“Come fiori che sbocciano da soli”. Questo frammento di un verso tratto da “Democrito”, il pezzo che apre e dà il titolo al nuovo EP dei romani Eva Spera, riassume in poche parole la visione della musica che caratterizza la band. La scrittura è infatti spontanea, i pezzi sono nati prevalentemente da jam session, sbocciando appunto come fiori non coltivati. Il segreto di questa alchimia è nella grande sintonia tra i due membri del gruppo Alessio Meloni, voce e chitarra e Milos Zahradka Maiorana, batteria. Una sintonia che trascende il semplice suonare insieme. Entrambi laureati in Scienze Filosofiche, infatti, Alessio e Milos condividono il pensiero per cui gli esseri umani non hanno sempre il controllo di ciò che accade. “Democrito”, secondo capitolo della loro discografia, dopo l’EP omonimo dello scorso anno, è dedicato appunto al filosofo materialista greco, che negando il libero arbitrio, è stato spesso osteggiato. I tre brani di cui si compone il disco, cui va aggiunta una versione elettronica della title track, sono improntati ad un alternative rock speziato di psichedelia. Le chitarre oniriche e notturne di “Democrito” che aprono l’EP accompagnano l’ascoltatore in un viaggio tra atmosfere febbricitanti verso il risveglio. A seguire “Lei Folgore” per contrasto è un brano intriso di luce con un arrangiamento che rimanda agli Afterhours epoca “Hai paura del buio?”. “Rondini” è un pezzo che danza come un valzer in bilico tra smarrimento e respiro di vita. La versione elettronica di “Democrito” è la dimostrazione che un brano può essere vestito e svestito in molteplici modi senza perdere la propria forza. In questa versione inoltre risalta in maniera particolare il timbro particolare della voce.
Alessio e Milos si sono prestati ad una chiacchierata interessante per Riserva Indie.
- Musicalmente “Democrito” il brano ha un’atmosfera onirica, quasi febbricitante. L’avete pensata come il risveglio da un sogno?
ALESSIO – Sì può essere il risveglio da un sogno perché lo spunto viene dai Musei Vaticani, la stanza in cui c’è l’affresco “La scuola di Atene”, in cui Democrito non è rappresentato per varie ragioni, tra cui sicuramente il suo essere un filosofo materialista. L’atmosfera onirica è proprio la presa d’atto dell’assenza di qualcosa che però permea tutto, cioè la sua assenza è una parte di quella rappresentazione.
MILOS – A livello di background siamo entrambi appassionati di filosofia, una cosa che ci ha legato oltre la musica. Ci siamo trovati in modo spontaneo a suonare insieme e questo mood filosofico è presente in tutte le nostre opere. Abbiamo un amore condiviso per Democrito e anche per Lucrezio come figura democritea. C’è una specie di randomness cosmica e poi le cose si incontrano come devono incontrarsi. Il concetto è quello del clinamen di Lucrezio.
ALESSIO – Democrito soprattutto negli aspetti più cosmologici, nei grandi eventi, esprime un aspetto salvifico, deresponsabilizzante. Penso che uno dei grandi mali del nostro tempo sia l’eccesso di libero arbitrio, le persone credono che ogni decisione che prendono sia loro responsabilità. Sicuramente il libero arbitrio negli eventi della vita facenti parte di un quotidiano più ristretto è importante, ma nelle grandi cose occorre un po’ lasciarsi andare a questa atmosfera di sogno come hai sottolineato, vivere l’esperienza della vita come onirica, un flusso che segue il suo corso e va vissuto per come è.
- In questo EP c’è la figura di “Democrito”, come abbiamo detto. Nel vostro EP precedente compare invece la figura dello Psicopompo, che traghetta le anime nell’Ade. Avete quindi un legame forte con il mondo dell’Antica Grecia. Da dove deriva?
ALESSIO - “Psicopompo” nasce come testo cantato per com’era, senza una vera stesura. Quella base era di un altro musicista che mi chiamò per cantare in un brano che aveva intitolato “Psicopompo”. Il testo però è stato scritto con Milos a partire dalla variante che parla delle foglie. Quindi quel titolo ha avuto questa genesi.
- La costruzione di un suono diverso per ogni pezzo dà l’idea di una grande attenzione per i dettagli. Vi definireste dei perfezionisti, musicalmente parlando?
MILOS – Direi il contrario, tutte le tracce hanno preso vita in una saletta, in un garage sotterraneo che io chiamo “la caverna”. C’è una magia che si è creata in questa band, nel senso che non abbiamo fatto dei piani, ma tutto è il risultato di jam. Alessio creava le liriche suonandole, poi abbiamo raffinato, ma il progetto direi che è proprio l’opposto del perfezionismo. E’ lasciarsi andare a queste atmosfere, quelle energie antiche senza ragionarci troppo, senza dire “adesso facciamo la band post punk”, “adesso facciamo la band post rock”, tutte definizioni da hashtag. Abbiamo convogliato un sacco di influenze diverse, dalla musica italiana al desert rock dei Kyuss fino ai Marlene Kuntz. Quindi nulla è stato pianificato, ogni volta ci dicevamo “suoniamo insieme e vediamo cosa salta fuori”. L’approccio un po’ è rimasto quello, non siamo puntigliosi al punto da cercare che la chitarra abbia un determinato suono. Questo atteggiamento è stato molto liberatorio per me anche da musicista. Non occorre già capire quel che devi fare, dare vita all’ennesimo gruppo postpunk ad esempio. Anche se un po’ di postpunk è presente, il mio gruppo preferito sono i Joy Division. Quindi per rispondere in una parola “no, non siamo perfezionisti”.
- Nel testo di “Democrito” compaiono anche boschi incantati, rupi, fate. L’immaginario fiabesco vi affascina?
ALESSIO – Assolutamente sì. Ho letto tutte le fiabe dei Grimm, Calvino, Hoffmann. Sono un appassionato anche di Tomás de Iriarte, Samaniego. Ho letto molte fiabe e quelle fiamminghe mi piacciono particolarmente. Di de Iriarte consiglio a tutti la lettura di “L’orso, la scimmia ed il maiale”, di un’intelligenza unica.
- In “Lei Folgore” il tema centrale è la luce in varie accezioni, come bagliore o folgore appunto. Quali aspetti della vita e dell’anima cercate di mettere a nudo attraverso queste metafore luminose?
MILOS – Secondo me è un tema ermetico, nel senso della Tavola di smeraldo di Ermete Trismegisto, fa riferimento all’occultismo. Quindi luce come origine di tutto. Pensiamo al nome Lucifero (nda nella sua radice etimolotica “Lucifero” è “portatore di luce”), ai Templari. C’è sempre una luce nel buio, qualcosa che ti guida e ti porta alla conoscenza. Anche nell’accezione dantesca Beatrice è sempre paragonata alla luce, all’amore. Una figura femminile di sapienza, sofia (nda l’equivalente greco di sapienza). Qualcosa che ti porta a nascere, dal buio ti porta alla sapienza.
ALESSIO – Anche “Lei Folgore” è un testo istantaneo nel senso che nei nostri lavori ci sono testi che hanno richiesto modifiche e altri che sono venuti praticamente di getto. Io ho un approccio alla scrittura molto intenso, nel senso che credo poco al ritocco, anche quando il pezzo sembra non prendere forma. In sala canto e quando nasce un riff particolarmente coinvolgente è già con la mia voce. Chitarra e voce sono molto legate, contaminate indissolubilmente tra loro. Nella composizione alcune parole prendono forma subito, poi pian piano ne emergono altre. Un po’ come una forma di scultura. Nel caso di “Lei Folgore” il testo è nato subito, mentre nel caso di altri brani ho lavorato a casa, ma sempre in maniera molto intensa, per 10, 12 ore ininterrottamente, quasi in maniera ossessiva. “Lei Folgore” nel mio immaginario è una luce che inquadra questa lei e coglie la seduttività e l’egocentrismo del mostrarsi.
- In questo pezzo il basso si ritaglia un bello spazio in primo piano. L’arrangiamento mi ricorda a livello sonoro gli Afterhours di “Hai paura del buio?”. A livello di scrittura invece un po’ i Marlene Kuntz che avete citato anche voi prima. Che rapporto avete con queste due band storiche del rock italiano?
ALESSIO – Gli Afterhours sono stati molto importanti, per un lungo periodo ascoltavo la batteria di Prette, in particolare di “Hai paura del buio?”. Tutte le volte che tornavo di notte dopo aver fatto tardi mi concentravo su questo suono di batteria non mi addormentavo mentre guidavo. Quindi ho assorbito in maniera molto forte “Hai paura del buio?” e anche altri album degli Afterhours come “Siam tre piccoli porcellin”, sia il CD acustico che quello elettrico, il disco di ispirazione indiana “Quello che non c’è” e “Ballate per piccole iene”. Agnelli l’ho conosciuto in due circostanze e devo dire che a livello di produzione sia come verve che a livello di creatività li trovo più strutturati e viscerali. Dei Marlene Kuntz sono stato appassionato quando ero più giovane, in particolare di “Ho ucciso paranoia” e “Il vile”, però non mi trasmettono quella passionalità viscerale, quel tipo di carnalità. Se devo citare altre band direi i primi Litfiba, quelli di “17 Re” e di “Desaparecido”, ma anche i Verdena.
- In “Rondini canti “danza è bella e tarantella sulla pelle, sulla vita, Sfiora e schianta, sfoga e ammanta”. E’ un’immagine piena di contrasti sulla vita che si cela e poi si mostra in una danza senza fine?
ALESSIO – E’ proprio questo. E’ una danza che rappresenta la vita, contraddittoria, ma nel senso che i contrasti si amalgamano in maniera antinomica. I contrasti sono armonizzati in quello che, per citare Eraclito, è il principio primo. La vita è fatta di alternanze che generano moto.
MILOS – Siamo sempre molto legati a immagini all’inizio primordiali che poi diventano filosofiche. Il volo delle rondini che fanno volteggi assurdi è un po’ la metafora della vita. Questa incongruenza per cui una cosa può essere dolce e poi amara, terribile e estatica allo stesso tempo. E’ un aspetto che si riscontra nei cicli di vita, di trasformazione. Il volteggiare delle rondini alla fine è un ritmo cui stiamo sempre cercando di agganciarci. E’ un po’ come un valzer che si ferma poi continua e avanti così ancora. Quest’idea di ciclicità e di esperienza di vita fa capire quanto sia incongruente, non c’è un inizio e una fine. Le tappe ci sono ma sono nella nostra mente, perché alla fine si va indietro poi si torna avanti. E’ la danza di un volatile, una figura eterea, celeste.
- La versione elettronica di “Democrito” è la prova di come un pezzo possa avere chiavi di lettura diverse pur conservando intatto lo spirito. Anzi in questa versione la voce risalta maggiormente. Perché avete fatto uscire solo il pezzo “Democrito” in versione elettronica e non tutto l’EP?
ALESSIO – Questo è stato un esperimento, ma c’è l’intento di realizzare la versione elettronica anche di “Lei Forgore” e “Rondini”. L’idea era di far uscire l’EP e poi queste bonus tracks come dono ai nostri ascoltatori. Abbiamo lavorato ai due EP più la variante elettronica con tre produttori diversi, quindi anche con tre visioni diverse. Il concetto di mutevolezza è nel nucleo del progetto Eva Spera, siamo aperti a tutte le influenze, a tutti gli entusiasmi. Quindi quando incontriamo qualcuno che si entusiasma di noi abbiamo sempre un atteggiamento di apertura. In questo caso il produttore dei pezzi elettronici ha trovato i brani di “Democrito” molto interessanti, voleva fare questo tentativo e noi gli abbiamo dato libertà.
- Al momento come Eva Spera siete un duo. Ho letto che siete alla ricerca di un terzo elemento per i live. Come pensate che l’ingresso di un nuovo componente possa cambiare l’alchimia che avete creato?
MILOS – L’ingresso di un nuovo componente può essere un rischio perché può rompere quell’armonia primordiale, ma serve un terzo elemento con synth o tastiere per creare più atmosfera. Live siamo molto punk, diretti e le canzoni sono molto più crude. Vogliamo potenziare un po’ il sound arrivando a atmosfere più aperte, andando oltre la batteria e la chitarra, che in realtà è una chitarra basso perché Alessio con i pedali e passando attraverso l’amplificatore del basso fa anche il basso. L’obiettivo è di avere un maggiore range sonoro. Il set alla White Stripes crudo è figo però è bello riuscire a variare perché un set totalmente crudo può andar bene per certi contesti ma non per altri. Così potremmo essere più adattabili.
ALESSIO – Sicuramente fa parte del discorso di apertura di cui parlavamo. Abbiamo dubbi relativi alla presenza scenica, dal vivo siamo particolarmente efficaci, intensi, poi io sono abituato a muovermi sul palco con molta veemenza. Anche fisicamente ci dicono spesso che sembriamo fratelli. Un terzo elemento dal punto di vista live potrebbe permettere ad esempio a me di potermi un po’ staccare dall’obbligo costante di suonare e quindi di dedicarmi in certi momenti semplicemente al canto. Ritengo che debba essere una figura, al netto delle qualità e della possibilità di estendere la gamma sonora, che si incastra bene nella band. Diversamente rischia di essere più dannosa che altro.
- Ultima domanda, il video di “Democrito” ha avuto una genesi molto particolare che merita di essere raccontata. Come siete riusciti a realizzarlo e con quali mezzi tecnici e materiali?
ALESSIO – Il video è nato da una visita ai Musei Vaticani. In quel frangente con Chiara, la regista del video e una sua amica riflettevamo davanti a “La Scuola di Atene”. Milos ed io ci siamo laureati in Scienze filosofiche ed è venuto fuori il discorso di Democrito, del fatto che pur essendo una figura di spicco tra i presocratici e anche in ambito di previsione della natura, della physis come è stata poi effettivamente scoperta, con la teoria dell’atomismo, non era presente. La visione determinista nega il libero arbitrio, mentre nell’aspetto morale dell’esistenza, specialmente in ambito cristiano, è fondamentale il concetto di libero arbitrio ponendo la persona come responsabile della scelta e dell’azione. E’ il concetto dantesco di Democrito come “colui che ‘l mondo a caso pone”. Fantasticavo sul fatto che gli storici dell’arte hanno messo tante didascalie per identificare chi è raffigurato nell’affresco, ma Democrito non è presente, anche se Raffaello potrebbe averlo inserito tra uno di quelli non riconosciuti. Da qui è nata la canzone con in mente l’immagine di Democrito, pensiamo ai versi “come fiori che sbocciano da soli”, oppure “per orgoglio o idolatria ridere e gettarsi via”. Oggi le persone sono molto psicotiche e piene di paranoie sulle scelte che fanno come se fosse loro la responsabilità di tutto. Quindi per il video siamo andati a pensare a qualcosa che potesse essere, qui entriamo nella sfera tecnologica, controintuitivo. Abbiamo compiuto un processo inverso, comprato un proiettore analogico, anziché uno digitale, che proiettasse diapositive vintage per poi riprenderlo con una telecamera. Abbiamo quindi fatto una ripresa digitale di qualcosa di analogico. E quindi tutto quell’alone sfumato, sognante e onirico è anche tecnologia. Abbiamo comprato un Carousel della Kodak originale del 1968/70 e poi abbiamo cercato delle diapositive del Musei Vaticani. Quelle che abbiamo trovato su “Etsy” sono del 1974 ed erano negli Stati Uniti. Era il souvenir di una signora gentilissima che ci ha anche scritto una lettera dolcissima per ringraziarci dell’acquisto. Il video è poi stato girato nel parcheggio di casa mia, al lago di Bracciano e in un bosco. E’ stato proprio cercare di riportare questi luoghi sotterranei, magici e fondanti dell’atmosfera che guida un po’ tutti i pezzi.
Pur essendo una band ancora giovane gli Eva Spera rivelano grandi potenzialità che vanno sviluppate per dare vita ad una realtà che può a buon titolo aspirare a trovare una collocazione nel panorama del nuovo alternative rock italiano. In conclusione citiamo coloro che hanno contribuito con Alessio e Milos alla riuscita del progetto, quindi Mario Tuccimei, produttore artistico dell’EP del 2025, Alessandro Sax, produttore artistico di “Democrito”, Antonio Antonaglia, alias Atomik Tags, produttore di Democrito electronic version e Chiara Cervini che ha curato la fotografia e la direzione artistica del video di “Democrito”.







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