Colori che esplodono, si sovrappongono e si mischiano in mille tonalità in cui ognuno può riconoscere una propria emozione. La musica dei torinesi Swirl è un po’ la traduzione sonora di questa immagine. Nel loro EP d’esordio “Melt the Sun”, ovvero sciogliere il sole, la band, che nella formazione attuale vede Sam alla batteria, Nick, chitarra e voce, Mati, basso e voce, Dalex, sintetizzatori e Dice, chitarra e voce dà vita a sei pezzi, in bilico tra shoegaze, psichedelia, britpop e stoner, sorprendentemente maturi, considerando che i membri del gruppo sono tutti ragazze e ragazzi giovanissimi. Ciò che caratterizza maggiormente il loro suono è il layering spinto all’estremo delle chitarre, ma funzionale alla riuscita dei brani. La sezione ritmica si dimostra in grado di trovare soluzioni originali e il sintetizzatore rende ancor più coeso l’insieme. Il pezzo di apertura “Kaleidoscope Eyes” rappresenta il fulcro dell’intero lavoro. Gli occhi fissano il sole abbastanza a lungo da vedere la luce scomporsi e diventare rifrazione caleidoscopica. Il pezzo prende l’abbrivio da un’atmosfera rarefatta per poi sfociare in una melodia dal sapore anglofono che si distende su una parte strumentale di immediata riconoscibilità. La seconda traccia “If she’s not there” indurisce il suono e vede la batteria diventare motore pulsante. A seguire con “Ease my breath” tutto si compatta in un impasto denso che satura lo spazio sonoro. “Where I belong” si fregia di un basso in grande spolvero che si ritaglia parti in primo piano ed è la traccia più britpop di marca Oasis dell’intero EP. Quinta traccia, “Orbiting” è piacevolmente speziata di sapori stoner e hendrixiani. Anche in questo caso il basso sa tracciare linee interessanti dimostrando come nella band tutti gli elementi abbiano qualcosa di non banale da dire. “Confide” chiude l’EP in modo inatteso con le tastiere protagoniste ad accompagnare una melodia che fluttua malinconica nel buio di uno spazio punteggiato di soli che si sciolgono esplodendo nei loro ultimi bagliori.
In occasione del loro concerto al Blah Blah di Torino dello scorso 1° marzo gli Swirl si sono prestati ad una chiacchierata full band per Riserva Indie.
- Partiamo da una visione d’insieme del vostro EP. Uno shoegaze un po’ sporcato di psichedelia. Pensate che un ascoltatore casuale che non vada a cercare informazioni su di voi in rete potrebbe collocarvi anche negli Stati Uniti, piuttosto che in Gran Bretagna? E se no qual è il vostro tratto distintivo?
DARIO – Secondo me non è tanto uno shoegaze sporcato di psichedelia, non è, per usare una metafora, come un caffè macchiato, ma più un caffellatte in cui il caffè e il latte sono presenti in proporzioni uguali. Questo è il nostro tratto distintivo perché prendiamo tante cose diverse nel loro stile anche al di fuori della psichedelia e dallo shoegaze, ad esempio lo stoner, il trip hop dei Massive Attack, i Portishead. Rifacciamo questo in una maniera tutta nostra. Ci abbiamo impiegato tantissimo da quando abbiamo formato la band nel 2022 a creare il nostro universo sonoro e una persona che ci ascolta per la prima volta, dopo una manciata di secondi attribuisce già quel tipo di suono a noi, è una cosa nostra, unica. Può essere una risposta vaga però ripeto che una persona che arriva ad un nostro concerto senza averci mai ascoltato per il tipo di suono ci può subito riconoscere.
- Il pezzo di apertura dell’EP è “Kaleidoscope Eyes”. Già solo leggendo il titolo del brano fa venire in mente la famosa “girl with kaleidoscope eyes” di “Lucy in the Sky with Diamonds” dei Beatles. E’un richiamo voluto o una semplice casualità?
DARIO – Snì, in un certo senso senso sì, in un altro no perché i Beatles della fase “Revolver”, “Sgt. Pepper” hanno plasmato tantissimo il modo di fare musica nostro e in generale. Però “Kaleidoscope Eyes” l’abbiamo sempre vista come un immaginario a sé. I Beatles hanno sicuramente contribuito a formarlo, ma alla fine è diventato più che altro un immaginario nostro, vedere nei propri occhi un’infinità di cose insieme. Questo è il concetto, non tanto il fatto che ci fosse Lucy che aveva degli occhi caleidoscopici, quanto vedere l’infinito dentro noi stessi.
- “Il sole ferisce lo sguardo e quasi acceca, l’alter ego sta morendo”. Sembra la descrizione di una persona che si sta perdendo, sta smarrendo il senso dell’orientamento. Che sentimento volete suscitare con questo brano?
DARIO – Esattamente questo. “Kaleidoscope Eyes” l’ho scritta io e poi nella fase di produzione finale si è aggiunto Nick.
NICK – Esatto, io sono stato più protagonista della parte musicale. Però il pezzo è nato praticamente da lui, quasi esclusivamente da solo quando eravamo solo noi due nella band, ho fatto degli aggiustamenti, non la canzone in sé come insieme.
DARIO – Se posso aggiungere dei dettagli personali era un periodo in cui mi stavo lentamente perdendo, poi il fatto che l’alter ego stia morendo è anche riferito alla sensazione di sentire di essere niente e allo stesso tempo coincidere con il tutto. E’una strana sensazione, però ci sono occasioni in cui capita di sentirsi così. Sicuramente “Kaleidoscope Eyes” è arrivata in un momento in cui mi sentivo perso, in cui stavo lottando giorno dopo giorno, quindi quel sentimento di disperazione c’era.
- Il caleidoscopio con il suo gioco di riflessione che si moltiplica all’infinito potrebbe essere anche questo una metafora del vostro stile?
SAM- Secondo me assolutamente sì e si può notare anche nella copertina del nostro EP, che è stata elaborata a partire da una fotografia di alcuni alberi, di un viale alberato che poi alla fine è diventato un caleidoscopio, una sorta di spirale, un gioco di luci come un caleidoscopio vero e questo secondo me rientra molto nella nostra musica, nel nostro genere, perché il nostro è un muro di suoni molto stratificato. Soprattutto quando abbiamo registrato in particolare “Kaleidoscope Eyes” abbiamo messo tantissimi strati di chitarre con effetti delay, riverberi e molte altre cose e quando trasliamo questa sensazione uditiva in qualcosa di visivo è un mix di cose sovrapposte e quindi, secondo me, rientra anche molto in quello che è il caleidoscopio, una mescolanza di forme e colori tutti diversi che vanno a creare forme uniche.
DARIO – Confermo, la nostra non è soltanto musica ma un intero universo che abbraccia tutti i sensi, vogliamo fare qualcosa che abbraccia la vita nella sua interezza.
- Ora l’angolo della domanda ironica. Nei vostri pezzi il basso ha un ruolo importante, decisamente più di primo piano rispetto alla media delle band. Ritenete di essere tra i pochi musicisti ad aver capito che i bassisti non solo servono a qualcosa ma sono indispensabili?
MATILDE – Rispondo in quanto bassista. Io penso che il basso sia molto importante non solo dal punto di vista ritmico, ma anche perché regge la melodia. La canzone si costruisce sul basso e sulla batteria, in base al ritmo e alla melodia. Io chiedo più diritti per i bassisti perché si dice che chi suona il basso suona soltanto la tonica. In realtà cercare di utilizzare linee più variegate permette di dare quel tocco in più alle canzoni. Per questo anche nei nostri brani ci impegniamo a creare delle linee che possano renderli speciali.
- In “Orbit” il riff, soprattutto nella prima parte, richiama un po’ “Foxy lady” di Jimi Hendrix. Nel brano si sentono le influenze stoner, una variazione che non snatura la formula. Orbitare dà un senso di circolarità vertiginosa. Condividete che possa essere quello che si senta ascoltando il vostro EP?
DARIO – A livello di suono sì, a livello di testo l’orbitare è più che altro il fatto che la mente continua a viaggiare, a muoversi e non si riesce a fermare in alcun modo. Sicuramente l’influenza di Jimi Hendrix c’è tanto nella band, specie quella di “Axis: Bold as Love”, che secondo me è un album fantastico. Abbiamo preso spunto da diverse tracce, sia di Jimi Hendrix, quindi il parallelismo è azzeccato, sia di Tame Impala e dei Black Sabbath. A livello di circolarità del suono assolutamente sì. Il pezzo in fase embrionale era una sorta di rielaborazione di “Runway, Houses, City, Clouds” di Tame Impala, che è la decima traccia di “Innerspeaker”. C’è stata molto questa influenza, in tutto “Melt the Sun”, di “Innerspeaker” e “Lonerism”.
- “Confide” è un pezzo lento sulla perdita, sull’abbandono. Rispetto agli altri brani è più centrale la tastiera. Vi è mai capitato di cambiare parti di un brano in funzione dell’arrangiamento?
MATILDE – Abbiamo aggiunto ai brani che già avevamo la tastiera. Il tastierista era appena entrato nella band e quindi abbiamo deciso per la gran parte dei brani non tanto di modificarli, ma di aggiungere la tastiera cercando di mantenere una certa coerenza. Per quanto riguarda “Confide” c’è stata dall’inizio l’idea di inserire la tastiera. Già dal principio era lo strumento principale per quel brano. In quel momento Francesco (ndr il tastierista) non collaborava ancora con noi, però poi appunto sulla base di questa scelta c’è stata la volontà di integrare nella band un quinto membro che potesse suonare questo strumento.
- Il vostro EP è molto introspettivo, pensiamo per esempio a “Where I belong”. Siete partiti dall’esplorazione di voi stessi, dove pensate di essere diretti ora? Manterrete questa rotta o pensate di virare più decisamente sul versante psichedelico o altre strade?
NICK – In realtà al momento stiamo ancora vedendo cosa fare, ma penso rimarremo sempre più o meno su queste sonorità anche rivoluzionando qualcosa. Il nostro suono l’abbiamo trovato e secondo me rimarremo abbastanza su questo, ma sempre con dei cambiamenti che possono verificarsi nel tempo.
SAM – Diciamo che “Melt the Sun” essendo il nostro primo EP ha gettato una buona base per la nostra band. Adesso abbiamo veramente tantissime idee che svilupperemo e sicuramente faremo delle evoluzioni, qualcosa rimarrà uguale ma si vedrà. Siamo comunque molto legati al suono che abbiamo voluto dare a “Melt the Sun”.
- Domanda legata al momento. Dato che siete sicuramente voi gli autori dei vostri brani cosa ne pensate di pezzi che vengono scritti da 10 o addirittura 20 autori? Non parlo solo di Sanremo. Per esempio “Loneliness” dei Maneskin se non erro è stata opera di 10 autori.
DARIO – Li disprezziamo con tutto il cuore. Tendenzialmente non ci sentiamo superiori a nessuno, però il lavoro di un artista è fare quello che poi la gente sente e vede. Questo dovrebbe essere il fulcro di un lavoro che nel tempo è cambiato a tal punto che una persona deve solo mettere la faccia in ciò che viene pubblicato. Per noi un lavoro artistico come la musica deve essere fatto da cima a fondo dalle persone cui gli spettatori lo attribuiscono. Se 20 autori scrivono una canzone prodotta a livello musicale da sette o otto produttori per poi essere cantata solo da una persona non è neanche più un pezzo di quella persona che ci ha messo solo la faccia e, per come le cose stanno andando ultimamente, anche il corpo e parzialmente la voce. Quindi sì è un disprezzo totale da un lato e un incoraggiamento invece dall’altro a fare tutto da soli perché solo chi crea un pezzo ha la visione chiara di cosa poter fare in una canzone di qualsiasi genere, quindi il pezzo dovrebbe essere scritto e prodotto dalla stessa persona.
- Quando vi siete trovati per la prima volta in sala a suonare insieme con questa formazione da che pezzo siete partiti? Presumibilmente potrebbe essere stata una cover. E l’alchimia giusta è scattata subito o ci avete messo tempo a trovarla?
NICK – Ci siamo trovati con questa formazione abbastanza recentemente perché appunto il tastierista c'è da poco tempo e questo è il secondo concerto ufficiale (ndr al Blah Blah di Torino) che facciamo con un tastierista. Abbiamo iniziato a provare con la tastiera da fine 2025. Il pezzo da cui siamo partiti è “Kaleidoscope Eyes”, il pilastro che ha forgiato il suono anche per il resto dei pezzi della band. E’stato il punto di partenza anche perché è il brano che abbiamo da più tempo rispetto a tutti gli altri essendo stato prodotto originariamente da me e Dario nel 2023. L’alchimia è scattata subito, ci siamo trovati subito con questa line up nel suonare insieme.
FRANCESCO – Come tastierista devo dire che abbiamo iniziato da un paio di mesi a suonare tutti insieme e io per ora mi sono molto appoggiato sugli accordi principali della chitarra perché alla fine le canzoni erano già state scritte e quindi sono diventato un po’ un accompagnamento per riempire il suono delle canzoni. La maggior parte di ciò che faccio sono accordi e adesso che stiamo iniziando a scrivere pezzi nuovi per un futuro progetto stiamo cominciando ad aggiungere qualche melodia un po’ più complessa per la tastiera, che è diventata parte integrante del suono complessivo del gruppo.
Quando risentirete dire per l’ennesima volta da qualcuno che “il rock è morto” fate spallucce e tenete conto che finché ci saranno diciottenni come gli Swirl che amano Jimi Hendrix, ma anche gruppi contemporanei ascrivibili non solo al genere e imbracciano gli strumenti per dimostrare il loro valore il rock salterà sul palco e farà a tutti uno sberleffo dimostrandosi più vivo che mai.


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