Ci sono canzoni che hanno bisogno di tempo per maturare, imparare a respirare e ad abitare l’anima di chi le scrive e di chi le ascolta. I brani di “A mente scalza”, il nuovo album della cantautrice pugliese Rita Zingariello sono esattamente così, otto pezzi che quell’anima la raccontano con tutte le sue paure, i suoi slanci, la forza che solo la musica sentimentale, nell’accezione di sentita, può donare. Andando ad esplorare i pezzi uno ad uno l’apertura, affidata a “Le balene di notte” ha un intro molto simpatico con le voci dell’orchestra vocale Flowing Chords, diretta da Margherita Flore, che ritmano un “bo bo bo” espressione dell’ingombrante pesantezza delle balene stesse. L’arrangiamento, come d’altronde tutti quelli del disco, è al servizio del brano, ne esalta le caratteristiche compositive innate. “Ho collezionato poesie in un Paese bugiardo per sopravvivere meglio” canta Rita Zingariello diretta e sincera. “Fidarsi”, che vede la partecipazione del contrabbassista Ferruccio Spinetti, distilla le capacità cantautorali dell’artista in un testo che si sofferma sulla “magia delle piccole cose che hai”, quelle che non si possono disperdere. “Il giorno della festa” trova nella profondità intima ed emotiva tipica del pianoforte l’accompagnamento ideale per una lettera d’amore commovente in cui la protagonista narra il giorno magico in cui ha finalmente conosciuto la propria compagna e il cammino mano nella mano sul sentiero della vita. “Malaluna” è uno dei pezzi più marcatamente jazz dell’intero lavoro. “I tuoi occhi non hanno paura di illudermi, i tuoi occhi mi stanno spogliando, sorprendimi” balla Rita Zingariello, rapita dalla bossa nova sotto la luce di una luna attraente. A seguire la quinta traccia “Di silenzi”, con la partecipazione di Ernesto Marciante, è un invito a lasciare liberi i propri desideri senza timore che gli altri li possano giudicare. “Inciampa pure” prende atto della caduta come tappa di un percorso e non come incidente, segno di un nuovo livello di consapevolezza raggiunto dall’autrice. La title track “A mente scalza” si apre con le voci vibranti ma mai invadenti del Flowing Chords. Il suggestivo pizzicato di chitarra lascia spazio alla perfezione di un pop cesellato per menti libere di camminare senza scarpe per farsi accarezzare dall’erba dei prati. Chiude il disco “Scivola”, un brano impreziosito dalla tromba di Fabrizio Bosso, uno degli artisti di punta di questo strumento a livello internazionale. L’assolo finale di Bosso suggella un percorso profondamente emozionante.
Con Rita Zingariello abbiamo parlato di sentimenti, di inciampi, di conquiste e del significato di alcune immagini poetiche presenti nel disco.
- Uno dei fili conduttori del tuo album è il tempo. Tempo passato, tempo sprecato, che precipita. Quale è il tuo rapporto con la dimensione temporale?
- E’ un tempo che si mette in pausa per un periodo in cui ho avuto la possibilità di stare con me stessa, comprendere cosa avevo necessità di raccontare in questo preciso momento. Quindi un tempo che rallenta e che si prende spazio.
- Hai fuso la tradizione del cantautorato italiano con aperture jazz e una dimensione acustica marcata. Ho letto che hai curato gli arrangiamenti con Vincenzo Cristallo. In che modo avete lavorato per far sì che il jazz non prevalesse sulla storia raccontata e mantenendo un suono caldo?
- Abbiamo cercato di assecondare la natura dei brani che nasce nel mio studio, con uno strumento acustico, con la chitarra o con il piano a seconda della canzone e ci siamo detti “diamo un respiro più ampio”, magari con delle sonorità jazz che non rendessero il brano jazz, ma pop con sonorità più acustiche, più raffinate, più ricercate, che mantenessero il brano nella sua semplicità senza modificarne troppo l’essenza.
- In “Le balene di notte” scrivi “le balene di notte scrivono poesie ai cacciatori che non sanno leggere” e confessi di esserti alleggerita e “selfata”. Come nasce questa sovrapposizione tra immagini marine, primordiali come quella delle balene e la critica alla superficialità contemporanea?
- Non mi sono voluta mettere su un piedistallo per criticare la superficialità, ma mi sono messa in discussione chiedendomi se in qualche modo ho contribuito anch’io qualche anno fa a tutto questo, quando piuttosto che allontanarmi dalla mia zona di confort ho preferito restare al calduccio a casa nella sicurezza della mia posizione ideale piuttosto che mettermi in discussione, fare lo zaino e allontanarmi. E quindi le balene di notte non sono altro che i pensieri che si sono fatti enormi in questo lasso di tempo che separa la Rita adolescente dalla Rita adulta e matura di oggi e provo a portarli in musica per far leggere alcuni messaggi importanti anche a chi magari in un momento di distrazione se li perde, perché li possiamo cogliere solo se ci dedichiamo quel silenzio che ci lascia ragionare sulle priorità della vita per darci la possibilità di fare meglio nel tempo che ci viene donato.
- Invece in “Fidarsi” parli del ritorno a cantare d’amore sopra tasti ingialliti e scordati e poi quel “mostro senza rabbia che diede un morso al mio collo innocente". Come si intrecciano in questo brano la memoria di una ferita passata e il ritrovare la magia delle piccole cose?
- Il mostro ha un nome. È un linfoma che ho dovuto combattere, superare e quindi è quella paura che sostanzialmente è poi diventata la consapevolezza di quanto preziosa sia la vita. Scrivere una canzone e racchiudere al suo interno messaggi di rinascita diventa una sorta di medicina preziosa, in grado di rimetterti in connessione con i tuoi sentimenti e il tuo talento che è quello di cantare, creare canzoni, suonare uno strumento.
- In “Il giorno della festa” racconti un incontro nato di fronte al "profumo intenso di caffè bruciato" e l'abitudine di nascondere le mani "come quei nonni in processione il giorno della festa del santo patrono". Che valore ha per te questo ritratto di un amore che trasforma le insicurezze in certezze e rinuncia alla perfezione?
- È il ritratto della mia compagna di vita Dalia e della perdita di quella sorta di vergogna di poter vivere liberamente un amore che ha semplicemente una forma meno comune. Togliere le mani da dietro la schiena per mostrarle senza alcun tipo di pudore è un po’ il racconto del brano. Avere il coraggio, grazie all’amore, di essere sé stessi fino in fondo è una vittoria che in questa canzone provo a raccontare.
- “Malaluna” è un brano che traspira sensualità, almeno questa è la mia sensazione.
- “Malaluna” è un pezzo di cui avevo scritto il testo, ma che non mi convinceva in pieno e quindi ho chiesto a Gaetano Capitano, che è un autore che ha collaborato con Gazzè e Silvestri in “Il Dio delle piccole cose” e che ho conosciuto anni fa ad una masterclass di songwriting. Dopo quell’esperienza ho avuto la fortuna di diventare sua amica e per “Malaluna” è emerso che il testo dovesse essere modificato per stare meglio all’interno della canzone, della musica che avevo immaginato. Così è venuta fuori l’immagine di sensualità e di una luna che non è detto che prometta qualcosa di buono, ma è invitante. È quello che abbiamo provato a tradurre anche nell’arrangiamento con i musicisti con cui da sempre condivido la mia musica.
- In “Inciampa pure” esorti a dimenticare le scarpe e ad inciampare sulle tue radici. Come si trasforma l'inciampo in un atto di fiducia?
- Si trasforma nel coraggio di lasciarsi andare a quella caduta. Talvolta per paura di cadere restiamo ancorati alle nostre scarpe, alle nostre difese, alle nostre sovrastrutture per risparmiarci il dolore della caduta. “Inciampa pure” è un invito a mollare la presa per entrare più a stretto contatto con la terra, con l’autenticità, con queste scarpe che si tolgono e ti danno la possibilità di inciampare. Da quella caduta hai la possibilità di trarre un insegnamento, fare in modo che tu possa conoscere te stesso ancora meglio.
- Nel brano che intitola l’album c’è questa prima ruga sul cuore che, per me, è l’immagine più potente del disco. In genere la ruga è associata alla decadenza, al corpo che comincia a perdere la propria estetica. L’intento poetico è quello di descrivere un percorso dal materiale all’anima?
- Sì, è una chiave di lettura possibile, che mi piace e in qualche modo descrive questa ruga sul cuore, quel cercare di trasformare la ruga da qualcosa di fisico a qualcosa di legato all’anima. Non necessariamente come un segno di invecchiamento ma come un segno che in qualche modo ci riporta a quella consapevolezza che a quarant’anni si ha in misura maggiore.
- Nel pezzo conclusivo “Scivola” ripercorri i tuoi passi sopra i righi di un foglio pulito. È come voltare pagina e ricominciare senza dimenticare ciò che sei stata?
- Assolutamente sì. In “Scivola” la condizione che ho raccontato è legata al fare in modo che il tempo non mi attraversi in modo passivo. Il concetto è farsi scivolare addosso l’inutilità, evitare che il tempo corra in maniera quasi disattenta, evitare di sprecare le occasioni, la possibilità di stare bene con le persone che ami, di poter comunicare lasciando un messaggio positivo con chi si soffermerà ad ascoltare una tua canzone. Ho buttato via vecchi trucchi, tacchi rotti, cose che tenevo ancora strette, chiuse nel cassetto per paura di cancellarne il ricordo. Invece la butto via non perché non appartengano più a me, ma perché ormai l’esperienza vissuta è in qualche modo già in me. È inutile accumulare, anche qui lascio lo spazio, lascio il tempo al presente per godermi quello che arriverà.
- Parliamo un po’ delle tue collaborazioni. Ho letto di quella con Mogol e ti volevo chiedere se ci puoi raccontare qualcosa di questa esperienza in tour.
- Sicuramente le collaborazioni fortunate che in questi anni di carriera ho potuto godermi sono state tutte fondamentali, mi hanno arricchita, mi hanno insegnato quello che un grande artista più famoso di te può lasciarti come messaggio. Capisco perché non ho mai rincorso un successo che mi desse la fama, perché ritengo che per la mia personalità i grandi numeri non siano probabilmente la casa migliore in cui vivrei. Però è anche vero che ho imparato tantissimo dall’incontro con Mogol, con Gino Paoli, la Turci, la PFM. Tutti ovviamente con approcci artistici e umani completamente diversi, ma ho imparato quello che un grande artista può lasciarti cioè il pensiero “no, non vorrei mai diventare così”.
- Hai potuto fare dei confronti quindi.
- Sì certo.
- Sono passati circa vent’anni da quando hai pubblicato il tuo primo lavoro “E’ alba”. Cosa direbbe la Rita di allora alla Rita di oggi?
- Di continuare a credere nei propri sogni, nella propria musica, nella possibilità di rimanere sé stessi, di raccontare qualcosa di personale che può diventare un messaggio positivo per chi ti ascolta, in cui può riconoscersi e trovare una via d’uscita.
Tolte le scarpe, con la mente finalmente libera dalle nubi del passato, Rita Zingariello traccia la rotta di un viaggio interiore che riconcilia con le fragilità e celebra la bellezza dell'imperfezione. Ora speriamo di poterla venire ad ascoltare in concerto per godere appieno del calore della sua musica.


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