sabato 7 febbraio 2026

CLARA MORONI - "GRAZIE", IL PRIMO SINGOLO DAL NUOVO ALBUM - INTERVISTA E RECENSIONE A CURA DI LUCA STRA


Nata punk, innamorata della vita, della musica e grata a sé stessa per essere chi è. Questa è solo una delle tante sfaccettature di Clara Moroni, storica corista di Vasco Rossi, ma anche molto di più. Leggendone la biografia è infatti impressionante constatare come la sua strada abbia incrociato quella di numerosissimi artisti di fama mondiale, basti citare, tra gli altri, Yungwie Malmsteen, Prince, Steve Wonder, James Taylor. Ora a questo punto della carriera per lei è giunto il momento di mettersi davanti allo specchio, abbracciarsi e ringraziare prima di tutto sé stessa per tutto ciò che è. Il suo nuovo singolo “Grazie” ha in realtà molte chiavi di lettura. E’ da un lato un grazie ad un personaggio perfetto, idealizzato, probabilmente “mai esistito” come recita il testo in chiusura. D’altro canto, come l’artista ha spiegato nell’intervista che ci ha concesso, è appunto un grazie a sé stessa per essersi nutrita, dissetata, per tutto quello che ha ricevuto. Dal punto di vista sonoro il brano è un rock vibrante che fa perno sulla voce accompagnata da chitarra, basso e batteria, senza fronzoli, diretto, dotato di un ritornello con un ottimo hook. Clara è potente, graffiante, a tratti dà quasi l’impressione di ruggire su strofe molto personali e sentite. La produzione di Fabrizio Simoncioni ha cucito la stoffa preziosa del pezzo senza ricamarci sopra, ma confezionando il brano come un abito su misura della sua autrice, perché è Clara che ha saputo prendere la mira e scagliare la sua freccia dritta al centro del bersaglio. Con lei hanno suonato importanti musicisti come Giacomo Castellano alla chitarra (Celentano, Irene Grandi, Gianna Nannini, Elisa), Dado Neri (Celentano, Litfiba, Ornella Vanoni) al basso in alcuni brani, Eugenio Mori (Franco Battiato, Biagio Antonacci, Gianluca Grignani) alla batteria in un brano e un altro batterista che potremmo definire misterioso negli altri pezzi, dato che l’artista ha mantenuto il totale riserbo sulla sua identità. Aspettiamo ora con grande curiosità l’album per esplorare tutte le sfumature sonore di un’anima che trabocca musica e, attraverso di essa, sa arrivare al cuore delle persone.
Abbiamo avuto l’opportunità di poter conversare con Clara Moroni e mettere a fuoco sia i significati di “Grazie” che alcuni tratti della sua personalità.



- Nel tuo singolo “Grazie” mi sembra di percepire una certa ambivalenza. Il grazie della canzone è realmente tale come sembrerebbe dalle strofe, oppure dando ascolto al testo nei ritornelli è più l’urgenza di aprire gli occhi su una relazione con dei non detti che fanno stare male fisicamente?
- Una domandona. In realtà è un grazie che intendo dare a un personaggio idilliaco, che penso faccia parte della mia vita, a un personaggio perfetto nel suo modo di amare, di dare. Non necessariamente un uomo o una donna. E’un’entità che dà. Man mano che si sviluppa il testo emerge una condizione di dolore psicologico che diviene anche fisico. E’come se fosse un flash di qualcosa che in realtà non è come sembra. Come Matrix una parte si vede e una parte nascosta dietro non è bella come quella visibile. Tutto si svela nell’ultimo verso “grazie se fossi mai esistito”. Quindi io dico grazie a una persona che non esiste, un’idealizzazione, però allo stesso tempo la persona esiste in quanto in realtà sono io che dico grazie a me stessa per esser stata tutto quello che racconto nel pezzo. Sono io a nutrire, amare, capire. 
- Nella vita quotidiana la parola “grazie” è un automatismo, un po’ come dire “come va” quando si incontra una persona conosciuta. Dire grazie con convinzione, sincerità di solito porta l’altro a sorridere e ricambiare in modo un po’ più autentico. Secondo te “grazie” è la parola da cui dobbiamo ripartire per ricostruire questo mondo alla deriva?
- Sarebbe già un’ottima cosa, perché noi viviamo senza renderci conto che l’umanità stessa dovrebbe dire grazie tutti i giorni a questo pianeta che ci permette di continuare a vivere. Dovremmo dire grazie a tutti gli esseri viventi che ci consentono di avere ancora un ambiente, grazie ai miliardi di animali che vengono trucidati per farci vivere mangiando, anche se io sono vegana e quindi non ho bisogno che nessuno venga ucciso per me. Noi dovremmo dire grazie a Madre Natura. Dirsi grazie tra di noi non so più nemmeno se sia tanto utile. 
- Hai lavorato al tuo nuovo album con il grande produttore Fabrizio Simoncioni. Sei entrata in studio già con le idee chiare sulla direzione da prendere o confrontandoti con lui ti ha fatto cambiare idea sui pezzi, avete riscritto delle parti?
- Sono arrivata in studio da lui che avevo già fatto la preproduzione da me e avevo le idee molto chiare. Quello che dimostra che lui è un grande produttore è che ha saputo produrre realmente me e non essere lui l’artista. Questo perché avendo lavorato con vari produttori spesso e volentieri c’è sempre questo inconveniente per cui l’artista, il compositore non è rispettato, magari semplicemente per motivazioni di carattere commerciale. Fabrizio invece mi ha capita perfettamente ed è stato un amplificatore mettendomi nelle condizioni ottimali per portarmi a raggiungere il mio obiettivo. Abbiamo lavorato in perfetta armonia, sia dal punto di vista intellettuale che musicale. Penso che sia stata l’esperienza in studio più bella che io abbia avuto in vita mia. 
- Musicalmente possiamo aspettarci un grande album alla vecchia maniera, cioè voce-chitarra- basso-batteria e tastiere, quindi un lavoro compatto, granitico?
- Quello che ho fatto e che Simoncioni ha capito è che volevo fare un album come piace a me, che mi rispecchiasse e che non segue nessun parametro commerciale. Quindi è un album rock con venature molto dure, anche metal e una giusta commistione di elettronica e industrial, però sempre all’insegna di grandi batterie, grandi chitarre e testi con un vero significato. 
- Leggendo la tua bio salta all’occhio come tu non sia mai stata ferma un solo minuto. Il tuo credo è, per parafrasare qualcuno “andare al massimo” sempre?
- No, in realtà sono una persona molto pigra, devo essere snidata. All’inizio ho sempre dei moti di resistenza, ma quando intraprendo dei progetti cambio e mi trasformo in una sorta di stacanovista, molto perfezionista dedicando anima, corpo, cuore, tutto di me. Diversamente potrei anche stare a casa sul divano a guardare film dalla mattina alla sera.
- Sempre leggendo la tua bio mi viene da chiederti: come convivono in te le due anime dance e rock?
- A me piace tutta la musica. Poi il primo genere musicale che mi ha colpito è stato il punk. Quando il tuo battesimo musicale è punk si rimane tali per sempre, dentro. Però, ripeto, essendo amante della musica in generale mi sono evoluta, sono curiosa, ho avuto dei periodi completamente opposti a quello che si potrebbe pensare, mi piacciono tantissimo il jazz, il funky. Inoltre sono stata molto all’estero e sono riuscita ad entrare in contatto con realtà musicali, sfumature che in Italia non abbiamo neanche. E’tutta musica, si può creare una canzone più cantautorale, anche se il mio è un cantautorato rock, ma si può anche godere a fare un pezzo dance con un bel ritmo, un bel testo cantato bene, con begli accordi. Sono eclettica per cui fare sempre le stesse cose mi annoia a morte. Inoltre c’è da dire che la costruzione armonica dei pezzi dance deriva molto dal rock, è molto simile. 
- Hai inciso due album come “Clara & The Black Cars”. Come cambia il tuo approccio alla musica tra il far parte di una band o essere solista?
- Avendo cominciato con il punk e avendo provato un amore sconfinato per Siouxsie And The Banshees il mio sogno sarebbe stato quello di essere sempre parte di una band o comunque di avere con me delle persone con cui essere come una band. Però è successo per quei due album e poi la vita mi ha portato a fare altre scelte e non mi ha più permesso di avere con me una band. Io però sono un po’ come Vasco e come è sempre stato Springsteen: a chi piace fare musica piace avere una band. Il solista per me è più concentrato sul proprio personaggio, mentre per me quello che conta portare avanti è la musica. 
- A proposito di Vasco ti vorrei chiedere cosa hai provato quando sei salita la prima volta dalla scaletta del backstage fino al palco di uno stadio tutto esaurito accanto a una rockstar di quella grandezza. Ci puoi raccontare un po’ quel giorno della tua vita?
- Il mio battesimo dal vivo è stato San Siro nel 1996, perché ho cominciato a lavorare con lui ai suoi dischi, nel 1992 con “Gli spari sopra” e poi nel ’95 con “Nessun pericolo per te”. Avendo collaborato a quei due dischi, specialmente “Gli spari sopra”, in un periodo di grandi rock ballad alla Aerosmith, alla Bon Jovi, il produttore Guido Elmi mi aveva chiamato per creare quel tipo di texture vocale sull’album, solo che però poi occorreva replicarla dal vivo. Nel 1996 c’è stata una sorta di pacificazione che ha portato Vasco a rivedere le scelte sulle persone intorno a lui, è tornato Massimo Riva e allora, visto che la band aveva avuto degli sconvolgimenti, mi ha chiesto se volevo unirmi per riprodurre le voci che sono incise sull'album. E’stato un evento che mi ha preso alla sprovvista, in senso positivo. Ero consapevole di perdere il mio ruolo di solista e di diventare una sorta di comprimaria rispetto a Vasco. Però ribadisco che a me non interessa tanto mettere davanti me stessa a scapito di tutto e quindi perché negarmi un’esperienza del genere solo per una questione di ego? Per cui ho acconsentito. La prima volta a San Siro è stata una bella esperienza. Tra l’altro si erano dimenticati le scalette per cui mi sono dovuta arrampicare per raggiungere la mia postazione sul palco e ho detto “cazzo che figata!”. Quello è il mio acquario, ci sguazzo benissimo. 
- Io collaborando con Riserva Indie sono settimanalmente in contatto con piccoli e piccolissimi musicisti e band a volte anche giovanissimi, che nuotano a stento nel mare dell’underground. Tu che consiglio daresti a chi spera di fare della passione per la musica la propria vita?
- Ho un’etichetta discografica dal 1994 e ho sempre vissuto di musica, ho guadagnato grazie alla musica, ma quando ho iniziato era un altro momento. Oggi, per assurdo, ci sono più possibilità di un tempo, però il mercato è diventato enorme, escono ogni giorno centinaia di proposte musicali su qualsiasi piattaforma. Ciò significa che se un giorno i fattori per avere successo erano di meno, bastavano talento e dedizione, oggi non è nemmeno più chiaro chi abbia talento. Molti si nascondono dietro l’autotune, l’intelligenza artificiale e il talento è diventato quasi un accessorio. Tutti guardano innanzitutto ai numeri. Il rapporto si è completamente ribaltato, cioè una volta la casa discografica, o il talent scout o il manager intuiva qualcosa nel personaggio, nella band sconosciuta e la portava alla fama. Oggi invece le case discografiche sono più che altro delle società di servizi. Tu devi portare i numeri e se li hai allora magari ti offrono il servizio. E’lo stesso meccanismo dei locali, tu suoni se porti la gente. Una volta era l’opposto. Io come artista suono perché al locale interessa che ci siano i musicisti, poi magari le prime volte non c’è pubblico, ma concerto dopo concerto il pubblico cresce. Date le condizioni di oggi quel che posso dire è che bisogna focalizzarsi sull’essere estremi, proporre qualcosa che la maggioranza degli altri non fa. Bisogna riuscire a colpire le persone, tenendo conto che c’è un’offerta musicale spropositata. Occorre, oltre a trovare posti in cui suonare, fare canzoni non per vendere. Secondo me il mainstream ha le ore contate perché si è appiattito su formule, omologato e percepisco che c’è un ritorno a voler sentire cose particolari e nuove. Per vivere di musica all’inizio occorre lavorare quindi molto sugli aspetti di cui ho parlato. Enfatizzare qualsiasi aspetto peculiare che possa avere una formazione o un artista e, lavorandoci sopra, arrivare a colpire. La piazza purtroppo è gremita. 
- Ultima domanda. Sai già quando uscirà il tuo album e come si intitolerà?
- Non so né l’uno né l’altro. Adesso c’è Sanremo che catalizza l’attenzione, io lo chiamerei “Sanremo Lockdown” e sembra che tutto si debba fermare, che non si possa fare musica al di fuori del Festival, una cosa che ritengo assurda. Anzi penso che sarebbe bello che la gente uscisse ancora di più durante Sanremo, ma in Italia questa è una mentalità ancora radicata. Non ho ancora deciso se uscire con un secondo singolo o subito con l’intero album. Sul titolo dell’album ho seri problemi perché ho troppi titoli e non riesco a decidere. 
- Potresti usarli tutti magari mettendo la virgola tra uno e l’altro. 
- Tu scherzi ma io ci ho pensato veramente. Fare una copertina con tutti i titoli, i concetti con le virgole come se fossero scritte su un quaderno di scuola a quadretti o a righe. Oppure farlo uscire senza titolo, in modo che ognuno si scelga il suo.
- Potrebbe essere interessante. Un “White Album” o un “Black Album”. La cosa ha portato bene sia ai Beatles che ai Metallica.
- Vero, se faccio la copertina nera con le scritte bianche potrebbe essere un Black Album. Oppure sto pensando che potrei farlo un po’ bianco e un po’ nero magari per i collezionisti che li potrebbero comprare entrambi (ndr ride). 


Insomma Clara Moroni sta andando al massimo ed è pronta a svelare la sua nuova creatura con la grinta e la schiettezza che l’hanno sempre contraddistinta. Vasco l’ha definita la “Ferrari del rock” e come la famosa Rossa di Maranello, sa avere quella marcia in più che la rende iconica.

mercoledì 4 febbraio 2026

SICK TAMBURO - DEMENTIA - RECENSIONE A CURA DI SILVIA E IL 9 FEBBRAIO INTERVISTA A RISERVA INDIE SU CONTATTO RADIO POPOLARE NETWORK


Attivi dal 2007, i Sick Tamburo corrono ancora e lo fanno con "Dementia", il loro ottavo album uscito il 16 gennaio. Recitano smarrimento globale con frasi brevi, tagliate di netto come loro solito. Scandiscono il disagio di condizioni mentali di stallo e perdita ma sempre e comunque con una prospettiva alla luce.. Quasi a esorcizzare, con dei "mantra" ritornello, una parte oscura da cui si fugge ma che serve per essere trasformati puntualmente dal tempo. Un tempo dato da una batteria che già dalla prima traccia, "Mi gira sempre la testa", a tratti si assenta, lasciando spazio alle corde e subito dopo ritorna a colpire. Inconfondibilmente la band ci riporta in questo spazio di attesa che causa un desiderio di sfogo impaziente a cui dà voce un insieme musicale quasi orchestrale come in "Mexican", da fuga! Il contrabbasso di Giovanni "Joe" Ludovisi in "Ho perso i sogni" ci ricorda anche la dimensione orribile e senza speranza della guerra, qualsiasi tipo di guerra che possa cancellare i nostri sogni. Tuttavia, penso che anche qui la musica doni un barlume di rinascita, soprattutto quando il riff intona quella caratteristica musichetta tintinnante e spensierata che sovrasta tutto il resto. Dimensioni di confessione delle proprie inettitudini e chiusure di "Non c'è pace" e ci ribaltiamo nelle esplosioni tradizionali con "Fuori", un elenco di situazioni portate all estremo e che si celano nella vita di tutti. Ed è in "Immagina se" che Gian Maria Accusani entra nel vivo del tema centrale di tutto l'album: la demenza come perdita di sé stessi, della propria identità, sia dal punto di vista di degenerazione di una malattia che da quello di condizione mentale ed emotiva in cui non ci si ritrova più, ma ci si deve stare, in questo continuo altalenare tra dolore, incapacità e volontà di stare bene come si può. E viene naturale, dopo un po', cercare di chiudere "quella porta", quella dei pensieri intrusivi e ripetitivi, osservando bene, cercando e cantando un centro dentro ognuno di noi, dove risplende un sole infinito. Quell'impulso alla vita e a lottare per la libertà e che fa sanguinare sia quando si ha una demenza sia quando si vuole uscire da momenti di inermità personale e relazionale. Si fa fatica, non è senza insidie... ma è ciò che ci rimane.. E Dementia ce lo ricorda!

Lunedì 9 Febbraio dalle 21 a Riserva Indie intervista ai Sick Tamburo a cura di Iris Controluce. Ascoltala su 89,80 Fm e in streaming su www.contattoradio.it  

domenica 1 febbraio 2026

problemidifase - TUTTO QUELLO DI CUI AVEVAMO BISOGNO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


problemidifase è come una nave. Ad ogni porto salgono e scendono musicisti lasciando la propria firma sul diario di bordo. Un diario di bordo che diventa quindi collettivo, frutto di un gruppo di postadolescenti in rotta sulla nave della loro musica verso l’età adulta, tra le onde altissime di mille sentimenti contrastanti, le inevitabili tempeste emotive e il vento dell’amore che scalda la pelle. Questo diario di bordo ha ora assunto una forma compiuta ed è rappresentato dal nuovo album dei problemidifase “Tutto quello di cui avevamo bisogno”. I brani che lo compongono infatti sono stati scritti nell’arco di oltre cinque anni e riflettono la crescita degli autori sia umana che come musicisti. 
La band, che si definisce in realtà collettivo in quanto ad assetto variabile, comprende nella formazione che porta il disco in tour, Samuele Zenti come Voce principale, Basso elettrico, Synth Bass e Chitarra classica, Jacopo Secondo alla Chitarra Elettrica, Basso Elettrico, Synth Bass, Federico Gozzi alla Tastiera, Synth, Vocoder, Chitarra elettrica, Riccardo Scaioli al Sax e Gianmaria Pace - Batteria acustica e Drum Pad. Alla produzione dell’album in studio hanno lavorato anche Daniele Padovani - Batteria acustica, Leonardo Castellani - Basso elettrico, Chitarra elettrica, Synth, Mandolino e Cristian Volpato - Produzione, Mastering. Tra i 9 pezzi che compongono il lavoro spicca il primo brano in scaletta, “Controfase”, che si apre su una base elettronica guidata dall’elemento percussivo per poi deflagrare in un rock muscolare che vede la partecipazione di Giangy dei B—LÄIMM, altra band emergente della scena veronese. Il successivo “Le ore” è un cambio netto nello stile di scrittura svelando il lato più cantautorale dei problemidifase, un pezzo che vorrebbe ignorare l’incalzare delle ore per “stare nel momento”. “Cdlp”, ovvero “Chiuditi dietro la porta”, con il featuring del chill trapper gentile Zaib, nasconde sotto ritmi quasi sudamericani una storia di grave depressione. “Sogno.pdf”, titolo che gioca con il nome del gruppo e il file da computer immodificabile più usato al mondo è una danza ora in punta di piedi ora vorticosa in cui il suono del sax si insinua sinuoso. Ultimo tra i pezzi migliori del lotto “Altrove”, il primo brano scritto dal gruppo con il featuring del cantautore Laurino che ne è coautore, una riflessione pop sui non detti in una coppia. 
Abbiamo intervistato Jacopo e Federico dei problemidifase per capire meglio la genesi del disco e il perché delle loro scelte artistiche.


- I problemi di fase sono una caratteristica tipica degli errori di registrazione o di mixaggio in genere. Perché avete scelto proprio questa definizione come nome?
JACOPO – E’ un nome che è nato un po’ dal caso, dal chitarrista degli Inaria, una band veronese, in risposta ad una demo che avevo mandato che aveva dei problemi di fase nel mix. A me è sempre piaciuto tanto questo concetto dei problemi di fase, delle onde, tra l’altro è un tema che ritorna nel primo pezzo dell’album che è “Controfase”, ovvero le fasi opposte al punto da annullarsi. E’un elemento ricorrente nei testi delle canzoni che si associa al grande tema di uscire dall’adolescenza. Eravamo post adolescenti quando nacque il progetto. Un problema essenzialmente fisico, meccanico, diventa qualcosa di più emotivo. 
- Un tema di fondo dell’album è il tempo, che ritorna in molte canzoni sotto varie vesti. Misuriamo tante cose in base al tempo. Che rapporto avete voi con il tempo come dimensione?
JACOPO – Ora questo rapporto è migliorato, però il cambiamento, la crescita legati al tempo sono cose che non puoi controllare. Io ho questo rapporto con il tempo come entità monodirezionale che mi ha terrorizzato a lungo ed è poi è il tema del brano “Le ore”, il non riuscire a godersi niente perché sai che il tempo sta passando. Ovviamente sono cose che affronti grazie alla musica, che è una sorta di terapia. Il brano “Le ore” mi ha molto aiutato a sublimare certe sensazioni. Il concetto di tempo e crescita fa parte dello sviluppo delle nostre emozioni. Il tempo può essere quello che ti fa rivedere la stessa relazione con la stessa persona a distanza di un anno e poi di più anni. Sto pensando a “Controfase”, il cui testo è stato scritto in due momenti diversi a distanza di anni dalla chiusura di una relazione, non mia ma di Sam, ma il concetto è quello. Una fase parla di riguardarsi indietro e realizzare che certi comportamenti autodistruttivi e non sani sono grazie al cielo alle tue spalle e stai continuando a crescere e poi, all’improvviso, crescere non fa più così paura. Il tempo comunque è stato anche nostro amico, l’album ha avuto una gestazione di circa cinque anni, cioè la scrittura dei pezzi va dal 2018 a “Le ore” che è stata scritta nel 2024. 
- Un altro tema portante dell’album è la nostalgia, come assenza della persona amata. Scriverci canzoni può servire ad alleviarla? 
FEDERICO – Ma forse questa domanda si dovrebbe fare di più a Sam, ma se parlo di me personalmente direi di sì. E’un po’ come scrivere una lettera in cui condensi tutto quello che stai provando in quel momento, in questo modo lo cristallizzi ma ti serve anche per superare quella fase e, al tempo stesso, quando poi la rileggi ci ritorni e ti riporta un po’ a quelle sensazioni, a quei ricordi, quindi la risposta è sì. Scrivere ha quell’utilità. 
- JACOPO – Concordo è una gigantesca forma di terapia. 
- In “Controfase” c’è questa batteria in primo piano che mi ha ricordato un po’ “Barrel of a gun”. Poi a metà brano vira su un muro del suono rock per poi tornare alla pace. Come convivete con le diverse anime della vostra musica?
JACOPO – Ci conviviamo bene, la scrittura di questo album, la maggior parte di quello che abbiamo pubblicato è un lavoro corale quindi ci sono tante influenze, ognuno porta le proprie a livello di testi, ma anche di scrittura, di accordi, di produzione. “Controfase” è un Frankenstein bellissimo perché l’aveva scritta Sam con gli accordi in minore, poi li ho girati in maggiore un po’ jazzati, quindi è arrivato Leonardo che non è della formazione attuale ma è stato bassista per tre anni con noi che ha rigirato gli accordi completamente jazzati al pianoforte. All’epoca della canzone c’era solo la prima parte. Poi mesi dopo l’ha riarrangiata con il basso synth cattivissimo, la batteria che era un sample rallentato e stretchato per riempiere la base e a partire da lì ci abbiamo messo questa esplosione metal. Quindi ci conviviamo bene, abbiamo avuto per un sacco di tempo l’ansia di dire “non c’è una quadratura perfetta tra i pezzi”, si sente che lo stile è eterogeneo e ci sono tante influenze, dobbiamo fare gli EP uno per stile, poi ci siamo detti “ma questi siamo noi, è il nostro modo di scrivere, di mettere insieme gli elementi e far avere una identità che nasce prima ancora che dalla musica e dallo stile, dalla varietà di stili, dai temi che affrontiamo, da quello che ci piace scrivere”. Ci sono almeno tre penne diverse nell’album.
- Infatti diciamo che la vostra cifra stilistica è la varietà degli stili. La coesione paradossalmente la trovate nella non coesione. 
JACOPO – Sì a un certo punto ne abbiamo fatto un tratto.
FEDERICO – Per questo disco sicuramente. Poi live tendiamo a portare tutti i pezzi in maniera più rock, nel senso che sono tutti suonati con strumenti reali, abbiamo le basi però l’impronta è quella di una band che suona. Jacopo ed io venivamo da una band alternative rock, grunge, Sam ha avuto anche lui i suoi trascorsi in band di varie estrazioni. Per questo la resa live è quella di un gruppo che suona gli strumenti. Quindi anche i pezzi che su disco possono essere distanti dal punto di vista sonoro gli uni dagli altri, live convergono in un suono più omogeneo.
- Parlate di voi come band, ma facendo ricerche su di voi ho visto che venite definiti anche come collettivo, che non è esattamente la stessa cosa, il collettivo è uno spazio più fluido.
FEDERICO – Sì perché diciamo che il progetto nasce principalmente dalla mente di Samuele, che è cantante e principale autore dei testi, fino al 2023 tutto il materiale che era uscito era opera sua. Poi con l’inserimento nostro abbiamo dato il nostro contributo, ma tutto veniva da lui, inizialmente eravamo non dico la band spalla, ma il progetto ruotava attorno a lui. Poi ci piace considerarci un collettivo perché i musicisti variano, ci piace coinvolgere vari tipi di coriste, abbiamo vari featuring nel disco, abbiamo avuto vari cambi di formazione che non sono però diciamo definitivi, nel senso che per esempio Leonardo è andato via per studiare, ma ci piacerebbe che in futuro ritornasse. Ora come ora non c’è una band di cui dire “questa è e questa deve essere”, non siamo vincolati all’idea di band come noi singoli, ma problemidifase è un progetto con le sue varie menti che poi si incanala in chi esegue i pezzi e chi è a disposizione. Se ne avessimo le possibilità non dico che chiameremmo dieci musicisti a live, ma ci piacerebbe anche farlo.
JACOPO- Aggiungo che intanto saremo l’incubo di tutti i fonici più di quanto non lo siamo adesso. Comunque abbiamo come la sensazione che una volta che sei membro dei problemidifase lo sei per sempre. C’è un gruppo Telegram che è nato post pandemia e man mano che la gente usciva dalla formazione dal vivo non usciva dal gruppo. Collettivo è anche questa cosa. 
- Parliamo di “Sogno.pdf”. La spiegazione più ovvia è che sia una canzone sulla nostalgia di una persona amata. Ma è veramente così? pdf è ovviamente l’acronimo di problemidifase, ma potrebbe essere anche un riferimento al tipo di file immodificabile più famoso del mondo. Qual è tra queste la vostra interpretazione? 
JACOPO – La risposta è abbiamo questo acronimo pdf su cui ci piace giocare. Questo brano non so per quale motivo ma già dalle prime demo era “Sogno.pdf”. Nella mia testa è l’immagine di un sogno, oltre al fatto che pdf è un gioco. E’bello che anche questa cosa arrivi a chi ascolta. A me dà proprio l’idea di un’immagine. La canzone l’ha scritta Leonardo e ti confermo che parla della nostalgia della persona amata. In realtà non ho mai capito se fa riferimento a una persona che non c’è più o una persona con cui stavi e con la quale il rapporto è finito. E’ soggetta a interpretazione. 
- “Cdlp”. Chiedervi di nuovo per cosa sta diventa ripetitivo, ma dai ditemelo lo stesso.
JACOPO – “Chiuditi dietro la porta”. 
- Okay. L’atmosfera musicale è leggera, il testo in realtà per come lo percepisco io e qui entra in gioco la soggettività, non è il ritratto di qualcuno che si culla nell’ozio, ma sembra di più, in base a come è scritto, il ritratto della depressione. 
JACOPO – Sì confermo l’intento del testo è quello di rappresentare una manifestazione depressiva contestualizzata rispetto al dove si trova la persona che sta passando quel momento. Un pezzo scritto con l’intento di “buttare fuori” o forse di “buttare dentro” le sensazioni. L’atmosfera un po’ brasiliana fa da contrasto. 
- “Altrove”. Il pezzo descrive la fine di una storia per colpa dei non detti? 
JACOPO – Questo è il pezzo più vecchio dei problemidifase presente nell’album. E’quello che non si dicono due persone che non hanno più niente da dirsi, la fine di una relazione in cui non c’è più nulla da dare e da dire. 
- Parliamo del ruolo dei fiati nei vostri pezzi. In “Altrove” e “Nuvole/Cenere” regalano un’atmosfera notturna, sospesa, quasi di passaggio. Possiamo dire che, anche per come lo avete descritto voi, questo album segni la transizione dall’adolescenza all’età adulta? 
- FEDERICO – Beh sicuramente nel senso che le canzoni sono varie fasi, partono dalla post adolescenza per poi scontrarsi con la vita adulta, le responsabilità, il lavoro, la routine, anche a livello relazionale, una relazione nata a livello adolescenziale si sviluppa in una relazione più seria, impegnativa, quindi sicuramente sì il disco nel suo evolversi rispecchia questo concetto. Ed è stato favorito anche dalla durata della gestazione dell’album, per cui ci sono pezzi scritti a vent’anni e pezzi scritti a trenta che rispecchiano questa transizione.
JACOPO – Il sassofono suona troppo bene per essere lasciato fuori. Quindi abbiamo la fortuna di avere Riccardo Scaioli al sassofono che ha un buon gusto. Abbiamo usato il sassofono come arma per rendere l’atmosfera del disco ancora più sognante e nostalgica.
- Avete nell’album diverse collaborazioni, con B-LÄIMM, gruppo di Verona, con Zaib che fa quella che è stata definita “chill trap” ossia una trap gentile che non eccede nel turpiloquio e il cantautore Laurino. Perché avete scelto proprio loro come featuring nel vostro disco?
JACOPO – Le collaborazioni sono nate tutte in maniera spontanea. In “Altrove” avevamo scritto il brano con Laurino, per i B-LÄIMM e Zaib ci siamo detti che ci sarebbe stata proprio bene la loro voce e così li abbiamo coinvolti. Abbiamo collaborato in base a quelli che erano i nostri gusti e bisogni e poi sono amici. Tutto è stato spontaneo abbiamo proposto i pezzi dicendo che la loro voce si sposava bene con il pezzo. Abbiamo anche un altro brano in uscita con il featuring degli Inaria di cui abbiamo parlato. Ci piace il fatto di sostenerci a vicenda. 


Fare rete, collaborare ai pezzi gli uni degli altri è quello che fa di una città una scena musicale viva e una fucina di talenti. I problemidifase l’hanno capito e il loro essere un collettivo favorisce la contaminazione tra artisti creando l’habitat ideale per sviluppare musica realmente nuova e non solo mera riproposizione di ciò che è già stato detto.
 

sabato 31 gennaio 2026

L'HARDCORE DEGLI ANNI '90 IN ITALIA - GIANGIACOMO DE STEFANO RACCONTA "DISCONNECTION" - A CURA DI MAURIZIO CASTAGNA E OLIVIERO GERVASO


E' uscito per la collana Le Tempeste di Tsunami Edizioni un libro che racconta la scena hardcore italiana degli anni '90. Ne abbiamo parlato con Giangiacomo De Stefano che con Andrea "Ics" Ferraris ha curato questo volume.


Ciao Giangiacomo e grazie per la tua disponibilità. Come è nata l'idea del libro e come hai trattato l'argomento "hardcore italiano anni '90" in “Disconnection"?
L’idea è nata circa cinque anni fa da me e Andrea Ferraris, un amico che in passato ha suonato in band importanti come Burning Defeat, Permanent Scar e One Fine Day. L’abbiamo voluto scrivere perché sulla scena hardcore anni Novanta andava fatta chiarezza e perché se una storia a cui tieni non la scrivi tu, la scrive qualcun altro in modo diverso.

La scena hardcore italiana degli anni Ottanta è stata ampiamente documentata, forse in un certo qual modo anche un po’ idealizzata, mentre un risalto di gran lunga inferiore è riservato al decennio successivo. Quale può essere stata la “colpa” della scena dei Novanta? Solo l’essere arrivata dopo l’età dell’oro?
La prima cosa da sottolineare è che si tratta di due momenti che hanno entrambi mille sfumature diverse all’interno del loro sviluppo. Parlare della scena anni Novanta come se si trattasse di un corpo unico è inesatto. Ci sono state numerose evoluzioni al suo interno e molte cose che ne hanno distinto i singoli percorsi. La scena degli anni Ottanta è stata importante e ha espresso gruppi davvero incredibili, anche qui con mille distinzioni. Sicuramente a suo favore ha giocato il riconoscimento che a suo tempo le fu dato all’estero e poi, a mio parere, il conseguente culto alimentato dalle tante pubblicazioni che in tempi recenti ne hanno raccontato la storia. C’è un libro importante che si chiama “American hardcore”, nel quale, colui che lo ha scritto, afferma che la scena hardcore americana è finita addirittura nel 1986. Ovviamente così come non è accaduto negli Stati Uniti, non è accaduto neanche in Italia. Si è conclusa una prima stagione, ma poi le cose sono andate avanti con gruppi straordinari e nuovi contenuti.

È possibile individuare qualche accadimento specifico che funge da linea di demarcazione tra le scene dei due decenni o è un mero scorrere del calendario a segnare il passaggio di consegne?
Il senso del nostro libro è proprio questo, affermare che la scena anni Novanta è interessante perché diversa da quella che l’ha preceduta e questa diversità si è espressa attraverso date simbolo e rotture. Il primo è il concerto che Negazione, Indigesti e CCM fecero nel 1987 al Casalone di Bologna. Quel momento sancì la fine simbolica della vecchia scuola. Altra data simbolo è legata al concerto che gli Youth of today tennero al Leoncavallo nel 1989 e poi, nel 1990, il concerto “It’s pounding in” all’Isola nel kantiere di Bologna, dove suonarono i principali gruppi della nuova scena italiana.


Quali possono essere state le continuità e le discontinuità della scena hardcore degli anni Novanta rispetto a quella degli Ottanta, sia a livello musicale e organizzativo nonché di attitudine?
La continuità c’è quando parli dei valori di fondo come il do it yourself e una serie di rituali e idee di base. La discontinuità è data dal fatto che nei Novanta, chi componeva la scena hardcore, parlava, pur contrapponendosi ad esso, il linguaggio di quel momento storico.

Quali erano i centri nevralgici della scena dei Novanta? Le città, gli spazi e i gruppi più rappresentativi?
La scena più attiva e innovativa gravitava attorno a due etichette: Soa e Green Records. C’era una sorta di triangolo che comprendeva Roma, Padova e Modena. Milano e Torino invece hanno parzialmente fatto storia a sé e si sono relazionate in modo diverso alla nascente scena: Torino attraverso una sorta di continuità con parte di quello che era successo negli anni Ottanta, Milano partecipando attivamente al cambiamento, ma da un certo punto di vista, almeno per un periodo, in modo quasi autosufficiente. Poi di gruppi e situazioni ce ne sono state tantissime: Aosta, Alessandria, Pavia, Genova, Vicenza, Treviso, il Friuli Venezia Giulia, e poi la costa adriatica con Ravenna e Ancona e poi qualcosa ancora anche in Campania, Sardegna, Puglia e Sicilia. La lista dei gruppi è troppo lunga. Quelli che per primi hanno segnato la rinascita, sono stati sicuramente i romani Growing Concern.


A quali aspetti della scena viene dato maggior risalto nel libro? La musica, l’attitudine, l’etica?
Penso che la cosa bella del libro sia che ci siamo concentrati sulle dinamiche che hanno fatto mutare continuamente la scena. Il libro traccia un quadro generale dell’hardcore, anche di quello degli anni Ottanta e poi si focalizza appunto su quello che è avvenuto a livello di linguaggio e argomenti prevalenti.

Lo hardcore ha sempre visto convivere in sé diverse anime anche in apparenza piuttosto distanti, dagli skinhead fino agli hare krishna. C’era nell’Italia degli anni Novanta, una frangia prominente che spiccava per consistenza e coesione nei moshpit a bordo palco? E poteva accadere che certe correnti venissero a scontrarsi tra loro?
Sicuramente lo straight edge ha caratterizzato la rinascita della scena italiana. Magari non tutti coloro che ascoltavano hardcore al tempo erano seguaci delle tre X, ma l’estetica e il suono, per gran parte di quella che è stata la nuova generazione che si è affacciata nei Novanta, faceva riferimento a questa idea. Poi le strade con il procedere del decennio si sono diversificate: da un lato la militanza vegan/straight edge, dall’altra l’avvento del cosiddetto emo, poi chi si rifaceva alla vecchia scuola e a un certo punto il ritorno a una visione più punk delle cose, disegnano una scena ahimè molto divisa.

Il mito della scena anni '80 è cresciuto anche per la forte politicizzazione dei suoi contenuti che troviamo meno negli anni '90?
Per certi versi può essere vero, ma se prendi i testi dei Negazione, a partire da un disco fondamentale come “Lo spirito continua”, oppure gli Indigesti di “Osservati dall’inganno”, segnalo testi nei quali sicuramente ci sarà stata una visione politica e attitudinale espressa in maniera criptica, ma sono fondamentalmente incentrati sulla persona e su argomenti prevalentemente esistenziali. Negli anni Novanta ci sono stati gruppi più diretti e altri meno, così come era appunto avvenuto nella fase matura della scena anni Ottanta. Certo sono emersi altri temi. Non si parlava più di possibili guerre nucleari, ma in fondo l’idea di giustizia e contrapposizione all’autorità è restata con una molteplicità di tematiche diverse.

L’epica dello hardcore anni Ottanta narra di spazi occupati, fanzine fotocopiate, autoproduzioni, autogestioni… insomma di situazioni rigorosamente all’insegna del “do it yourself”. Il retroterra nei Novanta è sostanzialmente il medesimo o vi era stato qualche cambiamento nel “funzionamento” della scena?
E’ fondamentalmente lo stesso anche se a un certo punto, dopo il 1998, alcuni gruppi si sono professionalizzati e una parte della scena hardcore, quella vicina a sonorità più metal, si è di fatto allontanata dagli spazi dell’antagonismo. Io personalmente non ho amato questa deriva.

Negli anni Novanta sono emersi altri movimenti musicali quali il rap e il rock alternativo. Esisteva qualche interazione e condivisione (o magari anche ostilità) con il mondo hardcore?
Anche in questo caso non si può fare una generalizzazione. Ci sono state personalità molto aperte e altre non in grado di andare oltre i confini del genere di appartenenza. Nel nostro libro abbiamo voluto dare risalto alle interazioni tra la scena hardcore e altri generi come il rock indipendente e appunto l’hip hop. Nonostante un presunto settarismo dell’hardcore, c’è stata grande contaminazione tra i generi e forse, anche questa è una delle ricchezze della scena che abbiamo raccontato nel libro.

Musicalmente parlando, lo hardcore italiano dei Novanta segue grossomodo l’evoluzione che il genere stava vivendo oltreoceano?
La risposta è si. La scena hardcore in quel momento si è allineata con quello che succedeva oltreoceano. Questa è una delle critiche che in questi anni è stata fatta alla scena italiana anni Novanta.

Il libro è uscito da pochi giorni e l’editore ha annunciato che la prima tiratura di 1000 copie è già andata esaurita. Innanzi tutto: complimenti vivissimi per l’exploit! Era nell’aria una risposta di questo genere o ha colto tutti di sorpresa?
Abbiamo risposto a una domanda, ma non ci aspettavamo una risposta così buona. La cosa che ti posso dire è che abbiamo rivitalizzato l’idea stessa che si ha di questo genere di musica in Italia. Se ci pensi non è poco.

Detto del notevole successo di “Disconnection”, quale può essere un identikit del lettore a cui si rivolge il testo?
La mia impressione è che si tratti di un libro scritto per una platea di lettori molto più grande di quella hardcore. Penso lo possa leggere chiunque.

Hardcore è qualcosa che va ben al di là della musica, assurgendo a stile di vita a tutto tondo. A più di vent’anni di distanza, cosa è rimasto di quell’esperienza? I protagonisti di quella scena che hanno riversato i loro ricordi nel libro, hanno mantenuto tale approccio nella vita di tutti i giorni, che magari per alcuni è ormai lontana da concerti e occupazioni?
Nonostante le persone intervistate siano tutte una diversa dall’altra, credo che ci sia qualcosa che ha unito gran parte di queste: aver vissuto qualcosa che non possiamo che definire totalizzante e unico. Penso ad esempio all’idea che si possa fare musica partendo dal basso e inventare attraverso di essa un mondo parallelo. A me è rimasto questo. Poi l’hardcore per quel che mi riguarda non è più il mio mondo e con questo libro ho voluto archiviare questa parte del mio vissuto.


Se dovessi consigliare cinque dischi che più hanno caratterizzato quel periodo cosa consiglieresti?
Ci provo anche se per essere esaustivo te ne dovrei consigliare almeno una trentina. Questi quelli che mi vengono in mente sono il 7’ degli Equality. A seguire lp dei Burning Defeat, il 10’ dei Frammenti, il secondo album dei Reprisal e poi un disco nel quale ho suonato io e cioè il 10’ degli Ageing. La lista potrebbe procedere con nomi come Think Twice, Growing Concern, Concrete, By All Means, Eversor e tanti altri.

Grazie ancora per la disponibilità Giangiacomo e prima di chiudere l'intervista vorrei ricordassi ai nostri lettori come si può acquistare "Disconnection" e interagire con te.
Sull’interagire dipende sempre dall’interlocutore e dal contesto. Sono estremante grato con chi mi cerca attraverso i social media, ma allo stesso tempo con grande onestà ti dico che non mi piace comunicare attraverso qualche thread. E’ una deformazione che viene dal mio mestiere. Per quanto riguarda il libro, Tsunami, il nostro editore, distribuisce il libro nelle principali librerie e se non è disponibile, lo si può ordinare direttamente da loro. Per quanto riguarda i canali alternativi, i principali distributori di dischi e libri dell’area hardcore e punk come Hellnation, Shove, Radio Punk, Epidemic, Green e Nutty, hanno tutti nel loro catalogo “Disconnection”.

Giangiacomo De Stefano








 

FESTIVETEN 31012026 - AGGIORNATA LA PLAYLIST DI RISERVA INDIE CON UNA SELEZIONE DAL MEGLIO DEL PANORAMA INDIE ITALIANO


Aggiornata su #spotify, nel player in questo post,  la nuova #festiveten di #riservaindie con le novità della settimana, e non solo, selezionate dalla nostra redazione. Un flusso di musica costantemente rinnovato, senza barriere di alcun genere, sotto forma di playlist con gli artisti che sono passati fisicamente nella nostra trasmissione e quelli che vorremmo ospitare, ovviamente tutti rigorosamente del panorama indie italiano. In questa #festiveten ci sono le nuove entrate di #bonoburattini #silentcarnival #fattorerurale #bluagata #lowinsky #arousal . Seguiteci sui nostri social facebook, twitter, instagram, e piacete (e magari condividete) la nostra #festiveten su spotify. Nessuna tessera e nessun denaro è richiesto per partecipare ed ascoltare #festiveten. 

domenica 25 gennaio 2026

PIT - QUESTO NON E' UN DISCO - POSTMUSICA PER POSTDEMOCRAZIE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI

 


“Questo non è un disco” non è una frase ad effetto studiata per attrarre l’attenzione, ma la porta d’ingresso di un album di pensieri e parole autentici. Stiamo parlando del pezzo di apertura di “Postmusica per Postdemocrazie”, il nuovo lavoro dell’artista Pit, al secolo Pietro Marino. Il pregio maggiore di questo disco, che non solo esiste ma ha un suo peso specifico non indifferente, è di essere perfettamente contemporaneo. Pit, nato come rapper e ora in corso di evoluzione verso orizzonti musicali ben più ampi, ha dato vita ad un lavoro musicalmente molto variegato, in cui convivono armonicamente nelle strutture dei brani elementi rap, rock, blues e persino punk e, dal punto di vista dei testi, è ricco di spunti di riflessione. Il rapporto uomo-macchina, esplorato in “Automa” è al centro della narrazione. Il pulsare dell’elettronica introduce atmosfere sinistre in cui l’io narrante è l’automa: “Pensi che io voglia il tuo posto, però sei tu a somigliarmi sempre di più” canta Pit lacerando il velo che copre a stento le nostre contraddizioni, tra paura di essere surrogati e desiderio di usufruire delle mille possibilità che offre oggi l’intelligenza artificiale. La parte rappata centrale strappa dal viso dell’automa la maschera grottesca dell’imitazione della vita per svelare in tutta la sua ferocia il futuro verso cui siamo diretti: “L’hai voluto tu, era tutto già scritto, ora sono perfetto, invece tu sei estinto”. La traccia si chiude con un assolo blues sorprendentemente ben amalgamato con la componente elettronica a testimoniare che uomo e macchina forse possono anche convivere. L’incedere rap di “Un momento” è l’invocazione di chi cerca uno spazio impossibile da trovare per stare da solo con sé stesso. La chitarra elettrica suonata dallo stesso Pit – che ha realizzato l’album in completa autonomia – è un altro esempio di quanto questo disco trovi dal punto di vista musicale la sua maggior forza nel riuscire a fondere stili apparentemente incompatibili. La traccia conclusiva dell’album “La fine dei giochi” è un lento cantautorale che dà la possibilità a Pit di dimostrare le proprie capacità anche come cantante e non solo come rapper. “Non è finita” è la strofa che non a caso chiude l’album, perché un bel gioco ricomincia dopo ogni partita e se non ci arrendiamo a quella che ora sembra una pesante sconfitta forse alla fine di questo campionato che è la vita ci salveremo.
Pit ci ha spiegato come ha lavorato a “Postmusica per Postdemocrazie” e come vede la sua musica in futuro.






- Il pezzo di apertura “Questo non è un disco” inizia con un riff deciso che mi ha ricordato un po’ “Lonely Boy” dei Black Keys e mette subito le cose in chiaro. “Postmusica per Postdemocrazie” può essere definito un album con i piedi per terra e la testa fra le nuvole?
- E’ una definizione interessante perché l’album è fortemente ispirato da quello che sta succedendo nelle nostre società o perlomeno per come io lo percepisco, ma, al tempo stesso, c’è un tentativo di rielaborare tutto in modo emotivo. Più che esporre un discorso politico, diretto come avveniva nel mio disco precedente che era influenzato dalla scrittura rap, in questo caso ho cercato di sviluppare delle emozioni a partire da sensazioni reali, tranne che nel primo brano “Questo non è un disco” che è ancora molto influenzato dallo stile rap. Nel resto dell’album la scrittura si fa diversa e ho cercato di prevedere quello che potrebbe essere il futuro, previsione che mi auguro di sbagliare perché non è molto ottimistica, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra umano e automa. Diciamo che è quello che vedo al momento, la direzione in cui sento che stiamo andando. Ripeto spero di sbagliarmi o spero che ce ne renderemo conto in tempo per poter reagire.
- Come hai già anticipato tu un tema centrale  è il rapporto tra umano e non umano. Ritieni che oggi i nostri peggiori nemici siano i bit? 
- Io penso che i peggiori nemici, come sempre, siamo noi stessi, perché come dico in “Automa”, brano ambientato nel futuro in cui parlo per bocca appunto di un automa che si è sviluppato, “tu hai paura che io possa sostituirti”, ma in realtà sei tu umano che stai iniziando a comportarti come me, che mi somigli sempre di più. Oltre a questa iper tecnologizzazione, che può essere anche sfruttata in modo positivo, quello che io noto è un’automazione dell’essere umano stesso, del pensiero umano, del modo di dialogare, di intervenire, di agire che viene influenzato da questi progressi tecnologici, soprattutto dai social e dall’intelligenza artificiale. Siamo noi che stiamo diventando gli automi che forse, un giorno, costruiremo.
- In “Automa” appunto scrivi “mi hai dato parametri umani, però non provo emozioni”. L’artificiale potrà mai sviluppare una coscienza e emozioni proprie?
- Se l’automa si pone il problema di non provare emozioni probabilmente sta già iniziando a provarle. Anche qui c’è una doppia chiave di lettura. Come ho detto nelle presentazioni del disco è la storia di un umano che diventa un automa o di un automa che diventa un umano. Quindi il testo del brano può essere letto come se un automa iniziasse a interrogarsi sull’avere o non avere emozioni, su questo senso di straniamento che prova perché ha dei parametri umani ma, al tempo stesso, non ha emozioni umane perché è un androide, imita un umano ma non lo è effettivamente. L’altra chiave di lettura è invece che gli umani nell’automatizzarsi stanno iniziando a smarrire le emozioni. Quindi hanno parametri umani perché in partenza erano umani, ma man mano stanno perdendo quello che è più prettamente umano. 
- In che cosa trovi “Un momento” tutto per te, sempre se lo trovi?
- Sicuramente nella musica. Ma penso che in generale attraverso tutte le forme di arte quindi anche cinema e altre, sia da artista che da fruitore, possiamo recuperare le emozioni, ciò che ci rende effettivamente umani e non essere semplicemente travolti da quello che accade come scrivo nel brano. Poi personalmente mi sento veramente vivo stando in acqua, mi piace tanto essere al mare.
- Il cambio di passo inatteso in “Volontà” con quella chitarra dal sapore blues che ad un certo punto si fa spazio mi sembra significativo di questo tuo voler ampliare gli orizzonti musicali andando ben al di là del rap e abbracciando appunto il blues, ma anche il rock e talvolta anche il punk. Da cosa nasce questa volontà di superare i tuoi confini musicali?
- Nasce da vari fattori. Il principale è che io, pur avendo iniziato facendo rap, in realtà nella mia vita i generi e che ho ascoltato di più sono il rock e dintorni, per sintetizzare. Diciamo rock, alternative, blues, metal, punk. Quindi prima di tutto c’è una mia passione per questi generi. In secondo luogo semplicemente ho imparato con il tempo sia come musicista che come produttore a trattare anche questi generi che in partenza mi pareva più difficile approcciare. Avevo già fatto dei tentativi, mai pubblicati perché non all’altezza. Poi in generale le band e gli artisti che ascolto maggiormente sono quelli che riescono ad unire più generi, creare qualcosa di nuovo. Quindi probabilmente questa direzione è stata dettata dai miei ascolti. Mi hanno chiesto in altre occasioni “come hai fatto a tenere insieme così bene generi tanto diversi tra loro?”. La mia risposta è che mi è venuto naturale perché ascolto tanta musica diversa che mi ha influenzato e la direzione, come si capisce anche da alcuni brani, è andare verso una scrittura più creativa, meno diretta e didascalica rispetto ai miei lavori precedenti e in cui anche la parte strumentale abbia un peso, una validità maggiore rispetto a quella che aveva in passato. Questo album è una via di mezzo, ma l’obiettivo è andare in quella direzione. 
- Secondo te in futuro la musica si ridurrà a fare da sottofondo a un balletto di 60 secondi per TikTok e quindi usciranno brani della durata massima di 60 secondi, privi di ogni struttura?
- La risposta secca è sì. Penso che accadrà. Però credo che anche tra le nuove generazioni inizi a manifestarsi un rigetto nei confronti di questo tipo di fruizione musicale. I feedback più positivi su questo disco mi sono arrivati o da persone più giovani di me o da persone molto più grandi di me. Quindi penso che siano le generazioni di mezzo a dover recuperare l’attenzione. Non perché il mio album sia così importante, ma per il tipo di feedback che mi hanno dato, molto attento ai riferimenti, anche a cose che temevo non si cogliessero mentre vedo che poi invece sono arrivate a chi ascolta. Quindi sì da un lato stiamo andando sempre più in direzione di una musica da algoritmo, da social, da balletto su TikTok. Lo notiamo anche perché ci sono canzoni che riconosciamo tutti senza averle mai ascoltate, ne ricordiamo solo 10 secondi e poi, in realtà, non sappiamo come sia il brano per intero e nemmeno se esista per intero. Sono frammenti che ci scorrono davanti quando scrolliamo sui social. Ma al tempo stesso, come dicevo, noto che soprattutto tra le nuove generazioni, almeno in una parte di esse, inizia ad esserci un ritorno ad un ascolto più attento, anche al voler più musica dal vivo, intendo suonata veramente dal vivo. Permettimi di fare un po’ di polemica ma oggi molti live non hanno più solo la base sotto, ma anche la traccia di voce, una situazione che non riuscirei più a definire “live” onestamente perché si finisce per pagare un biglietto per vedere qualcuno che saltella su un palco. E’ iniziato, con mia gioia, il rigetto da parte almeno di alcuni di tutto questo. 
- In “Cinema all’aperto” c’è un’imboscata all’ascoltatore, nel senso che improvvisamente il pezzo diventa punk rock. Dato che ormai la nostra soglia di attenzione è abbondantemente sotto il minuto, come si è detto, questo è un modo anche per evitare lo skip e mantenere vivo l’interesse dell’ascoltatore?
- Penso che la prima parte della canzone possa essere poco alla moda e chi voleva skippare lo abbia già fatto prima di arrivare al cambio di atmosfera. A me piacciono molto i brani che cambiano ad un certo punto e quindi è nato tutto naturalmente giocando, divertendomi con la chitarra. Mi è venuto in mente di fare gli stessi accordi, le stesse note della prima parte, che alcuni hanno definito più chill anche se io la sento psichedelica ed è in ogni caso più lenta, in modo più punk, più irruento e veloce e anche con una voce più aggressiva. Quindi dicevo che questo è un brano che chi ha la soglia di attenzione molto bassa skippa decisamente prima. Mi pare sia il brano con meno ascolti sulle piattaforme. 
- “La fine dei giochi” che è emblematicamente la conclusione dell’album può essere letto come un punto di ripartenza? Cioè se la prima volta è andata male la seconda volta magari può essere quella buona?
- Il messaggio del brano è esattamente quello che hai detto, soprattutto nella parte finale perché per la maggior parte della durata è una canzone con un’atmosfera pessimista, negativa e poi arriva il punto di svolta. Dopo ogni partita si ricomincia da capo. E’ il brano che ho impiegato di più a scrivere, soprattutto a livello musicale per far quadrare le cose. Mentre lo sviluppavo e prendeva la forma che volevo il mio umore è migliorato, quindi probabilmente la parte finale è venuta più positiva perché c’era più positività in me per come era andata la lavorazione del disco in generale e di quel pezzo nello specifico. Quindi sì c’è speranza di ripartenza nelle ultime parole che dico e poi nell’apertura del lungo assolo finale che guarda a orizzonti futuri che si sperano migliori. 
- Vorrei ancora condividere questa riflessione ancora sull’intelligenza artificiale. L’AI può essere manipolata alla fonte perché l’essere umano che carica i dati può scegliere scientemente di includerne alcuni, magari anche sbagliati e omettendo altre fonti. Secondo te quale può essere il modo per cercare di usare l’intelligenza artificiale come strumento utile escludendo tutto quello che può falsare la nostra percezione della realtà?
- Penso che ogni strumento possa essere usato bene o male. Per dire l’energia nucleare era stata pensata per altri usi e poi uno dei primi è stato la bomba atomica. Se ci pensiamo però viene usata anche come fonte di energia. Proprio l’esempio dell’atomica mi fa pensare che quando si crea qualcosa di così potente a livello tecnologico prima o poi si arriva ad impiegarlo in modo sbagliato. D’altro canto però si può utilizzare meglio. Non sono assolutamente contro il progresso tecnologico, anzi penso che l’intelligenza artificiale possa essere utilizzata in modo ottimo soprattutto, per esempio, in campo medico. Il problema in generale riguardo al concetto di automazione è che in teoria lo sviluppo di questa tecnologia dovrebbe liberare l’uomo dalle attività meno piacevoli per dare spazio al potenziale artistico, creativo, intellettuale. Mentre invece l’intelligenza artificiale sta venendo utilizzata al contrario. Prima parlavamo di musica da 30 secondi, ma possiamo parlare anche di musica prodotta interamente dall’AI. Quindi anziché sfruttarla come strumento in grado di permetterci di dedicarci alle cose più prettamente umane come l’arte, la ricerca, il pensiero accade esattamente il contrario. Vengono pubblicate canzoni scritte interamente con l’intelligenza artificiale, articoli fatti con l’AI in cui si dimentica addirittura di rimuovere il prompt.
Da questo punto di vista quindi sono pessimista perché nella storia dell’umanità abbiamo constatato che quando qualcosa si può usare male lo si farà. Ma ad esempio internet, che ha prodotto anche tanto male e lo fa tuttora, in alcune società fortemente autoritarie è stato un mezzo per organizzare proteste, per comunicare tra dissidenti. Sicuramente quindi questi strumenti possono essere utilizzati in modo positivo, il punto è quando inizieremo a prendere coscienza della loro potenza e di come li utilizziamo in modo errato. Parlavamo di soglia dell’attenzione, ci stiamo sabotando sotto questo aspetto. La domanda è “quando ci accorgeremo di questo, quando correremo ai ripari?”. Quando inizieremo a porcela potremo utilizzarli in maniera davvero utile, ma al momento non sta avvenendo. 
- Ultima domanda: nella produzione dell’album hai fatto tutto da solo o ci sono altre persone che ci hanno lavorato e che quindi possiamo citare?
- L’album è completamente realizzato da me come musica, testi, voce, registrazione, mix, master e anche le grafiche. 

“Postmusica per Postdemocrazie” riesce nella doppia impresa di trattare argomenti importanti in modo fruibile e attrarre pubblici molto eterogenei stimolando la curiosità di scoprire qualcosa di diverso. La visione della musica di Pit è che chi la ama deve osare e mettere da parte le proprie solite playlist per andare alla scoperta di nuovi mondi sonori.