Lo scorso 21 aprile Hugo Race, storico chitarrista e cofondatore dei Bad Seeds di Nick Cave, si é esibito con la formazione Hugo Race Fatalists al Blah Blah di Torino. L’opportunità di poterli apprezzare live ha dato un senso diverso, più profondo e a fuoco al loro recente album “I Made It All Up For You”. In scena Hugo Race sprigiona la stessa aura che si percepisce in modo palpabile ascoltando il disco. Nessuna posa studiata, la musica è il fulcro di tutto e il modo di tenere il palco è carismatico in modo naturale, senza forzature. Le canzoni del disco fluiscono come un continuum che tutto lega e, allo stesso tempo, fa risaltare le peculiarità dei singoli brani. Il lavoro si apre con “Against the world”, brano di intarsi di archi e chitarre da cui emerge la voce profonda ed espressiva del frontman, un elogio del riuscire a ripararsi dal mondo con la forza dell’amore. Altro brano di notevole impatto è “Broken love”, il primo di due pezzi cantati in coppia con l’artista newyorkese Jennifer Charles. Le due voci si prendono per mano per raccontare il simbolico ritorno a casa di un piccolo soldato dal cuore spezzato. “I tread softly” è una ballata che abbraccia il momento dando spazio alle sensazioni senza troppe riflessioni. “Born to fly” è un pezzo di rinascita, perché non è tempo di invecchiare, siamo nati per volare. “Bad dreams” si arrende al potere ammaliante di una forza sconosciuta in cui non resta che perdersi. La successiva “45 In the Shade” è la traccia politica dell’album, attraversata dai tagli della chitarra elettrica di Giovanni Ferrario che conferiscono un’andatura blueseggiante, adotta il punto di vista sul mondo dei circoli viziosi dei potenti come Trump e Jeffrey Epstein chiamandoli, sia pure in modo indiretto, per nome. In “I collide” si riaffaccia la voce di Jennifer Charles che conferisce al brano un fascino tutto particolare, evocativo della canzone d’autore francese. “Open field”, come ci ha spiegato lo stesso Hugo Race, è un pezzo nato sulle colline fuori città negli immensi spazi australiani dove si può ancora contemplare la Via Lattea senza che l’inquinamento luminoso rubi l’incanto. “The Comet Drops” riprende il senso di comunione con il cosmo del brano precedente per farsi scudo e difendere la persona amata. Hugo Race canta con un profondo sentimento di protezione alcuni dei versi più significativi dell’album: “If the sun falls from the sky look away, it burns”. Chiude il disco “Dream country home”, il pezzo più classicamente country del lavoro ed un riferimento molto personale alla scelta di Hugo Race di lasciare progressivamente la città per la quiete semplice fatta di piccole cose che si respira nelle campagne.
Abbiamo avuto l’occasione di intervistare sia il chitarrista Giovanni Ferrario che lo stesso Hugo Race, che ci hanno guidati nella lettura di “I Made It All Up For You”.
La parola quindi a Giovanni Ferrario.
- “I made it all up for you” ha una narrazione quasi cinematografica. Quali sono le influenze che vi hanno spinto verso questo tipo di immaginario?
- Questo è l’immaginario classico di Hugo che è uno scrittore. E’il suo immaginario che riporta un po’ in tutti i dischi. La particolarità di questo nuovo album è che è stato fatto in modo corale, nel senso che abbiamo registrato prima in diretta in uno studio, poi abbiamo fatto altre registrazioni in un altro studio e quindi è uscito un disco più condiviso. Per quanto riguarda i testi, ma anche le musiche sono un po’ diverse dai dischi precedenti. Sono più country, soprattutto in un brano e vogliono dare un messaggio più positivo in questo momento disgraziato. E sta dando i suoi frutti perché suonando dal vivo ci si rende conto che la gente percepisce per incanto, a volte, o perché c’è un contatto abbastanza spirituale con l’audience ristretta ma scelta che abbiamo ai concerti e il punto sembra essere compreso e condiviso.
- Vedi anche le nuove generazioni ai concerti? Cioè vengono ad ascoltarvi anche ragazzi di vent’anni?
- Sì ci sono dei ragazzi giovani, a volte per scelta, altre per caso e sia che siano giovani o più vecchi hanno sempre una risposta positiva.
- La vostra forma canzone preferita è la ballad. Questa scelta è mirata a privilegiare il contenuto emotivo dei pezzi?
- Sì, anche se all’interno di quelle che possono essere definite ballad c’è sempre qualcosa di controverso, che è la caratteristica di questo gruppo che non vuole essere omologabile e ha idee originali perché siamo tutti con esperienza. Forse però in questo disco prevalgono dei brani lenti che però lasciano molto spazio a incursioni elettriche improvvisate durante i concerti. Questo è il nostro approccio da sempre.
- “Against the world” racconta di questa coppia che si ritira, è talmente unita da chiudersi a riccio per sottrarsi a ciò che sta fuori. Qual è il messaggio che volevate lanciare iniziando l’album con questa sfida al mondo esterno?
- La mia interpretazione è il fatto che a volte molto banalmente bisogna fare cerchio con le persone che ami per poter superare, capire e comprendere e scansare i colpi di questo mondo impazzito. Avere la giusta forza per reagire. L’amore è molto importante come sentimento in assoluto.
- Parliamo invece della vostra collaborazione con Jennifer Charles. Nei due pezzi in cui canta, quindi “Broken love” e “I collide” la sua voce si intreccia con quella di Hugo creando un effetto etereo e anche un po’ malinconico, soprattutto in “Broken love”. In che modo è nata questa collaborazione e come pensate che possa avere contribuito a mettere a fuoco quei due pezzi?
- La caratteristica degli album di Hugo è sempre quella di cercare una voce femminile, non tanto per un motivo estetico, quanto per poter rappresentare tutto lo spettro della sensibilità sia dal punto di vista maschile che femminile. Con Jennifer personalmente ho un’amicizia di lunga data, sia mia che da parte di Hugo. Ci conosciamo da moltissimo tempo, da quando io ricordo che abbiamo suonato insieme al Botanique di Bruxelles, con la formazione dei True Spirit nel 2002. Per me è l’occasione per essere in un disco con Jennifer che ritengo sia una delle iniziatrici di un certo tipo di cantato femminile, molto pregnante e sognante, però allo stesso tempo poetico. E’anche lei una poetessa e quindi c’è una sintesi in questi due brani. E funziona molto bene secondo me.
- Jennifer ha contribuito alla scrittura dei brani o si è inserita in una fase successiva quando i pezzi erano già definiti?
- Le sue voci sono state registrate a New York dove abita e credo che l’input sia stato dato da Hugo conoscendo le capacità di Jennifer.
- Parliamo dei presagi sinistri di “45 In the Shade”. Il brano sembra evocare un disastro imminente, viene citato anche un iceberg che diventa più voluminoso sotto la linea di galleggiamento che con l’immagine della band che suona richiama la vicenda del Titanic. Cosa rappresenta per voi questo senso di destino segnato?
- Credo che per ogni messaggio catastrofico che viene dato valga sempre il suo opposto, cioè il tentativo di descrivere pericoli imminenti per trovare la forza di superarli. Il messaggio non vuole mai essere definitivo nella musica di Hugo in particolare vuole sempre essere comunque trovare il lato positivo, cercare una via di scampo. L’iceberg rappresenta uno scoglio da superare.
- Di “Open field” mi ha colpito l’immagine del correre come cani selvaggi.
- Il fatto di riferirsi ad animali selvaggi è sempre assecondare una parte che c’è in noi, che ci contraddistingue, essere selvatici più che selvaggi.
- L’album si chiude con “Dream country home” che è un pezzo dalle sfumature molto country e rappresenta la chiusura del cerchio. Cioè torna il tema dell’avere tutto se si è insieme. E’ questa la conclusione necessaria del viaggio, cioè trovare la pace in un luogo sereno dopo aver attraversato le ombre del disco?
- Più che la pace trovare la forza. La pace è una cosa, secondo me, irraggiungibile. Pace significherebbe mollare la presa e non è questo il caso di Hugo e anche degli altri membri del gruppo.
- Il tuo percorso artistico personale ho letto che è stato molto intenso e ricco. Tra le varie esperienze e collaborazioni importanti che hai fatto sei stato il produttore di “Armstrong”, che è stato l’ultimo album degli Scisma di Paolo Benvegnù. Cosa ti ha lasciato questa esperienza in particolare?
- Sono stato coproduttore di quell’album insieme a Paolo. E’stato un momento fondamentale del mio percorso artistico perché io a quell’epoca abitavo a Catania, perché suonavo con Cesare Basile, con i Lula di Amerigo Verardi e poi sono stato chiamato a lavorare a questo disco da Paolo e dagli Scisma ed è stata una esperienza indimenticabile perché abbiamo affittato una casa sui monti vicino al Lago di Garda, abbiamo messo in piedi uno studio mobile, analogico con tanto di 24 tracce, che poi si è anche rotto e abbiamo dovuto cambiare. La gestazione è stata di sei mesi, prima abbiamo fatto la preproduzione, quindi abbiamo registrato e abbiamo anche preparato il tour in questa casa. E’stato un momento di convivenza, di crescita per tutti quelli che hanno partecipato a questo processo e ancora adesso ovviamente è un disco molto importante.
- Tra l’altro erano altri tempi lo avete registrato negli anni 90, i mezzi non erano quelli di adesso nel bene e nel male.
- C’erano, nel senso che in quel momento è arrivato anche Pro Tools, noi abbiamo registrato quasi tutto su nastro, abbiamo avuto anche Pro Tools ma ci è arrivato lo scatolone con dentro il computer e ci siamo messi tutti lì a dire “ok questo è Pro Tools, come si fa?”. E’stato anche un momento di comprensione di come usare il computer. Quel periodo è stato proprio uno spartiacque, era il 1999. Abbiamo sperimentato molto è l’album è stato il nostro Sgt. Pepper's.
E ora spazio a Hugo Race.
- Ciao Hugo. Sono andato a cercare i testi dell’album per capire bene tutte le parole, dato che nel cantato in inglese mi può capitare di incappare in qualche espressione che non colgo e li ho trovati su Bandcamp. Però i testi di alcuni brani che ho trovato lì, ad esempio “Against the world”, sono leggermente diversi rispetto a quelli usciti il giorno della pubblicazione ufficiale. Il tuo lavoro sui testi è continuo? Si spinge fino al momento in cui il disco deve uscire?
- Sì è così, ritocco sempre certe frasi fino al mix e questo può creare un po’ di confusione perché ci sono varie versioni dei testi. Ho provato a pubblicare i testi giusti ma credo possano essere sbagliati anche sul booklet del disco. E’un aspetto della mia creatività un po’ caotica. Direi che le parole sono sempre molto fluide e che capisco meglio con il tempo quello che sto provando.
- Rifaccio a te che ne sei autore la domanda sul testo di “Against the world”. Il testo racconta di questa coppia talmente unita da ritrarsi da tutto ciò che sta fuori dal loro spazio. Quale messaggio volevi lanciare scegliendo come primo brano questa sfida al mondo?
- Volevo ringraziare il mondo in un certo modo. E’come una eulogy (ndr. elogio) per me stesso, per noi stessi, la coppia. E’una canzone che guarda il mondo in retrospettiva, esprime la gratitudine anche per tutte le sfide, i problemi che ho incontrato e che noi tutti incontriamo. Poi è un racconto del mondo che riguarda la natura, tema molto importante. E’un’apertura a un mondo più “rustico” (ndr. Il senso in italiano dovrebbe essere “più semplice, di campagna”). E infatti in questi ultimi cinque o sei anni mi sono ritirato dalla città, mi trovo spesso in Australia sulle colline fuori città, in vari studi, case perché sento di aver messo da parte la vita moderna. E poi penso che la nostra generazione viva un po’ di delusione nei confronti dello sfruttamento della città, non è quello che avevamo previsto. C’è delusione nei confronti del progresso sociale, mondiale.
- A proposito di “45 In the Shade” di cui ho già parlato con Giovanni, ma sei tu l’autore del testo. E’ un brano di cupi presagi di un disastro, questo iceberg che diventa sempre più voluminoso sotto la linea di galleggiamento quasi come se si trattasse della scena dell’affondamento del Titanic. Ci puoi spiegare il significato del brano?
- Ho fatto del mio meglio per non rivelare il nocciolo della canzone. All’inizio con “45 In the Shade” volevo scrivere riguardo la politica mondiale. Ho scelto il titolo perché il primo mandato di Trump è stato il 45esimo. Quindi il titolo fa riferimento all’amministrazione americana e racconta la soddisfazione di questa gente nei riguardi di come le cose stanno andando in questo momento. C’è ironia. E’ l’unico pezzo in cui la prospettiva, il punto di vista non è il mio. E’ un po’ il punto di vista di qualcuno del giro di Epstein. Con l’andamento del prezzo del petrolio, del costo della vita questa gente è molto soddisfatta.
- Come ho già fatto, anche in questo caso, con Giovanni parliamo un attimo di “Open field”. Cosa significa per te correre come cani selvatici?
- Significa che non sarebbe stato male se noi umani fossimo stati più simili ai cani perché il loro comportamento è molto ammirevole. Sarebbe bello portare questo atteggiamento nella nostra vita quotidiana. Ho scritto il pezzo nelle prime ore di una mattina, in campagna e mi sentivo molto isolato. Non c’erano nuvole e dalle colline in Australia si vede molto bene la Via Lattea. Quindi ci si sente circondati di milioni di puntini di luce e per questo ho scritto “mi sento così piccolo”. Le cose che succedono dentro di noi sono riflessi del “quantum field” (ndr fa riferimento con ogni probabilità ai campi fondamentali di cui si compone l’Universo), quindi per me l’open field equivale al quantum field e mi sento come un elettrone, una componente subatomica.
- Anche per te ho una domanda su un’esperienza in particolare che hai fatto nella tua carriera. Hai collaborato con un bassista italiano molto stimato, Gianni Maroccolo. Come si è sviluppata questa collaborazione e cosa avete realizzato insieme?
- Per spiegare meglio dobbiamo tornare all’epoca del Covid, nel 2020 e 2021. Ero rinchiuso a casa e avevo bisogno di esprimermi in qualche modo. Ho contattato un amico in Sardegna che aveva pubblicato il mio disco “The Merola Matrix” vent’anni fa con la sua etichetta. Il mio amico si interessa molto alla cultura della Sicilia e della Sardegna e ai loro legami. E’un giornalista sardo che si chiama Giuseppe Bionca. Ci siamo sentiti e gli ho chiesto se avesse registrazioni di voci sarde che potessi utilizzare per un nuovo lavoro del tipo di “The Merola Matrix”. Mi ha risposto “si può fare, ma forse sarebbe più interessante creare un nuovo progetto con un musicista italiano che stimo molto”. Lui riteneva che noi avessimo dei rimandi in comune (ndr. una connessione) anche se non ci conoscevamo al tempo. Il lavoro con Gianni è iniziato così. Durante il lockdown abbiamo scambiato idee poi dopo due o tre anni abbiamo sviluppato questo progetto insieme a distanza e poi ci siamo incontrati in Toscana per registrare e finire il disco. Però siccome sono sempre al lavoro con vari progetti e anche per lui è lo stesso non era facile trovarci insieme per far uscire il disco. Il progetto è poi stato pubblicato l’anno scorso (ndr. l’album si intitola “The Vigil”) anche se era stato finito due anni prima. E’stata una collaborazione molto bella che ci ha fatto molto piacere. Abbiamo portato live una versione dell’album l’anno scorso, in Italia abbiamo fatto otto o nove concerti in trio con il supporto di vari sampler, quindi un concerto acustico e elettronico con anche una componente video. E’stato molto interessante, abbiamo parlato di continuare quest’anno, ma alla fine ha ripreso con le sue cose, Litifiba e CSI e quindi è occupato tutto l’anno. Nel 2027 o 2028 abbiamo intenzione di fare un secondo disco come continuazione del primo, un concept album che sarebbe un secondo capitolo.
Le molte e variegate esperienze della band ne fanno un quartetto di assoluto valore artistico. E quindi, trattandosi appunto di un quartetto, non si può non citare tutti i membri. Hugo Race (voce, chitarra, organo), Giovanni Ferrario (chitarra elettrica, piano, sintetizzatore), Diego Sapignoli (batteria, percussioni) e Francesco Giampaoli (contrabbasso, basso elettrico, percussioni). Insieme hanno dato vita a un album di grande spessore artistico, da assaporare con quell’attenzione all’ascolto che oggi nessuno sembra coltivare più.








