domenica 22 marzo 2026

ALESSANDRO CEREA - DIRUPI - ATTENZIONE: CAMMINARE SULL'ORLO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Quando ci troviamo sul bordo di un dirupo la reazione più istintiva di solito è allontanarsene al più presto nel timore di scivolare e farsi male. Questo perché il dirupo rappresenta l’incognita, l’ignoto, non sappiamo cosa ci sia al fondo e ne abbiamo paura. “Dirupi”, esordio discografico del cantautore varesino Alessandro Cerea, esorcizza tale atavico timore trasformando l’idea del burrone in un’opportunità per cogliere qualcosa di buono che, se non ci fossimo lasciati andare, non avremmo mai raggiunto. Le otto canzoni che compongono l’album sono un viaggio che ha per meta questa presa di coscienza, maturata nell’arco di dieci anni particolarmente significativi nella vita più o meno di tutti, ovvero quelli tra i venti e i trenta. Il cantautorato classico, specialmente nell’uso della voce, si innesta su una trama sonora innervata di elettronica dando un tocco personale all’insieme. Il disco si apre con il sound rutilante di "Sogno imperfetto", canzone d’amore sul percorrere insieme le strade della vita tra tempeste e sogni impregnati di mare. Ed il mare è uno degli elementi maggiormente caratterizzanti del lavoro, la sua presenza si affaccia anche in molti altri pezzi. “Vite di Maggio” ha un arrangiamento carezzevole in cui una voce femminile si fa accompagnamento strumentale. Un amore enorme ormai perduto si fa struggimento e dolorosa consapevolezza che resterà un ricordo impossibile da odiare. Altro pezzo di grande personalità è “Fratello sacrificale”, la storia di due fratelli che vivono esperienze di vita molto lontane tra loro, l’uno perfettamente integrato nel mondo degli adulti, per quanto avvilito dalla vuota routine e l’altro che ne resta completamente al di fuori. “Lottato così a lungo per meritare una vita da schiavi” si chiede il fratello obbediente. Dalla trama elettronica del brano affiorano elementi rock che portano una piacevole digressione. “Nervi” è il brano più gioioso del disco, la condivisione del ricordo di tutte le estati passate al mare a Genova Nervi, con una citazione di “La mia banda suona il rock” di Fossati. In “Pianto d’amore” torna il lirismo di un amore inciso nella memoria e nel cuore che non passerà mai. Chiude l’album “Dirupi felici”, pezzo che fonde alla perfezione elettronica e un pianoforte. Tutti possiamo rotolare sui prati dei dirupi, leggeri e allegri con la spensieratezza dei bambini, perché per vivere veramente bisogna ogni tanto lasciarsi andare. Alessandro Cerea ha fatto un’interessante chiacchierata con noi sul suo album d’esordio.


- Qual è il bagaglio di sogni che si porta dietro questo tuo esordio discografico?
- Un bagaglio molto vasto perché racchiude un periodo della vita piuttosto lungo. Su questo album ci sono delle canzoni che sono state scritte nell’arco di dieci anni, dai venti ai trenta, quindi una decade piuttosto importante come esperienza di vita. Ci sono quindi molti stati d’animo che riguardano questa fascia di età che sono l’incontro di un primo grande amore, la sua fine, la difficoltà di trovare un posto nella società, così come l’intimità delle case, l’apertura ai grandi paesaggi, la spensieratezza. 
- Per curiosità qual’é il brano più vecchio e quale il più recente?
- Il brano più vecchio è “Dirupi felici”. All’origine c’è una poesia del mio amico Vittorio Bizzi, regista teatrale e fa parte delle mie prime sperimentazioni con il mondo della canzone. E infatti è una poesia che ho musicato e la sua caratteristica è quella di corrispondere alla brevità della poesia. La durata è di meno di due minuti con una lunga suite centrale strumentale. Quindi è un frammento che mi sono portato dietro per questi anni. La più recente, se non sbaglio, è “Nervi”. 
- Che è uno dei brani dalle atmosfere più positive del disco.
- Sicuramente, infatti spero di essere arrivato a una sorta di pace, alla mia età.
- Ho letto che prima di metterti al lavoro sul disco hai fatto anche il compositore di musiche di scena, hai avuto contatto con la dimensione teatrale. La tua esperienza in questo campo ti ha aiutato a comporre l’album? 
- Sicuramente, perché giocare con la musica senza gli argini della “forma canzone” è estremamente stimolante e divertente e mi ha aiutato a sviluppare il mio rapporto con la melodia soprattutto e con i suoni. 
- Il tuo è un album pieno di mare, ricorre molto spesso nei tuoi versi. Quanto è importante per te il mare come dimensione interiore? 
- Il mare è sicuramente un elemento fondamentale nella mia vita e, come buon abitante di città, rappresenta la fuga, l’evasione dalla quotidianità e il momento di ricongiunzione con se stessi. Un elemento fondamentale soprattutto per l’ispirazione.
- Un mare quasi amniotico, come se tu tornassi indietro nel tempo all’origine di te stesso.
- Certo, c’è sicuramente questo elemento della fanciullezza che riguarda strettamente il mare, perché io fin da bambino, per questioni familiari, ho frequentato questa città, questa frazione di Genova che è Genova Nervi e quindi c’è questo rapporto molto intimo. 
- Un altro elemento che ritorna in vari pezzi è la strada. Il viaggio parte da un luogo e arriva in un altro e la linea, spesso sghemba, che congiunge questi due punti è la strada. Quali sono state le tue strade interiori che hai percorso per arrivare a chi sei oggi?
- Sono state strade piuttosto tortuose, mi viene da dire quasi dei dirupi. Sicuramente le esperienze più forti sono state quelle a livello sentimentale e mi hanno condotto a quello che sono anche grazie al dolore che ho provato. E quindi sì, sicuramente sono strade impervie che mi hanno portato a una specie di consapevolezza che mi ha permesso di scrivere questo album, di produrlo e di finirlo mettendo un punto in un certo senso. 
- Parliamo un attimo di “Troppo tardi”. In questo pezzo il sax è uno strumento che sottolinea, che rafforza molto l’atmosfera, così come anche quella voce femminile che compare qua e là e in realtà non canta, ma accompagna. Quanto contano nella tua musica queste sottolineature? Cioè l’atmosfera creata da questi strumenti aggiuntivi. 
- Per me contano molto, nel senso che la forma diventa anche contenuto e quindi la suggestione data da un particolare suono è determinante. Ho speso molto tempo nella cura di questi dettagli con il mio produttore Giuliano Dottori. C’è stato un lavoro molto intenso da questo punto di vista. 
- Parlando in generale dell’album è contemporaneo con una vena di musica elettronica e classico al tempo stesso perché comunque si rifà molto anche al cantautorato tradizionale, classico italiano. Quali sono i tuoi punti fermi di riferimento musicali? Dovessi citarne tre diciamo. 
- Dovessi citarne tre ti direi sicuramente Fabrizio De André, Iosonouncane e Vinicio Capossela. Per motivi diversi, sicuramente Fabrizio De André è l’artista italiano che mi ha formato in maniera più viscerale fin dall’infanzia, è l’artista per il quale ho deciso che avrei voluto scrivere canzoni anch’io. Vinicio Capossela invece l’ho conosciuto più avanti con l’età e riguarda più un aspetto istrionico della mia vita musicale. Iosonouncane invece rappresenta più la fase matura di ascolto soprattutto per quanto riguarda i suoni. 
- “Sogno imperfetto” è direi il brano in cui la componente elettronica è più spiccata. Anche qui torna il mare, in questo caso il mare d’inverno. Le tue canzoni potrebbero essere definite meteoropatiche? 
- Sicuramente perché io sono molto meteoropatico, quindi questo tipo di suggestioni mi colpisce particolarmente. 
- Parliamo di amore perduto. In “Vite di Maggio” scrivi “non ti odierò, non ho il coraggio”. E’un luogo comune dire che l’amore confina spesso con l’odio. Cosa rende impossibile odiare una persona molto amata?
- Lo rende impossibile il fatto di superare il dolore, una volta che lo superi, superi la sofferenza, rimane qualcosa di buono se c’era davvero dell’amore. E’ inevitabile secondo me. E poi perché ci vuole il coraggio di fatto per odiare qualcuno che hai amato e io questo coraggio sinceramente non ce l’ho. 
- Mi hanno colpito questi versi di “Pianto d’amore”: “voglio piangere d’amore, non piangere l’amore”. Quindi il pianto come espressione di emozione e non il pianto come perdita. Come convivi con questa dualità?
- Questa dualità si riferisce al fatto di non piangere l’amore in senso assoluto, ma piangere piuttosto per un amore, per una storia che è finita. Perché piangere l’amore significa essere disperati, pensare che nessun tipo di amore possa più arrivare. Invece piangere d’amore vuol dire essere vivi, sofferenti per qualcuno. 
- Vorrei farti una domanda su “Fratello sacrificale”, in cui canti “ho messo la cravatta giallo vomito e uscito di casa non era primavera”. Già la cravatta giallo vomito è un indizio. E’come dire un’azione fatta controvoglia. Ho letto in altre recensioni che nel pezzo si parlerebbe di due fratelli, ma è più che altro l’ingresso controvoglia nell’età adulta di una persona che si sacrifica?
- In realtà è vero che c’è questo dualismo tra questi due fratelli, nel senso che ho voluto raccontare questo aspetto della vita, questa difficoltà di integrazione nella società attraverso l’immagine di un fratello totalmente integrato e perfettamente dentro alle dinamiche della vita adulta e quindi un mutuo, il lavoro fisso eccetera. E un altro fratello invece totalmente emarginato. Poi i due fratelli un po’ si sovrappongono nella canzone, non sono nettamente separati, perché l’idea del dualismo comunque non è la storia di due fratelli realmente, ma la storia di una vicenda. Questo dualismo emerge nel corso della canzone fino a che, alla fine, non si capisce chi sia realmente l’agnello sacrificale della storia, chi è davvero la vittima, il perdente. E quindi questo sfogo alla fine è uno sfogo di denuncia dello stato in cui ci si trova a vent’anni ad avere a che fare con un mondo del lavoro spietato e nessun tipo di certezza per il futuro. 
- Infatti tu hai detto che il disco è stato scritto tra i venti e i trent’anni. Questa decade segna un grosso passaggio nella vita, diventi il fratello che mette la cravatta gialla quando arrivi ai trenta, prima si cerca di fare altro, di sperimentare, di trovare altre soluzioni di vita. A te è capitato questo, cioè sei partito diciamo in “freestyle” per arrivare poi ad una dimensione più irreggimentata?
- In realtà no, nel senso che ho provato delle soluzioni più irreggimentate e non mi sono piaciute e anzi non ero minimamente adatto a sopportarle e al momento ho un lavoro un po’ più alla giornata. Nel senso che sono un fonico, nell’ambiente musicale gli orari non sono mai gli stessi, diciamo che non c’è una routine così opprimente. Per quanto sia pesante a livello di orari poi non lo è a livello di quotidianità, perché ogni giorno è un lavoro diverso. 
- Poi se fai qualcosa che ti piace nella vita è sempre meglio anche se, per fare una battuta, quando una band non si sente bene e magari non suona bene se la prende con il fonico. 
- E’vero succede (ndr ride)
- L’immagine dei bambini che rotolano dai prati in “Dirupi felici” trasforma l’idea di precipizio da pericolo in un elemento giocoso, allegro. Il dirupo per te è una metafora dello sfidare la vita?
- Sì decisamente. Mi piaceva l’idea di concludere questo disco in modo lieve ed è per questo motivo che ho scelto questa canzone. E’un po’ come dire il “buttati che è morbido” della pubblicità, nel senso che alla fine l’importante è vivere, buttarsi nei dirupi e scoprire che magari sul fondo non ci sono delle rocce, ma c’è un prato morbido. Quindi l’idea è un incoraggiamento a vivere.


“Dirupi” è l’autoritratto del passaggio del suo autore dalla spensieratezza della gioventù ad una maturità che deve fare i conti con il mondo spesso feroce degli adulti. In questo senso la scelta di Alessandro Cerea di vivere grazie alla musica è la dimostrazione di quanto sia importante buttarsi nel dirupo per atterrare nel proprio giardino segreto in cui coltivare l’arte, la musica. 

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