Musica del mondo, sia esteriore che interiore, musica di scambi culturali, di amicizie che favoriscono lo sbocciare della creatività in modo assolutamente libero, musica di posti in cui sentirsi a casa. Questo è l’habitat in cui è nato “Cose molto cattive”, il nuovo album di Pietro Alessandro Alosi, noto semplicemente come Alosi, figura storica della scena musicale italiana e già membro del Pan del Diavolo. Gli otto pezzi che compongono il lavoro hanno, allo stesso tempo, la capacità di suonare coesi, ma anche molto differenti. Il viaggio parte da “Chi sei”, folk rock spedito come un treno, arricchito dalla presenza di un violino. “Suoni, tramonti e baci violenti, ancora brillo in piedi su uno spillo” canta Alosi nei primi versi aprendo all’ascoltatore la porta su un lavoro di delicato spessore. “Vagabundo” inizia come un western all’italiana, l’atmosfera è latina, la mescolanza tra versi in italiano e in spagnolo crea un ambiente sonoro che abbatte ogni barriera tra popoli e immaginari diversi. Il pezzo è un lunghissimo ponte sull’Oceano Atlantico che congiunge Sicilia, Babilonia, Messico e Cuba e su cui si balla una rumba sfrenata. Altro brano di grande impatto è “Giochi di lusso” con la sua atmosfera notturna di vulnerabile melanconia, in cerca di una mano cui aggrapparsi per salvarsi. Quarta traccia dell’album, “Le fate” è un pop perfettamente cesellato con in primo piano la voce della cantautrice e attrice Mimosa Campironi, in arte semplicemente Mimosa, che con il suo timbro delicato e vibrante allo stesso tempo abbraccia quella di Alosi. La canzone perfetta per camminare mano nella mano con il proprio amore a piedi nudi sul bagnasciuga in una notte di fine estate sapendo per certo che ci sono momenti della nostra vita in cui le fate ci vengono a trovare per regalarci un pizzico di magia. La title track “Cose molto cattive” dipinge atmosfere filmiche quasi tarantiniane spiando dal buco della serratura quel lato oscuro che alberga in ogni anima. Peccati necessari di cui a volte ci scusiamo, ben sapendo di non poterne fare a meno. Abbiamo chiacchierato con Alosi di “Cose molto cattive” per sviscerarne i significati più profondi.
- Partiamo da “Vagabundo”. Nell’album ci sono molte parole spagnole. Toglimi una curiosità, questo è un album nato da viaggi che hai fatto?
- E’ nato da viaggi prettamente musicali che sono maturati nell’ambiente dei Downtown Studios a Pavia, che è uno studio di registrazione, scuola di musica, sala prove ed è una cosiddetta factory in cui c’è voglia di scoprire e vivere la musica in un modo molto contaminato. E’ lo stesso posto in cui mi sono appassionato al reggae e, dopo l’avventura dello scorso album appunto con il reggae, sono rimasto in contatto con dei musicisti che frequentano il posto, che si chiamano “I Vagabundos” e sono di origine latina, uno è di El Salvador, uno è colombiano. Io avevo questo brano in fase embrionale e si è poi concretizzato insieme a loro, con i loro insegnamenti sulla musica latina.
- Nel testo di “Vagabundo” citi Babilonia, luogo simbolo di crocevia dove si incontrano persone, culture. Se fosse ancora una città viva sarebbe per te al top della lista dei posti da visitare?
- Domanda difficile. Però visto che lo dico nella canzone direi decisamente sì, per volere o per destino, non necessariamente deve essere una scelta volontaria, però sì.
- Dal punto di vista sonoro direi che l’album ha molte atmosfere western un po’ morriconiane. Perché hai deciso di dargli questa impronta?
- In realtà io bazzico questo genere ormai da decadi perché anche con il Pan del Diavolo, con i miei dischi solisti ho sempre fatto un po’ di rock, folk, atmosfere cinematografiche italiane. Quindi non mi sono allontanato tanto da casa e continua a rimanere per me un buon modo di comunicare, che ritengo assolutamente valido.
- “Chi sei” è un bel folk arricchito dalla presenza del violino che contiene il mio verso forse preferito dell’intero album, “ancora brillo in piedi su uno spillo”. L’idea era rendere un senso di sicurezza nella precarietà?
- In realtà è una dichiarazione di incertezza totale, il ritornello dice “Chi sei, chi pensi di essere”, che in parte è una domanda e in parte si rifà ad un concetto che non è solo mio, cioè che tutto quello che viene da un vero cantautore non ha necessariamente a che fare con le esperienze, con le storie vissute, ma con la visione che abbiamo di noi stessi o che comunque pensiamo di avere. Quella visione viene tradotta in musica. Poi in questo caso c’è una notevole componente autobiografica che rende il pezzo leggermente malinconico.
- A proposito di atmosfere malinconiche, “Giochi di lusso” lo è molto, potremmo dire che è un brano quasi dolente. Da dove vengono i fantasmi che si aggirano in questo brano?
- I fantasmi li abbiamo tutti dentro, bisogna scegliere cosa rendere pubblico e cosa no. In certe occasioni un autore deve essere capace di mettersi a nudo, con un risultato che può essere valido o meno, quindi non dipende tanto dal risultato quanto dall’intenzione. In alcuni casi appunto l’autore mette in risalto le proprie debolezze, la propria verità, che può essere giusta o sbagliata, però quella è l’intenzione, quindi si tratta di “fare un giro” nella propria anima e portare indietro un racconto.
- Soffermiamoci un attimo su “Le fate”, che è direi il brano più pop dell’album. Per riprendere il testo del ritornello: “da dove viene e a cosa serve la musica?”.
- Io ho questo problema delle domande nei ritornelli perché poi mi chiedono di avere la risposta. Io non ce l’ho la risposta. E’ un pezzo tendente all’Universale e l’Universale non ci dà risposte, ci dà grandissime ispirazioni, grandissimi slanci di volontà e di sogni, ma non ci dà una risposta. Io credo che la musica sia uno degli elementi chiave nella nostra vita. Oltre ad acqua, aria, terra, fuoco, il nostro Pianeta ha sempre avuto bisogno di musica, è sempre stata prodotta e a noi fa molto piacere. La utilizziamo come meglio crediamo, non per scopi commerciali.
- Come è nata la tua collaborazione per questo pezzo con Mimosa Campironi? (ndr attrice, cantante e compositrice).
- La Campironi l’ho conosciuta a Roma al Globe Theatre, perché lei faceva Giulietta nell’allestimento di “Romeo e Giulietta” diretto da Gigi Proietti. Come potrai immaginare una bellissima messa in scena dell’opera di William Shakespeare. Lei ha fatto un disco per “Tempesta”, poi hanno fatto a Roma un musical sulla musica indipendente e ci hanno chiamato come Pan del Diavolo e quindi è nata un’amicizia. L’atmosfera magica o comunque tendente al magico del pezzo mi ha fatto pensare a lei, che, a mio parere, ha liberato la canzone molto meglio di quanto abbia fatto io.
- Soggettivamente la title track mi fa venire in mente in mente l’atmosfera dei film di Quentin Tarantino. Forse ammetto di essere stato influenzato anche dal titolo di un altro brano dell’album che è “Dal tramonto all’alba”, stesso titolo di quel film di cui Tarantino è uno dei registi. Quando scrivi ti capita di attingere alle suggestioni del cinema?
- Sì mi è capitato e capita anche adesso, ma è un processo un po’ indiretto. E’come dire che sono stato influenzato da un particolare artista, ma poi nei miei pezzi non ne ritrovi traccia musicale. Per esempio posso dire di essere stato influenzato da Luigi Tenco, eppure non c’è nessuna sua traccia nella mia musica. Almeno dal punto di vista musicale, per quanto riguarda l’opera. Comunque posso dire di sì, sono molto influenzato dal cinema, spesso cito frasi o film senza però veramente entrare nel merito di questo aspetto. Il cinema è di sicuro un’influenza indiretta, cioè ne sfrutto un aspetto “secondario”, però è vero.
- Negli ultimi secondi di “Cose molto cattive” si sentono dei ritmi e dei canti, forse africani anche se sono difficili da individuare perché il pezzo sta sfumando. Come si contestualizzano?
- E’ un voodoo, una registrazione etnicomusicologica se non sbaglio degli anni 50-60. C’è anche una voce che si intreccia a volume molto basso con quello che canto io nel pezzo, che è la voce di un mio amico americano di New Orleans con cui ho tessuto vari panorami secondari sul voodoo, sulla tribalità, anche se poi alla fine non sono cose veramente tribali però chiudono il mio film.
- Nella traccia finale “Porta Dio” c’è quell’invocazione “vieni ora, vieni Dio”. Si dice in teologia che Dio tornerà alla fine del tempo. Sta finendo davvero il tempo?
- Io mi auguro di no, tutto ci fa pensare di sì, ma ovviamente mi auguro di no. Spero che stia finendo il tempo per la controparte che ci tortura, che tortura in questo momento noi e che fa del sangue, della vita delle persone la propria merce di scambio, mentre un’altra parte dell’umanità ha bisogno di ben altro.
- Cosa fa de “La Tempesta Dischi” un buon posto in cui abitare per un artista, anziché accasarsi per esempio presso una sussidiaria di una major?
- Io essendo indipendente da tanti anni ho l’appoggio di “Tempesta”, che è alla fine una rete di artisti che conosco da tanto tempo. Loro mi riescono a supportare in alcune operazioni pratiche, per quanto riguarda la creazione dell’album, ma in “Tempesta” molto sta all’artista nel portare a termine non solo il prodotto artistico, ma proprio il prodotto fisico, finito. Quindi ti direi che è una scelta di famiglia, lavorativamente non andrei mai con una sottomajor o major perché ne conosco gli accordi e forse non avrei la forza gravitazionale per interessargli, lo dubito non per meriti artistici, ma per quello che sta succedendo adesso nella musica. Difficilmente andrei a cercare qualcosa di più patinato.
- Hai lavorato anche come coautore di brani per Motta, mi pare anche dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Come cambia il tuo stile di scrittura quando è un’opera condivisa?
- Di solito è più facile, poi in questo caso hai citato miei amici, quindi la penna è assolutamente libera, una mano libera per una cosa fatta con piacere. Poi sono loro che hanno deciso di lasciare o di prendere quello che volevano.
Con “Cose molto cattive” Alosi è riuscito a mantenere la sua identità e riconoscibilità aggiungendo allo stesso tempo un nuovo, interessante capitolo alla sua discografia. Uno di quegli album che mantengono viva l’attenzione di chi ascolta grazie alle capacità e all’esperienza del suo autore. Lo aspettiamo in tour sperando che venga a trovarci in tutta Italia.
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