Ci sono registi che, dopo aver elaborato un linguaggio filmico, finiscono per esserne prigionieri…e poi c'è Alejandro González Iñárritu che sembra avere bisogno ogni volta di distruggere il proprio cinema per ricominciare da capo.
“Digger”, il suo nuovo film con Tom Cruise, arriva dopo “Bardo” e dopo una carriera costruita su l'attrito tra spettacolo e tragedia, virtuosismo e colpa, individuo e catastrofe.
Stavolta Iñárritu spinge le sua ossessione su un terreno inedito: quello della farsa apocalittica.
Al centro della narrazione c'è Digger Rockwell, un potentissimo magnate texano del petrolio che si trova improvvisamente davanti alle conseguenze del sistema economico di cui si è nutrito: un disastro ambientale di proporzioni planetarie minaccia di precipitare il mondo nell’emergenza e Digger, anziché assumersi le proprie responsabilità, si convince di poter diventare il salvatore dell'umanità.
Il carnefice che si presenta come redentore: è questo il paradosso sul quale Iñárritu costruisce una satira nerissima sul potere, sul capitalismo energivoro, sulla politica e soprattutto sulla capacità di trasformare la realtà in spettacolo.
La prima sorpresa di “Digger” è che il regista di “Amores perros”, “21 grammi”, “Babel” e “The Revenant” sembra, almeno inizialmente, rinunciare a una delle sue caratteristiche più riconoscibili: la macchina da presa in perpetuo movimento.
Dove “Birdman” costruiva l’illusione di un unico, interminabile piano-sequenza e “The Revenant” trasformava il movimento della macchina da presa in un’immersione fisica nella natura, “Digger” preferisce spesso l’immobilità, la composizione frontale, il quadro studiato quasi come una vignetta.
La cinesi è impiegata con maggiore parsimonia: panoramiche e carrelli adoperati con movimenti controllati come se Iñárritu avesse deciso di imbrigliare il proprio istinto barocco invece di lasciarlo esplodere.
La scelta non è soltanto estetica: il mondo di Digger è un mondo già costruito, rappresentato, in cui gli spazi diventano giganteschi palcoscenici nei quali uomini potentissimi assumono pose grottesche innaturali e poco reali.
Il film sembra dunque riflettere continuamente sulla propria natura artificiale: ciò che vediamo è realtà, spettacolo, rappresentazione o una combinazione delle tre cose?
È una domanda profondamente iñárrituiana.
In “Birdman” il confine tra teatro, cinema, identità dell'attore e realtà psicologica si dissolveva progressivamente; in “Bardo” la memoria diventava un territorio instabile nel quale sogno, autobiografia e storia nazionale si confondevano.
“Digger” porta questa stessa instabilità dentro una satira politica e ambientale, rendendo la forma stessa del film parte del discorso.
A rendere possibile questa nuova grammatica visiva c'è ancora Emmanuel “Chivo” Lubezki, collaboratore fondamentale di Iñárritu in “Birdman” e “The Revenant”.
I due tornano alla pellicola e al VistaVision, formato che permette un’immagine di straordinaria ampiezza e definizione con un risultato deliberatamente monumentale: i corpi occupano il fotogramma, gli ambienti sembrano sproporzionati e l'architettura del potere diventa quasi fisicamente opprimente.
La vera intuizione di Lubezki, tuttavia, non è semplicemente quella di produrre “belle immagini” ma utilizzare la monumentalità contro i personaggi: Digger è enorme perché enorme è il suo ego; gli ambienti sono sovradimensionati perché sovradimensionata è l’idea del proprio ruolo nel mondo.
La fotografia lavora inoltre su una tavolozza desaturata, sporca, spesso giallastra e livida, lontanissima tanto dalla luminosità artificiale di Birdman quanto dalla spettacolare wilderness di The Revenant.
La natura non è più lo spazio sublime e straziante nel quale l’uomo lotta per sopravvivere: è una superficie ferita dall'uomo stesso.
E qui emerge un'altra differenza fondamentale perchè se nel cinema precedente di Iñárritu la natura poteva rappresentare un avversario, un'entità indifferente alla presenza umana, in Digger è invece quasi una vittima, contaminata dalla presenza degli esseri umani prima ancora che la catastrofe arrivi.
Il montaggio, affidato a Stephen Mirrione e Conor O’Neill, partecipa a questo cambiamento: Iñárritu non rinuncia alla frammentazione che aveva caratterizzato “21 grammi” e “Babel”, ma la utilizza in modo meno scopertamente virtuosistico.
Il montaggio alterna blocchi narrativi relativamente distesi a improvvise accelerazioni, costruendo una tensione che non deriva soltanto dall’azione ma dalla collisione fra punti di vista, registri e livelli di realtà.
È un cinema che spesso sembra sul punto di perdere il controllo per poi ricomporsi in una forma rigorosamente geometrica.
Laddove in “21 grammi” il montaggio manipolava il tempo per frantumare la percezione dello spettatore, in “Digger” il montaggio ha la funzione di mettere in crisi la percezione stessa della realtà.
Non è più soltanto la domanda “quando è successo?”, ma “che cosa sto realmente guardando?”.
Il risultato è deliberatamente destabilizzante e spiega anche una parte delle reazioni controverse al film: la struttura richiede allo spettatore di accettare continui cambiamenti di registro, passando dalla commedia grottesca al disaster movie, dal dramma politico alla riflessione metacinematografica.
La colonna sonora ad opera di Cosmo Sheldrake segue la stessa logica di disorientamento: non cerca il rassicurante tema epico che ci si aspetterebbe da un film apocalittico con Tom Cruise ma, al contrario, costruisce un paesaggio sonoro nervoso, straniante, spesso quasi sgradevole.
È una scelta coerente con il progetto: “Digger” non vuole farci vivere la catastrofe come spettacolo eroico, ma come qualcosa di assurdo, disturbante e fuori asse.
La musica sembra talvolta anticipare o contraddire le immagini, contribuendo alla sensazione che il film stia costantemente per scivolare fuori dal proprio genere ed in questo senso definisce anche uno degli aspetti più divisivi dell’opera: alcuni recensori hanno apprezzato proprio questa radicalità sonora, mentre altri hanno trovato la partitura eccessivamente aggressiva e distraente.
…e poi c'è Tom Cruise la cui scelta è probabilmente la trovata più intelligente dell'intero progetto.
L'attore che da decenni interpreta uomini capaci di correre più velocemente della catastrofe, saltare dai grattacieli e salvare il mondo viene qui trasformato nell’uomo che ha contribuito a distruggerlo.
Cruise non interpreta Digger con il distacco dell’attore che sa di essere dentro una satira ma, al contrario, si getta nel personaggio con una ferocia quasi oscena: trucco prostetico, corpo appesantito, postura, voce e mimica che cancellano l’immagine glamour dell’eroe hollywoodiano e la sostituiscono con quella di un uomo arrogante, infantile e mostruosamente convinto della propria indispensabilità.
La performance di Cruise è rischiosa proprio perché non ha nulla di empatico: l’attore accetta di rendersi ridicolo, sgradevole, persino repellente e, tuttavia, conserva qualcosa dell'energia magnetica della sua figura cinematografica.
Anche quando Digger è un idiota, Cruise è impossibile da ignorare.
Il confronto con la sua carriera è inevitabile: se Top Gun/Maverick aveva trasformato la sua iconografia di star in un monumento al cinema spettacolare, Digger fa l’operazione opposta perché prende a picconate quel monumento.
Non sorprende quindi che la critica sia divisa anche sulla sua interpretazione: per alcuni è una delle migliori prove della sua carriera, per altri l'eccesso caricaturale impedisce al personaggio di acquisire autentica profondità.
Accanto a lui, Riz Ahmed trova un registro più trattenuto e nervoso, mentre John Goodman sfrutta magnificamente la propria fisicità per trasformare il presidente in una caricatura inquietante del potere istituzionale.
Sandra Hüller, Jesse Plemons e Michael Stuhlbarg contribuiscono alla definizione di un ensemble volutamente sopra le righe, nel quale ogni interprete sembra consapevole di partecipare ad una gigantesca macchina grottesca.
Le reazioni a questo film, a tutti gli effetti, costituiscono uno spettacolo nello spettacolo.
Il film ha ottenuto pareri entusiastici per la sua audacia formale e per la performance di Cruise, ma anche stroncature feroci per la sua presunta pomposità e per l’incapacità di trovare un equilibrio tra satira, dramma e commedia.
Rotten Tomatoes registra attualmente il 51% di recensioni positive, mentre Metacritic si attesta a 44/100 ed è significativo che persino le recensioni favorevoli lo difendano spesso con l’elemento che quelle negative gli rimproverano: l’eccesso.
C'è chi vi ha visto una sorta di Dr. Strangelove del XXI secolo e chi, al contrario, lo ha giudicato un'opera che prende in prestito la forma della satira senza possederne la sottigliezza.
La spaccatura della critica riguarda, dunque, non tanto ciò che “Digger” vuole dire, quanto il modo in cui pretende di dirlo.
Infatti, è difficile negare che il film abbia qualcosa di urgente da raccontare: il rapporto tra potere economico, crisi climatica, propaganda e spettacolarizzazione della politica.
Più discutibile è la convinzione di Iñárritu che l’accumulo di simboli, metafore e virtuosismi debba necessariamente produrre profondità.
Quindi ha ragione chi afferma che il limite di “Digger” è, paradossalmente, anche la sua qualità più affascinante: la mancanza di misura.
“Digger” non vuole essere semplicemente una satira sul capitalismo energivoro-fossile: vuole essere una satira sul capitalismo tout-court, sulla politica, sullo spettacolo, sulla responsabilità individuale, sull'industria cinematografica, sull’ego degli artisti e sull’incapacità di distinguere tra realtà e narrazione.
È troppo? Probabilmente sì ma sarebbe un errore liquidare questo film come un semplice esercizio di narcisismo autoriale.
Iñárritu sta cercando qualcosa di più difficile: dopo aver costruito per vent’anni un cinema fondato sulla sofferenza, sul virtuosismo e sulla monumentalità, il regista sembra chiedersi se anche il cinema d’autore non sia diventato una forma di spettacolo sterile.
In questo senso “Digger” non è un film sull'apocalisse ma un film sulla rappresentazione dell'apocalisse e Tom Cruise, al centro di questo gigantesco dispositivo, è contemporaneamente il protagonista, la vittima e il bersaglio perfetto di questa rappresentazione, l’ultimo grande eroe hollywoodiano che interpreta un uomo incapace di capire che il mondo non ha più bisogno di essere salvato da lui.
Iñárritu scava, dunque.
Scava sotto il disaster movie, sotto la satira, sotto il divismo di Cruise e sotto il proprio stesso cinema.
A volte trova qualcosa di prezioso, altre volte soltanto altra terra ma è difficile uscire dalla sala senza avere l’impressione che, almeno questa volta, la pala abbia colpito qualcosa di solido.


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