Spazio decontaminato dalla sguaiata aridità del pensiero unico social. Questo è il nucleo concettuale ed emotivo di “Mi sveglio”, nuovo EP dei Dish-Is-Nein, band nata dalle ceneri dei Disciplinatha e formata da Cristiano Santini (voce, chitarre, elettronica, synth e campionamenti), Roberta Vicinelli (basso, voce, synth) e Justin Bennett (batteria). I tre pezzi che lo compongono, l’inedito che dà il titolo al lavoro e la rilettura dei due classici “Crisi di valori” e “Ultima fatica” sono il ritratto verista della visione del mondo che il gruppo esprime. La title track apre il lavoro descrivendo cinematograficamente l’istante del risveglio. Dalle brume elettroniche emerge la voce di Cristiano che apre gli occhi sulla morale intermittente che illumina il presente interrogando direttamente l’ascoltatore: “tu cosa fai?”. Dal punto di vista sonoro la novità è il ritorno delle chitarre, dopo il capitolo doloroso di “Occidente – A funeral party”, pubblicato dopo la scomparsa di Dario Parisini. La sua maglia è stata ritirata e non verrà mai più riassegnata ad un altro player. “I valori della crisi”, ribaltamento concettuale di “Crisi di valori”, rilegge l’originale in chiave più elettronica. Il testo è sempre attuale, basti pensare a versi come “preoccupante, non si sente più pensare”. Il tempo scorre ma l’umanità resta ferma e si azzuffa sul nulla, facendo il gioco di chi manovra i nostri fili da burattini. In chiusura “Ultima fatica” viene rielaborata con il nuovo ritornello “Resti qui non sai più rispondere, ora che è tempo di decidere”, emblematico del nostro immobilismo mimetico, perché decidere significa esporsi e sono sempre meno quelli che hanno il coraggio di farlo. Abbiamo parlato con Cristiano Santini del nuovo EP, ma anche di un po’ di storia dei Disciplinatha.
- I Dish-Is- Nein sono una nuova avventura che ha sì un legame profondo con i Disciplinatha, ma non ne è una mera continuazione. Cosa vi ha spinti, nel 2017, a ripartire in un’altra veste?
- In realtà la voglia di ripartire nasce un po’ prima del 2017. Intorno al 2011 a Dario (n.d.r. Dario Parisini), Marco (n.d.r. Marco Maiani) e me venne l’idea di lavorare ad un’opera che racchiudesse tutto il materiale prodotto dai Disciplinatha, con l’aggiunta di alcune rarità. Da questo spunto nacque “Tesori della Patria”, un cofanetto comprendente tutti i brani editi e, in aggiunta, demo, rarità e un documentario curato da Alessandro Cavazza (“Questa è un esercitazione”). Per promuovere al meglio il cofanetto, che principalmente era venduto in autarchia, cioè direttamente da noi stessi, decidemmo di dare vita a Bologna ad un evento di presentazione con una reunion one shot di tutta la band, salvo Daniele (n.d.r. Daniele Albertazzi), che da quando si sciolsero i Disciplinatha vive e lavora in Inghilterra. L’evento si tenne nell’ambito della manifestazione “Moonlight Festival”, all’interno di in un locale che si chiamava Zona Roveri. “Tesori della Patria per noi voleva rappresentare una sorta di di pietra tombale dell’esperienza Disciplinatha, perché quando ci sciogliemmo all’epoca fu per tutta una serie di motivi, che ha poco senso rispiegare ora, ma che non culminarono mai in una frattura forte, definitiva. Alla fine però questa operazione, più che pietra tombale si rivelò una molla pazzesca. Confrontandoci con Dario ci siamo resi conto di quanto ci fosse piaciuta l’esperienza, al di là del cofanetto stesso: tutta la preparazione e poi l’evento stesso. Erano presenti il Coro Monte Calisio, il Coro delle Mondine di Bentivoglio e fu una serata molto particolare, epica. Abbiamo deciso di ritornare a comporre, sia pure con il dubbio di essere ancora in grado di scrivere qualcosa di significativo, in primis, per noi. Infatti per la realizzazione di “Tesori della Patria” avevamo ripreso materiale già edito, l’avevamo rimasterizzato, fatto alcuni remix, però non era presente nulla di nuovo in senso assoluto. Il primo brano inedito che uscì, su cui lavorammo Dario ed io, fu “La chiave della libertà”. Da quel momento capimmo di essere ancora in grado di comporre, ci piaceva molto quello che eravamo riusciti a fare e iniziammo con molta calma a scrivere altre canzoni. Parliamo del periodo 2013- 2014, il primo EP dei Dish-Is-Nein è uscito nel 2018 e questo dà la misura della nostra libertà creativa, dato che eravamo completamente slegati da qualsiasi logica discografica Abbiamo solo cercato di fare del nostro meglio. Quindi, riassumendo, tutto nasce da “Tesori della Patria”, dall’evento ideato per promuoverlo e dal desiderio di metterci alla prova tornando a fare musica.
- Parliamo adesso del rovesciamento di significato di “Crisi di valori”, che è diventato “I valori della crisi”. Quali sono i valori che può insegnarci la crisi dell’essere umano oggi?
- La civiltà, l’essere umano ormai da tempo è in una fase di profonda devoluzione e ci troviamo oggi ad avere alcune canzoni con testi che, a distanza di tanti anni continuano ad essere drammaticamente contemporanei. Considera che, in realtà, “Crisi di valori” è un brano uscito per la prima volta nel 1991 come 12’ pollici, fu il primo disco che i Disciplinatha fecero per l’etichetta “I Dischi del Mulo”. In seguito venne modificato e inserito nel primo album dei Disciplinatha “Un mondo nuovo”, dopodiché venne ulteriormente remixato per “Tesori della Patria”. Quando l’anno scorso è uscito il secondo lavoro dei Dish-Is-Nein, “Occidente-A funeral party”, il primo senza Dario e si prospettavano una serie di date per presentarlo, volevamo fare un concerto un po’ più corposo così, oltre ai pezzi del primo EP dei Dish-Is-Nein, abbiamo ripreso alcuni brani del vecchio repertorio dei Disciplinatha, profondamente rivisti perché mancava qualcosa di enorme, Dario con la sua chitarra. L’intenzione, dato che io non amo le operazioni nostalgia, non era rifare qualcosa esattamente come era stato concepito. A me piace guardare alla contemporaneità con un occhio orientato, fin che mi riesce, anche al futuro. Da qui l’esigenza di metter mano a brani del vecchio repertorio per renderli compatibili, coerenti con la nuova produzione dei Dish-Is-Nein, quella che ha caratterizzato “Occidente”. Io e Roberta ci siamo resi conto che quello che era uscito ci piaceva un sacco. Da qui l’idea di far uscire “I valori della crisi”, perché era un brano ancora molto significativo. Affronta una sorta di frattura collettiva, generata dal crollo delle certezze, un crollo causato da un altro crollo, la caduta del Muro di Berlino. All’indomani dell’unificazione della Germania tutti festeggiavano e io mi ricordo un’intervista del buon Giulio Andreotti che, con la sua lungimiranza diceva: “Attenzione, tra qualche anno vedremo quanto ci sarà da festeggiare”. Aveva visto molto lontano, perché, in realtà, paradossalmente il Muro assicurava un equilibrio che, a seguito del suo crollo, si è perso. Tutte le certezze su cui si reggeva un confronto tra due modelli diversi sono crollate e uno dei due modelli ha prevalso ed è diventato imperante, con il conseguente sgretolamento di certezze dal punto di vista sociale, politico, morale. È lo scenario che, in qualche modo, raccontavamo con “Crisi di valori”. Il ribaltamento del titolo in “I Valori della crisi” si spiega con il fatto che ci portiamo dietro una crisi da ormai molto tempo che si caratterizza per valori, dal mio punto di vista, sbagliati. C’è una mancanza di coesione sociale in primis. Gente molto più erudita di me ha scritto tesi su quello che è successo negli ultimi trent’anni dalla caduta del Muro, dalla vittoria del consumismo e tutto quello che ha generato a cascata. Il titolo ha una sua contemporaneità ribaltata, nel senso che non ci sono più valori in crisi perché ormai sono morti e sepolti. Quelli che li hanno sostituiti e sono imperanti nella loro negatività. Il momento dell’avvento del pensiero dominante, che via via si è insinuato e ha affogato il substrato sociale in maniera sempre più massiva, lo voglio identificare ancora prima della caduta del Muro di Berlino, con la nascita delle TV commerciali, le prime TV dell’imprenditore Berlusconi, ancora prima che politico.
- I testi dei due brani che avete ripreso, in particolare mi riferisco ancora a “I valori della Crisi” sono stati un po’ modificati, cantate nei nuovi versi “Ricominciano a sparare, fine della grassa pace continentale”. Noi ci stiamo ancora cullando, ignari, di vivere una pace quasi secolare perché prendiamo come punto di riferimento la Seconda Guerra Mondiale. Poi sappiamo delle Guerre che i mass media considerano più importanti, mentre in realtà il mondo è stato da sempre pieno di guerre in corso di cui, in molti casi, non sentiamo neanche parlare. Vedere con i nostri occhi il baratro può in qualche modo farci rinsavire o, per l’ennesima volta la storia non ci insegnerà nulla?
- Se devo far fede su quello che vedo e che sento mi viene da pensare che continuiamo a non imparare nulla dalla nostra storia, perché si continuano a commettere in modo pedissequo gli stessi errori e sembra quasi che siamo tutti ammalati di una sorta di sindrome cinese. Di questa sindrome si parlò tanti anni fa in Cina. Si verificò un incidente in una centrale nucleare che pare potesse creare grossi problemi, si parlò della fusione del nocciolo e si diffuse una teoria per cui sembrava che se il nocciolo si fosse fuso avrebbe bucato la crosta terrestre e sarebbe sbucato dall’altra parte del Globo. Le persone continuano a scavare negli inferi incuranti del fatto di aver non solo toccato il fondo, ma di essere andati oltre. Questo scavare lo vediamo continuamente anche sui social che sono diventati le arene in cui la gente si massacra per qualsiasi cosa, dalle questioni più serie alle idiozie più inutili. Comunque sia l’essere umano è rancoroso, insoddisfatto, impaurito e quindi per qualunque motivo scattano violenze che possono essere verbali, ma anche fisiche.
- Pensando sempre alle reinterpretazioni, qual è il tuo rapporto con la musica come materia viva che si trasforma continuamente?
- La musica è la mia vita. Io teoricamente sarei un odontotecnico, ho seguito quell’indirizzo scolastico, mi sono diplomato e nei primi anni 80 aprii uno studio. Avevo una strada già bella tracciata quando poi, ad un certo punto, mi sono reso conto che quello che stavo facendo non mi importava nulla e di lì ad alcuni anni sarei diventato sicuramente benestante, ma la mia agiatezza economica l’avrei sperperata in vizi, psichiatri e quant’altro perché non stavo facendo quello che dentro di me sentivo fortissimamente di voler fare, ovvero la musica. Quindi ho chiuso lo studio, ho venduto tutto e ho iniziato a fare il possibile per arrivare a coronare il mio sogno. I Disciplinatha non sono mai stati un lavoro in senso assoluto, ma un buon secondo lavoro sì, perché comunque negli anni 90 abbiamo suonato tanto, abbiamo avuto la fortuna di farlo. Poi dalla fine degli anni 90 sono diventato un ingegnere del suono, ho uno studio di registrazione, insegno musica, per cui la musica è la mia vita, senza di lei mi sentirei mutilato. Ancora oggi, a 60 anni, ho un rapporto molto viscerale con la musica perché è qualcosa che mi fa stare veramente bene, mi dà energie ancora fortissime, mi dà grandi emozioni, nonostante ormai la faccia da 40 anni. È la mia vita e, insieme alla mia dolce metà, è la cosa più importante della mia esistenza.
- In “Ultima fatica” c’è questo nuovo ritornello “Resti qui non sai più rispondere, ora che è tempo di decidere”. L’impossibilità di prendere una decisione è legata al fatto che scegliere vuol dire esporsi?
- Assolutamente sì. Nel momento in cui fai una scelta ti esponi. Qualsiasi scelta facciamo su questioni importanti è un atto politico, da un certo punto di vista. Esporsi comporta dei rischi e la società odierna è iper individualista, ognuno cerca di ottenere in ogni situazione il massimo per sé stesso, in modo lecito o illecito. Per fare un piccolo esempio stupidamente concreto: vai in palestra e vedi gente che, anche se non potrebbe, lascia il lucchetto all’armadietto così tutte le mattine quando arriva ha un suo armadietto “privato”, fregandosene beatamente delle regole e degli eventuali disagi arrecati. Anche nelle cose più inutili cerchiamo di rendere tutto il più facile, il più agevole e il meno problematico possibile. Quindi viviamo in una società che alla fine non sceglie, perché in realtà ci arrabbiamo, mandiamo a quel paese il prossimo, ma non scegliamo veramente. Credo poco anche nelle manifestazioni di piazza organizzate dall’alto per determinati motivi, perché generalmente sono pilotate. Lo stimolo invece dovrebbe nascere in realtà dal basso, in primis come presa di coscienza di un singolo che fa una scelta e cerca altri singoli che abbiano fatto lo stesso tipo di scelta in modo da creare un movimento, dare vita a un cambiamento. Quelle che abbiamo visto da sempre sono scelte determinate da qualcuno che ha deciso che le cose debbano andare in un certo modo e le masse non sono altro che forza lavoro, carne da cannone.
- A mio parere i vostri lavori per essere apprezzati richiedono un distacco totale dal conformismo e uno sforzo intellettuale. Questa è perlomeno la mia soggettiva impressione sulla vostra musica. In quello che ho detto c’è qualcosa in comune con il tuo punto di vista sulla vostra musica?
- Io ho sempre cercato di fare musica nella maniera più onesta possibile, fregandomene, poi avendo uno studio lavoro in ambito musicale a 360 gradi, non in ambito mainstream mi verrebbe da dire grazie a Dio, ma faccio tante cose in cui magari bisogna ragionare su determinate regole o certi stilemi che un certo genere musicale ha e che devi seguire. Quando faccio musica per me stesso non mi importa nulla di tutto questo perché alla fine non lo faccio per ragioni di natura economica, ma perché è vita, passione, necessità e quindi quello che creo in primis deve gratificare me stesso. Non a caso Dish-Is-Nein oggi è un progetto veramente di nicchia se lo andiamo a collocare all’interno della scena indie, per così dire. È la stessa operazione che abbiamo realizzato per l’EP “Mi sveglio” con il preorder. In pieno spirito autarchico abbiamo pagato la stampa del vinile. Spedito l’ultimo pezzo guardando la tabella excel con le entrate e le uscite abbiamo notato un sostanziale pareggio, anzi un leggero disavanzo, piccolo ma presente, ma non è un problema perché non lo facciamo per farci due settimane di vacanza alle Maldive, lo facciamo perché amiamo farlo, perché pensiamo di avere ancora qualcosa da dire e soprattutto qualcosa che ci rappresenti per quelli che siamo oggi.
- Approfondiamo un attimo l’inedito dell’EP, “Mi sveglio”. È un risveglio come presa di coscienza, aprire gli occhi, guardare l’orrore di questi tempi?
- Da un certo punto di vista sì. Quando penso all’espressione “Mi sveglio”, al di là dell’atto vero e proprio che avviene ogni giorno, penso al risveglio delle coscienze, ad una nuova stagione di impegno. Il risveglio diventa uno strappo fortissimo con la realtà contingente che è assolutamente antitetica a quello che è il mio modo di vedere e di pensare il mondo. Mi verrebbe da dire, anche in maniera un po’ egoistica, che forse sarebbe meglio non svegliarsi, continuare a dormire rimanendo legati a un mondo che non c’è più, che pur nelle sue contraddizioni aveva dei punti di riferimento fissi. Oggi non esiste alcun punto di riferimento, cambia tutto talmente in fretta che trovare dei riferimenti è veramente complicato. Quindi risvegliarsi oggi è, da un certo punto di vista, volendo citare il film “Matrix”, una scelta tra la pillola rossa e la pillola blu, dove con la prima puoi prendere coscienza del disastro in cui viviamo quotidianamente.
- Il passaggio dalle atmosfere sintetiche di “Occidente – A funeral party” al ritorno delle chitarre in “Mi sveglio” suggerisce una ricerca di maggiore fisicità. Questa virata sonora è la risposta alla ricerca di un linguaggio più tangibile?
- Bisogna fare un passo indietro. Quando abbiamo scritto le canzoni di “Occidente – A funeral party”, eravamo ancora molto provati dalla scomparsa di Dario, che ha influito in maniera pesantissima dal punto di vista emotivo. Da qui la scelta di onorare una persona che per noi continuava (e continua) ad essere fortemente, presente, sottolineandone l’assenza, eliminando quindi qualsiasi chitarra dai pezzi dell’album. Poi, da un punto di vista prettamente tecnico, una volta fatta questa scelta non è stato complicato riuscire a capire come arrangiare i brani, abbiamo riempito i vuoti con texture elettroniche, dando tanto spazio al basso di Roberta ed alla batteria di Justin. Oggi si può dire che siamo un power trio: io, Roberta e Justin, che conosco da più di vent’anni; è un caro amico, una bella persona e un batterista stratosferico. Aveva già suonato nel primo EP dei Dish-Is-Nein, e da questo album ha fatto con noi tutti i concerti ed è un membro a tutti gli effetti. Anche lui poi, come tutti noi, ha anche altri progetti. Oggi è abbastanza normale avere più progetti, soprattutto quando si fa della musica la propria ragione di vita. Nei pochi concerti che riusciamo a fare ci presentiamo come power trio, in realtà però non siamo un power trio nel senso stretto del termine, ma un power duo perché considero da un lato Vicinelli-Bennet come la componente viscerale del nostro sound, e poi c’è il Santini che canta, declama, si dimena. Per l’inedito, Roberta mi ha portato un provino ed io, la prima volta che l’ho sentito, ho immaginato delle chitarre, che ho poi suonato nel brano. Considera che io avevo già fatto anche il chitarrista sia per Disciplinatha che Dish-Is-Nein.
A me e a Roberta piace metterci continuamente in gioco, cercando di cambiare le carte in tavola, inserire nuovi elementi. In questa prospettiva la chitarra in senso assoluto non è un elemento nuovo, diventa nuova per noi dopo tutto il tragitto, anche emotivo, che abbiamo fatto dalla scomparsa di Dario all’uscita di “Occidente – A Funeral Party” e poi per questo nuovo EP. Chiaramente le ho suonate a modo mio, non ho neanche un cinquantesimo della bravura, dell’originalità che aveva Dario con la sua chitarra. Però ho cercato di fare qualcosa che fosse funzionale, che desse un po’ di elettricità. Ci piacerebbe prima dell’estate iniziare a lavorare a un nuovo full length, l’idea è di fare un disco che sia un po’ più da “power trio”, batteria, basso e chitarra. Poi per carità l’elettronica non sparirà, io sono prevalentemente un musicista elettronico, ho un background elettronico molto forte, quindi l’elettronica resterà come elemento che colora, che arricchisce e caratterizza un ensemble più elettrico. È una scelta anche per dare un impatto diverso dal vivo, più suonato. “Mi sveglio” in questo senso può essere un brano di passaggio, perché reintroduce la chitarra come uno degli strumenti portanti, in prospettiva del nuovo album. Questo comunque è un percorso che deve essere ancora messo bene a fuoco e definito.
“Mi sveglio” è sintomatico di una band in buona salute. La creatività, nonostante il trascorrere degli anni, è rimasta intatta e fotografa la realtà in modo spietatamente sincero. Aspettiamo con molta curiosità il nuovo album.



Nessun commento:
Posta un commento