
La
vita è politica. Non occuparsi di politica è comunque politica. Fare
musica o qualsiasi tipo di arte è politica. Perché? Perché si esplica in
una società di persone comunicanti/non comunicanti tra loro, o comunque
in relazione in un sistema coincidente con il linguaggio, sia esso
quotidiano, simbolico, patologico. L'arte è dunque un linguaggio e
perciò rappresenta, sempre e comunque, il sistema/struttura, cose dette e
ridette dai semiologi, allievi dei primi strutturalismi, linguistici (De
Saussure), psicanalitici (Lacan). Quindi, o si tenta di auto-escludersi
dal sistema/società/struttura (se mai ci si riuscisse), o non ci resta
che prenderne atto, considerando tutto come necessariamente politico
(che è di diverso da "politicizzato"). Ecco che ogni atto diventa azione
e perciò politica (anche stare fermi è fare). N.B. Qua non si parla
affatto di etica, che, Machiavelli docet, è da scindere dalla politica,
in quanto fondamentalmente non c'è libertà di scelta, se non in forma
illusoria. Il punto sarebbe se ci si possa appunto davvero
auto-escludere da tutto questo. Innanzitutto per
immaginarlo/concettualizzarlo occorre necessariamente chiamare in causa
un "oltre", ovvero un elemento di separazione, ecco dunque la "siepe" di
Leopardi o la "muraglia/muro d'orto" di Montale, e, perché no, il
"muro" di Waters o le "porte della percezione" di Blake/Huxley/Morrison,
discendente diretto del "velo di Maya" di Shopenhauer.

Il fulcro filosofico di questo concetto è infatti "il mondo come volontà e rappresentazione", che ben prosegue l'intuizione kantiana del limite, aggiungendo però la convinzione che questo limite non solo sia valicabile, ma che debba essere necessariamente valicato per accedere alla vera realtà, che egli identifica col concetto di volontà, che altro non è che la volontà più profonda e ingestibile dell'essere umano: la volontà di vivere. E forse è proprio questo l'errore che un'analisi strutturalista dell'esistenza può mettere in luce. Mi spiego meglio: già Nietzsche, prosecutore per molti aspetti di Schopenhauer, pur apparentemente lontano da un'analisi strutturalista, evidenzia, meglio anche di Stirner, tutti i muri, le trappole, le illusioni, che condizionano e intrappolano l'esistenza. Tuttavia la vera differenza col pensiero shopenhaueriano risiede nella profonda consapevolezza dell' impossibilità per l'uomo di superare questi limiti, che sono invece parte integrante della vita. L'unico superamento possibile diventa perciò la condizione limite del superuomo, che infondo altro non è che colui che ha superato se stesso o, quanto meno, colui che sa davvero di non sapere. Ma è appunto una condizione limite e pertanto irraggiungibile; è piuttosto qualcosa a cui tendere senza per questo mai raggiungere. Ecco il nodo fondamentale: non c'è più un oltre reale, ma un oltre ideale e perciò anch'esso illusorio.
La vita è dunque di per sé crisi: un senso di per sé non esiste, ma si può definire nel rapporto del sé con l'altro da sé, ovvero: più si è soli meno ha senso trovare un senso. Tuttavia nella solitudine può essere più agevole perdersi nel "mare dell'oggettività" dell'eterno ritorno delle stesse cose (o rinunciare a qualsivoglia spinta vitalistica attraverso l'ascesi mistica?). Se invece non si è soli o comunque non lo si vuole diventare, ammesso che si si accetti l'impossibilità dell'assoluto, si può riempire di senso ogni situazione nella sua continua e casuale (non causale) variazione.
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