domenica 5 luglio 2026

BANK OF HOPES - DANZARE SULL'ORLO DELL'ABISSO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


In inverno le campagne del ferrarese sono cupe, quasi spettrali, perse nella fitta nebbia della Pianura Padana. E’ da questo humus nero che nascono i pezzi dei Bank Of Hopes, quartetto dark wave e synth composto da Giulia Ambrosini (Voce), Matteo Bizzarri (Chitarra), Renato Chiccoli (Basso) e Giulio Testi (Sintetizzatori). Da poco è uscito il loro nuovo singolo “Larry Love” che prosegue nel segno della continuità il discorso già iniziato con il primo album “Soma”, levigandone le sonorità. Il pezzo trae ispirazione dal musicista e cantante statunitense Tiny Tim e il legame è sottolineato fin dalla copertina su cui campeggia un mazzo di tulipani incastonati in un blocco di ghiaccio in scioglimento, tulipani che rimandano direttamente al brano più famoso di Tiny Tim, ovvero “Tiptoe Through the Tulips”. Dal punto di vista musicale il pezzo è la perfetta fusione tra la carnalità della chitarra e del basso e l’algida austerità dei sintetizzatori. La voce suggestiva e sicura di Giulia Ambrosini si inerpica in cima al ritornello più immediato e riconoscibile della produzione della band fino ad ora. L’album, uscito in gennaio, si compone invece di sei tracce tra cui una cover di “Pet Sematary” dei Ramones. Apre l’album “Somber”, riecheggiante i pezzi synth pop degli anni 80. Nel testo del brano emerge il tema ricorrente della danza, il gran ballo finale che segna il passaggio dal regno dei vivi a quello dei morti. A seguire “Flesh” rapisce con l’ipnotico sintetizzatore di Giulio Testi e si spinge ad esplorare il disagio interiore fino a toccare i muri delle paure che ci intrappolano. “Videodrome” è ispirata al film omonimo di David Cronenberg e affronta il tema della compenetrazione tra essere umano e macchina, nel film rappresentata dalla televisione, ma oggi più che mai attualizzabile in riferimento alle nuove tecnologie. Il rapporto di dipendenza dell’uomo dalla tecnologia spinge a ricreare ciò che odiamo per essere sicuri di non fermare la lotta. La reinterpretazione del classico dei Ramones “Pet Sematary” segna un esperimento coraggioso da parte dei Bank Of Hopes, dato che è inevitabile in casi simili sovrapporre inconsciamente la nuova versione alle sonorità del pezzo originale. In questo caso però la chiave di volta è stata non sfidare l’originale mantenendone intatta l’aura pur in una veste completamente nuova, quindi si può dire che l’esperimento sia pienamente riuscito. In “Chance” il basso di Renato Chiccoli e la chitarra di Matteo Bizzarri si ritagliano con autorevolezza il loro spazio al centro della scena. Il senso di sconfitta per aver perso la propria occasione è una realtà incompiuta come ci ha spiegato la band stessa, una realtà in attesa di riscatto. In chiusura dell’album “Shadows’ Ballet” riassume nella danza degli spiriti femminei portatori di lugubri presagi le tematiche dell’intero lavoro. 
Abbiamo intervistato i Bank Of Hopes in una panoramica a tutto campo che spazia dal loro modo di fare musica ai gusti personali in fatto di film e libri.



- In rete stranamente non sono riuscito a trovare la vostra formazione, quindi direi innanzitutto di presentarvi.
RENATO – Siamo criptici. Io mi chiamo Renato Chiccoli e suono il basso. 
MATTEO – Io sono Matteo e suono la chitarra
GIULIO – Io sono Giulio, scrivo i testi e suono i sintetizzatori.
(ndr all’intervista non ha potuto partecipare Giulia Ambrosini, voce)
- In “Larry Love” chiedete: “Di chi è questa voce nella mia bocca” e poi c’è l’immagine dei nomi che non ci appartengono. Quanto pesa il tema della perdita di identità nella vostra poetica?
- GIULIO – “Larry Love” è un brano non dedica, non elogio, che però si rifà a un musicista a suo modo folkloristico che si faceva chiamare Tiny Tim e che con la sua vita, con  le sue attività, comprese quelle musicali, ha ispirato la composizione lirica di “Larry Love”. Nel pezzo il tema dominante fa riferimento all’individuo, alle personalità, alla destrutturazione del carattere, che è mutevole. C’è qualcosa di nascosto altrettanto metamorfico che ci piace lasciare nel mistero, perché rimane comunque una figura irrisolta. Questo senso di “non finito” del suo personaggio è ciò che ci ha attratti di più e ha dato la spinta creativa per comporre il brano. In “Larry Love” sicuramente l’individuo, con tutto il suo spettro personale, è al centro. Si tratta, come detto, di una figura esistita, dato che Larry Love è stato il primo pseudonimo di Tiny Tim e penso che si rispecchi nell’attualità. Senza andare a toccare tematiche sociali ho trovato comunque contemporanea la sua figura. 
RENATO – Credo che tu abbia individuato i punti importanti trattati nei testi, cioè il tema dell’identità come in questo brano. Il tema del tempo, della perdita, del cambiamento, anche identitario è ricorrente in diversi pezzi. E’ bello pensare che per ogni ascoltatore ci sia un’interpretazione diversa anche per le liriche che rimangono a tratti aperte su questo tema centrale dell’individuo, della persona. Poi ci sono anche riferimenti più o meno didascalici alla sua carriera. Nel 1959 lui si esibisce come Larry Love poi c’è stata un’evoluzione che sicuramente abbraccia il tema dell’individuo. Ribadisco che però il brano non vuole essere un elogio, una canzone biografica su di lui, è uno spunto per discussioni come quella che stiamo facendo riguardo la personalità e l’essere molteplici sul palco e fuori dal palco.
- Sempre nel nuovo singolo compaiono dettagli anatomici quasi chirurgici: il bisturi, «denti d'argento», «mani bianche che contano costola dopo costola». Da dove deriva questa fascinazione per l'estetica del corpo e del suo esame?
GIULIO – In “Larry Love” abbiamo questi riferimenti anatomici smaccati che si rifanno al repertorio anche fisico del cantante in questione. Come dicevo è un mezzo narrativo, la sua persona non rimane congelata e si può a suo modo dissolvere e riprendere forma nell’ascoltatore e comunque in chi ha potuto conoscerlo anche di persona. Purtroppo io non l’ho conosciuto personalmente. 
RENATO – Comunque il tema del corpo effettivamente è trattato molto in un altro brano che è “Flesh” in cui abbiamo voluto giocare su questa pseudo ambivalenza tra quanto percepito dal corpo e quanto percepito dalla psiche. Questo per enfatizzare il fatto che ogni nostra esperienza è sempre mediata dal corpo. Dato che hai chiesto da dove deriva questo aspetto un riferimento è nell’esistenzialismo francese del 900, Merleau-Ponty, Sartre. L’idea è che tutta la nostra esperienza psichica, esistenziale sia sempre mediata dalla nostra esperienza fisica senza la quale noi vivremmo in modo diverso. Si tratta quindi di restituire importanza anche alla dimensione corporea, terrena anche in relazione a quella mentale bilanciando i due aspetti. 
- Musicalmente le vostre caratteristiche più spiccate sono la dark wave e l’intreccio tra chitarre elettriche affilate come lame e i synth. C’è un forte richiamo anni 80. Qual è il vostro rapporto con due band storiche come i Joy Division e i Depeche Mode? 
RENATO – Joy Division e Depeche Mode sono due band fondamentali che hanno posto le basi per l’affermarsi di una miriade di generi e di stili. Sono stati due gruppi molto influenti di fine anni 70 e anni 80. Due punti di riferimento da cui non si può prescindere. Sono un fan dei New New Order e mi piace molto il primo disco “Unknown Pleasures” dei Joy Division e anche i Depeche Mode. Credo che provenendo noi della band da background musicali affini ma non identici riconosciamo comunque tutti queste band come dei riferimenti che ci accomunano. 
MATTEO – Suoniamo insieme da circa un anno e abbiamo ascoltato paradossalmente cose che non c’entrano tanto con la dark wave, però trovandoci tutti insieme è venuto fuori questo sound che richiama un po’ le band degli anni 80. Personalmente ho ascoltato il genere ma non mi sono mai soffermato più di tanto, la passione mi è venuta suonandolo. 
GIULIO – Soprattutto per quanto riguarda i Depeche Mode sono stato un po’ vittima del fenomeno di massa che hanno scatenato e quindi ho una conoscenza superficiale. Non li ho mai approfonditi se non in questi ultimi mesi di lavoro per una questione più che altro di produzione. Per quanto riguarda i Joy Division citati prima la sonorità cupa ha sempre destato la mia attenzione così anche come l’energia del punk, dopodiché non sono mai stato un ascoltatore assiduo di entrambi i gruppi, però ci sono delle venature, delle timbriche sonore che ci hanno unito in questo progetto. Come diceva Matteo il nostro background proviene da altre sorgenti. 
RENATO – Confermo quanto è stato detto e comunque quando ci si vuole interfacciare al genere che facciamo questi gruppi monolitici del passato hanno per forza segnato una via. Un gruppo che ci piace molto e che seguiamo ed è assolutamente contemporaneo sono i Twin Tribes.  Ma chiunque voglia fare questo genere deve per forza fare i conti con i mostri sacri del passato che hanno stabilito dei canoni e hanno influenzato tutta una corrente musicale.
- GIULIO – Siamo stati rapiti in maniera molto epidermica dal sound retrò dei Twin Tribes perché anche loro hanno radici in questi mega monoliti della new wave. E’ stato un approccio leggero inizialmente, qualcosa che ha messo di buonumore e d’accordo un po’ tutti. Era evidentemente destino incontrarci in questa dimensione sonora. 
MATTEO – Per quello che mi riguarda penso che più che la musica il collante sia il riferimento agli anni 80, ai film, a una certa estetica. Siamo molto fan dei film, dei videogiochi e delle altre cose di quegli anni. Anche dal punto di vista grafico e live richiamiamo proprio gli 80. 
- A fine intervista ci sarà una domanda che ti farà piacere Matteo. Ma adesso parliamo di “Soma”, il vostro primo album pubblicato a gennaio. Il titolo del brano di apertura “Somber”, “Cupo” è molto indicativo della vostra identità. Parlate di un «ultimo ballo finale». La vostra musica è un invito a danzare sull'abisso?
RENATO – Non so se il tuo sia un diretto riferimento a Nietzsche. 
- Sì, esatto.
RENATO –L’opera di Nietzsche, i suoi testi li ho letti e straletti, ne sono da sempre molto appassionato e quindi, volente o nolente, quei riferimenti a lui e alla sua opera possono trasparire facilmente quando ci si mette a scrivere i testi. Inevitabilmente tutto il background letterario traspare. La danza finale è la morte. Quindi in un certo senso sì è un’interpretazione che hai dato tu quella della danza sull’abisso, la dimensione dionisiaca di fronte ad un’esperienza tragica, magari non l’avevo pensata direttamente in quel modo, ma è un’interpretazione che può essere corretta. Penso che sia bello poter mettere nei testi dei riferimenti diretti che magari sono espliciti soltanto per l’autore del testo e poi il lettore ha tutta la libertà di potersi immedesimare, anche fraintendere e creare nuovi significati, magari più puntuali del riferimento che aveva in mente chi ha scritto il testo. La dimensione del tragico e del rapporto vita-morte naturalmente è presente. Quello è un riferimento diretto proprio alla morte, un ballo finale finché non ci rincontreremo di nuovo. Dato che il tuo riferimento era a Nietzsche è possibile che sia venuta fuori una sfumatura nietzschiana.
- Invece in Flesh parlate di «bisogni biologici» e di sentire il «suono della propria malattia». La vostra musica nasce come forma di catarsi rispetto alle paure fisiche e psicologiche?
RENATO – Sì assolutamente. Il testo l’ho scritto io e quando sono io a farlo la scrittura diventa sempre una sorta di auto psicoterapia. Credo che l’aspetto catartico nella musica sia un elemento importante anche se non necessario. Ascolto anche altra musica con testi di tutt’altro tenore. Per esempio uno dei miei gruppi preferiti in assoluto sono gli Iron Maiden che hanno testi di carattere storico, filmico mitologico, cinematografico. Però nei testi che ho scritto sicuramente l’aspetto catartico è presente. Si ritrova anche in “Somber” e in un pezzo nuovo che stiamo scrivendo e arrangiando adesso. Credo in ogni caso che la scrittura sia sempre un buon modo per conoscersi, sviscerare certi lati che vengono magati taciuti. E’ in questo senso che io uso la scrittura dei testi come catarsi, tirare fuori qualcosa per oggettivarlo e poterlo affrontare. 
- Ok, parliamo ora di “Videodrome”, brano in cui il tema centrale è ricreare, riprogrammare, resettare. Qual è il vostro rapporto con le dimensioni temporali passato, presente e futuro?
MATTEO – Per quanto mi riguarda sono molto legato al passato, non a livello personale ma nel senso che sono molto presenti in me i ricordi di quando ero più giovane e traspare anche nei miei gusti in generale. Mi piace ricordare i tempi che furono. 
- In “Chance”: si percepisce un senso di fragilità, di perdita: figure fatte di vetro e poi “abbiamo perso la nostra occasione”.  C'è spazio per la speranza nella "Banca delle Speranze" (Bank of Hopes)?
RENATO – Appoggio assolutamente quello che ha detto Matteo essendo una persona abbastanza malinconica e molto legata al passato, anche perché ho avuto la fortuna di avere un’infanzia e un’adolescenza molto felici. Sicuramente una fortuna anche se poi la vita cambia, ma per il fatto di aver avuto un’infanzia e un’adolescenza felici ci si trova spesso a confrontarcisi. La speranza mi auguro che ci sia. “Chance” è una canzone in cui non c’è perché non è riferita ad un avvenimento specifico, ma fa riferimento alla perdita di qualcosa, un’occasione, un momento di gioia, quello che avrebbe potuto essere ma non si è mai realizzato. Non so se ci possa essere speranza in realtà, al momento non lo so.
GIULIO – L’atto di mettere per iscritto la negatività legata alla perdita, piuttosto che altre sensazioni etichettate come socialmente spiacevoli, in forma di auto suggerimento o come bussola per determinati momenti della vita può far emergere qualcosa di curioso sia per l’autore stesso che per chi ascolta la musica. La nostra pretesa in termini di liriche non è certo quella di dare consigli su come gestire la propria quotidianità, ma darsi vicendevolmente degli spunti affinché questi discorsi, più o meno esistenziali che siano, emergano. Credo che sia altamente prezioso. 
RENATO – In “Chance” non c’è spazio per la speranza perché il testo arriva solo a un certo punto di una determinata esperienza, ossia la presa di coscienza che qualcosa poteva essere ma non si è realizzato. La speranza rimane al di fuori del testo e potrebbe essere l’accettazione del presente nonostante tutto. 
GIULIO – Non è una medaglia con due lati, ma qualcosa di più complesso. Credo che se c’è  contrapposizione rispetto a un ottimismo superficiale possano essere presi in considerazione anche sentimenti socialmente etichettati come negativi e si possa trovare una convivenza con essi, soprattutto se vengono riproposti in termini creativi. Abbracciando il progetto e la composizione collettiva l’ho percepito.
- Avete scelto di includere una reinterpretazione di Pet Sematary. Cosa vi lega all'immaginario dei Ramones?
MATTEO – Per quanto mi riguarda i Ramones mi ricordano quando ero più giovane e giravo con una compagnia in cui c’erano amici che li ascoltavano compulsivamente. Volevamo far uscire un singolo per Halloween e abbiamo preso la palla al balzo. Personalmente ero particolarmente carico perché avevo appena finito di leggere il libro “Pet Sematary” e avevo visto il film, quello vecchio. Abbiamo provato a riarrangiarla e ci è piaciuta. 
RENATO – I Ramones sono una band di riferimento di cui siamo stati tutti appassionati, pur provenendo da background diversi. E poi c’è l’aspetto cui faceva riferimento Matteo quello orrorifico, cinematografico, Stephen King, quindi la letteratura horror degli anni 80, il cinema dell’orrore. Quando la eseguiamo dal vivo proiettiamo anche delle parti del film perché cerchiamo di fare nostra questa dimensione. 
- In “Shadows’ ballet il ritornello evoca la danza delle Banshee, note per i loro lamenti come presagi strazianti di morte, allo scoccare della mezzanotte. Cosa rappresenta il "balletto d'ombre" del titolo, tornando al discorso della danza?
RENATO – In questo caso il testo è molto meno catartico e psicanalitico, si tratta di una questione più estetica. Alla base c’è la ricerca di un immaginario orrorifico quasi folk horror. Tra l’altro noi siamo di Ferrara, che è una città molto nebbiosa e la cui provincia è stata teatro degli horror gotici di Pupi Avati, soprattutto “La casa dalle finestre che ridono”. Ferrara è una città che fa percepire un po’ queste sensazioni. La campagna intorno in novembre ha un carattere veramente particolare. Il testo ripeto era una ricerca più estetica, orrorifica, quasi gotica. Poi è bello che tu mi dica che nella danza delle streghe trovi qualcosa di particolare e suggestivo. 
- Per concludere parliamo di libri e di cinema. Quanto hanno contato per voi, se come penso li avete letti, questi tre libri. Primo: il racconto di Franz Kafka “La metamorfosi”. 
MATTEO – Io sono molto legato a quel racconto perché ricordo il viaggio a Praga fatto alle superiori quando abbiamo visto il Museo di Kafka. Quel racconto era uno di quelli che ci facevano leggere a scuola ed è legato a un bel ricordo. 
- Il secondo libro è “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. 
RENATO – “Il ritratto di Dorian Gray” è un libro che ho letto e riletto da adolescente e poi l’ho ancora riletto di recente. Un testo che mi è sempre piaciuto molto e trovo bello perché come tanti grandi testi, compreso “La metamorfosi” di Kafka, ha diversi livelli di lettura e che quando si legge da ragazzi rimane impresso l’aspetto esteticamente più impattante, l’immagine di questo quadro, la maledizione. Poi rileggendolo a distanza di tempo emergono tanti sottotesti che possono essere capiti solo con una maturità e un’esperienza di vita diverse. E’ una critica alla borghesia, questa doppia identità che non è soltanto una maledizione, ma il riflesso di come la società al tempo di Wilde si voleva mostrare. Quindi è un testo che, secondo me, come “La metamorfosi” che resta un capolavoro incredibile è sempre molto attuale. Il bello dei classici è il fatto di poter essere sempre attuali, di poterci trovare sempre nuove sfumature. E’ un testo esteticamente molto bello, figo e  anche molto profondo. 
- Il terzo e ultimo libro è “IT” di Stephen King. 
RENATO – Forse è il romanzo che mi ha segnato di più. Uno dei miei preferiti. Da bambino ero molto affascinato dalla figura di IT perché l’immagine che ne avevo era quella dei due film destinati alla televisione (ndr fa riferimento alla miniserie in due puntate del 1990 con Tim Curry nella parte di IT) che erano quasi una leggenda per noi ragazzi. Non si potevano guardare perché facevano troppa paura e così ce lo raccontavamo, lo immaginavamo, una cosa che adesso si è persa. Il libro di horror in realtà ha poco, ma è uno dei romanzi di formazione più belli che abbia mai letto. La componente orrorifica è quella più sfruttata cinematograficamente, mentre nel libro è minoritaria perché è centrato sulla crescita, sulla paura del mondo adulto e ne è una metafora bellissima. 
MATTEO – Comunque sono riferimenti che stanno tornando ora nel 2026 con uscite come “Stranger Things”, in cui al centro c’è un gruppo di ragazzi che ha avventure legate al paranormale ed è legato da un’amicizia profonda, proprio come in IT. 
- E adesso tre film che penso e spero possiate aver visto. Il primo è “Frankenstein”. Facciamo riferimento al primo del 1931 con Boris Karloff o, in alternativa se non l’aveste visto, a “Frankenstein di Mary Shelley” 
RENATO – Superculto, epocale, faccio anch’io riferimento a quello con Boris Karloff. Imprescindibile per la storia dell’horror. Ma non si deve sottovalutare anche “La moglie di Frankenstein”, capolavoro poco discusso, meno visto ma bellissimo. 
MATTEO – Io purtroppo ho visto anche quello nuovo e mi ha fatto vomitare. 
- Secondo film è “Videodrome” di Cronenberg. 
MATTEO – Non lo conoscevo e quando l’ho scoperto con il pezzo video portato da Renato sono impazzito. Lo metto tra i miei film preferiti anche se fino a quando non abbiamo scritto la canzone non lo conoscevo. 
GIULIO – Ed è un film che contiene una riflessione sulla tecnologia, che all’epoca era quella della televisione, ma è contestualizzabile anche nel presente. Basta sostituire la televisione con i telefoni e resta un film attuale, pungente. La riflessione sulla tecnologia cerchiamo di diffonderla anche noi come band. Nel nostro merchandise facciamo spesso riferimento alle tecnologie, con televisori a tubo catodico, floppy disk, musicassette. Cerchiamo di inserire quella componente estetica soprattutto dal vivo. 
- L’ultimo film è quello che ha un titolo tradotto in italiano che non mi è mai piaciuto, cioè “Nightmare. Dal profondo della notte” che in lingua originale è “A Nightmare on Elm Street”. 
MATTEO – Da piccolo non ci dormivo.
GIULIO? – Io non l’ho visto. Come si chiama che lo recupero?
- “Nightmare. Dal profondo della notte”.


Quelle dei Bank Of Hopes non sono semplici canzoni, ma frammenti di un puzzle molto più grande che raffigura un intero immaginario. Il mosaico sonoro ci proietta in un mondo dove l'identità è un abito che non ci appartiene. 

giovedì 2 luglio 2026

HOT SWEET MASSACRE CHRONICLE! JACK WHITE E THE HIVES ALLA PRIMA ESTATE FESTIVAL - IL RACCONTO DI SILVIA


"Hot Sweet Massacre Chronicle! Jack White+The Hives" 


La temperatura è già calda quando si arriva al Parco Bussola Domani di Lido di Camaiore. Aspettando di assistere allo show di Jack White, ricordo la mia adolescenza e quasi non mi sembra vero di riuscire a vederlo da vivo! 19/6/26 Parco Bussola domani - la performance principale è anticipata con mio grande piacere dalle atmosfere soffuse di Unadasola, spesso ospiti a Riserva Indie, A seguire il garage punk dei milanesi Jagwari e il pop di Lissy Taylor, cantautrice inglese trapiantata in America che ci traghetta fino allo show dei The Hives. Il frontman Pelle Almqvist conquista subito tutto il pubblico, a partire da noi temerari sotto il palco. Dalla prima nota alterniamo contentezza e impegno nel pogo duro, tolleranza all'afa, sudore e polvere che si solleva dal suolo in quella che sembra una sfida di resistenza. Coivolgenti e stratosferici, scatenano un pogo colossale che trova il suo apice in "Hate to say i told you so", brano incluso nell'album "Veni Vidi Vicious" del 2000 e che è invecchiato benissimo. Ma come fanno? E dispiace un po' quando cominciano a salutarci per lasciare il palco allo staff di Jack White. Oltre agli strumenti vediamo una statua bianca, usata spesso nei suoi show, con la testa a forma di teschio blu che preannuncia un'esibizione aliena e fuori dal comune. Jack ha un portamento incrocio tra meticolosità musicale e schizofrenia, ed è questo il genio secondo me: riuscire a far coincidere nevrosi e fantasia, espressione e creatività musicale. In scena con giacca di pelle e capelli corvini, alla sua maniera insomma. Sguardo che non fa trasparire emozioni che riesco a decifrare se non il rapido e controllato bisogno di suonare! Ed è subito magia del caos! Ricomincia il pogo! Sound potente ma soprattutto quelle sonorità da Mr. White tanto uniche quanto sorprendenti. Non importa se lo hai già visto o sentito suonare 100 mila volte, sembra sempre la prima e pare sia così anche per lui che ripropone i classici di TUTTO il suo repertorio. Sforna, mescola, sfuma, scompone e riassembla. Improvvisazione e spontaneità escono tutte da un unico nucleo, un centro stabile  e immobile di creatività. Le note ogni volta esprimono cambiamento, esplosione, imprevedibilità. Tutto questo è Rock n Roll! È punk! È blues! È garage! Nonostante le botte da pogo siamo tutti gasati! Perché è qualcosa di indefinito ma ben preciso e netto. Pungente come le gomitate dei fusti alti uno e ottanta che mi stanno arrivando sui fianchi. La vita è fatta anche di sofferenza e resistenza. E noi resistiamo perché c'è Jack che ci sostiene e ci ispira, perché siamo qui accettando anche il rovescio della medaglia di questa vita/carneficina. Apre con una jam elettrica introduttiva e incalzante, seguita da "That's how I'm feeling" e immediatamente ci lanciamo all'unisono al pogo esistenziale, già apparecchiato dai The Hives. E poi "Black Math", "Old Scratch Blues", "Broken Boy Soldier" per citarne alcuni. Resistiamo, sempre più sudati, assetati e comunque mai stufi o arrendevoli. Prendiamo tutto ciò che arriva e lo facciamo volentieri, perdendoci nell'ondeggiare, spingere di tutta la folla. 40 mila, chissà se hanno pogato tutti, almeno per qualche, istante sullo strimpellare e il vocalizzare di Jack. Che dire? Ha cominciato a rompere le corde della chitarra appena iniziato lo show e potete ben immaginare andando avanti cosa succede alle chitarre e ai nostri piedi allo scoppio di "Icky Thump" del 2007, con i White Stripes e al tintinnare di "Steady as she goes" con i Raconteurs. Una miscela dei brani che lo distinguono: dagli inizi carriera fino ad ora, giorni caldi e sofferenti ma magicamente rinfrescati da questa ondata di Prima Estate. Una botta di musica che il primo giorno di festival entra a gamba tesa e apre la stagione. Al parco Bussola Domani line-up sempre più acclamate e sublimi, si ospitano quasi sempre grandi nomi e artisti rilevanti e questo lo fa diventare un appuntamento must per noi appassionati. Grazie Prima Estate. Grazie pogo. Grazie Jack! A presto spero!




 

domenica 28 giugno 2026

LIVORE - DISTRUZIONI D'USO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Se esistesse il bugiardino con le istruzioni d’uso della vita saremmo tentati ogni istante di leggerlo per cercare inutilmente una cura al nostro male di vivere. Mentre l’unica cura è in noi e forse, come dice la band milanese Livore, è meglio consultare le distruzioni d’uso che incidiamo sulla nostra pelle ad ogni nuova esperienza. Il gruppo ha pubblicato recentemente l’album di debutto, intitolato proprio “Distruzioni d’uso” e centrato sui rapporti umani e i loro effetti collaterali. Il disco, musicalmente in bilico tra alt rock e pop, si apre con un pezzo dal titolo spiazzante, “Morgan non è cattivo”. In realtà il noto artista conterraneo della band è una pura suggestione nata con l’incisione della prima demo. Il crescendo esplode nel ritornello melodico in cerca di “un’altra vita per me”. A seguire colpisce l’attacco di “Software” con le note corpose del basso e il feeling da registrazione in presa diretta. Scritto anni fa prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale il brano resta tremendamente attuale, dato che parla di un “software infallibile che mi dica come devo vivere”. “Senza rancore” spinge l’acceleratore sul pedale del rock tra rabbia e amore. A tre quarti del brano la tensione si allenta accompagnando un momento di fragilità interiore “E' tutto qua quello che so fare? Come si fa a non impazzire?”. “Bugia”, chitarra acustica e voce con un arrangiamento essenziale è nata in cameretta ed è stata inserita nell’album all’ultimo. A seguire “Ultima volta” dimostra che la qualità più evidente della band è il riuscito amalgama tra gli strumenti, mai in competizione tra loro e coalizzati nel nome della musica. Chiude “Distruzioni d’uso” la sesta traccia “Torta paradiso”, dichiarazione d’amore all’amore molto accattivante, ma non per questo banale, come dimostrano l’attacco alla Vintage Violence e lo stop and go dopo il primo ritornello. 
Abbiamo chiacchierato piacevolmente con il bassista e cantante Davide D’Amore e con il chitarrista Lorenzo Agnesini di “Distruzioni d’uso”, del valore che si deve dare a chi fa musica originale e di concerti bizzarri.


- Partiamo dalla prima traccia, “Morgan non è cattivo”. Il titolo fa inevitabilmente venire in mente il personaggio musicale e televisivo. Perché questo riferimento?
DAVIDE – Diciamo che era il titolo che avevamo dato alla demo, inizialmente per una questione di sonorità. Poi abbiamo costruito anche un significato. E’una canzone che parla del trovare la propria strada, di regole sociali, conflitti, ma per un caso un po’ strano è nato prima il titolo. E’un’unione di cose che sono avvenute, un po’ volute e un po’ no. 
LORENZO – Ho scelto io questo titolo perché nel momento in cui ho registrato la demo la prima cosa che mi è venuta in mente è stato Morgan, ma senza ragionarci troppo su. Ho scritto “Morgan non è cattivo” sul computer e così è rimasto. Ci siamo affezionati al titolo. 
- Il pezzo parla dell’elaborazione del distacco, quando finalmente si riesce a guardare avanti senza voltarsi indietro.
LORENZO – Sì hai riassunto bene il significato della canzone. Il protagonista vuole proseguire il suo percorso con determinazione, ma anche con qualche dubbio, senza dar retta troppo a ciò che viene imposto dalla società, dagli amici, dai parenti. Rappresenta un po’ il salto nel vuoto. In un mondo che non ci soddisfa si prova a trovare la propria strada anche a dispetto delle idee di chi ci circonda e di quello che la società dice. 
- Invece in “Software” cantate “Vorrei un software infallibile che mi dica come vivere”. La difficoltà di vivere questa realtà ci spinge a delegare la conduzione della nostra vita?
DAVIDE – Secondo me lo facciamo già. In realtà è una canzone che avevamo scritto prima dell’esplosione del fenomeno AI e rimane attuale. Parla della difficoltà di saper scegliere, come se si fosse incapaci di farlo.
- In “Senza rancore” è rappresentata un’altra fase dell’elaborazione della fine di una relazione, la fase del risentimento. 
DAVIDE – Sicuramente è una canzone di rottura, parla in maniera profonda dei rapporti in generale, dell’incapacità di riuscire a comunicare veramente bene e della frustrazione che ne deriva. 
- Ascoltando “Bugia” sembra una canzone scritta di getto voce e chitarra acustica in cameretta. E’ nata così?
LORENZO – Sì praticamente è stato così. Davide è arrivato con questa idea che abbiamo messo da parte un attimo perché avevamo già registrato la quasi totalità del disco. Poi è accaduto che siamo dovuti tornare in studio e avevamo tempo per scrivere un’altra canzone. “Bugia” era già pronta ed è stata riarrangiata in maniera molto minimale uscendo così.
DAVIDE – In realtà l’avevamo già registrata, dopo un po’ di concerti siamo andati in studio, una bella spesa per noi e non ce la facevo quel giorno a registrare una delle altre canzoni. Allora ci siamo detti con il produttore “anziché sprecare la giornata cerchiamo di riarrangiare un brano già fatto che avevate” e siamo usciti con questa canzone. 
- Parliamo di “Ultima volta”. Una relazione può diventare una dipendenza come una droga?
DAVIDE – Sì è una canzone che parla di dipendenza affettiva come se fosse una droga. E’ un pretesto per parlare del non riuscire a smettere di fare qualcosa. 
- L’assolo di “Torta paradiso” mi piace molto…
LORENZO – Non lo suono io ma l’altro Lorenzo (ndr Lorenzo Visigalli, chitarrista).
- Stilisticamente mi sembra che sia il vostro pezzo più maturo. E’ quello che vi rispecchia di più o c’è qualche altro brano dell’album a cui siete particolarmente affezionati? 
LORENZO – A livello musicale sì, ma a livello di testo forse non è il più maturo, nel senso che è simpatico e un po’ furbo, non ci rappresenta tantissimo e tende ad essere simpatico. E’ forse la canzone più leggera dell’album. 
- E’ una canzone “da rimorchio”?
(ndr ridono)
DAVIDE – Secondo me anche se è simpatica la canzone gioca abbastanza bene tra le righe. Quando l’avevamo scritta eravamo molto legati a lei perché siamo diventati scemi nel realizzarla. Poi con il tempo abbiamo maturato un mood un po’ diverso e comunque quando la canto live la sento mia, c’è una parte di me. Però non è sicuramente la più rappresentativa.
- Ok e invece qual è la più rappresentativa?
INSIEME – Non lo so…
- Diciamo che le canzoni sono un po’ come figli.
LORO - Esatto!
- Mi devo complimentare per una cosa. Ho visto che avete la vostra pagina su “Musiqua” in cui stabilite anche il vostro cachet. Trovo che sia un’ottima scelta, perché bisogna dare il giusto valore alla musica per tutto l’impegno che porta con sé a livello di composizione, registrazioni, fatica e spese. Allora perché, secondo voi, ci sono tante band, anche molto valide, che si svendono per una consumazione o poco più e alla fine sono magari in perdita?
LORENZO – Per una band che inizia anche se c’è qualità bisogna fare in modo che le persone possano recepire la musica e le strade nel 2026 sono veramente poche, i live e i social. Per i live ci sono occasioni in cui non ha magari senso andare non a pagamento, non ti danno nulla e non ne vale la pena. Però a volte ci capita di suonare in situazioni in cui non c’è un compenso, ma possono dare visibilità o creare connessioni, oppure magari anche per una questione di principi, per una causa nobile.
DAVIDE – Sul sito è indicato un cachet, ovviamente proviamo a farci pagare. L’obiettivo più grande all’inizio è però provare a trovare connessioni con le persone. 
- Scrivete, sempre su quel sito, di aver suonato un po’ ovunque. Mi raccontate il vostro concerto più incredibile, improbabile, magari bizzarro?
LORENZO – Senza parlar male di posti in cui abbiamo suonato c’è stato un concerto che non è stato piacevole fare, ma parlarne è divertente. E’ stato organizzato in un bar con noi e altre band. Fondamentalmente si sa che il rock richiede un certo volume. Abbiamo iniziato a fare il soundcheck e ci hanno abbassato i volumi a livelli da pianobar, da set acustico così ci siamo indispettiti. Abbiamo passato tutto il concerto a combattere contro i gestori del locale che abbassavano il volume. Tutto questo perché c’era anche un convegno del PD e i proprietari non volevano che dessimo fastidio. 
- Invece per te Davide qual è stato il concerto più strano?
DAVIDE – Sicuramente questo è stato molto divertente, sul momento ovviamente no ma a pensare dopo alla situazione sì. C’è stato un locale che era così piccolo che eravamo in tre e poi c’era l’altro Lorenzo che era separato dal resto della band perché doveva lasciare libero il passaggio a quelli che volevano andare in bagno. 
LORENZO – Comunque è bellissimo perché questi posti sono paganti e si sforzano di far suonare i gruppi, mentre capita di suonare in posti più fighi in cui non ti danno niente.


E allora, contagiati dalle buone vibrazioni di giovani che credono ancora nella musica suonata e vera, saliamo sul palco con i Livore presentandoli al pubblico come meritano. Al basso e alla voce Davide D'Amore, alla chitarra e cori Lorenzo Agnesini, alla chitarra solista e cori Lorenzo Visigalli, alla batteria e cori Gabriele Tortora. L’avvertenza è seguire le loro “Distruzioni d’uso” senza badare al dosaggio, perché possono causare allegria e piacere.

domenica 14 giugno 2026

WELLOW - NON MI IMPORTA PIU' - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


La scelta di un luogo insolito per la registrazione di un album incide molto sul suono finale dando spesso note di colore uniche. Per citare uno dei casi più celebri, “Led Zeppelin IV” venne registrato ad Headley Grange, una fatiscente dimora di campagna nell'Hampshire e la sonorità dell’album è stata in buona parte plasmata proprio dal particolare tipo di ambiente. Nel loro piccolo anche gli emiliani Wellow hanno voluto dare all’album “Non Mi Importa Più” un sound unico registrandolo prevalentemente in una stalla ristrutturata con le volte in mattoni. Il risultato sonoro, ricco di riverberi che nessun plugin potrebbe eguagliare, unitamente all’utilizzo di strumenti poco usati come l’armonium, il glockenspiel e addirittura una chitarra modificata con un mulinello da pesca ritraggono una band che punta molto sulla riconoscibilità, l’originalità. In apertura “Come Stai” mette subito in mostra la batteria poderosa di Stefano Liera e la chitarra di Massimiliano Tosi. L’ingresso del basso di Nicola Pezzi dà ancora maggior corpo al sound. Al centro del brano c’è la difficoltà di lasciar andare una persona davvero importante, “una nuvola trafitta da un raggio di sole” come canta Federico Ruina. La title track “Non Mi Importa Più”, musicalmente di matrice alt rock anglosassone, è il superamento di un rapporto ormai finito. La band ha realizzato per il pezzo un videoclip naïf sulla routine quotidiana casa-lavoro-casa rappresentata da un camioncino giocattolo che trasporta e scarica pietre. Lodevole il fatto di aver osato qualcosa di più e di diverso rispetto allo standard delle riprese più o meno artistiche della band che suona. “California” è il viaggio sentimentale di un amore che ha la forza di volare sopra i confini rendendo possibile l’impossibile. A seguire “Sandro” mette scanzonatamente in musica una storia di profonda depressione. “Cuore Buttato” è la dolorosa riflessione di chi si sente usato in una relazione. “Isola” ha il sapore di una demo e dà modo a Federico Ruina di esprimere appieno le proprie doti vocali. “Sveglia” è amore-odio per Modena ed esprime il legame profondo della band con la propria terra. “Afa” profuma di britpop anni 90, veloce e dritta al punto. In penultima posizione “Pare” è il brano più interessante dell’album a livello di costruzione sonora, tra richiami ai Verve e un crescendo orchestrale su cui si innesta il suono di una tromba. Chiude il disco “Peace My Lover”, pezzo che gioca su più piani con l’originalità di strumenti ideati appositamente come una chitarra modificata con un mulinello da pesca. 
Federico Ruina (voce e chitarra acustica nonché autore dei brani) e Nicola Pezzi (basso) hanno chiacchierato con noi per Riserva Indie.



“Non Mi Importa Più” è un album con un suono molto particolare. Ho letto che lo avete registrato in una stalla con le volte a botte. Qual è il vantaggio in termini di dinamica del suono di questa scelta? 
FEDERICO – Abbiamo scelto di utilizzare questa stalla ristrutturata con le volte in mattoni, l’abbiamo leggermente insonorizzata mettendo un po' di pannelli per attutire il ritorno eccessivo. E’stata usata soprattutto per le batterie e anche per il basso cercando di raggiungere questo riverbero naturale che abbiamo notato che registrando in una stanza più chiusa, insonorizzata non riuscivamo ad ottenere. Vero che oggi con il digitale si riesce a fare un po’ tutto però il suono non è così caldo come può derivare da un ambiente con un riverbero così naturale. Ci abbiamo pensato perché d’estate proviamo in questa stanza e effettivamente quando suoniamo lì le canzoni hanno un suono che è proprio perfetto per questo disco e soprattutto per alcune canzoni, come ad esempio “Pare”, che è più acustica con tanto riverbero e “Isola”. Per cui abbiamo delle canzoni in cui abbiamo dato più spazio a questo riverbero naturale e altre magari più serrate in cui l’abbiamo un po’ ridotto. Con la disposizione dei microfoni ci ha aiutato il nostro amico Massimo Tortella che ha registrato l’album.
NICOLA – Abbiamo registrato in questa stanza che era una stalla ristrutturata a casa del batterista. L’abbiamo usata per registrare basso, batteria e le chitarre elettriche. La batteria in un ambiente del genere suona molto più grande e il basso, che di solito registro in D.I., stavolta l’ho registrato con i microfoni per catturare il rimbalzo del suono sulle pareti e ho ottenuto un suono più vivo. La voce invece non l’abbiamo registrata qui perché essendo più intima va lavorata caso per caso in base alla canzone e l’abbiamo registrata in una sala completamente insonorizzata. Comunque nella stalla anche le chitarre sono più vive, naturali, mente invece in una sala insonorizzata si dovrebbero aggiungere dei plugin digitali che spesso faticano a raggiungere un cento livello di realismo. Un po’ come hanno fatto i Beatles ad Abbey Road ad esempio. Anche in quel caso sfruttavano l’ambiente per catturare quel riverbero particolare che si adattava ai vari pezzi. Il nostro amico Massimo ha dovuto attrezzarsi perché è dovuto venire in quella stalla con il suo mixer trasferendosi in pratica lì. Ci abbiamo praticamente vissuto durante le registrazioni.
FEDERICO – Sì durante il primo mese ci siamo praticamente trasferiti lì trovandoci diversi giorni alla settimana e abbiamo realizzato tutte le parti di batteria, basso e chitarra, qualche linea vocale e dopo, come diceva Nick, ci siamo ritrasferiti nel Container Studio di Massimo, dove ci sono le varie salette di registrazione, per la parte vocale e per registrare le acustiche. 
- “Non Mi Importa Più” è un album che elabora il dolore del distacco cercando di guardare avanti. E’ un antidoto contro la tentazione di voltarsi ogni tanto a guardare indietro?
FEDERICO - E’un disco che racconta un po’ il vissuto di questi ultimi tre anni. Più che un distacco dal passato è una critica al moderno, alla direzione in cui sta andando la società e sulla voglia di trovare soluzioni per mitigare questa freddezza, la continua voglia di competere. Poi ci sono temi più sentimentali che convivono con la critica sociale. Canzoni come “Sveglia”, “Pare” e “Non Mi Importa Più” sono sicuramente più di critica, mentre pezzi come “Peace My Lover” trattano temi più sentimentali. L’album cerca di raccontare la società di oggi in cui non sempre ci riconosciamo.
NICOLA – Sì la società sta andando sempre di più in direzione dell’individualismo, le relazioni hanno sempre meno valore, sempre più precarie e molte canzoni trattano anche questo tema. 
FEDERICO – Nella registrazione abbiamo voluto un suono più analogico, meno standardizzato. Oggi il settanta per cento dei pezzi che escono suonano tutti uguali e noi volevamo qualcosa di diverso. Per questo abbiamo cercato di realizzare cose più analogiche che se vengono registrate in un secondo momento suonano diverse. Abbiamo voluto rendere in questo modo la sfera emotiva e quello che provavamo noi durante le registrazioni. I suoni non sono così regolati e regolabili come quelli che provengono da un plugin. 
NICOLA – Sicuramente questo ha contribuito a dare un’unicità all’album. Non molti altri dischi suonano così perché non hanno a disposizione quella stanza con i suoi riverberi. 
- Parliamo di “Come stai”. I versi “ruba le chiavi e vattene altrove”. Amare significa volere il bene dell’altra persona e quindi accettare anche che se ne vada. Qual è il vostro rapporto con il distacco?
FEDERICO – E’ sicuramente un rapporto conflittuale che cerchiamo di raccontare anche nelle canzoni che scriviamo. In molti pezzi parliamo della voglia di andare, di fuggire, di prendere decisioni magari affrettate. Facciamo un po’ di idealismi su quel che potrebbe essere se si prendono decisioni che in realtà non è facile prendere. 
- In “California” c’è un viaggio al confine tra Stati Uniti e Messico dove c’è Tijuana. Il pezzo richiama un’esperienza vissuta o è un viaggio sentimentale? 
FEDERICO – Scrivendo le canzoni posso dire che è un viaggio immaginario, non vissuto, sicuramente anche questo figlio dell’osservazione della società. Nel confine Stati Uniti-Messico, confine caldo, ho voluto inserire qualcosa che facesse riferimento anche a una idealizzata storia d'amore tra una persona messicana e una americana. Un confine simbolico, che però può essere trasposto in qualsiasi altro confine. Per esempio David Bowie parlava di questa storia d’amore al confine tra Berlino Est e Berlino Ovest, diciamo che è un riferimento. In ogni caso è più un viaggio immaginario.
- “Sandro” è un pezzo sulla chiusura in sé stessi. Come si può abbattere questa barriera che tiene lontano il mondo? 
FEDERICO – “Sandro” è una canzone abbastanza intima. L’ho voluta trasporre in una base strumentale molto più up, più allegra per nascondere questa malinconia. Parla di depressione, di questo stato che viene vissuta tanto nella società di oggi. Ci sono molte persone che si chiudono, che non hanno più voglia di lavorare, di impegnarsi, di stare a contatto con la società. Il che è doloroso sia per la persona che per chi che le sta attorno che non sa come comportarsi. Purtroppo non so quale possa essere la cura, sicuramente il dialogo è utile. 
NICOLA – Ascoltandola sembra una canzone allegra, ma dal testo emerge quanto sia abbastanza triste in realtà. 
- In “Cuore Buttato” il sound mi ricorda un po’ quello dei Ministri. I versi “in fondo tu hai sempre voluto un cane ma quel cane non sono io” fanno pensare che sia uno sfogo per la sensazione di sentirsi usati. 
FEDERICO – Sì sicuramente. Qui il sentirsi usati deriva dal non avere la libertà di poter scegliere a causa di una relazione che ti teneva legato. La canzone è più un flusso di coscienza, non racconta una storia in particolare. 
- In “Isola” citate la famosa isola che non c’è. Cosa rappresenta nella vostra vita l’isola che non c’è?
FEDERICO – In questa canzone l’isola non è rappresentata nella vita terrena ma racconta l’ultraterreno, dove vanno le persone. Non è un luogo terreno, parla di perdita e in diversi passaggi fa riferimento anche a un ricordo della persona persa. In Peter Pan non si sa se i bambini siano morti o meno, il riferimento è a questo aspetto, ma non è una citazione di Bennato. 
- “Pare” ha, a mio giudizio, l’arrangiamento forse migliore dell’album perché c’è un crescendo orchestrale e l’uso di una tromba. Rispetto alle demo che portate in studio c’è qualche pezzo che è rimasto più o meno così o i brani sono stati sempre rielaborati e trasformati in base alla direzione musicale che vi veniva spontanea suonandoli insieme?
NICOLA – Effettivamente ci sono alcune canzoni che sono rimaste praticamente uguali da quando le abbiamo provate insieme, portate in studio e poi registrate. Ad esempio “Afa” è stata una delle ultime canzoni che abbiamo composto insieme impiegando appena un’ora.
FEDERICO – Sì l’ho portata, l’abbiamo arrangiata nelle ore in cui ci troviamo durante la settimana e l’abbiamo finita. 
NICOLA – Forse abbiamo cambiato solo leggermente la parte finale ma di fatto è rimasta come l’originale. Un’altra canzone che è rimasta identica è “Cuore Buttato”, che suona esattamente come l’abbiamo provata fin dall’inizio e anche in questo caso ci abbiamo messo pochissimo a comporla e in studio non l’abbiamo praticamente toccata. E’una canzone con un’energia molto grezza che trasmette le emozioni in modo diretto e abbiamo capito che non c’era da aggiungere produzione o post produzione perché andava benissimo così e trasmetteva in modo molto diretto il messaggio a livello sonoro. In studio in generale non abbiamo cambiato molte cose.
FEDERICO – “Pare” ha un sound che in studio ha reso davvero molto bene. Nasce da un’altra canzone che non ci convinceva e aveva un altro titolo e un altro testo. E’ solo il giro melodico ad essere lo stesso. L’abbiamo stravolta trasformandola e in studio abbiamo avuto dei collaboratori che hanno suonato trombe, violoncelli permettendoci di ottenere un suono, a nostro parere, completo. La parte di tromba ci è venuta in mente durante le registrazioni, poi c’è anche una parte di ukulele.
NICOLA – A proposito di strumenti aggiunti, in “Peace My Lover” abbiamo inserito un armonium nella parte centrale e anche una chitarra modificata con un mulinello da pesca creata da Massimo dei Container Studios, che realizza anche strumenti e che dà quest’atmosfera sognante. L’armonium e quella particolare chitarra non c’erano quando l’abbiamo provata insieme in sala prove. E ancora abbiamo usato in studio qualche glockenspiel in “California” o sempre in “Pare” per aggiungere qualcosa in più al suono rafforzando le sonorità.
FEDERICO – Sì abbiamo voluto anche portare nell’album il nostro paese, il nostro vissuto. Per esempio in “Come Stai” abbiamo aggiunto una chicca, siamo andati a registrare delle voci durante i mercati cittadini inserendole nell’outro del pezzo. 
- Quest’uso delle voci al mercato mi fa venire in mente “Creuza de mä” di De Andrè.
FEDERICO – Sì abbiamo voluto portare la nostra terra anche in questo modo.
- A proposito di terra, in “Sveglia” c’è un tributo affettuoso a Modena. Cosa rappresenta questa città per voi?
FEDERICO – Noi siamo emiliani e viviamo le città. Modena musicalmente ci piaceva molto. Poteva anche essere Reggio Emilia, poteva essere Carpi ad esempio, ma Modena rappresenta la nostra origine, la nostra terra in una canzone. Ed è intesa come se Modena fosse il mondo, la più bella del mondo. 
- Qual è il brano dell’album che vi rappresenta di più, quello che secondo voi è il manifesto del disco?
NICOLA – Per me è “Cuore Buttato”, perché emana un’energia davvero molto grezza e le sensazioni che si provano ascoltandola sono proprio quelle che volevamo comunicare con l’album. Quando l’ascolti ti arriva un pugno in faccia. Penso che sia la canzone che riesce a trasmetterti di più in assoluto queste emozioni. 
FEDERICO – Sì se devo scegliere un pezzo sono pienamente d’accordo con Nicola. Poi in realtà è un album abbastanza variegato, ci sono canzoni grezze, canzoni più lavorate, canzoni come “Peace My Lover” che ha suoni che rimandano all’elettronica. Le chitarre sono meno aggressive, la batteria meno serrata e quella a mio parere è anche un’ottima rappresentazione, ma dovendo sceglierne solo una direi “Cuore Buttato”. 
- C’è un brano del rock italiano o internazionale che vorreste aver scritto voi?
FEDERICO – Io vado a periodi. Ascolto molta musica inglese o comunque anglosassone, ma anche molta musica italiana in particolare indie. Se devo scegliere un pezzo della musica anglosassone che mi ha accompagnato fin dall’adolescenza direi “Champagne Supernova” degli Oasis. 
NICOLA – E’ complicato anche per me perché ascolto tanta musica, come Federico anche molta musica britannica fine anni 90, inizio anni 2000. Se devo scegliere direi “Pyramid Song” dei Radiohead.


"Non Mi Importa Più" è il manifesto di una band che alla freddezza asettica del digitale preferisce il calore vibrante del mattone regalandoci un disco che respira insieme a noi tra le eco naturali della propria verità.
 

domenica 7 giugno 2026

DUO BUCOLICO - "CHAMPAGNE!" - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


“Preferisco credere di far ridere dicendo cose serie, che credere di dire cose serie facendo ridere” è un aforisma attribuito a Groucho Marx che ben si adatta alla concezione del fare musica del Duo Bucolico, formato dai cantautori romagnoli Daniele Maggioli e Antonio Ramberti. Il loro nuovo album “Champagne!” da un lato mette in scena con sferzante ironia un bestiario di varia umanità quasi circense, dall’altro non dimentica l’autoironia nel descriversi. Musicalmente il disco gioca su sonorità folk pop effervescenti proprio come le bollicine di una bottiglia di Champagne di marca, recuperando anche strumenti poco usati come il kazoo. Il disco si apre con “L’eterno ritorno”, lo spaccato di un’Italia intrappolata in una porta girevole di vizi, piccoli e grandi abusi, corsi e ricorsi storici eternamente uguali a sé stessi. A seguire “L’ingorgo” descrive in modo realisticamente surreale un gigantesco ingorgo sull’autostrada in direzione di una Milano vista come terra promessa. L’immobilità diventa occasione per socializzare e giocare a tennis con il guard-rail. In “La transenna” è la transenna stessa a raccontare le proprie peripezie tra concerti, comizi e manifestazioni nobilitando un oggetto cui il più delle volte non prestiamo attenzione in quanto tale percependolo come semplice ostacolo o misura di sicurezza. “Meglio tardi che mai” mette volutamente alla berlina le ambizioni di successo dello stesso Duo Bucolico, un pretesto per mostrare quanto aver successo oggi abbia poco o nulla a che fare con il talento musicale. “Mano Ciao” ironizza sulle contraddizioni di un poseur che fa l’alternativo, ma vola in business class. “I’m Centenario” vira musicalmente su un classico voce pianoforte ritraendo con acutezza il disperato quanto inutile tentativo di ostacolare il declino inesorabile del corpo annaspando alla ricerca della vita eterna. A seguire “Il genio dello Xanax” affronta con il consueto piglio ironico del duo quell’ansia che invade le nostre vite e che cerchiamo di tamponare farmacologicamente senza accettarla in quanto parte integrante di noi. “Il King Del Piano Bar” è dedicata a chi vivacchia di musica come un vecchio attore che riporta in scena sera dopo sera il proprio logoro personaggio per “portare a casa la pagnotta”. La seguente “Il Bluesman” si lega tematicamente alla traccia precedente dando voce ad un bluesman del tutto privo di verve che, se solo sapesse ascoltarsi, annoierebbe anche sé stesso. “Il Condominio” è senza dubbio uno dei pezzi più riusciti dell’album, una telenovela scritta da un regista pazzo, come recita un verso, che ha per protagoniste macchiette archetipiche neanche troppo surreali. Chiude l’album “L’elettrobarista”, voce, chitarra e armonica al servizio di un brano sul frutto della storia d’amore tra una cantante barista e un elettricista folgorato. L’atmosfera si fa malinconica al calare del sipario. 
Daniele Maggioli ci ha concesso un’intervista in cui abbiamo dialogato non solo su “Champagne!”, ma anche sulla particolare visione della musica del Duo Bucolico. 


- “Champagne” è un album che con pochi tratti dipinge una galleria di personaggi tipizzati. Componendolo avete mai pensato alla Commedia dell’arte?
- Forse non direttamente, però noi siamo nati nei festival di strada. C’erano spesso clown, attori, saltimbanchi. Le prime performance le abbiamo fatte in questi contesti, per cui sicuramente ci è rimasto l’imprinting da cantastorie e fa parte di una tradizione più ampia. Le maschere sono sempre potenti, perché hanno un sacco di significati diversi, a volte anche contraddittori e quindi in musica sono strumenti importanti. 
- Oscar Wilde, anche se non c’è certezza che la frase sia sua, pare abbia affermato che “l’ironia è il linguaggio perfetto per dire la verità sorridendo ed evitando di farsi sparare”. Ti riconosci in questa definizione?
- Sì mi ci riconosco moltissimo. Noi siamo orgogliosamente dentro la tradizione dell’ironia anche se in Italia quando si fanno canzoni ironiche sembra sempre che tu sia un po’ cretino o che comunque non sia intelligente, serio. In realtà non è proprio così perché per usare l’ironia ci vuole molta consapevolezza trattandosi di uno strumento delicato, oltre che difficile da usare. Noi cerchiamo sempre di rapportarci con umiltà a questa tradizione della satira, dell’ironia, anche assumendoci il peso di non essere visti con un’aura abbastanza seriosa dagli addetti ai lavori. Il nostro stile è questo.
- Parliamo del pezzo “L’ingorgo”. E’ un imprevisto che diventa l’occasione per uscire dall’abitacolo della nostra vita e fare conoscenza con gli altri alla vecchia maniera, da esseri umani. 
- Sì, l’ingorgo autostradale diventa una sorta di “non luogo”. L’autostrada, che di solito è uno spazio che non vivi, ma attraversi soltanto diventa un mondo, uno spazio sociale, un microcosmo dove si ricrea una società diversa addirittura con un torneo di tennis usando il guard rail come rete. Ci piaceva questa immagine estremizzata. Il tema dell’ingorgo autostradale è un classico, penso ai film di Carlo Verdone, Paolo Villaggio. E’ un archetipo narrativo della commedia italiana che probabilmente è riaffiorato nella nostra mente. 
- Ascoltandovi mi è venuto in mente Rino Gaetano. Rientra tra i vostri riferimenti in ambito musicale?
- Sicuramente è uno dei cantautori che rispettiamo di più ed è incredibile come abbia avuto una seconda vita, negli ultimi anni è stato riscoperto tantissimo, mentre qualche anno fa non si sentiva molto. Proprio grazie all’ironia ha reso le sue canzoni più longeve. Se non ti appiattisci sulla cronaca riesci a dare più valore alle tue canzoni nel tempo. E’ uno dei cantautori che sicuramente ci ha ispirato. 
- Il bar è un luogo che torna in molti brani dell’album. Per voi è un osservatorio privilegiato sul mondo? 
- Sì il bar è quel luogo in cui le classi sociali si annullano, ci possono essere un imprenditore e un operaio che si ritrovano ad affogare i loro dispiaceri magari in un bicchiere di vino. Questo aspetto molto provinciale e semplice alla fine è vero. Si tratta di abbandonare ogni tanto i massimi sistemi e cercare un contatto umano, sociale. Qualche tempo fa volevamo addirittura fare un tour di presentazione di un disco in tutti i Bar Sport d’Italia affrontando i peggiori ceffi, le slot. Potrebbe essere ancora valida come idea e forse riusciremo a realizzarla prima o poi.
- Avete un contatto con il vostro pubblico molto diretto, verace, non mediato da grandi effetti speciali.
- Esatto, questa è una cosa di cui siamo orgogliosi, poi anche a livello social gestiamo tutto noi, cerchiamo di rispondere sempre. Quando facciamo i concerti al banchetto andiamo noi perché ci piace creare dei contatti che non siano virtuali. Anche generazionalmente non essendo dei ragazzini rivendichiamo il bisogno di un contatto reale con la gente e vediamo che anche nei giovani comincia ad esserci questo bisogno perché il mondo digitale poi alla fine è pesante. Quindi siamo felici di creare una relazione vera, in 3D. 
- “L’eterno ritorno” è forse il pezzo con la critica sociale più esplicita. Ci sono versi come “ancora una volta cuore nero e braccio alzato, te li ritrovi dietro i banchi del Senato”.  Se questo è diciamo l’homo italicus, c’è modo di farlo tornare homo sapiens?
- Sarei contento di saperlo. Sicuramente la musica e la cultura sono una strada utile per affrontare la complessità del mondo, mettersi in discussione. La cultura può aiutare a sviluppare nel tempo generazioni più consapevoli e ciò si riverbererebbe anche nella classe politica, dato che è un’emanazione di quel che siamo noi. Non credo tanto nel fatto che la classe politica ci manipoli in quanto più una nostra emanazione. Forse solo tramite la cultura, una scolarizzazione diversa si può arrivare ad una maggiore consapevolezza.
- Anche perché in alcuni casi eleggiamo gente che estremizza i nostri difetti.
- Come dicevamo prima sono delle maschere ancora più enfatizzate, i nostri lati negativi sono ancora più accentuati. 
- Un pezzo che mi ha incuriosito molto è “La transenna”, che se non sbaglio è il primo brano scritto in assoluto sulla vita di una transenna da concerto o da evento. Come vi è venuto in mente un pezzo simile?
- Nasce dal fatto che quando è uscito lo scorso disco abbiamo lanciato l’idea su Instagram delle “canzoni su misura” chiedendo di scrivere nei commenti gli argomenti di canzoni che poi noi avremmo potuto eseguire. Ci sono arrivati suggerimenti incredibili, per cui alcuni li abbiamo scelti e abbiamo realizzato delle canzoni. Una di queste era “La transenna”, molto interessante. Ho preferito raccontare la storia dal punto di vista della transenna come se fosse un essere vivente e mi piaceva il fatto che se una transenna avesse potuto parlare avrebbe raccontato esperienze incredibili, dalle manifestazioni del G8 di Genova fino a un concerto di Lucio Dalla. Un testimone silenzioso che attraversa gli eventi pubblici. Un altro pezzo nato da quei suggerimenti dei nostri fan è “Mano Ciao”.
- “Meglio tardi che mai” è la testimonianza, anche qui in chiave ironica, di quanto poco conti oggi la musica e la sua qualità nei meccanismi della discografia. Leggendo il testo sembrerebbe auspicare una vostra conversione al mainstream pur di sfondare, ma in realtà è l’esatto contrario, no?
- Esatto è ironico. Cantiamo “Dai che sfondiamo”, ma non crediamo più che sfonderemo in alcun modo. La canzone è molto pop, ci siamo detti “facciamo una canzone pop perché la sappiamo fare anche noi, però portata nel nostro mondo. Un po’ ci prendiamo in giro da soli, ci diciamo “sfondiamo” quando siamo sempre nella stessa barca. E intanto ci facciamo gioco dei meccanismi finti della discografia mainstream che ben conosciamo. E’ da molto tempo che suoniamo in giro, sappiamo come funzionano le cose. Prendiamo in giro il mondo ma prima di tutto ci prendiamo in giro da soli. Secondo me quando si fa satira per non risultare offensivi bisogna prima sapersi prendere in giro. E’ un modo per creare una “orizzontalità” nella satira. 
- Parliamo ora de “Il Condominio”, un’altra canzone che mette in scena una sorta di bestiario di varia umanità. Il verso “la vita è una pernacchia, basta poco per morire” è un invito a cogliere l’attimo?
- Esatto, la vita dura poco e spesso non se ne capisce neanche il senso. Quindi sicuramente c’è l’idea di cogliere l’attimo, ma sottolineiamo anche il fatto che il destino è beffardo. Ci piaceva descrivere questi personaggi non empatici, come se il male si nascondesse anche nei nostri vicini di casa o in noi che siamo vicini di casa di qualcun altro. 
- “I’m Centenario” mi ha fatto venire in mente il film “La morte ti fa bella”, ovvero abbiamo l’illusione di essere eterni, giovani per sempre. Perché secondo te non possiamo accettare l’idea che è impossibile fregare la morte?
- Forse perché c’è quella parte di coscienza dell’essere umano che non accetta la fine. Finché ci sarà consapevolezza di sé l’idea della fine sarà inaccettabile. A meno che non si abbia fede nell’Aldilà, che è comunque una risposta alla stessa domanda. 
- “L’elettrobarista” è una figura mitologica frutto dell’amore tra una cantante e un attore folgorato. Noi speriamo sempre che i nostri figli possano realizzare i loro sogni, quei sogni che magari noi non siamo riusciti a realizzare. Qual è l’importanza di coltivare i propri sogni?
- Coltivare i propri sogni è importantissimo e proiettare i propri sogni sui figli viene spontaneo, anch’io lo faccio oppure cerco di far fare loro quello che non sono riuscito a fare io, ma i figli dovrebbero realizzare i propri sogni. E’ un percorso difficile scoprire le proprie inclinazioni, le proprie attitudini, il proprio talento o il proprio demonio, nel senso greco del termine, il proprio scopo. Un percorso duro, accidentato ma fondamentale per poter essere felici. Penso anche a quello che io e Antonio abbiamo ottenuto. Veramente non ci sembra di lavorare, siamo molto impegnati a fare concerti, ma non è mai stato lavoro inteso nel senso comune del termine. Questo grazie alla grande fortuna di aver trovato una chiave di espressione dei nostri sogni, del nostro talento. Sarebbe bello se più persone possibili potessero attingere al proprio talento. 
- Quel che dici mi fa riflettere sul fatto che noi in Italia abbiamo nella cultura un grandissimo patrimonio che rimane sottoutilizzato. E’ un po’ come avere il petrolio e non estrarlo. Da qui la domanda. Che importanza ha investire nell’orientamento dei ragazzi a scoprire i propri talenti?
- I ragazzi hanno alla fine i loro problemi, come ogni generazione ha avuto i propri. Tuttavia credo che oggi grazie a internet, che pure può diventare qualcosa di mostruoso, i giovani abbiano la possibilità di confrontarsi su molte sfere del sapere, della cultura, della creatività, decisamente di più di quanto potesse fare la mia generazione. Quindi possono avere un contatto più diretto con stimoli che le generazioni precedenti non hanno avuto. Voglio essere ottimista e pensare che abbiano più occasioni di sperimentare i propri sogni, il proprio talento, le proprie inclinazioni. 
- Chiudiamo il “cerchio” di questa intervista tornando all’inizio. Dato che nella vita indossiamo sempre una maschera, sotto la maschera chi è Daniele Maggioli? 
- Sotto la maschera è una persona molto curiosa ma anche abbastanza timido in certe cose e quindi la maschera in realtà mi serve, non saprei se sarebbe salutare per me toglierla. Anche perché non è possibile farlo. 
- Parliamo ancora del vostro suono, antico ma modernissimo allo stesso tempo. Non mi è capitato spesso di sentire anche nelle nuove leve del cantautorato un album in cui faccia capolino ad esempio un kazoo. Il vostro folk cantautorale, che ricorda le sonorità di certi artisti come, ad esempio, Edoardo Bennato è legato anche allo stile di scrittura dei testi?
- Sì noi in realtà scriviamo le canzoni chitarra e piano, senza avere in quel momento bassisti o batteristi. Vengono fuori sonorità che servono a sostenere il ritmo della canzone. Quindi in parte è dovuto agli strumenti che suoniamo e all’equilibrio, non facile da trovare, tra essere aperti al nuovo, accettare la modernità ed essere sé stessi. Cerchiamo di essere noi stessi senza essere nostalgici ed il risultato è questo. Personalmente ascolto praticamente solo i Beatles, ma non vorrei scrivere musica nostalgica, collocata nel passato. Per questo tendo a farmi influenzare anche dal contemporaneo, pur senza diventare il quarantacinquenne che fa trap, che sarebbe imbarazzante. Potremmo fare una canzone sul trapper cinquantenne (ndr ride). Quindi la nostra musica ha un piede nel passato e un piede nella contemporaneità.  



Il Duo Bucolico con “Champagne!” conferma la bontà di una proposta musicale che da oltre vent’anni produce con continuità musica di qualità. C’è da augurarsi che l’auspicio “dai che a sto giro svoltiamo” del brano “Meglio tardi che mai” si realizzi perché oggi più che mai c’è bisogno di ascoltare canzoni intelligenti e mai banali capaci di far riflettere con il sorriso sulle labbra.