Musica che diventa disegno, in un intreccio che muta e si evolve continuamente sul palco ad ogni esibizione aggiungendo dettagli sempre nuovi. “DESIDERA_Storia di una passione” è il concerto disegnato, portato in scena lo scorso 18 novembre 2025 a Torino, che ha il suo fulcro nell’album “Storia di una passione” del cantautore piemontese Paolo Moreschi. L’esibizione ha visto il coinvolgimento, oltre che dello stesso Moreschi (voce e chitarra), anche di Gianluca Della Torca al basso, storico membro dei Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo e dei Franti MM nonché produttore artistico del disco, della cantautrice rivolese Giulia Bi, di Andrea Mazzari alla voce e dell’illustratore Marco Martz, i cui disegni, realizzati in diretta durante il concerto, sono stati proiettati su uno schermo alle spalle dei musicisti. Stilizzato e intenso, il tratto essenziale di Martz suggerisce anziché limitarsi ad essere didascalico prediligendo la libera interpretazione in base alle emozioni dello spettatore. “DESIDERA_Storia di una passione” ha un’ambientazione storica ben precisa. L’ispirazione nasce dalla relazione sentimentale profondamente carnale tra gli scrittori Henry Miller e Anaïs Nin, raccontata nel libro “Storia di una passione. Lettere 1932-1953”, che raccoglie l’intenso carteggio tra i due amanti. L’ambientazione è la Parigi degli anni 30 del secolo scorso, città vibrante dal punto di vista culturale, cosmopolita e meta di scrittori e artisti attratti dal suo clima effervescente e dai suoi costumi liberali. E’in quella Parigi che Henry Miller e Anaïs Nin, scrittori tormentati, l’uno cacciato dalla moglie June con in mano un biglietto di sola andata per la capitale francese e l’altra insoddisfatta e annoiata dal matrimonio con un ricco banchiere, si incontrano e intrecciano i loro destini abbandonandosi ad un vortice di desiderio e condividendo l’ambizione di fare della propria vita un romanzo. Paolo Moreschi nel suo concept si è concentrato sul periodo iniziale dello scambio epistolare, ovvero tra il 1932 e il 1936. I due amanti, in preda alla loro bruciante voluttà, danzano metaforicamente un ultimo ballo sul ponte del Titanic, ignari o piuttosto volutamente inconsapevoli dei molti segnali che annunciano la brutalità della Seconda Guerra Mondiale. Mentre il mondo stava scivolando sul piano inclinato che lo avrebbe fatto precipitare nella tragedia imminente, infatti, il milieu culturale e artistico parigino sembrava rifiutare tutto questo, come ben espresso nel quarto dei 14 brani che compongono l’album, “Dovrei gridare orrore?”. La voce soave di Giulia Bi canta, su una base sonora di echi elettronici e chitarra acustica “E dovrei gridare orrore? Io grido amore”. Dunque gaudeamus igitur (espressione latina traducibile con “godiamo dunque”), volteggiando tra arte e amori totalizzanti. Dal punto di vista musicale il disco è fortemente influenzato dall’elettronica anni 80, una vera e propria opera rock, come la definisce lo stesso autore, con un suo svolgimento che, partendo dalla storia carnale raccontata nello scambio epistolare tra Henry Miller e Anaïs Nin, descrive un suo inizio, un apice e un epilogo che vede lei fuggire al di là dell’Oceano Atlantico decidendo di non decidere tra Henry e il marito. Ripercorrendo la storia attraverso i brani che compongono il disco, l’incipit cupo di “Manifesto” vede una progressione sonora elettronica che sfocia in una citazione dal capolavoro letterario di Miller “Tropico del Cancro”: “Questo è un insulto prolungato, Uno scarabocchio in faccia all’arte, Un calcio al divino, all’Uomo e al Destino, al Tempo, all’Amore e alla Bellezza”. Altro punto focale sotto l’aspetto musicale e lirico dell’album è “Vieni presto” in cui, sul ritmo di valzer tracciato da una chitarra acustica, la voce di Giulia Bi esprime il culmine della passione tra i due amanti cantando “voglio sentire il tuo pulsare, sangue ardente e impetuoso e il lento ritmo cullare, l’esplosione del piacere”. Dopo mesi di appassionati e furtivi incontri Anaïs sale le scale di un albergo malfamato, diretta alla stanza di Henry. “Spolpami” vede Moreschi recitare come un mantra in crescendo dall’andamento febbrile i versi “Scoprimi, scrivimi, scovami. Scoprimi, spolpami, scopami!”. “Desidera”, posto a metà album, è un pezzo acustico che, dal punto di vista musicale, concede una tregua nell’ambito della tensione narrativa. Dal punto di vista lirico il pezzo appare come una riflessione sulla propria arte: “Questo scritto non è, Questo diario..non è, Un romanzo ..non è, L’intuizione ..non è, La bravura ..non è, Il mestiere ..non è, Il successo ..non è, La mia arte..Non so più cos’è”.
Dopo un anno di passione la storia tra Henry Miller e Anaïs Nin inizia a scadere in una stanca consuetudine. I due amanti si allontanano progressivamente, divisi da difetti che generano insofferenza dell’uno nei confronti dell’altro. Nel dipanarsi della loro storia il pezzo “Portami altrove” rappresenta il momento in cui lei decide di sottrarsi sia al marito che la opprime che all’amante che la umilia andandosene a New York. Sul basso pulsante di Gianluca Della Torca la voce di Giulia Bi canta “Il tempo che vivo è un sogno avvizzito, ricatto continuo è un canto strozzato. Ho preso un biglietto di sola andata, io me ne vado non vi dico la meta. Lascio un amore ed una passione, lui sicurezza, l’altro il piacere”. La donna, che ha scritto due lettere, una per il marito e una per l’amante, chiude le buste e le spedisce forse invertendole. Di fatto Anaïs sente di appartenere finalmente a sé stessa “sono la donna che avrei voluto, senza più schiavi, senza padroni”. Libera infine. Nel frattempo si moltiplicano i cupi presagi dell’imminente guerra, ma prevale ancora una volta il desiderio di aggrapparsi all’illusione della luce, anche se ormai tutto è ridotto a un patetico inganno. Il brano che segna in modo emblematico questa fase è “Luce (Singolo)”, che vede la partecipazione alla voce di Andrea Mazzari. Su una trama sonora molto anni 80 le liriche recitano “E allora splendi timida luce, desidero tu splenda ancora, riannoda i fili della tua voce, recisi da uno strappo in gola, consuma la tua anima stanca, dimentica il vero e canta”. Di impronta synthpop è il seguente “Meravigliosa sul dorso”, le cui strofe accrescono la sensazione che tutto stia giungendo ad un epilogo, sia in amore che nelle speranze di un futuro di pace. “E’purpureo il suo manto, Meravigliosa sul dorso, Così vitale il suo pianto, Se non fosse che sta morendo. Ogni cosa ha una fine, Anche il bello anche il dolore, Devi solo accettare di essere un fiore, Rinascere per poi morire”. La traccia che chiude l’album, “Fine”, è la definitiva presa di coscienza che il mondo spensierato, gaudente e dedito all’arte e alla bellezza degli anni 30 sta volgendo verso il suo epilogo: “In attesa che tutto abbia fine, forse è meglio che inizi a ballare”. Un’ultima danza disperatamente attaccata alla vita, ignari ma al tempo stesso ormai pienamente consapevoli.
A margine dello spettacolo di Torino abbiamo scambiato due battute con alcuni degli artisti che danno vita al progetto.
- Hai una routine quando sei sul palco, cioè sai già cosa disegnerai o ti fai ispirare dando vita a una jam session visiva con la musica?
MARCO MARTZ - Ho un canovaccio e lo devo seguire, ma ogni volta in base a come ci sentiamo cambio, aggiungo delle cose. Ci sono delle regole da rispettare ma sono regole abbastanza libere che io mi dò.
- Ho notato una geometria nei tuoi disegni.
MARCO MARTZ - C’è una ricerca di equilibrio tra i colori, assolutamente. E’ questo il lavoro dell’illustratore.
- Come vi è venuta in mente l’idea di sposare la retromania anni 80 con uno spettacolo di questo genere?
GIANLUCA DELLA TORCA – Paolo mi ha cercato perché io avevo fatto per gioco un album di italodisco che era la musica che mi faceva schifo negli anni 80, però poi ho ascoltato un pezzo, sono impazzito un anno intero e ho fatto un album come Uncle Dog, Italodisco, cantato da me in inglese maccheronico come si faceva negli anni 80. Ci ho lavorato un anno perdendoci il cuore, la testa. Paolo lo ha ascoltato ed è impazzito anche lui per quel disco e mentre scriveva questo spettacolo ha ascoltato quel suono lì che ora è questo qui. Mi ha detto “voglio quel suono, quello che hai fatto per Uncle Dog”. Mi ha contattato e abbiamo deciso di trovarci, parlarci e ci siamo detti: “se poi ci piacciamo collaboriamo” e così è stato.
- “Storia di una passione”, fa riferimento abbiamo detto a questa travolgente storia d’amore tra Henry Miller e Anaïs Nin, ambientata a Parigi negli anni 30 del secolo scorso, sull’orlo della Seconda Guerra Mondiale. In realtà ovviamente è una metafora dell’oggi, dato che stiamo vivendo un tempo pericolosamente simile a quello. L’inquietante ciclicità della storia non potrà mai essere spezzata?
PAOLO MORESCHI – Domanda grossa. Temo di no, però si possono fare delle cose mentre questa ciclicità incombe. Si può vivere, si può amare come questi due amanti che poi, in realtà, fanno cose banali e sono veramente due brutte persone. Nel senso che davvero non fanno niente per rendersi conto di quello che sta succedendo. Io non ho un amore particolare per Henry Miller e Anaïs Nin però sono molto umani, sento che sono come me quando mi sento impotente di fronte a tutto quello che sta succedendo e mi dico "però voglio andare a fare una passeggiata in montagna”. Se dovessi stare lì sempre a guardare quello che sta succedendo dovrei solo impegnarmi per cambiare le cose.
- “Manifesto”, il pezzo che apre l’album contiene una citazione da “Tropico del Cancro”. E’ come dire rifiuto tutto quello che convenzionalmente è bello a favore di ciò che mi piace?
PAOLO MORESCHI – Henry Miller, pur essendo una brutta persona, è viscerale e con la sua vita dimostra una repulsione nei confronti di quello che c’è intorno. La sua vita coincide con la sua scrittura, cioè decide di premere l’acceleratore sugli eccessi per poter scrivere cose interessanti. Quell’incipit secondo me è un sunto meraviglioso della sua essenza, una ribellione non dico consapevole ma viscerale.
- Il pezzo “Luce” nel titolo ha quella curiosa parentesi con scritto “Singolo”, effettivamente nell’album è forse il pezzo più canonico.
PAOLO – Ci sono due pezzi più canonici, uno è “Luce” e l’altro è “Portami altrove”, interpretato da Anaïs Nin-Giulia Bi.
La scelta apparentemente un po’ demodè di fare un disco su una storia d’amore tra due scrittori ambientata circa 90 anni fa può diventare, invece, il pezzo mancante del puzzle che ci permette di vedere in tutta la sua clamorosa evidenza quanto quegli anni pre bellici rischino di tornare oggi. Un monito affinché la storia non si ripeta per l’ennesima volta in modo implacabile e lacerante.


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