lunedì 14 settembre 2026

ROGOREDOFS - ALTERNATIVO A COSA? - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Passato, presente e futuro, denuncia sociale e interiorità. Nella musica dei RogoredoFS convivono tutti questi punti di riferimento senza forzature, in modo armonico. La band pavese, composta da Armando Rossi (voce e chitarra), Jacopo Poppi (tastiere), ⁠Marina Borlini (chitarra), ⁠Riccardo Senna (basso) e ⁠Marco Gazzoni (batteria), ha pubblicato recentemente il secondo album “Alternativo A Cosa?”, un disco le cui dodici canzoni sono ricche di spunti di riflessione, suonate con la sicurezza dell’esperienza e con l’estro di chi vuole evitare la banalità. Apre l’album “Suite Lanosa”, strumentale dal titolo curioso di cui si capisce il senso solo arrivati all’ultima traccia. Il suono è marmoreo, marziale, un wall of sound che sovrasta l’ascoltatore. A seguire “Zyggurat” mescola suggestioni mediorientali e alt rock con un testo che spazia nella storia dell’uomo così come tra i Continenti unendo il Medio Oriente al Mississippi. “Homo Erectus” accende la luce sulla pochezza della razza umana che si illude da sempre di essere quella dominante, quando ormai di sapiens ci resta ben poco. Come in tutte le tracce del disco i volumi sono corposi e la sezione ritmica spicca in primo piano al pari di chitarre, tastiere e voce. La title track miscela un riff alla Black Keys ad uno stile nel cantato che rende omaggio a Giovanni Lindo Ferretti. “S.M.C.”, acronimo di Solide Magmatiche Certezze fotografa il periodo buio del Covid. “Sognavamo una vita diversa, una di quelle facili da raccontare” dialogano a distanza due persone costrette a restare lontane una dall’altra. “Rottami” consente alla voce di Armando Rossi di usare il registro per lui più confortevole, ossia il baritonale. La storia di un metalmeccanico morto sul lavoro tra l’indifferenza generale prende spunto da una vicenda familiare realmente accaduta per diventare simbolo di molte tragedie invisibili. A metà album “L’abisso” riprende fiato abbandonandosi per un istante alla necessaria leggerezza del pop. Brano tra i più ferocemente ironici dell’album, “Fashipster” mette in scena una baruffa chiozzotta in cui gli estremi si toccano fino a divenire una cosa sola. “Liturgia” si collega idealmente al pezzo precedente da un’angolazione più meditativa, quasi come se fosse raccolta in preghiera davanti ai demoni. “760 mmHg” ha le sonorità più vicine alla tradizione dell’alternative italiano, efficace nella sua linearità compositiva. “Caronte” è cantautoriale e mettendosi davanti allo specchio scopre che al di là del vetro non c’è nessuno. Il disco non si chiude con l’ultimo pezzo “Mammuth”, ma si ricollega all’intro invogliando al riascolto. Il brano si regge su una linea di basso profonda e solida come cemento e nel testo richiama lo stile di scrittura di De André, in particolare nel verso “egocentriche formiche, parenti del gibbone”. 
Armando Rossi e Jacopo Poppi si sono prestati ad una chiacchierata track by track che svela i significati più nascosti dei brani. 


- Partiamo dal vostro nome, “RogoredoFS”. Ho letto che fa riferimento alla stazione ferroviaria che era crocevia dei vostri percorsi. Avete un precedente illustre, si racconta infatti che Mick Jagger e Keith Richards si trovarono da adolescenti al binario di una stazione ferroviaria del Kent e che da lì gettarono le basi per la nascita dei Rolling Stones. Fatte le debite proporzioni qual è stata la scintilla che ha fatto nascere il gruppo?
ARMANDO – In realtà il gruppo è nato quasi per necessità. Dopo una serie di jam sessions tra me, Jacopo e il primo batterista ci siamo iscritti ad un contest abbastanza famoso per band emergenti. Il caso volle che ci accettassero. Non eravamo assolutamente pronti. Di ritorno dal primo briefing di questo contest, in direzione Pavia, il nostro batterista preso dal panico disse “ragazzi non so se è una buona idea, ma se proprio dobbiamo farlo almeno diamoci un nome, che ne so…RogoredoFS”, perché eravamo esattamente in quella stazione. Quindi in realtà è una scintilla che è scoccata lentamente nel modo più fisiologico possibile, tramite jam session. Si è consolidata e poi la necessità ci ha uniti e ci ha dato la forza per scrivere i primi pezzi.
- Quale era questo contest?
ARMANDO – Il contest era “Emergenza Festival” che non so se esista ancora (nda Si svolge tuttora, la prossima edizione è ad ottobre 2026). È per band emergenti e fa tappa in tutta Italia, se non erro ci sono varie selezioni, ci sono finali locali, regionali e nazionale. Il vincitore avrebbe suonato al Taubert Festival in Germania. In quell’edizione ci fu anche una band che poi vinse, eravamo in finale all’Alcatraz di Milano, e appunto la band che vinse andò poi a “X Factor”. Si trattava dei Melancholia ed erano veramente straordinari come sound e proposta in generale. Li ritrovammo qualche tempo dopo sullo schermo, una sorpresa perché erano poco calzanti rispetto a quel tipo di talent. 
- Jacopo hai qualcosa da aggiungere?
JACOPO – Armando ha già detto tutto. L’origine storica del nostro nome è quella, poi abbiamo trovato un significato aggiuntivo. Essendo tutti non originariamente di Milano, Pavia era un po’ il nostro punto di incontro. Per andare a Pavia devi sempre passare da Milano Rogoredo; quindi era il nostro epicentro ed è la vera storia. 
- Musicalmente il vostro album suona bello pieno e rotondo. Per mia curiosità l’avete registrato in studio o in un luogo con un’acustica particolare? 
JACOPO – Abbiamo registrato tutto all’Elfo Studio di Piacenza dove avevamo già registrato il singolo “Vacanze a Curacao” nel 2022/2023 e dato che ci eravamo trovati molto bene abbiamo deciso di fare l’album lì anche perché c’era un’attrezzatura consona a quello che volevamo proporre con questo album. La maggior parte dei pezzi sono nati nella nostra sala prove in provincia di Pavia, tranne il brano “L’abisso”, che è stato realizzato quasi totalmente in studio, nei sette otto giorni di registrazioni che abbiamo fatto a Piacenza. Armando aveva scritto il testo e una linea melodica e abbiamo fatto delle prove e il pezzo finale. La lavorazione del nuovo album è partita nel 2019 con “Zyggurat” ed è finita nel 2025 con “L’abisso”. Quindi un album che è nato nel corso di tanto tempo. 
- Dal punto di vista dei testi può essere definito un album sull’oppressione sociale?
ARMANDO – Diciamo di sì. Questo è il nostro secondo album, all’epoca del precedente “Retrovie dello stato” eravamo più giovani, quasi tutti studenti universitari e in quel momento c’era l’urgenza di manifestare un senso di oppressione nei confronti di quello che stavamo facendo. Nessuno di noi studiava ingegneria per vocazione, ma piuttosto per senso del dovere che ci veniva inculcato, ci si aspettava che se avessimo studiato e fatto un percorso di un certo tipo la società ci avrebbe dovuto qualcosa. Quella è stata la nostra primordiale manifestazione di dissenso. In questo album la critica sociale è sicuramente rinnovata, forse resa in modo anche più crudo in alcuni pezzi. Ad esempio, in “Fashipster” e “Homo erectus”. Però avendo scritto un buon cinquanta per cento del disco durante l’epoca del Covid abbiamo lasciato spazio anche a testi più introspettivi rispetto a quelli del primo album, perché era il momento migliore per essere introspettivi. 
- “Suite lanosa” è marziale e potente come inizio ed ha un suono più pesante rispetto al resto dell’album. Compare un elemento che si ritrova nell’ultimo brano “Mammuth”, ossia la lana. L’inizio si lega alla fine in modo circolare?
JACOPO – Sì esatto, il primo pezzo è la fine di “Mammuth”. Questo crea nell’album un movimento circolare, non fa capire quando finisce l’album. Il pezzo migliore per chiudere l’album era assolutamente “Mammuth” con questi suoni molto pesanti, bassi che sfiorano la soglia dell’udito umano. Se metti “Mammuth” in macchina vibrano i finestrini. Quindi è un pezzo che finisce con l’inizio dell’album. Dato che è un disco che secondo me ha bisogno di più di un ascolto, all’inizio ti dà una prima impressione su chi siamo e cosa vogliamo dire, ma dato che diamo una grande importanza ai testi, a ciò che vogliamo trasmettere all’ascoltatore, questa circolarità ti offre l’opportunità di riascoltare e capire meglio l’album. 
ARMANDO – Questi sono i due brani in cui c’è più sperimentazione sonora. Un fun fact è che negli outro strumentali, in cui c’è l’assolo di chitarra, in un passaggio abbiamo mixato il barrito di un elefante distorto cercando di ricostruire il verso del Mammuth, quindi lavorando sulle frequenze per provare a immaginarlo. Si dà il caso che la parte di chitarra che stavamo registrando con un fuzz e wah si sincronizzasse con il barrito. C’è un punto in cui la chitarra è indistinguibile dal verso dell’animale. L’andamento della canzone è immaginifico e cerca di replicare la camminata del Mammuth nella steppa siberiana. 
- Sì infatti l’andamento di “Mammuth” è molto cadenzato come in “Suite Lanosa”. In “Zyggurat”, che è uno dei brani che mi incuriosisce di più, da dove è nata l’atmosfera mediorientale che si sposa con la metafora appunto dello Zyggurat?
JACOPO – Questo pezzo è stato scritto principalmente da Armando e la sua prima versione, conservata nel mio telefono, risale al 2018, ancora prima della release del primo album. Una notte Armando, l’ex chitarrista ed io eravamo usciti come tutti gli studenti in giro per Pavia e quando siamo tornati a casa abbiamo usato questa dobro di Armando che in quel momento, secondo me, trasudava “mediorientalità”. La minore armonica suonava così bene che andava scritto assolutamente un pezzo. Se non ricordo male è stato Armando a creare il motivo principale e a partire da quella base abbiamo costruito pezzo dopo pezzo il brano. È come se fosse una suite che richiama l’intera storia dell’umanità partendo dalla preistoria e facendo richiamo a tutti gli Dei per evocare un ambiente misterioso, sconosciuto. 
ARMANDO – È stato curioso e totalmente spontaneo prendere una chitarra creata per un tipo di musica americana delle lande del Mississippi e trarne un pezzo così tanto mediorientale. La sua genesi è partita da una jam. La strofa e il ritornello sono nate quel giorno e nell’audio registrato da Jacopo sul suo telefono nel 2018 si sente già la struttura della canzone. Poi il testo è nato molto dopo riascoltando quel motivo che ci piaceva tanto. L’intento è di catapultare l’ascoltatore in una dimensione né storica né fisica. Come spiegava Jacopo è un Pantheon misto di divinità e di richiami esotici perché si parla di Inanna che è una divinità sumera e di Zyggurat che è da tutt’altra parte del mondo. Il ritornello poi spiega che la Zyggurat è in realtà uno stato mentale. 
- Soffermiamoci su “Homo erectus”. È la presa d’atto del fatto che l’uomo in fondo non conta nulla?
JACOPO - Riguarda più la consapevolezza di quanto ci stiamo auto ingannando di essere la specie dominante su questo pianeta. Il pezzo parla di un umano come tutti noi che realizza come non sia vero questo pensiero che ha tutta l’umanità, un brano che fa un’analisi antropologica usando come punto di riferimento una persona che capisce come l’idea non abbia senso. E di conseguenza trova il piacere solo nella carnalità, nel dolore. Lui gode nel dolore perché sa che è l’unica cosa che lo può riportare alle origini. Viene declassato a Homo Erectus per autorappresentarsi, riscoprirsi. Quindi direi che è vero che l’uomo non conta niente, ma di fatto non conta niente quello che pensiamo che l’uomo sia. 
- Il pezzo successivo a “Homo erectus” è “Alternativo A Cosa?”. Iniziamo dal titolo, che è anche il titolo dell’album. 
ARMANDO – Il titolo nasce da una delusione accadutaci come band. Dopo l’uscita del primo album c’è stato un periodo in cui cercavamo di procurarci date come tutte le band senza un booking. Girando per i locali del pavese entrammo in un noto locale in cui si faceva cultura musicale, lo Spaziomusica che ora ha chiuso e che ospitò musicisti anche importanti. Ci presentammo come band che suonava rock alternativo e il gestore ci rispose con un secco e scocciato “Ma alternativo a cosa?”. Ci spiazzò così tanto questa mancata disponibilità nei nostri confronti che ci lasciò quasi di stucco. Eravamo dei ragazzi già un po’ incazzati e disillusi e questa reazione ci fece meditare di gettare la spugna perché pensammo che se erano le premesse per suonare in giro eravamo messi male. Questo episodio però divenne un po’ un punto con cui confrontarci perché nessuno di noi aveva la risposta a quella domanda. Come band abbiamo tutti background diversi e la domanda “alternativo a cosa?” in questa fase storica e musicale è una domanda aperta, un’incognita abbastanza irrisolvibile. 
- Non so se ci ho azzeccato ma ci provo. “S.M.C.” è l’acronimo di “Solide Magmatiche Certezze”?
ARMANDO – Corretto confermo. 
- E’ un brano di denuncia sociale?
ARMANDO – Questo brano è nato durante il lockdown ed è frutto del punto di vista di un osservatore polemico nei confronti della società e di quello che stava accadendo, di quello che le persone che lo circondavano stavano facendo. C’è molta introspezione perché tutti ricordiamo quella fase, la malinconia derivante dal fatto di stare soli, chiusi in casa. Quando ho scritto il pezzo ero lontano dalla mia ragazza dell’epoca, separati da qualcosa di più grande di noi. È stata l’occasione per riflettere sui rapporti umani. Il brano ha una componente di denuncia sociale però c’è anche una componente introspettiva. 
- “Rottami” è cantata in una tonalità particolarmente bassa, alla De André. È dedicata alla spietatezza del mondo del lavoro di oggi? 
ARMANDO – Senza dubbio sì. Il testo è stato scritto prima che Jacopo ed io trovassimo il nostro primo impiego lavorativo però effettivamente c’è un evento biografico molto lontano nel tempo che mi ha spinto a scrivere il brano. È una vicenda legata alla mia famiglia, al mio bisnonno che ebbe un incidente sul lavoro. È una spietata e cruda denuncia di un mondo purtroppo attuale e l’unico modo per trasmettere quel messaggio era rappresentarlo con immagini forti. Il protagonista viene decapitato da un macchinario e tutti quelli che gli sono attorno ne parlano come se fosse un evento normale, una notizia da scrollare. All’inizio e alla fine è effettivamente un po’ ispirata a De André anche nel timbro, che comunque è dovuto al fatto che io sono un baritono. Prende la parola lo spirito di questo metalmeccanico che commenta l’accaduto dall’esterno sperando che qualcuno lo ricordi. Nel ritornello in particolare è sconfortato dalla reazione di quelli che ne parlano e cerca consolazione nell’idea che i pezzi del suo corpo possano essere utili a concimare. Penso sia un’immagine efficace. 
- “L’abisso” è secondo me il pezzo più pop dell’album. Qual è il vostro punto di vista?
JACOPO – Sì assolutamente. È una canzone nata in fretta, molto profonda scritta sempre da Armando. Il pezzo pop di cui l’album aveva bisogno. Porta un po’ di leggerezza, di respiro. Gli altri brani sono diversi, criptici e richiedono attenzione. Questo è stato collocato a metà del disco per far un po’ respirare e rilassare. Abbiamo cercato però di far sì che non si discostasse troppo dallo stile degli altri pezzi. Un esperimento. 
ARMANDO – La scelta del pop come veicolo per diffondere un messaggio è dovuta al fatto che il testo è molto più lineare rispetto agli altri, non ci sono metafore o giri di parole, ma è una sorta di schietta psicoanalisi di chi scrive. Va subito al dunque. Tale aspetto abbinato al mezzo pop fa sì che musica e  messaggio arrivino diretti all’ascoltatore. In questo è efficace, l’ascoltatore non è così impegnato, almeno musicalmente. 
- In “Fashipster” c’è una denuncia dello stato di indifferenza assoluta da parte nostra, finché non ne siamo direttamente coinvolti, rispetto agli eventi tragici che accadono nel mondo. 
JACOPO – Esattamente. È un pezzo diretto che potrebbe sembrare ad un primo ascolto sbruffone. In realtà si tratta di un pretesto per far capire quanto gli estremi di cui si parla al momento siano in realtà sovrapponibili. Vengono citati un fascista online e un comunista sul divano, due stati delle cose che non stanno né in cielo né in terra. In realtà si tratta di due persone uguali, che la sera mangiano insieme la pizza e che per dare voce alla loro passione devono identificarsi in due estremi. È un brano che condanna gli inutili estremismi ed è un periodo in cui stiamo perdendo il senno nella valutazione di questo aspetto. Due persone che non riescono a comunicare tra loro solo perché si impongono delle identità che non gli appartengono. L’ho scritto mentre ero a Bruxelles a una conferenza del Partito Democratico in cui si stava parlando di quanto dovremmo dialogare con i nostri colleghi di destra. È importate la comunicazione, lo scambio di idee. Il non essere d’accordo è uno spunto per discutere, per fare politica, per comunicare, aspetto che manca in questo periodo storico. 
- Del brano “Liturgia” mi ha colpito il verso “la castità delle idee è pura utopia”, un verso che mi affascina ma che non riesco a decifrare. Mi potete spiegare voi il significato?
ARMANDO – Il testo ha una genesi particolare perché è totalmente ispirato ad un’intervista monologo a Giovanni Lindo Ferretti. Si sa che quando gli si rivolge una domanda la risposta è in realtà un monologo. Era nella sua fase cristiano cattolica nella sua gimmick pubblica e amava particolarmente unire la parte spirituale e la riflessione sulla vita reale. Mi colpì molto quando disse “gli occidentali sono affamati di cose tangibili”. Spiegò il significato della parola “liturgia” che è “servizio verso”. E da lì partì questa riflessione. In realtà è una canzone molto ontologica, nel senso che farne un’analisi letterale è molto complicato. Ci sono immagini, la metafora della lancia che viene spezzata e ci si azzuffa per essa finendo per uccidersi a vicenda. Una riflessione sui massimi sistemi quindi. Giovanni Lindo Ferretti era stato accusato in quel periodo dai suoi fan della prima ora che lo tacciarono di incoerenza, in quanto aveva come riferimenti la spiritualità, la destra. Da lì l’immagine della castità delle idee che è pura utopia, ovvero la parafrasi del verso “non fare di me un idolo mi brucerò” della canzone “A tratti”. Nessuna idea è abbastanza casta da poter reggersi su sé stessa. Chi si aggrappa a un ideale assoluto viene disilluso, disincantato. E lo ribadisco nella frase “odio gli indifferenti ma di certo pure i noi”. Il noi è una forma di protezione di un gruppo che si appiglia a un’ideologia e ne fa uno scudo per sottrarsi al prendere parte attivamente a qualcosa. 
- Per il brano successivo ho dovuto cercare il significato di “760 mmHg” e credo si tratti di un’unità di misura della pressione.  Un pezzo auto motivazionale per resistere alla pressione? 
ARMANDO –Lo ha scritto il nostro bassista Riccardo ed in realtà il concetto è il trionfo dei perdenti. Nonostante l’atmosfera sia abbastanza serena, abbiamo visto infatti che è il tipo di sound più utilizzato nelle storie Instagram per accompagnare video di paesaggi, Riccardo ci tiene a precisare che è un pezzo triste che celebra gli sconfitti, i vinti. Quindi in realtà il concetto della pressione era più indiretto, nel senso che si tratta della pressione necessaria a stare a galla in un fluido. Essendo anche lui ingegnere ha la sua spiegazione tecnica. Le immagini del pezzo come quella della carpa, in realtà un salmone, che risale la cascata, lo stare o non stare in piedi che sono la stessa cosa vanno in quella direzione. In una società così performativa che ti spinge ad essere sempre il migliore in tutto abbiamo provato a celebrare la mediocrità o comunque il non essere sempre per forza i migliori. 
- “Caronte” è un brano sulla necessità di confrontarsi con i propri limiti?  
JACOPO – “Caronte” è un pezzo molto evocativo, un po’ come Zyggurat, racchiude tanti motivi cui ispirarsi per dare un senso alla canzone. Come concetti si ricollega ad altri brani, soprattutto “Homo erectus” e “Fashipster”. Il tema è la crisi di identità, quando non sappiamo più chi siamo, cosa stiamo facendo, abbiamo perso il controllo della situazione o ci sembra di averlo perso. È nel non sapere se ci si trova nella strada giusta che ci si ritrova proprio nella strada giusta. Una canzone molto meditativa che esprime quello che penso io dei doveri, di quello che la società ci impone di fare, della visione che gli altri hanno di te. In realtà tutto parte da sé stessi ed è da lì che bisogna iniziare a lavorare.
- Chiude l’album “Mammuth”. Ne abbiamo già un po’ parlato. La mia interpretazione è che sia un pezzo ironico sul delirio di onnipotenza dell’essere umano. 
ARMANDO – Assolutamente corretto. Il testo è stato scritto da Riccardo che ama particolarmente l’ironia. Come anche in “760 mmHm” ci si prende continuamente beffa delle cose, il delirio umano e quanto sia effettivamente prioritario dargli sfogo. E’ una storia raccontata dal punto di vista del Mammuth che giudica gli umani dall’aldilà o dal freezer, perché a un certo punto il testo recita “cosa direbbe nonna che sta nel freezer come me…”
- Ricorda un po’ i fatti di cronaca sulle nonne congelate nei freezer per consentire ai nipoti di continuare a prendere la pensione
ARMANDO – Sì sono anche fatti reali, mi ricordo di qualcosa del genere successa l’anno scorso. Un pezzo che tratta con estrema leggerezza l’onanismo dell’uomo che sta raggiungendo apici incredibili. È notizia dell’altro giorno che il principale tester dell’azienda che ha sviluppato “Chat GPT” si è ritirato da quel mondo manifestando forti timori per il futuro sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Diciamo che la clonazione del Mammuth è ormai quasi fuori moda rispetto a ciò che sta accadendo. Il brano comunque è stato scritto prima dell’avvento di “Chat GPT”. Probabilmente oggi Riccardo la avrebbe attualizzata, la clonazione potremmo al confronto definirla una minaccia di poco conto. 
- Non sapevo di questa notizia sul tester di Chat GPT.
ARMANDO – È una notizia molto recente. Prima di entrare in “Open AI”, se non sbaglio questa persona era in un’azienda che si chiama “Anthropic”, non è una notizia da complottista ma proprio realmente un fatto di cronaca.


Volendo cercare di risolvere il rebus “Alternativo A Cosa?” la risposta può essere “alternativo alla nostra natura rozza di animali”. Perché, come ci ricordano i RogoredoFS, alla fine siamo tutti parenti dei gibboni. 

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