Con “Bugonia” (2025) – candidato a 4 premi Oscar - Yorgos Lanthimos prosegue il suo percorso di anatomista dell’assurdo contemporaneo, realizzando uno dei film più cupi e al tempo stesso più ironici della sua filmografia.
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e liberamente ispirato al film sudcoreano “Save the Green Planet!” (2003) di Jang Joon-hwan, il lungometraggio assume la forma di una parabola fantascientifica che in realtà parla quasi esclusivamente del presente: della paranoia sociale, dell’alienazione prodotta dal capitalismo tecnologico e della progressiva dissoluzione della fiducia nella realtà condivisa.
Il risultato è un’opera che sembra oscillare continuamente tra la farsa e la tragedia, tra la satira politica e il dramma psicologico.
Lanthimos costruisce un dispositivo narrativo chiuso e quasi teatrale - una sorta di esperimento sociale in forma di thriller fantascientifico - nel quale lo spettatore è costretto a interrogarsi non tanto sulla verità degli eventi, quanto sulla fragilità dell’idea stessa di umanità.
Lo stile registico di Lanthimos è ormai riconoscibile come uno dei più peculiari del cinema contemporaneo e in “Bugonia” si manifesta attraverso una messa in scena ancora più controllata, chirurgica, dove ogni gesto appare programmato, quasi come se i personaggi fossero cavie di un esperimento comportamentale.
I dialoghi sono pronunciati con una freddezza quasi clinica, i tempi comici nascono dalla rigidità dei personaggi e dalla loro incapacità di comprendere pienamente le conseguenze delle proprie azioni.
Questa distanza emotiva produce un effetto straniante che ricorda il teatro dell’assurdo o il cinema europeo più radicale ma Lanthimos non è interessato alla verosimiglianza psicologica tradizionale perché i suoi personaggi esistono piuttosto come vettori di idee e tensioni sociali: il complottista paranoico, l’élite economica impersonale, il giovane fragile in cerca di appartenenza.
In questo senso “Bugonia” si configura come un vero e proprio microcosmo allegorico.
Yorgos Mavropsaridis, storico collaboratore di Lanthimos, svolge un ruolo fondamentale nel determinare il tono del film utilizzando il montaggio per piegare la struttura narrativa ad un’alternanza di momenti di tensione quasi insostenibile ad improvvisi scarti ironici, creando un ritmo irregolare e destabilizzante.
Il tempo cinematografico è dilatato: molte scene si prolungano oltre il necessario, generando un senso di disagio che diventa parte integrante dell’esperienza.
Questo uso del tempo è tipico del cinema di Lanthimos: l’azione non procede secondo le logiche tradizionali del thriller, ma attraverso una progressiva accumulazione di situazioni paradossali per cui si ha l’impressione di trovarsi in uno spazio mentale più che fisico.
Il seminterrato in cui si svolge gran parte della vicenda diventa, quindi, una sorta di laboratorio morale dove la realtà viene messa alla prova.
L’universo visivo del film è caratterizzato da immagini dai colori freddi e da una nitidezza quasi iperrealista, che rende gli ambienti contemporaneamente concreti e inquietanti.
Lanthimos utilizza spesso inquadrature grandangolari che deformano leggermente lo spazio, accentuando la sensazione di distacco tra i personaggi e il mondo che li circonda.
Le luci artificiali e i contrasti cromatici evocano un’atmosfera sospesa tra il quotidiano e il fantascientifico.
L’effetto complessivo, pertanto, è quello di una realtà che sembra già post-umana: un mondo in cui le strutture economiche e tecnologiche appaiono più vive degli individui che le abitano.
Gli attori che compongono il prestigioso cast ci appaiono come corpi e voci dell’assurdo.
Emma Stone, nel ruolo dell’ambigua CEO Michelle Fuller, costruisce un personaggio che oscilla continuamente tra vittima e manipolatrice, tra figura umana e possibile entità extraterrestre.
La sua recitazione è volutamente controllata, quasi glaciale: ogni parola sembra calcolata, ogni sorriso appare come una strategia.
Jesse Plemons, nei panni del paranoico Teddy, realizza invece il ritratto tragico e disturbante di un uomo distrutto dal dolore e dalla frustrazione, incapace di distinguere tra giustizia e ossessione.
Plemons riesce a trasformare una figura potenzialmente caricaturale in un individuo profondamente umano.
Accanto a loro, Aidan Delbis interpreta Don con una vulnerabilità disarmante: il suo personaggio rappresenta forse l’unico frammento di empatia in un universo dominato dalla follia e dalla diffidenza.
Mai come in questa circostanza il titolo stesso del film contiene una chiave interpretativa fondamentale.
La “bugonia” è un’antica credenza secondo cui le api nascerebbero spontaneamente dai cadaveri dei buoi: un mito arcaico che parla di morte e rigenerazione.
Lanthimos utilizza questa idea come metafora della civiltà contemporanea in cui l’umanità appare come una specie che si genera dalle proprie rovine, incapace di sfuggire al ciclo di distruzione che essa stessa produce.
La fantascienza diventa così un linguaggio simbolico.
Infatti, l’ipotesi che Michelle sia un’aliena non è soltanto un espediente narrativo: rappresenta la percezione crescente che il potere economico e tecnologico sia ormai estraneo all’esperienza umana.
L’élite globale appare letteralmente “aliena” rispetto alla vita quotidiana delle persone ma, allo stesso tempo il film suggerisce una provocazione radicale: e se l’umanità stessa fosse davvero la specie invasiva?
Se la Terra avesse bisogno di essere salvata proprio dagli esseri umani?
Al di là delle provocazioni, però, per comprendere pienamente Bugonia è necessario collocare l’opera nel percorso artistico del suo autore.
Fin dagli esordi con “Dogtooth”, Lanthimos ha mostrato un interesse ossessivo per i sistemi sociali chiusi e per le regole arbitrarie che governano il comportamento umano.
In “The Lobster” questa ossessione si trasformava in una satira delle relazioni sentimentali; nel “Il sacrificio del cervo sacro” assumeva i toni di una tragedia mitologica; nei “La favorita” e “Povere creature” si manifestava attraverso una reinvenzione grottesca del passato.
“Bugonia” rappresenta probabilmente una sintesi di queste traiettorie perché da un lato riprende il minimalismo claustrofobico dei primi lavori del regista greco, dall’altro conserva la dimensione visionaria dei film più recenti.
La differenza principale sta nel tono: qui Lanthimos sembra abbandonare ogni residuo di ottimismo: se “Povere creature” celebrava la possibilità di una nuova forma di libertà umana, “Bugonia” suggerisce invece che il problema dell’umanità potrebbe essere proprio l’umanità stessa.
“Bugonia” è un film disturbante, provocatorio e profondamente coerente con la poetica di Yorgos Lanthimos.
Attraverso la lente deformante della fantascienza, il regista costruisce una riflessione amara sul presente: un mondo dominato da paranoia, disuguaglianza e sfiducia nella verità.
Come spesso accade nel suo cinema, la risata e l’orrore convivono nello stesso gesto: lo spettatore ride, ma subito dopo si accorge che quella risata riguarda la sua stessa persona.
Ed è forse proprio questa la forza del film: ricordarci che l’alieno potrebbe non essere altrove, ma semplicemente dentro di noi.
“Bugonia”: strumento distopico di analisi sociale
In una prospettiva cinematografica coerente è utile collocare “Bugonia” di Yorgos Lanthimos all’interno di una tradizione ben precisa: quella della fantascienza distopica e apocalittica che utilizza il futuro (o un presente deformato) come strumento di diagnosi del presente storico.
Nel corso degli ultimi decenni numerosi film hanno immaginato mondi estremi - società collassate, regimi tecnologici totalizzanti, civiltà al tramonto - nei quali la crisi dell’umanità diventa il vero oggetto dell’indagine.
Pur non appartenendo alla fantascienza spettacolare più tradizionale, “Bugonia” dialoga idealmente con questi illustri predecessori, utilizzando l’ipotesi dell’alieno e la paranoia complottista per interrogarsi su una questione radicale, ovvero se l’umanità sia ancora in grado di riconoscere sé stessa.
Uno degli esempi più significativi di cinema distopico o apocalittico con cui l’opera di Lanthimos può essere messa in relazione è inevitabilmente “Blade Runner” (1982) di Ridley Scott, film che ha ridefinito l’immaginario della fantascienza contemporanea.
Nel mondo piovoso e iper-urbanizzato di Los Angeles del 2019, gli esseri umani convivono con replicanti biologici quasi indistinguibili dalle persone reali.
La domanda che attraversa l’intero film - che cosa significa essere umani? - trova una risonanza sorprendente anche in “Bugonia”.
Se nel film di Scott, però, il confine tra uomo e macchina è incerto, nell’opera di Lanthimos il confine tra umano e alieno diventa soprattutto una questione psicologica e politica.
La CEO interpretata da Emma Stone non è soltanto sospettata di essere un’entità extraterrestre: la sua presunta “alterità” rappresenta l’idea che il potere economico globale sia ormai diventato incomprensibile e distante quanto una civiltà aliena.
La differenza principale, tuttavia, risiede nel tono: “Blade Runner” costruisce un universo malinconico e romantico, mentre “Bugonia” adotta una prospettiva grottesca e satirica, in cui l’assurdità delle relazioni sociali diventa parte integrante della distopia.
Un altro confronto particolarmente interessante potrebbe essere con “I figli degli uomini” (Children of Men, 2006) di Alfonso Cuarón.
Nel film di Cuarón il mondo è precipitato in una crisi irreversibile: l’umanità è diventata sterile e la società è scivolata in un regime autoritario dominato dalla paura e dalla xenofobia.
Il futuro distopico rappresentato nel film non è tanto tecnologico quanto politico e morale.
La stessa logica è presente in “Bugonia” perché Lanthimos non immagina una civiltà devastata da guerre o catastrofi naturali: il collasso nasce piuttosto dalla perdita di fiducia nella realtà condivisa.
Se in “Children of Men” la speranza è incarnata dalla nascita di un bambino, nel film di Lanthimos non esiste alcuna promessa di redenzione.
La paranoia complottista del protagonista interpretato da Jesse Plemons riflette un mondo in cui la verità è diventata inafferrabile per cui “Bugonia” ci appare quasi come una versione post-internettiana della distopia politica raccontata da Cuarón.
Il rapporto tra tecnologia e alienazione trova una delle sue espressioni più radicali in The Matrix (1999) delle sorelle Wachowski.
In quel film l’umanità vive inconsapevolmente all’interno di una simulazione creata dalle macchine che hanno conquistato il pianeta.
La realtà percepita è dunque una costruzione artificiale.
Anche “Bugonia” lavora su una frattura simile: la percezione del mondo è costantemente messa in dubbio.
La differenza, tuttavia, è significativa in quanto, se nel film delle sorelle Wachowski esiste una verità oggettiva da scoprire - il mondo reale oltre la simulazione - nel cinema di Lanthimos, invece, la verità rimane irraggiungibile o forse irrilevante.
La domanda non è più “la realtà è vera?” ma piuttosto “chi ha il potere di definire ciò che è reale?”.
La dimensione paranoica di “Bugonia” richiama anche “L’esercito delle 12 scimmie” (12 Monkeys, 1995) di Terry Gilliam.
Nel film di Gilliam un virus ha distrutto gran parte dell’umanità e i sopravvissuti vivono sottoterra mentre tentano di cambiare il passato attraverso viaggi nel tempo.
Il protagonista è perseguitato dal dubbio: le sue visioni sono ricordi reali o semplici allucinazioni?
Come spesso accade nel cinema paranoico, lo spettatore non può stabilire con certezza se il protagonista sia un visionario lucido o un uomo completamente perduto nella propria ossessione.
Tuttavia Lanthimos porta questo meccanismo a un livello ancora più radicale: nel suo film la paranoia non appartiene soltanto al protagonista ma sembra contaminare l’intero sistema sociale.
Una diversa declinazione della distopia si trova in “Mad Max: Fury Road” (2015) di George Miller, uno dei più potenti film apocalittici del cinema contemporaneo.
Nel deserto post-nucleare immaginato da Miller, la civiltà è collassata e la sopravvivenza dipende dalla violenza e dal controllo delle risorse.
La società è dunque ridotta a una struttura tribale dominata da signori della guerra.
Se Mad Max rappresenta la distruzione fisica del mondo, “Bugonia” suggerisce qualcosa di altrettanto inquietante: la civiltà continua a funzionare in modo apparentemente normale ma ha già perso la propria umanità.
In altre parole, il film di Lanthimos ci propone un’apocalisse invisibile, che si manifesta non nelle rovine materiali ma nella disintegrazione della fiducia e dell’empatia.
Mettendo a confronto queste opere – la cui scelta dipende arbitrariamente da chi vi scrive senza nessuna pretesa di assolutezza, molti altri avrebbero potuto essere paragonati - emerge una caratteristica fondamentale di “Bugonia”: il film appartiene a una forma di fantascienza più allegorica che spettacolare.
A differenza delle grandi narrazioni distopiche basate su universi futuristici complessi, Lanthimos costruisce una distopia quasi minimalista.
Gran parte della vicenda si svolge in uno spazio ristretto - il seminterrato - che diventa una sorta di microcosmo della crisi globale.
Questa strategia ricorda il modo in cui il regista aveva già trasformato spazi chiusi in laboratori sociali (“Dogtooth” e “The Lobster”).
Il dialogo tra “Bugonia” e il cinema distopico degli ultimi decenni rivela quanto il film di Lanthimos sia, in realtà, profondamente radicato nella tradizione della fantascienza politica.
Come “Blade Runner” ha interrogato la natura dell’umanità nell’era della biotecnologia, come “I figli degli uomini” ha riflettuto sul collasso delle istituzioni democratiche e come “The Matrix” ha messo in discussione la realtà percepita, anche “Bugonia” utilizza il linguaggio della fantascienza per formulare una domanda inquietante, non più soltanto su cosa diventerà il mondo ma se il mondo in cui viviamo non sia già, in fondo, una forma di distopia.
NICOLA PICE





