domenica 29 marzo 2026

DISTORCE - QUANDO ARRIVA L'ALBA - LA MIA GENERAZIONE NON PERDERA' - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Un piccolo tesoro emotivo dimenticato. “Quando arriva l’alba”, secondo album del cantautore bergamasco Distorce è un disco nato un po’ per caso. Il suo autore infatti aveva registrato 7 brani di getto nel giro di pochi giorni, voce e chitarra in presa diretta a tracciare la rotta di un folk minimalista e l’urgenza di fissare pensieri e emozioni. Quei pezzi erano poi rimasti sepolti nella mole di dati di un hard disk fino a quando, facendo pulizia informatica, l’autore e le sue canzoni si sono ritrovati. Riascoltandole Distorce si è reso conto di quanto fossero ancora attuali ed ha deciso di pubblicarle praticamente così com’erano nate, perfette nelle loro imperfezioni. L’incipit dell’album “1800 m slm.” è l’unica traccia del lavoro in cui compare una batteria ad accompagnare il suono acustico carezzevole della chitarra. La vita, anche se di merda, si vive meglio se si è in due perché “siamo perfetti e te sei bellissima”. In seconda posizione “Cresta punk” è amore sulle soglie della guerra e contiene una citazione quasi involontaria, come ci ha spiegato l’autore, di “Anna e Marco” di Lucio Dalla, che è tra le sue maggiori fonti di ispirazione. “La mia generazione” si apre con il piede che batte il tempo di un pezzo cantautorale impegnato sulla necessità di non arrendersi mai alle cadute rialzandosi per continuare sempre a cercare qualcosa che vada al di là del puro interesse economico. “Lo rifarai” gioca sul contrasto tra una forma canzone melodico malinconica e la vibrante denuncia di un mondo ormai perso nella propria fredda insensatezza. “Per superare l’inverno" è un dialogo ermetico da cui affiorano demoni interiori “e altri danni irreparabili”. “Spam” rivendica il proprio riscatto emotivo come percorso di consapevolezza interiore. A chiudere l’album, “Vetro” poggia su una chitarra lievemente distorta che accompagna un testo grondante di immagini dolenti e pentimenti.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Distorce per mettere meglio a fuoco i contenuti di “Quando arriva l’alba”.



- Sulla copertina dell’album sono ritratte le montagne e quello che sembra essere un amplificatore. In più il titolo del brano di apertura dell’album è “1800 m slm.”. Qual è il legame tra il disco e la montagna?
- Il legame c'è ed è forte. Sulla copertina in sé con la mia grafica abbiamo lavorato sostanzialmente per rappresentare ogni brano con un’immagine. Quindi c’è questa dualità tra immagine e brano in cui ci si può in qualche modo rispecchiare. Con la montagna ho un rapporto profondo e intimo è sempre stata parte della mia vita, di me sia a livello ludico come passione, sono una persona cui piace molto stare all’aria aperta, arrampico, mi piace proprio muovermi in questi ambienti. E poi mi ci ritrovo anche come metafora. Alcune cose accadono solo lì, in montagna, lontano da alcune cose che evidentemente non mi si addicono troppo giù in città. Pur abitando in città, a Bergamo, la montagna ha sempre avuto un grande legame con me. In un certo senso è un rifugio.
- L’album per curiosità è stato registrato in montagna o a Bergamo o comunque in un altro contesto?
- No l’album non è stato registrato in montagna e anzi ha avuto una genesi molto particolare perché ero impossibilitato ad uscire e quindi per tre o quattro giorni mi sono rintanato in casa e guardando un po’ fuori dalla finestra a cercare ispirazione. Ho buttato giù queste bozze di brani che sono rimaste più o meno quelle che si sentono nel lavoro. 
- Quindi non hanno avuto un’evoluzione, non sono state necessarie molte take, è stata “buona la prima”.
- Sì perché in realtà non avevo nemmeno l’idea di farlo uscire, di lavorare su questi pezzi in modo definito, preciso, anzi era una situazione in cui ero in casa, avevo questa esigenza di fissare non solo sul telefono, dato che le registrazioni non sono mai perfette, ma su un dispositivo più congruo e ho registrato praticamente in 2 o 3 giorni tutti i pezzi. Ho fatto tutto con calma, ho registrato e poi, in realtà, i pezzi sono rimasti lì, non li ho praticamente più ascoltati per un anno. Poi è successo che sistemando un po’ di lavori, di cose nel mio hard disk sono saltati fuori, li ho riascoltati e ho capito che a distanza di un anno volevano ancora dire qualcosa, erano successe cose nel frattempo che mi hanno dato ancora di più la voglia di farli uscire, buttarli fuori. Ho fatto pochi ritocchi, ho aggiustato un po’ il master, pulito due cose.
- In “1800 m slm.” c’è un verso che si riallaccia al primo brano del tuo album precedente del 2024, ovvero in entrambi i casi canti la strofa “la vita è una merda”. Quali sono, secondo te, gli aspetti più merdosi della vita, quelli su cui non ci si può proprio trattenere? 
- Ci sono tanti aspetti merdosi, poi ovviamente ognuno ha i suoi. Penso che sia lampante consultando una testata giornalistica, accedendo a Instagram, guardando qualche contenuto di pseudo informazione quello che accade nel mondo e come stiamo sostanzialmente chiudendo gli occhi su tutto. Non parlo solo di guerre, ma più in generale. C’è una decadenza culturale, sociale a mio giudizio veramente preoccupante. Questo comunque non vuole essere disfattismo, una presa di coscienza pessimistica della vita in sé. Vuole essere un punto di partenza, dire “ok la vita è questa, ci sono queste cose che non vanno”, ma ci possono essere altri modi per evolvere, per far andare meglio le cose, per avere più consapevolezza, un po’ più di attenzione, di gentilezza. Cercare di essere persone migliori. Secondo me il modo per migliorare c’è, il modo per cambiare le cose c’è.
- Il tuo stile di scrittura è caratterizzato da versi spesso diretti, di denuncia del modo in cui viviamo. Possiamo definire il tuo come un album “politico”, tra virgolette, non nel senso di schierato da una parte o dall’altra, ma di partecipazione alla vita della polis, della città, della società?
- Assolutamente sì, nel senso che personalmente penso che l’arte se così vogliamo chiamarla, il contenuto che uno porta, che si tratti di musica, di letteratura, di pittura sia un atto politico, in qualche modo bisogna prender posizione, è inevitabile secondo me, altrimenti si racconta il nulla, si fa solo tanto rumore, tanto suono che esce da una cassa ma che poi non dice niente. Quindi sì sicuramente ho scritto sempre cose che sentivo, che avevo l’urgenza di dire. Questo potrebbe essere anche un limite perché si avverte, non è sicuramente musica per far ballare, però credo anche che ci possa essere una lettura, una profondità nelle cose che si fanno che vada un po’ oltre il rumore.
- Andiamo ad analizzare un po’ i singoli brani. “Cresta punk” con la citazione di “Anna e Marco” di Lucio Dalla. Quindi esce fuori un punto di riferimento penso importante nel tuo universo musicale. Quali sono i cantautori che ti hanno fatto dire “voglio diventarlo anch’io”?
- Sicuramente Dalla è tra i miei preferiti. Tra l’altro questa citazione è uscita fuori di getto, l’ho scritta in una frazione di secondo e non mi sono neanche accorto che era sua, poi riascoltando il demo mi sono accorto che questa frase l’avevo già sentita da qualcuno più importante di me (ndr ride). Quindi è una cosa che mi è rimasta attaccata dentro, questo verso di una canzone pazzesca, secondo me bellissima. Dalla aveva la capacità di raccontare delle storie con un filo narrativo lucidissimo senza però tralasciare le metafore, l’uso della parola ricercata, poetica. Trai i cantautori che mi sono sempre piaciuti c’è per esempio Rino Gaetano, che anche lui trovava sempre un’urgenza espressiva, politica fortissima. Ultimamente sto anche rivalutando qualcosa di De Gregori e poi sono molto appassionato della scrittura di tutto quel mondo che riguarda il Consorzio Suonatori Indipendenti, loro sono anche sicuramente una grande influenza, un importante riferimento cui ogni tanto butto un occhio, un orecchio. 
- Nel caso dei C.S.I. direi forse più dal punto di vista del pensiero più che non del suono.
- Certo sicuramente. 
- Invece “La mia generazione” è un ritratto sulla capacità di cadere e di rialzarsi, di guardare oltre le cose materiali. Innanzitutto la tua generazione è quella dei…?
- La mia generazione è quella dei 26 anni. 
- Pensi che per la tua generazione sia il momento di dire basta a quello che deturpa la nostra povera patria?
- Penso che non sia semplicemente il momento, ma che sia doveroso. Torniamo sempre al concetto di presa di posizione, vedo come vanno le cose in questo mondo, in questa vita di merda però faccio anche in modo che le cose cambino. Cerco di rendermi voce, mi espongo sicuramente. Quindi direi se non noi chi altri? Quelli più giovani arrivano da un altro contesto e sono forse in qualche modo ancora più rassegnati, mentre quelli più vecchi della mia generazione vanno inevitabilmente verso un’altra fase di vita, hanno meno energie, anche meno possibilità. Noi nel mezzo ci troviamo in questa fase di età particolare per tanti aspetti, che penso coincida meglio con una maturità di pensiero, elasticità e anche forza fisica e di intenzioni. Quindi sì auspico che possa esserci una generazione promotrice di un cambiamento. 
- Invece in “Lo rifarai”, che è anche qui un brano che riassume molti temi dell’album, ci sono dei versi che mi hanno fatto venire in mente delle inchieste giornalistiche lette nel passato. I versi che dicono: “i bimbi ribelli sono casi difficili da addomesticare”. Volevo riflettere con te su questo. Mi sono venuti in mente i bambini della cosiddetta “generazione Ritalin”, quei bambini che, soprattutto negli Stati Uniti, venivano trattati con un farmaco nato per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) per essere sedati indiscriminatamente in modo da renderli più docili e in qualche modo addomesticati. Perché l’essere umano è così egocentrico da non rispettare nemmeno i bambini?
- Perché l’essere umano sia così egocentrico non te lo so dire, nel senso che se non lo fosse forse tanti dei problemi che ci sono nel mondo non ci sarebbero, forse a parte il male, l’egoismo, la povertà culturale che penso siano proprio parti intrinseche della nostra anima, del nostro subconscio più oscuro. Sicuramente queste casistiche, questi bambini ribelli, persone ancora non persone, questi giovani sono poi sostanzialmente i primi a subire tutte le ingiustizie, le angherie di una generazione più vecchia, dei genitori, dei nonni, di retaggi antichi che si ripercuotono su di loro. Forse manca spesso anche un filo conduttore tra le generazioni che le faccia mettere a un tavolo e parlare, dialogare. Questo perché se i bambini sono così c’è da chiedersi perché lo siano diventati. E’troppo facile appunto zittirli, addomesticarli. E’un modo per fuggire dalle proprie responsabilità. 
- Il disco si chiude con “Vetro”. Qual è il rapporto tra amore e tempo?
- In realtà non lo so, nel senso che sono sempre più convinto che l’amore non esista e si costruisca. Esistono sicuramente il sentimento, l’amore iniziale ma poi è tutto una costruzione, senza la costruzione non esiste l’amore e la costruzione avviene per forza nel tempo. Quindi la costruzione è fatta sicuramente di profondità, di approfondimento e di tempo dilatato. Nel breve tempo, in una prospettiva superficiale credo che il termine amore sia sbagliato. Penso che l’amore si allacci, che abbia un legame profondo con il tempo, che in questo senso possa esserci un tratto di unione tra i due temi. 
- “Spam” è un brano con un titolo curioso. Riflettendo su cosa intendessi dire ho pensato che forse è perché dietro le mail di spam non c’è nessun contatto umano reale, si tratta di invii automatici, generati artificialmente. E’una canzone per denunciare il lato inesistente della realtà?
- In qualche modo sì. Le canzoni faccio sempre fatica a spiegarle perché spesso sono più che altro immagini che si uniscono, si incastrano e poi alla fine danno vita ad un pezzo intero. Effettivamente come dici è una presa di coscienza, una disillusione su quello che c’è e forse anche qualche sogno che si modifica rispetto a quello che avevo immaginato. I titoli dei brani, degli album faccio abbastanza fatica a darli, ci medito tantissimo tempo, poi magari invece impiego due minuti a scrivere la canzone. Questo titolo in particolare è venuto invece spontaneo perché è nato dalla prima strofa del brano in cui dico “me ne vado in cerca di qualcuno che risponda alle mail”, perché rispecchiava e ancora in parte rispecchia una fase di vita, di lavoro, professionale e anche di musica in cui ero come imbottigliato in mille mail cui nessuno rispondeva, nessuno come si dice comunemente mi cagava. Da quella prima strofa è poi nato tutto il pezzo. 
- Trovo affinità, fatte le debite proporzioni, dato che il tuo album è stato registrato completamente in presa diretta, tanto che hai lasciato ad esempio il rumore del piede che batte il tempo, tra questo disco e “Canzoni da spiaggia deturpata” di Vasco Brondi Le luci della centrale elettrica. Ti riconosci in questo parallelismo?
- E’un paragone che anche in passato mi è stato proposto e devo dire che per la verità non mi riconosco totalmente nel senso che capisco che possa essere un facile raffronto in quanto le canzoni le scrivo chitarra e voce, mi piace molto la sporcizia delle musiche, le cose storte e questa può essere un’associazione rispetto ai lavori di Vasco Brondi con le Luci e il loro essere molto viscerali, crudi, senza fronzoli, una caratteristica che riconosco anche in me. Come scrittura però penso che abbiamo due modi di scrivere molto diversi e siamo generazioni molto differenti, quindi arriviamo da passati che non si assomigliano per niente. C’è una parte di scrittura di getto, questa forma canzone che non punta a farsi piacere. Me ne rendo anche conto quando faccio ascoltare i demo che possano risultare magari un po’ ostici, ma è il modo in cui i brani mi fanno stare bene quindi penso che andrò avanti così. 



Distorce crede veramente nel proprio progetto ed è già riuscito a portarlo, un anno fa, all’interno della rassegna “Carne fresca” di “GERMI Luogo di Contaminazione”, spazio creativo polivalente ideato a Milano da Manuel Agnelli degli Afterhours. Ora speriamo che contamini sempre più persone perché c’è tanta fame di bellezza artistica.

lunedì 23 marzo 2026

LA NOTTE DEGLI OSCAR 2026 RACCONTATA DA NICOLA PICE PER #8MM - IL CINEMA DI RISERVA INDIE


Benvenuti a questo speciale dedicato alla notte degli Oscar 2026, la 98ª edizione degli Academy Awards.
Una notte che, come spesso accade a Hollywood, ha mescolato glamour, politica, cinema d’autore e qualche sorpresa.
La cerimonia si è svolta come da tradizione al Dolby Theatre di Hollywood, nel cuore di Los Angeles, il luogo che da oltre vent’anni ospita la celebrazione più importante del cinema mondiale.
È uno spazio che ormai è diventato parte del mito degli Oscar: il red carpet che sale lungo Hollywood Boulevard, le scalinate piene di fotografi e quella sensazione un po’ irreale per cui – almeno per una notte - sembra che tutto il cinema del mondo sia concentrato in pochi metri quadrati.
A guidare la serata è stato Conan O’Brien, che ha aperto lo spettacolo con un monologo incentrato sull’intelligenza artificiale, sulla crisi delle sale cinematografiche e sul fatto che, ormai, molti film vengono visti più spesso sul divano che al cinema. 
Succede anche a voi?
Un’ironia che ha colpito nel segno, perché riflette una delle grandi questioni del cinema contemporaneo: come sopravvive la sala cinematografica all'epoca dello streaming?



Ma veniamo ai premi?
Il grande vincitore della serata è stato “One Battle After Another” - “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, che ha conquistato l’Oscar come miglior film e miglior regia, oltre a diverse altre statuette tecniche e non (tra le quali quella per Sean Penn come miglior attore non protagonista). 
È un film ambizioso, complesso, politicamente stratificato: Anderson ha messo in scena un fanta-racconto di radicalismo politico e tensioni sociali negli Stati Uniti, costruendo una narrazione corale che mescola la storia con la S maiuscola ai destini individuali.
La vittoria di questo film non è casuale perché Hollywood, nei momenti di grande tensione politica o culturale, tende spesso a premiare opere che lanciano uno sguardo sul presente e Anderson lo ha fatto con il suo stile molto riconoscibile: lunghi piani sequenza, dialoghi intensi, una regia che osserva i personaggi quasi come se stessimo spiando la storia mentre accade.
Per molti critici è stata anche una sorta di consacrazione tardiva: Paul Thomas Anderson è uno dei cineasti più importanti della sua generazione, ma per anni gli Oscar lo avevano solo sfiorato. 
Questa volta l’ Academy ha deciso di premiarlo senza esitazioni.


Uno dei momenti più applauditi della serata è stato il premio come miglior attore protagonista a Michael B. Jordan per “Sinners”, il film di Ryan Coogler che ha dominato la stagione delle nomination. 
Jordan interpreta due fratelli coinvolti in una vicenda che mescola horror, storia americana e simbolismo sociale: un ruolo doppio, complesso, che gli ha permesso di mostrare una gamma emotiva davvero notevole.
E qui c’è la curiosità più interessante: Sinners è un film di vampiri. 
Ora, se pensiamo alla storia degli Oscar, l’horror è sempre stato trattato con una certa diffidenza.
Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato: l’Academy ha iniziato a riconoscere dignità sempre più spesso ai film di genere. 
Questo significa che i confini tra cinema “alto” e cinema “popolare” stanno diventando via via più sfumati.
Sempre per “Sinners”, tra gli altri momenti memorabili della serata c’è stata la vittoria della direttrice della fotografia Autumn Durald Arkapaw: è stata la prima donna afroamericana a vincere l’Oscar per la fotografia, un premio che per decenni era stato appannaggio quasi esclusivo degli uomini.


Il premio per la miglior attrice protagonista è andato invece a Jessie Buckley per “Hamnet”, un film che racconta la morte del figlio di William Shakespeare e il dolore della famiglia. 
Buckley ha offerto una performance molto intensa, quasi teatrale, costruita più sui silenzi e sugli sguardi che su grandi monologhi.
È uno di quei ruoli che ricordano come il cinema possa essere potentissimo anche quando racconta storie intime, lontane dagli effetti speciali e dai grandi spettacoli.
Il suo discorso è stato breve ma molto emozionante: ha ricordato come, quando era giovane, non avesse quasi modelli a cui ispirarsi nel suo campo.
E poi ci sono sempre gli aneddoti che rendono memorabile la notte degli Oscar.
Per esempio, uno dei momenti più curiosi è stato quando Conan O’Brien ha scherzato con il pubblico dicendo che Hollywood è l’unico posto al mondo dove un film può costare 200 milioni di dollari e poi essere giudicato un fallimento se ne incassa “solo” 300: una battuta che ha fatto ridere, ma che racconta anche molto delle logiche economiche del cinema contemporaneo.
Un altro momento divertente è stato durante il red carpet, quando diversi attori hanno confessato di aver visto alcuni film candidati… solo pochi giorni prima della cerimonia. 
È una tradizione non scritta degli Oscar: tutti cercano di recuperare all’ultimo momento i film più discussi.
Ma al di là del glamour e delle battute, gli Oscar restano sempre uno specchio del momento storico.
Quest’anno molti dei film premiati parlano di conflitti, identità e tensioni politiche. 
Non è un caso: il cinema spesso reagisce al clima culturale del suo tempo, e Hollywood non fa eccezione.
Se guardiamo agli ultimi dieci anni degli Oscar, vediamo una trasformazione evidente. 
Film internazionali come “Parasite” hanno dimostrato che Hollywood non è più il centro esclusivo del cinema mondiale. 
E anche quest’anno la presenza di film provenienti da diverse parti del mondo ha confermato che il cinema è sempre più globale.
Anche la notte degli Oscar 2026, dunque, ci racconta un cinema in trasformazione.
Un cinema in cui convivono autori ambiziosi, grandi produzioni spettacolari, storie politiche e film di genere. 
Un cinema che cerca nuove forme per parlare al pubblico di oggi.
E chissà, forse è proprio questo il segreto della notte degli Oscar. Non soltanto una gara tra film, ma un modo per capire in che direzione sta andando il cinema, che diventa così un mezzo attraverso il quale abbattere frontiere, generi, consuetudini e tradizioni… dando la priorità alle emozioni e puntando a rappresentare i chiaroscuri che caratterizzano questi nostri anni di turbolenza e cambiamento.


Testo di Nicola Pice






 

domenica 22 marzo 2026

ALESSANDRO CEREA - DIRUPI - ATTENZIONE: CAMMINARE SULL'ORLO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Quando ci troviamo sul bordo di un dirupo la reazione più istintiva di solito è allontanarsene al più presto nel timore di scivolare e farsi male. Questo perché il dirupo rappresenta l’incognita, l’ignoto, non sappiamo cosa ci sia al fondo e ne abbiamo paura. “Dirupi”, esordio discografico del cantautore varesino Alessandro Cerea, esorcizza tale atavico timore trasformando l’idea del burrone in un’opportunità per cogliere qualcosa di buono che, se non ci fossimo lasciati andare, non avremmo mai raggiunto. Le otto canzoni che compongono l’album sono un viaggio che ha per meta questa presa di coscienza, maturata nell’arco di dieci anni particolarmente significativi nella vita più o meno di tutti, ovvero quelli tra i venti e i trenta. Il cantautorato classico, specialmente nell’uso della voce, si innesta su una trama sonora innervata di elettronica dando un tocco personale all’insieme. Il disco si apre con il sound rutilante di "Sogno imperfetto", canzone d’amore sul percorrere insieme le strade della vita tra tempeste e sogni impregnati di mare. Ed il mare è uno degli elementi maggiormente caratterizzanti del lavoro, la sua presenza si affaccia anche in molti altri pezzi. “Vite di Maggio” ha un arrangiamento carezzevole in cui una voce femminile si fa accompagnamento strumentale. Un amore enorme ormai perduto si fa struggimento e dolorosa consapevolezza che resterà un ricordo impossibile da odiare. Altro pezzo di grande personalità è “Fratello sacrificale”, la storia di due fratelli che vivono esperienze di vita molto lontane tra loro, l’uno perfettamente integrato nel mondo degli adulti, per quanto avvilito dalla vuota routine e l’altro che ne resta completamente al di fuori. “Lottato così a lungo per meritare una vita da schiavi” si chiede il fratello obbediente. Dalla trama elettronica del brano affiorano elementi rock che portano una piacevole digressione. “Nervi” è il brano più gioioso del disco, la condivisione del ricordo di tutte le estati passate al mare a Genova Nervi, con una citazione di “La mia banda suona il rock” di Fossati. In “Pianto d’amore” torna il lirismo di un amore inciso nella memoria e nel cuore che non passerà mai. Chiude l’album “Dirupi felici”, pezzo che fonde alla perfezione elettronica e un pianoforte. Tutti possiamo rotolare sui prati dei dirupi, leggeri e allegri con la spensieratezza dei bambini, perché per vivere veramente bisogna ogni tanto lasciarsi andare. Alessandro Cerea ha fatto un’interessante chiacchierata con noi sul suo album d’esordio.


- Qual è il bagaglio di sogni che si porta dietro questo tuo esordio discografico?
- Un bagaglio molto vasto perché racchiude un periodo della vita piuttosto lungo. Su questo album ci sono delle canzoni che sono state scritte nell’arco di dieci anni, dai venti ai trenta, quindi una decade piuttosto importante come esperienza di vita. Ci sono quindi molti stati d’animo che riguardano questa fascia di età che sono l’incontro di un primo grande amore, la sua fine, la difficoltà di trovare un posto nella società, così come l’intimità delle case, l’apertura ai grandi paesaggi, la spensieratezza. 
- Per curiosità qual’é il brano più vecchio e quale il più recente?
- Il brano più vecchio è “Dirupi felici”. All’origine c’è una poesia del mio amico Vittorio Bizzi, regista teatrale e fa parte delle mie prime sperimentazioni con il mondo della canzone. E infatti è una poesia che ho musicato e la sua caratteristica è quella di corrispondere alla brevità della poesia. La durata è di meno di due minuti con una lunga suite centrale strumentale. Quindi è un frammento che mi sono portato dietro per questi anni. La più recente, se non sbaglio, è “Nervi”. 
- Che è uno dei brani dalle atmosfere più positive del disco.
- Sicuramente, infatti spero di essere arrivato a una sorta di pace, alla mia età.
- Ho letto che prima di metterti al lavoro sul disco hai fatto anche il compositore di musiche di scena, hai avuto contatto con la dimensione teatrale. La tua esperienza in questo campo ti ha aiutato a comporre l’album? 
- Sicuramente, perché giocare con la musica senza gli argini della “forma canzone” è estremamente stimolante e divertente e mi ha aiutato a sviluppare il mio rapporto con la melodia soprattutto e con i suoni. 
- Il tuo è un album pieno di mare, ricorre molto spesso nei tuoi versi. Quanto è importante per te il mare come dimensione interiore? 
- Il mare è sicuramente un elemento fondamentale nella mia vita e, come buon abitante di città, rappresenta la fuga, l’evasione dalla quotidianità e il momento di ricongiunzione con se stessi. Un elemento fondamentale soprattutto per l’ispirazione.
- Un mare quasi amniotico, come se tu tornassi indietro nel tempo all’origine di te stesso.
- Certo, c’è sicuramente questo elemento della fanciullezza che riguarda strettamente il mare, perché io fin da bambino, per questioni familiari, ho frequentato questa città, questa frazione di Genova che è Genova Nervi e quindi c’è questo rapporto molto intimo. 
- Un altro elemento che ritorna in vari pezzi è la strada. Il viaggio parte da un luogo e arriva in un altro e la linea, spesso sghemba, che congiunge questi due punti è la strada. Quali sono state le tue strade interiori che hai percorso per arrivare a chi sei oggi?
- Sono state strade piuttosto tortuose, mi viene da dire quasi dei dirupi. Sicuramente le esperienze più forti sono state quelle a livello sentimentale e mi hanno condotto a quello che sono anche grazie al dolore che ho provato. E quindi sì, sicuramente sono strade impervie che mi hanno portato a una specie di consapevolezza che mi ha permesso di scrivere questo album, di produrlo e di finirlo mettendo un punto in un certo senso. 
- Parliamo un attimo di “Troppo tardi”. In questo pezzo il sax è uno strumento che sottolinea, che rafforza molto l’atmosfera, così come anche quella voce femminile che compare qua e là e in realtà non canta, ma accompagna. Quanto contano nella tua musica queste sottolineature? Cioè l’atmosfera creata da questi strumenti aggiuntivi. 
- Per me contano molto, nel senso che la forma diventa anche contenuto e quindi la suggestione data da un particolare suono è determinante. Ho speso molto tempo nella cura di questi dettagli con il mio produttore Giuliano Dottori. C’è stato un lavoro molto intenso da questo punto di vista. 
- Parlando in generale dell’album è contemporaneo con una vena di musica elettronica e classico al tempo stesso perché comunque si rifà molto anche al cantautorato tradizionale, classico italiano. Quali sono i tuoi punti fermi di riferimento musicali? Dovessi citarne tre diciamo. 
- Dovessi citarne tre ti direi sicuramente Fabrizio De André, Iosonouncane e Vinicio Capossela. Per motivi diversi, sicuramente Fabrizio De André è l’artista italiano che mi ha formato in maniera più viscerale fin dall’infanzia, è l’artista per il quale ho deciso che avrei voluto scrivere canzoni anch’io. Vinicio Capossela invece l’ho conosciuto più avanti con l’età e riguarda più un aspetto istrionico della mia vita musicale. Iosonouncane invece rappresenta più la fase matura di ascolto soprattutto per quanto riguarda i suoni. 
- “Sogno imperfetto” è direi il brano in cui la componente elettronica è più spiccata. Anche qui torna il mare, in questo caso il mare d’inverno. Le tue canzoni potrebbero essere definite meteoropatiche? 
- Sicuramente perché io sono molto meteoropatico, quindi questo tipo di suggestioni mi colpisce particolarmente. 
- Parliamo di amore perduto. In “Vite di Maggio” scrivi “non ti odierò, non ho il coraggio”. E’un luogo comune dire che l’amore confina spesso con l’odio. Cosa rende impossibile odiare una persona molto amata?
- Lo rende impossibile il fatto di superare il dolore, una volta che lo superi, superi la sofferenza, rimane qualcosa di buono se c’era davvero dell’amore. E’ inevitabile secondo me. E poi perché ci vuole il coraggio di fatto per odiare qualcuno che hai amato e io questo coraggio sinceramente non ce l’ho. 
- Mi hanno colpito questi versi di “Pianto d’amore”: “voglio piangere d’amore, non piangere l’amore”. Quindi il pianto come espressione di emozione e non il pianto come perdita. Come convivi con questa dualità?
- Questa dualità si riferisce al fatto di non piangere l’amore in senso assoluto, ma piangere piuttosto per un amore, per una storia che è finita. Perché piangere l’amore significa essere disperati, pensare che nessun tipo di amore possa più arrivare. Invece piangere d’amore vuol dire essere vivi, sofferenti per qualcuno. 
- Vorrei farti una domanda su “Fratello sacrificale”, in cui canti “ho messo la cravatta giallo vomito e uscito di casa non era primavera”. Già la cravatta giallo vomito è un indizio. E’come dire un’azione fatta controvoglia. Ho letto in altre recensioni che nel pezzo si parlerebbe di due fratelli, ma è più che altro l’ingresso controvoglia nell’età adulta di una persona che si sacrifica?
- In realtà è vero che c’è questo dualismo tra questi due fratelli, nel senso che ho voluto raccontare questo aspetto della vita, questa difficoltà di integrazione nella società attraverso l’immagine di un fratello totalmente integrato e perfettamente dentro alle dinamiche della vita adulta e quindi un mutuo, il lavoro fisso eccetera. E un altro fratello invece totalmente emarginato. Poi i due fratelli un po’ si sovrappongono nella canzone, non sono nettamente separati, perché l’idea del dualismo comunque non è la storia di due fratelli realmente, ma la storia di una vicenda. Questo dualismo emerge nel corso della canzone fino a che, alla fine, non si capisce chi sia realmente l’agnello sacrificale della storia, chi è davvero la vittima, il perdente. E quindi questo sfogo alla fine è uno sfogo di denuncia dello stato in cui ci si trova a vent’anni ad avere a che fare con un mondo del lavoro spietato e nessun tipo di certezza per il futuro. 
- Infatti tu hai detto che il disco è stato scritto tra i venti e i trent’anni. Questa decade segna un grosso passaggio nella vita, diventi il fratello che mette la cravatta gialla quando arrivi ai trenta, prima si cerca di fare altro, di sperimentare, di trovare altre soluzioni di vita. A te è capitato questo, cioè sei partito diciamo in “freestyle” per arrivare poi ad una dimensione più irreggimentata?
- In realtà no, nel senso che ho provato delle soluzioni più irreggimentate e non mi sono piaciute e anzi non ero minimamente adatto a sopportarle e al momento ho un lavoro un po’ più alla giornata. Nel senso che sono un fonico, nell’ambiente musicale gli orari non sono mai gli stessi, diciamo che non c’è una routine così opprimente. Per quanto sia pesante a livello di orari poi non lo è a livello di quotidianità, perché ogni giorno è un lavoro diverso. 
- Poi se fai qualcosa che ti piace nella vita è sempre meglio anche se, per fare una battuta, quando una band non si sente bene e magari non suona bene se la prende con il fonico. 
- E’vero succede (ndr ride)
- L’immagine dei bambini che rotolano dai prati in “Dirupi felici” trasforma l’idea di precipizio da pericolo in un elemento giocoso, allegro. Il dirupo per te è una metafora dello sfidare la vita?
- Sì decisamente. Mi piaceva l’idea di concludere questo disco in modo lieve ed è per questo motivo che ho scelto questa canzone. E’un po’ come dire il “buttati che è morbido” della pubblicità, nel senso che alla fine l’importante è vivere, buttarsi nei dirupi e scoprire che magari sul fondo non ci sono delle rocce, ma c’è un prato morbido. Quindi l’idea è un incoraggiamento a vivere.


“Dirupi” è l’autoritratto del passaggio del suo autore dalla spensieratezza della gioventù ad una maturità che deve fare i conti con il mondo spesso feroce degli adulti. In questo senso la scelta di Alessandro Cerea di vivere grazie alla musica è la dimostrazione di quanto sia importante buttarsi nel dirupo per atterrare nel proprio giardino segreto in cui coltivare l’arte, la musica. 

sabato 21 marzo 2026

SEED'N'FEED LIVE AL GANZ OF BICCHIO DI VIAREGGIO - RECENSIONE E GALLERY A CURA DI DENISE PER #ANIMALIDAPARTERRE



Esistono gli animali da palcoscenico, star che con naturalezza cavalcano la scena, e poi ci siamo noi, che dalla platea facciamo di quegli animali degli eroi, i nostri eroi. Questo è Animali da parterre, io sono Denise e stasera vi porto con me al compleanno dei SEED’N’FEED.


Esiste un posto non molto lontano da qui in cui si sono riversate negli anni passati diverse band underground alla ricerca di spazi per ricavare sale prove: si tratta di una piccola area di rimesse e depositi conosciuta dai local come “La Lisca”, è si trova a Bicchio, una frazione di Viareggio in una zona industriale. Per raggiungere il concerto di questa sera dobbiamo andare proprio lì, uscire dalla strada principale, addentrarci in strade secondarie, costeggiare campi e passare in mezzo a pozzanghere su vie non troppo battute e illuminate. Alla fine raggiungiamo un complesso di magazzini in lamiera disposti uno in fila all’altro su più file e infondo a quest’area, dove la luce si fa più forte nella notte, si trova il GOB, schermato da una ventina di persone che aspettano di entrare passando sotto a un gazebo provvisorio sistemato per riparare una parte di esterno dalla minaccia di pioggia della serata.
GOB, è l’acronimo di Ganz (Ganzi) Of Bicchio (di Bicchio), un nome a metà tra l’americano e il viareggino, e ganzi, ma per davvero, ne sono i fondatori: spero di non sbagliare nel nominare Alessandro, Lorenzo, Giacomo, Nicola e Andrea che hanno iniziato a lavorare a questo progetto intorno al 2014, coinvolgendo poi sempre più persone.
Uno di loro, Lorenzo Dinelli è il frontman dei Seed’N’Feed, gli headliner della serata, e Giacomo ha suonato con loro per 10 anni prima di passare allo stoner. I Seed N Feed compiono quest’anno 30 anni di carriera e si capisce perché era importante festeggiare proprio al Ganz Of Bicchio con questo concerto. Ci sono dei posti che sono di tutti ma sono anche casa per alcuni e i luoghi sono importanti quanto le ricorrenze.


Il GOB è un circolo Arci, quindi nel primo blocco all’entrata si controllano e si fanno i tesseramenti, poi si passa alla porta d’ingresso dove si paga il biglietto e la bevuta, in cambio un talloncino da consegnare al bar e un timbro sulla mano, una G maiuscola per permettere di entrare e uscire a piacimento.
Alla sinistra della porta d’ingresso un’insegna luminosa con l’acronimo del locale: le lampadine circondano la parte centrale, dove la scritta è intercambiabile, come nelle insegne dei vecchi cinema americani e vi sono riportati ogni sera i nomi delle band che si esibiscono.
Il locale non è molto grande e la serata si scalda subito, si incontrano i primi visi conosciuti, con cui si è già diviso il parterre in passato, non c’è la foga di prendere posto, il clima è molto tranquillo, la gente si muove in platea, prende da bere, sbircia l’angolo del merchandising dove sono esposti maglie dischi, cd e gadget che ripercorrono un po’ tutta la storia musicale della band. E’ il momento del “ce l’ho, ce l’ho, mi manca” e lì attorno si possono sentire le persone discutere su quale sia stato il disco migliore, il concerto più memorabile, il pezzo del cuore. Questo è quello che accade quando si partecipa a live di questa portata, si incontrano visi amici, si parla di musica, si rivivono momenti e si condividono esperienze.
Mi posiziono in prima fila, vicino alle casse, un po’ laterale, per godermi lo spettacolo da vicino senza rischiare di esser travolta dal pogo che arriverà, è certo! La posizione laterale mi permette di avere un luogo a cui poter tornare quando la calca stringe troppo. Quelli che dal pit non usciranno per tutta la sera invece si individuano subito. Ci sono un sacco di ragazzi giovani, forse figli di qualche componente della band con amici, altri con i genitori al loro fianco, altri ancora semplicemente nuovi fan. Mi fa sorridere, perché mi rivedo io alla loro età e solo in quel pensiero comprendo il gap e la bellezza di essere lì insieme a loro. La musica è davvero un linguaggio universale e soprattutto intergenerazionale.



Riesco a buttare un occhio alla scaletta. Sono riportati tutti i brani più famosi e non solo. Acquaforte, Century’s Gone, Modulo 125, Tracce, Rossoarancio, Versilia Disco Trash, I Just Wanna Play. Si ripercorrerà tutta la loro storia.
Finalmente salgono sul palco. La line up attuale è quella più longeva: Lorenzo Dinelli voce e chitarra si presenta con la barba lunga, camicia a quadri e un cappellino in testa, come sempre altissimo catalizza subito l’attenzione di tutti. Matteo Caldari, basso e seconda voce, berretto in testa della Inconsapevole records si posiziona davanti a me , dalla parte opposta Diego Caldari alla chitarra e dietro Pansini Fabio alla batteria sulla cui parte frontale è curiosamente posizionato il faccione di Dustin Hoffman pronto a saltellare per tutto il concerto.


Ma le postazioni non sono state tutte completate perché quella di questa sera sarà una festa e a un certo punto ci sarà talmente tanta gente sul palco da non far percepire più la linea di divisione tra la scena e il parterre: saliranno altri musicisti che hanno percorso un pezzo di strada con loro, fan scatenati, cantanti improvvisati.
“Io sto bene, tu come stai?” è l’attacco di “Mi pento” che parte con tutta la sua carica dopo l’intro e diventa un convenevole che accende la folla che fin da subito inizia a cantare con il frontman e canterà per quasi tutto il concerto. Giacomo Cerri con la sua chitarra, sale fin da subito sul palco con gli ex compagni, ma non sarà l’unico: si alterneranno sul palco anche Carlo Alberto Rossi al basso, Federico Bertolini alla batteria, Andrea Iannazzone al basso e Mark Byrne alla chitarra.
Inesplosa, Disconnected, Montagne Fredde, Lungo la strada, Forgiven, Satelliti, Foto Sbiadite, sono solo alcune delle canzoni della prima parte della serata.
I brani in Italiano, quelli di più semplice ascolto, sembrano in successione raccontare una storia, quella di un viaggio lungo che tocca temi sociali, amorosi, esistenziali e legami universali allargandosi anche nello spazio, un tema ricorrente, attraverso riflessioni su movimenti cosmici che scomodano le stelle e risolvono il senso della vita in tutti noi: perché forse è davvero tutto scritto nelle stelle, come ciò che nella vita ci ha poi portato a essere tutti qui questa sera. Il repertorio della band viareggina è mutato molto con loro nel corso degli anni e tanto racconta dei membri che si sono succeduti.Nella seconda parte del concerto, “Prima che… sia troppo tardi” l’animo più riflessivo e maturo viene messo da parte in favore di un percorso tra pezzi che ammiccano alla parte più punk della band. “Take a position” segna la fusione definitiva tra parterre e scena. C’è chi sale sul palco, chi canta, chi si lancia, chi si abbraccia, chi si tocca le mani. Il pogo è inarrestabile. Smetto presto di capire che canzone verrà suonata, e mi faccio trasportare da un flusso di musica e energia che mi culla come un gioco acquatico per tutta la serata. Presto la scaletta viene abbandonata, nessuno ha voglia di far finire il concerto: molti brani si aggiungono in coda, finchè a un certo punto sul piccolo palco del GOB si ritrovano 7/8 musicisti tutti insieme, sulla folla si susseguono persone in stage diving e le voci della band non si distinguono più da quelle del parterre.


Dopo tanti tentativi di saluto, ancora troppo presto, il concerto finisce. E’ mezzanotte e mezza, ringraziano, dedicano la serata al locale che ci ha appena ospitato. “Sosteniamolo!” dice Diego, i ragazzi si abbracciano e noi li guardiamo un ultima volta prima di abbandonare le nostre postazioni. Prima che le luci del palco si spengano.


Il compleanno dei Seed N Feed al Ganz Of Bicchio del 24 gennaio 2026 è stato davvero una grande festa!

Denise 







 

"NUOTANDO NELL'ARIA" E L'IMPORTANZA DEL DURO LAVORO - CRISTIANO GODANO RACCONTA 35 CANZONI DEI MARLENE KUNTZ - TESTO DI MAURIZIO CASTAGNA


Uscito ormai da quasi sette anni, ma i libri non sono mai troppo vecchi per essere letti, "Nuotando nell'aria" è una sorta di diario artistico di Cristiano Godano e dei Marlene Kuntz. Il libro ci porta dietro le quinte di "Catartica", "Il vile" e "Ho ucciso paranoia", i primi tre dischi della band di Cuneo, raccontando, brano per brano, il processo creativo che ha portato all'incisione delle singole tracce con dovizia di aneddoti, particolari, e soprattutto momenti di vita vissuta. Ci si immerge in anni, dal 1994 al 1999, che permettevano un "contesto" ideale per quello che veniva considerato il nuovo rock italiano e non solo. C'erano ancora i rock club, nel cuneese il mitico "Nuvolari" e nella vicina Bra "Le Macabre", dove si suonava dal vivo e l'estate portava tanti piccoli-grandi festival che riuscivano a stare in piedi soprattutto per quello che rappresentavano più che per i nomi che portavano sul palco. Nei dj set si passavano Husker Du, Sonic Youth e Gun Club e la musica era la colonna sonora della serata, non il sottofondo per fare altro. Nelle 350 pagine, ricche anche di appunti e bozze scritte a mano, c'è la rabbia di Cristiano per quei fans per cui "I Marlene sono solo quelli dei primi tre dischi", le registrazioni con Gianni Maroccolo, la telefonata di Giovanni Lindo Ferretti, i testi inviati a Nick Cave, e ovviamente tantissimo altro. E' un diario di emozioni dove sarà più facile per i fans duri e puri perdersi nel mare di spunti derivanti da ogni canzone ma che è soprattutto la testimonianza di un'epoca, forse irripetibile, della musica indipendente in Italia e di tutto quello che ha rappresentato per generazioni come la mia.





Ma tra le cose che più mi hanno colpito c'è la parte in cui Cristiano racconta delle prove e di una certa cultura del lavoro, da cui anche il mondo musicale non sfugge, che spesso manca. "In Italia le prove erano per molti un ingombro... ci manca quel tipo di cultura e dunque erano (sono?) pochissimi i gruppi che capivano l'importanza del duro lavoro". Credo sia questa la fotografia, purtroppo non solo in campo musicale, che può rappresentare il nostro paese anche oggi. Questa tendenza a mettersi su un piedistallo per sentirsi arrivati in base a criteri del tutto soggettivi, che con la rete sono amplificati, la ritrovo in molti gruppi di oggi che troppo spesso curano le loro pagine social più che la propria preparazione artistica. E' quella cultura, palla al piede del nostro paese, per cui tutto è un passatempo e allora si può anche fare in maniera approssimativa o in modalità "quanto basta". Una volta Manuel Agnelli disse che gli Afterhours avevano portato nella musica italiana la professionalità e credo che questo si leghi perfettamente al pensiero di Cristiano espresso nel libro. Quante band dal vivo mostrano limiti imbarazzanti? Tutta colpa dei club che non ci sono più e della gavetta che è difficile da fare? Forse, ma in parte. Ma quante ore di preparazione, quanto sudore uno è disposto a mettere in quello che fa? Perché oggi è passata questa cosa per cui un brano registrato bene e una campagna social adeguata aprono le porte del successo. Probabile, in molti casi sicuro. Ma la credibilità la costruisci ogni giorno col lavoro e mettendoti in gioco. Se penso a band come Fuzz Orchestra, Giuda, Ovo, Peawees, Ofeliadorme, giusto per fare qualche nome, vedo gente super professionale che va tranquillamente a suonare all'estero senza timore di fare brutte figure. Ma quante band ascoltiamo in Italia che dal vivo sono impresentabili e che magari hanno la pretesa di andare a suonare a Berlino o Londra? Troppe. Ecco, di questo bel libro di Cristiano, oltre ai tanti appunti di vita in cui molti si ritroveranno, vorrei rimanesse questa "cultura del lavoro" che in tutti gli album dei Marlene, e non solo nei primi tre, si respira e che dovrebbe diventare modello per coloro che si sentono arrivati magari per una recensione fatta da un amico su una webzine che leggono in tre.




lunedì 16 marzo 2026

"BUGONIA" DI YORGOS LANTHIMOS RACCONTATO DA NICOLA PICE PER #8MM, IL CINEMA DI RISERVA INDIE


Con “Bugonia” (2025) – candidato a 4 premi Oscar - Yorgos Lanthimos prosegue il suo percorso di anatomista dell’assurdo contemporaneo, realizzando uno dei film più cupi e al tempo stesso più ironici della sua filmografia. 
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e liberamente ispirato al film sudcoreano “Save the Green Planet!” (2003) di Jang Joon-hwan, il lungometraggio assume la forma di una parabola fantascientifica che in realtà parla quasi esclusivamente del presente: della paranoia sociale, dell’alienazione prodotta dal capitalismo tecnologico e della progressiva dissoluzione della fiducia nella realtà condivisa.
Il risultato è un’opera che sembra oscillare continuamente tra la farsa e la tragedia, tra la satira politica e il dramma psicologico. 
Lanthimos costruisce un dispositivo narrativo chiuso e quasi teatrale - una sorta di esperimento sociale in forma di thriller fantascientifico - nel quale lo spettatore è costretto a interrogarsi non tanto sulla verità degli eventi, quanto sulla fragilità dell’idea stessa di umanità.
Lo stile registico di Lanthimos è ormai riconoscibile come uno dei più peculiari del cinema contemporaneo e in “Bugonia” si manifesta attraverso una messa in scena ancora più controllata, chirurgica, dove ogni gesto appare programmato, quasi come se i personaggi fossero cavie di un esperimento comportamentale.
I dialoghi sono pronunciati con una freddezza quasi clinica, i tempi comici nascono dalla rigidità dei personaggi e dalla loro incapacità di comprendere pienamente le conseguenze delle proprie azioni. 
Questa distanza emotiva produce un effetto straniante che ricorda il teatro dell’assurdo o il cinema europeo più radicale ma Lanthimos non è interessato alla verosimiglianza psicologica tradizionale perché i suoi personaggi esistono piuttosto come vettori di idee e tensioni sociali: il complottista paranoico, l’élite economica impersonale, il giovane fragile in cerca di appartenenza. 
In questo senso “Bugonia” si configura come un vero e proprio microcosmo allegorico.
Yorgos Mavropsaridis, storico collaboratore di Lanthimos, svolge un ruolo fondamentale nel determinare il tono del film utilizzando il montaggio per piegare la struttura narrativa ad un’alternanza di momenti di tensione quasi insostenibile ad improvvisi scarti ironici, creando un ritmo irregolare e destabilizzante. 
Il tempo cinematografico è dilatato: molte scene si prolungano oltre il necessario, generando un senso di disagio che diventa parte integrante dell’esperienza.
Questo uso del tempo è tipico del cinema di Lanthimos: l’azione non procede secondo le logiche tradizionali del thriller, ma attraverso una progressiva accumulazione di situazioni paradossali per cui si ha l’impressione di trovarsi in uno spazio mentale più che fisico.
Il seminterrato in cui si svolge gran parte della vicenda diventa, quindi, una sorta di laboratorio morale dove la realtà viene messa alla prova.
L’universo visivo del film è caratterizzato da immagini dai colori freddi e da una nitidezza quasi iperrealista, che rende gli ambienti contemporaneamente concreti e inquietanti.
Lanthimos utilizza spesso inquadrature grandangolari che deformano leggermente lo spazio, accentuando la sensazione di distacco tra i personaggi e il mondo che li circonda.
Le luci artificiali e i contrasti cromatici evocano un’atmosfera sospesa tra il quotidiano e il fantascientifico.
L’effetto complessivo, pertanto, è quello di una realtà che sembra già post-umana: un mondo in cui le strutture economiche e tecnologiche appaiono più vive degli individui che le abitano.
Gli attori che compongono il prestigioso cast ci appaiono come corpi e voci dell’assurdo.
Emma Stone, nel ruolo dell’ambigua CEO Michelle Fuller, costruisce un personaggio che oscilla continuamente tra vittima e manipolatrice, tra figura umana e possibile entità extraterrestre. 
La sua recitazione è volutamente controllata, quasi glaciale: ogni parola sembra calcolata, ogni sorriso appare come una strategia.
Jesse Plemons, nei panni del paranoico Teddy, realizza invece il ritratto tragico e disturbante di un uomo distrutto dal dolore e dalla frustrazione, incapace di distinguere tra giustizia e ossessione. 
Plemons riesce a trasformare una figura potenzialmente caricaturale in un individuo profondamente umano.
Accanto a loro, Aidan Delbis interpreta Don con una vulnerabilità disarmante: il suo personaggio rappresenta forse l’unico frammento di empatia in un universo dominato dalla follia e dalla diffidenza.
Mai come in questa circostanza il titolo stesso del film contiene una chiave interpretativa fondamentale. 
La “bugonia” è un’antica credenza secondo cui le api nascerebbero spontaneamente dai cadaveri dei buoi: un mito arcaico che parla di morte e rigenerazione.
Lanthimos utilizza questa idea come metafora della civiltà contemporanea in cui l’umanità appare come una specie che si genera dalle proprie rovine, incapace di sfuggire al ciclo di distruzione che essa stessa produce.
La fantascienza diventa così un linguaggio simbolico. 
Infatti, l’ipotesi che Michelle sia un’aliena non è soltanto un espediente narrativo: rappresenta la percezione crescente che il potere economico e tecnologico sia ormai estraneo all’esperienza umana. 
L’élite globale appare letteralmente “aliena” rispetto alla vita quotidiana delle persone ma, allo stesso tempo il film suggerisce una provocazione radicale: e se l’umanità stessa fosse davvero la specie invasiva? 
Se la Terra avesse bisogno di essere salvata proprio dagli esseri umani?
Al di là delle provocazioni, però, per comprendere pienamente Bugonia è necessario collocare l’opera nel percorso artistico del suo autore.
Fin dagli esordi con “Dogtooth”, Lanthimos ha mostrato un interesse ossessivo per i sistemi sociali chiusi e per le regole arbitrarie che governano il comportamento umano. 
In “The Lobster” questa ossessione si trasformava in una satira delle relazioni sentimentali; nel “Il sacrificio del cervo sacro” assumeva i toni di una tragedia mitologica; nei “La favorita” e “Povere creature” si manifestava attraverso una reinvenzione grottesca del passato.
“Bugonia” rappresenta probabilmente una sintesi di queste traiettorie perché da un lato riprende il minimalismo claustrofobico dei primi lavori del regista greco, dall’altro conserva la dimensione visionaria dei film più recenti.
La differenza principale sta nel tono: qui Lanthimos sembra abbandonare ogni residuo di ottimismo: se “Povere creature” celebrava la possibilità di una nuova forma di libertà umana, “Bugonia” suggerisce invece che il problema dell’umanità potrebbe essere proprio l’umanità stessa.
“Bugonia” è un film disturbante, provocatorio e profondamente coerente con la poetica di Yorgos Lanthimos. 
Attraverso la lente deformante della fantascienza, il regista costruisce una riflessione amara sul presente: un mondo dominato da paranoia, disuguaglianza e sfiducia nella verità.
Come spesso accade nel suo cinema, la risata e l’orrore convivono nello stesso gesto: lo spettatore ride, ma subito dopo si accorge che quella risata riguarda la sua stessa persona.
Ed è forse proprio questa la forza del film: ricordarci che l’alieno potrebbe non essere altrove, ma semplicemente dentro di noi.


“Bugonia”: strumento distopico di analisi sociale

In una prospettiva cinematografica coerente è utile collocare “Bugonia” di Yorgos Lanthimos all’interno di una tradizione ben precisa: quella della fantascienza distopica e apocalittica che utilizza il futuro (o un presente deformato) come strumento di diagnosi del presente storico.
Nel corso degli ultimi decenni numerosi film hanno immaginato mondi estremi - società collassate, regimi tecnologici totalizzanti, civiltà al tramonto - nei quali la crisi dell’umanità diventa il vero oggetto dell’indagine.
Pur non appartenendo alla fantascienza spettacolare più tradizionale, “Bugonia” dialoga idealmente con questi illustri predecessori, utilizzando l’ipotesi dell’alieno e la paranoia complottista per interrogarsi su una questione radicale, ovvero se l’umanità sia ancora in grado di riconoscere sé stessa.
Uno degli esempi più significativi di cinema distopico o apocalittico con cui l’opera di Lanthimos può essere messa in relazione è inevitabilmente “Blade Runner” (1982) di Ridley Scott, film che ha ridefinito l’immaginario della fantascienza contemporanea.
Nel mondo piovoso e iper-urbanizzato di Los Angeles del 2019, gli esseri umani convivono con replicanti biologici quasi indistinguibili dalle persone reali.
La domanda che attraversa l’intero film - che cosa significa essere umani? - trova una risonanza sorprendente anche in “Bugonia”.
Se nel film di Scott, però, il confine tra uomo e macchina è incerto, nell’opera di Lanthimos il confine tra umano e alieno diventa soprattutto una questione psicologica e politica.
La CEO interpretata da Emma Stone non è soltanto sospettata di essere un’entità extraterrestre: la sua presunta “alterità” rappresenta l’idea che il potere economico globale sia ormai diventato incomprensibile e distante quanto una civiltà aliena.
La differenza principale, tuttavia, risiede nel tono: “Blade Runner” costruisce un universo malinconico e romantico, mentre “Bugonia” adotta una prospettiva grottesca e satirica, in cui l’assurdità delle relazioni sociali diventa parte integrante della distopia.
Un altro confronto particolarmente interessante potrebbe essere con “I figli degli uomini” (Children of Men, 2006) di Alfonso Cuarón.
Nel film di Cuarón il mondo è precipitato in una crisi irreversibile: l’umanità è diventata sterile e la società è scivolata in un regime autoritario dominato dalla paura e dalla xenofobia.
Il futuro distopico rappresentato nel film non è tanto tecnologico quanto politico e morale.
La stessa logica è presente in “Bugonia” perché Lanthimos non immagina una civiltà devastata da guerre o catastrofi naturali: il collasso nasce piuttosto dalla perdita di fiducia nella realtà condivisa.
Se in “Children of Men” la speranza è incarnata dalla nascita di un bambino, nel film di Lanthimos non esiste alcuna promessa di redenzione.


La paranoia complottista del protagonista interpretato da Jesse Plemons riflette un mondo in cui la verità è diventata inafferrabile per cui “Bugonia” ci appare quasi come una versione post-internettiana della distopia politica raccontata da Cuarón.
Il rapporto tra tecnologia e alienazione trova una delle sue espressioni più radicali in The Matrix (1999) delle sorelle Wachowski.
In quel film l’umanità vive inconsapevolmente all’interno di una simulazione creata dalle macchine che hanno conquistato il pianeta.
La realtà percepita è dunque una costruzione artificiale.
Anche “Bugonia” lavora su una frattura simile: la percezione del mondo è costantemente messa in dubbio.
La differenza, tuttavia, è significativa in quanto, se nel film delle sorelle Wachowski esiste una verità oggettiva da scoprire - il mondo reale oltre la simulazione - nel cinema di Lanthimos, invece, la verità rimane irraggiungibile o forse irrilevante.
La domanda non è più “la realtà è vera?” ma piuttosto “chi ha il potere di definire ciò che è reale?”.
La dimensione paranoica di “Bugonia” richiama anche “L’esercito delle 12 scimmie” (12 Monkeys, 1995) di Terry Gilliam.
Nel film di Gilliam un virus ha distrutto gran parte dell’umanità e i sopravvissuti vivono sottoterra mentre tentano di cambiare il passato attraverso viaggi nel tempo.
Il protagonista è perseguitato dal dubbio: le sue visioni sono ricordi reali o semplici allucinazioni?
Come spesso accade nel cinema paranoico, lo spettatore non può stabilire con certezza se il protagonista sia un visionario lucido o un uomo completamente perduto nella propria ossessione.
Tuttavia Lanthimos porta questo meccanismo a un livello ancora più radicale: nel suo film la paranoia non appartiene soltanto al protagonista ma sembra contaminare l’intero sistema sociale.
Una diversa declinazione della distopia si trova in “Mad Max: Fury Road” (2015) di George Miller, uno dei più potenti film apocalittici del cinema contemporaneo.
Nel deserto post-nucleare immaginato da Miller, la civiltà è collassata e la sopravvivenza dipende dalla violenza e dal controllo delle risorse.
La società è dunque ridotta a una struttura tribale dominata da signori della guerra.
Se Mad Max rappresenta la distruzione fisica del mondo, “Bugonia” suggerisce qualcosa di altrettanto inquietante: la civiltà continua a funzionare in modo apparentemente normale ma ha già perso la propria umanità.
In altre parole, il film di Lanthimos ci propone un’apocalisse invisibile, che si manifesta non nelle rovine materiali ma nella disintegrazione della fiducia e dell’empatia.
Mettendo a confronto queste opere – la cui scelta dipende arbitrariamente da chi vi scrive senza nessuna pretesa di assolutezza, molti altri avrebbero potuto essere paragonati - emerge una caratteristica fondamentale di “Bugonia”: il film appartiene a una forma di fantascienza più allegorica che spettacolare.
A differenza delle grandi narrazioni distopiche basate su universi futuristici complessi, Lanthimos costruisce una distopia quasi minimalista.
Gran parte della vicenda si svolge in uno spazio ristretto - il seminterrato - che diventa una sorta di microcosmo della crisi globale.
Questa strategia ricorda il modo in cui il regista aveva già trasformato spazi chiusi in laboratori sociali  (“Dogtooth” e “The Lobster”).
Il dialogo tra “Bugonia” e il cinema distopico degli ultimi decenni rivela quanto il film di Lanthimos sia, in realtà, profondamente radicato nella tradizione della fantascienza politica.
Come “Blade Runner” ha interrogato la natura dell’umanità nell’era della biotecnologia, come “I figli degli uomini” ha riflettuto sul collasso delle istituzioni democratiche e come “The Matrix” ha messo in discussione la realtà percepita, anche “Bugonia” utilizza il linguaggio della fantascienza per formulare una domanda inquietante, non più soltanto su cosa diventerà il mondo ma se il mondo in cui viviamo non sia già, in fondo, una forma di distopia.

NICOLA PICE