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domenica 5 luglio 2026

BANK OF HOPES - DANZARE SULL'ORLO DELL'ABISSO - RECENSIONE E INTERVISTA A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


In inverno le campagne del ferrarese sono cupe, quasi spettrali, perse nella fitta nebbia della Pianura Padana. E’ da questo humus nero che nascono i pezzi dei Bank Of Hopes, quartetto dark wave e synth composto da Giulia Ambrosini (Voce), Matteo Bizzarri (Chitarra), Renato Chiccoli (Basso) e Giulio Testi (Sintetizzatori). Da poco è uscito il loro nuovo singolo “Larry Love” che prosegue nel segno della continuità il discorso già iniziato con il primo album “Soma”, levigandone le sonorità. Il pezzo trae ispirazione dal musicista e cantante statunitense Tiny Tim e il legame è sottolineato fin dalla copertina su cui campeggia un mazzo di tulipani incastonati in un blocco di ghiaccio in scioglimento, tulipani che rimandano direttamente al brano più famoso di Tiny Tim, ovvero “Tiptoe Through the Tulips”. Dal punto di vista musicale il pezzo è la perfetta fusione tra la carnalità della chitarra e del basso e l’algida austerità dei sintetizzatori. La voce suggestiva e sicura di Giulia Ambrosini si inerpica in cima al ritornello più immediato e riconoscibile della produzione della band fino ad ora. L’album, uscito in gennaio, si compone invece di sei tracce tra cui una cover di “Pet Sematary” dei Ramones. Apre l’album “Somber”, riecheggiante i pezzi synth pop degli anni 80. Nel testo del brano emerge il tema ricorrente della danza, il gran ballo finale che segna il passaggio dal regno dei vivi a quello dei morti. A seguire “Flesh” rapisce con l’ipnotico sintetizzatore di Giulio Testi e si spinge ad esplorare il disagio interiore fino a toccare i muri delle paure che ci intrappolano. “Videodrome” è ispirata al film omonimo di David Cronenberg e affronta il tema della compenetrazione tra essere umano e macchina, nel film rappresentata dalla televisione, ma oggi più che mai attualizzabile in riferimento alle nuove tecnologie. Il rapporto di dipendenza dell’uomo dalla tecnologia spinge a ricreare ciò che odiamo per essere sicuri di non fermare la lotta. La reinterpretazione del classico dei Ramones “Pet Sematary” segna un esperimento coraggioso da parte dei Bank Of Hopes, dato che è inevitabile in casi simili sovrapporre inconsciamente la nuova versione alle sonorità del pezzo originale. In questo caso però la chiave di volta è stata non sfidare l’originale mantenendone intatta l’aura pur in una veste completamente nuova, quindi si può dire che l’esperimento sia pienamente riuscito. In “Chance” il basso di Renato Chiccoli e la chitarra di Matteo Bizzarri si ritagliano con autorevolezza il loro spazio al centro della scena. Il senso di sconfitta per aver perso la propria occasione è una realtà incompiuta come ci ha spiegato la band stessa, una realtà in attesa di riscatto. In chiusura dell’album “Shadows’ Ballet” riassume nella danza degli spiriti femminei portatori di lugubri presagi le tematiche dell’intero lavoro. 
Abbiamo intervistato i Bank Of Hopes in una panoramica a tutto campo che spazia dal loro modo di fare musica ai gusti personali in fatto di film e libri.



- In rete stranamente non sono riuscito a trovare la vostra formazione, quindi direi innanzitutto di presentarvi.
RENATO – Siamo criptici. Io mi chiamo Renato Chiccoli e suono il basso. 
MATTEO – Io sono Matteo e suono la chitarra
GIULIO – Io sono Giulio, scrivo i testi e suono i sintetizzatori.
(ndr all’intervista non ha potuto partecipare Giulia Ambrosini, voce)
- In “Larry Love” chiedete: “Di chi è questa voce nella mia bocca” e poi c’è l’immagine dei nomi che non ci appartengono. Quanto pesa il tema della perdita di identità nella vostra poetica?
- GIULIO – “Larry Love” è un brano non dedica, non elogio, che però si rifà a un musicista a suo modo folkloristico che si faceva chiamare Tiny Tim e che con la sua vita, con  le sue attività, comprese quelle musicali, ha ispirato la composizione lirica di “Larry Love”. Nel pezzo il tema dominante fa riferimento all’individuo, alle personalità, alla destrutturazione del carattere, che è mutevole. C’è qualcosa di nascosto altrettanto metamorfico che ci piace lasciare nel mistero, perché rimane comunque una figura irrisolta. Questo senso di “non finito” del suo personaggio è ciò che ci ha attratti di più e ha dato la spinta creativa per comporre il brano. In “Larry Love” sicuramente l’individuo, con tutto il suo spettro personale, è al centro. Si tratta, come detto, di una figura esistita, dato che Larry Love è stato il primo pseudonimo di Tiny Tim e penso che si rispecchi nell’attualità. Senza andare a toccare tematiche sociali ho trovato comunque contemporanea la sua figura. 
RENATO – Credo che tu abbia individuato i punti importanti trattati nei testi, cioè il tema dell’identità come in questo brano. Il tema del tempo, della perdita, del cambiamento, anche identitario è ricorrente in diversi pezzi. E’ bello pensare che per ogni ascoltatore ci sia un’interpretazione diversa anche per le liriche che rimangono a tratti aperte su questo tema centrale dell’individuo, della persona. Poi ci sono anche riferimenti più o meno didascalici alla sua carriera. Nel 1959 lui si esibisce come Larry Love poi c’è stata un’evoluzione che sicuramente abbraccia il tema dell’individuo. Ribadisco che però il brano non vuole essere un elogio, una canzone biografica su di lui, è uno spunto per discussioni come quella che stiamo facendo riguardo la personalità e l’essere molteplici sul palco e fuori dal palco.
- Sempre nel nuovo singolo compaiono dettagli anatomici quasi chirurgici: il bisturi, «denti d'argento», «mani bianche che contano costola dopo costola». Da dove deriva questa fascinazione per l'estetica del corpo e del suo esame?
GIULIO – In “Larry Love” abbiamo questi riferimenti anatomici smaccati che si rifanno al repertorio anche fisico del cantante in questione. Come dicevo è un mezzo narrativo, la sua persona non rimane congelata e si può a suo modo dissolvere e riprendere forma nell’ascoltatore e comunque in chi ha potuto conoscerlo anche di persona. Purtroppo io non l’ho conosciuto personalmente. 
RENATO – Comunque il tema del corpo effettivamente è trattato molto in un altro brano che è “Flesh” in cui abbiamo voluto giocare su questa pseudo ambivalenza tra quanto percepito dal corpo e quanto percepito dalla psiche. Questo per enfatizzare il fatto che ogni nostra esperienza è sempre mediata dal corpo. Dato che hai chiesto da dove deriva questo aspetto un riferimento è nell’esistenzialismo francese del 900, Merleau-Ponty, Sartre. L’idea è che tutta la nostra esperienza psichica, esistenziale sia sempre mediata dalla nostra esperienza fisica senza la quale noi vivremmo in modo diverso. Si tratta quindi di restituire importanza anche alla dimensione corporea, terrena anche in relazione a quella mentale bilanciando i due aspetti. 
- Musicalmente le vostre caratteristiche più spiccate sono la dark wave e l’intreccio tra chitarre elettriche affilate come lame e i synth. C’è un forte richiamo anni 80. Qual è il vostro rapporto con due band storiche come i Joy Division e i Depeche Mode? 
RENATO – Joy Division e Depeche Mode sono due band fondamentali che hanno posto le basi per l’affermarsi di una miriade di generi e di stili. Sono stati due gruppi molto influenti di fine anni 70 e anni 80. Due punti di riferimento da cui non si può prescindere. Sono un fan dei New New Order e mi piace molto il primo disco “Unknown Pleasures” dei Joy Division e anche i Depeche Mode. Credo che provenendo noi della band da background musicali affini ma non identici riconosciamo comunque tutti queste band come dei riferimenti che ci accomunano. 
MATTEO – Suoniamo insieme da circa un anno e abbiamo ascoltato paradossalmente cose che non c’entrano tanto con la dark wave, però trovandoci tutti insieme è venuto fuori questo sound che richiama un po’ le band degli anni 80. Personalmente ho ascoltato il genere ma non mi sono mai soffermato più di tanto, la passione mi è venuta suonandolo. 
GIULIO – Soprattutto per quanto riguarda i Depeche Mode sono stato un po’ vittima del fenomeno di massa che hanno scatenato e quindi ho una conoscenza superficiale. Non li ho mai approfonditi se non in questi ultimi mesi di lavoro per una questione più che altro di produzione. Per quanto riguarda i Joy Division citati prima la sonorità cupa ha sempre destato la mia attenzione così anche come l’energia del punk, dopodiché non sono mai stato un ascoltatore assiduo di entrambi i gruppi, però ci sono delle venature, delle timbriche sonore che ci hanno unito in questo progetto. Come diceva Matteo il nostro background proviene da altre sorgenti. 
RENATO – Confermo quanto è stato detto e comunque quando ci si vuole interfacciare al genere che facciamo questi gruppi monolitici del passato hanno per forza segnato una via. Un gruppo che ci piace molto e che seguiamo ed è assolutamente contemporaneo sono i Twin Tribes.  Ma chiunque voglia fare questo genere deve per forza fare i conti con i mostri sacri del passato che hanno stabilito dei canoni e hanno influenzato tutta una corrente musicale.
- GIULIO – Siamo stati rapiti in maniera molto epidermica dal sound retrò dei Twin Tribes perché anche loro hanno radici in questi mega monoliti della new wave. E’ stato un approccio leggero inizialmente, qualcosa che ha messo di buonumore e d’accordo un po’ tutti. Era evidentemente destino incontrarci in questa dimensione sonora. 
MATTEO – Per quello che mi riguarda penso che più che la musica il collante sia il riferimento agli anni 80, ai film, a una certa estetica. Siamo molto fan dei film, dei videogiochi e delle altre cose di quegli anni. Anche dal punto di vista grafico e live richiamiamo proprio gli 80. 
- A fine intervista ci sarà una domanda che ti farà piacere Matteo. Ma adesso parliamo di “Soma”, il vostro primo album pubblicato a gennaio. Il titolo del brano di apertura “Somber”, “Cupo” è molto indicativo della vostra identità. Parlate di un «ultimo ballo finale». La vostra musica è un invito a danzare sull'abisso?
RENATO – Non so se il tuo sia un diretto riferimento a Nietzsche. 
- Sì, esatto.
RENATO –L’opera di Nietzsche, i suoi testi li ho letti e straletti, ne sono da sempre molto appassionato e quindi, volente o nolente, quei riferimenti a lui e alla sua opera possono trasparire facilmente quando ci si mette a scrivere i testi. Inevitabilmente tutto il background letterario traspare. La danza finale è la morte. Quindi in un certo senso sì è un’interpretazione che hai dato tu quella della danza sull’abisso, la dimensione dionisiaca di fronte ad un’esperienza tragica, magari non l’avevo pensata direttamente in quel modo, ma è un’interpretazione che può essere corretta. Penso che sia bello poter mettere nei testi dei riferimenti diretti che magari sono espliciti soltanto per l’autore del testo e poi il lettore ha tutta la libertà di potersi immedesimare, anche fraintendere e creare nuovi significati, magari più puntuali del riferimento che aveva in mente chi ha scritto il testo. La dimensione del tragico e del rapporto vita-morte naturalmente è presente. Quello è un riferimento diretto proprio alla morte, un ballo finale finché non ci rincontreremo di nuovo. Dato che il tuo riferimento era a Nietzsche è possibile che sia venuta fuori una sfumatura nietzschiana.
- Invece in Flesh parlate di «bisogni biologici» e di sentire il «suono della propria malattia». La vostra musica nasce come forma di catarsi rispetto alle paure fisiche e psicologiche?
RENATO – Sì assolutamente. Il testo l’ho scritto io e quando sono io a farlo la scrittura diventa sempre una sorta di auto psicoterapia. Credo che l’aspetto catartico nella musica sia un elemento importante anche se non necessario. Ascolto anche altra musica con testi di tutt’altro tenore. Per esempio uno dei miei gruppi preferiti in assoluto sono gli Iron Maiden che hanno testi di carattere storico, filmico mitologico, cinematografico. Però nei testi che ho scritto sicuramente l’aspetto catartico è presente. Si ritrova anche in “Somber” e in un pezzo nuovo che stiamo scrivendo e arrangiando adesso. Credo in ogni caso che la scrittura sia sempre un buon modo per conoscersi, sviscerare certi lati che vengono magati taciuti. E’ in questo senso che io uso la scrittura dei testi come catarsi, tirare fuori qualcosa per oggettivarlo e poterlo affrontare. 
- Ok, parliamo ora di “Videodrome”, brano in cui il tema centrale è ricreare, riprogrammare, resettare. Qual è il vostro rapporto con le dimensioni temporali passato, presente e futuro?
MATTEO – Per quanto mi riguarda sono molto legato al passato, non a livello personale ma nel senso che sono molto presenti in me i ricordi di quando ero più giovane e traspare anche nei miei gusti in generale. Mi piace ricordare i tempi che furono. 
- In “Chance”: si percepisce un senso di fragilità, di perdita: figure fatte di vetro e poi “abbiamo perso la nostra occasione”.  C'è spazio per la speranza nella "Banca delle Speranze" (Bank of Hopes)?
RENATO – Appoggio assolutamente quello che ha detto Matteo essendo una persona abbastanza malinconica e molto legata al passato, anche perché ho avuto la fortuna di avere un’infanzia e un’adolescenza molto felici. Sicuramente una fortuna anche se poi la vita cambia, ma per il fatto di aver avuto un’infanzia e un’adolescenza felici ci si trova spesso a confrontarcisi. La speranza mi auguro che ci sia. “Chance” è una canzone in cui non c’è perché non è riferita ad un avvenimento specifico, ma fa riferimento alla perdita di qualcosa, un’occasione, un momento di gioia, quello che avrebbe potuto essere ma non si è mai realizzato. Non so se ci possa essere speranza in realtà, al momento non lo so.
GIULIO – L’atto di mettere per iscritto la negatività legata alla perdita, piuttosto che altre sensazioni etichettate come socialmente spiacevoli, in forma di auto suggerimento o come bussola per determinati momenti della vita può far emergere qualcosa di curioso sia per l’autore stesso che per chi ascolta la musica. La nostra pretesa in termini di liriche non è certo quella di dare consigli su come gestire la propria quotidianità, ma darsi vicendevolmente degli spunti affinché questi discorsi, più o meno esistenziali che siano, emergano. Credo che sia altamente prezioso. 
RENATO – In “Chance” non c’è spazio per la speranza perché il testo arriva solo a un certo punto di una determinata esperienza, ossia la presa di coscienza che qualcosa poteva essere ma non si è realizzato. La speranza rimane al di fuori del testo e potrebbe essere l’accettazione del presente nonostante tutto. 
GIULIO – Non è una medaglia con due lati, ma qualcosa di più complesso. Credo che se c’è  contrapposizione rispetto a un ottimismo superficiale possano essere presi in considerazione anche sentimenti socialmente etichettati come negativi e si possa trovare una convivenza con essi, soprattutto se vengono riproposti in termini creativi. Abbracciando il progetto e la composizione collettiva l’ho percepito.
- Avete scelto di includere una reinterpretazione di Pet Sematary. Cosa vi lega all'immaginario dei Ramones?
MATTEO – Per quanto mi riguarda i Ramones mi ricordano quando ero più giovane e giravo con una compagnia in cui c’erano amici che li ascoltavano compulsivamente. Volevamo far uscire un singolo per Halloween e abbiamo preso la palla al balzo. Personalmente ero particolarmente carico perché avevo appena finito di leggere il libro “Pet Sematary” e avevo visto il film, quello vecchio. Abbiamo provato a riarrangiarla e ci è piaciuta. 
RENATO – I Ramones sono una band di riferimento di cui siamo stati tutti appassionati, pur provenendo da background diversi. E poi c’è l’aspetto cui faceva riferimento Matteo quello orrorifico, cinematografico, Stephen King, quindi la letteratura horror degli anni 80, il cinema dell’orrore. Quando la eseguiamo dal vivo proiettiamo anche delle parti del film perché cerchiamo di fare nostra questa dimensione. 
- In “Shadows’ ballet il ritornello evoca la danza delle Banshee, note per i loro lamenti come presagi strazianti di morte, allo scoccare della mezzanotte. Cosa rappresenta il "balletto d'ombre" del titolo, tornando al discorso della danza?
RENATO – In questo caso il testo è molto meno catartico e psicanalitico, si tratta di una questione più estetica. Alla base c’è la ricerca di un immaginario orrorifico quasi folk horror. Tra l’altro noi siamo di Ferrara, che è una città molto nebbiosa e la cui provincia è stata teatro degli horror gotici di Pupi Avati, soprattutto “La casa dalle finestre che ridono”. Ferrara è una città che fa percepire un po’ queste sensazioni. La campagna intorno in novembre ha un carattere veramente particolare. Il testo ripeto era una ricerca più estetica, orrorifica, quasi gotica. Poi è bello che tu mi dica che nella danza delle streghe trovi qualcosa di particolare e suggestivo. 
- Per concludere parliamo di libri e di cinema. Quanto hanno contato per voi, se come penso li avete letti, questi tre libri. Primo: il racconto di Franz Kafka “La metamorfosi”. 
MATTEO – Io sono molto legato a quel racconto perché ricordo il viaggio a Praga fatto alle superiori quando abbiamo visto il Museo di Kafka. Quel racconto era uno di quelli che ci facevano leggere a scuola ed è legato a un bel ricordo. 
- Il secondo libro è “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. 
RENATO – “Il ritratto di Dorian Gray” è un libro che ho letto e riletto da adolescente e poi l’ho ancora riletto di recente. Un testo che mi è sempre piaciuto molto e trovo bello perché come tanti grandi testi, compreso “La metamorfosi” di Kafka, ha diversi livelli di lettura e che quando si legge da ragazzi rimane impresso l’aspetto esteticamente più impattante, l’immagine di questo quadro, la maledizione. Poi rileggendolo a distanza di tempo emergono tanti sottotesti che possono essere capiti solo con una maturità e un’esperienza di vita diverse. E’ una critica alla borghesia, questa doppia identità che non è soltanto una maledizione, ma il riflesso di come la società al tempo di Wilde si voleva mostrare. Quindi è un testo che, secondo me, come “La metamorfosi” che resta un capolavoro incredibile è sempre molto attuale. Il bello dei classici è il fatto di poter essere sempre attuali, di poterci trovare sempre nuove sfumature. E’ un testo esteticamente molto bello, figo e  anche molto profondo. 
- Il terzo e ultimo libro è “IT” di Stephen King. 
RENATO – Forse è il romanzo che mi ha segnato di più. Uno dei miei preferiti. Da bambino ero molto affascinato dalla figura di IT perché l’immagine che ne avevo era quella dei due film destinati alla televisione (ndr fa riferimento alla miniserie in due puntate del 1990 con Tim Curry nella parte di IT) che erano quasi una leggenda per noi ragazzi. Non si potevano guardare perché facevano troppa paura e così ce lo raccontavamo, lo immaginavamo, una cosa che adesso si è persa. Il libro di horror in realtà ha poco, ma è uno dei romanzi di formazione più belli che abbia mai letto. La componente orrorifica è quella più sfruttata cinematograficamente, mentre nel libro è minoritaria perché è centrato sulla crescita, sulla paura del mondo adulto e ne è una metafora bellissima. 
MATTEO – Comunque sono riferimenti che stanno tornando ora nel 2026 con uscite come “Stranger Things”, in cui al centro c’è un gruppo di ragazzi che ha avventure legate al paranormale ed è legato da un’amicizia profonda, proprio come in IT. 
- E adesso tre film che penso e spero possiate aver visto. Il primo è “Frankenstein”. Facciamo riferimento al primo del 1931 con Boris Karloff o, in alternativa se non l’aveste visto, a “Frankenstein di Mary Shelley” 
RENATO – Superculto, epocale, faccio anch’io riferimento a quello con Boris Karloff. Imprescindibile per la storia dell’horror. Ma non si deve sottovalutare anche “La moglie di Frankenstein”, capolavoro poco discusso, meno visto ma bellissimo. 
MATTEO – Io purtroppo ho visto anche quello nuovo e mi ha fatto vomitare. 
- Secondo film è “Videodrome” di Cronenberg. 
MATTEO – Non lo conoscevo e quando l’ho scoperto con il pezzo video portato da Renato sono impazzito. Lo metto tra i miei film preferiti anche se fino a quando non abbiamo scritto la canzone non lo conoscevo. 
GIULIO – Ed è un film che contiene una riflessione sulla tecnologia, che all’epoca era quella della televisione, ma è contestualizzabile anche nel presente. Basta sostituire la televisione con i telefoni e resta un film attuale, pungente. La riflessione sulla tecnologia cerchiamo di diffonderla anche noi come band. Nel nostro merchandise facciamo spesso riferimento alle tecnologie, con televisori a tubo catodico, floppy disk, musicassette. Cerchiamo di inserire quella componente estetica soprattutto dal vivo. 
- L’ultimo film è quello che ha un titolo tradotto in italiano che non mi è mai piaciuto, cioè “Nightmare. Dal profondo della notte” che in lingua originale è “A Nightmare on Elm Street”. 
MATTEO – Da piccolo non ci dormivo.
GIULIO? – Io non l’ho visto. Come si chiama che lo recupero?
- “Nightmare. Dal profondo della notte”.


Quelle dei Bank Of Hopes non sono semplici canzoni, ma frammenti di un puzzle molto più grande che raffigura un intero immaginario. Il mosaico sonoro ci proietta in un mondo dove l'identità è un abito che non ci appartiene. 

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