domenica 18 ottobre 2026

VOCI DAL MEI - ZEBRA.SYS E MATILDE MONTANARI - INTERVISTE A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


La biodiversità musicale è la forza trainante del MEI di Faenza. Chiunque ami la musica in tutte le sue sfumature ha l’occasione per cogliere frutti veri, succosi e non gli omogenizzati che ci propina ogni giorno la discografia mainstream. Tra le molte proposte ho assaggiato quelle degli ZEBRA.sys, band romana che fa della contaminazione tra elettronica e ruvidezza rock la propria identità artistica e della cantautrice Matilde Montanari, dal taglio più classico che ha riversato tutta se stessa nel suo EP. 



La chiacchierata con Eugenio Giacomo Maglio e Paolo Castellani degli ZEBRA.sys è stata l’occasione per parlare del loro album “Shutdown Your System”, uscito a giugno. 
- Nel giro di pochi anni l’Italia ospiterà centinaia di data center, che sono estremamente energivori e alimentano l’Intelligenza Artificiale. Secondo voi “Shutdown Your System”, che è il titolo del vostro album, è l’unico modo per arrestare il sistema e fermarci poco prima della catastrofe?
EUGENIO - Per noi “Shutdown Your System” nasce dall’esigenza di mettere in atto una provocazione, tornare alla nostra energia istintiva fuori dallo schema dettato dalle giornate lavorative. Era importante trovare un’espressività ancorata alla realtà di oggi molto informatizzata e da qui è nata la provocazione, che ammicca anche un po’ all’immaginario vintage dell’informatica, per esempio il floppy disk. Torniamo indietro perché stiamo perdendo di vista il nostro lato umano.
PAOLO – Il nostro è metaforicamente un ritorno a un digitale analogico. L’iconografia cui ci rifacciamo è quella del digitale con un umano che ci mette del suo, mentre ora è tutto digitale guidato dal digitale stesso. L’essere umano così diventa schiavo del digitale, mentre invece l’intento è evocare il nostro lato selvaggio.
EUGENIO – Aggiungo che anche il nostro nome “ZEBRA.sys” è stato scelto per questo, perché la zebra è un animale della savana che sembra apparentemente anonimo, non si riconosce una zebra rispetto ad un’altra, invece ogni zebra ha una sua unicità, per esempio nelle striature. Il punto sys invece si riaggancia al digitale analogico ed è anche il trigger del nostro live, l’apertura di un file di sistema che crea confusione. 
PAOLO – È come un virus che anziché distruggere il computer ti libera. Pensi di essere libero mentre, in realtà, sei dentro un sistema. 
- Azzardo una definizione del genere che fate. Potremmo definirlo cybermetal? 
EUGENIO – Sì, ammicchiamo molto all’industrial, diciamo che le nostre principali fonti di ispirazione sono i Rammstein e i Nine Inch Nails. Abbiamo cercato di mescolare il tutto con le nostre radici. In realtà non abbiamo mai fatto questo genere di musica prima degli ZEBRA.sys. Ci siamo trovati a resettare il nostro background ed esplorare. Quindi è sicuramente cyber, ma molto ruvido.
PAOLO – Diciamo che la definizione ufficiale sarebbe techno industrial metal a sfondo cyber. La tua analisi è corretta, però usiamo anche molta techno. Non seguiamo né la strada totalmente metal né quella totalmente techno. Ci collochiamo nel mezzo. 
- L’attacco di “Drop the bomb” dà proprio l’impressione di sentir cadere le bombe. Sono gli incubi del passato che riaffiorano?
PAOLO – Tutto il nostro album è un percorso di liberazione dell’io e “Drop the bomb” è quel momento in cui ti rendi conto di poter fare qualcosa e sei pronto a sganciare la bomba. Pensi “ho tutta questa energia dentro di me, questa voglia di identità, di affermare me stesso e adesso è il momento di liberarla. Sono pronto a sganciare la bomba”. 
EUGENIO – “Drop the bomb” in questo momento storico è un’espressione volontariamente scomoda. Aggancio la tua attenzione, ma se ascolti il brano vorremmo che percepissi che la bomba di cui stiamo parlando ti libera da una struttura che ti ha castrato. Quindi è un’esplosione positiva.
- Parliamo del confine tra uomo e macchina nella creatività. Rischiamo di fare la fine di Jeff Goldblum nel film “La mosca”?
EUGENIO – Secondo me dipende dal punto di vista. Può essere un’occasione di evoluzione o un’occasione persa per fare un salto evolutivo. Il confine è molto sottile perché basta una scelta errata per metterci dal lato sbagliato della parete. In questo momento poi è un tema attualissimo l’intelligenza artificiale che ci sta schiacciando come artisti, ma se viene sfruttata come alleato nel processo creativo diventa un volano per la crescita. È uno strumento, dipende dall’uso che ne facciamo. 
- In “Jailbreak” il protagonista si trasforma in un virus che è capace di infiltrarsi nella rete conquistando la propria libertà. È recente la notizia di quello sviluppatore di Anthropic che si è dimesso spiegando che lui non voleva più fare questo lavoro perché metteva in pericolo la persona umana. 
PAOLO – Effettivamente la canzone tratta questo tema. “Jailbreak” è il finale del disco, quindi dopo essersi accorto di vivere in un sistema che non piace più è giunta l’ora di sganciare la bomba, “Jailbreak” rappresenta proprio il punto finale. Ora che mi sono liberato, proprio come quell’ingegnere, vi dico “adesso correte con me perché vi faccio vedere quanto è bello dall’altra parte”. 
EUGENIO – Vorrei aggiungere che tutti i brani del nostro disco sono come delle stanze sonore. Oltre alla traccia che si ascolta abbiamo sempre cercato di creare un ambiente. All’inizio di “Jailbreak” c’è il suono delle serrature campionate di un carcere che si aprono. L’obiettivo di questo progetto è creare una cage proprio attraverso l’immersività sonora, che si risolve nell’ultimo brano, la rottura di “Jailbreak”. 
- “Shutdown Your System” è stato definito come un campo di battaglia emotivo. Potete spiegarlo meglio?
PAOLO - Come in tutte le battaglie c’è il momento della lotta vera e propria e quello delle conseguenze. È come se si svolgesse una guerra interiore. L’album inizia con “Wild Night”, simbolica del momento in cui mi accorgo che qualcosa non va. Ci siamo immaginati il nostro personaggio di notte che capisce che nel cervello c’è un glitch attraverso cui riesce a trovare uno spiraglio di luce. È quello che gli fa capire che “okay non sto più bene qui, devo cominciare a preparare la mia battaglia”. Quindi è il primo passo. Poi con “Catch me” il protagonista comincia a correre. C’è un filo logico, se lo vedi dall’esterno è proprio come una guerra. Quando la studi a scuola ti dicono le motivazioni, le alleanze, la causa scatenante, i conflitti, che qui sono interiori e le conseguenze di cui abbiamo parlato in “Jailbreak” che è la liberazione, la fine della guerra. 
EUGENIO – E’ un meccanismo narrativo usato anche in ambito letterario, il viaggio dell’eroe, il momento di rottura iniziale che si crea in “Wild night”. Si inceppa qualcosa e inizia una catena di eventi che si risolve in una liberazione, un nuovo stato che ci auguriamo sia migliore del precedente.
- Nello scenario politico attuale segnato dalla presidenza di Donald Trump negli USA, la guerra e le conseguenze drammatiche delle decisioni di Netanyahu, il futuro è minacciato da figure come le loro. Quanta della rabbia che deriva da questo stato di cose è filtrata nei vostri pezzi?
PAOLO – L’inquietudine che provocano questi personaggi politici traspare nell’intenzione. Perché tutto ciò che grava sul nostro inconscio, a partire dalle piccole cose quotidiane, come lo svegliarsi presto per andare al lavoro, fare tardi la sera per colpa del lavoro stesso, le bollette, fino ad arrivare a questioni più grandi come la politica, i genocidi e le guerre mondiali sono tutte cause che nel nostro inconscio pesano e fanno venire voglia di resettare.
EUGENIO – Sicuramente la realtà circostante ci ha influenzato molto anche nella scelta di rafforzare il messaggio identitario di liberazione da ciò che siamo. Il problema è che nel momento in cui siamo soggiogati dalla nostra realtà quotidiana e non tiriamo su la testa siamo più facilmente plasmabili. In questo viaggio proponiamo all’ascoltatore di tornare a ricordarsi di sé stessi prima di tutto. Anche perché le persone di cui abbiamo parlato, i potenti sono esseri umani come noi e sono arrivati a quelle posizioni di potere per effetto di un percorso. Ognuno di noi può scegliere la direzione verso cui andare. Ognuno di noi ha la propria identità e può non essere un soggetto passivo. Noi tutti possiamo lasciare un segno. Il concetto è risvegliare la coscienza politica delle persone, ricordare prima di tutto chi siamo e poi aprirci. Vicino a noi c’è un’altra zebra.
PAOLO – Il nostro messaggio è riconoscerci come parte di un tutto, senza la volontà di prevaricare gli altri. Mi sono svegliato, mi sono riconosciuto come zebra e voglio risvegliare anche chi mi circonda. Siamo tutti uguali e anche diversi nella nostra identità, come le zebre. 
- Nella costruzione dei brani come evitate che la precisione chirurgica della drum machine vada a soffocare la carica viscerale del rock?
EUGENIO – Forse proprio la nostra origine artistica ci sta aiutando. Ci siamo immersi nel mondo dell’elettronica dopo aver raggiunto la maturità come musicisti rock, quindi quella rimane la vena dominante. Abbiamo cercato una sintesi per definire il nostro sound rispettando le nostre origini. Questo ci ha consentito, secondo me, di mantenere un’identità che non è classificabile come pura musica techno o pura musica elettronica, ma nemmeno pura musica rock. Ci piace moltissimo questo ibrido che in realtà non è stato neanche studiato, ma è molto naturale e nasce dall’esplorazione.
PAOLO – Per noi i limiti meccanici, della drum machine, qualsiasi tipo di limite non lo viviamo mai solo ed esclusivamente come tale, ma piuttosto come uno stimolo. Per esempio, i Beatles che avevano un registratore a quattro piste componevano musica che è ancora oggi moderna. Per noi fare musica è uno stimolo continuo, un’esplorazione costante, motivo di studio e di curiosità. 
- Dopo la vostra vittoria a Emergenza Live Italia 2025, le date nei club, l’uscita con l’etichetta Leave Music e la distribuzione Sony e adesso il MEI, in quale direzione state andando? Avete già un’idea del vostro futuro musicale?
EUGENIO – Stiamo già lavorando al prossimo album perché non ce la facciamo a fermarci. In questo momento stiamo puntando molto sul far conoscere la nostra musica con i live, il momento in cui riusciamo ad esprimere meglio le potenzialità del progetto, che ha una doppia veste, sia audio che audio video a seconda della venue. Il nostro obiettivo per il prossimo anno è aumentare la penetrazione più che del mercato, dei club, dei live perché è importante farsi scoprire. È inutile fare musica in cameretta, bisogna prendere la macchina, andare nei posti, conoscere le persone, agganciare gli altri con il nostro messaggio e continuare sempre così perché tanto non basta mai. Sottotraccia poi stiamo già sviluppando il prossimo disco perché il viaggio di questo album finisce con la liberazione, ma poi cosa succede? Abbiamo in mente la traiettoria da prendere, speriamo di poter chiudere la lavorazione il prossimo anno perché abbiamo tanta voglia di proporre la nostra musica a chi ci vorrà ascoltare. 
-Vorrei parlarvi di una realtà che è uscita recentemente, si tratta di una piattaforma di promozione della musica dal basso che si chiama “Subvert”. Nasce dall’esperienza di Bandcamp, ma l’obiettivo è arrivare a dare agli artisti il 100 per cento delle royalties con una struttura basata su una cooperativa di musicisti. Il finanziamento  è degli ascoltatori che fanno donazioni spontanee, investimenti collettivi della community e quote di iscrizione. Come valutate questo modello? Senza arrivare ad uno shutdown di Spotify…
EUGENIO – Ma anche sì perché purtroppo si è creata una sorta di oligarchia distributiva che sta penalizzando progetti molto validi che potrebbero avere un ottimo riscontro. Non parlo degli ZEBRA.sys, ma proprio della musica che gira. Questa realtà che hai citato non la conoscevamo e la approfondiremo, ma il messaggio chiave è che non bisogna calarsi dall’alto ma salire dal basso, così costruisci la tua base. C’è un’altra realtà in Italia con cui abbiamo collaborato che è “Concerti Fuorisede”, una bellissima idea tutta italiana. Si basa su una serie di locali che si agganciano a un circuito di scambio date e ci sono band che girano all’interno di queste venues. Una rete di musicisti che bypassano il meccanismo del booking a livello dei club. Poi sappiamo che la professionalità delle maestranze è fondamentale quando si arriva a un certo livello e ci mancherebbe. Il centro del discorso è toglierci di testa che qualcosa ci arrivi dall’alto o ci arrivi perché ci hanno visti da qualche parte su Instagram. L’opportunità migliore per farsi conoscere è l’esperienza in presenza perché si attivano molti più sensi. Un conto è vederti, un conto è ascoltarti e un altro ancora è sentire il basso nella pancia che spinge. 
PAOLO – Il nostro intento è creare qualcosa di multimediale, sia video che audio. Se potessimo suonare anche altri sensi come il gusto lo suoneremmo. Vogliamo fare esperienze sensoriali a 365 gradi. 
EUGENIO – Sì aggiungiamo anche cinque gradi, quindi un giro e un po’ di più. Abbiamo proposto il nostro progetto anche nei cinema facendo spettacoli come lungometraggi cinematografici con delle grafiche. L’esperienza cinematografica aveva l’obiettivo di aumentare l’immersività ed è stato molto figo perché noi siamo controluce rispetto a uno schermo cinematografico ed abbiamo un look abbastanza caratteristico. Lo spettatore soffre quasi sulla poltrona perché si vorrebbe alzare e pogare però l’idea è anche quella di farti percepire quanto è scomodo dove sei. Io vorrei che al prossimo concerto in un cinema la gente si alzasse, desse di matto e abbandonasse i posti assegnati.
PAOLO – Vorremmo che la gente si liberasse, facesse un jailbreak.
- A livello di una band esordiente come la vostra secondo voi ha ancora un senso il do it yourself? 
EUGENIO – Certamente. Noi facciamo praticamente tutto come do it yourself. Per questo disco abbiamo seguito tutta la filiera, dalla registrazione al missaggio fino al mastering. Poi ci dà una mano la nostra etichetta “Leave Music”, lo staff che siamo riusciti a convincere con il nostro progetto, ma non dimentichiamo che il primo passo lo abbiamo dovuto fare noi, non ci sono state scorciatoie, anzi è stata una grande scommessa perché abbiamo suonato sempre altri generi. La prima serata che siamo saliti insieme su un palco a marzo 2025 abbiamo pensato “adesso vediamo come va a noi sembra una cosa fighissima mentre potrebbe essere una cagata pazzesca”. Eravamo al Traffic di Roma ad una serata di selezione iniziale, una battaglia con il coltello tra i denti…
PAOLO – Selezione di “Emergenza Live”.
EUGENIO – E poi è andata bene, ci hanno richiamato, abbiamo vinto a “Largo Venue”, quindi ai “Magazzini Generali” e non ce l’aspettavamo.
PAOLO – Ci siamo resi conto che il miglior veicolo delle nostre idee siamo noi stessi. Accettiamo sempre i consigli di tutti, ma se abbiamo in mente un suono, una canzone alla fine ci mettiamo noi due fino alle quattro di notte finché non prende forma. Non cerchiamo qualcuno che ci dica cosa fare a livello musicale. Siamo ancora un fiume di idee.
- Chi è tra voi due la mente creativa?
EUGENIO – Siamo una mente alveare perché ognuno ha competenze maggiori in un campo e ci compensiamo a vicenda. Io sono più centrato sulla parte ritmica e sulla promozione del progetto e finché non ottengo quello che voglio faccio il mastino napoletano. Però a livello tecnico Paolo fa veramente la differenza. Tutta la parte di produzione di cui parlavamo è stata seguita da lui. Nella composizione dei pezzi invece ci mescoliamo veramente. Magari arrivo con l’idea di un testo in cui mi manca la parola chiave e la trova lui, oppure ho un riff che non riesco a chiudere e lo fa lui. È anche bello avere questa elasticità e non siamo gelosi uno delle idee dell’altro. L’importante è che abbiamo entrambi la sensazione di aver raggiunto l’obiettivo. 



Il concetto di concept album accomuna gli ZEBRA.sys e la cantautrice forlivese Matilde Montanari. Anche lei ha pubblicato il proprio EP “Grazie per il trauma” come racconto autobiografico delle tappe di un percorso che porta dal dolore per la prima grande delusione d’amore e all’elaborazione del distacco. Dal vivo la sua esibizione dà la misura dell’esperienza già accumulata alla sua giovanissima età, con numerosi premi vinti e l’esibizione a The Voice Generations 2026 che l’ha vista arrivare in finale in coppia con la zia Sara. Appena scesa dal palco l’ho fermata per qualche domanda.



- Mi è piaciuta molto la tua energia live. Hai un modo di stare sul palco che sprigiona la tua voglia di esprimerti. 
- Sono molto contenta che arrivi questa energia, il fatto che ho proprio voglia di portare le persone ad ascoltare la mia musica. 
- Vorresti che diventasse il tuo lavoro.
- Posso dire che nel mio piccolo è già il mio lavoro, non sono più dipendente dai miei da quando avevo quattordici anni e sì voglio che lo diventi a lungo termine. 
- Parliamo del titolo dell’EP, quel “Grazie per il trauma”. L’intro sembra aver assimilato il dolore.
- Sì esatto. L’EP racconta della prima rottura che ho affrontato, il primo amore. L’ho scritto tra i diciassette e i diciotto anni, quindi due anni fa e l’intro è un’esortazione ad ascoltare. Comunque, è un dolore già elaborato perché ne ho scritto dopo averlo superato. Il titolo “Grazie per il trauma” esprime proprio il fatto che è stata la prima esperienza dolorosa che ho passato nella mia vita. Ti dico una curiosità, l’intro è l’anagramma del cognome dell’ex fidanzato che mi ha lasciata. 
- Mi ha incuriosito l’espressione insolita “qualche cicatrice carina”. 
- Sì, è perché cerco di vedere il lato buono anche nel dolore e quindi credo che le cicatrici possano diventare un bel tatuaggio.
- Come mai la scelta di registrare l’EP dal vivo?
- L’EP è stato registrato tutto dal vivo perché avevo bisogno che le parole dette avessero un peso e quando si registra in studio in modo compresso non succede mai. Io sono una super fan della musica dal vivo, credo che non debba sparire, la dimensione dal vivo è fondamentale e mi scoccia quando qualche volta mi devo esibire su una base. Ogni volta che posso voglio avere la mia band e quindi è stato questo il motivo per cui lo abbiamo registrato dal vivo.
- Il problema da questo punto di vista è che tutta la rete dei club che c’era in Italia, soprattutto nelle grandi città sta sparendo.
- Sì, credo sia molto triste perché il mercato musicale propina musica compressa fatta solamente in studio. Credo che invece possano coesistere entrambe le cose. Ho dei pezzi che sono stati fatti in studio e dei pezzi usciti come live. Una cosa non esclude l’altra. La dimensione live però deve sempre essere presente per un artista.
- Il pezzo “Come fanno i gatti” ha un’impostazione blues, anche un po’ jazzata e parla della fine della dipendenza da una storia d’amore e l’inizio del distacco. Una fase di ambiguità, in cui canti “io ti giuro per sempre rimango un po’ tua” ma anche “ti maledirò”. 
- Sì, è il pezzo in cui ti rendi conto di essere stata lasciata, ma con quella persona eri come i gatti che si corrono dietro, che poi alla fine non si riescono più a prendere. A un certo punto della relazione ho vissuto proprio quella fase. Il pezzo ha queste sonorità perché studio jazz al Conservatorio e mi piace contaminare la mia musica con altri generi. 
- Quindi ti diplomerai al Conservatorio.
- Quest’anno mi laureo. 
- In che strumento?
- Canto e basso. 
- Parliamo ancora di “Disordin3” che con quel tre al posto della “e” è un pezzo già un po’ disordinato nel titolo.
- Esatto, l’ho fatto apposta. “Disordin3” è il pezzo che mi racconta meglio ed infatti è quello con cui abbiamo aperto stasera perché parla esattamente di ciò che ho vissuto nella mia testa post rottura e credo fosse la parte più importante da elaborare. Avevo in testa caos estremo e attraverso questa canzone sono riuscita a rimettere un po’ in ordine le idee. 
- La società ci vuole tutti supereroi, ma secondo te non è meglio essere piuttosto super umani?
- Sì per me è meglio essere super umani, super fragili perché ho vissuto un momento in cui le persone credevano che io fossi letteralmente un muro, senza emozioni, una persona antipatica che se la tira. In realtà io avevo bisogno di far vedere agli altri che è meglio essere super fragili che supereroi. 
- Questa super fragilità si esprime in modo struggente in “Ogni goccia”. 
- Sì, è il brano che ho voluto scrivere in modo più emotivo per esprimere l’idea che il dolore c’è ma ogni goccia la puoi trasformare non solo in un pianto, ma in un modo per ripartire. 




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