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mercoledì 11 marzo 2026

8MM - IL CINEMA DI RISERVA INDIE - I PECCATORI DI RYAN COOGLER - TESTO E RECENSIONE DI NICOLA PICE


Con I peccatori (2025) – film che ha ricevuto ben 16 candidature ai Premi Oscar -  e con il quale inizia l’avvicinamento di “Riserva Indie” alla 98ª edizione degli Academy Awards che si svolgerà al Dolby Theatre di Los Angeles nella notte tra il 15 e il 16 marzo - Ryan Coogler conferma di essere uno dei cineasti più audaci della sua generazione. 
Lontano dai grandi franchise che lo hanno reso celebre (Black Panther, Creed), Coogler qui piega gli archetipi del genere horror al cinema d’autore, intrecciando mitologia popolare, storia americana e una profonda riflessione culturale. 
Ambientato nel Mississippi degli anni ’30, la narrazione segue i fratelli gemelli Smoke e Stack (entrambi interpretati da Michael B. Jordan) che cercano di avviare un locale musicale afroamericano solo per scoprire che forze soprannaturali — i vampiri — minacciano tutto ciò che è stato costruito. 
Jordan, in un doppio ruolo devastante, offre una delle performance più complesse che si ricordano: la sua capacità di differenziare i due personaggi sul piano emotivo, psicologico e fisico è uno dei pilastri su cui poggia la tensione narrativa del film.
Lo stile registico di Coogler è una sintesi mirabile fra “southern gothic” - sottogenere letterario e artistico statunitense, ambientato nel Sud degli Stati Uniti, che esplora il lato oscuro, grottesco e decadente di questa regione - cinema storico, musical lugubre e horror moderno che alterna momenti di tensione calibrata - in cui il terrore si insinua attraverso le inquadrature placido e meditativo - a esplosioni di violenza stilizzata che ricordano l’immaginario di “From dusk till dawn” di Tarantino filtrando il tutto attraverso una lente profondamente autoriale. 
Questa dualità si rispecchia anche nella sceneggiatura perché Coogler lavora sul ritmo ma concede spazio alla costruzione dei personaggi e alle dinamiche della comunità afro-americana prima di immergersi pienamente nel soprannaturale. 
Il risultato è un film che respira, che si prende il tempo per svelare il proprio orrore senza affidarsi semplicemente ai cliché del jump scare (l’apparizione inaspettata di un elemento terrificante) in cui  le scene più intime utilizzano un campo più stretto, mentre le esplosioni di orrore si aprono in panorami epici, quasi operistici. 
Avrete capito da quanto detto finora che l’editing de “I peccatori” è probabilmente l’elemento chiave del suo impatto visivo: Michael P. Shawver costruisce un flusso narrativo che mantiene l’equilibrio fra introspezione e tensione e in cui anche i momenti di silenzio diventano carichi di significato, prodromi della rottura imminente. 
Va evidenziato l’uso sofisticato della musica che diventa strumento di montaggio: le transizioni fra realtà e orrore, infatti, sono spesso mediate dal suono, trasformando la colonna sonora in ponte narrativo fra i piani emotivi del film. 
Se il montaggio definisce la struttura della visione, l’anima visiva del film è costituita dal sapiente uso della fotografia della direttrice Autumn Durald Arkapaw, senz’altro uno degli aspetti più celebrati dell’opera. 
Infatti, girato in formati grandiosi come Ultra Panavision 70 e IMAX 65mm, “I peccatori” conquista immediatamente lo spettatore con paesaggi sontuosi e texture visive dense: i campi assolati, i club notturni intrisi di fumo e polvere e l’atmosfera piovosa del Mississippi sono resi con un realismo e un lirismo raro nel cinema horror. 
Ne parleremo più avanti e approfonditamente ma il cuore più originale de “I peccatori” è la sua relazione con la musica. 
Storicamente, l’horror ha spesso dialogato con la musica - dal rock demoniaco di “La casa del diavolo”  alla colonna sonora inquietante di “Suspiria” - ma “I peccatori” eleva questa relazione a livello mitico, facendo del suono la chiave di volta della narrazione.
Il compositore Ludwig Göransson, collaboratore di lunga data di Coogler, costruisce una partitura che non è semplice accompagnamento, ma vero e proprio motore narrativo. 
Partendo dal Delta blues degli anni ’30, la colonna sonora mescola elementi tradizionali con sonorità dissonanti funzionali all’horror psicologico. 
La musica, nel film, ha potere di evocare spiriti, di liberare tensioni ancestrali, di unire comunità, un uso più vicino alla mitopoiesi del cinema classico in cui suono e immagine si fondono che al semplice genere horror: brani come “I lied to you”, infatti, non suonano come intermezzi riempitivi, ma come momenti di rivelazione. 
Questa commistione - tra horror e blues - rende “I peccatori” un film ibrido che rinnova il genere: non un musical-horror nel senso stretto, ma un’opera in cui la musica è personaggio, choral di anime e coscienze. 
Il cast offre prove memorabili: raramente si è visto un ensemble in tale stato di grazia.
Oltre a Michael B. Jordan, Hailee Steinfeld incarna una figura di cantante dal cuore spezzato, mentre Wunmi Mosaku dà vita a una sacerdotessa hoodoo la cui presenza spirituale è fondamentale per la tensione narrativa. 
Delroy Lindo e Jack O’Connell ci regalano performance di grande impatto: il primo con una presenza scenica irriverente, il secondo è un vampiro che unisce minaccia e fascino magnetico. 
La scelta di un cast così poliedrico contribuisce a un affresco di umanità che fa risuonare più profondamente le tematiche del film dall’identità culturale alla lotta contro le proprie paure. 
Più che un semplice film di vampiri, l’opera di Coogler si situa nella tradizione di autori come Tobe Hooper e George A. Romero per l’uso del soprannaturale come lente critica delle tensioni sociali, e insieme accoglie la potenza emozionale della musica come John Carpenter aveva fatto con i suoi film. 
In questo senso, I peccatori rappresenta, forse, un punto di svolta: horror popolare che parla della storia coloniale, del trauma di una comunità e della speranza, trasformando il genere in qualcosa di profondamente diverso dagli altri.
Le 16 nomination agli Oscar - ma sono curioso di vedere quante ne riuscirà a vincere con la concorrenza spietata che si ritrova - sono una testimonianza della vitalità del genere quando viene trattato con rispetto, audacia e immaginazione. 
Coogler non solo rilegge il mito del vampiro, ma lo arricchisce con contesti culturali, musicali e storici, realizzando un’opera che sarà discussa e studiata come uno dei più significativi crossover del cinema contemporaneo. 


“I peccatori”: Il blues come dispositivo drammaturgico.
Vale la pena, analizzando “Sinners”, analizzare il rapporto appena accennato precedentemente con la musica impiegata perché questo film davvero rappresenta un punto di svolta pur inserendosi nella tradizione sotterranea ma fertile dell’ibridazione tra horror e musicalità. 
Nella storia del cinema il dialogo tra questi due poli non è nuovo, ma raramente ha assunto la forma organica e culturalmente stratificata che Ryan Coogler mette in scena con “I peccatori”.
Già negli anni ’70 “The Rocky horror picture show” trasformava l’estetica horror in teatro rock decadente, facendo della performance musicale un atto di liberazione identitaria. 
Negli anni ’80 “Little Shop of Horrors” contaminava il B-movie fantascientifico con il musical Broadway, mentre in tempi più recenti “Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street” trasfigurava l’horror gotico in tragedia lirica.
Eppure in tutti questi casi la musica rimaneva una struttura dichiaratamente performativa: i personaggi “cantano” perché il film appartiene - alla fine della fiera - al genere musical. 
Ne “I Peccatori”, invece, la musica è ontologica: non interrompe la narrazione, la genera. 
È linguaggio identitario, memoria ancestrale, strumento evocativo dialogando più sottilmente con opere come “The Wicker Man”, dove il canto rituale diventa dispositivo perturbante o con “Suspiria” di Dario Argento, in cui la colonna sonora plasma l’esperienza percettiva dello spettatore.
Nel film la scena del juke joint - il locale aperto dai fratelli Smoke e Stack - costituisce il cuore pulsante dell’opera e il blues del Delta non è semplice ambientazione storica, ma struttura drammaturgica. 
Il lavoro di Ludwig Göransson fonde strumenti tradizionali (chitarre slide, armonica, percussioni minimali) con tessiture sonore dissonanti che evocano il soprannaturale.
Alcuni brani, come “I lied to you”, assumono una funzione quasi catartica: la canzone diventa confessione pubblica e rito collettivo, mentre la macchina da presa di Coogler scivola tra i volti sudati degli avventori, montando primi piani e dettagli con una fluidità che richiama il cinema musicale classico ma con un sottotesto inquietante.
Qui la contaminazione è totale: la performance musicale coincide con l’emergere dell’orrore. 
La vampirizzazione non è solo fisica, ma simbolica: è il rischio che la cultura venga espropriata, risucchiata, resa spettacolo per altri. 
Il blues, nato come canto di dolore e resilienza, diventa nel film un’arma spirituale contro l’invasione.


“I peccatori”: un nuovo paradigma per l’horror contemporaneo
Nel collocare “Sinners” nella storia dell’horror, è inevitabile confrontarlo con il mito del vampiro cinematografico. 
Se “Nosferatu” di F. W. Murnau incarnava l’ombra pestilenziale dell’Europa postbellica e “Dracula” con Bela Lugosi fissava l’archetipo aristocratico del mostro, Coogler trasforma il vampiro in metafora coloniale.
Il riferimento più diretto, per contesto storico e tensione razziale, è forse “Candyman”: anche lì l’orrore nasceva da una ferita collettiva, da una memoria rimossa ma mentre “Candyman” lavorava sul mito urbano, “I peccatori” si radica nel paesaggio rurale del Sud, evocando l’estetica “southern gothic” e il fatalismo di certo cinema di George A. Romero, dove il mostro è specchio delle contraddizioni sociali.
Coogler compie un’ulteriore torsione: innesta nella tradizione horror afro-americana una dimensione musicale che non è decorativa ma fondativa. 
Se Jordan Peele ha rinnovato il genere attraverso la satira e il thriller psicologico, Coogler lo espande in direzione operistica.
L’importanza di “Sinners” risiede proprio in questa capacità di fondere linguaggi. 
Non è un musical horror nel senso canonico, né un horror con colonna sonora particolarmente curata: è un’opera in cui la musica è carne narrativa.
Nel panorama contemporaneo, dominato da sequel e franchise, Coogler dimostra che il genere può ancora essere laboratorio formale e politico. 
Se l’horror è sempre stato il luogo delle paure collettive, “I peccatori” suggerisce che può diventare anche il luogo della memoria culturale e della celebrazione identitaria.
In definitiva, il film si impone come uno dei momenti più radicali del cinema di genere degli anni Duemila: un’opera che guarda al passato dell’horror, ne assorbe le iconografie e le reinventa attraverso il ritmo del blues trasformando il battito musicale nel battito cardiaco della paura.

NICOLA PICE

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