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sabato 7 febbraio 2026

CLARA MORONI - "GRAZIE", IL PRIMO SINGOLO DAL NUOVO ALBUM - INTERVISTA E RECENSIONE A CURA DI LUCA STRA


Nata punk, innamorata della vita, della musica e grata a sé stessa per essere chi è. Questa è solo una delle tante sfaccettature di Clara Moroni, storica corista di Vasco Rossi, ma anche molto di più. Leggendone la biografia è infatti impressionante constatare come la sua strada abbia incrociato quella di numerosissimi artisti di fama mondiale, basti citare, tra gli altri, Yungwie Malmsteen, Prince, Steve Wonder, James Taylor. Ora a questo punto della carriera per lei è giunto il momento di mettersi davanti allo specchio, abbracciarsi e ringraziare prima di tutto sé stessa per tutto ciò che è. Il suo nuovo singolo “Grazie” ha in realtà molte chiavi di lettura. E’ da un lato un grazie ad un personaggio perfetto, idealizzato, probabilmente “mai esistito” come recita il testo in chiusura. D’altro canto, come l’artista ha spiegato nell’intervista che ci ha concesso, è appunto un grazie a sé stessa per essersi nutrita, dissetata, per tutto quello che ha ricevuto. Dal punto di vista sonoro il brano è un rock vibrante che fa perno sulla voce accompagnata da chitarra, basso e batteria, senza fronzoli, diretto, dotato di un ritornello con un ottimo hook. Clara è potente, graffiante, a tratti dà quasi l’impressione di ruggire su strofe molto personali e sentite. La produzione di Fabrizio Simoncioni ha cucito la stoffa preziosa del pezzo senza ricamarci sopra, ma confezionando il brano come un abito su misura della sua autrice, perché è Clara che ha saputo prendere la mira e scagliare la sua freccia dritta al centro del bersaglio. Con lei hanno suonato importanti musicisti come Giacomo Castellano alla chitarra (Celentano, Irene Grandi, Gianna Nannini, Elisa), Dado Neri (Celentano, Litfiba, Ornella Vanoni) al basso in alcuni brani, Eugenio Mori (Franco Battiato, Biagio Antonacci, Gianluca Grignani) alla batteria in un brano e un altro batterista che potremmo definire misterioso negli altri pezzi, dato che l’artista ha mantenuto il totale riserbo sulla sua identità. Aspettiamo ora con grande curiosità l’album per esplorare tutte le sfumature sonore di un’anima che trabocca musica e, attraverso di essa, sa arrivare al cuore delle persone.
Abbiamo avuto l’opportunità di poter conversare con Clara Moroni e mettere a fuoco sia i significati di “Grazie” che alcuni tratti della sua personalità.



- Nel tuo singolo “Grazie” mi sembra di percepire una certa ambivalenza. Il grazie della canzone è realmente tale come sembrerebbe dalle strofe, oppure dando ascolto al testo nei ritornelli è più l’urgenza di aprire gli occhi su una relazione con dei non detti che fanno stare male fisicamente?
- Una domandona. In realtà è un grazie che intendo dare a un personaggio idilliaco, che penso faccia parte della mia vita, a un personaggio perfetto nel suo modo di amare, di dare. Non necessariamente un uomo o una donna. E’un’entità che dà. Man mano che si sviluppa il testo emerge una condizione di dolore psicologico che diviene anche fisico. E’come se fosse un flash di qualcosa che in realtà non è come sembra. Come Matrix una parte si vede e una parte nascosta dietro non è bella come quella visibile. Tutto si svela nell’ultimo verso “grazie se fossi mai esistito”. Quindi io dico grazie a una persona che non esiste, un’idealizzazione, però allo stesso tempo la persona esiste in quanto in realtà sono io che dico grazie a me stessa per esser stata tutto quello che racconto nel pezzo. Sono io a nutrire, amare, capire. 
- Nella vita quotidiana la parola “grazie” è un automatismo, un po’ come dire “come va” quando si incontra una persona conosciuta. Dire grazie con convinzione, sincerità di solito porta l’altro a sorridere e ricambiare in modo un po’ più autentico. Secondo te “grazie” è la parola da cui dobbiamo ripartire per ricostruire questo mondo alla deriva?
- Sarebbe già un’ottima cosa, perché noi viviamo senza renderci conto che l’umanità stessa dovrebbe dire grazie tutti i giorni a questo pianeta che ci permette di continuare a vivere. Dovremmo dire grazie a tutti gli esseri viventi che ci consentono di avere ancora un ambiente, grazie ai miliardi di animali che vengono trucidati per farci vivere mangiando, anche se io sono vegana e quindi non ho bisogno che nessuno venga ucciso per me. Noi dovremmo dire grazie a Madre Natura. Dirsi grazie tra di noi non so più nemmeno se sia tanto utile. 
- Hai lavorato al tuo nuovo album con il grande produttore Fabrizio Simoncioni. Sei entrata in studio già con le idee chiare sulla direzione da prendere o confrontandoti con lui ti ha fatto cambiare idea sui pezzi, avete riscritto delle parti?
- Sono arrivata in studio da lui che avevo già fatto la preproduzione da me e avevo le idee molto chiare. Quello che dimostra che lui è un grande produttore è che ha saputo produrre realmente me e non essere lui l’artista. Questo perché avendo lavorato con vari produttori spesso e volentieri c’è sempre questo inconveniente per cui l’artista, il compositore non è rispettato, magari semplicemente per motivazioni di carattere commerciale. Fabrizio invece mi ha capita perfettamente ed è stato un amplificatore mettendomi nelle condizioni ottimali per portarmi a raggiungere il mio obiettivo. Abbiamo lavorato in perfetta armonia, sia dal punto di vista intellettuale che musicale. Penso che sia stata l’esperienza in studio più bella che io abbia avuto in vita mia. 
- Musicalmente possiamo aspettarci un grande album alla vecchia maniera, cioè voce-chitarra- basso-batteria e tastiere, quindi un lavoro compatto, granitico?
- Quello che ho fatto e che Simoncioni ha capito è che volevo fare un album come piace a me, che mi rispecchiasse e che non segue nessun parametro commerciale. Quindi è un album rock con venature molto dure, anche metal e una giusta commistione di elettronica e industrial, però sempre all’insegna di grandi batterie, grandi chitarre e testi con un vero significato. 
- Leggendo la tua bio salta all’occhio come tu non sia mai stata ferma un solo minuto. Il tuo credo è, per parafrasare qualcuno “andare al massimo” sempre?
- No, in realtà sono una persona molto pigra, devo essere snidata. All’inizio ho sempre dei moti di resistenza, ma quando intraprendo dei progetti cambio e mi trasformo in una sorta di stacanovista, molto perfezionista dedicando anima, corpo, cuore, tutto di me. Diversamente potrei anche stare a casa sul divano a guardare film dalla mattina alla sera.
- Sempre leggendo la tua bio mi viene da chiederti: come convivono in te le due anime dance e rock?
- A me piace tutta la musica. Poi il primo genere musicale che mi ha colpito è stato il punk. Quando il tuo battesimo musicale è punk si rimane tali per sempre, dentro. Però, ripeto, essendo amante della musica in generale mi sono evoluta, sono curiosa, ho avuto dei periodi completamente opposti a quello che si potrebbe pensare, mi piacciono tantissimo il jazz, il funky. Inoltre sono stata molto all’estero e sono riuscita ad entrare in contatto con realtà musicali, sfumature che in Italia non abbiamo neanche. E’tutta musica, si può creare una canzone più cantautorale, anche se il mio è un cantautorato rock, ma si può anche godere a fare un pezzo dance con un bel ritmo, un bel testo cantato bene, con begli accordi. Sono eclettica per cui fare sempre le stesse cose mi annoia a morte. Inoltre c’è da dire che la costruzione armonica dei pezzi dance deriva molto dal rock, è molto simile. 
- Hai inciso due album come “Clara & The Black Cars”. Come cambia il tuo approccio alla musica tra il far parte di una band o essere solista?
- Avendo cominciato con il punk e avendo provato un amore sconfinato per Siouxsie And The Banshees il mio sogno sarebbe stato quello di essere sempre parte di una band o comunque di avere con me delle persone con cui essere come una band. Però è successo per quei due album e poi la vita mi ha portato a fare altre scelte e non mi ha più permesso di avere con me una band. Io però sono un po’ come Vasco e come è sempre stato Springsteen: a chi piace fare musica piace avere una band. Il solista per me è più concentrato sul proprio personaggio, mentre per me quello che conta portare avanti è la musica. 
- A proposito di Vasco ti vorrei chiedere cosa hai provato quando sei salita la prima volta dalla scaletta del backstage fino al palco di uno stadio tutto esaurito accanto a una rockstar di quella grandezza. Ci puoi raccontare un po’ quel giorno della tua vita?
- Il mio battesimo dal vivo è stato San Siro nel 1996, perché ho cominciato a lavorare con lui ai suoi dischi, nel 1992 con “Gli spari sopra” e poi nel ’95 con “Nessun pericolo per te”. Avendo collaborato a quei due dischi, specialmente “Gli spari sopra”, in un periodo di grandi rock ballad alla Aerosmith, alla Bon Jovi, il produttore Guido Elmi mi aveva chiamato per creare quel tipo di texture vocale sull’album, solo che però poi occorreva replicarla dal vivo. Nel 1996 c’è stata una sorta di pacificazione che ha portato Vasco a rivedere le scelte sulle persone intorno a lui, è tornato Massimo Riva e allora, visto che la band aveva avuto degli sconvolgimenti, mi ha chiesto se volevo unirmi per riprodurre le voci che sono incise sull'album. E’stato un evento che mi ha preso alla sprovvista, in senso positivo. Ero consapevole di perdere il mio ruolo di solista e di diventare una sorta di comprimaria rispetto a Vasco. Però ribadisco che a me non interessa tanto mettere davanti me stessa a scapito di tutto e quindi perché negarmi un’esperienza del genere solo per una questione di ego? Per cui ho acconsentito. La prima volta a San Siro è stata una bella esperienza. Tra l’altro si erano dimenticati le scalette per cui mi sono dovuta arrampicare per raggiungere la mia postazione sul palco e ho detto “cazzo che figata!”. Quello è il mio acquario, ci sguazzo benissimo. 
- Io collaborando con Riserva Indie sono settimanalmente in contatto con piccoli e piccolissimi musicisti e band a volte anche giovanissimi, che nuotano a stento nel mare dell’underground. Tu che consiglio daresti a chi spera di fare della passione per la musica la propria vita?
- Ho un’etichetta discografica dal 1994 e ho sempre vissuto di musica, ho guadagnato grazie alla musica, ma quando ho iniziato era un altro momento. Oggi, per assurdo, ci sono più possibilità di un tempo, però il mercato è diventato enorme, escono ogni giorno centinaia di proposte musicali su qualsiasi piattaforma. Ciò significa che se un giorno i fattori per avere successo erano di meno, bastavano talento e dedizione, oggi non è nemmeno più chiaro chi abbia talento. Molti si nascondono dietro l’autotune, l’intelligenza artificiale e il talento è diventato quasi un accessorio. Tutti guardano innanzitutto ai numeri. Il rapporto si è completamente ribaltato, cioè una volta la casa discografica, o il talent scout o il manager intuiva qualcosa nel personaggio, nella band sconosciuta e la portava alla fama. Oggi invece le case discografiche sono più che altro delle società di servizi. Tu devi portare i numeri e se li hai allora magari ti offrono il servizio. E’lo stesso meccanismo dei locali, tu suoni se porti la gente. Una volta era l’opposto. Io come artista suono perché al locale interessa che ci siano i musicisti, poi magari le prime volte non c’è pubblico, ma concerto dopo concerto il pubblico cresce. Date le condizioni di oggi quel che posso dire è che bisogna focalizzarsi sull’essere estremi, proporre qualcosa che la maggioranza degli altri non fa. Bisogna riuscire a colpire le persone, tenendo conto che c’è un’offerta musicale spropositata. Occorre, oltre a trovare posti in cui suonare, fare canzoni non per vendere. Secondo me il mainstream ha le ore contate perché si è appiattito su formule, omologato e percepisco che c’è un ritorno a voler sentire cose particolari e nuove. Per vivere di musica all’inizio occorre lavorare quindi molto sugli aspetti di cui ho parlato. Enfatizzare qualsiasi aspetto peculiare che possa avere una formazione o un artista e, lavorandoci sopra, arrivare a colpire. La piazza purtroppo è gremita. 
- Ultima domanda. Sai già quando uscirà il tuo album e come si intitolerà?
- Non so né l’uno né l’altro. Adesso c’è Sanremo che catalizza l’attenzione, io lo chiamerei “Sanremo Lockdown” e sembra che tutto si debba fermare, che non si possa fare musica al di fuori del Festival, una cosa che ritengo assurda. Anzi penso che sarebbe bello che la gente uscisse ancora di più durante Sanremo, ma in Italia questa è una mentalità ancora radicata. Non ho ancora deciso se uscire con un secondo singolo o subito con l’intero album. Sul titolo dell’album ho seri problemi perché ho troppi titoli e non riesco a decidere. 
- Potresti usarli tutti magari mettendo la virgola tra uno e l’altro. 
- Tu scherzi ma io ci ho pensato veramente. Fare una copertina con tutti i titoli, i concetti con le virgole come se fossero scritte su un quaderno di scuola a quadretti o a righe. Oppure farlo uscire senza titolo, in modo che ognuno si scelga il suo.
- Potrebbe essere interessante. Un “White Album” o un “Black Album”. La cosa ha portato bene sia ai Beatles che ai Metallica.
- Vero, se faccio la copertina nera con le scritte bianche potrebbe essere un Black Album. Oppure sto pensando che potrei farlo un po’ bianco e un po’ nero magari per i collezionisti che li potrebbero comprare entrambi (ndr ride). 


Insomma Clara Moroni sta andando al massimo ed è pronta a svelare la sua nuova creatura con la grinta e la schiettezza che l’hanno sempre contraddistinta. Vasco l’ha definita la “Ferrari del rock” e come la famosa Rossa di Maranello, sa avere quella marcia in più che la rende iconica.

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