Benvenuti a questo speciale dedicato alla notte degli Oscar 2026, la 98ª edizione degli Academy Awards.
Una notte che, come spesso accade a Hollywood, ha mescolato glamour, politica, cinema d’autore e qualche sorpresa.
La cerimonia si è svolta come da tradizione al Dolby Theatre di Hollywood, nel cuore di Los Angeles, il luogo che da oltre vent’anni ospita la celebrazione più importante del cinema mondiale.
È uno spazio che ormai è diventato parte del mito degli Oscar: il red carpet che sale lungo Hollywood Boulevard, le scalinate piene di fotografi e quella sensazione un po’ irreale per cui – almeno per una notte - sembra che tutto il cinema del mondo sia concentrato in pochi metri quadrati.
A guidare la serata è stato Conan O’Brien, che ha aperto lo spettacolo con un monologo incentrato sull’intelligenza artificiale, sulla crisi delle sale cinematografiche e sul fatto che, ormai, molti film vengono visti più spesso sul divano che al cinema.
Succede anche a voi?
Un’ironia che ha colpito nel segno, perché riflette una delle grandi questioni del cinema contemporaneo: come sopravvive la sala cinematografica all'epoca dello streaming?
Ma veniamo ai premi?
Il grande vincitore della serata è stato “One Battle After Another” - “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, che ha conquistato l’Oscar come miglior film e miglior regia, oltre a diverse altre statuette tecniche e non (tra le quali quella per Sean Penn come miglior attore non protagonista).
È un film ambizioso, complesso, politicamente stratificato: Anderson ha messo in scena un fanta-racconto di radicalismo politico e tensioni sociali negli Stati Uniti, costruendo una narrazione corale che mescola la storia con la S maiuscola ai destini individuali.
La vittoria di questo film non è casuale perché Hollywood, nei momenti di grande tensione politica o culturale, tende spesso a premiare opere che lanciano uno sguardo sul presente e Anderson lo ha fatto con il suo stile molto riconoscibile: lunghi piani sequenza, dialoghi intensi, una regia che osserva i personaggi quasi come se stessimo spiando la storia mentre accade.
Per molti critici è stata anche una sorta di consacrazione tardiva: Paul Thomas Anderson è uno dei cineasti più importanti della sua generazione, ma per anni gli Oscar lo avevano solo sfiorato.
Questa volta l’ Academy ha deciso di premiarlo senza esitazioni.
Uno dei momenti più applauditi della serata è stato il premio come miglior attore protagonista a Michael B. Jordan per “Sinners”, il film di Ryan Coogler che ha dominato la stagione delle nomination.
Jordan interpreta due fratelli coinvolti in una vicenda che mescola horror, storia americana e simbolismo sociale: un ruolo doppio, complesso, che gli ha permesso di mostrare una gamma emotiva davvero notevole.
E qui c’è la curiosità più interessante: Sinners è un film di vampiri.
Ora, se pensiamo alla storia degli Oscar, l’horror è sempre stato trattato con una certa diffidenza.
Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato: l’Academy ha iniziato a riconoscere dignità sempre più spesso ai film di genere.
Questo significa che i confini tra cinema “alto” e cinema “popolare” stanno diventando via via più sfumati.
Sempre per “Sinners”, tra gli altri momenti memorabili della serata c’è stata la vittoria della direttrice della fotografia Autumn Durald Arkapaw: è stata la prima donna afroamericana a vincere l’Oscar per la fotografia, un premio che per decenni era stato appannaggio quasi esclusivo degli uomini.
Il premio per la miglior attrice protagonista è andato invece a Jessie Buckley per “Hamnet”, un film che racconta la morte del figlio di William Shakespeare e il dolore della famiglia.
Buckley ha offerto una performance molto intensa, quasi teatrale, costruita più sui silenzi e sugli sguardi che su grandi monologhi.
È uno di quei ruoli che ricordano come il cinema possa essere potentissimo anche quando racconta storie intime, lontane dagli effetti speciali e dai grandi spettacoli.
Il suo discorso è stato breve ma molto emozionante: ha ricordato come, quando era giovane, non avesse quasi modelli a cui ispirarsi nel suo campo.
E poi ci sono sempre gli aneddoti che rendono memorabile la notte degli Oscar.
Per esempio, uno dei momenti più curiosi è stato quando Conan O’Brien ha scherzato con il pubblico dicendo che Hollywood è l’unico posto al mondo dove un film può costare 200 milioni di dollari e poi essere giudicato un fallimento se ne incassa “solo” 300: una battuta che ha fatto ridere, ma che racconta anche molto delle logiche economiche del cinema contemporaneo.
Un altro momento divertente è stato durante il red carpet, quando diversi attori hanno confessato di aver visto alcuni film candidati… solo pochi giorni prima della cerimonia.
È una tradizione non scritta degli Oscar: tutti cercano di recuperare all’ultimo momento i film più discussi.
Ma al di là del glamour e delle battute, gli Oscar restano sempre uno specchio del momento storico.
Quest’anno molti dei film premiati parlano di conflitti, identità e tensioni politiche.
Non è un caso: il cinema spesso reagisce al clima culturale del suo tempo, e Hollywood non fa eccezione.
Se guardiamo agli ultimi dieci anni degli Oscar, vediamo una trasformazione evidente.
Film internazionali come “Parasite” hanno dimostrato che Hollywood non è più il centro esclusivo del cinema mondiale.
E anche quest’anno la presenza di film provenienti da diverse parti del mondo ha confermato che il cinema è sempre più globale.
Anche la notte degli Oscar 2026, dunque, ci racconta un cinema in trasformazione.
Un cinema in cui convivono autori ambiziosi, grandi produzioni spettacolari, storie politiche e film di genere.
Un cinema che cerca nuove forme per parlare al pubblico di oggi.
E chissà, forse è proprio questo il segreto della notte degli Oscar. Non soltanto una gara tra film, ma un modo per capire in che direzione sta andando il cinema, che diventa così un mezzo attraverso il quale abbattere frontiere, generi, consuetudini e tradizioni… dando la priorità alle emozioni e puntando a rappresentare i chiaroscuri che caratterizzano questi nostri anni di turbolenza e cambiamento.





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