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domenica 11 gennaio 2026

AROUSAL - UNA STELLA IN FASCE - INTERVISTA E RECENSIONE A CURA DI LUCA STRA PER #DIAMANTINASCOSTI


Tre alchimisti in un laboratorio in cui generi musicali come il grunge, il progressive e la psichedelia vengono mischiati sapientemente tra loro per dare vita a brani che, allo stesso tempo, abbagliano e amplificano la luce interiore dell’ascoltatore. I tre alchimisti in questione sono Juan Dario Martin Bohada (chitarra, voce), Jacopo Bonora (tastiere) e Gabriele Bartolini (batteria), ovvero la band emiliano romagnola Arousal. Nel 2025 hanno pubblicato un album, “Chimæra” e a fine anno un EP, “Rota”, lavori entrambi in grado di stabilire un buon feeling tra musicisti e ascoltatori. Le tastiere giocano un ruolo di primissimo piano nella definizione del suono della band, basti pensare al pezzo d’apertura di “Chimæra”, “Crisalide” in cui, se si chiudono gli occhi, sembra di fluttuare persi nello spazio come il Maggiore Tom di David Bowie. “Catarsi ermetica”, secondo brano dell’album, ripercorre una crisi d’identità in cui le fatidiche domande “chi sono io, da dove vengo” sono prive di senso. Qui le chitarre si alternano alle tastiere sotto l’occhio di bue al centro della scena con riff potenti che ricordano a tratti i Soundgarden. Altro pezzo forte del disco è “Brilli”, un’astronave da cui si può ammirare il panorama di una stella che nasce. Il lungo assolo di chitarra che chiude il brano in crescendo è una vera gioia per le nostre orecchie disassuefatte, in un panorama musicale mainstream in cui i pezzi si piegano alla regola del rigoroso rispetto della durata, che non può superare i tre minuti e mezzo, quattro al massimo. Da questo punto di vista gli Arousal in “Chimæra” si prendono la libertà di sfiorare anche i 10 minuti, come avviene in “Dissesta”. “Onironauta”, che chiude il lavoro, è pura autoterapia per sconfiggere i momenti di depressione che tutti nella vita abbiamo prima o poi attraversato. L’EP “Rota” si apre con “Evolvere”, che sposa il rock con un tocco di bossa nova dimostrando l’eclettismo della band. Altro pezzo interessante è “Illudi” che vede la partecipazione di Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi, O.R.k.) e aggiunge alla formula elementi metal come il cantato in growl. 
Abbiamo avuto occasione di parlare con Juan Bohada e Jacopo Bonora in una chiacchierata che ha toccato anche tematiche personali non facili da condividere.



- “Rota” è un viaggio nell’io per liberarsi di tutto quello che si annida dentro?
JUAN – Non è tanto un liberarsi, quanto un interiorizzare e dare un senso a ciò che ci portiamo dietro. Non liberarsi nel senso di dimenticarlo, ma integrarlo nella propria persona per poter evolvere. 
- A proposito di “Evolvere”. Il brano dice “eri dove dovevi essere, eri come dovevi crescere”. L’evoluzione è l’unico modo per sottrarsi al conformismo? 
JACOPO – In un certo senso sì, l’evoluzione nel nostro caso può essere musicale nel senso di reinterpretare alcune influenze rock del passato che ci coinvolgono, però è anche un invito a chi ci ascolta a cercare di superare il conformismo. C’è anche da specificare che il messaggio di “Evolvere” riguarda più il Fato che non il conformismo in sé, però è una lettura possibile. 
- Il brano fonde atmosfere post grunge con momenti più eterei. In tutto questo un ruolo centrale spetta alle tastiere che contribuiscono in modo decisivo alla definizione del suono non solo in questo caso, ma un po’ in tutta la vostra produzione
JACOPO – E’ assolutamente vero. Noi siamo un trio e abbiamo questa prerogativa che le tastiere sono per così dire divise in due, io mi occupo delle frequenze basse e di tutto quello che può fare un tastierista negli alti. E ho influenze che tendenzialmente vanno dal progressive vecchio a quello nuovo che stringe di più l’occhio al metal fino alla musica classica. Io provengo dal mondo della classica, ho un’apertura dovuta soprattutto alla classica per cui la tastiera può ricoprire diversi ruoli, a volte accompagna, a volte è solista, altre volte fa atmosfera come ad esempio nel bridge centrale di “Evolvere”. 
- Invece nel brano “Eludi” c’è questa presenza femminile che vive nei meandri dei ricordi quasi fosse un’ombra. Ma è possibile eludere qualcuno che ci ha lasciato dentro un segno così profondo?
JUAN – Il senso della canzone, di questa presenza che però svanisce è legato al fatto che c’è una ricerca da un lato e invece l’elusività dall’altro e questo rende il tutto ancora più complesso da gestire, come dicevo prima è tutto un processo di interiorizzazione. Per me questa è stata una canzone di addio per una persona, avevo bisogno che esprimesse questa catarsi del lasciare andare. C’è anche una spiegazione legata ai tarocchi perché il pezzo è ispirato alla Papessa, che è una figura femminile nascosta ed è elusiva appunto. 
- Il brano, dopo il verso “non piangere più” si apre in una parte di chitarra che mi ha ricordato come suono i Police.
JUAN – In realtà per noi lì la citazione era più legata all’inizio ai Verdena perché usavo un delay in quattro quarti, non come adesso che è puntato sul ritmo, quindi prima era una citazione dei Verdena poi è diventata una citazione di più dei Contorsionist che è una delle band preferite di Jacopo, infatti quando ho settato male per errore il delay ha detto che preferiva quest’altra modalità. Comunque i Police sono un gran gruppo. 
- “Illudi” ruba degli elementi metal come anche il cantato in growl. Perché avete deciso in questo caso di spingere di più su quel lato?
JACOPO – Sì “Illudi” è il brano in cui la mia influenza compositiva ha prevalso. Ho dei gusti tendenti verso il metal. C’era bisogno nel nostro disco di un brano che fosse un po’ più rabbioso, più cupo degli altri e il genere metal è quello che esprime meglio questi sentimenti dal nostro punto di vista.
Il pezzo ha influenze metal diverse, i Tool sicuramente all’inizio nei suoni di Juan alla chitarra, un pochino anche i Gojira e se pensiamo alla tastiera che apre che è una cosa assolutamente non usuale nel metal potrebbe essere una citazione di una band cui abbiamo parzialmente aperto, dico parzialmente perché non sono quelli di Simonetti, comunque i Goblin. Quindi atmosfere abbastanza cupe, macabre e il testo parla del fenomeno del “ghosting”, quando una persona sparisce improvvisamente e si crea una sorta di buco interiore che noi abbiamo interpretato come il buco nero che risucchia tutto quanto. 
- Com’è nata la collaborazione per questo pezzo con Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi, O.R.k.)?
JACOPO – La collaborazione con Pipitone è nata dal fatto che abbiamo vinto il contest EncodER nel 2025. Si tratta di un contest organizzato dal Centro Musica di Modena che noi ringraziamo sempre per tutto quello che ci ha regalato e che tra le cose che permetteva, tra cui anche la realizzazione di questo EP, dava la possibilità di un master con un artista di nostra scelta e dopo una rosa di nomi e un’attenta riflessione abbiamo convenuto che Pipitone fosse quello che sia a livello umano ci piaceva di più che anche come generi che trattava perché lui è l’attuale chitarrista degli O.R.k. (ndr band tra gli altri di Colin Edwin, Porcupine Tree e Pat Mastelotto, King Crimson) che mischiano anche loro il grunge al progressive e poi è stato nei Marta sui Tubi che avevano un po’ di indie e un po’ di progressive. Ci siamo trovati benissimo a lavorare con lui, ci ha aiutato tantissimo nella produzione dei nostri brani. A un certo punto stavamo suonando il bridge che fa da introduzione alla prima strofa e a un certo punto lui si è messo a improvvisare liberamente dei versi che erano un simil growl e allora abbiamo pensato “ma se lui cantasse realmente qualcosa nei nostri pezzi?” però abbiamo pensato che l’italiano non funzionasse molto in questa occasione e che ci volesse una lingua più sanguigna. E così abbiamo detto “ma se tu cantassi nella tua lingua madre, cioè il siciliano?” che è proprio una lingua a sé ed esprimessi in maniera palese quelli che sono i nostri sentimenti di rabbia, perché in tutto il testo si usa la metafora però quando arriva il growl di Pipitone lì arriva in modo diretto.
- Bene, adesso proviamo a fare un bridge tra l’EP e l’album. C’è un filo che lega l’album all’EP che è la presenza di immagini che richiamano lo spazio. 
JUAN – In realtà se vogliamo parlare dell’immaginario legato al nostro tipo di suono si rifà molto agli anni 90 sotto vari aspetti ed è anche un suono che pesca tanto dalla psichedelia e nella psichedelia lo spazio è un leit motiv. Però lo abbiamo fatto anche a nostro modo, nel senso che si parla di spazio nell’album soprattutto nella traccia “Brilli” in cui andiamo a descrivere come nasce un sole, una stella dal punto di vista anche fisico, dei materiali che servono, delle condizioni che servono. E quello è un po’ il focus come anche in “Illudi” in cui c’è in tutto il brano la stessa metafora. Poi in realtà se parliamo di “Chimæra”, ci sono anche tutti i vari pianeti che rappresentano le tracce perché ci tenevamo che fosse un concept album in cui ogni pianeta ha la sua influenza e questo dà una ragione della diversità, perché certi brani sono molto distanti da altri proprio perché ognuno esprime questa diversa influenza, legata allo spazio, ai pianeti del sistema solare. 
- In “Nucleo” cantate “tu sei la sostanza vera”. Di cosa è fatta questa sostanza?
JUAN – Sostanza vera… si può alludere a vari aspetti, da un lato ci può essere un’interpretazione legata alla sostanza delle cose. Non stiamo parlando di una sostanza materiale, ma più spirituale, cioè ciò che sostanzia la nostra volontà e i nostri desideri. Dall’altro lato sostanza è come se questa persona ci desse una carica fuori dal comune, come se fosse una sostanza stupefacente.
JACOPO – A proposito dello spazio volevo soltanto far notare che “Brilli” parla della nascita di una stella, mentre “Illudi” parla morte di una stella, c’è questa dicotomia che mi piace molto. 
- Parliamo di “Catarsi ermetica”. Una purificazione interiore indecifrabile perché è ermetica. Serve a restituirci la nostra immagine in uno specchio?
JACOPO – Specifico che i testi li scrive tutti Juan ma sono abbastanza condivisi a livello concettuale. “Catarsi ermetica” parla di una purificazione interiore abbastanza violenta perché ci fa confrontare con il nostro ego e ci fa accettare le nostre ombre in senso junghiano, ombre che tutti abbiamo. E quindi l’invito di “Catarsi ermetica” è che una volta che scopriamo la nostra immagine non dobbiamo seguirla pedissequamente e non dobbiamo farci prevaricare dall’assolutismo. A un certo punto il pezzo dice proprio “dissolverai l’ego nell’oscurità”. 
JUAN – Non è però una catarsi ermetica perché è indecifrabile, ma in quanto simbolica. C’è una teoria che mi piace molto di Alejandro Jodorowsky (ndr. regista, attore, compositore e scrittore cileno naturalizzato francese) in cui dice che ogni atto simbolico è un atto magico e la magia avviene dentro il nostro subconscio e quindi parlo anche di questo processo, ovvero che dare questo simbolismo al nostro atto ci permette di compiere “magie” anche dentro di noi. E’ accettare le parti che volevamo rifiutare. 
JACOPO – Nel pezzo comunque è centrale la figura del padre che si rispecchia nel pianeta di Giove pianeta del comando. Infatti noi abbiamo psicologicamente un’impronta a livello di identità che deriva già dai nostri geni e di conseguenza se non conosciamo la nostra identità facciamo fatica a trovare la nostra strada nella vita. Dobbiamo prima capire noi stessi a partire dalle nostre origini. 
- Nel pezzo “Gabbia” il concetto di fuggire dalle gabbie mentali può essere la chiave di lettura giusta?
JUAN – “Gabbia” è uno brani più vecchi che ho scritto per la band. Avevo già iniziato a scriverla durante il Covid, quindi in un momento di chiusura, di quasi clausura. “Gabbia” parla della possibilità che la tua mente ti può dare nel momento in cui il corpo deve rimanere rinchiuso e quindi quella può essere l’unica scappatoia possibile. La nostra testa ci porta fuori dalla noia mortale, da questa gabbia mentale, però bisogna saperci credere e accettare i propri errori e andare oltre arrivando ad essere un fuggitivo come dice proprio la canzone. E questa fuga ci porta a non stare in certi schemi rigidi ma ad avere l’abilità di spaziare come anche noi dimostriamo con la nostra musica. Perché spaziamo da canzoni che hanno un piglio un po’ alternative indie fino al metal. C’è tanta esplorazione. 
- Mi incuriosisce la canzone “Onironauta”. Allude a navigare sull’oceano dei nostri sogni?
JACOPO – “Onironauta” è l’ultima traccia di “Chimæra” ed è un po’ una maledizione in un certo senso, perché è un brano che parla di un’esperienza personale che ha riguardato sia Juan e che me in prima persona, cioè la depressione. L’onironauta è colui che è condannato a vivere la propria vita solo nei sogni e infatti nel ritornello continua a posticipare la sveglia in un certo senso perché non vuole stare nel mondo reale. Il desiderio dell’onironauta è restare sempre nei sogni, dove ci sono i propri desideri e la possibilità di avere una vita felice. E infatti se l’album si conclude così è perché affronta questo percorso di cambiamento che viene un po’ messo in discussione alla fine. “Onironauta” è legato alla luna che non è un pianeta, ma ci siamo ispirati al vitriol del filosofo alchimista Basilius Valentino per cui erano considerati dall’alchimia pianeti sia la luna che il sole. “Onironauta” è legata alla luna che è un pianeta di instabilità. E nel percorso di cambiamento descritto in “Chimæra” il pezzo non conferma, cioè c’è stato veramente questo cambiamento o era un sogno anche questo? Ci lascia con questa domanda. 
- Il brano che apre “Chimæra”, intitolato “Crisalide” dà un po’ il senso dell’evoluzione, la crisalide che diventa farfalla e quindi, in qualche modo, si riallaccia al pezzo che apre “Rota”, ossia “Crisalide”. 
JACOPO – Se ne parliamo dal punto di vista musicale vedo l’una come l’evoluzione dell’altra, nel senso che hanno un carattere molto simile. Sono entrambi brani energici, che parlano della necessità di un cambiamento, ma “Crisalide” è più legato al desiderio del cambiamento generalizzato, al fatto che tu puoi dispiegare le ali. Si parte da una situazione difficile perché legata al pianeta Saturno, ma è molto positivo come brano dal mio punto di vista e ha un piglio quasi adolescenziale. “Evolvere” è invece un brano più maturo che dice “attenzione sì tu puoi cambiare e non puoi evitarlo però sappi che c’è il Fato e puoi agire nei contorni di questa entità che purtroppo non si può gestire del tutto”. C’è secondo me questa maturità in “Evolvere” che magari in “Crisalide” esce meno fuori. Sono comunque due brani molto commerciali, due singoli, però “Crisalide” è un brano da band dai 18 ai 20 anni ed è una cosa di cui vado molto fiero perché non sapevo di essere in grado di scrivere un pezzo del genere e invece lo abbiamo fatto insieme io e Juan. 


Gli Arousal sono una stella in fasce che evolve come una farfalla sbocciata dalla crisalide spiegando le sue ali dai mille colori musicali. Ascoltarli può essere un buon inizio per un percorso di rinascita del gusto per la musica più vera, autentica.

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