mercoledì 22 luglio 2026

GIULIA MEI - DEDICATO ALL'ERRORE - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA DAL FLOWERS FESTIVAL DI COLLEGNO (TO)


“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Mettere in discussione le certezze. È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo”. Le parole del Professor Keating nella famosa scena del film “L’attimo fuggente” in cui sale sulla cattedra rimandano a quello che fa con la propria musica Giulia Mei, cantautrice siciliana di talento che insegnante lo è stata veramente. Il cambio di prospettiva, il colorare fuori dai bordi seguendo solo le traiettorie dettate dalla libertà espressiva diventano la musica e i testi nel suo ultimo album “Io della musica non ci ho capito niente”, uscito nel 2025. Il disco si compone di 13 pezzi in cui il cantautorato pianistico della musicista, che ha una formazione classica, sposa l’elettronica ibridandosi per dar vita a una diversità non incasellabile. La title track è il primo dei due movimenti, cui ha collaborato il noto violinista Rodrigo D’Erasmo, membro degli Afterhours, che aprono e chiudono il lavoro e ne destrutturano il titolo. L’ultimo granello di anarchia blocca le meccaniche dell’orologio freddo e metallico della nostra quotidianità consentendoci di evadere, almeno per la durata di un disco. A seguire “Bandiera”, un pezzo che, a partire dall’esposizione mediatica con X Factor, è cresciuto fino a conquistare il grande pubblico. Il brano ha il merito di portare al centro dell’attenzione, senza alcuna retorica, il diritto di tutte le donne alla completa autodeterminazione. Dovendolo riassumere in una sola parola quella parola sarebbe “LIBERA”. “Drammaturgia” mette in scena l’addio ad un amore tossico. Il pathos è sottolineato dall’arrangiamento d’archi profondamente emotivo. “Un tu scuiddari”, con il featuring della cantautrice Anna Castiglia, conterranea di Giulia Mei, esprime fin dal titolo il legame profondo con la Sicilia ed è un monito rivolto a chi viene lapidato dalle malelingue a non scordarsi che quando la ruota gira lo fa bene e può dare a tutti un’occasione di riscatto. “H&M” pensa con un velo di tristezza su ciò non funziona, a cosa occorrerebbe fare e, proprio per questo, non verrà mai fatto. Un arrangiamento delicato di chitarra accompagna “Genitori”, una riflessione che raramente facciamo, ovvero che anche i nostri genitori sono figli di qualcuno e dei loro sbagli. Troppo spesso si dice “non farò mai come loro” per poi, a distanza di tempo, accorgersi di essere caduti nelle stesse trappole. “A casa mi veniva” è un pezzo strumentale al pianoforte che permette alla cantautrice di mostrare le proprie doti di compositrice classica. "“La vita è brutta” ha un andamento vocale quasi da musica popolare, specie nel ritornello e sfocia in una coda elettronica all’insegna di quella commistione che è uno dei pregi maggiori del disco. “Mio padre che non esiste” è una dedica struggente a chi non potrà mai essere dimenticato. A seguire “MOZRAT” è una canzone anticlassica per eccellenza in cui la voce filtrata si fa essa stessa strumento. “ Cara Allegria”, alla cui creazione ha contribuito la cantautrice Mille è un brano giocato su due livelli di percezione, quello della cantautrice di se stessa e quello del pubblico che giudica superficialmente “La gente mi dice che sono cambiata ma sono la stessa”. In chiusura dell’album l’ultimo pezzo vero e proprio, “Â picciridda mia”, scritta interamente in siciliano, vede Giulia Mei tornare per un attimo a rannicchiarsi in grembo alla madre per trovare consolazione e protezione da un mondo cattivo che non le appartiene. La dolcezza del dialetto accarezza lieve la sua testa bambina. “Io della musica non ci ho capito niente II” è il perfetto finale tra violino e techno di un album che se fosse un compito in classe sarebbe orgogliosamente “Non classificabile”.
Il 16 luglio 2026 Giulia Mei ha tenuto un concerto molto viscerale al Flowers Festival di Collegno (Torino) e nell’occasione mi ha concesso un’intervista in cui si è raccontata ed ha parlato del rapporto con la sua musica, ma anche di diritti e autodeterminazione. 


- Quando eri ragazzina la tua camera da letto era ordinatissima o c’erano vestiti sparsi ovunque, con tutti i cassetti aperti?
- Disordinatissima. Sono una persona molto disordinata. Pulita, ci tengo a tenere la casa pulita però sono disordinata. Sono due cose che sembrano opposte, però diciamo che ho un mio ordine, che da ragazzina era più un mio disordine.
- Un disordine organizzato diciamo.
- A volte un disordine organizzato ma a volte disorganizzato. 
- Il tuo ultimo album si intitola “Io della musica non ci ho capito niente”. Non pensi che forse il non aver capito sia il tuo maggior talento?
- Sì lo spero, accettare, rendermi conto di non averci capito mi ha dato la possibilità di sperimentare di più, di fare pace con il fatto che non posso seguire sempre le regole e che a volte non seguirle è ciò che mi permette di scrivere. Più che non seguirle, distruggerle. Quel famoso caos, quel disordine a me è servito tantissimo e a volte il disordine è spezzare la regola, infrangerla o rielaborarla a modo proprio. Il titolo dell’album è una dichiarazione sulla musica, certamente provocatoria però non è una maschera. 
- In vari brani dell’album sono presenti i tuoi genitori. Hai sofferto la famiglia? Com’è il tuo rapporto con essa?
- Sì l’ho sofferta e l’ho amata. Ho vissuto un’infanzia sostanzialmente serena, nel senso che non ho avuto una famiglia eccessivamente tossica, però con delle tossicità molto spesso inconsapevoli. Spesso le tossicità dei nostri genitori sono inconsapevoli perché essendo a loro volta figli di altri genitori immagazzinano modi di vedere le cose, di farcele vedere, di insegnarcele che sono appunto inconsapevolmente sbagliati. E’ proprio questo il senso della canzone, non si tratta di puntare il dito, ma di crescere, diventare adulti, fare pace con i propri demoni riconoscendo che molti derivano dalla nostra infanzia, dal nostro rapporto con i genitori, ma rendendosi conto che anche loro hanno i loro demoni e che oltre che genitori sono stati figli e comunque persone che possono sbagliare. Il genitore non è irreprensibile, è una persona. Non conosco nessuno che non faccia errori. Però bisogna rendersi conto che oggi viviamo dei retaggi culturali, educativi che secondo me vanno abbattuti. 
- A proposito mi viene in mente il discorso che hai fatto in Senato in cui hai chiesto l’educazione sessuo-affettiva già dalle scuole elementari perché alle medie è già tardi. Oltre all’educazione sessuo-affettiva fatta dagli insegnanti a scuola non sarebbe opportuno prevedere anche una rieducazione sessuo-affettiva dei genitori?
- Assolutamente sì. Per me dovrebbe essere, come in ogni aspetto della vita, un lavoro collettivo. La società va avanti in quanto collettività. Dovrebbe essere un lavoro strutturato con una comunicazione scuola-famiglia che molto spesso non c’è. Ci sono dei genitori che sono diseducati e diseducativi, ma anche altri che semplicemente non hanno il tempo di educare i figli. Si dice “allora non li fare i figli”, affermazione riduttiva e assurda. Ci sono persone che per guadagnare una miseria lavorano 12 ore al giorno e al ritorno a casa non hanno neanche tempo di parlare con i figli ed è un dramma in cui non si può puntare il dito contro nessuno, ma, d’altro canto, si può nel senso che quando questo atteggiamento si trasforma in una sorta di immobilismo che porta a trascurare l’educazione dei bambini a partire dalla tenera età ha degli effetti disastrosi sulla crescita. Invece il dialogo deve essere abbastanza analitico a volte, per questo io chiedo proprio a partire dalla musica di analizzare i testi, valutare cosa c’è a livello emotivo, relazionale in essi che possiamo collegare con le nostre vite, le nostre relazioni. E di questo c’è tanto nella musica, perché racconta la vita, in essa ci trovi tutto. Sarebbe bello vedere questa apertura da parte dei genitori, che a volte non c’è o per mancanza di tempo o per mancanza di volontà o ancora per una serie di tabù che continuano ad essere fortissimi. Si evitano certe tematiche senza considerare che “rientrano dalla finestra” triplicate. Ci sono bambine che non sanno che cos’è il papilloma o ragazzine che lo contraggono da giovanissime, ragazzine che non sanno che cos’è l’endometriosi, che non sanno che cos’è un preservativo e questo è grave. Oppure ragazzine con un fidanzatino che dice “oggi tu non esci” e non è normale. Bisogna parlare, abbattere qualsiasi muro.
- Parliamo un attimo della tua canzone più famosa, “Bandiera”. Mi hanno detto che è un meme su TikTok e allora ho pensato: nel momento in cui una canzone che ha un forte significato come questa diventa un meme, come cambia il tuo rapporto con essa quando viene svuotata del suo significato? (ndr. L’informazione è inesatta. Non si tratta di un meme, ma di un frammento mandato in onda dalla trasmissione “Blob”. Mi scuso con l’intervistata e con i lettori).
- Sarei curiosa di vedere com’è questo meme perché non ci sono solo meme che prendono in giro, ma alcuni sono anche dei complimenti, dipende da come è fatto. Nel mondo dei social comunque è inevitabile che quando si parla di qualcosa possa essere decontestualizzata. La canzone lo è stata tante volte e non dai ragazzini, ma dagli adulti che estrapolavano solo quella frase e commentavano “la musica è finita, che schifo” senza considerare tutto quello che dicevo prima. Mi sono capitate persone che avrebbero potuto essere i miei genitori che mi dicevano cose orrende. All’inizio è stato difficile, ma oggi ho fatto pace con quella canzone perché ne so il significato, perché l’ho scritta io e so quanto è importante e lo è anche per altre persone. Lo vedo anche in chi viene ai miei concerti, quando la passano in radio, quando la gente mi dice: “ma lo sai che la tua canzone mi ha salvato, mi ha dato la forza che non avevo?”. Poi la distorsione è fuori dal mio controllo, c’è chi dice “guarda quella femminista del cavolo di Giulia Mei”, ma non ci posso fare niente. Fa parte del gioco.
- Rispetto a “Diventeremo adulti” l’ultimo disco è molto diverso, il primo era più cantautorale classico, mentre in questo hai infranto una barriera includendo l’elettronica. Questo cambiamento totale di stile a cosa è dovuto e dove pensi di andare?
- Non so dove penso di andare, ma adesso sto scrivendo il nuovo album. E’ un cambiamento legato a quello che ti dicevo prima sul trovare una nuova regola. Venendo dal mondo classico, da una canzone un po’ più secondo le regole, cercavo qualcosa che invece mi desse la libertà più assoluta e la musica elettronica per me è libertà assoluta perché è un genere che non ho studiato accademicamente, in cui per me tutto è possibile, esploro come una bambina. Scopro ogni genere, la techno, la dubstep, ho imparato ad usare Ableton (ndr software, ma anche hardware per fare musica) e quindi ad uscire dalla dimensione piano-voce per fare produzioni, pre produzioni. Quindi posso impostare la canzone in maniera meno classica partendo da altri elementi, da un beat, da un synth. Questa è stata per me esplorazione. Usare l’elettronica nasce da una voglia di libertà nella musica che mi sono riconcessa. E poi è bella, mi piace. L’ho scoperta quando al Conservatorio ho studiato la musica concreta, Stockhausen quel mondo. Sonorità che uscivano dalla dimensione dello spartito. Poi ho esplorato tutti i sottogeneri e il legame della musica con il rumore. Il tema del rumore nella musica elettronica è molto presente, ci sono elementi noise, quasi disturbanti che entrano nella musica anche in maniera repentina e che superano la dimensione della musica intesa come tale. Per me il rumore è suono, a volte mi dà tensioni emotive all’interno della canzone che ricerco, quasi in maniera madrigalistica (ndr Il madrigale è una composizione poetico musicale diffusa in Italia tra il Rinascimento e il Barocco). Quindi tutto nasce dalla voglia di sperimentare, trovare una nuova spontaneità. 
- Un’ultima domanda. Com’è nata la tua collaborazione con Rodrigo D’Erasmo? 
- E’ nata perché io lo apprezzavo molto, lo conoscevo e cercavo qualcuno che avesse un approccio allo strumento meno canonico. Lui ha fatto una sorta di orchestrazione in “Io della musica non ci ho capito niente I e II”, ma volevo che fosse anche un po’ borderline diciamo, inaspettata, che non seguisse la regola e andasse un po’ fuori dai bordi, a cercare una dissonanza che ti porta al rumore, quasi come se fosse un errore di percorso. Questo disco è stato pensato quasi come una dedica all’errore, a quello sbagliare strada che invece ti porta a casa molto meglio della strada più dritta. La mia formazione classica naturalmente c’è ed è forte. Nel momento in cui me ne sono allontanata e l’ho rielaborata mi sono riavvicinato a lei, a quel pianismo e ho rifatto mio quel repertorio. Però mi piace anche l’idea di poterla rivisitare e quindi avere anche uno sguardo neoclassico ma sempre contaminato con quello che sta succedendo oggi nel 2026, con quello che nel frattempo esploro. Scoprirò altra musica elettronica, altri progetti, altri produttori e nasceranno delle nuove vibes e quindi i mondi che fanno parte di me si contamineranno ancora di più.


La sera del concerto al Flowers Festival di Giulia Mei all’apertura dei cancelli una ragazza che attendeva già fuori in un angolo è andata a sedersi a gambe incrociate davanti alla transenna proprio al centro del palco. Ed è rimasta lì alzandosi in piedi solo quando Giulia Mei ha iniziato a suonare. Quel gesto dice molto del legame che l’artista sta stabilendo con il pubblico grazie al valore emotivo della propria musica. 

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