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mercoledì 9 settembre 2026

PALLIDA CAVTAT - LA DISTANZA TRA NOI E LA RIVA - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Se nel mare dell’indie colmare la distanza dalla riva per emergere è l’obiettivo, i Pallida Cavtat hanno già individuato un buon punto di approdo. La giovanissima band pugliese, composta da Virginia Massi (basso e voce), Alberto Ruberti (chitarre) e Lorenzo Paiano (batteria), dimostra infatti di avere il potenziale per farsi notare. Sicuramente la loro originalità nel costruire le canzoni è frutto di un talento naturale, ma anche in buona parte di grande impegno nella composizione e scrittura dei pezzi. Il terzetto ha pubblicato da poco l’album di esordio “La distanza tra noi e la riva”, otto brani che mescolano un alt rock umorale, con una spruzzata di emo e lo shoegaze, specialmente nei layer super stratificati della chitarra di Alberto Ruberti. Elementi riconoscibili, ma amalgamati in modo spiazzante. Il brano che apre le danze è il singolo “Il molo degli inglesi”, attacco acustico che lascia spazio alla tempesta elettrica del ritornello. La padronanza degli strumenti, lo stop and go e il cambio di atmosfere ne fanno un brano significativo dello stile del gruppo. Musicalmente più veloce e spensierata, “Elisa” parla di una vita passata in camerino senza mai entrare in scena. La fluidità con cui si alternano pieni e vuoti ne fa un pezzo figlio del rock underground USA anni 90. “Freccia Rossa”, caratterizzata da un buon pattern di batteria di Lorenzo Paiano, ha nel ritornello il suo maggior punto di forza. A seguire ci si imbatte in “Enoch”, brano tra i più complessi dell’album con un riff molto personale e in cui la voce di Alberto Ruberti dà il cambio a quella di Virginia Massi, su cui si poggia praticamente tutto il resto del disco. Di colpo proprio quando il pezzo sembra sfumare si trasforma in uno spoken word in cui il recitato, repentinamente in inglese, si altera progressivamente fino a raggiungere il parossismo. “Estrogeni” è stata scritta da Viriginia Massi sull’onda dell’ascolto degli Scisma e, in effetti, la sua voce a tratti è vicina a quella di Sara Mazo. Il vortice sonoro di “Mandarino” accompagna un testo per immagini, scritto, come la maggior parte dell’album, adattando i versi alla melodia. Con i suoi quasi sette minuti di durata “Incendio/Accordi” è la giustapposizione di due brani distinti perfettamente incastrati come due pezzi di un puzzle. Le atmosfere gocciolano frammenti musicali minimi per poi sfociare nella deriva elettrica più pura. Chiude l’album “Il motivo per cui non sarò un pianeta” sulle note del basso protagonista. Le metafore d’acqua si ricollegano al titolo del disco. Sul finale, la registrazione dei tre compagni di band che si salutano sembra quasi voler cogliere l’attimo dopo la fine dell’incisione dell’album. 
I Pallida Cavtat ci hanno raccontato la genesi e alcune curiosità sulla nascita di “La distanza tra noi e la riva”



- “La distanza tra noi e la riva” è un album registrato “in faccia”, con un approccio quasi punk. L’avete realizzato in presa diretta?
ALBERTO - No in realtà lo abbiamo registrato in momenti separati, non lo abbiamo fatto in presa diretta, da un lato in realtà purtroppo perché ci sarebbe piaciuto, però ci ha anche permesso di renderlo stratificato perché è un disco molto massimalista, ci sono tanti layer che si sovrappongono; quindi quello è stato il vantaggio di registrare ogni strumento separatamente. 
- E’ quasi shoegaze da questo punto di vista.
ALBERTO – A tratti, lo speriamo. 
VIRGINIA – Abbiamo registrato le varie parti anche in diverse giornate. Prevalentemente lo hanno fatto Alberto e Lorenzo perché io non ero in Puglia. Hanno lavorato in questo modo. 
- La linearità non fa parte del vostro stile
VIRGINIA – No, al momento no. Ci piace che i nostri brani siano uno diverso dall’altro, ci diverte e non vogliamo fare brani molto lineari, banali. 
- Il fatto che nei pezzi ci siano delle parti strumentali molto importanti deriva forse dal fatto che nascono come jam session?
ALBERTO – In realtà è difficile che nascano come jam le canzoni. Soprattutto quelle di Virginia hanno una struttura che scrive lei alla chitarra e che poi seguiamo abbastanza. Nei miei brani c’è un po’ più di improvvisazione, ma nemmeno così tanta. In realtà penso che derivi dal fatto che ascoltiamo musica con lunghe parti strumentali ed è quindi parte del nostro DNA musicale, ci viene spontaneo così. Anche scrivendo le canzoni da soli le pensiamo con quelle parti strumentali. 
- Ne “Il molo degli inglesi” il verso “ti ho nascosto ma graffi ancora sai?” rappresenta il dolore per un rapporto che si è spento fino a diventare “un sogno orfano”?
VIRGINIA – Io di solito scrivo i testi in un modo preciso. Prima scrivo la linea vocale melodica e poi trovo delle parole che stiano bene sul ritmo della melodia che ho scritto. Quindi non ho scritto il testo con un’intenzione precisa, ha preso quella piega e sì parla più o meno di quello che hai detto. Però alla fine una persona può vedere in quel testo ciò che vuole perché non l’ho scritto pensando alla fine di una relazione. Però è un’interpretazione possibile.
- Diciamo che poi è libera l’interpretazione di ciascuno, come se fossero delle poesie. 
VIRGINIA- Sì esatto.
- Invece “Elisa” è un brano sul tenere nel cassetto i sogni senza osare liberarli?
VIRGINIA – Sì, quella è stata la prima canzone che abbiamo composto ed è stata l’eccezione perché avevo già un testo che ho adattato ad una linea vocale, però è l’unica canzone che ho scritto in quel modo. Avevo scritto una nota con questa frase sull’avere dei vestiti e non indossarli mai per la paura di sprecarli e quindi ho deciso di utilizzare questo verso per la canzone. 
- “Freccia Rossa” sembra un brano in cui si vuole proteggersi dal mondo. 
VIRGINIA – Nel caso di “Freccia Rossa” ho scritto prima la linea vocale e poi ho adattato il testo, ma sapevo bene di cosa parlare. Volevo parlare appunto dell’indecisione sul restare o andare via. In questo caso quindi ho voluto scrivere il testo su un tema personale. 
- Tu Alberto vuoi aggiungere qualcosa?
ALBERTO – Sono più pezzi suoi soprattutto dal punto di vista lirico.
- Passiamo a quella che per me è una delle tracce più complesse dell’album. “Enoch”, cantato da te Alberto. Secondo la Bibbia Enoch è il sesto discendente diretto di Adamo ed Eva e fu rapito in cielo. Che legame ha, sempre che ci sia, il titolo con il testo?
ALBERTO – A me dispiace tanto dare questa risposta perché il titolo è molto suggestivo. In realtà il vecchio titolo del pezzo era “Riff emo” perché appunto è un riff che rimanda un po’ alla musica emo. Ho sbagliato a scriverlo ed è venuto fuori “Riff Enoch” e lo abbiamo tenuto per via del profeta. Non è un pezzo che parla di…
- No certo è ovvio era per capire.
ALBERTO – Penso che ci sia comunque qualche volontà escatologica, di parlare in modo quasi religioso nel testo. 
- Tra l’altro il povero Lorenzo Paiano in questo testo fa un po’ la figura del mostro nel verso “Told me his girlfriend was twelve years old”, da cui penso derivi l’altro verso “Non toccate i bambini” che è cantato in modo molto enfatico. Perché?
ALBERTO – Confermiamo che abbiamo a cuore i bambini e non vogliamo che vengano toccati. Questo è un tema che ci preme molto. 
- La storia americana raccontata nella seconda parte del pezzo sembra un piccolo film. L’avete pensata così?
ALBERTO – In realtà “Enoch” è nata senza quell’ultima parte, non l’abbiamo suonata così per tantissimo tempo nei concerti e poi un giorno abbiamo deciso che il pezzo avrebbe avuto un finale blues ed è nato nell’arco di un paio di concerti senza neanche provarlo molto in sala prove. Ora che lo stiamo facendo dal vivo abbiamo dovuto riadattarlo per poterlo suonare anche in sala prove perché è molto stratificato come suono. In realtà mi sono segnato le cazzate migliori che ho detto nei concerti e quando abbiamo dovuto registrare il pezzo ho fatto un collage. 
- In “Estrogeni” anche se siete dei nativi digitali emergono dei riferimenti un po’ fuori tempo come la radio che registra suoni sporchi. In voi convivono un’anima digitale e una analogica?
VIRGINIA – Secondo me sì. Sicuramente siamo molto legati all’era digitale, all’essere cronicamente online perché facciamo parte della Gen Z, però tutti e tre siamo affascinati dal “vecchio”, anche dalla musica del passato. Quindi sì, lo spero comunque. 
- “Mandarino” è un pezzo che procede molto per immagini, suggestioni, uno stile di scrittura che mi ricorda molto quella di Cristiano Godano dei Marlene Kuntz. Quel tipo di rock anni 90 ha avuto un’influenza importante per voi?
ALBERTO – Voglio essere molto onesto. Prima di conoscere Lorenzo e Virginia e iniziare a suonare con loro ascoltavo relativamente poca musica, soprattutto poca musica che amo ora. Quindi se dovessi pensare a quello che mi influenza ora ci metterei tutto quel rock italiano anni 90, dell’età d’oro. Prima mi piacevano i Verdena e basta. 
VIRGINIA – I Verdena sono sempre stati per noi idoli in comune. Io apprezzo moltissimo la scena underground italiana degli anni 90. Gli Scisma sono uno dei miei gruppi preferiti. Mentre scrivevo il testo di “Estrogeni” ho ascoltato una canzone degli Scisma in cui, a un certo punto, resta solo la voce della cantante, adesso non ricordo il suo nome…
- Sara Mazo.
VIRGINIA – E poi riprendeva e scoppiava. Mi sono detta “voglio fare una canzone così” e ho scritto “Estrogeni”. 
- Tu quindi ti ispiri a lei nel tuo modo di cantare?
VIRGINIA – Nel mio modo di cantare non lo so, sicuramente mi piace molto. Non riesco bene ad avere una percezione della mia voce, di come io canti. Un sacco di persone mi dicono “somigli a lei” e poi mi confondo. Però è davvero brava. 
- Il secondo brano più complesso dell’album è a parer mio “Incendio/Accordi” che sembra la fusione tra due pezzi diversi. Perché questa divisione in due parti “Incendio” e “Accordi” e che significato ha il doppio titolo?
VIRGINIA – “Incendio” e “Accordi” sono due canzoni diverse unite. Le avremmo volute pubblicare separatamente, ma per vari problemi abbiamo dovuto unirle. Il titolo “Incendio/Accordi” si rifà alla canzone originaria che avevo scritto e che si intitolava “Accordi bambino”. Avevo poi scritto una seconda parte, ovvero “Incendio”. Le abbiamo invertite, però la canzone è come se fosse divisa in due parti, la prima è quella che ho scritto per seconda, mentre la seconda è quella che ho scritto per prima. Abbiamo cercato di unirle insieme, anche se avremmo voluto che fossero separate. Le abbiamo registrate in modo tale che sarebbe stato brutto fare un taglio a metà e quindi le abbiamo lasciate come un unico brano. 
- In “Il motivo per cui non sarò un pianeta” che chiude il disco le immagini marine che si ricollegano anche al titolo dell’album fanno da filo conduttore. Perché c’è così tanto mare nel vostro disco?
ALBERTO – Io credo che derivi dal fatto che viviamo in un posto in cui usciamo di casa e vediamo il mare, una presenza che nelle nostre vite è stata costante. Poi non credo sia un disco marittimo nelle sonorità. A noi interessa più che altro raccontare un’altra realtà che è quella degli ecomostri sulle scogliere delle cittadine abbandonate, che d’inverno hanno duecento abitanti e poi in estate si gonfiano, piuttosto che del mare, dei pirati e le spiagge. 
- In coda si sentono voci come se fossero la fine delle sessioni di registrazione e l’uscita dallo studio facendo quattro chiacchiere tra di voi. Avete continuato davvero a registrare l’attimo subito dopo che avevate finito di incidere il disco?
VIRGINIA – L’audio del saluto finale Alberto in realtà lo ha procurato da un nostro video vecchio di due anni fa quando eravamo andati a suonare a Milano, però abbiamo deciso di inserirlo lì come se fossimo noi dopo aver finito il disco a salutare. Non lo so se è una cosa bella o brutta, c’è a chi piace e a chi no.
- A me piace. L’ho trovata molto carina e intima, sembra quasi di “spiare” quello che fate. 
VIRGINIA – È vero anche a me dà una certa emotività sentire il finale.


Alla fine, la vera distanza tra noi e la riva non si misura in metri, ma nello spazio siderale che separa l'urgenza espressiva dei Pallida Cavtat dall'inutilità della banalità.
 

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