercate "Canzoni di Pianura" di Stefano Borella, premete play e lasciatevi andare.

martedì 2 giugno 2026

HIS DARK MATERIALS - RECENSIONE A CURA DI LUIGI TUTTOBENE PER #BETTERCALLSERIAL, LE SERIE TV SECONDO RISERVA INDIE


“Questa storia ha inizio in un altro mondo. Un mondo simile al nostro e al tempo stesso diverso. Qui l’anima umana assume la forma di un animale che prende il nome di Daemon. La relazione tra un umano e il suo Daemon è sacra. Questo mondo è soggetto da secoli al potere assoluto del Magisterium, con l’eccezione delle terre selvagge del nord, dove le streghe mormorano una profezia: una profezia su una bambina dal destino grandioso”


Così comincia la prima puntata...ed ora non ditemi che non siete già curiosi di sapere come va a finire. His Dark Materials, come avrete intuito dall’incipit, è una serie fantasy tratta dall’omonima trilogia di romanzi per ragazzi di Philip Pullman. Però non fate l’errore di pensare che si tratti del solito fantasy fine a se stesso e rivolto ad un pubblico di teenager. Tutt'altro. Sotto la superficie di questa saga si nascondono molta più realtà e scienza di quanto sembri, come particelle elementari, fisica quantistica, psicanalisi, ecc...
Tutto cucito alla perfezione nei romanzi dell’autore inglese e riprodotto in maniera maniacalmente fedele in ognuna delle tre stagioni, per un totale di 23 puntate: una passeggiata per noi divoratori seriali che stiamo già pensando di vederla in una settimana o, meglio… ehm… peggio, in un weekend.


Ma entriamo nel vivo del racconto.
Nel libro “Il codice dell’anima” lo psicologo junghiano James Hillman espone per la prima volta la teoria della ghianda.
Secondo Hillman l’esistenza dell’essere umano non viene influenzata solo da fattori genetici, sociali o ambientali.
Ognuno infatti nasconde in sé l’essenza di ciò che è destinato ad essere, un po’ come una piccola ghianda che contiene già il codice che la farà diventare una maestosa quercia.
Si afferma quindi che tutti abbiamo uno scopo ed un talento che ci definiscono in quanto individui ma, se non vengono opportunamente coltivati, cadiamo in uno stato di disagio esistenziale. A questo punto, in nostro soccorso, arriva il “Daemon” (si, proprio quello citato nell’incipit) che, come una sorta di spirito guida, ci ricorda le nostre più profonde e reali vocazioni riportandoci sulla retta via.


Bene, nel mondo di His Dark Materials questo concetto diventa carne, ossa... e pelo. Nella serie il Daemon non è solo una forza interiore ma è letteralmente l’anima che vive fuori dal corpo, apparendo come un animale che parla, segue il proprio umano, dispensa consigli e prova le sue stesse emozioni.
Lyra, la protagonista, (interpretata da Dafne Keen, nota per il suo ruolo in “Logan: The Wolverine” del 2017) è la bambina di cui si vocifera nella profezia. (Piccola parentesi: vero, questa storia della profezia è già stata ampiamente approfondita ed abusata. Qui però tutto cambia e la banalità del “già visto” è l’ultimo dei rischi in cui potremmo imbatterci.)


In questo mondo il potere viene esercitato dal Magisterium: una sorta di organo oligarchico che amministra politica, religione e scienza.
A questo si contrappongono i filosofi, che ricoprono un ruolo ben più ampio essendo sia tutori del sapere, sia ricercatori dediti alla scienza.
A tal proposito, dopo pochi minuti, verremo coinvolti nel primo conflitto che ci accompagnerà in tutte le puntate.
Lord Asriel, lo zio di Lyra, (interpretato da un James McAvoy come al solito impeccabile e camaleontico) ha dimostrato l’esistenza di un universo parallelo, stravolgendo quindi le fondamenta su cui poggiano le certezze e gli inganni perpetrati dalla classe politica.
Ed è qui che la serie ci pone di fronte ad uno dei suoi tanti spunti di riflessione.


Perché il progresso fa così paura?
Il Magisterium, senza andare troppo lontano da alcune realtà attuali, è un vero e proprio sistema che non solo governa ma impone un diktat morale chiuso e cieco di fronte alle possibilità di un qualsiasi tipo di evoluzione.
Questo perché l’ampliamento degli orizzonti della conoscenza e, nel caso specifico, l’esistenza di altri mondi, riscriverebbero le leggi naturali, declassando gli intoccabili dogmi ad una delle tante opzioni tra le plausibili nuove realtà da esplorare.


Tutto ruota intorno alla Polvere ma “non quella che si posa sui mobili”, come sentiremo spesso dire nelle puntate.
Si tratta dell’insieme di particelle a noi note come “materia oscura” (dark materials, appunto) ovvero quella sostanza invisibile che, secondo i nostri fisici e scienziati impegnati al CERN di Ginevra, costituisce circa l’85% dell’universo.
Nella serie la Polvere verrà percepita dalla classe politica come una minaccia da estirpare al fine di impedire che nella popolazione si insinuino quelle scintille di spirito critico e libero pensiero tanto scomode agli occhi di chi comanda.
Scopriremo quindi due personaggi fondamentali legati alla scienza ed in antitesi morale ad essa, rappresentandola in diverse interpretazioni e sfumature. Da una parte abbiamo Asriel che, imperterrito, sfida apertamente il potere per scoprire il vero ruolo della Polvere ed i molteplici modi in cui questa potrebbe stravolgere il concetto di universo.
Dall’altra, invece, verrà introdotto il complesso ed affascinante personaggio di Marisa Coulter, interpretata da una sontuosa Ruth Wilson che definire da Oscar sarebbe riduttivo.
In un mondo rappresentato sotto ogni aspetto solo da uomini, Marisa è l’unica donna a cui è concesso un ruolo rilevante, se non fondamentale, nell’organigramma strutturale e politico, in quanto “teologa sperimentale”: un paradosso nel nostro mondo ma che scopriremo perfettamente coerente in questo contesto.


Come avrete sicuramente intuito, col pretesto di questa storia di fantasia, l’autore affronta in maniera abbastanza esplicita molte tematiche attuali e controverse. Una di queste è senza dubbio la critica verso le mentalità conservative ed intolleranti.
L’accusa verso le istituzioni è spietata ma, al tempo stesso, celata dalla sagace intuizione di affiancare ai membri del Magisterium dei Daemon repellenti: vedremo infatti figure governative altezzose e solenni, sia nell’aspetto che nel portamento, accompagnate da vipere, ragni o scarafaggi, ponendo l’accento sulla naturalezza e la spontaneità con cui vi convivono. Ma che fine ha fatto Lyra, la protagonista di questa serie nonché della profezia? Vi basti sapere che, come dicevo all’inizio, lei rappresenta nel modo più puro e completo la ghianda della teoria di Hillman.
Involontariamente scatena una serie di eventi che partono tutti da un obiettivo semplice e puro: trovare il suo migliore amico, che è scomparso. Ci ritroviamo nuovamente di fronte ad un altro grande tema della serie: la difesa dei più deboli e la lotta contro le ingiustizie.
In questo mondo i bambini poveri spariscono nel nulla, rapiti nell'indifferenza generale. Come i figli dei Gyziani, una popolazione nomade che vive ai margini della società. Lyra infatti si unisce a loro perché nessuno si preoccupa di ritrovarli in quanto appartenenti alla categoria degli “invisibili” per i quali non vale la pena sprecare tempo e risorse.


Se nel nostro mondo l’anima è astratta, qui è stato utilizzato un escamotage perfetto per renderla concreta ed identificare subito i personaggi, sottolineando come le divisioni sociali, i vantaggi economici e, più generalmente, le apparenze non definiscono nobiltà d’animo e spessore umano. I Gyziani vengono infatti affiancati da Daemon maestosi ed eleganti come falchi ed aquile, a differenza dei membri del Magisterium, accompagnati da creature viscide. Motivata dalle ricerche, Lyra mette in moto un effetto domino da cui si svilupperanno tutte le vicende di questa incredibile storia.
Da brava prescelta, nonché futura quercia, agirà sempre di puro istinto, affrontando scelte difficili e conseguenze sicuramente troppo grandi per una ragazzina. Si ritroverà però circondata e supportata (ma anche fortemente ostacolata) da personaggi memorabili che la seguiranno e, spesso increduli, l’asseconderanno anche quando vorrà perseguire intuizioni apparentemente prive di filo logico.
Questo perché tutti a parte lei sanno della profezia e sanno anche che, affinché questa si compia, dovranno lasciarla libera di agire in uno stato di beata ed innocente inconsapevolezza.


Puntata dopo puntata saremo spinti ad immedesimarci o schierarci ma, allo stesso tempo, ad assistere ammirati alle piccole ed imprevedibili fatalità che influenzano ogni vita. Come in ogni romanzo di formazione, si approfondirà l’importanza delle scelte, sia che ci conducano verso traguardi importanti, sia che ci portino verso inevitabili fallimenti… ma non è forse cadendo che si trova la vera forza per rialzarsi e, chissà, cambiare le sorti dell’universo?


mercoledì 27 maggio 2026

CRISTIANO SBOLCI - FUORIMODA - PERCHE' D'AMORE SI PUO' MORIRE - INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


“In una sera fatta di rosa e di mistico azzurro/un lampo solo ci vedrà commisti/come un lungo singhiozzo, carico d’addio”. Versi come questi, tratti da “La morte degli amanti”, uno dei componimenti più celebri di Charles Baudelaire, hanno fatto germogliare la poetica di Cristiano Sbolci, cantautore livornese autore del recente disco “Fuorimoda”. Amore e morte sono i temi portanti di un album dall’andamento di un vecchio film su pellicola, con un’intro, “Fuorimoda (Titoli di testa)”, un intervallo, “Hai avuto paura? (Intermezzo)” e il finale, “Il vizio (Titoli di coda)”. L’immaginario sonoro di riferimento è quello dei film polizieschi degli anni 70 e la collaborazione di Enrico Gabrielli dei Calibro 35 ai tre strumentali ne è il sigillo. L’album entra nel vivo della narrazione con “Rock’n’roll”, il bacio appassionato di un amore finito che esala il suo ultimo respiro sulla pista da ballo. Dal punto di vista della costruzione sonora il pezzo riecheggia i Baustelle ed è dotato di un ritornello accattivante che lo rende un singolo ideale. A seguire “Il pianoforte di Sebastian Bach” si propone come perfetto lento orchestrale, un pezzo che guarda passare la vita con la consapevolezza che bisogna godere fino in fondo di ogni attimo perché noi ridiamo e danziamo, ma il tempo fugge. “Era una serata come tante all’Ortica” si nutre di ebbrezza upbeat raccontando l’incontro con una lei che seduce con innocenza peccaminosa in una notte senza futuro. “Divi morti del pop” è tanto scanzonata quanto arresa, il ricordo struggente di qualcosa che non potrà mai più essere. A seguire “Ti prego lasciati guardare bene” distilla una tristezza che la carezza del pianoforte non potrà mai consolare. In “La morte di una star” Cristiano torna a toccare sonorità baustelliane raccontando la vita sprecata di chi si fa travolgere da quella nevrosi senza uscita che è diventata la nostra vita. “Maledetto amore mio” consuma in fretta un amore che finisce in tragedia, perché d’amore si può morire davvero. A seguire “Cosmetici e veleni” è il cocktail letale preparato per dissetare le ossessioni di un’aspirante starlette. Prima dei titoli di coda “Il rumore di un bacio”, in duetto con il cantautore romano MOX rappresenta l’estremo sforzo di memoria del cuore, che non ricorda più nemmeno cosa sia realmente l’amore. Abbiamo parlato con Cristiano Sbolci dell’album e dell’immaginario cui si ispira.


- Amore e morte sono tempi importanti in “Fuorimoda”. L’oscillazione del pendolo della tua vita tra questi due estremi che nervi scoperti va a toccare dentro di te?
- Sono i punti focali della mia vita. Sono fermamente convinto che siano i due collanti più potenti che ci siano. Del resto noi viviamo per amore e con la convinzione di dover morire, quindi secondo me sono le due parole più importanti che ci “portiamo addosso”. 
- Il tuo album è come un film con i titoli di testa, i titoli di coda e l’intervallo tra i due tempi. Già di per sé questa è una scelta fuorimoda da vecchio cinema con le sedie di legno scomode. La tua musica è la colonna sonora del film della tua esistenza?
- Sì, questo disco l’ho scritto pensando di creare una colonna sonora di quello che stavo raccontando, quindi della mia vita.
- Parliamo di “Rock’n’roll”. Indubbiamente nel pezzo si sente un’eco abbastanza rilevante dei Baustelle. Direi che con “Cosmetici e veleni sono forse i due pezzi che richiamano alla mente la band. Quali sono gli elementi sonori e testuali che ti fanno sentire vicino alla loro poetica?
- I Baustelle li ascolto e mi piacciono da sempre. Si rifanno a quelli che sono i miei ascolti, i grandi compositori degli anni 60 e 70, un certo tipo di musica accostato a colonne sonore di grandi film noir, thriller, horror degli anni 70. Ascoltandoli sono stato molto attratto da un certo tipo di linguaggio, quindi sono andato a cercare libri su quella stessa linea e conseguentemente sono stato influenzato molto dall’unione di quella musica e quell’immaginario. Da lì è nato il mio stile di scrittura, che poi traspare in brani come “Rock’n’roll”, “Cosmetici e veleni”. In realtà non è un aspetto che nascondo. Sono onorato, reputo Francesco Bianconi come uno dei più grandi autori degli ultimi anni quindi se vengo accostato ai Baustelle sono veramente molto felice. 
- “Sentimental blues”, ovvero nella versione pubblicata “Era una serata come tante all’Ortica” secondo te è poesia carnale? 
- Probabilmente sì. Ho voluto semplicemente raccontare uno squarcio di serata quindi ho preso e messo su foglio quello che avevo vissuto, poi inizialmente volevo fare un “talkin’ blues” stile Bob Dylan, quindi due accordi e tante parole. Oltretutto la canzone non doveva neanche essere nel disco, l’ho scritta ad album finito. Però è piaciuta anche ai produttori Francesco Massidda e Federico Nardelli, abbiamo iniziato a lavorarci e accantonata l’idea del “talkin’ blues” è diventato un pezzo più vicino a “Una giornata uggiosa” di Lucio Battisti. Però sì ha un elemento molto carnale.
- Parliamo de “Il pianoforte di Sebastian Bach”. Nel labirinto della vita si è spezzato anche il filo di Arianna. Non potremo più annodarlo per uscire?
- E’ una cosa che mi chiedo spesso, ma non so rispondere per la verità. Sicuramente questa canzone voleva mettere in risalto la difficoltà ad accettare l’esistenza. Ho provato a narrare questa difficoltà nella maniera meno cruda possibile anche se alla fine nel brano un po’ di tristezza c’è.
- Nell’album citi molto la canzone e la poesia francese, per esempio Serge Gainsbourg. Quale ruolo hanno avuto nella tua formazione?
- Un ruolo molto importante. Ho iniziato ad ascoltare musica francese non troppo presto, però poi quando ho scoperto Serge Gainsbourg o Léo Ferré mi sono detto “caspita questa musica ha progressioni armoniche incredibili, melodie pazzesche e una poesia formidabile”. Questi elementi mi hanno affascinato molto, così tanto da approfondirli e cercare di inserirli anche nelle mie composizioni. A livello musicale non è così evidente, infatti è presente più a livello citazionistico. Richiamo ogni tanto qualcosa di quel mondo. 
- “Divi morti del pop” musicalmente è un rock anni 70 molto sbarazzino che contrasta con la constatazione amara del presente che emerge dal testo. Questo gioco di contrasti è il tuo modo per alleviare il dolore che ti porti dentro?
- Sì mi piace molto rendere scanzonato il dolore. Per “Divi morti del pop” io avevo scritto la musica, non avevo il testo. L’idea era quella di fare una sorta di “Penny Lane” italiana perché ha un andamento un po’ beatlesiano con quella modulazione finale. Poi quando mi sono messo a lavorare sul testo inconsapevolmente ho scritto un pezzo in cui c’è molto dolore. Quando ho ascoltato il risultato finale mi sono detto “ok non l’ho cercato ma era quello che volevo”, cioè appunto rendere scanzonato il dolore. 
- In “Ti prego lasciati guardare bene” che se non sbaglio è stato anche un singolo torna il tema dell’amore svanito ma mai dimenticato. Le tue canzoni sono, per citare un verso dei Baustelle, “parole scritte a un destinatario andato via prima di averle ricevute”? 
- Sì probabilmente sì. “Ti prego lasciati guardare bene” la tengo sempre un po’ da parte perché è un pezzo molto vecchio, scritto diversi anni fa e che non avevo neanche idea di inserire nel disco. E’stata registrata per gioco e difatti secondo me si sente perché è l’unica canzone veramente nostalgica. Il resto del disco più che nostalgico è sofferente, un ricordo amaro. Mentre “Ti prego lasciati guardare bene” esprime questa nostalgia che l’ha resa un punto fermo del disco, ma non è stato voluto. 
- In “La morte di una star” compare il tema del vivere oggi che ci obbliga a stare sempre in tiro, sul pezzo. Dov’è il tuo nascondiglio segreto per sottrarti a questa nevrosi?
- Il mio nascondiglio preferito è la solitudine, mi rifugio molto in me stesso e cerco di restarci il più possibile. Alla fine ho trovato un modo per riuscire a restare con me stesso senza lambiccarmi troppo. Però poi non so se è la soluzione giusta, personalmente la vivo bene.
- “Il rumore di un bacio” mi ha fatto venire in mente per contrasto un’installazione luminosa dell’artista torinese Domenico Pannoli che reca la frase “L’amore non fa rumore”. Ti va di parlare un po’ di questa dicotomia tra amore e suono?
- Io in quella canzone volevo in qualche modo narrare il fatto di non ricordare più niente. Si cerca sempre di ricordare gli odori, i sapori, le sensazioni. Io volevo annullare completamente il ricordo scrivendo appunto “non mi ricordo neanche più il rumore di un bacio”, lo schiocco che lascia il bacio. Per quella canzone l’intenzione era semplicemente quella di scrivere una ballata vecchio stile. Citerò dei mostri sacri, ma non mi voglio certo paragonare a loro. L’idea era creare delle atmosfere un po’ in stile Gino Paoli e quindi con l’orchestra, l’armonia studiata a tavolino e sensazioni di un ricordo svanito. 
- In “Titoli di coda” c’è questa battuta “l’unica salvezza sta nel vizio”, tratta dal film “Metti, una sera a cena” di Patroni Griffi. Quella battuta nel contesto del film è una sferzata all’alta borghesia che è imprigionata da convenzioni sociali. Perché hai scelto di chiudere così l’album?
- Ho scelto di chiudere l’album con la citazione di “Metti, una sera a cena”, ma il significato in realtà svia molto, nel senso che io volevo semplicemente raccontare quello che è stato per me il momento dell’addio. Mi ero rifugiato nei miei piccoli vizi, che poi sono vizi normalissimi come ad esempio andare la sera al pub con gli amici, perdermi in notti un po’ più accese, ma non ha nulla a che fare con questioni come puntare il dito contro la borghesia. L’intenzione era quella di raccontare la mia soluzione all’abbandono, un po’ di vizio, che poi comunque fa parte della mia vita. 
- Nell’album vengono citati musicisti molto eterogenei, si passa dai Pink Floyd a compositori come Bach, gli Strokes, Chopin e altri. Qual è il fil rouge, se c’è, che lega questi artisti nel tuo mondo interiore?
- Sicuramente il filo rosso che lega questi artisti è che, come ho provato a fare io sperando di esserci riuscito, hanno sempre trattato la musica popolare in modo colto, stando molto attenti ai dettagli, cercando le armonie giuste, cercando le giuste orchestrazioni, arrangiamenti adeguati. Sono sempre stati i miei ascolti, ho sempre cercato quello, a me piacciono le musiche trattate con molto rispetto. Ho intitolato questo disco “Fuorimoda” proprio per tale motivo, perché volevo essere l’antitesi del mercato, la musica di oggi in cui è tutto molto simile e semplice. Non che la semplicità sia un difetto, io però con la musica voglio rischiare il più possibile, il suo linguaggio è talmente bello e esteso che mi piace fare così.
- Parliamo delle collaborazioni nell’album. In “Titoli di coda” c’è una doppia collaborazione con Enrico Gabrielli e Federico Maria Sardelli. Come sono nate?
- Quella con Enrico Gabrielli, che include tutti e tre gli strumentali, è nata in maniera semplice, nel senso che eravamo in studio Francesco Massidda, Federico Nardelli ed io e ci siamo resi conto del fatto che quegli strumentali avevano una sonorità molto precisa, definita, ovvero quella dei polizieschi degli anni 70. Ci siamo chiesti “chi fa oggi i polizieschi anni 70 in Italia?”. I Calibro 35. Abbiamo sentito Enrico Gabrielli, dato che Federico Nardelli lo conosceva, per sapere se fosse disposto a inserire qualche elemento nei brani, glieli abbiamo fatti sentire, lui ha accettato così ci siamo, per così dire, un po’ ripuliti la coscienza nel senso che quei pezzi hanno un suono da Calibro 35 ed è presente un membro della band. Per quanto riguarda invece Federico Maria Sardelli è un amico di famiglia da sempre, un grande direttore d’orchestra di musica barocca. Desideravo collaborare con lui ad un mio brano e questa mi sembrava l’occasione giusta perché lui è flautista e volevo inserire un flauto traverso in “Il vizio (Titoli di coda)”.  Glielo ho detto e lui, senza aver ascoltato il brano mi ha dato fiducia ed ha suonato. 
- E per il featuring in “Il rumore di un bacio” con MOX, il cantautore romano Marco Santoro?
- Quando scrissi “Il rumore di un bacio”, che ha avuto una gestazione molto breve, riascoltandola mi sono detto “questo brano mi ricorda molto le sonorità di MOX”, cioè lo sentivo giusto per un suo disco, ma volevo fosse nel mio. Gli ho parlato, anche lui è un amico di vecchia data e gli ho spiegato “ho un brano che ha il tuo sapore, ma sarà nel mio disco. Ti va di cantarlo assieme?” Lui lo ha ascoltato, gli è piaciuto tantissimo e quindi ha accettato. 
- Ci sono stati altri collaboratori che hanno realizzato l’album con te?
- Francesco Massidda ha prodotto l’album con Federico Nardelli, ma lo ha anche scritto interamente con me realizzandolo a quattro mani. I testi sono miei però le musiche sono state fatte sempre insieme. Oltre a loro ha collaborato al disco Alessio Masoni, chitarrista che suona con me da moltissimo tempo e che ha contribuito a “Divi morti del pop”, “Rock’n’roll”, “Il rumore di un bacio”. (ndr ha collaborato alla rifinitura dell’album anche Alessandro Di Sciullo). 


L’album di Cristiano Sbolci è talmente fuorimoda da non passare mai di moda, perché chi di noi non ha mai sofferto per amore e cercato di affogare il dolore in un drink? Ma se la vita è un festival bisogna godere l’attimo per non pentirsi di non avere mai vissuto. 

lunedì 25 maggio 2026

MARLENE KUNTZ LIVE AL VIPER DI FIRENZE - RECENSIONE E GALLERY A CURA DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE


I Marlene Kuntz suonano “Il Vile” al Viper a Firenze. Ma il Viper non c’è più. Ad agosto dello scorso anno un incendio l’ha distrutto e oggi il Viper Theatre continua la sua attività di organizzazione eventi nello spazio Otel della stessa città, in via Generale dalla Chiesa. Il 26 aprile del 1996 usciva “Il Vile”, il secondo album in studio dei Marlene Kuntz, ecco perché oggi il 24 marzo 2026 lo portano in tour. Questo sembra essere un anno ricco di ricorrenze, o forse sono io che sono diventata nostalgica e inizio a rincorrere gli anni novanta. Ma la storia è ciclica e ogni decade siamo tutti curiosi di andare a vedere dove siamo finiti, per ricordarci dove eravamo e cosa desideravamo per quel futuro che ormai si è fatto oggi. Sono 30 anni dall’uscita di un album che si può definire pietra miliare del post grunge italiano, dello scenario alternativo di questo paese e per l’occasione è stato ristampato con una grafica firmata Baronciani. Lo troverò, più tardi, al merchandising.


Nel 1996 erano i Marlene Kuntz ad avere trent’anni e io ero poco più che una ragazzina. Beatles o Rolling Stones? Oasis o Blur? In Italia, nella scena del rock alternativo la scelta era tra i Marlene Kuntz o gli Afterhours. Non faccio mistero della mia predilezione giovanile per i secondi ma l’età adulta porta consapevolezze e sfumature di grigi che dimostrano quanto il bianco e il nero siano più simili di quel che appare.


L’Otel è certamente un bel locale, spazioso e scuro, con una zona esterna e una buona visuale sullo stage con qualche dislivello che permette anche ai più bassi di accaparrarsi posizioni favorevoli. Il parterre già mi piace. Ai concerti si capisce subito se sarà una serata da salti, sudore e contatti stretti o se ognuno riuscirà a raggiungere e mantenere il suo spazio di ascolto. E così è. Sono qui con un amico che curioso era venuto con me al mio secondo concerto di quest’anno dei Ministri a Pistoia all’H2no e che ha voluto rendermi il favore di una piacevole serata con un gruppo che ha segnato la sua di adolescenza. Come si fa con un cocktail, un buon libro, un film, un percorso trekking o una vacanza: anche i concerti possono essere uno scambio di conoscenze e sensazioni, un momento di condivisione e io questa sera ho le antenne particolarmente tirate su. Sono curiosa di vedere un gruppo che non ho mai visto dal vivo, di captare le vibrazioni dei loro fan, di sentire che effetto fa un album vecchio di 30 anni su quella che è la me di oggi. Non è un segreto che per me partecipare a un live è quanto di più simile a una sessione di meditazione e so bene che non sono la sola. Il mio amico ha portato con se un disco del 1999 acquistato al Cencio’s, di Prato, un tempio del rock alternativo italiano negli anni ‘90. Mi racconta che era il dicembre dello stesso anno e era arrivato al locale con due amici che suonavano con lui in una piccola band: avevano comprato i biglietti nell’unico negozio di musica della zona che faceva anche da rivenditore, e che si chiamava “Il Superdisco”. Mi dice che non aveva mai visto il locale così pieno e che gli faceva strano perché era un mercoledì sera. Era la sua prima volta: non aveva mai sentito i Marlene Kuntz dal vivo e ne rimase talmente colpito che a fine concerto acquistò il vinile del live che era stato registrato proprio durante quel tour.


Giro il disco tra le mani, controllo la data, era proprio il 1999, qualcuno vicino ci guarda, capendo di cosa stiamo parlando, ci sorride, e io penso che sarebbe proprio bello se riuscisse a farselo firmare dopo tanto tempo. Mi piace sentire le storie degli altri, mi riesco a immedesimare, capisco che quello che la musica suscita nelle persone è universale e allo stesso tempo per tutti unico. È come un “segnavita”: ogni momento della nostra esistenza ha la sua colonna sonora e mi chiedo se i miei prossimi anni, dopo questa serata, sapranno un po’ di più di Marlene Kuntz.


Il concerto inizia. Loro entrano eleganti e in forma smagliante. Dietro alla band a intermittenza si accendono led con la scritta IL VILE. Qualcuno dice che il rock è morto, beh quest’album sembra uscito ieri e sanguina. E nel corso del concerto penso che la musica italiana degli anni novanta non aveva nulla da invidiare alla scena internazionale di quel periodo. Questo disco ne è la prova. Stasera lo sto ascoltando tutto dopo troppo tempo e penso che per una band toccare un punto tanto alto è quasi un non ritorno, nulla potrà più essere all’altezza e pensare invece che erano solo all’inizio della loro carriera. “Probabilmente io meritavo di più”, dice uno dei loro brani ed è sicuramente vero. Ma in barba ai pronostici hanno retto: lo rammenta anche Cristiano Godano in una pausa della serata: nel 2000 li davano per spacciati, per “bolliti” citandolo. Vi assicuro che questa sera su quel palco è ancora tutto crudo come agli esordi e incredibilmente attuale. “Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore” un verso scritto nel 1996 e che ancora oggi serve a ammettere di fronte al mondo, al pubblico, al parterre di questa sera la propria vulnerabilità. Essere vulnerabili è rock “ma è così dura” perché tanta profondità non è per tutti, non è semplice porsi nudi di fronte alla musica e lasciarsi attraversare dai bassi profondi e dalle voci taglienti, ma è certamente la cosa più affascinante di quest’arte.


“Il vile” è un disco punk, ci ricorda “come stavamo ieri” attraversa perversioni di versi, orgasmiche visioni in distorsioni musicali e ci restituisce sopravvissuti, esausti, sudati, empi e infine svuotati, e leggeri. Suonano tutto il disco tranne “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”, al suo posto “Sonica”, definita valida sostituta. “Questo era il nostro secondo disco del 1996 e ci sono qua facce che all’epoca non c’erano, questo è magnifico, vedere anche tanti giovani è fantastico” dice Godano dopo aver ringraziato e essersi asciugato il sudore. C’è ancora tempo: si abbassano le luci e basta l’attacco: “Pelle,” dice, il resto dell’intro di “Nuotando nell’aria” la cantiamo noi in coro; mi commuovo, anche se la cosa che sentimentalmente rapirà di più la mia attenzione deve ancora arrivare. Cito il frontman che anticipa la scaletta: “Ancora due pezzi che arrivano dal nostro disco del 2000: il primo che suoniamo di questi due è una canzone di particolare intensità, lo è stata per me quando l’ho pensata, estremamente sincera. Questa canzone è una sorta di speranza impossibile e si intitola -La mia promessa-”. Ho passato tutto il brano a guardare la coppia di fronte a me: per tutto il concerto hanno cantato e ballato vicini, protesi verso il palco ma quasi sconosciuti. Le prime note di questo brano li ha attratti invece in un abbraccio magnetico che è durato fino alle ultime note. Lei col capo all’indietro appoggiato al petto di lui ha scandito con le labbra, sussurrando, tutte le parole della canzone come se fossero una preghiera. Lui ha tenuto gli occhi chiusi e il capo chino abbracciandola da dietro, tutto il tempo. La fine del brano è risuonato come un risveglio, loro dal loro sonno e io dal mio incanto. Si sono asciugati una lacrima dal viso e mi sono accorta di averne una anche io.


“Festa mesta” che dal 1994 canta di alienazione e frustrazione criticando il superficiale esplode musicalmente in un materiale scoppio di coriandoli celebrando tutti quelli che negli ultimi decenni si sono ribellati al conformismo e non se ne sono mai pentiti. Arrivano gli ultimissimi brani e quando poi le luci si accendono, ai nostri piedi un colorato tappeto di coriandoli. I Marlene Kuntz si avvicinano al parterre a stringerci le mani. La scaletta è andata, ci accaparriamo una t-shirt borgogna come ricordo e ci dirigiamo al guardaroba. C’è ancora una missione da compiere. L’esperienza mi fa capire subito dove poter avvicinarmi ai membri della band: avviamo una chiacchierata con uno dei ragazzi della sicurezza; ci guardiamo intorno, siamo solo noi. Si può fare. Lo chiediamo. Torniamo alla macchina con i biglietti e un disco del 1999 autografati e no, non importa se non siamo più i ragazzetti di 30 anni fa, per certe cose, grandi, non si diventa mai.





 

lunedì 18 maggio 2026

JOHNNY FREAK - IN VITA - AMICO MIO SUONA, ZITTO SUONA! - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Fare musica esclusivamente per passione, per fissare un’emozione, dare concretezza tangibile a un sentimento. Questo è l’approccio dei Johnny Freak, band di Frosinone che, dopo un lungo silenzio, si è riaffacciata sul mercato discografico con “In Vita”, nuovo album uscito nel marzo scorso. Le undici tracce che lo compongono tratteggiano un universo sonoro fatto di tante stelle diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa luce. Il disco si apre con “Suona”, pezzo emblematico dell’intero lavoro, imperniato su un alt rock non banale, in cui il gioco delle armonizzazioni vocali e i continui cambi di atmosfere tengono desta la curiosità dell’ascoltatore superando brillantemente la “prova dello skip”.  “Si era detto un altro disco e poi mollare” evoca la voce di Luca Spisani tratteggiando il passaggio dalla fase A della band alla fase B imperniata sull’imperativo automotivazionale “suona amico mio, zitto suona!”.  “Grida” si apre nei primi secondi con un’eco delle tastiere del classico di Eugenio Finardi “Extraterrestre” per poi virare in direzione di un ritornello epico in stile Timoria era Renga. La sezione ritmica, formata da Simone Ausoni (basso) e Alessio Di Raimo (batteria) qui come in altri brani ha guizzi interessanti. A seguire “Pupazzo” è uno se non il brano più vibrante dell’intero lavoro. Il simbolico pupazzo appeso al muro che si chiama futuro è il feticcio di cui liberarsi per ripartire “via da qui”.  Musicalmente radicato nelle chitarre di Davide Ausoni e Pietro Macario, dopo il secondo ritornello esplode in un assolo acido al punto giusto. “Ora cadrai” è una ballata guidata dalle note morbide e malinconiche del pianoforte che dà modo alla voce di mettere in risalto una buona estensione. A metà del lavoro “Clessidra”, venata di echi rock anni 90, è una lettera d’amore alla propria anima. A seguire “Tommy” nasce dalla perdita di un amico fraterno, uno di quei pezzi che provano invano a ricucire un cuore squarciato. Musicalmente è una vetrina delle capacità tecniche della band e, nel testo, si riallaccia al pezzo di apertura. “Salta giù” è un brano guitar-driven sul passaggio dalla vita più o meno spensierata da studente alle prove della vita adulta. “Salvami” sboccia da una chitarra acustica che riflette su questo “mondo reso inodore”. Il contesto cantautorale esalta la voce e le liriche. “Ultimo Ballo” gode di un testo ricco di immagini evocative e aggiunge mattoni al muro delle chitarre alzandolo verso il cielo. A seguire la quasi title track “Vita” è un dialogo con la vita speziato di sapori della tradizione musicale italiana. A chiudere l’album una reinterpretazione de “La donna cannone” di Gregori, quindi già di per sè stessa pericolosa per gli inevitabili raffronti, impossibili da ignorare. Avvicinandosi con rispetto al grande classico i Johnny Freak ne mantengono intatto lo spirito pur trasformandolo in un pezzo nel loro stile. Una sfida incredibilmente vinta, degna chiusura di un album di buon livello che sa ritagliarsi il suo spazio rivolgendosi ad un pubblico certamente di nicchia ma realmente appassionato della musica non come puro passatempo. Luca Spisani ha chiacchierato con noi per Riserva Indie dell’album e della storia della band.


- Partiamo dal nome della band. Si sa che vi siete ispirati a un personaggio dell’universo di Dylan Dog che è particolarmente profondo e tormentato. Quali sono gli aspetti di questo personaggio in cui vi riconoscete così tanto da averlo scelto come nome?
- E’ l’attenzione verso i Freak, i cosiddetti mostri, persone alle volte anche deboli e indifese. Siamo sempre stati attenti a queste tematiche. Leggere quel fumetto tanti anni fa ci ha scosso particolarmente e non solo noi ma anche molti altri lettori di Dylan Dog, tanto che è a tutti gli effetti uno degli albi più amati. Ci sentiamo affini a queste tematiche e ci siamo detti “perché no, proviamo ad utilizzare questo nome, potrebbe essere interessante”. E infatti per tanti anni è stata anche una marcia in più, perché c’erano persone attente come noi ad alcune tematiche nonostante non siamo poi così frequenti. Quell’albo di Dylan Dog è stato molto particolare, un connubio tra il modo di scrivere che abbiamo e questo numero così particolare. 
- “In Vita” è un album che parla del potere della musica come cura, sostegno quando cadi, ricerca di libertà. Come si sono trasmessi questi concetti dalla vostra vita al vostro mondo musicale?
- Questo disco è la nostra realtà. Abbiamo avuto un lungo periodo di pausa, ma non c’è stato un solo giorno in cui non abbiamo pensato al nostro progetto e alla musica. Anche essere qui in questo momento con te e in altre situazioni mediatiche, radiofoniche. La nostra vita è questa. Per molti motivi non lo facciamo come lavoro primario, ma la nostra attitudine è questa, pensiamo a 360° tutto il giorno alla musica. “In Vita” è a tutti gli effetti la nostra quotidianità, la nostra realtà, la nostra vita. Il desiderio di rialzarsi dopo questo periodo così lungo è culminato in un disco che racchiude questi 12 anni, quella che è stata la nostra vita prima e quella che speriamo sarà per i prossimi anni, perché speriamo di fare questo mestiere ancora per molto tempo.
- In continuità con ciò che hai detto parliamo di “Suona”, il pezzo di apertura, che è stato anche un singolo. E’ un’autoanalisi come band, partite da una fase di ripiegamento, si era detto “provare un altro disco e poi mollare” e poi ecco la reazione “troppe storie amico suona”. Considerando anche, come dicevi tu, che sono passati tanti anni dal vostro album precedente, se non ho letto male circa 10 anni.
- 12 in realtà.
- Ecco, cos’è che vi fa dire ogni volta “non mollare, suona?”
- Ce lo fanno dire certe cose. La musica è quel qualcosa in più che ti gratifica, almeno per quanto riguarda noi musicisti. Qualcosa che ti fa dire “cavolo io sono contento di passare le mie giornate così. Ho uno scopo e qualcosa che mi rende felice, qualcosa in cui metto tutto me stesso”. Il verso  che tu hai citato è legato al fatto che 12 anni fa, quando le cose stavano andando abbastanza bene, si era perso in realtà il fulcro. Si pensava a cosa fare, come fare per arrivare chissà dove. In realtà quello che stava venendo meno era proprio il significato della bellezza della musica in sé. Quindi “Non mollare, suona” vuol dire proprio questo. Concentriamoci su quella che è la vera essenza della musica, al di là di ciò che può succedere e che non è successo. Quindi suoniamo e basta. Facciamo solo quello perché ci fa stare bene. 
- Giusto, anche perché guardare la musica come un mestiere è ormai un’utopia. Chi è diventato superstar decenni fa ha ancora la possibilità di fare l’artista a tempo pieno, ma chiunque altro non abbia le spalle coperte da contratti discografici importanti e il sostegno mediatico non ce la può fare. La domanda che mi viene spontaneo porti è cosa distingue chi ha fatto la gavetta andando a suonare ovunque nei piccoli locali non pagato o magari pagato in consumazioni da chi passa per i Talent Show?
- Vorrei citare il film “Mississipi Adventure”. Nella pellicola c’è un ragazzo che voleva una canzone perduta di Robert Johnson e sapeva che un vecchio, essendo stato suo amico, la custodiva, ma il vecchio gli dice “tu non hai i chilometri, non posso dartela”. Secondo me a questi ragazzi dei talent mancano proprio i chilometri, perché la gavetta è importantissima e loro, magari, vanno avanti un paio d’anni e poi si bruciano, perché non hanno la base che renderà loro la vita più semplice in questo mestiere. Fare quindici, vent’anni di palchi anche nei posti più assurdi e farsi le ossa secondo me è fondamentale, a meno che tu non sia un fenomeno che si trova perfettamente a suo agio in qualsiasi situazione, ma si tratta di casi rari. Secondo me i chilometri vanno accumulati proprio in questo modo, suonare nei posti più assurdi senza farti troppe domande. 
- La canzone “Pupazzo” ha al centro questa sorta di bambolina voodoo di cui bisogna sbarazzarsi per ripartire. Si può leggere come un inno al liberarsi dalle catene?
- Esatto. Catene e pupazzi, che possono prendere qualsiasi tipo di forma. Simboleggiano ciò che ognuno ha di sbagliato e viene rappresentato nella canzone come un pupazzo con le catene. E’ un’immagine evocativa di qualcosa di cui sbarazzarsi. 
- In “Clessidra” trovo molto bella la dinamica basso batteria. Come funziona il processo di creazione delle vostre canzoni? Sono spunti collettivi che sviluppate insieme o sono delle idee che tu porti già strutturate e poi vengono solo eseguite dagli altri?
- La bellezza del progetto Johnny Freak sta nella sua versatilità. Fondamentalmente ci sono io che ho un’anima un po’ più evocativa, meno aggressiva degli altri. La band è composta da cinque persone. Due elementi sono abbastanza “spinti” come gusti, anche se non troppo, infatti suoniamo un rock molto tranquillo. E altri tre membri sono incantati dal cantautorato. Personalmente provengo da studi classici. Di conseguenza ci sono tante variabili all’interno della band che danno vita ad un’offerta molto variegata. I pezzi creati da me sono quelli più soft del disco. Li porto già completi e chiedo a loro di riarrangiarli. Nascono a volte pianoforte e voce, altre volte chitarra e voce e prendono forma nel progetto Johnny Freak. I pezzi più duri invece nascono da riff di chitarra solitamente opera di Davide, chitarrista, cui poi io aggiungo la melodia oltre a comporre il testo. Tutto ciò rende il progetto molto vario, si rivolge a diversi generi di ascoltatori, non a un pubblico settoriale. I nostri ascoltatori sono molto diversi tra loro, alcuni non penseresti possano ascoltare i Johnny Freak, mentre poi invece lo fanno. 
- Nel momento in cui tu passi dal riff di chitarra alla voce parti dal testo o dalla linea melodica, cui poi adatti il testo?
- Quando parto da riff già fatti mi trovo un po’ più a mio agio perché ho dei paletti ben definiti entro cui cerco di rimanere, perché il brano nasce da qualcun altro e quindi non voglio distaccarmi troppo da ciò che ha fatto. Però non c’è una regola ben precisa, solitamente ho dei testi che vorrei un giorno  musicare e poi, proprio in un preciso momento grazie a quel riff dico “accidenti come ci sta bene”. Altre volte, invece, parto dal nulla e magari quel genere di riff riesce ad ispirarmi a tal punto da costruire una canzone da zero. Quando sono al pianoforte le strade che mi si aprono sono infinite, soprattutto riguardo al possibile arrangiamento finale cui daranno forma i Johnny Freak. Lo sto giudicando dall’interno, ma secondo me siamo un gruppo interessante sotto tale punto di vista. Dopo tutti questi anni di esperienza lo posso dire con tranquillità. E’un gruppo che ha molte potenzialità. 
- E’un peccato che per un lungo periodo non abbiate pubblicato nulla, sarebbe stato interessante vedere la vostra evoluzione in un arco di tempo più breve.
- In realtà c’è stato solo un brano che è uscito nel 2012 che ha fatto parte di una compilation e si intitola “Sconfinato”, che tra l’altro è uno dei brani che preferiamo. E’stato il nostro unico pezzo in questi lunghi anni. E poi fortunatamente c’è “In Vita”, che è appena uscito ma è vecchio (ride). 
- Cioè avete composto i pezzi molti anni fa? 
- Finito il nostro secondo disco, che abbiamo realizzato al Red House di Senigallia con David Lenci siamo stati in tour praticamente per tre anni, abbiamo fatto circa 100 concerti era un periodo in cui si poteva suonare tantissimo. Io però avevo ancora un sacco di canzoni, nascevano tanti riff, insomma eravamo molto attivi. I pezzi cominciavamo già a scriverli e prendevano forma. Poi ho avuto la fortuna di poter usufruire del mio studio di registrazione, perché poi nel frattempo sono diventato un fonico, ho aperto uno studio e quindi, appena possibile ci siamo chiusi in studio. Siamo perfezionisti a tal punto che forse in realtà il disco era pronto già dieci anni fa. Appena entrati in studio abbiamo registrato 14 tracce. “In Vita” ne contiene 11, le altre 3 compariranno nel quarto disco, che uscirà a breve. Questo album è fermo da 10 anni, abbiamo cercato la perfezione quando, in realtà, l’avevamo già raggiunta. Poi abbiamo avuto problemi interni, nulla di grave però qualcuno di noi non poteva essere al cento per cento attivo nel progetto ed essendo fondamentalmente cinque fratelli veri ci siamo attesi. Sommiamo la pandemia al fatto di cercare la perfezione perché nessuno ci dettava i tempi, cioè avevamo la casa discografica che aspettava e avevamo anche lo studio a disposizione e si arriva a capire il perché. Quando abbiamo finito “Tra il silenzio e il sole” tra l’altro eravamo arrivati a un ottimo livello nell’ambito underground, abbiamo sbagliato a far passare tutti questi anni perché ovviamente la gente ha dimenticato, tanti dei nostri fan affezionati oggi magari non hanno più l’abitudine di ascoltare musica, non è al centro delle loro vite, sono diventati grandi, hanno avuto figli, insomma non tutti restano come noi. Andava battuto il ferro finché era caldo, perché appunto avevamo il nostro zoccolo duro di fan, molti li abbiamo persi per strada e quindi adesso in un’epoca come la nostra diventa molto difficile tornare a quei numeri. Ce la stiamo mettendo tutta. 
- A proposito del brano “Tommy”, che è un tributo alle persone che hanno lasciato un segno nella tua vita, ho una curiosità. Abbiamo detto che il vostro nome si rifà al personaggio della saga di Dylan Dog, mentre Tommy è anche la celebre rock opera dei The Who, che ha per protagonista un  ragazzo sordo, cieco e muto. La scelta del titolo del brano è un rimando a quello stesso tema a voi caro?
- No assolutamente, ma comunque è bello che tu me l’abbia fatto ricordare. Tommy è una persona realmente esistita, un mio amico che è venuto a mancare una decina di anni fa. Si rifà a tutte le persone che purtroppo abbiamo la sfortuna di perdere lungo il nostro cammino. Quindi è un riferimento ad una persona assolutamente reale. Anzi in questo momento è qui davanti a me, sono in studio e c’è una sua foto. E’stato uno dei miei più grandi amici e l’ho voluto omaggiare. Era un musicista anche lui, fantastico. Ed è anche il messaggio di “Suona”, non smettere mai di suonare. Avevo questa canzone ferma da dieci anni, che non vedevo l’ora di far uscire, proprio perché era legata a lui. Passavano gli anni, non riuscivamo a pubblicare il disco e ora siamo strafelici di avercela finalmente fatta, anche se con netto ritardo. 
- In “Salvami” sento un forte eco dei Timoria di Renga, quelli che reputo essere i migliori. Il bel canto naturale può essere ancora un valore per un progetto musicale oggi, in un mondo in cui la voce naturale rischia di sparire?
- Assolutamente. Deve esserlo ancora. E soprattutto oggi che constatiamo che la voce è spesso un artifizio. Per esempio pensiamo al Concerto del 1° Maggio di quest’anno o a Sanremo. Al Festival sono certo che sul totale delle canzoni in gara in molti casi è stato usato l’autotune. Il bel canto, come insegna il grande Francesco Renga che hai nominato, deve essere ancora un fattore determinante nella musica, anche nel rock. Il pubblico mainstream si è accorto che Francesco Renga era un grande cantante quando si è messo a fare pop, ma anche nel rock deve predominare il bel canto. Siamo dei musicisti e dobbiamo esserlo al meglio. Il canto è il fattore principale, deve invogliare l’ascoltatore, magari anche solo a sentire in sottofondo un brano o comunque a capire ogni volta qualcosa in più del testo e quindi il canto è fondamentale. 
- La quasi title track “Vita” è un dialogo con la vita. C’è un modo di vivere al meglio la propria vita e non solo sopravvivere per te?
- Per me è proprio la musica, continuare ad avere questa missione fa sì che tu stia vivendo e non sopravvivendo. Cerchi di portare a termine la tua missione nel migliore dei modi, vivi per quello scopo, come faccio io tuttora. Sono felice di ciò che abbiamo ottenuto, per me è già tantissimo, anche se non siamo arrivati a calcare palchi che auspicavamo. E’bello così perché abbiamo vissuto un sogno. 
- Soffermiamoci un attimo su “La donna cannone”. Misurarsi con un classico come questo è una sfida molto rischiosa. Qual è il legame speciale con questa canzone che vi ha portato a reinterpretarla?
- Parlare di legame speciale mi fa pensare a mio padre, ha fatto i complimenti per quel brano e ha detto che “La donna cannone” è sempre stata la mia canzone preferita da quando ero piccolo. Papà è un musicista, siamo cresciuti circondati di musica, ascoltavamo De André, i Pink Floyd e tanto altro, abbiamo avuto questo privilegio, questa fortuna. In effetti “La donna cannone” è sempre stata una delle mie canzoni preferite in assoluto. Quando la proposi alla band rimasero tutti un po’ sbalorditi perché è facile farsi male con un capolavoro di quel genere, vai a toccare qualcosa di veramente sacro. Ci siamo avvicinati a questo capolavoro con il massimo rispetto cercando di renderla più rock, visto il contesto, ma lasciandone intatta la sua spiritualità. Il nostro legame è proprio questo, ci siamo messi in un cannone e non sapevamo dove ci avrebbe sparato. Suonandola dal vivo ci siamo convinti che la nostra versione piaceva. Le persone che ci avevano visti venivano ai concerti successivi chiedendoci di farla. Al momento di inciderla eravamo un po’ titubanti, ma poi abbiamo visto che il risultato era buono. Le persone cui facevamo ascoltare i provini erano un po’ spiazzate dalla nuova veste che le avevamo dato, quindi ci siamo detti di non pensarci più del dovuto. Penso che le canzoni-monumenti come questa necessitino di più vesti, essere sempre vive reinterpretate da altri artisti. Proprio perché sono così belle è impossibile che non ci siano altre versioni. De “La donna cannone” in realtà ce ne sono davvero pochissime, tra cui la nostra. Siamo stati molto azzardati però è piaciuta molto e, al momento, non abbiamo avuto nessuna critica né recensioni negative e siamo felicissimi per come è stata accolta. 
- Perché se De Gregori ha scritto “La donna cannone” che non è diciamo un’immagine solo attribuibile a lui, cioè intendo non è come intitolare un pezzo “Coca cola”, allora come mai è un tabù scrivere un brano originale con lo stesso titolo?
- Nessuno si azzarda perché De Gregori ha avuto la forza di scrivere probabilmente uno dei brani italiani più belli mai scritti, quindi ci vuole un po’ di faccia tosta. Noi cinque in realtà nella vita quotidiana siamo persone umili, senza presunzione, ma in questo caso abbiamo osato. Avendolo fatto con rispetto secondo me abbiamo fatto la cosa giusta, l’abbiamo portata nel nostro mondo musicale e le abbiamo reso omaggio. Ci vorrebbero più versioni di questo classico.
Nella storia dei Johnny Freak c’è un altro brano cui la band tiene molto, che non fa parte di un album, ma è inserito nella compilation “B-Kaos” del 2021, che raccoglie gli artisti della famiglia del Kaos Studio Recording. Il pezzo, intitolato “Sconfinato”, è un alt rock energico e riconoscibile con un buon crescendo che sfocia in un ritornello in puro stile Johnny Freak. Il testo per immagini poetiche risulta efficace ed è vocalmente difficile da interpretare, ma il risultato finale è convincente. 


Come ha detto Luca Spisani nell’intervista che ci ha concesso non passerà molto tempo prima dell’uscita di un nuovo lavoro che, date le premesse, si preannuncia decisamente interessante.