“Una battaglia dopo l’altra” (2025) è il decimo lungometraggio di Paul Thomas Anderson che torna a confrontarsi con Thomas Pynchon dopo l’esperienza di “Inherent Vice” (2014) con una radicalità formale e politica che segna uno scarto evidente rispetto alla languida deriva psichedelica del precedente adattamento.
Se Vineland (1990) - il romanzo a cui il film si ispira liberamente - è un’opera sulla sconfitta della controcultura e sulla trasformazione dell’America reaganiana in un laboratorio di controllo mediatico e repressione istituzionale, Anderson ne distilla l’essenza per costruire un affresco distopico che dialoga apertamente con il nostro presente.
Il film non è un adattamento fedele, bensì una rifrazione tematica: dalla California immaginaria di Pynchon emergono echi, personaggi-simbolo, tensioni familiari e politiche che Anderson riorganizza in una struttura più compatta e drammaticamente coerente.
Al centro resta il rapporto tra genitori e figli, tra rivoluzione e riflusso, tra memoria e manipolazione ma il contesto assume un respiro più universale, quasi profetico.
Lo stile registico di Anderson ha ormai raggiunto una maturità impressionante.
“Una battaglia dopo l’altra” sembra fondere il virtuosismo corale di “Magnolia” e la severità geometrica di “The Master”: da un lato, una regia mobile, nervosa, che abbraccia il caos della storia; dall’altro, una composizione rigorosa dell’inquadratura, quasi ossessiva nel controllo dello spazio.
La macchina da presa - spesso in steadycam o su carrelli sinuosi - accompagna i personaggi in ambienti saturi di dettagli: uffici governativi asettici, comuni rurali decadenti, periferie attraversate da droni di sorveglianza.
Paul Thomas Anderson costruisce un mondo in cui l’intimità è costantemente violata dall’apparato tecnologico e politico e le sequenze collettive sono orchestrate con una precisione coreografica che richiama “Boogie Nights”, ma qui il movimento non è euforico: è minaccioso, predatorio.
Il regista lavora per sottrazione emotiva perché se è vero che l’ironia pynchoniana sopravvive, il tono è più amaro, meno farsesco.
Dove “Vizio di forma” galleggiava in una nebbia lisergica, “Una battaglia dopo l’altra” incide con una lama fredda le carni dello spettatore.
Il montaggio parallelo assume un ruolo centrale nella costruzione del discorso politico del film.
Anderson alterna linee temporali diverse — il passato militante dei protagonisti e un presente dominato da nuove forme di controllo — senza ricorrere a marcatori didascalici perché i passaggi sono fluidi ma destabilizzanti: lo spettatore è costretto a ricostruire, a interrogare le immagini.
Questa frammentazione riflette il tema della memoria manipolata: i flashback - niente affatto nostalgici - spesso vengono interrotti bruscamente da inserti visivi (schermi, feed digitali, filmati d’archivio rielaborati) che suggeriscono come la narrazione ufficiale abbia sostituito quella vissuta.
Il montaggio diventa così un dispositivo critico: smonta la linearità del racconto storico, esattamente come Pynchon faceva sulla pagina.
La fotografia - livida, crepuscolare - abbandona i colori caldi e nostalgici tipici utilizzati in passato da Anderson: qui domina una “palette” fredda, metallica, attraversata da improvvisi bagliori aranciati nei momenti di conflitto.
La luce naturale è spesso filtrata, sporca, quasi soffocata da vetri e superfici riflettenti.
Gli spazi aperti della California, che in “Vineland” erano luoghi di rifugio e resistenza, diventano nel film territori sorvegliati, segnati da infrastrutture invasive.
La natura non è più promessa di libertà, ma scenario di una lotta asimmetrica.
La colonna sonora alterna brani d’epoca - che evocano l’illusione utopica del passato - a composizioni originali caratterizzate da dissonanze elettroniche, quasi ansiogene.
L’effetto è quello di un dialogo continuo tra memoria e presente: la musica non accompagna le emozioni, le contraddice.
Nei momenti più intimi, il silenzio diventa dominante ed è qui che Anderson dimostra ancora una volta una sensibilità rara nell’uso del suono come spazio emotivo: i rumori ambientali (ronzii elettrici, interferenze, passi su superfici artificiali) amplificano la sensazione di controllo pervasivo.
Il film si regge su un cast di attori affermati che offrono interpretazioni stratificate, mai caricaturali e che analizzeremo a parte: i protagonisti incarnano non solo individui, ma ideologie sopravvissute a se stesse.
Se “Vineland” era una riflessione sull’era Reagan e sulla sconfitta della controcultura, “Una battaglia dopo l’altra” amplia il discorso al nostro presente: polarizzazione politica, sorveglianza digitale, erosione delle libertà civili, spettacolarizzazione del conflitto.
La distopia del film non è futuristica, ma iper-realistica: Anderson suggerisce che la repressione non si manifesta più con la violenza esplicita, bensì attraverso la normalizzazione del controllo.
I simboli sono disseminati con discrezione: telecamere nascoste tra gli alberi, schermi che sostituiscono le finestre, archivi digitali che riscrivono il passato.
Il titolo stesso allude a una lotta continua e logorante, non a una rivoluzione catartica.
Ogni battaglia è seguita da un’altra, in un ciclo che svuota il senso dell’azione politica e trasforma l’impegno in resistenza minima, quotidiana.
Collocare “Una battaglia dopo l’altra” nella ricca filmografia di Paul Thomas Anderson non è operazione semplice ma il film ha una portata sincretica perché contemporaneamente dialoga con l’analisi delle strutture di potere de “Il petroliere”, l’ambiguità carismatica di “The Master”, la dimensione corale di “Magnolia” e la malinconia storica di “Phantom Thread”.
Qui, però, Anderson sembra raggiungere una consapevolezza ulteriore: il potere non è più incarnato in un singolo magnate o guru, bensì in un sistema diffuso, invisibile, interiorizzato.
Se “There Will Be Blood” raccontava la nascita del capitalismo predatorio e “The Master” la manipolazione spirituale, “Una battaglia dopo l’altra” rappresenta il momento in cui il controllo diventa struttura mentale collettiva: in questo senso, il film si impone come una delle opere più politiche e mature del regista, forse la sua riflessione più esplicitamente contemporanea.
Con “Una battaglia dopo l’altra”, quindi, Paul Thomas Anderson realizza un’opera densa, stratificata ed inquietante, non un film conciliatorio né immediatamente accessibile ma che richiede attenzione, disponibilità all’ambiguità, capacità di leggere tra le immagini.
È un cinema che non offre soluzioni, ma pone domande radicali sul destino dell’Occidente e sulla possibilità stessa di immaginare un’alternativa.
Un’opera - candidata a ben 13 premi Oscar - che conferma il regista tra i grandi autori del cinema contemporaneo e che, nel panorama attuale, si distingue per lucidità politica e ambizione formale.
Una battaglia dopo l’altra, appunto, fino a quando resterà qualcuno disposto a combatterla.
“Una battaglia dopo l’altra” e l’America dell’era Trump
Mettere in relazione “Una battaglia dopo l’altra” con l’America di Donald Trump significa leggere il film come una lente attraverso cui osservare la trasformazione del conflitto politico in spettacolo permanente .
Se nel romanzo di Pynchon il bersaglio era l’America reaganiana - quella che aveva metabolizzato la controcultura trasformandola in merce e marginalizzato il dissenso attraverso strumenti istituzionali e mediatici - Anderson aggiorna la diagnosi al XXI secolo.
L’era Trump rappresenta, in questo senso, una fase ulteriore: non più soltanto la repressione del dissenso, ma la sua riscrittura narrativa in tempo reale.
Uno dei tratti distintivi della presidenza Trump è stata la fusione tra politica e spettacolo: comizi concepiti come eventi mediatici, comunicazione diretta via social, polarizzazione costruita attraverso slogan e immagini virali.
Nel film, la dimensione performativa del potere è centrale: le conferenze stampa, i discorsi pubblici e le apparizioni televisive sono filmati come veri e propri set cinematografici.
Anderson mostra come il potere non si limiti a governare, ma metta in scena se stesso.
In questo senso, il film dialoga con l’era Trump come epoca della “post-verità”, in cui la percezione conta più del fatto e la narrazione prevale sull’evento.
L’opera insiste sul conflitto tra generazioni: ex militanti disillusi e figli cresciuti in un clima di controllo diffuso.
Questa tensione risuona con l’America trumpiana, attraversata da profonde divisioni culturali e ideologiche.
Il film suggerisce che la frattura non è soltanto politica ma epistemologica: i personaggi abitano realtà informative differenti: è un chiaro rimando alla frammentazione dell’ecosistema mediatico americano durante e dopo la presidenza Trump, con comunità che consumano fonti completamente separate e spesso inconciliabili.
Se Trump ha fatto della retorica del “law and order” uno dei cardini della propria comunicazione, il film mostra un sistema in cui il controllo è già interiorizzato per cui non c’è bisogno di repressioni spettacolari: la sorveglianza è diffusa, silenziosa, tecnologicamente integrata nella vita quotidiana.
Qui Anderson aggiorna la paranoia pynchoniana: non è più soltanto il timore di un complotto governativo, ma la consapevolezza che l’infrastruttura tecnologica — algoritmi, database, piattaforme — costituisce una forma di potere più pervasiva di qualsiasi apparato poliziesco tradizionale.
Uno degli elementi più evidenti dell’era Trump è la retorica nostalgica (“Make America great again”) ed anche nel film la nostalgia gioca un ruolo ambiguo: i personaggi guardano al passato rivoluzionario con malinconia, ma Anderson mostra quanto quella memoria sia fragile e manipolabile.
La nostalgia diventa strumento politico: promessa di un ritorno a un ordine perduto, infatti il film suggerisce che questa dinamica non riguarda solo la destra populista, ma è una tentazione trasversale in cui ogni movimento rischia di mitizzare il proprio passato invece di costruire un futuro.
Sebbene il film non rappresenti direttamente eventi specifici, la sua riflessione sulla fragilità delle istituzioni e sulla teatralizzazione del conflitto politico trova un’eco evidente nei fatti del 6 gennaio 2021 per cui la democrazia appare come una struttura meno solida di quanto si credesse, vulnerabile alla manipolazione simbolica e alla mobilitazione emotiva.
Anderson non offre una lettura partigiana, ma mette in scena una società in cui il confine tra dissenso legittimo e destabilizzazione sistemica è diventato opaco.
In Vineland, la controcultura degli anni Sessanta veniva riassorbita dal sistema, nel film, quella dinamica sembra completata: il dissenso è immediatamente catturato, monetizzato, trasformato in contenuto.
È un passaggio che parla direttamente all’era dei social media, esplosa politicamente proprio negli anni di Trump.
La ribellione non scompare ma cambia forma e viene integrata.
Ogni “battaglia” diventa, quindi, trend, hashtag, ciclo di notizie di 24 ore da cui il titolo stesso acquista una nuova valenza: una guerra continua, ma frammentata e consumabile.
Mettere in relazione il film con la presidenza Trump significa leggerlo come una riflessione sul passaggio da una democrazia liberale in crisi a una democrazia spettacolarizzata e polarizzata.
Anderson non realizza un film “su Trump” convitato di pietra ma su ciò che l’era Trump ha reso visibile: la vulnerabilità del sistema, la forza della narrazione, la potenza destabilizzante della nostalgia e il rischio di una società in cui ogni conflitto è permanente.
In questo senso, “Una battaglia dopo l’altra” non è soltanto un film politico: è un’opera che tenta di diagnosticare lo stato psichico dell’America contemporanea e, forse, più in generale, dell’Occidente.
Interpretazioni come metafora storica
Il lavoro del cast rappresenta uno degli elementi più riusciti del film: un ensemble in cui ogni interpretazione contribuisce a costruire un ritratto complesso di una società che vive — come suggerisce il titolo — una battaglia dopo l’altra, senza più la certezza di una vittoria finale.
Al centro del film troviamo la performance di Leonardo DiCaprio, che interpreta un ex militante della controcultura ormai costretto a vivere ai margini di un sistema che ha imparato ad assorbire ogni forma di dissenso.
DiCaprio costruisce il personaggio attraverso un lavoro profondamente fisico: postura curva, voce trattenuta, movimenti esitanti.
L’energia febbrile che ha caratterizzato molte sue interpretazioni passate viene qui compressa, quasi soffocata: il risultato è un uomo che sembra vivere costantemente in ritardo rispetto agli eventi, incapace di adattarsi a un mondo che ha cambiato le regole del conflitto.
La sua interpretazione restituisce la dimensione centrale del film: la sconfitta storica della controcultura, non c’è eroismo, ma un senso persistente di fallimento e di responsabilità verso la generazione successiva.
Accanto a lui emerge il personaggio interpretato da Regina Hall, probabilmente uno dei personaggi più complessi del film.
Hall oscilla tra affetto, pragmatismo e sospetto e la sua recitazione è basata su un controllo straordinario dei tempi: pause, micro-espressioni, improvvisi cambi di registro per cui in molte scene diventa il vero baricentro emotivo della narrazione.
Se il personaggio di DiCaprio rappresenta la nostalgia per un ideale perduto, quello di Hall incarna la necessità di sopravvivere nel presente, accettando compromessi che la generazione precedente considerava impensabili.
Nel ruolo dell’antagonista emerge la presenza magnetica di Sean Penn, che interpreta una figura legata all’apparato istituzionale e ai meccanismi di controllo dello Stato.
Penn adotta una recitazione glaciale, quasi minimalista e il suo personaggio non ha bisogno di esplosioni emotive: il potere che rappresenta è ormai strutturale, interiorizzato, il suo sguardo fermo e il tono di voce costante generano un senso di minaccia silenziosa.
La scelta di Anderson è chiara: il potere contemporaneo non è più carismatico o spettacolare, ma burocratico, invisibile, sistemico.
Tra le interpretazioni più sorprendenti spicca quella di Alana Haim, che rappresenta la nuova generazione costretta a confrontarsi con l’eredità politica dei genitori.
Haim porta nel film una qualità di immediatezza emotiva che contrasta con la stanchezza dei personaggi più anziani: non condivide l’utopia degli anni Sessanta, ma non accetta neppure il cinismo del presente.
Attraverso il suo sguardo lo spettatore osserva il conflitto centrale del film: cosa resta delle rivoluzioni del passato? E cosa può farne chi non le ha vissute?
Un’altra presenza fondamentale è quella di Benicio del Toro, che porta nel film un elemento di ironia pynchoniana.
La sua interpretazione gioca sull’ambiguità: il personaggio sembra oscillare continuamente tra alleato e traditore.
Del Toro utilizza la propria fisicità e una recitazione volutamente imprevedibile per destabilizzare lo spettatore.
È uno dei pochi personaggi che mantiene un legame con il tono paradossale e surreale tipico di Thomas Pynchon, autore del romanzo Vineland da cui il film prende ispirazione.
Ciò che rende davvero straordinarie queste interpretazioni è il magistero registico di Anderson, un vero direttore d’orchestra che utilizza:
● lunghi piani sequenza, che costringono gli attori a mantenere la tensione emotiva senza il supporto del montaggio;
● dialoghi ellittici, dove il significato emerge più dalle pause che dalle parole;
● spazi scenici complessi, che obbligano gli interpreti a muoversi in ambienti saturi di elementi simbolici.
Il risultato è una recitazione estremamente organica, in cui ogni gesto sembra emergere naturalmente dal contesto sociale e politico del film.
In “Una battaglia dopo l’altra” gli attori non interpretano soltanto individui, ma stati della coscienza collettiva americana:
● DiCaprio rappresenta la nostalgia e la sconfitta della controcultura.
● Regina Hall incarna il pragmatismo necessario per sopravvivere nel presente.
● Sean Penn è la stabilità glaciale del potere istituzionale.
● Alana Haim simboleggia l’incertezza della nuova generazione.
● Benicio del Toro porta in scena l’ambiguità permanente della politica.
Attraverso queste interpretazioni, Anderson riesce a trasformare un racconto in un grande affresco sul destino della democrazia americana contemporanea.
NICOLA PICE




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