Provare a cambiare sempre, soprattutto quando è più probabile che nulla cambierà. Questo è il cuore pulsante di “Cosa resterà di noi”, il nuovo album dei Caspio, guidati dal cantautore e polistrumentista triestino Giorgio Di Gregorio. Il disco è frutto dell’istinto più che non della ragione e ha una qualità non comune, quella di dire la verità senza maschere, senza colpi ad effetto. I pezzi sono le pagine di un diario abbandonato aperto sulla scrivania polverosa di una stanza in cui non abita più nessuno. Come in tutti i diari intimi prendono forma pensieri ricorrenti che non riusciamo a confessarci in altro modo. In apertura dell’album “Cambiare” è un brano imperniato sulle contraddizioni. Pochi secondi di quiete deflagrano in un muro di chitarre alla Smashing Pumpkins che sorregge un testo che prende atto dell’inutilità del cambiamento stesso, dato che di fatto si corre fino a quando tutto resterà così com’è. “Forse è tardi” si riallaccia alla tematica del tentare l’impossibile, in questo caso per salvare un rapporto di coppia in bilico tra “addio” e “se ti va ce ne andiamo”, perché, alla fine, è tutta una questione di fidarsi e scegliere se restare ancorati ad un presente senza futuro o cercarsi un futuro dimenticando il presente. “Ti manca l’aria” è una serie di domande scomode a sè stessi. Perché mi sono laureato? Quando è che parto e me ne vado? Cosa mi trattiene dal mollare tutto se tutto questo non fa per me? Le risposte sono talmente ovvie da essere difficili da trovare. In “Un ultimo sguardo” l’io narrante sfoglia malinconico per un’ultima volta l’album dei ricordi cui è più affezionato. Il brano è reso ancora più struggente dagli archi in crescendo. “Naturale” ha un’evidente matrice grunge, ma rielabora il genere con una buona dose di personalità. “Dimmelo adesso” rappresenta il tentativo di godere della gioia del presente perché, in fondo, è ancora presto per sapere cosa ne conserveremo. “Iniziamo da noi” è invece un frammento di elettronica da un minuto che spezza piacevolmente il fluire del disco. “Non restare qui” ritorna sul tema del movimento come fuga e nei versi “Se non produci non sei, se non consumi non hai” si fa semi citazione dell’iconico “Produci, consuma, crepa” dei CCCP. In chiusura dell’album “Come me e te” torna sul rock anni 90 con strofe e ritornelli che richiamano i Nirvana e vede ospite alla voce Ivo Bucci degli abruzzesi Voina. La decima e ultima traccia “Ma tu ci pensi mai?” si prende il tempo di respirare anche se è più che altro un sospiro malinconico. “Ma tu ci pensi mai a che cosa vuoi, a cosa c’è di buono?” canta Giorgio Di Gregorio nel ritornello. Se davvero ci fosse un domani che vale potremmo sperare che forse qualcosa cambierà.
Giorgio Di Gregorio si è prestato ad un’intervista sull’album e sui suoi significati più profondi.
- Ascoltando l’album si avverte come tema centrale il movimento. Movimento come cambiamento, come un addio, “se ce ne andiamo”. Puoi spiegarci meglio?
- Il cambiamento è esattamente il centro di tutto il disco. Infatti questa domanda che ricorre “Cosa resterà di noi?” è una domanda che prima o poi ci facciamo tutti. Cosa rimarrà della nostra vita? E’ il cosa resta che a me fa soffrire un po’, cosa resta di noi, delle persone che ci accompagnano lungo questo percorso. Il cambiamento molto spesso è voluto, ma altrettanto spesso no, anzi la maggior parte delle volte non è voluto. Infatti “Cambiare”, la prima traccia, dice che cambiare è facile anche se in realtà non lo è affatto. Sappiamo che quando vuoi qualcosa non sempre lo puoi avere, anzi. E’ tutto sul cambiamento, non tanto sull’invecchiare, ma sul cambiamento.
- Partiamo dall’ultimo pezzo dell’album “Ma tu ci pensi mai?” che, per come l’ho percepita, chiude il cerchio aperto da “Cambiare”. Credere che non sarà la fine è un atto supremo di fiducia nel mondo nonostante tutto o è puro istinto di autoconservazione?
- E’ puro istinto di autoconservazione secondo me. E’l’unico modo che abbiamo per andare avanti, visti anche i tempi che viviamo. Vedere un barlume di futuro, un minimo di speranza è importante. Viene da arrenderci alle cose che molto spesso non vanno bene, ma mi ritaglio un piccolo spazio felice, un piccolo spazio di serenità, anche se è difficile. Quindi è più autoconservazione perché, altrimenti, dovremmo finirla qui, smettere di fare qualsiasi cosa.
- Parliamo un po’ del suono. Le chitarre in particolare mi fanno venire in mente un po’ i Verdena e un po’ gli Smashing Pumpkins, almeno quelli migliori che hanno chiuso il loro primo ciclo vitale con “Mellon Collie”. Vi capita mai di riascoltarvi dopo aver registrato un pezzo e di sentirci a posteriori l’eco di qualcosa che involontariamente è finito nel brano?
- Assolutamente sì. Non possiamo negare che inevitabilmente ci siano delle influenze delle band che hai citato. Te lo dico io personalmente perché che sono quello che scrive i brani e non sto ad ascoltare tutto il giorno gli Smashing Pumpkins, anzi, però sicuramente mi rendo conto che ci siano dei grandi riferimenti a quegli anni. Non penso dalla mattina alla sera cosa voglio e dove voglio arrivare, questo disco in particolare rispetto a quello precedente è venuto di pancia e quella era la musica che ti scaldava il cuore, con cui sei diventato grande. Poi crescendo acquisisci nuove competenze, conosci nuove band, ma alla fine era inevitabile, visto l’approccio che abbiamo voluto con questo album, che venisse fuori la parte adolescenziale, post adolescenziale, andare a recuperare quelle sonorità che alla fine ci facevano stare bene.
- “Non basta una Laurea, quand’è che parti che prendi e vai?” da “Ti manca l’aria”. Questo pezzo è un inno dei ragazzi in fuga dall’Italia?
- E’ un inno che sento da più di un decennio. Io sono un millennial, questa cosa dell’andare a cercare fortuna all’estero perché in Italia non c’è futuro la sento da un casino di tempo. E’ rimasta? Diciamo che è uno strascico di quello che noi credevamo fosse la cosa più giusta. Andarsene via perché l’Italia non era e non è particolarmente nutritiva né per quelli che sono cresciuti, né per i giovani d’oggi. Poi adesso il problema si è allargato al mondo. Quindi diciamo che prendere e andare via è più metaforico perché è veramente difficile trovare un futuro davanti a noi come in qualsiasi altro Paese. Se parli con una persona che ha quarant’anni come il sottoscritto o con uno che ne ha trenta o con chi ne ha venti è dura, difficile. Sicuramente avere la prospettiva di poter mollare qualcosa, andare e lasciarsi dietro tutte quelle sovrastrutture, quel dover fare, dover essere che è la Laurea è un elemento importante. Io sono cresciuto con l’idea che ci si dovesse laureare che poi magari un giorno…E’ una narrazione fallita in partenza. L’invito è a lasciarsi dietro tutte queste sovrastrutture e andare, fare, qualsiasi cosa comporti.
- “Un ultimo sguardo” è un frammento di cantautorato con un arrangiamento struggente. Quanto è difficile dire addio ad un modo di essere noi stessi che non ci corrisponde più?
- Tocchi un tasto dolente perché in questo periodo avverto molto questa sensazione. Non so se è l’età, non so se è semplicemente perché il presente è duro. E’difficile in tutti i sensi, perché noi pensiamo sempre che le cose possano durare per sempre, di rimanere uguali e ci ricolleghiamo quindi alla prima domanda, ma le cose cambiano. Bisogna avere il coraggio di prendere un respiro e accettare il fatto che si devono prendere altre strade anche se è durissima. Io ancora adesso che ne scrivo e ne parlo con te in questo momento faccio fatica.
- “Cosa resterà di noi adesso?” dal brano “Dimmelo adesso”. Questo è un pezzo che mette a fuoco un altro tema importante dell’album secondo me, cioè il desiderio di lasciare una traccia del proprio passaggio nel mondo, nella vita degli altri.
- Penso che alla fine in tutte le cose non siamo soli, può accadere che siamo soli magari nei momenti duri perché li devi affrontare da solo, ma credo che la condivisione sia alla base di qualunque artefatto umano, che si tratti di musica o di un oggetto, quindi diciamo che va interpretata in questo modo. La condivisione alla fine è fondamentale per sentirsi ancora umani e poter fare ancora qualcosa che abbia valore, in un momento in cui il valore delle cose ha perso significato.
- “Senza cambiare la gente cambiamo noi finché alla fine ti arrendi” dal pezzo “Come me e te”. E’ una falsa dichiarazione di resa o una resa vera?
- Non è una falsa arresa. Molto spesso per poter cambiare in positivo bisogna arrendersi all’idea che si devono prendere strade nuove oppure occorre lasciar andare delle cose, come mi chiedevi. E’ difficile lasciar andare delle cose? Certo che è difficile. L’atto di arrendersi emerge spesso nei miei pezzi perché mi rendo conto che sono un ostinato, ostinato ad andare sempre contro determinate cose, a seguire dei percorsi che poi alla fine mi puniscono indirettamente. E’per me e per tutti quelli che forse dovrebbero accettare che certe cose non cambieranno mai o cambieranno in modo diverso da come volevano. Si deve farsene quindi una ragione, non per arrendersi negativamente, ma perché così semplicemente sposti il focus su cose che ti fanno stare bene, che ti fanno andare avanti.
- In questo brano partecipano gli abruzzesi Voina. Come è nata l’idea di collaborare? Se non erro avete anche suonato insieme.
- Nasce tutto più di un anno e mezzo fa. Scrissi a Mattia De Iure che è il chitarrista dei Voina condividendo un pezzo nostro e chiesi di poter aprire un loro concerto. Furono gentilissimi, ci fecero aprire un loro live al Locomotiv (ndr storico club di Bologna) e da lì è iniziato uno scambio, un rapporto. Mentre stavamo registrando e producendo l’album ci è venuto in mente di coinvolgere Ivo Bucci, il cantante dei Voina perché abbiamo qualcosa di affine, un po’ nei testi, un po’ anche dal punto di vista generazionale, apparteniamo alla stessa generazione e serviva qualcuno come lui che avesse quel tiro nel cantare, nell’esprimere determinati concetti e ho pensato che quindi fosse la persona più adatta.
- L’altra settimana ha chiuso un locale storico di Viareggio, il GOB. “Blow Up” di questo mese titola: “La musica è (in)finita”. Quindi, per riprendere la copertina di “Blow Up”, crollo delle vendite, dominio degli algoritmi, canzoni e musicisti creati dall’intelligenza artificiale. Il destino è cadere nel baratro o la musica vera si salverà in qualche modo perché è necessaria per vivere?
- Prima che uscisse quell’articolo ho messo un adesivo sulla mia chitarra con scritto “La musica è finita”. E’qualcosa che non riesco a togliermi dalla testa perché penso che la musica come noi la intendiamo sia finita. Questo continuo produrre musica come se si trattasse di pomodorini per il supermercato credo che non abbia futuro. Al contempo penso che sia inevitabile che come esseri umani ci sia la necessità di continuare a scriverla, suonare e condividere quello che si fa come artisti, musicisti. Dobbiamo pensare a come stanno andando le cose e prendere il coraggio di accettare che siano così, ma potrebbero essere nuove. Penso già al fatto che se gli artisti, in particolare quelli grossi smettessero di aver a che fare con queste porcherie delle piattaforme di streaming, magari attraverso una musica un po’ più materica, la stampa di un CD, un vinile, i concerti, forse non ci sarebbero gli stessi guadagni di una volta, ma sarebbe meglio. Proprio perché già adesso siamo alla canna del gas, perché non facciamo una scelta di campo e riponiamo la musica al centro? Tanto abbiamo già perso e allora almeno troviamo una nuova strada per la musica.
- A mio personale parere quello che manca nel mainstream è l’emotività, non c’è nulla di emotivo nei brani più gettonati. Non parliamo solo di situazioni come Sanremo, anche perché il livello è talmente basso che potrebbero essere stati scelti altri cantanti e sarebbe stata alla fine la stessa cosa. Quando scrivi dei brani nuovi l’emotività che spazio occupa?
- Io la metterei sicuramente al primo posto a scapito di tutto il resto, nel senso che io sono il principale autore di questi brani e faccio veramente fatica a scrivere a comando, scrivere semplicemente perché devo farlo. Posso sforzarmi di fare alcune scelte perché c’è un racconto, ma l’emotività è alla base di tutto. Per “Cosa resterà di noi” a me colpiva che il tempo passasse, che la gente attorno a me cambiasse. Avverto queste cose molto di più rispetto al passato per cui l’emotività è assolutamente al centro.
- Il progetto Caspio è nato da te come solista, polistrumentista. Come si è evoluto per diventare alla fine un vero gruppo?
- Mi è capitato di fare questa svolta dall’elettronica al rock perché avevo bisogno di tornare alla musica suonata senza sovrastrutture, senza computer, senza tecnologia. E a quel punto ho preso atto inevitabilmente della realtà, per fare il rock devi avere qualcuno con cui farlo, devi conoscere le persone e suonare insieme, fare le prove. Tutte cose che prima facevo da solo. Ho trovato questi ragazzi, Enrico Muccin, Nicolas Morassutto, Riccardo Roschetti e ci siamo trovati fin da subito in sintonia, in primis musicalmente. Anche con Nicolas che è il più giovane dei quattro perché è del 98 ci assomigliamo molto nel sentire e anche nei gusti ho pensato che, anche perché come dicevamo prima la musica si è appiattita, è molto individualista, sembra un prodotto, volevo uscire da queste dinamiche. Sì sono io quello che scrive principalmente i brani, però avevo bisogno di farmi contaminare di più, di trovare nuove strade e l’unico modo per farlo era aprire il progetto non soltanto al sottoscritto, ma anche ad altre persone.
- Sono ancora curioso di sapere come cambia il tuo approccio dall’essere una band all’essere un solista? Collabori nella scrittura dei pezzi, sai mediare?
- I pezzi di questo ultimo album in realtà erano già stati scritti, però è come se fossero stati rielaborati tutti insieme, collettivamente, nel senso che li avevamo già portati live, loro avevano già dato il loro contributo e quando siamo arrivati in studio, rispetto a come erano originariamente erano diversi, non tanto dal punto di vista autoriale, ma penso agli arrangiamenti, ai suoni. Non era così ruvido questo album prima del loro arrivo, quindi come dicevo li ho scritti io, ma molte parti di quello che senti è stato rielaborato da loro, hanno fatto loro delle scelte e ho lasciato assolutamente lo spazio. Chiaramente loro sanno e lo rispettano tantissimo che io ho la visione d’insieme dei testi, dei brani. Mi sento molto riconosciuto da questo punto di vista e, viceversa, mi sento anche in obbligo di lasciare loro dello spazio.
- Andiamo a prendere un pezzo un po’ più vecchio, da “Noi che viviamo in un mondo perfetto”, cioè “Non dirlo a nessuno”. Qui c’è in qualche modo un ripiegamento su te stesso quando scrivi “mi guardo riflesso in un mondo perfetto, non ferisco nessuno”. Qual è il senso?
- Quel brano in realtà ha dato poi il titolo anche all’album e tutto il disco aveva al centro il tema della società della performance, del dover essere sempre, dover fare con il rischio di perdere completamente il senso di sé, della propria personalità e in quel pezzo tutto ciò viene sintetizzato. Anche in quel caso la tematica è sempre rendersi conto di quello che abbiamo attorno e cercare di avviare un cambiamento, che sia individuale o collettivo.
- Quando ti chiedono di spiegare una tua canzone qual è la prima idea che ti viene in mente? Parafrasarla? Trovi che le tue canzoni siano auto esplicative o che richiedano in qualche modo una legenda?
- Bisogna appartenere a qualcosa di simile per poter interpretare allo stesso modo le cose, però credo che lascino sempre uno spazio un po’ a tutti, non soltanto a me stesso. Non penso che siano didascaliche, né che serva un trattato filosofico per comprenderle. Secondo me ciò che cambia è se ti poni o meno delle domande. Se te le poni non assorbi passivamente, ma puoi scoprire delle cose e qualcosa in questi pezzi lo trovi che ti dà modo di porti poi altre domande. Questo è il tentativo che faccio sempre. Non c’è nulla di più bello di condividere e far sentire la gente meno sola. Quando ascolto un brano voglio che mi arrivi non soltanto per la musica, ma anche per il testo e se sono in un momento in cui sono giù o sono in un periodo complesso della mia esistenza non cerco in quel brano delle risposte, ma che mi dia modo di sentirmi meno solo.
Come ci ha detto lo stesso Giorgio Di Gregorio, pur essendo i brani quasi interamente opera sua, alla realizzazione di “Cosa resterà di noi” ha contribuito in modo importante anche il resto della band, che vede accanto allo stesso Di Gregorio Enrico Muccin (chitarra), Riccardo Roschetti (basso, voce) e Nicolas Morassutto (batteria, voce). La produzione è dello stesso Giorgio Di Gregorio insieme a Nicolas Morassutto.
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